La realtà virtuale in ambito clinico

Le grandi potenzialità della realtà virtuale hanno reso le sue applicazioni sempre più numerose in ambito clinico, in particolare nella psicoterapia. Prima di analizzarle, è bene chiarire il concetto di realtà virtuale e le sue caratteristiche. La realtà virtuale è una combinazione di dispostivi hardware e software che generano una stimolazione multisensoriale sincronizzata, in grado di creare nell’utente l’illusione di essere fisicamente situato in uno spazio tridimensionale e di poter interagire con gli oggetti e gli utenti in esso collocati. Per definizione, un sistema di realtà virtuale dovrebbe coinvolgere tutti i canali sensoriali. Ad oggi, tuttavia, i sistemi di realtà virtuale più diffusi si limitano alla stimolazione dei soli canali visivo, uditivo e tattile. I sistemi di realtà virtuale sono generalmente classificati in tre categorie: Sistemi immersivi: creano nell’utente l’impressione di essere circondato dall’ambiente virtuale, isolandolo parzialmente o completamente dallo spazio fisico in cui si trova. Ad esempio: i caschi virtuali Sistemi non immersivi: l’utente osserva l’ambiente virtuale attraverso una sorta di finestra rappresentata dal monitor e interagisce con i suoi contenuti utilizzando un joystick. Ad esempio: i videogiochi Sistemi di telepresenza: consentono all’utente di eseguire operazioni manuali in luoghi difficilmente accessibili o pericolosi, mediante l’uso di telecamere periferiche o robotizzate (ad esempio esplorazioni interplanetarie, subacquee o microchirurgia). La realtà virtuale trasforma l’utente da osservatore di un’esperienza a protagonista di quella stessa esperienza. Egli non è più solamente un passivo destinatario di informazioni, ma è un soggetto in grado di modificare in tempo reale i contenuti della propria esperienza con scelte e azioni. Un’interfaccia di realtà virtuale ben progettata permette alla persona di sperimentare un senso di presenza individuale e sociale. La percezione di essere presenti in uno spazio si traduce nella capacità di agire intuitivamente. Noi ci sentiamo presenti in un ambiente virtuale in quanto esso impiega dei meccanismi simulativi molto simili a quelli usati dalla nostra mente. Il senso di presenza sarebbe allora generato dalla capacità virtuale di generare contenuti digitali coerenti con le previsioni fatte dalla nostra mente. Più la previsione è corretta, più il soggetto si sentirà presente nell’ambiente virtuale che sta sperimentando, pur sapendo che esso non è reale. Una volta creato un ambiente virtuale in grado di farci sentire presenti, è necessario concentrarsi sul tema della presenza sociale. La presenza sociale indica la sensazione di essere con altri all’interno dell’ambiente virtuale e quindi coincide con la capacità di cogliere le intenzioni altrui. Occupiamoci ora delle diverse applicazioni in ambito psicoterapeutico. La realtà virtuale viene specialmente usata nel trattamento dei disturbi d’ansia e dello stress, delle fobie, dei disturbi dell’immagine corporea associati ad obesità e disturbi alimentari. Il trattamento dei disturbi d’ansia e delle fobie è solitamente basato sull’esposizione, mediante la quale la persona viene esposta allo stimolo temuto o alla situazione che le genera ansia. L’ambiente virtuale permette di fare esperienze che nella realtà sarebbero impossibili, come salire su un aereo per affrontare la paura del volo oppure essere immerso gradualmente in un ambiente pieno di ragni. L’obiettivo della terapia virtuale, definita anche cyberterapia, è quello di far sperimentare al paziente delle esperienze simulate che richiamino situazioni della vita reale percepite come particolarmente critiche o minacciose, con l’obiettivo di favorire la gestione delle emozioni negative che queste elicitano. Un ulteriore esempio riguarda il trattamento del disturbo post-traumatico da stress, comune nei soldati veterani. Sempre con la stessa logica, la realtà virtuale permette alla persona di immergersi gradualmente nella situazione stressante con la possibilità di escludere qualsiasi cosa che non voglia ancora affrontare. Un’altra applicazione riguarda i disturbi del comportamento alimentare. La realtà virtuale può essere utile per modificare le emozioni negative associate al cibo attraverso l’esposizione controllata degli alimenti che generano maggiore ansia. Inoltre, può essere usata anche per modificare le distorsioni cognitive che alterano la propria immagine corporea. Tutti questi esempi mostrano come i sistemi di realtà virtuale possiedono le caratteristiche necessarie per poter essere efficacemente usate nella psicoterapia. Purtroppo sono ancora poco diffusi a causa degli elevati costi e delle numerose implicazioni etiche associate al loro utilizzo. BIBBLIOGRAFIA Riva, G., & Gaggioli, A. (2019) Realtà virtuali. Gli aspetti psicologici delle tecnologie simulative e il loro impatto sull’esperienza umana. Giunti
La Realtà virtuale come Strumento Clinico Innovativo per la Cura

di Antonella Catalano La realtà virtuale( RV) è una realtà riprodotta digitalmente in un ambiente tridimensionale che, grazie all’utilizzo di determinati dispositivi, può essere esplorato, facendo immergere la persona in ambienti non reali, dando la percezione di essere in situazioni realmente esistenti. Questa tecnica funziona grazie all’attivazione e l’amplificazione percettiva e multisensoriale. Questa tecnologia per quanto possa essere percepita come molto innovativa e moderna, ha radici remote, infatti nasce nel 1957 grazie al progetto “Sensorama” di Morton Heilig, anche se non aveva ancora un utilizzo clinico. Successivamente, nel 1984 grazie al VLP Research, viene coniato il binomio RV. Finalmente nel 1992 la RV approda in ambito clinico, grazie al progetto Cave (Cave Automatic Virtual Environment), che consiste in una stanza in cui vengono riprodotte immagini tridimensionali. Nel 2012 la società Oculus VR crea un prototipo di visore, il cui utilizzo era finalizzato al campo dei videogiochi. Nel 2019 il settore si vede protagonista di una vera e propria rivoluzione, anche grazie a Facebook, infatti viene creato un visore che funziona in autonomia e da lì in poi siamo arrivati ai Visori di ultimissima generazione che oggi possiamo facilmente reperire in commercio. Come la Realtà Virtuale si inserisce nell’applicazione clinica? Negli ultimi anni, la realtà virtuale (RV) è approdata nel mondo della psicologia, proponendosi da subito come strumento innovativo e potente per il trattamento di alcuni disturbi, diventando integrazione della pratica clinica nel trattamento di disturbi come le fobie, il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e l’ansia. La RV sta rapidamente diventando un’alleata nella pratica terapeutica, offrendo nuove soluzioni per affrontare sfide complesse. In ambito psicologico può amplificare l’esperienza percettiva somatica, emotiva, immaginativa e metacognitiva degli utenti con lo scopo di trarre materiale utile al cambiamento positivo. La VRET permette ai pazienti di essere immersi in ambienti virtuali progettati per esporli in modo controllato e graduale in situazioni e scenari che normalmente possono far emergere paura o stress. L’ esposizione a questi scenari avviene in un contesto sicuro e protetto che consente agli utenti di affrontare e rielaborare i propri traumi in modo diretto, ma con il supporto costante del terapeuta. Con questo strumento clinico, particolarmente potente, Il trattamento delle fobie può avvenire con una simile intensità di esperienza non possibile in un setting tradizionale. I pazienti possono confrontarsi con le loro paure più profonde e vincolanti per la loro vita, come: volare, parlare in pubblico, andare dal dentista, fare una risonanza magnetica o un prelievo, tutto questo senza mai lasciare lo studio del terapeuta, che può monitorare in tempo reale le reazioni e l’attivazione del paziente durante le esperienze virtuali. L’ utilizzo della realtà virtuale in psicoterapia è vantaggioso per il paziente, ma offre anche un supporto concreto ai professionisti, un altro aspetto che rende la RV così potente nella psicologia clinica è la sua capacità di essere altamente personalizzata. I terapeuti possono creare scenari che rispecchiano le specifiche problematiche dei pazienti, migliorando l’efficacia del trattamento. La RV consente una desensibilizzazione graduale e controllata permettendo al paziente di affrontare il ricordo, in caso di episodi traumatici, in un ambiente sicuro, senza essere sopraffatto da emozioni travolgenti e incontrollabili. Inoltre, si è rivelato uno strumento molto efficace in accostamento alle tecniche di rilassamento, mindfulness e respirazione profonda amplificano e arricchiscono l’efficacia del trattamento importanti per l’approccio terapeutico, tra i benefici principali: riduzione dei livelli di cortisolo e aumento della consapevolezza del sé e del controllo emotivo, favorendo un miglioramento del benessere psicofisico. La combinazione tra il feedback del paziente e le simulazioni virtuali consente di ottenere interventi sempre più mirati e personalizzati, inoltre con l’utilizzo del biofeedback si può monitorare lo stato di attivazione attraverso alla risposta galvanica della pelle. Nel campo della riabilitazione cognitiva, il focus riguarda utenti affetti da disturbi cognitivi, traumi cerebrali e declino neurologico, che possono trarre benefici grazie ad ambienti virtuali specifici e progettati per la stimolazione cognitiva utilizzando elementi riabilitativi della vita di tutti i giorni, facilitando l’apprendimento di strategie corrette, utili alla memoria, attenzione e funzioni esecutive. In sintesi, la realtà virtuale non è solo una tecnologia, ma rappresenta una rivoluzione nella psicologia clinica supportata da numerosi dati scientifici. Come per ogni innovazione, è fondamentale ricordare che il suo utilizzo deve essere consapevole e regolato, senza mai sostituire l’importanza della relazione umana tra terapeuta e paziente. La psicologia del “futuro”, che oggi è già realtà, si basa su un importante equilibrio tra tecnologia e umanità, dove la realtà virtuale si affiancherà ai tradizionali metodi terapeutici, offrendo la possibilità di portare la cura psicologica a livelli mai raggiunti prima. Riferimenti: La maggior parte dei riferimenti fanno parte della masterclass di Idego alla quale ho partecipato nel 2024. Guida psicologica alla rivoluzione digitale autore Bernaldelli Luca ed. Giunti Botella, C., Fernández-Álvarez, J., Guillén, V., García-Palacios, A.(2017) Riva G come trasformare la tecnologia da un problema ad un opportunità 2019 Morgati ,riva 2016 conoscenza , comunicazione e tecnologia : aspetti cognitivi della realtà virtuale
La rappresentazione delle malattie mentali sui social networks

Le malattie mentali sono diventate un vero e proprio trend di discussione sui social networks.Dalle star che rompono il silenzio per sdoganare lo stigma sociale sui disturbi mentali, agli influencer che documentano in real time il proprio disagio, il web è pieno di canali che parlano di salute mentale. Da un lato questo fenomeno ha degli effetti positivi, perché contribuisce a rompere il tabù della malattia mentale e a normalizzare il disagio psichico. Dall’altro però stiamo assistendo a una spettacolarizzazione dei disturbi mentali, talvolta strumentalizzata per avere maggiore attenzione e visibilità. Romanticizzare i disturbi La conferma arriva dai giovanissimi: cercando “depressione” sui social, appaiono tantissimi post raffiguranti ragazze e ragazzi bellissimi e trasgressivi con frasi che parlano di sofferenza, disagio e malessere. La tendenza a raffigurare le malattie mentali in chiave glamour e romanticizzata prende il nome di “sofferenza estetizzata”. Questo rebranding patinato e instagrammabile è pericoloso perché propone un’immagine di adolescenti “problematici” e fascinosi, sminuendo l’importanza del disagio e soprattutto del percorso di cura.Ma risulta addirittura deleteria per chi soffre di malattie mentali e non si rispecchia affatto nel ritratto romanzato e artefatto del web.Il risultato è una spaccatura tra il “disagiocool” tanto di moda e i “matti” tradizionali, che si allontanano sempre di più dall’ideale di normalizzazione e inclusione nella società. Influencer e disturbi mentali C’è bisogno di parlare di malattie mentali in modo autentico, genuino, equilibrato: senza indorare la realtà ma nemmeno dipingendo i malati come mostri. Parlare di salute mentale in rete è importante e può avere degli effetti positivi potentissimi. Sono molti gli influencer che mostrando la loro vita, con le proprie fragilità e debolezze ma anche con successi e conquiste danno forza e speranza a chi soffre dello stesso disturbo.Anche la testimonianza di personaggi famosi che “ce l’hanno fatta” si rivela preziosa per portare alla normalità il tema della salute mentale. Ma anche per acquisire la consapevolezza che un disturbo non ci impedisce di crescere e di avere successo, raggiungendo i nostri obiettivi. Non è affatto sbagliato utilizzare i social per parlare di disturbi mentali. È sbagliato dare un’immagine distorta della realtà o parlare solo degli aspetti negativi, che contribuiscono ad aggravare la concezione comune. Bisogna trovare la giusta misura per parlare degli aspetti positivi e negativi delle malattie mentali, promuovendo l’informazione, la consapevolezza e l’inclusione.
La rabbia: l’emozione temuta in terapia

La rabbia: l’emozione temuta in terapia Questo non è il primo articolo che scrivo riguardo le emozioni e, soprattutto, la rabbia. Spulciando tra i vari lavori divulgativi, nei principali programmi di life skills e di educazione alle emozioni per bambini, adulti e adolescenti, viene posto molto accento sul tema della gestione della rabbia. L’aspetto comportamentale correlato alla rabbia, infatti, porta con sé l’idea di attacco. Rossore, sguardo e postura di minaccia fino, nei casi più estremi, ad arrivare ad un’aperta aggressività. Vengono usati termini quali “scoppi”, “scatti”, “esplosioni” di ira. Tali parole, come qualsiasi fenomeno improvviso e dirompente, richiamano l’idea di qualcosa di spaventoso che va arginato, gestito. Rabbia è minaccia di conflitto e, in quanto tale, va gestita. In una interessante supervisione a cui ho partecipato di recente, il supervisore sottolineava di come anche in terapia la rabbia del paziente sia un tasto dolente per il terapeuta. La reazione, nella relazione, è quella di timore. Ha inizio così una corsa ad applicare strategie per arginare, gestire appunto. Tutto ciò, rischia di spostare l’accento da un punto che, per le altre emozioni, risulta più facile ed immediato. La rabbia infatti, prima di essere gestita, va innanzitutto capita. Molto banalmente, cos’è che ti fa arrabbiare tanto? Questa importantissima emozione ci comunica che il paziente sente di aver subito o di aver assistito ad una grave ingiustizia. Possiamo quindi solo immaginare quale dolore e torto subito possa celarsi dietro una dimensione così esplosiva. Spesso, il paziente non ha nel proprio vocabolario le parole per descrivere tutto ciò, ed è innanzitutto qui che la curiosità e l’attenzione empatica del terapeuta deve posarsi. In un movimento di connessione con ciò che altro non è dolore, del paziente. Come possiamo infatti gestire, prima ancora di capire?
La punizione come metodo educativo funziona?

La punizione va usata? Proviamo a capire insieme quali possono essere le valide alternative al castigo e perché è preferibile usarle. Spesso, quando un adulto si ritrova di fronte ad un bambino che ha messo in atto un comportamento inadeguato, si ricorre alla punizione. Perché? Sono tanti i motivi che inducono ad agire così e, se ognuno di noi prova a fermarsi un attimo e a riflettere sulle motivazioni reali, possiamo notare che molto ha a che vedere con la nostra rabbia, la nostra impazienza, la nostra stanchezza. Inizialmente, l’adulto potrebbe ignorare quel comportamento che non piace, ma poi il fastidio aumenta e, dopo l’avvertimento verbale (“smettila!”), si passa all’azione attraverso, ad esempio, sculacciate o togliendo qualcosa che piace al bambino. Che cos’è la punizione? Nell’ambito della psicologia comportamentale, vengono descritti due tipi di punizione: positiva e negativa. Nella prima è aggiunto uno stimolo avversivo (ad esempio, uno schiaffo); nella seconda è tolto un elemento positivo (ad esempio, i cartoni animati). In entrambi i casi, la conseguenza sarà una diminuzione del comportamento che non piace. Ma perché è preferibile utilizzare delle alternative alla punizione? Quando l’adulto punisce il bambino, quest’ultimo non sta apprendendo quale sarebbe il comportamento corretto da utilizzare e non riceve dunque nessun tipo di beneficio. Anzi, piuttosto, potrebbe imparare ad utilizzare il comportamento osservato nell’adulto per relazionarsi agli altri. Secondariamente, la punizione può innescare sensi di colpa nel genitore quanto nel bambino. In questo caso, il genitore dispiaciuto potrebbe interrompere la punizione e il bambino potrebbe interiorizzare un messaggio tipo “non fa niente se mi comporto male, i miei genitori mi perdonano”. Inoltre, quando si è arrabbiati, spesso non si riesce a dare peso alle parole che si dicono. I bambini registrano, infatti, qualsiasi informazione e dire “sei cattivo, sei disobbediente, non ti voglio bene” potrebbe infierire sull’autostima del bambino e sul suo sviluppo. In alcuni casi, potrebbe anche succedere che, attraverso la punizione, il bambino abbia delle attenzioni che non sente di ricevere in altri momenti dall’adulto. In questo caso, potrebbe apprendere comportamenti inadeguati che hanno la funzione di ricevere maggiori attenzioni dal caregiver. Cosa fare allora per correggere il comportamento del bambino in modo più costruttivo? Si potrebbe aiutare il bambino a raggiungere il suo scopo, gradualmente e dando attenzioni ai comportamenti positivi che mette in atto, anche se piccoli. Potrebbe essere importante stabilire con il bimbo quali sono le conseguenze naturali di un comportamento e condividere poche regole e basilari. Ad esempio, si può dire di non tirare fuori un giocattolo finché non si mette apposto quello che si usa. Si può mostrare il comportamento adeguato incoraggiando il bambino a metterlo in atto e lodandolo in tutti i suoi progressi. Questo atteggiamento sarà utile per il bambino poiché imparerà a comportarsi in modo corretto, ma soprattutto potrebbe portare benefici nella relazione con l’adulto. “Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini”- Dante Alighieri
La pulsione nella teoria psicoanalitica Freudiana

Paolo Cotrufo spiega il concetto di pulsione, che è un concetto cardine della teoria psicoanalitica Freudiana, partendo da una famosissima citazione freudiana, secondo la quale la pulsione è un concetto limite tra lo psichico ed il somatico. L’aspetto della compartecipazione tra soma e psiche nella determinazione di una pulsione è estremamente importante ed estremamente significativo in quanto ci fa capire quanto la componente somatica sia presente nella determinazione della pulsione che probabilmente viene deformata dalla componente psichica. Gli aspetti psichici dell’essere umano hanno contribuito a deformare quella componente istintuale che indubbiamente deve essere presente anche negli umani, pensiamo agli istinti degli altri animali come ad esempio la fame oppure la spinta alla riproduzione oppure quella spinta auto conservativa a difendersi alla sopravvivenza quindi anche magari un attacco aggressivo questi istinti che sono quelli che regolano la vita nella natura, nell’ essere umano sono quantomeno nascosti o comunque deformati Pensiamo alla fame, l’alimentazione come tutte le spinte e le pretese funzionali inizialmente sono appoggiate ad una istintualità, come la fame fosse stata pervertita dall’ apparato psichico probabilmente nella fame in modo specifico gli aspetti relazionali, perché della nostra fame della nostra alimentazione si è occupata nostra madre per tanto tempo non soltanto durante l’allattamento, ma anche dopo magari fino a 20, 30 anni, In alcuni casi è ancora la mamma che si occupa di alimentazione dei figli e dunque il momento dell’alimentazione è un momento carico di significati che vanno ben oltre le necessità di un apporto calorico finalizzato alla sopravvivenza dell’individuo, dunque la questione del concetto limite tra psico somatico assume un grande senso. Le quattro caratteristiche che Freud individua nella pulsione, cioè la fonte, la spinta, la meta e l’oggetto, affondano come fossero un albero le radici in terreni differenti questo albero ha la radice della fonte quindi la zona erogena, zona somatica eccitabile sensibile e la radice della spinta che è probabilmente proprio quella dell’istinto, qualcosa che preme per giungere ad un soddisfacimento. Queste due radici dell’albero della pulsione affondano nel terreno del soma, hanno a che fare con le origini del corpo, con i corpi anche degli altri esseri viventi, ma questo albero ha anche altre due radici, che invece affondano nel terreno dello psichismo e quindi sono arricchite da fertilizzanti relazionali, culturali, educazionali e sono appunto la meta e quindi il modo in cui ciascuno di noi riesce a raggiungere un piacere grazie al disfacimento pulsionale. Soprattutto l’oggetto dice Freud nella parte più intercambiabile della pulsione cioè la pulsione è alla ricerca di un oggetto e non il contrario non è l’oggetto ad eccitare una pulsione. La teoria pulsionale freudiana è stata messa sotto attacco sin dall’inizio non è mai piaciuta, molti concetti della psicoanalisi non sono stati accolti nel campo medico proprio perché introduceva alcuni aspetti molto problematici per ciascun essere umano.
La Psicoterapia Sistemico Relazionale

La Psicoterapia Sistemico Relazionale è uno dei tanti approcci esistenti nella psicoterapia, viene anche chiamata terapia sistemica familiare o semplicemente terapia familiare perché ha come focus di osservazione l’individuo inserito all’interno di vari sistemi, primo tra tutti la famiglia. Per questo motivo, si tratta di un approccio che viene spesso utilizzato nel lavoro terapeutico con le famiglie. Tuttavia, è più corretto parlare di psicologia e psicoterapia sistemico relazionale perché è possibile utilizzarla anche per la Psicoterapia individuale o per la Terapia di coppia La Terapia sistemico-relazionale nasce come terapia delle relazioni. Fin dalla sua nascita l’individuo è inserito in una rete di relazioni, per questo il malessere del singolo non può essere slegato dal contesto a cui appartiene. Questa visione permette di allargare la visuale da cui spesso si guarda erroneamente l’individuo portatore del sintomo, spostandosi da una dimensione soggettiva ad una dimensione relazionale. Nello specifico, il terapeuta sistemico-relazionale ridefinisce il sintomo non più come problematica unicamente individuale, pensiero che ritroviamo in molti approcci terapeutici, ma come l’espressione di un malessere che affligge anche il proprio contesto di relazioni significative. Le relazioni disfunzionali possono riguardare il sistema famiglia, il sistema coppia, il contesto lavorativo o quello amicale. In questa ottica, l’individuo portatore del sintomo non viene colpevolizzato, ma accolto come colui che sta mostrando al suo contesto di appartenenza un malessere di cui sono tutti vittime consapevoli e non, spetterà al terapeuta cambiare le dinamiche relazionali disfunzionali in funzionali, restituendo benessere non solo all’individuo ma anche al suo contesto relazionale. Cenni storici sulla psicoterapia sistemico-relazionale La teoria sistemico relazionale è nata a partire dalla teoria generale dei sistemi, formulata da Ludwig von Bertalanffy (1901-1972), un biologo austriaco che faceva parte della scuola di Palo Alto e in seguito del Circolo di Vienna. La Scuola di Palo Alto è una corrente psicologica statunitense che prende il nome dalla città californiana dove sorge il Mental Research Institute, centro di ricerca e terapia psicologica fondatoda Donald de Avila Jackson nel 1959. Secondo la teoria dei sistemi esiste un’interdipendenza e un’interrelazione tra tutti i fenomeni osservati, le cui proprietà non possono essere ridotte a quelle delle parti che lo compongono, cioè all’interno di un sistema il tutto è più della somma delle parti. Il sistema, secondo la teoria sistemica, è un’unità intera e unica, composta da parti, ognuna con la sua funzione, che sono in relazione tra loro che tendono all’equilibrio. Nel sistema l’intero risulta diverso dalla semplice somma delle parti e qualsiasi cambiamento in una sua parte influenza l’intero sistema nel suo insieme. Come interviene la psicoterapia sistemico-relazionale L’intervento terapeutico basato sulla teoria sistemico-relazionale tiene conto della storia familiare e transgenerazionale che va ad influenzare il contesto di riferimento, ma l’approccio si focalizza sul presente e sull’analisi delle difficoltà del momento attuale. Lo scopo è quello di modificare i modelli e le dinamiche disfunzionali presenti attraverso un processo di co-costruzione che coinvolge attivamente terapeuta e individuo/famiglia. La psicoterapia sistemico-relazionale ha il compito di andare a riparare quelle relazioni che l’individuo avverte come problematiche tramite il cambiamento delle dinamiche disfunzionali presenti nel proprio contesto di riferimento; la sua funzione è quella di apportare un rinnovato benessere soggettivo e sociale.
La Psicoterapia della Gestalt

Raffaele Sperandeo racconta della sua esperienza formativa professionale e di come si è avvicinato alla psicoterapia della Gestalt. Si laurea in Medicina e si occupa prevalentemente di neurologia, ma quando inizia a scoprire come gli aspetti emotivi delle persone determinano gran parte dell’evoluzione delle malattie anche di tipo organico, scopre che il suo interesse non è tanto il funzionamento del cervello ma quello della mente. Inizia quindi una ricerca dei vari approcci terapeutici che avessero senso per una persona che aveva una formazione organicistica positivista. Inevitabilmente si avvicina alla psicoterapia della Gestalt in quanto è un approccio molto flessibile ed ha la capacità di consentire a chi se appropria di declinare la propria sensibilità, il proprio paradigma scientifico e la propria radice formativa in maniera efficacie all’interno di una terapia.
La Psicoterapia della Gestalt

Valter Mastropaolo direttore della scuola di Psicoterapia della Gestalt, spiega su cosa si incentra la psicoterapia della Gestalt. La Gestalt rispetto ad altre teorie psicoterapeutiche ha la soggettività come focus centrale, il termine Gestalt significa forma, ma anche configurazione, quindi è la configurazione soggettiva della propria vita. Ovvero la possibilità e la capacità di dare significato e senso alla vita. Per la Gestalt nel disagio psicologico quindi esiste una dimensione soggettiva, un significato che l’individuo è chiamato a dare. Questo lo si fa attraverso l’espressione, quindi il percorso di psicoterapia consiste nell’autorealizzazione, che avviene non attraverso l’apprendimento ma si manifesta in modo naturale nel corso dell’esistenza. I termini fondamentali della psicoterapia della Gestalt sono la consapevolezza e la responsabilità. Nella ricerca del senso della vita è necessario che l’individuo diventi pienamente consapevole di sé stesso e quindi accettare tutto ciò che egli è, evitando il più possibile le scissioni di ciò che non gli piace. Quindi l’individuo diventa consapevole di tutto, e da questo momento la sua vita diventa una scelta, perché è chiamato a dare una direzione, diventando responsabile in prima persona di questo viaggio ovvero la propria esistenza.
La psicologia prende parola sulla guerra e le violenze