Arteterapia e creatività

L’arteterapia si impone come un metodo rivoluzionario nel campo del benessere mentale, sfidando l’idea tradizionale che relega la creatività a una dotazione di pochi eletti. Questa disciplina, radicata nella convinzione che ogni persona possieda una capacità innata di espressione artistica, si propone di rendere l’arte accessibile a tutti, indipendentemente dal contesto socio-economico o culturale di appartenenza. Attraverso l’adozione dell’arte anonima, che omette l’identità dell’artista, l’arteterapia invita a una valutazione delle opere basata puramente sul loro impatto visivo ed emotivo, liberandosi dai pregiudizi legati alla notorietà dell’autore. In parallelo, l’arteterapia promuove la creazione di comunità, dove individui di varie estrazioni si incontrano per condividere esperienze creative in un contesto di supporto reciproco. Questi gruppi fungono da laboratori di benessere collettivo, incentivando l’esplorazione di nuove forme di espressione e facilitando il dialogo. La pratica dell’arteterapia si estende oltre il beneficio individuale, toccando la sfera sociale mediante la costruzione di ponti comunicativi e promuovendo un senso di appartenenza e inclusione. L’espressione artistica diventa così non solo uno strumento di introspezione e cura personale, ma anche un veicolo per il miglioramento sociale, in grado di stimolare il dialogo, l’empatia e la comprensione reciproca. L’arteterapia, quindi, non solo offre una via per il benessere personale attraverso la creatività, ma si afferma anche come un movimento culturale che riconfigura il ruolo dell’arte nella società. Con il suo approccio inclusivo, l’arteterapia con la scuola di formazione Poliscreativa invita a riconsiderare il potenziale dell’espressione artistica come mezzo di connessione umana e di trasformazione sociale, promuovendo una visione della creatività come elemento fondamentale per il benessere individuale e collettivo. Attraverso la pratica dell’arte anonima e la formazione di comunità di pratica, l’arteterapia sfida le barriere tradizionali, promuovendo un approccio più democratico e inclusivo all’arte e al benessere, e contribuendo alla costruzione di una società più coesa e consapevole del potere trasformativo della creatività.
Arteterapia come arte collettiva

Parte delle mie/nostre radici sono senza identità e sono comuni così come i nostri corpi. Ho imparato nel mio lavoro come psicoterapeuta ed arteterapeuta che il corpo è un qualcosa che ci viene donato dai nostri antenati e che nascere non basta. Corpi come collage dinamici dei ritmi dei nostri caregivers, di coloro che si sono presi cura di noi nelle prime fasi dello sviluppo. Portiamo avanti gesti ed espressioni che magari vengono da molto lontano nel tempo. Antenati senza nome, senza più identità, proprio come le nostre affezionate anime pezzentelle che nell’articolo Le nostre anime pezzentelle abbiamo potuto conoscere. Fondamentale nei laboratori della mia scuola di arteterapia Poliscreativa è la possibilità di altrnare fasi fusionali a fasi identitarie. Oscillare tra l’ affermazione dell’identità e la possibilità di fondersi con l’identità dell’altro. L’anonimato per noi è fondamentale proprio come anonime erano tutte quelle opere di scuola, di comunità e non d’autore, caratteristiche dell’arte collettiva. Grande sostenitore dell’arte collettiva era Don Milani insieme a Giovanni Michelucci due esponenti del pensiero del ‘900 italiano a cui dobbiamo molto. Questa è l’arte anonima, dove non è importante il narcisismo individuale, ma il piacere della collaborazione. È proprio l’architetto Michelucci che nella prefazione al libro del Priore della scuola di Barbiana scrive: “[…]Ma poi, non è forse la collaborazione un dare e ricevere e legare il proprio pensiero (quale che sia vasto o limitato) al pensiero degli altri per impastarlo e farne un unico pane? Non porta forse ogni uomo a sentirsi così un elemento di continuità nella storia?“ Prefazione che fu poi tolta perché ritenuta dall’editore troppo difficile, ma che noi riteniamo preziosa. A proposito dell’arte collettiva anche Ingmar Bergman, grande regista, considerato una delle personalità più eminenti della storia della cinematografia mondiale, quando in un’intervista gli chiesero se non fosse stato l’artista che è, quale artista vorrebbe essere stato? Bergman rispose introducendo questo aneddoto: nel tardo medioevo in un paesino del nord-europa venne distrutta da un incendio una grande cattedrale gotica questa cattedrale era importantissima per la propria comunità, rappresentava un punto di riferimento emotivo importante così molti contadini, artigiani, gente del posto, lavorarono alacremente per ricostruirla e in pochi anni la ricostruirono. Il regista rispose:”Se rinascessi vorrei essere uno di quegli artisti anonimi” Il nostro modo di fare arteterapia ha radici proprio nell’arte collettiva e anonima, nel nostro bisogno di oscillare tra l’affermazione della nostra identità e nella possibilità di fondersi con l’identità dell’altro o meglio con la comunità, tutto secondo un andamento a spirale.
Arte e Psicologia Contro la Violenza sulle Donne. Un progetto, un libro

di Claudia Corbari Violenza sulle donne. Una tematica di cui si parla moltissimo e che impegna i professionisti e la cittadinanza in una lotta sempre più presente nel nostro territorio. Il 25 novembre è senza dubbio una giornata sentita da tutta la popolazione che si impegna in manifestazioni e convegni a sostegno della donna finalizzati a trattare questa tematica da molteplici punti di vista. Ma allora perché parlare di una tematica così delicata attraverso l’arte? Perché Arte e Psicologia contro la Violenza sulle Donne? Come nasce questo progetto e la conseguente pubblicazione del libro? Prima di essere libro, Arte e Psicologia Contro la Violenza sulle Donne è un progetto che ha creato attorno a sé una vera e propria comunità. Nel 2014 avviene quindi l’incontro tra me e Valentina Gueci, storico e critico d’arte, durante un percorso formativo come operatori antiviolenza. La nostra scelta è stata quella di fare incontrare le mie esper ienze sul campo in ambi to emergenziale anche in contesti violenti, all’estro e alle competenze artistiche di Valentina. L’organizzazione di eventi quali: la mostra-evento “Artisti contro la violenza sulle donne” a Palazzo Cefalà nel 2015, quella a Palazzo Palagonia alla Gancia nel 2015 dal titolo “Artisti per la prevenzione ed il rispetto della donna” e la mostra collettiva polimaterica contro il femminicidio Artisti per Rosalia al Country Time Club nel 2017 ci hanno condotte a pensare alla possibilità di mettere nero su bianco i frutti dell’impegno dei 200 artisti che fino a quel momento avevano contribuito attraverso le loro opere a sensibilizzare la cittadinanza e ci avevano aiutate a parlare di violenza sulle donne attraverso il linguaggio dell’arte. Nasce così “Arte e Psicologia contro la Violenza sulle Donne”. Un progetto finalizzato ad approfondire la tematica della violenza sulle donne e a sensibilizzare e coinvolgere la collettività attraverso l’organizzazione di eventi artistici e culturali durante i quali risulta pregnante l’ascolto attivo ed i l coinvolgimento personale di tutti i partecipanti. Se da un lato l’artista può far emergere il proprio vissuto emotivo ed il messaggio sociale che desidera comunicare attraverso l’opera d’arte, dall’altro il fruitore può rivedersi in quell’opera ed avviare un processo introspettivo. Nell’ottica di un progetto finalizzato alla prevenzione della violenza sulle donne anche attraverso la sensibilizzazione d e l l a c o m u n i t à , s i è r i t e n u t o fondamentale fornire uno strumento facilmente consultabile da tutti. Su queste basi nasce il libro “Arte e Psicologia contro la Violenza sulle Donne”. Il libro, scritto con un linguaggio molto semplice, si pone quale frutto di un progetto più ampio e quale strumento che consente ad ognuno di informarsi e conoscere le svariate forme di violenza e le dinamiche che possono caratterizzare le relazioni disfunzionali. La presenza nel testo di poesie, fotografie ed immagini di opere d’arte, alcune delle quali create ad hoc per il progetto, consente di avviare proprio dall’arte il discorso psicologico sulla violenza sulle donne. Arte e Psicologia si muovono dunque insieme verso la direzione della possibilità del riscatto da p a r t e d e l l a d o n n a , n e l l ’ o t t i c a dell’individuazione delle risorse, individuali e contestuali, necessarie per reagire e chiedere aiuto. La pubblicazione del testo ha consentito di avviare processi di sensibilizzazione all’interno delle scuole dal momento che esso è stato adottato e studiato dagli studenti ed ha consentito loro di avvicinarsi al mondo dell’arte e della psicologia avviando riflessioni di gruppo, ponendo domande ed approfondendo la tematica da entrambi gli aspetti nel corso di incontri tenuti all’interno delle scuole; incontri che hanno anche in qualche caso condotto alla realizzazione di murales sulla tematica all’interno di Istituti Scolastici. I molteplici eventi organizzati nel territorio hanno consentito alle autrici e agli artisti di veicolare il messaggio contro la violenza sulle donne e ai fruitori del progetto di informarsi, individuare le svariate tipologie di violenza e le dinamiche relazionali sottostanti, di porre domande di natura psicologica e in taluni casi, di chiedere un supporto concreto mediante la presa in carico da parte di svariati professionisti. Dagli incontri che hanno coinvolto un numero elevato di persone, quali, ad esempio, “Artisti per Rosalia” 2017 e 2018, a quelli più specifici ed effettuati in contesti più riservati, è stato possibile creare una vera e propria comunità di persone determinate a portare il loro contributo contro ogni forma di violenza sulla donna attraverso l’unione dei due linguaggi: l’arte e la psicologia. Il filo conduttore di molte opere presenti nel testo “Arte e Psicologia contro la Violenza sulle Donne” è la violenza psicologica; tipologia di violenza che talvolta è meno considerata ma non per ques to meno impor tante e devastante di quella fisica. Gli artisti la rappresentano attraverso i colori, gli abiti, gli spazi e i volti delle protagoniste delle loro opere riuscendo magistralmente a far arrivare al fruitore intense emozioni. «La violenza psicologica, trasversale a tutte le altre, indica nello specifico una serie di atteggiamenti e comportamenti volti ad offendere, intimorire, e mortificare la vittima ed a ferirne profondamente l’autostima» (Bell e Naugle, 2008; Goodlin e Dunn, 2010 cit. in Salerno, 2010). Essa può manifestarsi attraverso comportamenti che sono purtroppo molto diffusi ed avere conseguenze che la vittima porterà con sé a lungo, specialmente se reiterata nel tempo e da soggetti con i quali ha costruito un legame affettivo. La v i o l e n z a p s i c o l o g i c a può manifestarsi mediante insulti verbali, svalutazioni, umiliazioni, ricatti e nell’incutere paura o terrore alla vittima che, colpevolizzata e denigrata privatamente, pubblicamente e talvolta dinanzi ai figli, sentirà attaccata la sua autostima. Questi comportamenti sono spesso accompagnati da attacchi alla femminilità e alla maternità della donna che, all’interno della relazione di coppia impediscono qualunque t i p o d i comunicazione con il partner e causano il completo isolamento della vittima, la quale non potrà più frequentare la propria famiglia
Arte e Arteterapia

Nella mia formazione come psicoterapeuta ed arteterapeuta ho avuto modo di cogliere sia i punti di contatto tra queste due maniere diverse di occuparsi della cura della persona e della promozione umana, sia anche di coglierne le esclusività e le differenze. Un aspetto su cui stiamo lavorando molto come APIART (Associazione Professionale Italiana Arteterapeuti) è quello di stimolare una riflessione sul come venga usata l’arte in sé per sé, senza il background di arteterapeuti, come mezzo salvifico, in un certo senso, fine a se stesso. Già vari anni fa abbiamo avuto occasione di prendere una posizione critica riguardo una disposizione del Ministero della Salute canadese che, permetteva agli psichiatri di “somministrare” visite guidate ai musei d’arte, esattamente come fossero farmaci o incontri di psicoterapia. Apparentemente una cosa del genere può sembrare interessante, però ,siccome noi lavoriamo molto sulla questione dell’arte come strumento di promozione umana cogliamo in un’iniziativa di questo tipo qualcosa di molto pericoloso. In questo modo, infatti c’è una delega all’arte e non un essere presente nella relazione con l’arte per il benessere della persona. L’arte è un concetto estremamente complesso quanto anche vago ed elastico. Assistiamo soprattutto dal ‘700 in poi, con la crisi dei sistemi più organizzati per la gestione della relazione con la trascendenza, cioè in particolare delle religioni più radicate nella cultura occidentale, a dei fenomeni di idealizzazione sostitutoria ai sistemi di credenze messi in discussione a partire dall’età dei lumi. L’arte se ci riflettiamo è diventata una sorta di sostituto di questa possibilità di relazione con la trascendenza e quasi sempre viene idealizzata. L’arte infatti è come se fosse qualcosa di positivo in sé per sé. Basta recarsi ad una mostra e garantirsi una sorta d’ identità di persona sensibile ed intellettuale. Nella maggior parte dei casi, la preoccupazione più grande di chi va ad una mostra è quella di esprimere un’appartenenza e di garantirsi tale identità e non tanto di godere della bellezza e dell’aspetto relazionale o del poter comprendere qualcosa nel profondo. Questo è un aspetto molto importante. L’arte non è affatto detto che sia qualcosa di assolutamente positivo. Pensiamo alla Sindrome di Stendhal, lo stesso Freud quando andò a visitare l’acropoli ad Atene come lui stesso descrive, racconta di essersi sentito sconvolto. Sappiamo bene quanto l’arte sia qualcosa che può anche turbare. Quindi non è affatto detto che sia positiva in sé per sé. Per non pensare all’arte come strumento manipolativo delle persone. Le canzoni che servivano per mandare in guerra i nostri padri e i nostri nonni per farne poi carne da cannone nei conflitti, erano arte? Sì, erano arte, ma sicuramente si può discutere sul fatto che abbiano rapresentato qualcosa di utile per la promozione umana. Quindi il concetto di arte è qualcosa di estremamente complesso. L’arte è qualcosa di profondamente diverso dall’arteterapia anche se l’arte fa parte dell’arteterapia. L’arte nell’arteterapia ha fondamentalmente due aspetti, quello di permettere una relazione organizzata e gestibile con la trascendenza e con la complessità, senza necessariamente un’interpretazione verbale e quindi ampliando la possibilità di contatto e l’altro aspetto legato alle sue stesse radici, l’etimolgia della parola arte, rimanda ad un fare ordinato, quindi mettere in campo sempre un fare, un agire e quindi una corporeità. Esiste una profonda differenza tra arte e arteterapia. -Nell’attività di arte noi abbiamo come scopo principale la produzione di un oggetto o di una performance che abbia un valore estetico, quindi non tanto la relazione. Molti grandi artisti, uno tra tanti Picasso non è passato alla storia per una particolare attenzione emotiva affettiva con chi gli stava attorno oppure anche come Francis Bacon, grandissimo artista, ma non proprio la persona che più si occupava della promozione umana di chi frequentava. L’arterapia è una cosa completamente diversa perchè, anche se utilizza sistematicamente strumenti artistici, ha come principale scopo non la produzione di oggetti di particolare significatività estetica, ma la promozione umana Infatti, in molte procedure di arteterapia il prodotto non ha alcuna importanza, alle volte viene addirittura gettato via, per non focalizzare l’attenzione sulla produzione di quell’oggetto, ma semplicemente enfatizzare le occasioni di relazione col profondo. Fermo restando che l’arte è una cosa importante e di cui non possiamo fare a meno, altrimenti non mi sarei mai occupata di arteterapia, sicuramente una cosa è l’arte con tutti i suoi pregi e i suoi difetti e una cosa è l’arteterapia con le sue potenzialità, che sarebbe veramente svilente pensare che possano essere semplicemente sostituite con “Facciamo un bel paesaggio insieme” o “Andiamo al museo insieme”. Tanto per chiarire la distanza tra valori estetici più tradizionalmente condivisi e l’importanza di ben altri aspetti nel setting di arteterapia, ho scelto come illustrazione di questo articolo un disegno che, pur non essendo probabilmente molto apprezzabile in altri contesti, lo è stato molto nel corso di questa seduta di arteterapia. Si trattava di uno studente universitario di 22 anni con un ottimo funzionamento cognitivo, ma con una sorta di negazione del suo corpo vivo, espressa con tratti catatonici. È stato straordinario come, quando sia finalmente riuscito a rappresentare un corpo, la sua autopercezione sia iniziata a cambiare. La ragione di quell’uno in alto a destra del disegno è una maniera per fargli numerare i suoi lavori e come questo accorgimento aumenti il livello di consapevolezza delle sue capacità trasformative man mano che, come rituale di inizio della seduta, lo studente ripercorra come i fotogrammi di un film, i suoi disegni precedenti.
Arrivano i mostri: il dismorfismo corporeo e i disturbi alimentari

Vi è mai capitato di guardarvi allo specchio e vedere riflessa un’immagine che non assomiglia voi? E’ una sensazione comune quando ci si trova in un periodo do particolare affaticamento o stress o quando si ha un cattivo rapporto con il cibo. I disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione sono molto frequenti negli adolescenti e nei giovani adulti e trascurarne la cura può influire negativamente sullo sviluppo corporeo e sulla salute psicofisica degli individui. Alcuni studi hanno mostrato che le patologie legate all’alimentazione sono spesso ‘sottostimate’ cioè non vengono diagnosticate in tempi brevi e questo comporta un peggioramento del decorso del disturbo. Si può dire con chiarezza, grazie alla numerosa mole di studi condotti sull’argomento che il cibo, come tramite simbolico tra il mondo interno e il mondo esterno, benesi presta come mezzo per esprimere il disagio e le difficoltà relazionali. Il Ministero della Salute nel 2018 a seguito di una riflessione profonda sull’argomento ha istituito il CODICE LILLA, un iter ospedaliero pensato appositamente pe accogliere e avviare un percorso terapeutico, sia medico che psicologico mirato per chiunque si presenti in Pronto Soccorso con un sospetto Disturbo Alimentare. L’obiettivo del progetto è quello di formare in maniera adeguata gli operatori sanitari per permettere una migliore identificazione e assistenza per le persone con patologie connesse ai disturbi dell’alimentazione ed evitare così interventi frammentati, dispersivi ed inefficaci, se non addirittura la non identificazione del disturbo sotteso ai sintomi portati in Pronto Soccorso. La definizione di questo codice ha poi portato al rinnovamento delle Linee Guida nazionali per la riabilitazione nutrizionale introducendo la parte riguardante gli operatori di Pronto Soccorso. Nella situazione familiari gli aspetti sa tenere sott’occhio sono i seguenti: una repentina perdita di peso, l’abitudine a sminuzzare il cibo in pezzetti piccoli o piccolissimi, fare tanta attività fisica, l’uso di diuretici o lassativi, le continue lamentele di sentirsi o vedersi grassi quando ciò non corrisponda alla realtà. L’attenzione ai sintomi ed il contatto con professionisti qualificati associati ad un trattamento precoce e standardizzato costituiscono la modalità più efficace di intervento.
Arrabbiarsi è davvero così negativo?

Fra le emozioni con cui dobbiamo imparare a convivere fin dalla nascita, c’è quella di arrabbiarsi. La rabbia è trasversale rispetto all’età e transculturale, perché è riconoscibile da tutti, proprio per la caratteristica mimica che assume il volto soprattutto. La rabbia nasce quando l’individuo percepisce se stesso in pericolo. Diventa cioè una reazione involontaria di fronte ad un segnale minaccioso. La natura di tale minaccia può essere diversa: un senso di insoddisfazione e frustrazione, un’ingiustizia subita, un ostacolo imprevisto. Tutte queste situazioni creano uno stato di attivazione fisiologica che spinge l’individuo ad una valutazione della realtà, per poi attuare un comportamento. La maggior parte delle persone, considera la rabbia nella sua accezione negativa. Essa è, infatti, accostata spesso all’aggressività, ma sono, effettivamente, due cose differenti. Innanzitutto, la prima è un’emozione, mentre la seconda è una reazione, spesso esagerata e lesiva. Il legame che unisce l’arrabbiarsi con il mettere in atto comportamenti aggressivi si basa prevalentemente su una intensa attivazione fisiologica che diminuisce le facoltà cognitive. L’individuo, quindi, ha bisogno di reagire e scaricare l’adrenalina che si sta accumulando, senza riflettere effettivamente sulle eventuali conseguenze disastrose del proprio comportamento. Proprio per questo motivo, si cerca spesso di evitare di sperimentare la rabbia, per timore di non riuscirla a gestire. In effetti, però, la rabbia, essendo un’emozione primaria, ha la sua importanza nell’economia energetica di ciascun individuo. Essa permette quindi di adattarsi all’ambiente, dopo un cambiamento dello status quo. Determina infatti una rilettura della situazione vissuta, per poi pianificare la strategia comportamentale. D’altro canto, arrabbiarsi può determinare l’insorgenza di aggressività verso se stessi o gli altri. Agitazione e fastidio sono reazioni naturali e gestibili, che però possono trasformarsi in altre forme, quali l’urlare o il desiderio di rompere qualche oggetto alla nostra portata. Ovviamente può anche manifestarsi la necessità di scaricare la forte tensione, aggredendo qualcuno, soprattutto colui che riteniamo responsabile del nostro stato emotivo. Quest ultima situazione è l’ esasperazione e l’incapacità di controllare non tanto l’emozione in sé, che è spontanea, ma la reazione ad essa.
Arianna Di Santo

Quattro giovani professioniste Arianna di Santo psicologa, Federica Carandente e Mariangela Intiglietta entrambe architette, hanno ideato il progetto “Div.oc(A)-Per invertire la rotta”. Ovvero un gioco per insegnare ai più piccoli una serie di comportamenti utili, per affrontare attivamente questo particolare momento storico. Giocando i bambini esprimono la propria identità e sviluppano conoscenza, comprendono il valore delle regole e si relazionano con l’altro. Scoprono nuovi percorsi di autonomia procedendo per tentativi ed errori, inoltre il gioco agevola il cargiver nella spiegazione dei fenomeni che stanno accadendo attualmente.
Apatia adolescenziale: il disagio che non fa rumore

“Non sono triste. Non piango. Non è che sto male… è che non sento niente”“Non so perchè, ma il pomeriggio ho solo voglia di restare chiuso a casa sul letto”Sono frasi che sempre più adolescenti pronunciano con una certa difficoltà, come se fosse strano anche per loro. Non c’è una crisi evidente, non ci sono scenate o rotture improvvise. C’è piuttosto una sensazione di vuoto, una perdita di interesse, una fatica ad attivarsi.Non è sempre depressione nel senso classico del termine. E non è semplicemente pigrizia. È qualcosa di più sottile, e proprio per questo più difficile da riconoscere. Cosa sta succedendo davvero? Durante l’adolescenza il sistema motivazionale ed emotivo attraversa una profonda riorganizzazione. Il cervello è in una fase di riassetto: cambiano le priorità, aumenta la sensibilità al giudizio sociale, si ridefinisce il modo in cui si prova piacere e si cercano stimoli.In questo passaggio delicato, possono verificarsi periodi di anedonia, cioè una riduzione della capacità di provare piacere per attività che prima risultavano coinvolgenti. Non significa che tutto sia perduto o che ci sia un disturbo strutturato. Può essere una fase di transizione, una risposta a stress prolungato o a un sovraccarico emotivo.Molti adolescenti oggi vivono una pressione costante tra rendimento scolastico, aspettative familiari e confronto sociale continuo. Quando il sistema è troppo sollecitato, a volte non reagisce con l’esplosione emotiva ma con lo spegnimento. È una forma di protezione. Non è svogliatezza Dall’esterno l’apatia appare come disinteresse: “non ho voglia di uscire”, “non mi interessa studiare”, “non mi entusiasma niente”. Ma internamente spesso c’è una sensazione diversa: stanchezza mentale, difficoltà a sentire qualcosa di autentico e un senso di distacco. Alcuni ragazzi raccontano di sentirsi “spettatori” della propria vita.Questo stato può essere legato a diversi fattori: stress cronico, difficoltà relazionali, delusioni non elaborate o pressione a dover essere sempre performanti. In alcuni casi può rappresentare un segnale iniziale di un disagio depressivo; in altri è una forma di disconnessione temporanea.Ridurre tutto a “non ha voglia” rischia di aumentare il senso di incomprensione. Un disagio silenzioso A differenza di altre forme di sofferenza adolescenziale, l’apatia non fa rumore. Non allarma immediatamente. Non crea conflitti evidenti.È un ritiro lento, una riduzione dell’energia, una sospensione dell’interesse.E proprio perché silenziosa, può passare inosservata o essere letta come indifferenza. Ma per molti adolescenti è un’esperienza confusa e spaventante: “Se non mi interessa più nulla, cosa c’è che non va in me?” Cosa si può fare La prima cosa da evitare è la pressione motivazionale. Dire a un ragazzo che affronta questa fase “devi impegnarti di più” raramente produce attivazione; più spesso aumenta la distanza.Invece può essere più utile ridurre temporaneamente il sovraccarico di richieste, ricostruire piccole esperienze di attivazione, senza pretendere entusiasmo immediato, favorire attività corporee o relazionali che non richiedano performance, offrire uno spazio di ascolto non giudicante, dove il ragazzo possa descrivere cosa sta vivendo senza sentirsi etichettato. Spesso l’energia non ritorna attraverso l’obbligo, ma attraverso micro-esperienze di senso. Bibliografia Forbes, E. E., & Dahl, R. E. (2012). Altered reward function in adolescent depression: what, when and how? Journal of Child Psychology and Psychiatry, 53(1), 3–15.Watson, R., Harvey, K., McCabe, C., & Reynolds, S. (2020). Understanding anhedonia: a qualitative study exploring loss of interest and pleasure in adolescent depression. European Child & Adolescent Psychiatry, 29, 489–499.Walburg, V. (2014). Burnout among high school students: A literature review. Children and Youth Services Review, 42, 28–33.
Anuptafobia: la paura del celibato

L’anuptafobia, o paura del celibato, è un disturbo psicologico caratterizzato dalla persistente e irrazionale ansia di rimanere single o di essere soli per tutta la vita. Questa condizione può influenzare significativamente la vita quotidiana e le relazioni interpersonali di chi ne è affetto. Cause: Le cause esatte dell’anuptafobia possono variare da persona a persona e spesso sono il risultato di una combinazione di fattori genetici, ambientali e psicologici. Alcuni dei fattori che potrebbero contribuire all’anuptafobia includono: 1. Esperienze passate: traumi emotivi o relazioni negative nel passato possono portare a una paura dell’impegno o della connessione emotiva. 2. Pressione sociale: le aspettative culturali e sociali che promuovono il matrimonio e le relazioni possono contribuire a una maggiore ansia per coloro che temono di rimanere single. 3. Bassi livelli di autostima: un’immagine negativa di sé stessi può portare a dubbi sulla propria capacità di attrarre o mantenere una relazione. 4. Disturbi d’ansia: l’anuptafobia può essere correlata ad altri disturbi d’ansia, come l’ansia sociale o l’ansia da separazione. Impatti sulla Vita: L’anuptafobia può avere conseguenze significative sulla vita di chi ne è affetto, influenzando diverse aree: 1. Vita emotiva: la paura del celibato può causare ansia, depressione e disperazione, impedendo di godere appieno delle esperienze di vita e delle relazioni esistenti. 2. Vita sociale: la tendenza a evitare le relazioni o a sabotarle può portare all’isolamento sociale e all’interruzione delle connessioni significative con gli altri. 3. Autostima: la convinzione di essere incapaci di formare o mantenere una relazione può minare gravemente l’autostima e la fiducia in se stessi. 4. Scelte di vita: l’anuptafobia può influenzare le decisioni riguardanti la carriera, le amicizie e il tempo libero, poiché la ricerca costante di una relazione può diventare una priorità dominante. Trattamento Superare l’anuptafobia richiede tempo, impegno e il supporto di professionisti qualificati. Ecco alcuni passi che possono essere utili nel processo di guarigione: 1. Accettazione: accetta la tua condizione e comprendi che non c’è nulla di sbagliato nell’avere questa paura. Riconoscere il problema è il primo passo verso il cambiamento. 2. Consulenza Psicologica: cerca il supporto di uno psicologo o terapeuta specializzato nel trattamento delle paure e delle ansie legate alle relazioni. Attraverso la terapia cognitivo-comportamentale, la terapia delle relazioni di oggetto o altri approcci terapeutici, potrai esplorare le radici del tuo disturbo e sviluppare strategie per affrontarlo in modo efficace. 3. Esposizione graduale: affronta gradualmente le tue paure esponendoti a situazioni temute, come appuntamenti, eventi sociali o momenti di intimità emotiva. Inizia con piccoli passi e vai avanti a tuo ritmo, ricordandoti che il progresso avviene con il tempo e la pratica. 4. Crescita Personale: investi nel tuo benessere emotivo e nella tua autostima. Coltiva interessi e attività che ti appassionano, sviluppa una vita sociale gratificante e lavora sulla tua autostima e fiducia in te stesso. 5. Pratica la Mindfulness: la pratica della mindfulness può aiutarti a ridurre l’ansia e a vivere nel momento presente, anziché preoccuparti costantemente del futuro delle tue relazioni. 6. Costruisci relazioni significative: investi nelle tue relazioni esistenti e cerca di sviluppare nuove connessioni significative con gli altri. Concentrati sulla qualità delle relazioni, anziché sulla quantità, e impara a goderti la compagnia degli altri senza la pressione di dover essere in una relazione romantica. 7. Educazione e informazione: informarti su questioni legate alle relazioni, all’autostima e alla salute mentale può aiutarti a comprendere meglio il tuo disturbo e a sviluppare strategie per affrontarlo in modo più efficace. 8. Autocompassione: sii gentile con te stesso durante il processo di guarigione. Accetta che ci saranno alti e bassi lungo il percorso e ricorda che il tuo valore non è determinato dallo stato civile o dalle relazioni romantiche. L’anuptafobia è una sfida complessa, ma trattabile. Con un’approfondita esplorazione delle radici della paura del celibato e l’impiego di approcci terapeutici mirati, è possibile superare questa condizione e vivere una vita emotivamente soddisfacente e piena di significato, indipendentemente dallo stato civile. Lavorando su sé stessi e accettando la propria unicità e autenticità, si può imparare a coltivare relazioni sane e appaganti, senza essere schiavi delle paure legate al celibato.
Antonio Telesca

Cartolina dalla Basilicata