ONLINE DATING vs INCONTRI DAL VIVO

Da qualche anno, sta sempre più prendendo piede il fenomeno dell’online dating. Esistono, infatti, numerosi siti/app online che permettono alle persone di incontrare nuove persone. Questo fenomeno ha suscitato l’interesse degli psicologi sociali e in particolar modo di chi si occupa di relazioni interpersonali. In particolare, è interessante come questi siti di dating abbinano le persone tra di loro. La maggior parte dei siti di online dating sostiene di usare alcune teorie psicologiche per creare i loro abbinamenti. Solitamente, infatti, alle persone vengono somministrati dei questionari che indagano aspetti diversi (come la personalità, le abilità relazionali, i valori e le credenze, gli interessi…) e poi vengono usati alcuni algoritmi matematici per abbinarle. Le teorie psicologiche che i siti affermano di usare più spesso sono quelle legate alla similarità e/o alla complementarietà. Il principio più usato è quello della somiglianza, secondo cui si viene abbinati a persone più simili a se’. Spesso questo principio viene seguito e/o associato a quello della complementarietà, che indica il grado in cui due persone in relazione si completano vicendevolmente. Entrando più nello specifico, alcuni studiosi si sono chiesti se l’online dating avesse delle caratteristiche specifiche rispetto agli incontri dal vivo e se portassero a esiti diversi per quanto riguarda le relazioni sentimentali. Sicuramente esistono delle differenze con gli incontri vis-a-vis. Ad esempio, negli incontri tradizionali le persone iniziano la conoscenza attraverso un incontro faccia a faccia dove si creano un’impressione generale dei potenziali partner e solo successivamente approfondiscono la conoscenza dei vari aspetti della persona. Negli incontri online, questo processo si inverte. Si inizia, infatti, con un’esplorazione approfondita delle caratteristiche del partner e solamente dopo avviene l’incontro dal vivo. Per quanto riguarda gli esiti, invece, non ci sono dei risultati univoci. Sicuramente nell’online dating il numero di potenziali partner a cui si ha accesso è più elevato rispetto a quanto è possibile nella vita quotidiana; questo, però, non porta necessariamente a esiti migliori dal punto di vista delle relazioni sentimentali. Questo può essere dovuto a numerosi fattori. Ad esempio, per il fatto che la comunicazione avviene sempre attraverso scambi verbali scritti, i quali non permettono alla persona di valutare il potenziale partner a 360 gradi. Inoltre, non è detto che gli online dating siano migliori rispetto agli incontri dal vivo solo perché abbinano persone tra loro simili. È importante, infatti, che tale abbinamento funzioni nel lungo periodo e non solamente nel breve. A questo scopo, alcuni studiosi hanno cercato di capire se fosse possibile costruire in algoritmo che permetta di ottenere tali esiti. Ciò che è emerso è che il funzionamento delle relazioni interpersonali è basato su come le persone interagiscono tra di loro e come affrontano gli eventi che capitano nella relazione e nel contesto sociale più ampio. Queste variabili non possono essere prese in considerazione da un algoritmo basato solo sulle caratteristiche personali di due partner presi isolatamente. Dunque, l’unico servizio che i siti online potrebbero offrire è quello di uno screening relativo a quali persone in generale siano più adeguate a rapportarsi a un’altra persona in una relazione intima. Essi, però, non riusciranno mai a trovare l’abbinamento perfetto tra due persone basandosi solamente sulle loro caratteristiche individuali perché non esistono teorie psicologiche che supportano scientificamente questo approccio. BIBLIOGRAFIA Myers, D.G., & Twenge, J. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw Hill Education
Neuroni per Natale? Un bel regalo per tutte le età

Come dimostrato da molte ricerche, il nostro cervello è in grado di produrre nuovi neuroni anche in età adulta e avanzata. E quest’anno, a Natale, potrebbe essere un’ottima idea regalarsi una buona dose di neuroni nuovi di zecca: insomma, mettere in atto comportamenti capaci di contribuire attivamente a stimolare la neurogenesi nel cervello. Partiamo dall’ippocampo. Sappiamo da tempo che questa struttura al centro del cervello è coinvolta nei processi relativi all’apprendimento, alla memoria, all’umore e all’emozione. Quella che invece è più recente, grazie al contributo dei neuroscienziati, è la conoscenza di come l’ippocampo sia una delle uniche strutture del cervello adulto in cui possono essere generati nuovi neuroni. Le ricerche hanno evidenziato che produciamo circa 700 nuovi neuroni ogni giorno nell’ippocampo, che lentamente vanno a sostituire la dotazione di neuroni che avevamo alla nascita. Intorno all’età di cinquant’anni, ogni essere umano ha sostituito il proprio intero patrimonio di milioni di neuroni con neuroni generati in età adulta. Dagli studi dei neuroscienziati che si occupano in particolare di questo aspetto, tra cui Sandrine Thuret, sappiamo che questi neuroni generati in età adulta sono importanti per la memoria, in termini di durata nel tempo e di capienza di ricordi conservati. E che sono molto importanti anche per l’umore. Infatti, in caso di depressione, c’è un calo significativo della produzione di nuovi neuroni. Stimolando la neurogenesi, c’è una netta correlazione, secondo gli studiosi, tra la produzione di nuovi neuroni e la diminuzione dei sintomi di depressione. L’argomento è complesso, sfaccettato, affascinante e meriterebbe ovviamente uno spazio assai maggiore di un breve articolo. Potenzialmente, in futuro potremo arginare gli effetti dell’età sulla memoria e sull’umore, il che apre a pensieri che comprendono temi etici e sociali assai rilevanti. Ma in queste poche righe possiamo concentrare qualche consiglio per favorire la neurogenesi. È davvero possibile stimolarla e regalarsi un cervello più giovane e in forma? Secondo i ricercatori, la risposta è affermativa. Cimentarsi nell’apprendimento di qualcosa di nuovo, stimola la neurogenesi. L’attività e il moto, in generale, stimolano la neurogenesi. Diminuire del 20-30% l’assunzione di calorie con i pasti, stimola la neurogenesi. E poi il digiuno intermittente (le famose 16 ore di cui abbiamo già parlato) sono un toccasana per mantenere le nostre prestazioni cerebrali, i flavonoidi (che trovate, ad esempio, nel cioccolato fondente), gli Omega 3, il resveratrolo (uva e vino rosso). Una dieta ricca di grassi e il consumo di alcol diminuiscono la neurogenesi. Tra poco inizia il periodo delle feste: ricordiamoci di aumentare la nostra produzione di neuroni. Più cioccolato fondente e mirtilli, meno alcol e grassi. Supportati dai dati delle ricerche, ci sentiremo più rilassati, felici e mentalmente rapidi se mangeremo alcuni cibi e ne ridurremo altri. Anche i cibi che richiedono più masticazione sembrano contribuire attivamente alla neurogenesi: un regalo perfetto da fare a sé stessi. A Natale e per tutto l’anno.
I Disturbi della Comunicazione. Alcune riflessioni per gli psicologi.

di Francesca Dicè I Disturbi della Comunicazione sono Disturbi del Neurosviluppo molto frequenti in età prescolare e sono caratterizzati da quadri sindromici differenti che riguardano le capacità di comprensione, produzione e uso del linguaggio (Centro TICE). Secondo il DSM-5, essi riguardano la presenza di deficit nel linguaggio (l’uso di un sistema convenzionale di simboli), nell’eloquio (la produzione espressiva di suoni) e nella comunicazione, (il comportamento verbale o non verbale) senza alcuna compromissione delle altre aree di funzionamento (Centro TICE). Fra questi, il Disturbo del Linguaggio si configura come molto complesso perché riguarda sia la produzione che la capacità di comprendere la parola parlata; si distingue per la presenza di un lessico ridotto, la limitatastrutturazione delle frasi e la compromissione delle capacità discorsive (Centro TICE). Invece, il Disturbo Fonetico- Fonologico riguarda esclusivamente la produzione del linguaggio ed è caratterizzato da dislalie e ritardo linguistico (Centro TICE). Il Disturbo della Fluenza, comunemente detto Balbuzie, si distingue per la presenza di frequenti ripetizioni o prolungamenti di suoni o sillabe e spesso è più grave in condizioni di tensione emozionale (Centro TICE). Il Disturbo della Comunicazione Sociale, infine, è caratterizzato da un deficit nell’utilizzo delle regole sociali relative alla comunicazione e presenta importanti limitazioni nell’efficacia, nella partecipazione sociale, nelle relazioni e nelle capacità scolastiche e lavorative (Centro TICE). È opportuno specificare che fra i Disturbi della Comunicazione non si annovera il Mutismo Selettivo, che invece, secondo il DSM-5, è un disturbo d’ansia che si manifesta in età evolutiva ed è caratterizzato dall’assenza di comunicazione verbale in alcune situazioni sociali (Falcone, 2021).Il trattamento riabilitativo per i Disturbi della Comunicazione è di tipo multidisciplinare e richiede la presenza di logoterapia, psicomotricità e psicoterapia (Associazione PSY). È necessaria, tuttavia, anche una presa in carico in psicoterapia familiare, affinché l’intera famiglia possa avvalersi di uno specifico spazio di elaborazione e riflessione, per comprendere i vari sintomi del Disturbo, elaborare le ansie ad esso connesse e sostenere il bambino nelle difficoltà (Associazione PSY). In questo contesto, anche il lavoro dei logopedisti si configura come un contributo fondamentale per prevenire, curare e riabilitare gli aspetti deficitari ma anche per la valutazione del linguaggio e della comunicazione (Associazione PSY).In conclusione, i Disturbi della Comunicazione sono condizioni estremamente complesse da non sottovalutare, la cui diagnosi e presa in carico precoce possono rivelarsi determinanti per garantire il buon esito dei trattamenti riabilitativi ed una remissione quanto più possibile completa dei sintomi (Associazione PSY, Centro TICE). Bibliografia. American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition (DSM-5). Arlington, VA ISBN 978974652268Associazione PSY. Disturbi della comunicazione. Retrieved from https://bit.ly/ 3LjXIXbCentro TICE, Disturbi nella comunicazione. Retrieved from https://bit.ly/39jSvRTFalcone C. (2021). Mutismo Selettivo. Retrieved from https://bit.ly/3NisQrkPsicologinews.it
il disturbo della pica

Le persone con il disturbo pica o picacismo mangiano compulsivamente cibi che non hanno valore nutritivo. Da dove nasce l’esigenza ad esempio di ingerire capelli? COMPORTAMENTO DEL PICACISMO Le persone con il disturbo pica o picacismo mangiano compulsivamente cibi che non hanno valore nutritivo. Una persona affetta da picacismo potrebbe mangiare oggetti relativamente innocui, come il ghiaccio, oppure potrebbe ingerire oggetti potenzialmente pericolosi, come scaglie di vernice secca o pezzi di metallo. Secondo Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association (DSM-5) la pica è il consumo di sostanze non nutritive e non alimentari per un periodo di almeno un mese. La natura dei materiali ingeriti è ampiamente variabile ed include, ad esempio: ghiaccio cenere carta stoffa pastelli capelli feci Spesso è stata rilevata un’associazione tra pica e stress, abusi sui minori e deprivazione materna. La pica di solito si presenta come un disturbo isolato, ma ci sono casi in cui può coesistere con altre problematiche. DIAGNOSI Ai fini della diagnosi il comportamento deve persistere per almeno un mese, non essere in linea con lo stadio di sviluppo del bambino (il limite di età minimo è di 24 mesi) non essere un comportamento derivante da convenzioni sociali o culturali. SINTOMI I sintomi con cui si manifesta la pica, oltre alla ricerca e consumo compulsivi, dipendono dal materiale ingerito e possono comprendere ad esempio: mal di stomaco Problemi intestinali (come costipazione o diarrea) Sangue nelle feci Complicazioni più specifiche sono legate quindi al tipo di sostanza ingerita Disturbi alimentari e malnutrizione possono entrambi portare al picacismo. Il motivo? In questi casi, mangiare cibi non alimentari può aiutare a sentirsi sazi e pieni. CURA Si suggerisce in genere di ricorrere a strategie per ridurre l’esposizione (e quindi la possibilità di accesso) alla sostanza desiderata, eventualmente fornendo materiali con consistenza simile, mentre altri pazienti beneficiano di un approccio psicoterapico (volto ad esempio a reindirizzare il comportamento indesiderato verso altre attività). TRATTAMENTI POSSIBILI Il medico probabilmente inizierà trattando eventuali complicazioni che si sono acquisite mangiando prodotti non alimentari. Se il medico pensa che il disturbo sia causato da squilibri nutrizionali, può prescrivere integratori vitaminici o minerali. Oppure può consigliare una valutazione psicologica per determinare se si ha un disturbo ossessivo compulsivo o un’altra condizione di salute mentale. A seconda della diagnosi, si possono prescrivere farmaci, terapie o entrambi. Qualora ci si renda conto che un bambino inizia ad ingerire sostanze non alimentari diventa importante evitare le giustificazioni e consultare subito un medico ed eventualmente uno psicologo per l’età evolutiva al fine di affrontare la problematica nel miglior modo possibile
Mind-reading: il mio psicologo mi legge nella mente?

<<Il mio psicologo mi legge nella mente!>> Quanti di voi hanno mai sentito questa frase? Per me è ormai divenuta un’affermazione costante, una volta svelata la mia professione (e menomale sia così!) Ma cos’è che crea la percezione, inevitabilmente anche minacciosa, di uno psicologo un po’ empatico, un po’ “mentalista”? Nessuna sfera magica, ahimè. Parliamo invece della capacità di mind-reading del terapeuta. Il Mind-reading può essere definito come la capacità di attribuire un senso alle azioni degli altri, sulla base delle credenze, dei desideri e delle emozioni che imputiamo loro. È un’abilità cognitiva di “connessione con l’altro”, tradizionalmente studiata all’interno della Teoria della Mente (Wellman, 1990). È un’abilità rudimentale di comunicazione e comprensione pre-linguistica. La nostra principale forma di comunicazione quotidiana è, infatti, di tipo verbale. Scritto o parlato che sia, siamo abituati a pensare che il linguaggio sia lo strumento più semplice e chiaro per farci capire dall’altro. In realtà, spesso, la comunicazione linguistica è la più complessa, insidiosa e lontana forma di comprensione reciproca. Il mind-reading è una tipologia molto semplice e rudimentale di dialogo. È un’abilità presente anche in moltissimi animali non umani, che permette di dare senso alle azioni degli altri, difendendosi, in questo modo, dai predatori e procurandosi cibo attraverso l’interazione. Consiste in una piena presenza nella relazione, che permette di ampliare la propria attenzione agli aspetti non verbali della comunicazione e alla discrepanza tra questi e ciò che si sta dicendo. Significa, cioè, ampliare la propria capacità di ascoltare, di vedere l’altro, di percepire cosa noi stessi stiamo provando in quel momento, mentre l’altro ci sta parlando. Nella pratica, quindi, lo psicologo non legge nella mente: sta ponendo l’intera sua persona al servizio della relazione terapeutica.
Relazioni positive tra genitori e figli

Alcune riflessioni legate al mondo della genitorialità: come si può creare una relazione positiva fin da piccoli Come si può creare una relazione positiva con i propri figli? Diciamolo: fare il genitore è davvero il mestiere più difficile del mondo! Mette a dura prova l’adulto che, presumibilmente, si ritrova talvolta ad agire attraverso comportamenti, legati ad automatismi, che poi creano sensi di colpa! Proviamo a pensare innanzitutto che ciascun bambino prova sentimenti ed emozioni con la nostra stessa intensità! La differenza è che non hanno alcun filtro comportamentale ed intellettuale, non avendo avuto esperienze che gli possano aver fatto apprendere come vivere in modo socialmente accettabile. Proviamo a pensare che il nostro bimbo sia come un extraterrestre, appena giunto sul nostro pianeta e che non conosce tutte le regole! Sta dunque all’ambiente che lo circonda insegnargli come vivere. E proviamo a mantenere questa immagine dentro di noi, ogni qualvolta siamo presi dalla rabbia. Che succederebbe? Prima di continuare la lettura, proviamo a soffermarci su questo… Controllore o guida? Che tipo di genitore vorrei essere? Un genitore che, in maniera strategica, controlla il proprio figlio per raggiungere i propri obiettivi o vorrei essere una guida presente, amorevole, serena, consapevole del proprio compito educativo? Dopo i due anni, il bambino cerca di costruire la propria identità, ma non possiede tutti gli strumenti di un adulto: non ha ancora un linguaggio articolato; non ha capacità metacognitiva; utilizza il corpo per relazionarsi ed esplorare; vive in una fase egocentrica. Inizia così a richiedere all’adulto di poter essere attore e non solo spettatore del suo percorso di crescita. Vuole essere visto, chiede maggiori attenzioni non solo relative ai suoi bisogni primari. Diventa fondamentale dunque non solo dare regole, ma anche riflettere sul modo in cui vengono date, non dimenticandosi mai che una buona educazione parte anche da una buona relazione. Ricordiamoci che l’adulto è con il bambino e non al di sopra o al di sotto!
LA SOLITUDINE PUÒ AIUTARE. A SENTIRSI MENO SOLI

Ho avuto la fortuna, anni fa, di assistere di persona agli studi di Elizabeth Fivaz, storica collaboratrice di Stern, sulla prima infanzia. Ricordo che mi aveva molto colpita l’azione naturale, messa in atto da bambini di pochi mesi, di sottrarsi periodicamente, durante un’interazione sociale, al contatto visivo con l’interlocutore, in modo da autoregolarsi e calmare le emozioni. Il piccolo o la piccola, che interagivano con uno o entrambi i genitori nel gioco triadico di Losanna, ad un certo punto distoglievano lo sguardo e giravano la testa, come per riprendersi da troppa sollecitazione; per poi tornare poco dopo a coinvolgersi nell’attività, con rinnovato piacere e maggiore serenità. Un meccanismo di autoregolazione potente e utile, che va osservato e rispettato. I bambini in età scolare, ad esempio, come hanno notato altri ricercatori, tendono ad allontanarsi dopo un compito cognitivamente o socialmente impegnativo, iniziando attività solitarie, come leggere o disegnare. Crescendo, fino a raggiungere il culmine in adolescenza, quando i ragazzi passano gran parte del tempo nella propria stanza da soli, i bambini hanno bisogno di sperimentare, in maniera crescente, sempre più ampi momenti di solitudine. Una solitudine che permette di metabolizzare le emozioni più forti e di sperimentarsi con sé stessi in maniera gradualmente maggiore, fino al tipico isolamento dell’adolescente, alla ricerca di una identità e di una collocazione propria nel mondo. Questi spazi di solitudine avvenivano regolarmente nei secoli passati della storia dell’umanità, anche come risultato di una scarsa attenzione al mondo dell’infanzia. Secondo Kristen Lashua, storica della Vanguard University, il cambiamento nel mondo occidentale è iniziato intorno alla metà del ventesimo secolo, quando gli adulti hanno iniziato a vedere i propri figli come vulnerabili e il mondo intorno a loro come potenzialmente pericoloso. Così la norma si è attestata verso una stretta supervisione dei bambini piccoli in ogni momento, per garantire loro sia la sicurezza fisica che il successo futuro, favorendo attività che possano sviluppare abilità specifiche e competenze sociali. Il risultato? Per certi versi molto positivo, ovviamente. Oggi i bambini (parliamo naturalmente di occidente e di situazioni non problematiche dal punto di vista economico e sociale) sono più liberi della maggior parte dei bambini nel corso della storia; e sono infinitamente più considerati, accuditi, protetti. Ma sono spesso molto sorvegliati e inglobati in attività pianificate. Il tempo “da soli” è praticamente ridotto a pochi minuti al giorno. Molti genitori percepiscono i momenti liberi nelle giornate dei propri figli come un vuoto da riempire. Così, sempre più frequentemente, vediamo bambini con agende fittissime di impegni, che impediscono loro di avere momenti di solitudine utili alla crescita emotiva e cognitiva. È stato infatti dimostrato da diversi studi che anche il gioco da soli dovrebbe avere uno spazio dedicato, perché aiuta a sviluppare concentrazione e capacità di progettazione. Le ricerche suggeriscono che, quando una ragazza o un ragazzo chiedono e ottengono di passare del tempo da soli, manifestano maggiore autonomia, motivazione e profitto scolastico. Gli spazi di solitudine, quando non sono imposti, ma sono cercati e desiderati dai ragazzi e accettati dagli adulti di riferimento, consentono anche di regolare le emozioni e di riconoscerle meglio, migliorando le competenze individuali di gestione degli stati d’animo negativi. Ricordare che può far bene un tempo di sospensione da una socializzazione continua o da attività fittamente pianificate è un buon modo per i genitori di rispettare gli spazi dei propri figli. A beneficio di entrambe le generazioni e dei giovani individui in età evolutiva.
Body shaming: critica dell’imperfezione al tempo dei social networks

Negli ultimi mesi si è parlato tanto dello scandalo che ha scosso il mondo della ginnastica artistica. Attraverso i social networks sempre più ginnaste hanno dato vita a un “j’accuse mediatico”, denunciando le violenze psicologiche subite, il controllo ossessivo del peso e il body shaming. L’espressione “body shaming” significa letteralmente “far vergognare” qualcuno, in questo caso specifico deridendolo per le sue caratteristiche fisiche. Questo fenomeno, reiterato nel tempo, può essere assimilato ad una forma di bullismo. Il body shaming al tempo dei social networks Abbiamo già affrontato in un precedente articolo gli effetti dei social sulla salute mentale, definendo la tendenza a mostrare un’immagine di sè sempre più artefatta e difficile da raggiungere. Questo ideale di perfezione non solo segna una profonda spaccatura con l’immagine reale delle persone comuni, ma diventa un termine di paragone inaccessibile e ineguagliabile. Appare evidente che nella società dell’apparenza, chiunque si discosti dai canoni aurei di bellezza 3.0 possa essere oggetto di “attacco virtuale” e di body shaming pubblico, ancor più umiliante perchè visibile agli occhi di tutti. In più, negli ultimi anni, i social networks sono diventati un ricettacolo di aggressività ed egocentrismo in cui hate speech, cyber bullismo e body shaming sono all’ordine del giorno. Gli effetti sulle vittime di body shaming Gli studi condotti da KJ Gaffney; 2017; sugli effetti negativi dei social networks sulla percezione dell’immagine corporea, evidenziano che le vittime di body shaming manifestano spesso rabbia e bassa autostima.Tra le sintomatologie più frequenti invece si riscontrano depressione, autolesionismo, dismorfofobia e disturbi dell’alimentazione. Anche in questo caso, i social networks non rappresentano la causa, ma un amplificatore di un problema già esistente e ben radicato nella nostra società. L’educazione affettiva e l’educazione digitale sono due azioni indispensabili per educare i ragazzi all’amore verso sè stessi e al rispetto per gli altri.
Kintsugi e l’arte di rimettere insieme i cocci

La tecnica del Kintsugi è usata da secoli in Giappone per riparare gli oggetti in ceramica rotti, riempiendo così le crepe formatesi con una speciale mistura. L’idea di rendere visibili le linee riparate e il materiale utilizzato, l’oro e l’argento appunto, conferiscono preziosità e unicità al nuovo oggetto ottenuto. Metaforicamente parlando, l’arte del Kintsugi può essere applicata di fatto alla psicologia e alla psicoterapia. L’esperienza personale di dolore devasta e manda, di conseguenza, in frantumi l’equilibrio psicologico. In seguito ad un evento traumatico, infatti, l’individuo può sentirsi “in mille pezzi “ proprio come un vaso rotto. Ogni oggetto di ceramica che si rompe, si divide in modo unico in tanti pezzi di varia dimensione; allo stesso tempo, uno stesso evento doloroso spacca in maniera differente ciascuno dei protagonisti. Con questa idea di ricostruzione, ripartendo dai cocci stessi, pezzo per pezzo è pazientemente e opportunamente rimesso al proprio posto. Il lavoro psicologico parte proprio dai mille resti che devono essere analizzati e accorpati in maniera che combacino alla perfezione. Il terapeuta , insieme al paziente, crea quella speciale mistura di oro che andrà ad incollare pian piano tutti i pezzi, senza tralasciare niente, affinchè l’individuo possa risentirssi nuovamente tutto intero. Punto di forza dell’arte giapponese è proprio il ricostruire, rendendo l’oggetto non solo prezioso, perchè intessuto con l’oro, ma soprattutto unico. Allo stesso tempo, con l’aiuto del terapeuta, si rimarca l’unicità e la preziosità del proprio essere, anche quando tutto sembra perduto. Il Kintsugi e l’approccio psicologico alle rotture mirano così a ridare valore alle cose e alle persone, puntando a rivalutare la propria immagine e la propria autostima anche e soprattutto dopo aver subito un evento doloroso e devastante, di qualsiasi natura.
Autismo a scuola…prospettive per favorire l’inclusione

Quando siamo di fronte ad una diagnosi di disturbo dello spettro autistico ci troviamo contemporaneamente di fronte alla necessità di promuovere l’integrazione dell’allievo autistico nella scuola di tutti, e a dover individuare gli importanti contributi che possono derivare dal progetto educativo e dai programmi di intervento specifico. Bisognerebbe prendere in considerazione alcune metodologie di lavoro estremamente utili ai fini della promozione di una reale integrazione scolastica. La possibilità di trascorrere parte del tempo in classe risulta facilitata se si riescono ad adattare gli obiettivi individualizzati e quelli curricolari. Questa operazione è assai complessa e, di fatto, applicabile solo ai primi livelli di scolarizzazione e su alcune competenze che fanno riferimento ai punti di forza dei bambini autistici dette “isole di abilità”. Il riferimento è alle prospettive di lavoro comune su obiettivi di tipo visuo-spaziale o visuo-motorio (copia, incastri, collage, ecc.), sulle abilità di calcolo, sulle competenze di memoria meccanica, ecc. Per il bambino autistico, comunque, il semplice stare in classe può rappresentare di per sé un importante obiettivo relazionale, anche se impiega gran parte del suo tempo in attività individuali e ripetitive. Oltre ciò, anche se le attività che la classe mette in atto non sono adatte al livello dell’allievo, può essere utile per alcuni periodi farlo “partecipare alla cultura del compito” favorendo in qualche modo l’inclusione (Moretti, 1982; Rollero, 1997, Tortello, 1999). Su questo aspetto, poi, la letteratura testimonia alcune situazioni sorprendenti. Il caso più eclatante è quello di Donna Williams (1996), la quale nella sua autobiografia riferisce che l’essere stata inserita in una scuola normale le aveva permesso di accumulare moltissime informazioni sulle persone e sulle situazioni. La risorsa compagni in autismo Ci sono obiettivi che da parte dell’insegnante di sostegno non possono essere condivisi con la classe, per cui il bambino con autismo si ritrova spesso una modalità di rilevanza la possibilità di un insegnamento uno a uno, da svolgersi anche all’esterno della classe quando il tipo di lavoro da effettuare non è conciliabile con l’organizzazione dell’ambiente comune (ad esempio per la presenza di troppi stimoli distraenti). Tali momenti di uscita dalla classe dovrebbero però essere temporalmente limitati e programmati in maniera che possano ridursi con il progredire dell’azione educativa e dell’adattamento del bambino. Lo spazio per l’attività individuale dovrebbe essere organizzato secondo i principi dell’insegnamento strutturato tipici dell’approccio TEACCH. Una delle principali chiavi di successo del processo di integrazione scolastica risieda nello stimolare rapporti di amicizia e aiuto da parte dei compagni. Certamente, come sostengono Stainback e Stainback (1990), i rapporti di amicizia e di sostegno sono estremamente individuali, fluidi e dinamici, diversi a seconda dell’età e basati per lo più su una libera scelta derivante da preferenze del tutto personali. Tuttavia, questo non significa che essi non possano essere facilitati e sostenuti da azioni messe in atto da insegnanti e genitori e da un clima favorevole all’interno della classe. La caratteristiche comportamentali e cognitive del bambino autistico rendono molto complesso l’instaurarsi di rapporti interattivi di spessore significativo. Sono state messe in evidenza possibilità offerte alla didattica dall’analisi applicata al comportamento (ABA). Le strategie di valutazione ed intervento di derivazione cognitivo-comportamentale, i sistemi di insegnamento strutturato, la facilitazione di varie forme di comunicazione, l’educazione alla percezione degli stati mentali propri ed altrui, l’adattamento degli obiettivi individualizzati e di quelli di classe, l’utilizzo adeguato della risorsa compagni rientrano fra tali opportunità. Quali difficoltà si possono incontrare rispetto all’inclusione a scuola? A causa del deficit della comunicazione e dell’interazione sociale il bambino potrebbe avere problemi ad esprimere i propri bisogni, a sostenere una conversazione con i pari, a stabilire una relazione con i compagni di classe e con gli insegnanti. Anche la difficoltà nel condividere interessi, emozioni e giochi può rendere difficile l’inclusione del bambino nel gruppo classe. Spesso, il bambino autistico sembra assorbito dall’interesse per un oggetto o parte di esso. Per esempio, potrebbe utilizzare la penna per mettere in atto stereotipie motorie piuttosto che per scrivere e dare poca attenzione agli scambi sociali. Infatti, un’altra peculiarità dell’autismo riguarda comportamenti, interessi o attività ristretti e ripetitivi. Il bambino o il ragazzo può mettere in atto dei movimenti ripetitivi o basati su routine molto rigide e fare fatica ad adattare il comportamento all’ambiente in cui si trova. Inoltre, la rigidità comportamentale e di pensiero può essere causa di disagio di fronte a piccoli cambiamenti, a cui può reagire in modo inadeguato al contesto, anche a causa delle limitate abilità comunicative. Abbiamo visto che la scuola può essere fonte di stress e difficoltà per i bambini con autismo. Esistono però interventi mirati per aiutarli nella gestione dell’ambiente e delle peculiari attività scolastiche. Nell’articolo del 25 novembre vedremo quali sono e in che modo possono rivelarsi utili.