Clinical Risk Management (Gestione del rischio clinico)

di Daniela Di Martino da Psicologinews Scientific Il rischio clinico in sanità è un argomento di enorme attualità; ciascuna azienda sanitaria è chiamata ad organizzarne un’attenta analisi e stima nell’ambito della più generale valutazione dell’ outcom (indicazione del ministero della salute del Marzo 2004). Le aziende sanitarie sono organizzazioni complesse e come tali suscettibili alla possibilità di errore, aspetto questo intrinseco alle attività umane, ma necessariamente da sottoporre a controllo in quei contesti dove può arrecare gravi danni. Per capire la portata del fenomeno, basti pensare che in un’analisi del Centro studi investimenti sociali (CENSIS), realizzata su 21 testate nazionali tra quotidiani e periodici dell’anno 2000, circa 340 articoli pubblicati parlavano di “malasanità”. In particolare, nel 32% degli articoli analizzati, veniva riportato il decesso del malato, nel 26 % venivano riferiti danni gravi al paziente senza decesso. In questo scenario assume senso la figura dello psicologo, che in collaborazione con equipe multidisciplinari, può svolgere un ruolo determinante nell’analisi e gestione del rischio clinico. Come? Integrando lo studio delle variabili ambientali che determinano l’evento avverso, con l’ analisi delle variabili comportamentali/cognitive ed emotive, che concorrono alla determinazione di un danno al paziente. Considerando che 48.2 % degli articoli del suddetto studio contengono l’indicazione di un soggetto responsabile dell’evento clinico avverso; viene dunque chiamato in causa il fattore umano quale elemento da attenzionare rispetto alla problematica in esame. E’ chiaro, a questo punto, che il fattore umano è una variabile su cui la psicologia può garantire il suo apporto scientifico, soprattutto considerando quanto prodotto da settori di ricerca della psicologia del lavoro e della psicologia cognitivo – comportamentale. Quest’ultima aiuta l’inquadramento teorico-scientifico dell’ errore umano, definendone “il quando”, “il come” e “il perché” esso avvenga; la psicologia del lavoro potrebbe invece supportare la ricerca e la gestione delle dinamiche organizzative/gestionali che concorrono alla determinazione del rischio clinico. Quando si verifica l’errore umano? L’errore umano, secondo la psicologia cognitiva, avviene nel corso di quel processo mentale che accompagna lo svolgimento di un compito. L’elaborazione di una risposta in una situazione-stimolo parte dalla percezione, prosegue con la selezione delle informazioni e sistemazione dei dati, si conclude con l’applicazione pratica in output che consente il fronteggiamento del compito. In questa ordinata sequenza processuale, l’attenzione svolge la funzione più importante, perché ha il compito di selezionare le informazioni utili e di lasciare “sullo sfondo” quelle che non lo sono rispetto al l ’esecuzione del l ’attività. L’attenzione, con il suo ruolo di “filtro”, permette di evitare il sovraccarico mentale e, allo stesso tempo, di canalizzare le energie per il raggiungimento degli obiettivi individuati. L’attenzione diventa dunque un elemento da preservare r i spetto al sovraccarico. Errore umano e comportamento Se non inquadriamo il comportamento umano applicato ad un compito, non possiamo capire quando e come possono verificarsi gli errori cognitivi,esecutivi o disregolativi. Una classificazione del comportamento dell’uomo viene proposta dal modello skill-ruleknowledge (srk) realizzato dal dottor J. Rasmussen che individua tre tipi modalità operative dell’uomo: comportamento di routine basato su abilità apprese per le quali l’impegno cognitivo è bassissimo ed il ragionamento è inconsapevole / automatico. rule-based behaviour – comportamento guidato da regole di cui la persona dispone per eseguire compiti noti: procedure, prassi, metodi, ecc. knowledge-based behaviour -comportamento attuato quando ci si trova in presenza di situazioni nuove o impreviste, cioè non conosciute e per le quali non si conoscono delle regole o procedure. Tipi di errore umano e perché si verificano Sulla base del modello proposto da Rasmussen,J. Reason distingue tra errori d’esecuzione e tra azioni compiute secondo le intenzioni e delinea così tre diverse tipologie d’errore (Reason, 1990). –errore lapse (vuoto di memoria), ovvero, un errore di esecuzione provocato da una dimenticanza (ad. es. il paziente riferisce di un’allergia ad un farmaco ma l’infermiere si dimentica di riportarlo al medico);errore che avviene a livello cognitivo e di processamento mentale delle informazioni. –errore slip (dimenticanza o sbaglio involontario), ovvero, un errore di esecuzione che si verifica a livello di abilità. –errore mistake: si tratta di errori che vengono compiuti perché le strategie e le operazioni messe in atto non sono coerenti con l’obiettivo del compito. e secondo Reason (1997) -violazioni, cioè atti di sabotaggio Possono essere: –ruled-based, l’errore viene commesso perché si è scelta una procedura non adatta alla soluzione del problema dato. –knowledge-based: errori che dipendono da una scarsa conoscenza rispetto alla situazione in cui si deve intervenire (caso a se’ costituiscono le violazioni, termine con cui si intendono tutte quelle azioni che vengono eseguite trasgredendo intenzionalmente ad un regolamento o a una direttiva). Gli errori più frequenti in sanità sono: · reazioni avverse a farmaci · interventi chirurgici in sedi sbagliate e lesioni da pratiche chirurgiche · suicidi prevedibili ed evitabili · lesioni o morte a seguito di misure di contenzione del malato · infezioni ospedaliere · cadute e ulcere da decubito · scambio di persona. Variabili organizzative che concorrono all’incremento del potenziale danno in sanità sono: · caratteristiche dell’utenza (tasso di rischiosità dei pazienti) · volume medio di attività per singolo operatore (volume di attività sanitarie delle Aziende sanitarie) · Gruppi di lavoro costruiti senza seguire adeguati standard di gestione delle risorse umane. Utilità e possibili scenari d’intervento per la psicologia Non prescindendo dal fatto che errore umano e carenze organizzative costituiscono solo alcune delle variabili che contribuiscono al verificarsi dell’evento avverso in sanità (altri fattori sono quelli ambientali interni all’organizzazione o esterni ad essa, quelli legati alla strumentazione, ecc), non dovrebbe essere trascurato il fatto che gli studi e le conoscenze psicologico-scientifiche in questo contesto possano apportare grandi benefici nella gestione del rischio clinico negli ambienti di cura. Il ruolo dello psicologo, in sinergia con altre figure professionali, potrebbe svolgere un’ azione determinante nella costruzione di modelli di risk management, ma potrebbe anche orientare le azioni di risk analysis e di mitigazione del rischio in ospedali, strutture sanitarie e/o residenze sanitarie. Ipotesi di ricerca sul clinical risk managment Questo tema mi ha appassionata qualche tempo fa, tanto da spingermi al la formulazione di un’ipotesi di ricerca, la cui finalità
Claudia Sasso

Cover Il sentiero dell’Anaconda – Dos gardenias
Christmas Blues: cos’è e come affrontarlo al meglio

Christmas Blues: cos’è e come affrontarlo al meglio. Che le feste natalizie siano un periodo stressante ormai lo riconosciamo tutti. Ne sono testimoni i numerosi video sui social, che propongono divertenti “kit di sopravvivenza” al tanto agognato incontro con i parenti. <<E il fidanzatino?>> – chiede la nonna – <<e la laurea?>> – rincalza la zia puntigliosa. Il vissuto più o meno ironicamente condiviso, è quello di una condizione di stress e ansia che accomuna un certo numero di persone, al punto che si è coniato, da qualche anno, un nuovo termine: Christmas Blues. Il Christmas Blues, o Sindrome del Natale, è un termine recentemente apparso in rete per descrivere una condizione emotiva diffusa, caratterizzata da ansia, frustrazione e tristezza. Ciò che definisce questo fenomeno è la sua temporalità limitata. Esso, infatti, inizia in prospettiva delle feste natalizie, per alleviarsi e scomparire al termine delle vacanze e con la ripresa delle attività lavorative o scolastiche. Sebbene non rientri affatto tra i disturbi mentali riconosciuti e classificati dal DSM-V (parliamo, infatti, di una condizione emotiva e non patologica), non serve scomodare il manuale per ricordare, da parte di ognuno di noi, un episodio in cui ci siamo sentiti sopraffatti, tristi o preoccupati in procinto del Natale. Se la comparsa di questo carico di emozioni negative ci sembra strana, in quello che dovrebbe essere il periodo più bello e felice dell’anno, non siamo affatto soli. Anzi, la pressione di una collettività che ci “costringe” ad essere felici, contribuisce ad aumentare il vissuto negativo, facendoci sentire ancor più inadeguati. Ci sentiamo, cioè, ancor più soli, sbagliati e fuori dal coro. Le cause del Christmas Blues Le cause di questo vissuto sono molteplici. La già citata pressione delle aspettative familiari è certamente un fattore di frustrazione, in una corsa alla performance che misura continuamente la tua vita con delle canoniche fasi da rispettare, con ciò che “dovrebbe essere”, o con il cugino/fratello di turno. Non dimentichiamo, inoltre, che questo periodo coincide anche con la comunissima lista dei propositi del nuovo anno, fattore che ci spinge a misurarci con come vorremmo essere, e la nostra posizione attuale. L’organizzazione di banchetti infiniti è un forte fattore di stress, che richiede una progettazione e lavoro per giorni, che di per sé contribuisce ad attribuire un’elevata aspettativa alla giornata (spesso destinata inevitabilmente a fallire). Tutto ciò avviene per il semplice fatto che abbiamo speso molte energie e risorse nella sua preparazione, attraverso un errore cognitivo che abbiamo già descritto come fenomeno del sunk cost. Ma questo periodo è particolarmente difficile soprattutto per chi ha vissuto un lutto familiare, in un momento in cui la famiglia si riunisce e le sedie vuote diventano più visibili. È, inoltre, un momento di racconti, riti e memorie familiari, attraverso cui si ripercorrono i momenti più belli con la persona persa. Ma si ripensa anche, a prescindere dal lutto, al proprio ruolo in famiglia, alla propria identità, ai conflitti che serpeggiano spesso silenti tra una portata e l’altra delle obbligate riunioni familiari. Insomma, il Natale ci stimola inevitabilmente al ripensamento della nostra storia, di ciò che è stato, e di ciò che vorremmo essere. Consigli pratici Quindi, come possiamo sopravvivere alle feste? Innanzitutto accettando e sostando in quello che è il vissuto di tristezza, senza respingerlo. Ricordiamo infatti che, come ogni emozione, anche quelle negative ci stanno comunicando delle informazioni che vanno ascoltate, per poter essere elaborate. Costruire una routine basata su piccole e semplici azioni e rituali che ci fanno star bene (ad esempio, ritagliarci del tempo per prenderci cura di noi stessi, per le attività che ci appassionano, per incontrare le persone a noi care) può aiutarci a godere dei momenti belli, dandoci la carica di affrontare quelli più duri. La costruzione di nuovi riti familiari, che onorino la persona perduta ma che nascano da una vita familiare successiva al lutto, potrebbe contribuire a creare nuovi momenti di profonda connessione tra i membri. Infine, non dimentichiamo il potere di una dieta equilibrata e dell’attività fisico.
Childfree: è effettivamente una libera scelta?

Il Childfree è diventato nella società moderna un modo di vivere la propria vita. Come si evince dalla stessa parola, il suo significato è tradotto come libera scelta di non avere figli. Molti giovani, attualmente, considerano il childfree un’opportunità per vivere una nuova modalità di famiglia. Nell’ottica tradizionale, infatti, la coppia, nel suo percorso di crescita, legato quindi al ciclo di vita della famiglia, ad un certo punto deve perpetuarsi con la nascita di un figlio. Oggigiorno, invece, si assiste ad una tendenza contraria: le coppie , quindi, scelgono volontariamente di non avere figli per varie ragioni. Alcune sono di natura personale, quali il non sentirsi in grado di assumere la responsabilità genitoriale o la riduzione della libertà personale per doversi occupare di un bambino. In altre occasioni, invece, le motivazioni che spingono le giovani coppie a non procreare sono di natura socio-economica. Alcuni giovani hanno un lavoro precario o da pendolare, con poco tempo a disposizione da dedicare alla famiglia. Altri invece, sono obbligati a trasferirsi lontano dal nucleo familiare d’origine che potrebbe supportare e aiutare nella gestione quotidiana di bambini. Oggigiorno, il childfree è ancora considerato una scelta egoistica da parte dei giovani, che antepongono, quindi, la loro libertà alla famiglia tradizionale. In effetti, qualora questa decisione incontra un partner consenziente, c’è comunque da fare i conti con il proprio contesto familiare e sociale. Altro forte attacco subito da coloro che optano una vita senza figli, è dettato dal pregiudizio e dalle aspettative deluse degli amici e parenti. Frasi del tipo ” Ma quando avremo un nipotino? ” oppure ” La famiglia non è completa senza un bambino” sono esempi tipici di quanto una scelta personale diventa oggetto di critica altrui. Di conseguenza, l’ironia è proprio nell’etimologia della parola: si chiama libertà, ma comunque è una scelta prigioniera delle opinioni invadenti altrui.
Chiediamo ai bambini: Chi vuoi essere da grande?

Chiediamo ai bambini: Chi vuoi essere da grande? “E son sempre stata abituata a dire ciò che faccio, che quando mi hanno chiesto chi sono non ho saputo rispondere”. Durante una seduta, G. mi ripete più volte che non sa spiegarsi perché la sua migliore amica continua a tenerci così tanto a lui. È senso di colpa quello che emerge, mentre racconta che lei è sempre pronta a fare qualcosa, alle sue richieste d’aiuto. Al contrario, però, lei non gli chiede di fare nulla. <<Dove hai imparato che l’amore passa per l’azione?>> – gli chiedo. Il primo giorno di terapia personale, il dott. P. mi chiede:<<Beh, e tu chi sei?>>. Ho balbettato goffamente la mia laurea, citato il master post-laurea e l’ennesimo nuovo corso di studi intrapreso. Dopo qualche minuto di silenzio, credo di aver timidamente accennato all’associazione in cui, di tanto in tanto, facevo qualche valutazione psicodiagnostica. Non ho saputo dire altro. <<Che cosa vuoi fare da grande?>>. È una domanda a cui ho imparato a rispondere sin dai primi anni d’asilo. <<Voglio fare la mamma!>>- dicevo mentre imitavo mia madre nelle faccende domestiche. <<La veterinaria!>> – è diventato quando è arrivato il nostro primo cagnolino di famiglia. <<La psicologa!>> – è stato durante gli anni di liceo e università. Ho imparato a riconoscermi in ruoli che veicolano un set di azioni ben precise, e poche caratteristiche individuali deducibili. Questo è ciò che caratterizza l’approccio della performatività, crea giovani studenti promettenti e plurilaureati lavoratori di multinazionali. L’azione fa poi riferimento a poli duali: può essere buona/cattiva, difficile/facile, coraggiosa/codarda. L’azione non ammette troppe vie di mezzo e non accetta riposo immeritato. Ci può rendere ammirabili o, al contrario, colpevoli. Ci muove nel mondo orientando comportamenti che ci connettono o disconnettono agli altri. Ma quando l’azione viene minacciata o ostacolata, subentra il timore di vuoto. È un timore mortifero che minaccia il nulla anche solo al prospetto di un lontano e dubbio fallimento. Anche l’attesa diviene così minacciosa, quanto per definizione è sospensione di azione, e ci lascia con un’assenza di significato. Nei periodi di non-azione, non sappiamo più definirci. Avete mai provato a chiedere ai bambini “Chi vuoi essere da grande”? Sorridono, arrossiscono, si imbarazzano quando viene chiesto loro di approcciare ad un contesto semantico differente da quelli che afferiscono all’azione. Il chi vuoi essere fa riferimento all’esplorazione di un campo sovraordinato, ingloba l’azione in un set più ampio di valori, ideali, caratteristiche e risorse. Sprona ad esplorare tra infiniti modi di essere, fondamentale fase fisiologica in adolescenza. Esplorazione necessaria per la costruzione di un nucleo solido identitario che sopravvive ai momenti di tentennamento e attesa. Il primo giorno di scuola, nel primo tema in classe, chiediamo ai bambini “Chi vuoi essere da grande?”.
Chiedere ciò di cui si ha bisogno

Imparare a chiedere è una conquista evolutiva importante che si colloca alla base del benessere e delle relazioni sane. Vi sono numerose credenze limitanti circa il chiedere. Molto spesso viene inteso come un comportamento infantile o, anche, come sinonimo di debolezza, con l’idea che da adulti bisogna cavarsela sempre da soli. Sovente le persone in terapia affermano con fierezza di non chiedere espressamente ciò che desiderano e di cui hanno bisogno, percependosi per questo “forti”, ma lamentando di non ricevere o di non sentirsi compresi dall’altro. Quando si esplora questo aspetto, nella maggior parte dei casi emerge una difficoltà ad apprezzare ciò che che si ottiene chiedendo. Come se il fatto di averlo chiesto togliesse valore all’abbraccio, al confronto, all’aiuto ricevuto. In questo modo ci si deresponsabilizza rispetto ai propri bisogni. Ma non solo. Si svaluta anche la risposta dell’altro come scelta libera ed autentica. Il comportamento ai due poli Se il funzionamento finora esplorato tende a collocarsi verso il polo di chi non chiede, al polo opposto vi è chi si mostra eccessivamente richiedente. In questo caso, in figura c’è sempre una carenza, una sofferenza ad essa associata e una richiesta rivolta all’esterno. Mentre al primo polo vi è il divieto interno a mostrarsi apertamente bisognosi, al secondo si è bisognosi nella maggior parte del tempo. Ai due estremi: la posizione controdipendente di chi nega il bisogno naturale dell’altro ad un lato, la posizione dichiaratamente dipendente all’altro lato. Al di là delle diverse modalità, in entrambi i casi il comportamento è manipolativo, poiché inautentico e infantile. E vi è un vissuto di insoddisfazione, più o meno esplicito, rispetto alle proprie relazioni. Chiedere come componente essenziale del benessere e delle relazioni Chiedere ha a che fare innanzitutto con l’ascolto di se stessi, con il riconoscersi. Con il sapere come ci si sente e quali sono i propri bisogni. Ed ha a che fare, poi, con il rendersene responsabili. Chiedere è dunque una capacità adulta, legata sia alla consapevolezza che alla responsabilità. Una delle modalità attraverso le quali giungere alla gratificazione. Rispetto alla relazione, saper chiedere diventa affermare se stessi e, al tempo, riconoscere anche l’altro al di fuori di processi di svalutazione. Per cui ognuno è responsabile per sé. Chi chiede corre il rischio di ricevere un rifiuto e questo è ciò da cui la maggior parte delle persone si difende. Il “no” dell’altro può riaprire ferite antiche. Spesso, viene avvertito come un rifiuto assoluto, come conferma della propria indesiderabilità o come uno smacco insostenibile per l’ego.
Chiedere aiuto: una piccola formidabile azione umana

La civiltà umana inizia con un’azione: quella di aiutarsi nelle difficoltà. Aiutare e farsi aiutare è ciò che consente la formazione e il mantenimento delle organizzazioni sociali, dal più piccolo al più grande nucleo di convivenza, ed è la condizione per creare appartenenza e produrre cultura. Una volta una studentessa chiese all’antropologa Margaret Mead quale considerasse il primo segno di civiltà in una cultura, aspettandosi che parlasse di vasi di terracotta, strumenti per la caccia o manufatti religiosi. Margaret Mead rispose che la prima prova di civiltà era un osso femorale fratturato di 15.000 anni fa, trovato in un sito archeologico. Un femore rotto e guarito: questa era la prova che un’altra persona si era presa del tempo per stare con il ferito, per fasciarlo, portarlo in salvo e curarlo durante il recupero. Un femore guarito indicava che qualcuno aveva aiutato un suo simile umano, piuttosto che abbandonarlo per salvare la propria vita. Aiutare gli altri ci aiuta: a sentirci utili, capaci, competenti. E ovviamente, in un mondo ideale, dove non ci fossero accesso difficile alle risorse, scarsità di cibo e acqua, paura, guerre, prevaricazioni, e tutto ciò che impedisce una convivenza pacifica tra gli esseri umani, chiedere e offrire aiuto sarebbe la più semplice e naturale delle azioni. Ma nel nostro mondo imperfetto, quando si tratta di chiedere supporto, guida, consiglio o aiuto agli altri, spesso sentiamo che questa semplice azione può metterci in pericolo e che ci farà apparire deboli o vulnerabili. Le persone che hanno sperimentato situazioni familiari e sociali poco supportive spesso provano sentimenti negativi rispetto al ricevere aiuto e gli altri tendono a non offrire alcun supporto a persone con queste caratteristiche, perché avvertono il loro rifiuto a priori. Chi non ha potuto contare su nessuno per aiuto o supporto si sente più a suo agio, più in condizione di controllo, se può fare tutto da solo. E se si comporta come se non avesse bisogno o non volesse alcun aiuto, di conseguenza non otterrà alcun aiuto. Oltre a privare sé stesso di tutti i benefici di avere persone che possano contribuire alla sua vita, priverà gli altri della gioia di aiutare. Provate a fare una rapida riflessione: cosa significa questo per voi? Come vi sentite all’idea che altri vi forniscano guida o assistenza? Le risposte individuali variano ovviamente in base alle esperienze di vita e si posizionano su un continuum che spazia dal rifiuto totale di aiuto alla ricerca continua di aiuto. È evidente che entrambi gli estremi sono disfunzionali. Una posizione intermedia, in cui sia presente sia la capacità di dare sia quella di chiedere aiuto, è il migliore segno di competenza relazionale. Qui, nello spazio di un breve articolo, ci concentriamo su situazioni meno estreme e con premesse meno difficili di quelle di chi non ha mai ricevuto supporto e consideriamo l’opportunità di cambiare leggermente le posizioni individuali sull’argomento; per ottenere un beneficio sperimentabile e a portata di mano. Perché gli esseri umani sono predisposti all’aiuto e si sentono più vivi quando supportano gli altri. E occorre conoscenza di sé per riconoscere che si ha bisogno di aiuto e avere sufficiente fiducia per chiederlo. Chiedere supporto è un segno di forza. È una dichiarazione di umanità. E come tale va considerata. Le persone più sicure e di successo che incontriamo nella vita sono quelle capaci di coinvolgere gli altri per supporto, guida e consigli. Sono i primi a riconoscere che non sarebbero mai potuti arrivare dove sono senza mentori, consulenti o collaboratori. Il modo migliore per legare con una persona è chiedere un piccolo favore. È un modo di far sentire l’altro apprezzato, considerato e degno di fiducia. Chiedere a qualcuno di essere supportarti, guidati, consigliati, aiutati o istruiti può davvero portare un cambiamento significativo in una relazione. E se anche ci rispondessero di no, avremmo già modificato il nostro rapporto con l’altro: mostrargli, senza paura, di avere bisogno di lui ci rende infatti più contattabili a livello profondo. E questo, nel tempo, non modifica solo il nostro atteggiamento. Ma anche quello degli altri nei nostri confronti.
Chiara Scognamiglio e Valeria Cioffi – SiPGI

Chiara Scognamiglio e Valeria Cioffi, didatte della scuola di psicoterapia SiPGI, hanno illustrato l’offerta formativa di questo istituto. L’istituto SiPGI, propone la formazione del modello integrato, ovvero l’integrazione teorica e tecnica di vari approcci terapeutici, che condividono un’unica base umanistico-fenomenologica. Una caratteristica principale di questo approccio è la continua ricerca di aggiornamento e sperimentazioni. In questo particolare periodo storico si è chiamati a trovare nuove tecniche di contatto con i pazienti, che sono radicalmente cambiate a causa delle attuali restrizioni. Uno dei punti di forza di questo approccio è proprio il contatto fisico, per questo motivo si è rafforzato e sperimentato il contatto visivo. Oltre allo studio e alla pratica di vari approcci terapeutici un aspetto fondamentale della formazione degli psicoterapeuti, è sicuramente il lavoro su Sé stessi per poter aiutare poi i propri pazienti.
Chi apre la porta di una scuola chiude una prigione

Questo libro è un invito accorato ad aver cura dei giovani custodendo la loro infanzia. Un libro che attraversa una storia dura: quella della violenza subita da Arturo, del suo coraggio e della temerarietà di sua madre Maria Luisa Iavarone. Una brutta faccenda di cronaca, un racconto emotivo e una inchiesta.Questo libro osserva, come dallo spioncino di una cella, gesti, comportamenti, azioni di questi ragazzi devianti. Come una cimice ne ascolta i discorsi restituendo brandelli di vite segnate da Insensata disumanità. Una lettura forte e cruda fatta in “presa diretta” Delle sciagurate esistenze di questi ragazzi che come un ascensore vi condurrà nei sotterranei oscuri della famiglia criminale per poi farvi risalire alla luce attraverso la scommessa dell’impegno educativo e civile.
Chi aiuta chi ci aiuta?

di Daniela Di Martino da Psicologinews Scientific La supervisione è un’attività molto importante nella formazione degli psicoterapeuti, ma anche nell’attività psicoterapeutica stessa. E’ una relazione duale in cui un supervisore sostiene un collega nella gestione di un paziente, aiutandolo a riflettere sui propri vissuti all’interno del rapporto terapeutico, sul metodo e sugli strumenti utilizzati. In genere, il fine di una supervisione è di risolvere un momento di impasse nella terapia. I motivi per cui è sentita la necessità di una supervisione sono individuabili nella necessità del confronto e della condivisione di cui il terapeuta, dedicato all’attività clinica, chiuso nel suo studio, sente il bisogno, ma rappresenta anche un atto di responsabilità verso il paziente. Nel confronto, infatti, il p r o f e s s i o n i s t a , r i c e v e s t i m o l i all’integrazione del proprio paradigma di riferimento e, al tempo stesso, li trasforma nel “fare meglio” all’interno della relazione terapeutica. Compito del supervisore è di supportare il terapeuta nell’ autosservazione, l’ obiettivo è quello di spingere alla rimodulazione dell’azione terapeutica, rendendola osservabile da un’ angolatura esterna. L’ accesso ad un focus esterno, infatti, non è sempre accessibile quando si è coinvolti in prima persona nel legame terapeutico. L’ o b i e t t i v o e s s e n z i a l e d i u n a supervisione è la co-costruzione di una nuova conoscenza riguardo alla terapia, guardando sia al proprio modo di essere nella relazione con il paziente, sia al modo di essere del paziente nel contesto e s t e r n o / i n t e r n o a l l a r e l a z i o n e terapeutica. Le modalità della supervisione, in genere, possono essere diverse: terapeuta e supervisore si incontrano a cadenza fissa, oppure l’incontro avviene al bisogno, quando il terapeuta, che per qualche motivo è in difficoltà col suo paziente, chiede aiuto ad un collega ritenuto più esperto. Essere terapeuti a confronto Ogni clinico riconosce dunque l ’ importanza dell’ attività di supervisione nella propria pratica professionale. La percezione dell’ attività di supervisione quale strumento essenziale, ai fini dell’ e s e r c i z i o d e l l a p r o f e s s i o n e psicoterapeutica, ha spinto alcuni psicologi, operanti sul territorio di Castellammare di Stabia (Na), a collaborare in tal senso. Ormai da nove lunghi anni, questi psicologi collaborano e si conf rontano sui temi del l a psicoterapia e della relazione. Il team di lavoro è formato da psicologi di diverso orientamento e approccio terapeutico, gli incontri di supervisione si svolgono una volta al mese, vengono discussi un paio di casi ad incontro, a turno e/o a richiesta da parte dei partecipanti. A questo punto entriamo nel merito. Il gruppo è formato da 11 psicoterapeuti (dieci psicologi e uno psichiatra), 3 ad orientamento cognitivo-comportamentale (Dott.ssa Anna Di Martino, Dott.ssa Daniela Di Martino, Dott.ssa Antonietta Lapegna), 1 ad orientamento Gestalt (Dott. Gaetano Malafronte- psichiatra), 2 ad orientamento transazionale psicodinamico (Dott. Remo Dello Ioio, Dott.ssa Pia Vicinanza), 2 ad orientamento umanistico bioenergetico (Dott.ssa Margherita Di Maio, Dott. Luca Castaldo -psicoterapeuta in formazione), 1 ad orientamento psico-dinamico (Dott.ssa Anna Romano), 1 ad indirizzo metacognitivo-interpersonale (Dott. Nicola Vangone), 1 psicologo esperto in sessuologia e dipendenze (dott. Aldo Ivano Iezza). Q u e s t o t e a m s i c o n f r o n t a periodicamente mediante un nuovo modo di fare supervisione, che è stato r ibat tezzato “intervisione molti-orientata”, il nome vuole sottolineare che la relazione di lavoro si basa su un rapporto simmetrico tra pari. I membri non sono in una relazione di potere, l’obiettivo è il confronto, ciò mediante: osservazione, valutazione e feedback da parte di tutti i partecipanti al gruppo. Ciascuno è animato da uno spirito collaborativo, teso a facilitare l’autovalutazione del lavoro al “ s u p e r v i s i o n a t o ” , o m e g l i o “intervisionato”. L’ultimo termine è più appropriato: in una intervisione non c’è un supervisore che assume su di sé la responsabilità del terapeuta, la responsabilità è assunta dall’intero gruppo che diventa figurativamente supervisore. Un incontro di supervisione prevede: l’ascolto attento della ricostruzione verbale del caso (domanda palese e latente, risorse/punti di debolezza del paziente) e delle dinamiche presenti n e l l a r e l a z i o n e t e r a p e u t i c a ; l’osservazione delle dinamiche interne al terapeuta che si racconta nella relazione col paziente; le azioni che il terapauta ha messo in atto e la risposta del paziente; le strategie utilizzate e quelle possibili nel futuro. Infine, vengono discusse le difficoltà o le motivazioni per cui ha sentito la necessità di portare i l caso in intervisione. Alla definizione del caso, seguono le domande dei terapeuti presenti, questo secondo passaggio è utile a chiarire ulteriormente aspetti in ombra. Questa è un momento molto importante, che spinge ad un ulteriore approfondimento e soprattutto induce maggiore chiarezza nel collega che ha portato quello specifico caso all’ attenzione di tutti. In questa fase viene anche ad essere “intervisionato” il livello di alleanza terapeutico ipotizzato e verificato. Questa è anche la fase in cui si giunge a definire meglio e a circostanziare la diagnosi psichiatrica e psicologica, ciò dà contorni e limiti al progetto terapeutico ed è utile a fornire consapevolezza rispetto a quanto intrapreso fino ad allora. Infine, vi è il momento dedicato ai feedback, che ogni collega darà secondo il proprio approccio. Questo è il momento più creativo, interessante e formativo, soprattutto per la ricchezza di prospettive che presenta. In questo senso, all’intervisione si associa una volontà informativa e formativa molto potente, capace di fornire mezzi di riflessione e di apprendimento su casi specifici che, difficilmente è possibile incontrare in