Dispersione scolastica: adolescenti in fuga

L’età adolescenziale rappresenta una fase fondamentale per ciascun individuo, caratterizzata da significativi mutamenti a livello fisico, emotivo e sociale. Durante questo periodo, gli adolescenti affrontano sfide uniche, tra cui la pressione accademica e le aspettative sociali. Purtroppo, per alcuni giovani, questo periodo può portare alla dispersione scolastica, un fenomeno che comporta l’abbandono prematuro degli studi. Possibili cause della dispersione scolastica La dispersione scolastica può essere il risultato di una combinazione di fattori individuali, familiari, scolastici e socio-economici. Tra le cause più diffuse si possono citare: Difficoltà familiari: Un ambiente familiare instabile, una conflittualità significativa o trascuratezza da parte dei caregiver possono influenzare negativamente il rendimento scolastico di un adolescente e portare all’abbandono degli studi; Difficoltà di apprendimento: Gli adolescenti con disabilità o difficoltà di apprendimento possono sentirsi frustrati o scoraggiati dal sistema scolastico tradizionale, portandoli ad abbandonare gli studi; Pressione sociale: Le influenze negative dei coetanei, come la peer pressure (pressione tra pari) e l’adesione a comportamenti a rischio, possono distrarre gli adolescenti dall’impegno accademico e portarli alla dispersione scolastica; Problemi economici: Le famiglie a basso reddito possono lottare per soddisfare le esigenze finanziarie di base, come il cibo e l’alloggio, spingendo gli adolescenti a cercare lavoro anziché continuare gli studi; Mancanza di supporto: Gli adolescenti che non hanno un adeguato sostegno emotivo o accademico da parte degli insegnanti, dei genitori o delle istituzioni scolastiche possono sentirsi isolati e abbandonare gli studi. Strategie di intervento Affrontare la dispersione scolastica richiede un approccio olistico che coinvolga sia gli individui che il loro ambiente. Alcune strategie di intervento efficaci includono: Supporto familiare: Coinvolgere attivamente le famiglie nel percorso educativo dei loro figli, offrendo sostegno emotivo, consulenza e risorse per affrontare eventuali difficoltà; Individuazione precoce: Identificare tempestivamente gli studenti a rischio di dispersione scolastica attraverso il monitoraggio del rendimento accademico, l’analisi del comportamento e il coinvolgimento degli insegnanti; Programmi di tutoraggio: Offrire programmi di tutoraggio personalizzati per gli studenti che necessitano di supporto aggiuntivo nell’apprendimento o nel consolidamento delle abilità di studio; Interventi psicologici: Fornire consulenza psicologica e supporto emotivo agli studenti per affrontare le sfide personali e sviluppare strategie di coping efficaci; Alternative educative: Creare alternative educative flessibili e accessibili per gli studenti che hanno difficoltà a integrarsi nel sistema scolastico tradizionale. Conclusione In conclusione, la dispersione scolastica nell’adolescenza è un problema complesso che richiede un impegno collettivo per essere affrontato con successo. Attraverso una combinazione di supporto familiare, interventi scolastici mirati e risorse comunitarie, possiamo aiutare gli adolescenti a superare le sfide e a raggiungere il loro pieno potenziale educativo.
Effetto Bystander

In questo video, esploriamo come i social media influenzino l’effetto bystander, modificando la nostra reazione alle emergenze. Comprenderemo come il mondo digitale sta cambiando il nostro comportamento sociale.
Disturbo ossessivo compulsivo: pensieri intrusivi ed azioni compulsive

Il disturbo ossessivo compulsivo fa parte della macro categoria di disturbi nella quale sono inclusi i disturbi da dismorfismo corporeo, disturbo da accumulo, tricotillomania (strappamento di peli), disturbo da escoriazione. Esiste una stretta correlazione tra questi disturbi ed i disturbi d’ansia. Nel DOC la persona perde il controllo sui propri pensieri che diventano fastidiosi ed intrusivi e generano molta ansia ed agitazione, la persona si sente afflitta da dubbi ‘cronici’ e per placare l’ansia che ne scaturisce si sente ‘costretta’ (come se ci fosse un’altra persona che lo comanda) a mettere in atto una serie ‘azioni’, chiamate tecnicamente ‘compulsioni’ che dovrebbero avere lo scopo di placare l’ansia. La persona si sente meglio per un tempo, ma dopo poco ricomincia il loop. Le sensazioni che la persona prova sono molto dolorose e vanno dal sentirsi come intrappolati e costretti a fare ciò che non si vuole, alla paura di impazzire, all’agitazione e allo sconforto. Se state provando tutto questo sappiate che il supporto di uno specialista è fondamentale. Le linee guida internazionali raccomandano l’utilizzo di psicoterapia e di terapeuti formati in maniera adeguata. Il primo passaggio è quello di rendere edotto il paziente su ciò che gli sta accadendo, quasi a spiegare il suo ‘disturbo’, successivamente sempre seguendo le linee guida sarebbe soffermarsi per un tempo sui pensieri intrusivi al fine di poterli esplorare e affinché la persona possa ‘familiarizzare’ con questi Metodo ERP: esposizione e prevenzione della risposta). L’ERP ha l’obiettivo di rompere questo ciclo di sintomi eliminando i rituali e l’evitamento, insegnando al paziente a tollerare i livelli di stress messi in atto dall’astensione alla compulsione anche attraverso la mindfullness. L’ERP può essere condotta a vari livelli di intensità e in setting diversi, tra cui l’ambulatorio privato, l’ospedale o il domicilio a seconda della gravità dei sintomi del paziente. Resta fondamentale l’alleanza tra il paziente e il terapeuta, essi lavorano assieme per identificare e lavorare sugli stimoli interni ed esterni, sui contenuti specifici, sulle azioni ripetitive ed invalidanti. Sono previsti compiti a casa per continuare il lavoro sulle paure.
Il copione di vita: come condiziona le nostre scelte?

In che modo il copione di vita influisce sulle nostre scelte? Quali sono i legami tra passato, presente e futuro? Eric Berne definiva il copione come “un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli avvenimenti successivi, e che culmina in una scelta definitiva”. Si tratta di un piano autolimitante, dal finale prevedibile, che, a partire dalle prime esperienze, arriva a condizionare l’intera esistenza. In assenza di un lavoro su di sé, il copione agisce perlopiù ad un livello inconsapevole. Così, spesso senza saperlo, si compiono scelte che tendono a confermarlo e ad andare verso quel preciso finale. L’adattamento nel bambino Il bambino impara sin da subito a sviluppare i modi di pensare, sentire e agire che più gli consentono di adattarsi all’ambiente in cui vive. Secondo la definizione del copione, il bambino prende una decisione. In realtà, più decisioni, che vanno ad incidere sulla propria vita. Tali decisioni però non vanno intese come un processo riflessivo e consapevole. Basti pensare che alcune di queste avvengono già durante il periodo preverbale, sulla base delle sensazioni ed emozioni attraverso cui inizia l’esperienza di sé, degli altri e del mondo. Il bambino è per sua natura dipendente. Cioè, per sopravvivere e crescere ha bisogno di qualcuno che si prenda cura dei suoi bisogni. Pertanto, il suo adattamento è finalizzato a garantirsi il più possibile la vicinanza, le attenzioni e l’amore delle sue figure genitoriali. Tuttavia, ciò che rappresenta il migliore adattamento nei primi anni di vita diventa inadeguato per i bisogni dell’età adultà. Il copione diventa così uno schema limitante, che conferma gli aspetti rigidi e dipendenti, impedendo l’autonomia e la realizzazione della persona. La decisione infantile e le scelte successive Se, ad esempio, il bambino percepisce che così com’è non va bene e che deve fare in modo di essere più bravo, più ubbidiente, più rispondente a come lo desiderano gli altri, può prendere la decisione che non potrà mai essere amato così com’è. Che, nonostante tutti i suoi sforzi, non sarà mai abbastanza, per cui sarà sempre abbandonato e, alla fine, resterà solo. Si struttura così un copione drammatico, fatto di convinzioni svalutanti e di scelte che andranno a confermare il non andare bene e il non poter essere amato. La persona da adulta tenderà, per esempio, a ricercare persone critiche ed emotivamente indisponibili. A manipolare assumendo la posizione esistenziale di vittima, mostrandosi compiacente ma al tempo sofferente per poi accusare l’altro della sua mancanza d’amore. Accumulerà così nel tempo esperienze che confermeranno il copione, l’abbandono e la solitudine come destino ineluttabile. Il legame tra passato, presente e futuro Quando si vive nel copione, il presente non può essere vissuto pienamente, né liberamente. Vi è un passato che tende a riattualizzarsi, nella ripetizione delle esperienze antiche. E un futuro che viene anticipato attraverso scenari, salvifici o catastrofici, che sottraggono dalla realtà e confermano il tornaconto, il finale di copione. Lavorare sul copione vuol dire portarlo alla luce e renderlo innanzitutto consapevole alla persona. In modo che le gestalt possano essere chiuse ed il passato possa essere storicizzato. Così che vengano abbandonati i vantaggi degli aspetti dipendenti e delle posizioni esistenziali svalutanti. E, infine, che l’orizzonte del futuro, libero dai condizionamenti antichi, possa riacquisire la dimensione del possibile e della realizzazione di sé e dei propri desideri.
IL VOLONTARIATO E LA PSICOLOGIA

Il volontariato ha le sue radici profonde nell’essenza stessa della natura umana e ha molteplici componenti psicologiche profonde. I comportamenti di volontariato vengono anche messi in occasione di momenti significativi, come possono essere il Natale e la Pasqua. Essendo passata da pochi giorni la Pasqua, in questo articolo vedremo trattate le diverse componenti psicologiche legate al volontariato. 1. L’ALTRUISMO Il volontariato è alimentato dall’impulso innato dell’uomo verso l’altruismo, inteso come la propensione innata a compiere azioni a vantaggio degli altri senza aspettarsi nulla in cambio Durante la Pasqua, questo sentimento altruistico può essere particolarmente accentuato poiché la stagione è spesso associata alla generosità e alla condivisione. 2. EMPATIA E COMPASSIONE L’empatia ci consente di comprendere e condividere le emozioni degli altri, mentre la compassione ci spinge ad agire per alleviare le sofferenze altrui. Durante la Pasqua, questi sentimenti sono particolarmente vivi, poiché ci ricordano l’importanza di condividere gioie e dolori con coloro che ci circondano. Le persone, infatti, possono sentirsi particolarmente motivate a aiutare coloro che sono in difficoltà o che si trovano in situazioni di bisogno, dimostrando così la loro empatia e compassione. 3. IDENTITA’ E SENSO DI APPARTENENZA Partecipare al volontariato in generale e durante la Pasqua può offrire un senso di appartenenza e di identità più profondo. Questo senso di appartenenza alla comunità ci riempie di gratitudine e di gioia, rafforzando il legame tra gli individui. 4. AUTOREALIZZAZIONE E GRATIFICAZIONE PERSONALE Il volontariato offre anche un’opportunità unica di autorealizzazione e gratificazione personale. L’atto di dare senza aspettarsi nulla in cambio porta una sensazione di realizzazione interiore e di soddisfazione che va al di là delle ricompense materiali. Durante la Pasqua, questo sentimento è amplificato dal contesto spirituale e dalla riflessione sul significato più profondo della vita e della solidarietà umana. In conclusione, queste componenti psicologiche del volontariato ci mostrano come l’essere umano sia intrinsecamente motivato verso l’altruismo, l’empatia e la solidarietà. Questi valori, espressi attraverso azioni volontarie durante la Pasqua, possono arricchire sia chi dona sia chi riceve, contribuendo a creare una comunità più coesa.
Ortoressia: cos’è?

Il termine ortoressia, dal greco orthos che significa “corretto”, “sano” e orexis che vuol dire “appetito”, è stato coniato negli anni ’90 dal medico statunitense Steven Bratman, e si riferisce all’ossessione per un’alimentazione ritenuta salutare, che si traduce in un rigido complesso di regole e restrizioni alimentari. L’ortoressia è caratterizzata dal fatto che la ricerca di una salute ottimale attraverso una dieta estremamente controllata e “pura” si trasforma in un’ossessione che può compromettere significativamente la salute mentale e il benessere psicofisico. L’ortoressia ha molte caratteristiche dei disturbi alimentari (DCA) e dei punti in comune con il disturbo ossessivo compulsivo (DOC): possiamo dire infatti che rappresenta un incrocio tra queste condizioni patologiche. I disturbi del comportamento alimentare comprendono varie condizioni psicologiche legate all’alimentazione, tra cui anoressia e bulimia e il bingo eating demorder, e altre non inserite nei manuali ufficiali come la pregoressia e la dipendenza da cibo, che si caratterizzano per un’ossessione riguardo il peso, l’immagine corporea e il controllo del cibo. Sebbene, come abbiamo visto, l’ortoressia non sia classificata ufficialmente come DCA nei manuali diagnostici, nel panorama scientifico ci sono diverse ricerche che indagano se l’ortoressia debba essere annoverata o meno tra questi disturbi (l’ortoressia può anche configurarsi come disturbo ossessivo e desiderio di controllo ancorato al cibo e alla purezza degli alimenti) Le persone che soffrono di anoressia nervosa o bulimia nervosa condividono la preoccupazione per il peso e l’immagine corporea, e manifestano comportamenti di controllo del peso (come la progressiva riduzione del cibo o le condotte di eliminazione) che possono avere gravi conseguenze sulla salute. L’ortoressia, d’altra parte, si concentra sulla qualità del cibo con l’intento di raggiungere o mantenere la salute ottimale, ma può ugualmente portare a effetti negativi sulla salute fisica e mentale a causa di restrizioni alimentari eccessive. Sebbene l’ortoressia nasca dall’intenzione di migliorare la salute attraverso un’alimentazione estremamente controllata e salutare, può avere conseguenze sia fisiche che psicologiche significative. Tra le conseguenze fisiche dell’ortoressia possono esserci: carenze nutrizionali, problemi gastrointestinali, amenorrea, perdita di peso, squilibri elettrolitici che possono provocare problemi al cuore e al sistema nervoso, astenia. Tra le conseguenze psicologiche, invece si riscontrano: disturbi d’ansia, disturbi depressivi, vergogna, isolamento sociale e problemi nelle relazioni. I rapporti interpersonali e di coppia vengono spesso incrinati se la persona è convinta che non sono più adatti al proprio stile alimentare. Il supporto psicologico per il trattamento dell’ortoressia mira a individuare le radici psicologiche del disturbo e ad aiutare l’individuo a sviluppare un rapporto più sano con il cibo e con il proprio corpo.
Il silenzio degli adolescenti: un mondo da esplorare

Durante l’adolescenza, i ragazzi e le ragazze cercano di capire chi sono e come crescere. A volte diventano silenziosi e non parlano molto. Questo può succedere per diverse ragioni. Alcuni sono timidi, altri, invece, hanno paura di essere giudicati. Anche le esperienze che vivono e le amicizie possono fare sì che i ragazzi parlino di più o di meno. Gli adolescenti possono stare in silenzio in vari modi: concentrandosi su altro, isolandosi o non mostrando interesse nelle conversazioni. Il silenzio può essere un posto sicuro per gli adolescenti, dove possono pensare e capire le loro esperienze senza paura di essere giudicati o fraintesi. Ma è molto importante far capire loro che possono parlare quando vogliono e che riceveranno il necessario supporto e incoraggiamento per farlo.
Emergenza salute mentale tra gli adolescenti

La salute mentale degli adolescenti è un tema che richiede sempre maggiore attenzione e interventi immediati e concreti. Ad oggi, si osservano pienamente le conseguenze della pandemia a livello di benessere psicologico, soprattutto nei confronti degli adolescenti. L’Autorità Garante dell’infanzia riporta come «La pandemia ha determinato un insieme di fragilità di entità crescente che riguardano sia l’aggravamento di disturbi neuropsichici già diagnosticati, sia l’esordio di disturbi in soggetti in condizioni di vulnerabilità, connessa alla condizione familiare, ambientale, socioculturale ed economica, e in soggetti sani che non presentavano alcuna diagnosi. I professionisti hanno assistito a una vera e propria «emergenza salute mentale». Comprendere come agire è di fondamentale importanza. Secondo l’OMS, nel mondo un individuo su sette tra i 10 e i 19 anni soffre di disturbi mentali. In Europa, ben 9 milioni di adolescenti sono alle prese con problemi di salute mentale, segnati principalmente da depressione, ansia e disturbi comportamentali. In Italia nello specifico, dall’ultima indagine di Telefono azzurro, 1 ragazzo su 5 si sente in ansia, e per 1 su 3 chiedere aiuto ad un esperto di salute mentale è motivo di vergogna. Dalla pandemia, sono aumentate le problematiche riguardanti la salute mentale negli adolescenti. In particolare si parla di ansia, attacchi di panico, sintomi depressivi, autolesionismo, abbassamento del tono dell’umore, apatia, difficoltà a concentrarsi, problematiche nei rapporti sociali, solitudine ed solamento, in generale una paura del futuro, anche solo pensarlo o immaginarlo. Ai diversi fattori che influenzano questa nuova realtà, un ruolo significativo è assegnato all’abuso delle piattaforme social e i fenomeni negativi a esse correlati, come l’hate speech, il cyberbullismo, le fake news, modelli di bellezza irraggiungibili, assuefazione, tic e insonnia, che minano profondamente la salute mentale dei più giovani. A conferma degli effetti negativi che i social possono avere sul benessere degli adolescenti, si è osservato come la crescita dell’uso di smartphone e social media e l’aumento dell’isolamento siano legati a un calo della salute mentale collettiva. Il ridursi o addirittura venire meno dell’interazione diretta tra persone sta influenzando lo sviluppo cognitivo e comportamentale dei ragazzi. Risulta necessario un intervento globale, che abbia come obbiettivo quello di pensare alla cura degli adolescenti, riconoscendo l’esistenza e la rapida diffusione di un disagio giovanile. Ascoltare gli adolescenti è fondamentale per rispondere in modo adeguato ed efficace ai loro bisogni di salute mentale. Una comunicazione efficace favorisce la fiducia e incoraggia l’apertura portando a un sostegno e a un intervento migliori.
Self-Doubt e successo professionale: quale relazione?

Self-Doubt e successo professionale: quale relazione? Questa settimana, le colleghe hanno pubblicato diversi articoli sul blog molto interessanti, che riguardano la sindrome dell’impostore, e gli effetti negativi e positivi dell’autocritica. Leggendo questi articoli, mi viene in mente un lavoro molto interessante che ritengo crei tra di essi un link chiarificatore. In particolare, alcuni autori mostrano dove sia giusto porsi, lungo il continuum che ha ai suoi poli una sprezzante sicurezza delle proprie capacità e un costante dubbio sul sè, per riuscire ad essere lavorati “sufficientemente buoni” , e individui appagati. Niessen-Lie e colleghi (2017), nell’articolo “Love your-self as a person, doubt your-self as a therapist”, studiano il costrutto del Self-doubt nel successo professionale. Esso, a differenza dell’autocritica, è circoscritto al contesto di performance lavorative, ed è definito come la capacità di mettere in dubbio il proprio operato professionale. I ricercatori notano che un alto punteggio al self-doubt è correlato ad un buon successo lavorativo. Questo è vero solo quando è accompagnato da un alto punteggio alla self-affiliation (la capacità di fare esperienza di soddisfazione intrapersonale) e da una capacità di coping costruttivo (cioè mettere in atto le proprie risorse per risolvere il problema presentato). In altre parole, mettere in dubbio il proprio operato lavorativo permette di correggere in corso d’opera eventuali errori lavorativi, capacità fondamentale per il successo professionale. Questo è vero però solo se abbiamo un’autostima e un amore per il sé sufficientemente alto, da riuscire a mobilitare strategie di coping efficaci e a vivere relazioni soddisfacenti con gli altri (colleghi, clienti o pazienti). L’autocritica è una strada verso il successo, ma solo se si è capaci di amarsi abbastanza come “persone”.
SELF-COMPASSION: avere un atteggiamento compassionevole verso se stessi

Come riconoscere la propria sofferenza e rispondere con gentilezza. Che cos’è la self compassion? E perchè è così importante? La self- compassion è un’abilità che presuppone un atteggiamento di cura verso se stessi. In molti modelli terapeutici basati su evidenza scientifiche sta trovando ampio utilizzo e numerosi sono i benefici nei disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, traumi, dipendenze. Ma non solo! La vita spesso ci pone davanti a delle grandi sfide a cui noi rispondiamo trattandoci con giudizi critici e severi. Avere questo tipo di atteggiamento, invece, implica essere consapevoli che tutti soffriamo nella vita e che non siamo soli. La self-compassion è stata introdotta da Kristin Neff. Fa parte delle cosiddette psicoterapie della terza onda, come l’acceptance and compassion therapy (ACT). Secondo la Self-Compassion alcuni degli ingredienti cardine per sviluppare un atteggiamento compassionevole verso se stessi sono: La consapevolezza nei confronti dei propri vissuti, delle proprie esperienze interne aiuta ad accettarsi riducendo o eliminando il giudizio. La connessione con gli altri esseri umani e con l’universalità della sofferenza. Un atteggiamento gentile nei confronti di se stessi. Quando si sta vivendo un momento di sofferenza, dunque, proviamo a fermarci un attimo e a riconoscere il nostro dolore. Siamo portati, invece, ad evitarlo, a fuggire, a provare “distrazioni”, a fare cioè tutto quello che in realtà non ha a che fare con la gentilezza verso noi stessi. Ma se fosse un nostro amico a soffrire? Cosa gli direi? Non esistono cose giuste o sbagliate da dire, ma probabilmente il nostro amico vorrebbe presenza, comprensione e non di certo giudizi. Perchè quando invece siamo noi a soffrire, non utilizziamo lo stesso atteggiamento di cura riservato ad un amico? Il secondo step importante dunque è rispondere con gentilezza, ovvero “sganciarci” da giudizi severi o dalle classiche storie del “non sono abbastanza bravo”. Pensiamo di nuovo al nostro amico immaginario: cosa gli diremmo in un momento di sofferenza? E proviamo a rivolgere quelle parole a noi. Ricordiamoci che possiamo commettere qualche errore, che siamo umani.