La self-disclosure nella “cassetta degli attrezzi” del terapeuta

La self-disclosure (propriamente detta come “autorivelazione”) è un particolare strumento di lavoro del professionista esperto in ambito psicoterapeutico che viene impiegato sistematicamente oltre che per abbattere le difese dietro le quali spesso i pazienti si barricano, anche per permettere al terapeuta stesso di avere il controllo sulla situazione e per selezionare quegli aspetti di sé da rivelare al paziente. L’uso dell’autorivelazione come strumento terapeutico deve essere direzionato, sì da indicazioni tecniche, ma anche dal “sentire” del professionista. Consiste nel processo con cui trasmettiamo informazioni su noi stessi a qualcun altro, che lo si voglia o no! Quante informazioni si devono rivelare? La self-disclosure è una questione delicata: se la si utilizza bene può rafforzare le relazioni, infondere fiducia e aumentare la capacità di ispirare e guidare. Ma se si fanno rivelazioni imprudenti o inappropriate quando altri divulgano dettagli personali, si può avere l’effetto opposto. Esistono due tipi di self disclosure: verbale e non verbale. Quella verbale si può verificare quando il terapeuta racconta i propri pensieri, sentimenti, preferenze, ambizioni, speranze e paure al proprio paziente. Mentre la rivelazione in modo non verbale può avvenire attraverso l’uso del corpo, i vestiti, le movenze e qualsiasi altro indizio che potrebbe ricondurre alla personalità o alla vita personale del terapeuta. Perché è così importante? La ricerca suggerisce che la rivelazione di sé gioca un ruolo chiave nella formazione di relazioni forti. Può far sentire le persone più vicine, capirsi meglio e cooperare in modo più efficace. Inoltre, spesso il “rivelarsi per primi” aiuta gli altri a sentirsi abbastanza a proprio agio a fare lo stesso, creando connessioni più forti e rendendo il lavoro più piacevole e produttivo per entrambe le parti. Il modello della finestra di Johari E’ uno strumento messo a punto da Luft e Ingham (1955) per osservare in contesti di comunicazione interpersonale le dinamiche che si “giocano” tra le parti. L’asse orizzontale comprende la sequenza arena/punto cieco che indica il grado di conoscenza che la persona ha di sé stessa in termini di personalità, espressioni ed emozioni. L’asse verticale che comprende la sequenza arena/facciata, invece, si riferisce al grado di conoscenza che l’altro può avere del soggetto. E’ necessario che il terapeuta sappia quando è giusto condividere i dati personali e come farlo in maniera appropriata. E, anche se può essere un sollievo “eliminare” qualche peso dal sé, deve esser cosciente del fatto che le informazioni che condivide possano essere un peso per gli altri. Bibliografia Collins, N. and Miller, L. (1994). ‘Self-disclosure and Liking,’ Psychological Bulletin, Volume 116, Issue 3, November 1994.  Levenson, E. (1996). Aspects of self-revelation and self-disclosure. Contemporary Psychoanal., vol. 32, n. 2. Tricoli, M.L. (2001). Dal controtransfert alla self-disclosure: la scoperta della soggettività dell’analista. Ricerca Psicoanalitica, Anno XII, n. 3.

La scuola come organizzazione adattiva tra cambiamento e resilenza

Spesso la scuola viene immaginata come un vecchio orologio: un insieme di ingranaggi fissi che devono funzionare senza errori, rispettando tempi, procedure e regole prestabilite. In questa visione, ogni elemento ha un ruolo preciso e il buon funzionamento dipende dall’assenza di deviazioni. Tuttavia, la realtà educativa mostra uno scenario molto diverso. La scuola non è una macchina prevedibile, ma un sistema adattivo capace di cambiare, reagire e riorganizzarsi in relazione al contesto sociale e ambientale in cui opera. In altre parole, la scuola risponde agli stimoli, apprende dall’esperienza e modifica il proprio funzionamento nel tempo. Non a caso, oggi si parla sempre più spesso diapprendimento organizzativo, cioè della capacità di una organizzaizone di imparare costantemente. Secondo gli studi sull’apprendimento organizzativo, infatti, la scuola non è solo un luogo in cui apprendono gli studenti, ma un’organizzazione che, nel suo insieme, deve essere capace di riflettere su ciò che fa. Al contrario, se le regole non vengono mai rimesse in discussione, l’organizzazione smette di crescere, anche se le persone al suo interno continuano a impegnarsi e a fare esperienza. Scuola e adattamento psicologico La scuola oggi vive una crisi perché è tirata in due direzioni opposte. Da un lato deve cambiare rapidamente, adattarsi e innovare; dall’altro deve mantenere regole, strutture e riferimenti stabili. Come un pendolo, oscilla continuamente tra tradizione e cambiamento senza mai fermarsi. Questa oscillazione rende difficile trovare equilibrio e produce incertezza, sia nell’organizzazione sia nelle persone, chiamate a ridefinire continuamente significati, aspettative e modi di agire. Dal punto di vista della psicologia dinamica, però, tale oscillazione non va interpretata come una crisi. Al contrario, rappresenta un normale processo di regolazione.scuola, nel confrontarsi con le proprie tensioni interne, è chiamata a interpretare se stessa, a dare senso alle fratture e ai conflitti che emergono. In questo modo, l’autocontrollo organizzativo diventa una pratica di lettura critica dell’esperienza utile a a negoziare nuovi significati, sciogliere rigidità sedimentate e riorientare il funzionamento verso forme più consapevoli, coerenti e abitabili. In tale prospettiva, riconoscere di non avere sempre risposte immediate diventa un segnale di maturità del sistema educativo. La possibilità di accogliere il dubbio, l’errore e la difficoltà non indica debolezza, ma apertura all’apprendimento. La scuola, nel confrontarsi con le proprie tensioni interne, è chiamata a interpretare se stessa, a dare senso alle fratture e ai conflitti che emergono. L’autocontrollo organizzativo si trasforma così in una lettura dell’esperienza utile a dare senso e significato a ciò che ci circonda ,cambiando il punto di vista. Perché, come ricorda Warren G. Bennis, se continuiamo a fare ciò che abbiamo sempre fatto, continueremo a ottenere ciò che abbiamo sempre avuto. E la scuola, oggi, non può permettersi di restare uguale a se stessa.

La Scuola Campana di Neuropsicologia “ L. Witmer” (2008-oggi)

Francesca Cimmino, Psicologa, P s i c o t e r a p e u t a s i s t e m i c o – relazionale, Studio Medico Petrarca, Napoli Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania L a S c u o l a C a m p a n a d i Neuropsicologia Clinica, Riabilitativa e Forense “Lightner Witmer” (SCNp), nasce il 18 dicembre 2008 come Associazione Culturale Nazionale, d a l l a p a s s i o n e p e r l a neuropsicologia che accomuna un gruppo di psicologi campani. Gli stessi che hanno intrapreso, in momenti diversi, una formazione specifica nel corso del loro tirocinio professionale sotto la guida di Michele Lepore. La Scuola ha lo scopo di riunire gli psicologi e quanti o p e r a n o n e l l ’ a m b i t o d e l l a Neuropsicologia clinica, riabilitativa e forense attraverso una serie di attività. Tra queste, lo studio e la r i c e r c a n e l l ’ a m b i t o d e l l a neuropsicologia; la valorizzazione delle professionalità in questo ambito; l’organizzazione di riunioni e convegni, attività di informazione, formazione, aggiornamento e ricerca; la concessione di patrocini e riconoscimenti ad associazioni, istituzioni e centri clinici pubblici e privati; la pubblicazione di periodici e di prodotti editoriali, multimediali e non, anche sul WEB. Omaggio a Lightner Witmer, fondatore, nel 1896, della prima clinica psicologica presso l’Università di Pennsylvania ( d o v e i n a u g u r ò i l p r i m o insegnamento di Psicologia Clinica) e della prima rivista di Psicologia Clinica, Psychological Clinic. Questa apre il primo numero con un articolo introduttivo che riporta due interventi c l i n i c i che oggi definiremmo “neuropsicologici” (diagnostici e riabilitativi). Ciò sottolinea, a distanza di un secolo, lo stretto rapporto tra neuropsicologia e psicologia clinica, già cento anni fa così strettamente interconnesse. Nel corso degli anni la SCNp è riuscita a realizzare numerose iniziative. A partire dal ciclo di nove seminari aperti a tutti (tenutisi nella cornice di Villa Savonarola a Portici, nel 2009) con la finalità di divulgare la neuropsicologia agli addetti ai lavori, ma anche a chi fosse interessato a latere agli argomenti proposti (es. familiari di pazienti affetti da disturbi cognitivi, insegnanti di istituti scolastici, o semplici curiosi). Per passare poi al Corso Teorico-Pratico, nato con lo scopo di valorizzare i test neuropsicologici come strumenti clinici, ausili importanti del processo diagnostico in neuropsicologica che, seppur considerati come un’abilità di base dello psicologo clinico, non possono prescindere da un’elevata abilità psicologico-clinica, da conoscenze s p e c i fi c h e d e i d i s t u r b i neuropsicologici, da capacità di osservazione clinica e da un adeguato ragionamento diagnostico. L’iniziativa sicuramente tra le più rilevanti è stata quella del Master biennale, che si è svolto per due e d i z i o n i consecutive ed ha rappresentato la base formativa per svolgere l’attività di Esperto in N e u r o p s i c o l o g i a C l i n i c a e Riabilitativa in molti contesti, compresi quello libero professionale e l’ospedalità pubblica e privata; Centri di riabilitazione; unità di valutazione Alzheimer (u.v.a.); enti assistenziali e scuola. Rivolto esclusivamente agli iscritti all’albo A degli psicologi, volto soprattutto all’acquisizione di competenze cliniche (oltre che tecniche) per consentire all’allievo di integrare la pratica neuropsicologica con i modelli teorici e operativi della psicologia clinica, secondo un modello biopsicosociale di presa in carico del paziente. Durante le edizioni del Master, la Scuola ha annoverato tra i suoi docenti i maggiori esperti di Neuropsicologia del panorama italiano, ma anche s t r a n i e r o (come Anna L i s e Christensen, allieva di Alexandr R. Luria) ed ha distribuito numerose di borse di studio. Grazie alla multi-disciplinarietà ed alla varietà degli ambiti di applicazione della materia, è stato possibile aprire un dialogo importante anche con gli Avvocati, attraverso Seminari e Tavole Rotonde in cui è stato messo in risalto il contributo che le due m a t e r i e ( n e u r o p s i c o l o g i a e giurisprudenza) possono darsi vicendevolmente, in particolare in alcuni settori (es. risarcimento del danno). Durante questi anni, la Scuola è riuscita ad avere un rilievo anche in ambito politico-professionale, con l’elezione per due mandati del Direttore Scientifico Michele Lepore a consigliere dell’Ordine degli Psicologi della Campania, ed a vincere il progetto MMT (Mind Management Training), cofinanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile nell’ambito del Bando “Giovani per il Sociale”, attuato dalla Scuola da ottobre 2015 ad aprile 2018, che si è posto come obiettivo principale il potenziamento, attraverso un training abilitativo, delle “funzioni esecutive”, un insieme di capacità c o g n i t i v e c r u c i a l i p e r l’organizzazione, l’ottimizzazione ed il monitoraggio del funzionamento mentale, allo scopo di compensare lo svantaggio culturale di alcuni studenti a rischio di abbandono scolastico e di comportamenti antisociali, coinvolgendo attivamente le famiglie ed il corpo scolastico.

La scolarizzazione di un figlio: il ruolo della famiglia

scolarizzazione

L’ ingresso a scuola di un figlio è certamente uno degli eventi più significativi e critici con cui una famiglia con bambini piccoli deve confrontarsi. La scolarizzazione infatti è considerata il primo momento di passaggio tra la famiglia e la società. Grazie alla scuola, il bambino ha la possibilità di sperimentare e soddisfare, da un lato, il bisogno di indipendenza e, dall’altro, quello di protezione. Con la scolarizzazione, il bambino frequenta altri adulti, gli insegnanti, che diventano insieme ai genitori delle nuove figure di riferimento esterne alla famiglia. Questo nuovo legame affettivo, finalizzato all’istruzione e all’educazione, potrà influire il rendimento scolastico dell’ alunno. Oltre all’ insegnante, il bambino si confronta anche con il gruppo dei pari, mettendo in pratica e migliorando le sue competenze sociali. Grazie ai suoi amici, si svilupperanno nuove competenze comunicative e relazionali, sperimentando il bisogno di accettazione, coinvolgimento, e la capacità di negoziazione. La facilitazione dell’ inserimento nel gruppo di classe non è dettata esclusivamente dall’ insegnante, ma coinvolge anche la famiglia: il clima di collaborazione tra tutti gli educatori coinvolti favorisce il benessere del bambino. Al contrario, un irrigidimento del pattern genitore-insegnante può determinare delle modalità disfunzionali che metteranno l’alunno in una posizione di disagio, sviluppando il fenomeno della triangolazione alunno-famiglia-scuola che può assumere diverse forme. ALUNNO-GENITORE VS INSEGNANTE: porta il bambino a sentirsi solo a scuola, svalutato e incapace di raggiungere risultati adeguati. ALUNNO-INSEGNANTE VS GENITORE: tra la famiglia e la scuola non c’è collaborazione e il bambino non ottenendo risultati, non riceve sostegno né dai genitori né dagli insegnanti. La scuola, inoltre, costituisce un importante orologio temporale, perchè cadenzando le età, definisce competenze e in un certo senso ritualizza la crescita.

La salute delle donne in epoca COVID. Alcune riflessioni sull’accesso alla cura

di Francesca Dicè da Psicologinews Scientific La salute psicofisica delle persone, gravemente compromessa dalla diffusione della pandemia da SARS-COVID- 19, è uno degli argomenti più trattati di questo periodo; in particolare, le questioni legate alla salute del femminile sembra caratterizzarsi di specifiche peculiarità. C’è innanzitutto da dire che, secondo le statistiche sanitarie, le donne sembrano essere meno colpite dal COVID-19 rispetto agli uomini (Gagliardi et al., 2020), probabilmente a causa di alcuni fattori fisici (come la minore tendenza al tabagismo ed ad una r i s p o s t a immunitaria più pronta ed efficace) ma anche di maggiore attitudine a dedicare uno spazio significativo della propria quotidianità alla cura personale. È pertanto probabile, dunque, che le donne stiano mettendo in atto con maggiore rigore le buone pratiche ed i comportamenti volti al contenimento dell’infezione, richiesti dagli organi ministeriali. D’altra parte, è generalmente riconosciuto che le donne siano delle ottime promotrici delle buone prassi volte alla promozione della salute e che, in questo, siano molto sostenute dalle strutture sanitarie grazie alle loro programmazioni volte allo screening ed alla prevenzione delle patologie femminili. Ciononostante, in questo periodo, per motivazioni comprensibilmente dovute alla prudenza necessaria ad evitare il contagio, negli ultimi mesi si sono rivolte in misura minore alle strutture sanitarie per controllare la loro condizione medica (Sharpless, 2020). In particolare, le istituzioni sanitarie hanno più volte dato l’allarme per il calo degli screening relativi al cancro al seno, evidenziando la necessità di riprendere il prima possibile le attività al fine di evitare gravi conseguenze cliniche quali l’aumento della mortalità o il peggioramento delle condizioni di salute (Humanitas, 2020). In altri termini, l’attenzione e la protezione di un aspetto della propria salute sta sostituendo la cura di tutti gli altri. Per quanto è di nostra competenza di comunità psicologica, dobbiamo necessariamente evidenziare come, accanto alla gravità delle condizioni fisiche, questo allarme riguardi anche l’importante aumento del rischio psicopatologico nelle donne. È ben noto infatti come l’essere affette da cancro al seno comporti vissuti di ansia, depressione, rabbia ed ostilità (Martino et al. 2019a) nonché di svalutazione del proprio ruolo di genere o, in riferimento alle loro relazioni familiari, di senso di colpa per non essere sufficientemente disponibili al loro consueto ruolo accuditivo (Martino et al. 2019b). Dunque, una donna ammalata di cancro a l s e n o , a n c h e e s o p r a t t u t t o nell’auspicabile caso in cui guarisca definitivamente, sarà anche una donna portatrice di importanti fragilità emozionali che potrebbero costituire un importante rischio per la sua salute psicologica e che andrebbero a sommarsi all’indebolimento psichico dovuto alle molteplici difficoltà della pandemia. Tutto ciò non può essere oltremodo sottovalutato. È dunque necessario che la nostra comunità scientifica si allinei c o n f o r z a a l l e c a m p a g n e d i sensibilizzazione operate da parte delle strutture sanitarie, affinché le donne non trascurino in alcun modo, seppure per proteggersi dal rischio di contagio dal COVID-19, il ricorso alle buone prassi legate allo screening ed alla prevenzione dalle malattie fisiche, in particolare quelle gravi come il cancro al seno. Ciò in ragione di preservare la loro sanità in tutti i suoi aspetti, medici e psicologici, e di tutelare completamente la loro salute. Bibliografia Gagliardi MC, Ortona E & Ruggieri A. (2020) Di f ferenze di genere in COVID-19: possibili meccanismi. R e t r i e v e d f r o m h t t p s : / / www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov- 2-differenze-genere-possibili-meccanismi Humanitas (2020). COVID-19 e tumori: la riduzione degli screening e il calo delle diagnosi . Ret r ieved f rom https:// www.humanitas.it/news/covid-19-tumori-lariduzione-degli-screening-calo-delle-diagnosi/ Martino ML, Gargiulo A., Lemmo D. & Margherita G. (2019a). Cancer Blog Narratives: The Experience of Under Fifty Women with Breast Cancer during Different Times after Diagnosis. The Qualitative Report, 24(1):158-173. R e t r i e v e d f r o m h t t p s : / / nsuworks.nova.edu/tqr/vol24/iss1/13 Martino ML, Lemmo D, Gargiulo A, Barberio D, Abate V, Avino F & Tortoriello R (2019b) Underfifty Women and Breast Cancer: Narrative Markers of Meaning Making in Traumat ic Exper ience. Frontiers Psychology, 10:618. doi: 10.3389/fpsyg.2019.00618 Sharpless NE (2020). COVID-19 and cancer. Science 368(6497):1290 DOI: 10.1126/science.abd3377

La riforma della disabilità

Il 30 giugno 2024 è entrato in vigore il decreto legislativo noto come Riforma della disabilità.Tale norma sta attuandosi già in alcune province sperimentali per poi essere attivata su tutto il territorio nazionale a partire da gennaio 2027.L’aspetto interessante e innovativo della riforma riguarda l’introduzione di una visione della malattia e della conseguente disabilità in un’ottica bio-psico-sociale.Dalla nascita del welfare ad oggi, benchè ci sia stata una crescente attenzione alla disabilità volta all’inclusione e alla riduzione del disagio, la vera svolta nasce proprio con questo decreto. Fino ad oggi, infatti, la disabilità è il suo accertamento era vincolato ad una prospettiva esclusivamente di tipo biologico. La malattia era vista in ambito medico legale e il suo accertamento si esauriva su dei criteri prevalentemente basati su deficit e menomazioni. La Convenzione ONU sui diritti della persona con disabilità ha imposto questo cambiamento di prospettiva che umanizza la persona con disabilità. Essa, infatti, inquadra non solo la patologia e i sintomi correlati, ma introduce ulteriori strumenti che tengono conto anche degli aspetti psicologici e sociali vissuti. Si raccordano quindi diagnosi anche di tipo funzionale e partecipativo, sostenendo finalmente una visione d’insieme dello stato di benessere dell’individuo. Un cambiamento questo, significativo che si traduce in un procedimento di accertamento più snello e determinato da un’equipe in cui c’è anche il professionista delle discipline psicosociali.

La riapertura dopo il COVID e la necessità di prendersi del tempo

di Francesca Dicè Altro tempo. L’affermazione potrebbe lasciare esterrefatti ma solo in un primo momento. Qualche tempo fa, in pieno aumento dei contagi, un docente, durante un incontro – rigorosamente online – appartenente ad un intervento di psicologia scolastica, mi disse: “Dottoressa, cosa dobbiamo aspettarci, quando riapriremo?”. Risposi che nessuno poteva saperlo, poiché l’esperienza dell’emergenza sanitaria COVID-19 era assolutamente nuova per il mondo intero. Infatti, non è assolutamente da darsi per scontato che la riapertura coincida con una frenetica tendenza di massa a riprendere le abitudini prima della pandemia; la Pandemic Fatigue (Murphy, 2020) infatti, caratterizzata da molteplici complessità, è anche composta da quella che è stata definita “la sindrome della capanna”, o “sindrome del prigioniero”, ovvero uno stato di malessere, stress e ansia all’idea di uscire nuovamente di casa dopo un periodo protratto di isolamento e distanziamento sociale (Senese, 2020; Giunti Psychometrics, 2020). Essa può presentare degli effetti collaterali i m p o r t a n t i q u a l i l o s v i l u p p o d i sintomatologie ansioso-depressive o una forte tendenza all’aggressività ed all’irascibilità. È importante sottolineare come questa sindrome possa essere considerata una reazione assolutamente fisiologica ad una situazione sociale complessa quale quella dell’emergenza sanitaria da COVID-19; il flusso di informazioni contrastanti generato dai media, la preoccupazione di contagiare se stessi o i propri familiari, le difficoltà sul piano economico e le restrizioni sociali possono portare le persone, anche in fasi di minore rischio, ad assumere comportamenti volti ad evitare il contatto sociale ed a svolgere la maggior parte delle attività quotidiane attraverso canali telematici. Essa tuttavia non può essere in alcun modo trascurata e sottovalutata, poiché questa tendenza dal ritiro sociale può rischiare di cristallizzarsi: le persone vanno sicuramente sostenute ed accompagnate in un graduale ritorno alla vita di prima, in un processo di recupero delle attività precedenti. Può essere utile, per noi specialisti, pensare a queste persone come a coloro che vivono una condizione di stress post-traumatico, e che quindi hanno bisogno di un tempo di riadattarsi alla normalità quotidiana; può essere utile, nel nostro lavoro, aiutarli a recuperare le piccole attività che conducevano prima, magari nel loro tempo libero, oppure sostenerli nel ripensare le paure e le preoccupazioni, ma anche i loro spazi, il loro modo di lavorare e di affrontare il loro quotidiano (Gruppo San Donato, 2020). In altri termini, recuperando il celebre libro di Maffei (2014), è necessario riappropriarsi della bellezza della lentezza, vedendo la gradualità come risorsa e non come un nuovo, ennesimo limite richiesto dall’emergenza medica, onde evitare il rischio di decisioni troppo rapide, di nuovi approcci al mondo esterno troppo veloci alle quali le persone rischiano di non essere completamente pronte e che possono creare nuovi disorientamenti. Bibliografia. Giunti Psychometrics (2020). Sindromedella capanna: cos’è e come affrontarla.Retrieved from https://bit.ly/3g1mvmzGruppo San Donato (2020). Covid esindrome della capanna: comeaffrontarla. Retrieved from https://bit.ly/3v58l82Maffei L., (2014). Elogio della Lentezza.B o l o g n a : I l M u l i n o . I S B N978-88-15-25275-3Murphy J. (2020). Pandemic Fatigue. IrMed J, 113(6):90.Senese R. (2020). Sindrome dellaCapanna o del Prigioniero: che cos’è?Retrieved from https://bit.ly/3g1mjnl

La riabilitazione neuropsicologica: un lavoro d’equipe

Anna Emilia Napolitano, Referente per Dsa e Disabilità presso il Saint Louis College of Music Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Come eravamo. Questo il sottotitolo di questo breve contributo che vuole raccontare una lunga esperienza nell’ambito della riabilitazione neuropsicologica vissuta diversi anni fa in due importanti strutture riabilitative campane: La Clinica Bianchi a Portici (Na) e Villa delle Magnolie a Castelmorrone (Ce), marcandone anche l a n o t a nostalgica che emerge nel ricordarla e nel narrarla. In particolare, si parla di riabilitazione neuropsicologica in una fase pionieristica, almeno in Campania, e che come tale aveva le caratteristiche professionali e motivazionali di un’avventura che si stava intraprendendo. Quindi entusiasmo, consapevolezza e r e s p o n s a b i l i t à , v o l o n t à d i sperimentarla e diffonderla. La Riabilitazione neuropsicologica prendeva corpo fin dalla presa in c a r i c o d e l p a z i e n t e c o l coinvolgimento di tutte le figure professionali che formavano l’equipe. L’aspetto corale del nostro intervento era, quindi, il leitmotiv di quell’approccio. La prima visita, effettuata dal prof. Dario Grossi, in presenza di tutti i professionisti f a c e n t i p a r e d e l p r o g e t t o , rappresentava il momento cruciale dal quale partire per programmare una serie di interventi, dalla valutazione psicologica all’intervento riabilitativo. La parola chiave è stata s e m p r e “ fl u i d i t à ” . F l u i d i t à dell’informazione, delle conoscenze, delle ipotesi, delle verifiche. Il tutto avveniva nel pieno rispetto delle singole competenze professionali. In particolare noi terapisti ci sentivamo “attori” e non meri esecutori di tecniche riabilitative scaturite da programmi di intervento codificati da altri. Dalla prima visita scaturivano le fasi successive: dalla diagnosi, alle ipotesi riabilitative, all’impostazione delle strategie, alle verifiche e alle eventuali riconsiderazioni del caso. Tutto questo, spesso, conduceva all’impostazione della fase più entusiasmante e coinvolgente, l’elaborazione di modelli scientifici e a p p r o c c i r i a b i l i t a t i v i c u i f a r riferimento nella pratica quotidiana. I l l i b r o è nato i n n a n z i t u t t o dall’intenzione di raccontare e di condividere parte di questo enorme lavoro svolto. Anche la sua stesura ha coinvolto tutti noi fin dalle prime fasi , sia per quanto r iguarda l’elaborazione teorica, applicativa e sperimentale sia relativamente alla realizzazione pratica del libro, con le i m m a n c a b i l i c o r r e z i o n i , l’impaginazione, il dialogo con l’editore. Proprio vent’anni fa, sull’onda di quell’entusiasmo e di quel fermento culturale che stavamo vivendo, venne fondata da alcuni di noi l’A.I.T.Ri.Np. (Associazione Italiana Terapist i del la Riabi l i tazione Neuropsicologica), un’associazione che si prefiggeva di riunire coloro che operavano nel settore della riabilitazione neuropsicologica e che fin dall’inizio ha collaborato con il Gruppo di lavoro “Psicologia della Riabilitazione” degli Ordini degli P s i c o l o g i d e l l a C a m p a n i a , partecipando con un proprio convegno all’Itinerario in Psicologia della riabilitazione.

La resilienza psicologica: la capacità di superare le avversità

La resilienza è la capacità di un individuo di adattarsi, affrontare e superare le difficoltà, lo stress e le avversità della vita. Negli ultimi anni, questo concetto è diventato sempre più centrale nella psicologia, soprattutto in un contesto di rapidi cambiamenti sociali, economici e personali. Ma cosa significa realmente essere resilienti? È una capacità innata o può essere sviluppata? In questo articolo, esploreremo la natura della resilienza, i fattori che la influenzano e come possiamo coltivarla per affrontare meglio le sfide della vita. Cos’è la resilienza psicologica? In origine, il termine “resilienza” era usato in ingegneria per descrivere la capacità di un materiale di ritornare alla sua forma originale dopo essere stato deformato. In psicologia, la resilienza ha un significato simile: è la capacità di “rimbalzare indietro” dopo una crisi o un trauma. Tuttavia, non si tratta solo di “resistere” alle difficoltà, ma anche di crescere e svilupparsi attraverso di esse. Essere resilienti non significa non provare emozioni negative o evitare le difficoltà, ma piuttosto affrontarle in modo costruttivo. La resilienza comporta l’uso delle risorse interne ed esterne per superare momenti di crisi e trasformare le esperienze difficili in opportunità di crescita. I Fattori che Influenzano la resilienza La resilienza non è una qualità fissa, ma una capacità che può variare da individuo a individuo e che può essere coltivata e rafforzata. Alcuni dei fattori principali che influenzano la resilienza includono: Supporto Sociale: Avere una rete di supporto composta da amici, familiari e colleghi è uno dei fattori più importanti per la resilienza. Le relazioni significative possono fornire conforto, sicurezza e consigli utili nei momenti di crisi. Autostima e Fiducia in Sé Stessi: Una sana autostima e la fiducia nelle proprie capacità aiutano a percepire le difficoltà come sfide piuttosto che come ostacoli insormontabili. Capacità di Risoluzione dei Problemi: Le persone resilienti tendono a cercare soluzioni piuttosto che concentrarsi esclusivamente sui problemi. Questo approccio attivo e proattivo aiuta a mantenere il controllo e ridurre l’ansia. Flessibilità Cognitiva: La capacità di cambiare prospettiva e di adattarsi a nuove situazioni è cruciale per la resilienza. Le persone resilienti sono in grado di accettare che alcune cose non possono essere cambiate e si concentrano su ciò che è sotto il loro controllo. Gestione dello Stress: Tecniche come la mindfulness, la meditazione, la respirazione profonda e altre strategie di rilassamento possono aiutare a mantenere la calma anche nei momenti di forte pressione. Il ruolo della neuroplasticità nella resilienza La ricerca neuroscientifica ha dimostrato che il cervello umano è “plasmabile”, ovvero capace di cambiare e adattarsi nel tempo, un fenomeno noto come neuroplasticità. Questo significa che, attraverso l’esperienza e l’apprendimento, possiamo modificare i nostri schemi di pensiero e comportamento. La neuroplasticità gioca un ruolo cruciale nella resilienza, poiché permette di sviluppare nuove strategie per affrontare le difficoltà, migliorando così la nostra capacità di adattamento. Ad esempio, la pratica regolare di attività che promuovono la calma, come la meditazione o l’esercizio fisico, può ridurre l’attività dell’amigdala (l’area del cervello responsabile della risposta allo stress) e aumentare quella della corteccia prefrontale, che è associata alla pianificazione e alla regolazione emotiva. Come sviluppare la resilienza Anche se alcune persone sembrano naturalmente più resilienti di altre, è possibile sviluppare e potenziare questa capacità con il tempo e la pratica. Ecco alcune strategie che possono aiutare a coltivare la resilienza: Costruire una Rete di Supporto: Investire nelle relazioni interpersonali, cercando connessioni significative e circondandosi di persone positive. Avere qualcuno con cui parlare nei momenti di difficoltà può fare la differenza. Sviluppare il Pensiero Positivo: Allenarsi a cercare il lato positivo delle situazioni, anche in mezzo alle difficoltà. Questo non significa negare le emozioni negative, ma riconoscere che ogni crisi può essere un’opportunità di crescita. Stabilire Obiettivi Realistici: Dividere i problemi complessi in obiettivi gestibili può aiutare a ridurre la sensazione di sopraffazione. Lavorare su piccole vittorie quotidiane rafforza la fiducia in se stessi. Praticare la Gratitudine: Coltivare la gratitudine aiuta a concentrarsi sugli aspetti positivi della vita, riducendo lo stress e promuovendo il benessere. Un semplice esercizio può essere quello di annotare ogni giorno tre cose per cui si è grati. Imparare a Gestire le Emozioni: La consapevolezza emotiva è fondamentale per la resilienza. Riconoscere, accettare e gestire le emozioni, senza esserne travolti, permette di affrontare le difficoltà con maggiore lucidità. Mantenere uno Stile di Vita Sano: Un’alimentazione equilibrata, un sonno adeguato e l’esercizio fisico regolare contribuiscono a mantenere l’equilibrio psicofisico, migliorando la capacità di fronteggiare lo stress. Il paradosso della resilienza Uno degli aspetti più interessanti della resilienza è il cosiddetto “paradosso della resilienza”. Le persone che attraversano eventi traumatici o momenti difficili spesso emergono più forti e con una maggiore capacità di affrontare le avversità future. Questo fenomeno è noto come “crescita post-traumatica”. La sofferenza, in alcuni casi, può portare a una ristrutturazione dei valori, delle priorità e del senso della vita, aprendo la strada a un nuovo livello di resilienza. La resilienza psicologica è una qualità preziosa che ci permette di affrontare le sfide della vita con maggiore forza e adattabilità. Non si tratta di evitare le difficoltà, ma di imparare a trasformarle in opportunità di crescita. Ognuno di noi, a modo suo, ha il potenziale per diventare più resiliente, coltivando le risorse interne ed esterne che ci permettono di navigare attraverso le tempeste della vita. In un mondo in costante cambiamento, la resilienza rappresenta una risorsa indispensabile per mantenere il benessere e la salute mentale. L’impegno quotidiano nel rafforzare questa capacità può aiutarci non solo a superare le difficoltà, ma anche a vivere una vita più piena, equilibrata e significativa.