Il tradimento nella relazione di coppia

Il tradimento è una delle esperienze più complesse e dolorose che si possano vivere in una relazione. Anche se molto comune, in ogni persona e in ogni coppia assume caratteristiche specifiche e può esser vissuto in tanti modi diversi. Gli scenari emotivi che si aprono con il tradimento dipendono da molteplici fattori. In primis, dalla storia personale e familiare, dalla storia di coppia e dalla storia del tradimento stesso. Ma anche dal copione di vita, dalla struttura di personalità e dall’assetto psicologico individuale. Ogni tradimento va dunque visto nella sua unicità e complessità. Per la motivazione su cui poggia, per i significati che assume nelle persone coinvolte e per la funzione che svolge all’interno della coppia. Perchè si tradisce? Chi tradisce spesso trova nel tradimento un modo per soddisfare le mancanze che vive con il/la proprio/a partner. Molte persone riferiscono di tradire per evadere da una routine vissuta come noiosa e stressante e da un rapporto tanto familiare da aver perso ogni tipo di appeal. La persona può esser legata su un piano affettivo al calore del proprio focolare domestico ma cercare in un nuovo incontro l’eccitazione e il piacere assopiti o perduti nelle pieghe della quotidianità. In diversi casi si tradisce per ritrovare il proprio desiderio, per soddisfare bisogni di natura sessuale. Ma non sempre. Si può tradire per bisogni affettivi. Per sentirsi accolti, compresi. Visti. Percepire il/la proprio/a partner distante, assente, preso/a dal lavoro o dall’accudimento dei figli, distratto/a e disinteressato/a, può generare una frustrazione che non si è in grado di tollerare. Talvolta, può risvegliare ferite antiche, vissuti di abbandono, rabbia o vendetta provati da bambini. Per alcuni il tradimento è un comportamento abituale, legato alla difficoltà ad entrare in una reale intimità. Per altri, un’esperienza nuova che rompe gli schemi e le regole rigidamente seguite fino a quel momento. Il tradimento come agito di aspetti non riconosciuti Nella mia pratica clinica, le persone spesso chiedono di far chiarezza dentro di sé e nella propria vita poichè bloccate in storie parallele. A volte anche da molto tempo. Conoscere le ragioni per cui si tradisce e gli aspetti copionali implicati è fondamentale per uscire fuori dall’impasse ed arrivare ad una scelta consapevole e coerente con i propri bisogni. Quando la persona non è consapevole delle proprie emozioni e del proprio mondo interno, resta infatti imbrigliata in un agito. Nel tentativo di scaricare la tensione interna non risolta e portare alla luce i contenuti sommersi non riconosciuti. Il tradimento si fa portavoce di un conflitto. Vi è un attacco al rapporto ma al tempo stesso anche un tentativo di salvarlo. Non di rado vi è una difficoltà a mettere in parole le proprie insoddisfazioni con il/la propria partner, e a farlo da una posizione adulta, per cui risulta più semplice agire i propri vissuti che assumersene una responsabilità. Essere traditi Venire a sapere di essere stati traditi può generare uno sconvolgimento sia sul piano affettivo che di vita. La rottura del patto di fedeltà e fiducia può accompagnarsi ad una lacerazione emotiva anche forte. Può minare aspetti centrali della personalità come l’autostima, l’amor proprio, il funzionamento globale. Il punto evolutivo in cui si trova la coppia al momento del tradimento è uno dei fattori che incidono sull’impatto emotivo del tradimento. Ma si può soffrire tanto anche se la storia è iniziata da poco o se il rapporto si basa sull’assenza di un reciproco impegno. Molto dipende dalla struttura psicologica di base. Ovviamente, quanto più è fragile, tanto più saranno disattivate le risorse per affrontare ed elaborare il tradimento. Si tratta di un percorso che coinvolge il bambino interiore ferito, gli aspetti rigidi e ripetitivi del copione, l’eventuale presenza di traumi antichi non risolti e vecchie ferite che si riaprono. Una delle espressioni più diffuse con cui le persone raccontano la propria esperienza è quella di “un fulmine a ciel sereno” che ha sgretolato le sicurezze costruite fino a quel momento. Dopo un lavoro di consapevolezza, spesso si giunge ad una narrazione diversa. A riconoscere le forme di evitamento che impediscono un adeguato esame di realtà e a sviluppare una maggiore responsabilità rispetto a se stessi e alla propria vita. In altri casi, la persona è al corrente del tradimento. Assume una posizione di consenso, tacito o esplicito. Non sentendosi meritevole di amore e non avendo sviluppato una buona autonomia, si mortifica e al contempo trova un riparo per le sue paure, impedendosi di andare verso qualcosa di più sano e nutriente per sè.
IL MODELLO DEI BIG FIVE E LE SUE APPLICAZIONI

Il modello dei Big Five è largamente utilizzato nei contesti in cui è importante fare delle previsioni rispetto al comportamento delle persone in diversi ambiti di vita. Questo modello sostiene che la personalità sia costituita da cinque fattori di base. Essi sono: Estroversione: riflette il grado in cui una persona è socievole, assertiva, e orientata verso gli altri Nevroticismo: si riferisce a come le persone reagiscono di fronte alle situazioni stressanti Amicalità: riflette la capacità di stabilire relazioni con gli altri Coscienziosità: identifica la tendenza alla pianificazione, alla persistenza e allo sforzo per raggiungere degli obiettivi Apertura mentale: riflette l’apertura mentale di una persona a nuove idee, esperienze e culture VEDIAMO ORA ALCUNE APPLICAZIONI DEL MODELLO DEI BIG FIVE Il modello dei Cinque fattori è largamente usato come strumento predittivo del livello di prestazione lavorativa degli individui. Un elevato livello di coscienziosità e un basso livello di nevroticismo sono i tratti che sembrano essere più predittivi di una prestazione lavorativa positiva. Alcuni studi suggeriscono anche che il livello di estroversione sia connesso positivamente al grado di coinvolgimento e partecipazione in quelle posizioni in cui è richiesta una grande interazione sociale. Ad esempio è il caso delle posizioni commerciali e del management. 2. Un altro ambito di studi molto sviluppato è quello relativo al legame tra i cinque fattori e la salute. Emerge che le persone con un elevato livello di coscienziosità sono coloro che vivono più a lungo. Questo perché tendono a mettere in atto una serie di comportamenti che promuovono e salvaguardano la propria salute, evitando di incorrere in comportamenti nocivi e lesivi. Ad esempio: tendono a seguire una dieta sana, a fare esercizio fisico… 3. Infine, un’altra particolare modalità attraverso cui il modello dei Big Five trova applicazione è il marketing. I cinque fattori possono anche essere usati per identificare le caratteristiche che definiscono una marca o un prodotto e, dunque, ottenere un profilo della personalità del brand. In questo caso, l’intento è indagare le reazioni e i legami che stanno alla base del rapporto tra prodotti e consumatori. Una marca percepita positivamente aumenta la propensione all’acquisto da parte degli stessi consumatori. La percezione che i consumatori hanno di una marca è un elemento molto importante perché fornisce a chi si occupa di pubblicità alcune indicazioni preziose relative alle caratteristiche su cui far leva nelle proprie pubblicità. BIBLIOGRAFIA Carver, C.S., Scheier, M.F., Giampietro, M., & Iannello, P. (2019). Psicologia della personalità: prospettive teoriche, strumenti e contesti applicativi. Milano-Torino: Pearson Italia
Iperprotezione Genitoriale

Negli ultimi decenni i cambiamenti sociali hanno influito molto sulle dinamiche relazionali familiari, infatti il rapporto tra genitori e figli senza distinzione di età è sempre più basato sull’iperprotezione. Un comportamento genitoriale è definito iperprotettivo quando si presentano una serie di comportamenti ad esempio: i genitori hanno un eccessivo contatto fisico e psicologico con il bambino sottraendolo dall’esplorazione autonoma, quando esercitano un controllo troppo stretto e quindi sono intrusivi, oppure prolungano i tempi delle cure infantili e si sostituiscono nella risoluzione dei problemi e delle difficoltà inibendo inoltre i comportamenti di indipendenza e di socialità con i pari. Al giorno d’oggi infatti si registra sempre più la tendenza da parte dei genitori a rendere semplice ed agiata la vita dei figli, proteggendoli il più possibile dalle difficoltà, infatti si sente sempre più spesso parlare di: Genitori Spazzaneve, che come uno spazzaneve eliminano qualsiasi difficoltà o ostacolo che si presenta nel percorso di vita del figlio. Sono disposti a tutto pur di risparmiargli fatiche, dolori e ferite. Genitori chioccia: iperpresenti e dediti all’accudimento tendenzialmente amano i figli piccoli, molto pericoloso è l’invischiamento nella vita dei figli nelle amicizie e nelle passioni. Questi tipi di genitore fanno fatica ad immaginare le tappe di crescita dei figli, considerando i figli indifesi e fragili. Genitori elicottero sono invece ossessionati dal controllo dall’alto, sempre preoccupati a risolvere tutti i problemi dei figli, come se volassero sopra i figli e sono subito pronti ad intervenire con un operazione di salvataggio. Infine ci sono i Genitori Tigre che improntano l’educazione dei figli sul rigore e sulla performance, puntando al successo scolastico e lavorativo. Sono genitori che tendono a programmare il futuro di successo dei figli e sono assertivi e impositivi e desiderano ad ogni costo che i figli primeggino. Quali sono le cause di questa iperprotezione? A volte la paura dei genitori sono giustificate da condizioni particolari come malattie fisiche o mentali dei figli, esperienze luttuose di figli precedenti, modelli educativi basati sull’iperprotezione passati di generazione in generazione. Gli psicologi dello sviluppo hanno osservato i comportamenti iperprotettivi da parte dei genitori ed hanno rilevato che conducono quasi sempre ad uno sviluppo psicologico meno sano dei figli. A volte si presentano dei veri blocchi psicologici evolutivi che i figli si portano dietro nelle varie tappe della vita e che impediscono loro di andare avanti oppure che li portano a delegare ad altri la responsabilità di scelte personali, lavorative o relazionali, i genitori iperprotettivi presentano anche la tendenza ad innescare dinamiche dipendenti nelle relazioni familiari.
Adolescenti tra le onde del cambiamento

Il viaggio degli adolescenti comincia navigando le onde del cambiamento. Si tratta di un viaggio caratterizzato da modifiche fisiche, emotive, cognitive e sociali. Inoltre, la capacità di navigare con successo le onde del cambiamento diventa fondamentale per la crescita e lo sviluppo sano degli adolescenti. Per l’adolescente diventa importante conoscere i propri punti forti e i propri punti di debolezza, passi necessari per il benessere psicologico e la crescita personale.
Soft Skills: cosa sono le competenze trasversali

Per Soft skills o Competenze trasversali si intende una combinazione di abilità sociali, competenze comunicative, emotive e relazionali. Attraversano i vari campi di vita dell’individuo, come quello familiare, sociale, relazionale. Vengono apprese principalmente attraverso il vissuto e le esperienze personali, sebbene, recentemente, la crescente attenzione rivolta alle competenze trasversali abbia portato a integrarle anche nel contesto scolastico e formativo. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) le ha definite come “competenze di vita” ovvero ciò che serve per affrontare la vita in maniera efficace. Sono suddivise in 10 punti: consapevolezza di sé, gestione delle emozioni, gestione dello stress, comunicazione efficace, relazioni efficaci, empatia, pensiero creativo, pensiero critico, prendere decisioni, risolvere problemi. Possono, inoltre, essere raggruppate in 3 aree: emotive (consapevolezza di sè, gestione delle emozioni, gestione dello stress); relazionali (empatia, comunicazione efficace, relazioni efficaci); cognitive (risolvere i problemi, prendere decisioni, pensiero critico, pensiero creativo). Le soft skills ricoprono un ruolo sempre più centrale all’interno del bagaglio di competenze richieste in vari ambiti, in particolare nel mondo del lavoro. Esse hanno a che fare con il “saper essere”, con il cosiddetto “fattore umano”, riguardano ciò che ci rende efficaci ed efficienti nel lavoro e anche in altri contesti della nostra vita. Riguardano le nostre capacità e competenze relazionali, gestionali, cognitive e di efficacia personale. Ultimamente, particolare attenzione viene posta alle “competenze emotive”, che sono alla base della nostra capacità di gestire efficacemente le relazioni interpersonali. Il termine competenze emotive racchiude al suo interno la consapevolezza di sé, ovvero la conoscenza di noi stessi, delle nostre emozioni, del nostro corpo e dei nostri pensieri, gestione delle emozioni e gestione dello stress. Non è semplice acquisire o sviluppare le soft skills, alcune volte sono capacità innate, ma si accrescono e si affinano nell’ambiente di vita. Sicuramente la scuola, e in generale ambienti di formazione, è un laboratorio privilegiato per far emergere e sviluppare le competenze trasversali. Nonostante questo anche le esperienze quotidiane sono fondamentali per acquisire e sviluppare le soft skills. Può essere utile identificare le soft skills che fanno già parte del nostro bagaglio personale, diverso per ognuno di noi, così da poter implementare quello che già c’è e riflettere su come spenderle nella vita quotidiana e non solo. Fatto questo, si potrà iniziare ad agire per colmare eventuali lacune e allenare nuove abilità utili per vivere meglio.
Diniego e violenza di genere: la sfida comunitaria della psicologia clinica

di Angelo Capasso, Psicoterapeuta a orientamento sistemico-relazionale e Manager Clinico del servizio di psicologia online Unobravo È difficile parlare di violenza, e in particolar modo di violenza di genere, senza usare parole violente, senza correre il rischio di essere violenti verso una delle parti coinvolte, tanto il perpetrator quanto la vittima, la quale spesso finisce con l’essere nuovamente schiacciata ed esposta a processi di vittimizzazione secondaria ad opera di chi dovrebbe tutelarla. Ne sono testimonianza le cronache dei media negli ultimi mesi che hanno raccontato gli stupri di gruppo a Palermo e Caivano e numerosi femminicidi: il dossier Viminale del 15 agosto 2023 contava 71 omicidi di donne dal 1 gennaio al 31 luglio 2023, numero ampiamente superato tra Agosto e Novembre, purtroppo con l’aggiunta di più di trenta ulteriori femminicidi, ultimi dei quali quelli di Francesca Romeo e Giulia Cecchettin. Senza contare le oltre 8.600 denunce per stalking e tutte le situazioni non mappate, in quanto sfuggono ai radar di servizi socio-sanitari e autorità. Siamo stati bombardati da narrazioni, che spesso avevano toni da thriller, tinte di un horror, intrise di commenti agli episodi talvolta forieri di pregiudizi e stereotipi. Quando questi episodi non sono inquadrati all’interno di una cornice che tiene conto della complessità del fenomeno, si corre il rischio di fare una lettura, e conseguentemente una narrazione, appiattita. Avere cura delle parole per descrivere queste storie violente, che sono storie di grave disagio e sofferenza, ma anche di asimmetria di potere e di disparità di genere, è importante quanto avere cura dei processi di pensiero messi in moto per leggere, decodificare e scegliere strategie per contrastare il fenomeno. A soli quattro anni dalla sua entrata in vigore, in Italia si è sentita la necessità di ripensare e modificare la legge n. 69 del 19 luglio 2019, ribattezzata “codice rosso”, che era stata istituita per rafforzare la tutela di coloro che subiscono violenze, per atti persecutori e maltrattamenti con procedure più snelle e repentine mirate alla messa in sicurezza delle vittime. Il 15 ottobre 2013 è stata approvata la Legge 119/2013 (in vigore dal 16 ottobre 2013) “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, che reca disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere”. Occorre tuttavia che i tavoli di discussione – politici, accademici, operativi – predisposti per contrastare il fenomeno siano sempre aperti in modo da agire su più fronti, non soltanto sul piano giudiziario con azione repressive o rieducative, ma anche su quello sociale, culturale, educativo affinché siano continui e incessanti il lavoro e il dialogo sulle matrici culturali della violenza di genere. Nel saggio Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui, pubblicato di recente dai tipi di Minimum Fax, Marco Novelli indaga ed esplora le forme di disagio psichico con il più elevato tasso di diffusione nel XXI secolo. Dal confronto dell’autore con psichiatri, psicologi e psicoterapeuti non solo emerge che i più diffusi sono depressione, attacchi di panico, disturbi di personalità borderline, disturbi dell’alimentazione, fenomeni di ritiro sociale – psicopatologie che non erano altrettanto rilevanti nel Novecento – ma anche che sussiste un aspetto comune a questa costellazione di disagi psichici, ovvero la connessione tra le forme di malessere psicologico e quella che Novelli definisce “società degli individui” permeata dal’imperativo della prestazione e della competizione. Uno spunto molto interessante dell’autore è il focus sull’influenza che la dimensione psicosociale ha sulla sofferenza mentale, ma che ha anche sulle possibilità di cura. Il titolo, che riprende e amplia il concetto cartesiano del “Cogito Ergo Sum”, rimarca che la sofferenza psichica non è mai una questione meramente individuale, ma che è sempre implicata anche una dimensione collettiva. Da questa prospettiva la lettura che Novelli fa della dimensione collettiva della sofferenza è perfettamente applicabile, oltre che alle psicopatologie, anche a tutte le forme di violenza (non solo quella fisica, ma anche quella sessuale, psicologica, economica, assistita). Sembra che le cose inizino ad esistere in quanto tali quando iniziano ad avere un nome e, nonostante sia un fenomeno antico quanto la cultura patriarcale in cui affonda le radici, solo da alcuni anni la violenza di genere è stata riconosciuta come tale e inquadrata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come problema sistemico, la cui eziopatogenesi è multidimensionale. Tale intreccio di fattori rende il fenomeno di difficile misurazione e collocazione, sia perché sono implicati più livelli (psicologico, relazionale, familiare, culturale, sociale), sia perché in larga parte sommerso. Il parziale sommergimento diventa un disconoscimento del fenomeno agito in forma inconsapevole a opera di tutte le parti in gioco, dal perpetrator alla vittima, dai media alle istituzioni coinvolte, ed è il risultato di uno dei meccanismi psichici maggiormente implicati nel negare, camuffare, mistificare la violenza. Intuito e teorizzato già da Freud, poi ripreso da vari psicoanalisti, il concetto di diniego è uno dei meccanismi difensivi più potenti e arcaici. Melanie Klein lo descrive come un tentativo della psiche di difendersi dall’angoscia più abissale e soffocante dei propri persecutori interiorizzati, suggerendo che la prima forma di diniego coinvolge la propria realtà psichica e, solo a seguire, anche aspetti della realtà esterna vengono denegati dalla persona. Tali operazioni inconsce non sono semplicemente menzogne o dissimulazioni, bensì il risultato di una reale angoscia che spinge il perpetrator a rimaneggiare, selezionare, ricostruire, totalmente o in parte, i ricordi degli eventi in cui ha commesso violenza. È un modo di rinarrarsi per preservare l’immagine di sé perché riconoscere e ammettere la violenza delle proprie azioni implicherebbe per il perpetrator di mettere in discussione il proprio costrutto identitario; in poche parole è un modo per restare integri, agli occhi di sé stessi prima ancora di quelli altrui. Da anni impegnato nella ricerca sulla violenza di genere, che diventa strumento di conoscenza per comprendere il fenomeno e quindi meglio contrastarlo, Marco Deriu riprende la teorizzazione kleiniana di diniego osservando che c’è una relazione reciproca e circolare tra la realtà esterna e quella interna che si influenzano reciprocamente: “si negano realtà esterne per non affrontare le emozioni
Che cos’è la Mindfulness?

Un contributo della Dottoressa Loredana Cimmino, in cui spiega che cos’è la Mindfulness e come è possibile applicarla nella vita quotidiana.
Disparità di genere e rivoluzione linguistica

Disparità di genere e rivoluzione linguistica: partiamo da qui. Disparità di genere nella lingua italiana Di disparità di genere nella lingua italiana se ne parla ormai da qualche anno. è a partire dagli anni ’80 che le prime femministe cominciano a definire la lingua italiana una lingua “sessista” (Sebini Alma, 1987). Da successivi movimenti studenteschi sono arrivate proposte volutamente provocatorie, come quella di sostituire al neutro maschile un “femminile universale”. Il maschile è, nella lingua italiana, la norma, il neutro. Ciò che è diverso dalla norma, e richiede una specifica, è il femminile. Ben presto tale rivoluzione linguistica ha smesso di ambire al solo superamento del patriarcato. Basti pensare alla diffusione dello schwa, che trae spunto dalle precedenti riflessioni per introdurre il più generale tema del Gender Equality, e comunicare la necessità del superamento del binarismo di genere. Questi ambiziosi cambiamenti creano scalpore e preoccupazione da parte dei più tradizionalisti, che si mostrano scettici di fronte a tali rivendicazioni che talvolta acquisiscono comprensibilmente la forma di tentativi elitari, isolati o provocatori. È altrettanto vero che tali tentativi si scontrano ancora con molte difficoltà radicate da superare. E ne è testimone il fatto che, nonostante l’utilizzo dello schwa, i pronomi personali dinanzi al nome seguano ancora un chiaro binarismo di genere. Partiamo dalla rivoluzione linguistica Durante i miei studi, e il mio percorso post laurea, ho assistito e partecipato a diversi incontri sulla rivoluzione linguistica nel femminismo. Le posizioni più marcate (spesso da parte di uomini ma non solo) contro tali cambiamenti, riguardano il fatto che ci sono temi più importanti per cui dover combattere. Le disparità salariali, ad esempio. La disparità di potere che passa per ogni forma di dominio economico. Giustificando, per giunta, il neutrale maschile come prodotto storico. Come se la storia fosse un costrutto naturale, e non un prodotto socio-culturale. Eppure, nonostante siamo consapevoli del fatto che il movimento di stampo femminista debba agire contemporaneamente su più livelli, il dominio linguistico è imprescindibile per il progresso del movimento. La disparità di genere nella lingua, infatti, rientra a far parte di quella che viene definita “violenza simbolica”. La violenza simbolica è: “Una forma di potere che si esercita sui corpi, direttamente, e come per magia, in assenza di ogni costrizione fisica. Ma questa magia opera solo appoggiandosi su disposizioni depositate, vere e proprie molle. Nel più profondo dei corpi” (Bourdieu, 2014) La violenza simbolica La violenza simbolica, è quel tipo di violenza tacita che viene veicolata su un piano non direttamente aggressivo. Essa è veicolata da storie, cultura, etnie, miti familiari, finanche sguardi. Si impregna nel corpo. In ultima analisi, la violenza simbolica è ciò che fa sì che il dominato (in questo caso le donne) si adatti al suo ruolo di sottomesso. Non dobbiamo guardare lontano per trovare degli esempi di ciò che stiamo dicendo. Basti pensare al genere legato ai mestieri. Esiste cioè il femminile di alcuni tipi di mestieri (psicologa, maestra, infermiera, ecc) tipicamente legati alla cura, mentre non esiste di altri (avvocato, medico, notaio, ingegnere, ecc). Alcuni autori hanno avanzato l’ipotesi che il femminile non sia solo in qualche modo prescritto ad una funzione di cura, ma anche escluso da quei mestieri che sono socialmente valutati come più “prestigiosi”. Nessuno dice in modo chiaro che una donna non può diventare ingegnere, ad esempio. è un messaggio tacito, più difficile da cambiare e da superare. è un’assenza di parola, quindi di pensiero. Lungi dall’esaurire un argomento così complesso nel presente articolo, si ribadisce l’importanza di continuare a lottare a partire da quei livelli di comunicazione nascosti, che imprimono la disuguaglianza nel corpo: il livello del simbolico.
Attenzione: problematiche e interventi riabilitativi

Quali sono le problematiche più comuni che coinvolgono l’attenzione in età evolutiva e gli interventi riabilitativi consigliati. Il termine attenzione non ha una definizione univoca e condivisa, ma si può pensare a una funzione di base necessaria per eseguire tutte le comuni attività cognitive, emotive e comportamentali. Quali sono le problematiche più comuni in età evolutiva? In età evolutiva una delle patologie più frequenti che riguarda l’attenzione è il Disturbo da deficit attentivo (DDAI). In questo caso, il bambino, con un Q.I. nella norma, non riuscirà a mantenere l’attenzione a lungo, spesso può essere irrequieto, lavorare in modo disorganizzato soprattutto in compiti che richiedono un notevole sforzo. Esistono poi deficit di attenzione nel Disturbo dello Spettro Autistico o nel Ritardo Mentale. Cosa è importante fare in questi casi? Le metodologie di intervento in età evolutiva avvengono a tre livelli: individuale, su bambini; familiare; scolastico. Ad ogni livello è opportuno intervenire sia con metodologie cognitivo-comportamentali sia con metodologie che servano a rendere più funzionali le emozioni. La cosa più importante da fare è creare un contesto pulito, ben organizzato, con regole chiare e condivise da tutti i caregivers. Le regole, ad esempio, sono fondamentali per il processo di adattamento. E’ come se rappresentassero i binari entro cui canalizzare le energie, senza i binari il treno può deragliare. Vediamo insieme alcuni modi per rendere più efficace la proposta delle regole: esprimere le regole al positivo; parlare poco senza troppe ripetizioni; le regole devono essere concrete; vanno date nel momento giusto; le regole devono essere poche. Altre procedure cognitivo-comportamentali che possono essere utilizzate sono: i rinforzi, eventi che aumentano la probabilità di emissione di un comportamento; la token economy (vedi questo articolo); l’estinzione, che consiste nell’ignorare un comportamento che solitamente richiede attenzione; lo shaping o modellaggio, che consiste nel rinforzare ogni approssimazione sempre più simile al comportamento che si vuole raggiungere; l’imitazione affinchè il caregiver si ponga come modello costante e coerente del comportamento da seguire.
Piangere: Un Viaggio Emotivo Verso il Benessere

Il pianto, spesso considerato un segno di vulnerabilità, è in realtà una risposta umana complessa e multifunzionale che contribuisce in vari modi al nostro benessere. Oltre al suo aspetto puramente emotivo, il pianto svolge un ruolo fondamentale nel mantenere un equilibrio psicofisico e nel favorire la connessione con gli altri. Innanzitutto, il pianto agisce come un meccanismo di liberazione emotiva. Quando piangiamo, rilasciamo tensioni e pressioni accumulate nel nostro corpo e nella nostra mente. Le lacrime non sono solo una manifestazione esterna delle emozioni, ma portano con sé sostanze chimiche legate allo stress. Il loro rilascio contribuisce a ridurre la tensione e a promuovere una sensazione di sollievo, fornendo così una sorta di catarsi emotiva. I benefici fisici del pianto: • Rilascio di endorfine e ossitocina: Durante il pianto, il cervello produce questi due ormoni, noti come “ormoni del benessere”. Le endorfine sono sostanze chimiche legate alla riduzione del dolore e al rilassamento, l’ossitocina, invece, favorisce il legame sociale e la fiducia. La presenza di alti livelli di ossitocina dopo un pianto, produce una sensazione di benessere associata ad esso. Le endorfine, dal punto di vista biologico, sono anche degli analgesici naturali, ecco perché piangere dà anche la sensazione di riduzione del dolore fisico.• Riduzione dello stress: Il pianto aiuta a ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. La connessione tra riduzione dello stress e diminuzione del ritmo cardiaco è guidata dai neuroni parasimpatici, appartenenti al sistema nervoso autonomo. La funzione di questo sistema nervoso è quella di ridurre le risposte di ipertensione, ansia e stress.• Regolazione della funzione cardiaca: Il pianto può avere un impatto positivo sulla salute del cuore, aiuta a regolare la funzione cardiaca, riducendo lo stress e favorendo la calma. I benefici psicologici del pianto: • Espressione emotiva: piangere è un modo per esprimere emozioni intense. Quando piangiamo, permettiamo al nostro corpo e alla nostra mente di liberare la tensione accumulata.• Affrontare situazioni di stress: il pianto ci aiuta ad affrontare situazioni di stress. Sopprimere le emozioni negative a lungo termine, infatti, può portare a una maggiore angoscia e problemi di salute mentale. Piangere ci consente di affrontare ciò che ci angoscia. • Miglioramento del benessere mentale: il pianto può avere un effetto calmare sulla mente, portando a una sensazione di calma e sollievo. Particolarmente utile quando si affrontano situazioni difficili o periodi di lutto. Un altro aspetto del pianto è la sua funzione sociale. Esprimere le emozioni attraverso il pianto può essere un potente mezzo di comunicazione. È un modo per gli individui di condividere il proprio stato emotivo con gli altri, stabilendo connessioni più profonde e costruendo empatia reciproca. In questo modo, il pianto diventa un linguaggio universale che trascende le barriere culturali, permettendo alle persone di connettersi su un livello emotivo primordiale.Il pianto, inoltre, può fungere da mezzo di elaborazione emotiva. Attraverso questo atto, le persone affrontano e digeriscono le esperienze difficili. Non è solo un segno di sofferenza, ma anche un processo che contribuisce alla resilienza emotiva. Piangere consente di accettare e affrontare il dolore, aprendo la strada a una guarigione emotiva più profonda.Un aspetto spesso trascurato del pianto è la sua capacità di esprimere la bellezza delle emozioni positive. Le lacrime di gioia o commozione sono altrettanto significative quanto quelle di tristezza. Il pianto diventa un modo per celebrare le esperienze significative della vita, evidenziando la complessità e la ricchezza delle nostre emozioni umane.In conclusione, piangere è molto più di una manifestazione di tristezza. È un processo fisiologico, emotivo e sociale che contribuisce al nostro benessere complessivo. Attraverso il pianto, liberiamo le tensioni, promuoviamo l’equilibrio emotivo, costruiamo connessioni più profonde e abbracciamo la nostra umanità in tutta la sua ricchezza ed espressione.