La Psicologia Ospedaliera: dal modello della malattia a quello della salute

Recuperare la centralità della persona malata nel processo di cura, attraverso percorsi assistenziali e protocolli di intervento I primi servizi di psicologia in ambito ospedaliero nascono negli anni ‘80 sulla spinta del movimento che mirava ad “umanizzare” le cure mediche. Mario Bertini, professore emerito di Psicologia della Salute all’Università La Sapienza di Roma , è stato tra i primi in Italia ad immaginare lo psicologo dentro i sistemi sanitari in affiancamento ai medici”. Contribuendo in tal modo, a quella piccola rivoluzione copernicana che, gradualmente, ha portato la comunità scientifica ad abbandonare il vecchio modello di “malattia” a favore del nuovo modello di “salute”. La visione che separa nettamente la psiche dal corpo, non regge più da tempo, non esiste una malattia solo “organica” o un disturbo solo “psicologico”. E’ pertanto necessario, ragionare nei termini di una integrazione continua e circolare tra benessere e malessere , che tenga conto delle dimensioni biologiche, psicologiche e sociali della persona malata. La psicologia ospedaliera , si pone in tal senso, come un ulteriore tassello nel processo di confronto tra due culture. Quella medica e quella psicologica, che nella loro diversità di modelli e di approcci, possono e devono, trovare dei punti di convergenza rispetto al fine comune. La promozione del benessere della persona malata. Promuovere benessere, in ambito ospedaliero, significa curare la persona malata e non la malattia. Ponendo una maggiore attenzione alla componente soggettiva della stessa e creando le condizioni per una visione più ampia dell’assistenza, in cui la relazione nella sua in-terconnessione con l’esperienza della malattia diventa il nodo centrale della cura

La Psicologia Inversa

La psicologia inversa è un meccanismo manipolativo che si verifica quando cerchiamo di indurre nell’altro un atteggiamento opposto a quello che gli stiamo comunicando o che stiamo adottando. Un ambito di utilizzo è nel campo dell’educazione. Quando si vuole insegnare qualcosa o attivare un comportamento più funzionale ad un bambino o un ragazzo, come far mettere a posto la propria camera, mangiare un cibo nuovo, ecc. capita di ricorrere alla psicologia inversa.  Ad esempio, la psicologia inversa è utilizzata dai genitori per rendere alcune cose più attrattive ed interessanti per i bambini, come banalmente gli spinaci raccontando loro che servono a renderci forti come “braccio di ferro”.Un altro ambito di utilizzo di questa tecnica è quello relazionale, in cui si attivano negli altri comportamenti opposti a quello desiderato per condurlo a fare ciò che in realtà si desidera.  È un modo per giocare con la psiche umana. Infatti, la psicologia inversa tra adulti si usa nelle relazioni amicali o sentimentali, ma anche nelle realtà lavorative, dove il comportamento desiderato è ottenuto non solo rendendolo accattivante ma soprattutto puntando sulla perdita del valore che si avrebbe se non ci comporta in tal modo.  La percezione di perdere il valore di qualcosa è una forte spinta all’azione, dando la sensazione di scegliere autonomamente, anche se di fatto si viene guidati da un meccanismo di psicologia inversa. In certi contesti come l’educazione e l’amore è davvero giusto utilizzare la psicologia inversa?Quando si usa la psicologia inversa è importante chiedersi il motivo che spinge ad utilizzarla, quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere e se sia il contesto e la relazione adeguata al suo uso.  Se la psicologia contraria è adottata per far mangiare le verdure ai bambini può andare bene, se invece è usata per raggiungere il successo sul lavoro o in una relazione d’amore, per ingannare il capo, i dipendenti o il partner non è la strategia relazionale più corretta ed efficace. I rischi e gli effetti dell’abuso della psicologia inversa  Sulla persona a cui viene rivolta possono essere la diminuzione della fiducia e della sicurezza in sé, la perdita di autostima e del senso di autonomia nelle proprie decisioni.  Inoltre, nella fase della costruzione dell’identità in adolescenza o nel caso di persone con un forte bisogno di auto-affermazione (situazioni in cui è molto probabile che funzionino le tecniche di psicologia inversa) il risvolto della medaglia è il rischio di influire negativamente sullo sviluppo del senso di responsabilità dell’altra persona e della sua capacità di comprendere cosa sia giusto e corretto e cosa no. La psicologia inversa può quindi essere utile in alcuni contesti ed occasioni per mostrare il valore e l’importanza di alcuni comportamenti che non si vogliono mettere in atto, ma resta una tecnica psicologica manipolatoria che utilizza le debolezze altrui per ottenere qualcosa che si desidera

La Psicologia dello Sport

Stefano Zenaboni psicologo dello sport e psicoterapeuta, spiega cos’è la psicologia dello sport, ovvero è una area della psicologia che studia principalmente la performance sportiva e il benessere psicologico.  La psicologia dello sport può utilizzare numerose strategie che vanno ad allenare la parte della mente che si occupa proprio di prestazione sportiva. Le aree che interessano l’eccellenza nella performance sportiva sono tre:  l’area tecnico tattica che riguarda tutto lo studio delle regole e delle strategie di gioco, l’area fisico atletica che riguarda invece tutti gli aspetti muscolari e tutti gli aspetti del comportamento legato alla prestazione sportiva e l’aria mentale che riguarda tutte le tecniche e le strategie utilizzate dalla nostra mente per potenziare il risultato.  Gli strumenti utilizzati dallo psicologo dello sport possono essere diversi oltre al colloquio classico quindi osservazione delle strategie di gioco, del funzionamento mentale dell’atleta direttamente sul campo, esiste anche l’utilizzo di strumenti Nuove tecnologie sono il bio feedback o il neuro feedback che vengono impiegati soprattutto per valutare la linea base della fisiologia dell’atleta attraverso semplicemente dei cardiofrequenzimetri che valutano il battito cardiaco a riposo e anche in fase di prestazione sportiva  si possono utilizzare anche apparecchiature come il GSR la resistenza elettrica galvanica, per valutare la tensione muscolare e altre apparecchiature come l’elettroencefalogramma, ovvero la valutazione delle onde cerebrali, quindi valutare la qualità attentiva o la concentrazione dell’atleta sia sul campo che eventualmente in fase di studio nello studio del professionista. Uno strumento di nuova generazione sono gli occhiali per la realtà virtuale questi occhiali sono dei visori, che vengono applicati allo sportivo come esercizio di visualizzazione o di rilassamento,  lo sportivo si immerge in queste esperienze a 360 ° e sviluppa la sua capacità di immergersi, di visualizzarsi e di essere consapevole delle proprie sensazioni corporee aiutandolo così a sviluppare una maggiore consapevolezza delle sensazioni.

La psicologia della motivazione: comprendere le forze che guidano il comportamento umano

La motivazione è uno dei concetti più complessi e affascinanti in psicologia. Essa rappresenta il motore che spinge gli esseri umani a intraprendere azioni, a perseguire obiettivi e a perseverare di fronte alle difficoltà. Capire come funziona la motivazione non solo aiuta a migliorare la propria vita personale, ma è anche cruciale in contesti come il lavoro, l’educazione e lo sport. Tipi di motivazione Esistono due categorie principali di motivazione: intrinseca ed estrinseca. 1. Motivazione intrinseca: Si riferisce alla spinta a svolgere un’attività per il puro piacere che essa genera. Le persone motivate intrinsecamente agiscono perché trovano l’attività interessante o gratificante in sé. Un esempio è una persona che dipinge per il piacere creativo che ne ricava, senza aspettarsi una ricompensa esterna.2. Motivazione estrinseca: Questo tipo di motivazione è alimentato da fattori esterni, come ricompense materiali o sociali. Un lavoratore che si impegna per ottenere una promozione o uno studente che studia per ottenere buoni voti è mosso da una motivazione estrinseca. Sebbene entrambe le forme di motivazione possano portare a comportamenti simili, le implicazioni psicologiche sono diverse. Gli studi hanno dimostrato che la motivazione intrinseca è più sostenibile nel lungo termine e associata a una maggiore soddisfazione personale, mentre la motivazione estrinseca può portare a risultati positivi a breve termine ma rischia di diminuire se vengono meno le ricompense. Le teorie della motivazione Diversi psicologi hanno cercato di spiegare cosa guida la motivazione umana attraverso teorie specifiche: 1. Teoria dei bisogni di Maslow: Una delle teorie più note è la “piramide dei bisogni” di Abraham Maslow. Maslow propone che gli esseri umani siano spinti a soddisfare una serie di bisogni, organizzati in una gerarchia. Alla base ci sono i bisogni fisiologici, come il cibo e il riparo; man mano che questi vengono soddisfatti, le persone tendono a cercare soddisfazione di bisogni più complessi, come l’appartenenza, l’autostima e, infine, l’autorealizzazione.2. Teoria dell’autodeterminazione: Questa teoria, sviluppata da Edward Deci e Richard Ryan, enfatizza l’importanza della competenza, dell’autonomia e della relazione nelle nostre vite. Quando le persone sentono di avere il controllo sulle proprie azioni (autonomia), di essere abili nel farlo (competenza) e di avere legami significativi con gli altri (relazione), la loro motivazione tende a essere più intrinseca e duratura.3. Teoria del rinforzo: Basata sulle idee di B.F. Skinner, questa teoria sostiene che il comportamento è influenzato da premi e punizioni. Se un’azione viene premiata, è probabile che si ripeta, mentre se viene punita, verrà evitata in futuro. Tuttavia, l’uso eccessivo di rinforzi esterni può soffocare la motivazione intrinseca. Come mantenere alta la motivazione La motivazione è dinamica e può variare in base a diversi fattori. Tuttavia, esistono alcune strategie che possono aiutare a mantenerla alta nel tempo: 1. Definire obiettivi chiari: Avere uno scopo preciso è fondamentale per mantenere la motivazione. Gli obiettivi devono essere realistici e raggiungibili, ma anche abbastanza sfidanti da mantenere l’interesse.2. Suddividere i compiti: Affrontare grandi progetti può sembrare scoraggiante. Suddividere il lavoro in piccoli passi rende il processo più gestibile e dà la possibilità di godere di piccoli successi lungo il cammino.3. Sostenere l’autoefficacia: Credere nelle proprie capacità è cruciale per rimanere motivati. La teoria dell’autoefficacia di Albert Bandura sostiene che più ci sentiamo competenti in una determinata attività, più saremo motivati a impegnarci.4. Mantenere una mentalità di crescita: Carol Dweck ha proposto l’idea di “mentalità fissa” e “mentalità di crescita”. Le persone con una mentalità fissa credono che le loro abilità siano statiche, mentre quelle con una mentalità di crescita credono che possano svilupparsi attraverso l’impegno e l’apprendimento. Adottare una mentalità di crescita può aiutare a rimanere motivati di fronte alle difficoltà. La motivazione è una forza potente che influenza ogni aspetto della nostra vita. Comprenderla a fondo può aiutarci a raggiungere il nostro pieno potenziale e a vivere una vita più soddisfacente. Sebbene la motivazione possa essere influenzata da molti fattori, lo sviluppo di strategie per mantenerla alta e sostenibile è essenziale per raggiungere i propri obiettivi. Infine, coltivare la motivazione intrinseca e credere nelle proprie capacità sono elementi chiave per il successo a lungo termine.

La psicologia della gratitudine: un percorso verso il benessere

In un’epoca in cui siamo costantemente bombardati da informazioni, aspettative e pressioni sociali, è facile dimenticare l’importanza di fermarsi e riflettere su ciò che abbiamo. Tuttavia, un aspetto fondamentale per il nostro benessere psicologico è proprio la gratitudine. Questo concetto, seppur spesso sottovalutato, ha un impatto straordinario sulla nostra salute mentale, sulle relazioni e sulla qualità della nostra vita quotidiana. Ma come funziona la psicologia della gratitudine e come possiamo integrarla nella nostra vita? Cos’è la gratitudine? La gratitudine è un’emozione che si manifesta quando riconosciamo e apprezziamo i benefici che riceviamo dalla vita. È un sentimento di riconoscenza verso gli altri, verso l’ambiente in cui viviamo e anche verso noi stessi. Può essere espressa in molte forme, dal semplice “grazie” a riflessioni più profonde sul valore delle cose che spesso diamo per scontato. Dal punto di vista psicologico, la gratitudine non è solo un’emozione, ma un’abilità che possiamo sviluppare e coltivare. Gli studi hanno dimostrato che le persone che praticano la gratitudine regolarmente tendono ad avere una vita più soddisfacente, una maggiore resilienza emotiva e una minore propensione alla depressione. I benefici psicologici della gratitudine1. Miglioramento del benessere psicologicoNumerosi studi hanno evidenziato che le persone che praticano la gratitudine provano una maggiore sensazione di felicità e soddisfazione. Un esperimento condotto da Robert Emmons, uno dei principali ricercatori sulla gratitudine, ha dimostrato che le persone che scrivevano ogni giorno tre cose per cui erano grate provavano una sensazione di benessere superiore rispetto a chi si concentrava su eventi negativi o non faceva alcuna riflessione.2. Riduzione dello stress e dell’ansiaLa gratitudine ha un potere calmante. Concentrarsi sugli aspetti positivi della vita piuttosto che sui problemi immediati può aiutare a ridurre il livello di stress e di ansia. Invece di rimanere bloccati in un ciclo di preoccupazioni, essere grati ci aiuta a mettere in prospettiva le difficoltà, facendoci sentire più in controllo della nostra realtà.3. Miglioramento delle relazioni interpersonaliEssere grati non solo per ciò che riceviamo, ma anche per le persone che ci sono vicine, contribuisce a rafforzare i legami. Le persone che esprimono gratitudine sono percepite come più empatiche, generose e affidabili. Inoltre, quando mostriamo gratitudine agli altri, creiamo un circolo virtuoso che alimenta relazioni più profonde e positive.4. Resilienza e adattamentoLa gratitudine aiuta anche ad affrontare le difficoltà della vita. Nei momenti di sfida, concentrarsi su ciò che c’è di positivo nella propria vita può rafforzare la resilienza, ovvero la capacità di riprendersi dalle avversità. Non significa ignorare i problemi, ma piuttosto riconoscere che, nonostante le difficoltà, ci sono sempre motivi per essere grati. Come sviluppare la gratitudine nella vita quotidiana?1. Tenere un diario della gratitudineUna delle pratiche più semplici ed efficaci per sviluppare la gratitudine è scrivere ogni giorno almeno tre cose per cui siamo grati. Può trattarsi di cose grandi, come una promozione al lavoro, o piccole, come una tazza di caffè al mattino. Questo esercizio aiuta a focalizzarsi sugli aspetti positivi della giornata e a creare una mentalità più ottimista.2. Esprimere la gratitudine agli altriNon basta solo sentirsi grati: esprimere questa gratitudine verso gli altri è fondamentale. Che si tratti di un semplice “grazie” o di un messaggio più elaborato, dire agli altri quanto li apprezziamo può rafforzare le nostre relazioni e renderci più felici.3. Riflettere sulle difficoltà superateAnche nei momenti più difficili, riflettere su ciò che abbiamo imparato o su come siamo riusciti a superare le difficoltà può aiutarci a sviluppare un senso di gratitudine. Le sfide, infatti, ci insegnano lezioni importanti e ci rendono più forti.4. Mindfulness e gratitudineLa pratica della mindfulness (consapevolezza) può essere combinata con la gratitudine. Prendersi un momento per concentrarsi sull’oggi, apprezzare il momento presente e riconoscere ciò che di positivo c’è nella nostra vita può aiutarci a sviluppare una visione più grata e serena della realtà. La gratitudine è una forza potente che può trasformare il nostro benessere psicologico, le nostre relazioni e il nostro modo di affrontare la vita. In un mondo spesso centrato sui problemi e le difficoltà, essere grati ci permette di apprezzare ciò che abbiamo e di vivere con maggiore serenità e appagamento. Praticare la gratitudine non solo ci rende più felici, ma ci aiuta anche a sviluppare una visione positiva di noi stessi e del mondo che ci circonda. Incorporare piccoli gesti di gratitudine nella nostra vita quotidiana può avere effetti sorprendenti sulla nostra psiche, rendendoci più resilienti e in pace con noi stessi.

LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA

La Psicologia dell’emergenza è un ambito della psicologia che opera a seguito di eventi critici improvvisi e imprevedibili, ossia in tutte quelle situazioni fortemente stressanti che mettono a repentaglio il benessere del singolo individuo, di una comunità o di un intero Stato (disastri).  Gli eventi critici possono essere rappresentati da calamità naturali (terremoti, alluvioni, valanghe ecc.), disastri tecnologici (ad esempio incidenti chimici, batteriologici, nucleari), sanitari (epidemie e pandemie), sociali (attacchi terroristici, sparatorie ecc.) o gravi incidenti stradali o sul lavoro.  Questi possono minare l’integrità psico-fisica di ogni individuo che ne sia vittima diretta e di chiunque gli stia accanto: per tale motivo la psicologia dell’emergenza, si occupa sia delle persone direttamente coinvolte negli eventi critici (vittime primarie) sia dei loro familiari e amici e delle persone che sono state testimoni dello stesso evento (vittime secondarie) sia dei soccorritori (vittime terziarie) e della comunità ove gli eventi critici si sono verificati. Si occupa altresì di previsione e prevenzione dei rischi e di programmazione e gestione dei soccorsi Negli interventi di emergenza si usano due tecniche fondamentali: Defusing e Debriefing. Il defusing, che letteralmente significa disinnescare, è un intervento che si svolge subito dopo la situazione d’emergenza; dunque, viene chiamato “intervento emotivo a caldo”. Viene strutturato coinvolgendo piccoli gruppi di persone (circa 10) e ha una durata circa 20-40 minuti.  Gli obiettivi di questo tipo di intervento sono quelli di fornire rassicurazione, sostegno e informazione, attraverso il rafforzamento dei legami gruppali e la normalizzazione del carico emotivo. Infatti, i partecipanti vengono avviati ad un percorso di comprensione delle proprie sensazioni e sentimenti legandoli all’aspetto temporale dell’esperienza in questione.  Tramite il defusing, possono essere individuate persone destabilizzate in maniera importante per le quali questa tipologia di pronto soccorso non basta ma che necessitano di essere rimandate a ulteriori interventi.  Uno di questi è appunto chiamato debriefing. Questo, come il defusing, ha come obiettivo di integrare la componente cognitiva con quella emozionale ed ha una strutturazione diversa, rispetto al defusing, da un punto di vista temporale e organizzativo. Viene infatti chiamato “intervento emotivo a freddo”, viene organizzato dopo circa 24-48 ore dall’esposizione all’evento e ha una durata di non più di 12 settimane.  L’intervento è condotto da uno psicologo e/o psicoterapeuta. Se al termine dell’intervento dovessero esserci ancora segni di destabilizzazione, potrebbe essere fatto un rinvio a percorsi più strutturati, contattando, previo consenso della persona coinvolta, eventuali professionisti e organizzazioni specializzate sul territorio.   L’obiettivo finale di questi due tipi di intervento, del cosiddetto “pronto soccorso emotivo”, è quello di favorire una integrazione tra le componenti cognitiva, emotiva e spazio-temporale dell’evento. In questo modo i pezzi del puzzle, prima scomposti e frammentati, potranno trovare una loro collocazione e fornire un’immagine chiara e completa. In relazione al difficile periodo che si sta vivendo, tra pandemia e l’inizio di una guerra assurda, che ha colpito la popolazione Ucraina, l’intervento della psicologia dell’emergenza è sicuramente fondamentale per garantire il benessere della popolazione, con la speranza che tutto questo possa finire al più presto. “Vincere una guerra non basta. È più importante organizzare la pace.” (Aristotele)

La psicologia del web: gli effetti di Internet sul comportamento umano

Oggi essere presenti online equivale a esistere. Internet e i social networks hanno riempito prima i nostri momenti di svago, successivamente gli ambienti professionali come preziosi strumenti di marketing, ma mai avremmo immaginato che un giorno si sarebbero sostituiti ai tradizionali canali di comunicazione e di relazione.La rete ha proposto un nuovo modello di villaggio globale caratterizzato da infinite occasioni di socialità costantemente e immediatamente accessibili. Un universo digitale che si è autogovernato, dettando ai suoi utenti le regole per il riconoscimento e l’accettazione sociale. Come siamo cambiati nel corso di questa trasformazione e in che modo il web ha condizionato i nostri comportamenti?Iperconnessi e sovrastimolati, siamo così ininterrottamente bombardati da una moltitudine di informazioni da aver quasi dimenticato come ricercarle in maniera autonoma. L’utilizzo privilegiato dei social come mezzo di relazione e gratificazione ci rende spesso dipendenti o depressi.Inoltre, essere perennemente iperconnessi non ci rende più multitasking, al contrario, più distratti e meno abili nel passare da un compito all’altro. Da una prospettiva sociale, una delle più grandi innovazioni del web è stata l’uguaglianza: ogni utente in questa agorà virtuale ha pari opportunità di far sentire la propria voce e di ricevere consenso, si annulla così il divario socioculturale esistente nella vita reale.Il concetto dell’autoaffermazione di sè ci porta ad un’altra caratteristica peculiare della rete, l’egocentrismo: i social networks in particolare sono il terreno più fertile per la comunicazione “autocentrata” che va dalla pubblicazione di selfie, a monologhi e contenuti autocelebrativi. Ogni volta che abbiamo la possibilità di parlare di noi stessi il nostro organismo rilascia dopamina, neurotrasmettitore associato a sensazioni di benessere, come se il nostro cervello ricompensasse il nostro egocentrismo. Un principio analogo avviene quando riceviamo dei like: automaticamente impostiamo il nostro comportamento online sulla base dei feedback dei nostri followers, secondo il meccanismo del reward learning.Ovviamente questa “fame di like” ci porta a idealizzare la propria personalità enfatizzando i pregi e restituendo un’immagine virtuale che non sempre corrisponde al vero. Anche il nostro modo di comunicare cambia, in assenza dei feedback immediati dati dalla comunicazione non verbale, i toni sono accentuati, diretti, anche aggressivi. La compenetrazione tra l’individuo e l’universo digitale è in continuo divenire, l’auspicio per il futuro è quello di rimettere al centro l’uomo nella sua più vera e autentica essenza, per ristabilire l’immagine di una società imperfetta quanto genuina, fragile quanto sensibile e bisognosa di percepirsi comunità.

La psicologia del cambiamento: perché è così difficile cambiare e come farlo efficacemente

Il cambiamento è una costante nella vita, ma spesso è accompagnato da una resistenza interiore che sembra inspiegabile. Che si tratti di migliorare le abitudini, affrontare una relazione difficile o iniziare un nuovo capitolo professionale, cambiare può sembrare una sfida insormontabile. Ma perché è così difficile? E cosa possiamo fare per affrontare questa difficoltà? La resistenza al cambiamento La resistenza al cambiamento è radicata nel nostro cervello. Da un punto di vista evolutivo, il cervello umano è progettato per conservare energia e privilegiare ciò che è familiare e prevedibile. Cambiare significa uscire da una zona di comfort, affrontando l’incertezza e il rischio. Questa resistenza può essere spiegata attraverso il concetto di omeostasi psicologica, ovvero la tendenza della mente a mantenere uno stato di equilibrio. Ogni cambiamento viene percepito come una minaccia a questo equilibrio, anche se sappiamo che potrebbe portarci benefici a lungo termine. Le trappole mentali Ci sono diverse trappole cognitive che ostacolano il cambiamento:1. Paura del fallimento: L’idea di non riuscire può paralizzare, bloccando qualsiasi tentativo di miglioramento.2. Procrastinazione: Rimandare le decisioni è una strategia inconscia per evitare il disagio che il cambiamento comporta.3. Autosabotaggio: Spesso creiamo inconsapevolmente ostacoli per giustificare il nostro fallimento e rimanere nella nostra zona sicura.4. Bias dello status quo: Tendiamo a preferire ciò che conosciamo, anche se non è ottimale, semplicemente perché ci dà un senso di controllo. Le chiavi del cambiamento Per affrontare il cambiamento in modo efficace, è necessario adottare strategie che riducano la resistenza interna e creino le condizioni per il successo. Ecco alcune tecniche basate sulla psicologia:1. Obiettivi chiari e realisticiGli obiettivi vaghi o irrealistici aumentano la probabilità di fallimento. Invece, suddividere il cambiamento in piccoli passi concreti aiuta a mantenere la motivazione. Ad esempio, invece di dire “voglio essere più sano”, si può decidere di camminare 30 minuti al giorno.2. Consapevolezza e auto-riflessioneComprendere le proprie emozioni e resistenze è il primo passo verso il cambiamento. La pratica della mindfulness o della meditazione può aiutare a riconoscere i pensieri limitanti senza esserne sopraffatti.3. Sistema di supportoCoinvolgere amici, familiari o un terapeuta può fare la differenza. Il supporto sociale non solo offre incoraggiamento, ma aumenta anche la responsabilità nei confronti dei propri obiettivi.4. Premiare i progressiOgni piccolo successo dovrebbe essere celebrato. Questo rafforza il comportamento positivo e aiuta a mantenere alta la motivazione.5. Accettazione del fallimentoIl cambiamento non è un processo lineare. Accettare che ci saranno battute d’arresto e utilizzarle come opportunità di apprendimento è fondamentale per andare avanti. Il ruolo della neuroplasticità Un elemento incoraggiante è la neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di adattarsi e cambiare nel tempo. Ogni volta che adottiamo un nuovo comportamento o un nuovo modo di pensare, creiamo nuove connessioni neurali. Con il tempo e la ripetizione, queste connessioni diventano più forti, facilitando il cambiamento. Cambiare è difficile, ma non impossibile. La chiave è affrontare il cambiamento con consapevolezza, pazienza e strategie mirate. Ricordiamoci che ogni passo, per quanto piccolo, è un progresso. E, come disse lo psicologo Carl Rogers: “Il curioso paradosso è che quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare”. In fondo, il cambiamento non è solo una trasformazione esteriore, ma un viaggio interiore verso una versione più autentica e soddisfatta di noi stessi.

La psicologia che cura

di Claudio Russo Il legame tra teoria e pratica Affrontare il divario tra mente e corpo è stato da lungo tempo oggetto di contatto e sovrapposizione in medicina e psicologia. In un certo qual modo, l’attuale espressione del “bisogno di salute” ritrova origine nell’evoluzione della specie, in quella interazione dell’individuo con l’ambiente e nella continua lotta per il superamento di un agente patogeno. Il bisogno di appartenenza spiega, in parte, la ricerca di risposte adeguate per le tradizionali sfide alla morbilità dell’essere umano. In accordo ad una ormai consolidata prospettiva (Hendry & Kloep, 2002), lo sviluppo e il deterioramento di struttura e funzioni comportano nuove possibilità in essere per la salute umana e richiedono un riassetto dei modelli di cura tradizionali. L’assenza di salute non è sinonimo di patologia e la presenza di segni prodromici implica la potenziale compromissione degli stati di salute dell’individuo. Nel corso degli ultimi decenni, la tutela si è contrapposta genericamente alla cura della malattia, ovvero alla sua remissione dai sintomi. In particolare, l’attuazione di programmi di promozione e prevenzione della salute hanno rinnovato quelle istanze di cambiamento che derivano per lo più dai modelli teorici di riferimento, oppure da evidenze scientifiche spesso non allineate con il bisogno individuale di assistenza. Questo non ha comportato necessariamente l’adozione di interventi finalizzati alla cura della patologia e spesso la teoria non ha accompagnato la pratica clinica. Lo psicologo clinico, in qualità di professionista sanitario, ha bisogno di ritrovare soluzioni individualizzate per la patologia mentale e fisica, alimentando il comune interesse per una comunità in salute. L’adozione di un modello di cura psicologica per l’individuo può certamente predisporre l’organizzazione di protocolli di trattamento innovativi per i disturbi mentali, le malattie neurologiche, i disturbi da uso di sostanze, le malattie non trasmissibili (Stein et al., 2019) e le nuove malattie infettive. Nel suo complesso, l’assistenza psicologica tende a declinarsi come un elemento di cura, caratterizzato dal sovrapporsi di meccanismi biologici e influenze ambientali coinvolte nell’eziopatogenesi, ovvero alla comparsa di un evento patologico o disfunzione che compromette lo stato di salute dell’individuo. La regolazione dell’arousal come elemento di salute L’American Psychological Association (APA) definisce l’arousal come “uno stato di attivazione fisiologica o reattività corticale associato a stimolazione sensoriale e attivazione del sistema reticolare”. Secondo la corrente definizione, l’arousal è “uno stato di eccitazione o dispendio di energia collegato ad un’emozione” (APA, 2020). La memoria stessa è influenzata dal concorrere di arousal emozionale e stress fisiologico. Lo stato esperienziale di un’emozione influenza il modo in cui l’individuo presta attenzione ed elabora le informazioni, coinvolgendo la memoria associata ad un evento appreso, attraverso la sperimentazione di un ricordo in un particolare stato emotivo (Lane, Ryan, Nadel, & Greenberg, 2015). Psicologia e Salute L’arousal è un elemento terapeutico di base che percorre, in maniera implicita ed esplicita, numerose tecniche e protocolli di intervento psicologico e psicoterapia. L’interazione sociale stessa è fonte di arousal. Ciascuna persona può collocarsi in un dato momento ad un dato livello di arousal. Segue che l’individuo necessita di maggiore consapevolezza e accettazione dell’arousal. In sanità, la “psicologia che cura” può contribuire ad accrescere l’esperienza delle emozioni, facilitando la regolazione del livello di arousal, l’apprendimento e la meta-cognizione dei processi di auto-regolazione, stimolando una maggiore comprensione delle distorsioni cognitive associate al pensiero disadattivo. Il principio di codifica emotiva e l’esame obiettivo di verifica del suo valore adattivo possono contribuire a rafforzare la relazione di cura dell’operatore sanitario con il paziente. Questo principio è da ritenersi valido nella più ampia prospettiva di una sua estensione ai rapporti di lavoro con altri professionisti ed operatori e all’interno dell’organizzazione sanitaria in cui si opera. La “psicologia che cura” è pertanto funzione di uno o più sintomi di espressività emotiva impliciti nella relazione con il cliente/paziente e declinabili nel proprio ambiente di vita, in un dato momento nel tempo e all’interno del setting di “cura”. L’arousal stesso è parte della relazione e gioca un ruolo chiave nella regolazione dell’interazione con l’altro. Il valore terapeutico dell’arousal nella relazione con il cliente/paziente ha implicazioni pratiche e necessità di misure urgenti per il lavoro dello psicologo clinico. Riferimenti American Psychological Association (2020). Arousal. Retrieved December 10, 2021 from https://dictionary.apa.org/arousal Hendry, L. B., & Kloep, M. (2002). Lifespan development: Resources, challenges and risks. London: Thomson Learning. Lane, R., Ryan, L., Nadel, L., & Greenberg, L. (2015). Memory reconsolidation, emotional arousal, and the process of change in psychotherapy: New insights from brain science. Behavioral and Brain Sciences, 38, E1. doi: 10.1017/S0140525X14000041 Stein, D.J., Benjet, C., Gureje, O., Lund, C., Scott, K.M., Poznyak, V., & van Ommeren, M. (2019). Integrating mental health with other non-communicable diseases, BMJ, 364, l295. doi: 10.1136/bmj.l295