Il metaverso e un approccio equilibrato ad esso

Negli ultimi anni, l’avvento del metaverso è diventato argomento di discussione e di curiosità in diverse discipline, sia scientifiche che umanistiche. L’utilizzo costante di internet ha fatto sì che si sviluppasse la possibilità di creare una realtà virtuale o aumentata, fruibile da tutti e con avatar con caratteristiche a scelta. I sostenitori del metaverso lo considerano come una vantaggiosa opportunità per vivere una realtà alternativa o parallela alla propria. L’utente costruisce un personaggio, che svolge la propria vita, stabilisce relazioni sociali, si crea una famiglia e lavora, realizza degli spazi che mette a disposizione anche degli altri. Tutto questo determina un’esperienza immersiva di condivisione di spazi e luoghi, ovviamente di tipo esclusivamente virtuali. Il metaverso è quindi considerato un “luogo” che garantisce relazioni sociali, mediante la connessione; uno spazio di condivisione in cui non esistono distanze. In effetti, le potenzialità offerte dalla rete e dal suo utilizzo, hanno un rovescio della medaglia, soprattutto se si pensa agli effetti psicologici sull’essere umano. In primis, la possibilità di creare personaggi dall’espetto gradevole, perfetto e talvolta poco realistico, determina una minaccia alla propria autostima. Il mondo creato, dove tutti ostentano pregi e non hanno difetti, determina l’eventualità di vivere poi il proprio corpo e la propria personalità con disagio. Dal punto di vista della socializzazione, i potenziali effetti negativi possono essere ricercati, quindi, nell’illusione di avere tanti amici. Il sentire l’esigenza di dover passare molto tempo nel metaverso, privilegiandolo e a discapito della vita reale, diventa un campanello di allarme e di riflessione. Spesso, quando la propria vita, fatta di contatti fisici e emozioni, non è più soddisfacente, si tende a ricercare un altrove, che possa nuovamente farci sentire bene. Il metaverso è utile se lo si considera opportunamente un prolungamento della realtà vissuta e non un rifugio confortevole o un’alternativa ad essa.
Sofferenza naturale e sofferenza patologica

La sofferenza naturale ha a che fare con la vita ed è un’esperienza emotiva fondamentale per la nostra evoluzione. Basti pensare alle separazioni, alle delusioni, a tutte quelle situazioni che ci fanno soffrire e al tempo stesso crescere. La sofferenza svolge una funzione adattiva, poiché segnala all’organismo la rottura di un equilibrio e la necessità di attivare le risorse necessarie per raggiungere un nuovo stato di benessere. La sofferenza patologica, invece, è il prodotto del tentativo, reiterato nel tempo, di sottrarsi all’esperienza naturale della vita. Ogni emozione, nel suo ciclo naturale, è destinata a sciogliersi e a lasciare posto ad altro, una volta essersi espressa e aver svolto la sua funzione di adattamento. Ma se invece di accogliere la realtà la contrastiamo, e ci opponiamo a ciò che non vogliamo accettare, restiamo bloccati in una interruzione del processo di elaborazione e integrazione e il malessere si struttura in forme rigide e disfunzionali. L’evitamento, la nevrosi e la patologia La vita può porci di fronte ad eventi fortemente dolorosi. Il lutto, la perdita, il tradimento sono esperienze difficili da sostenere, poiché rompono una stabilità. Sconvolgono la vita emotiva. Le difese che ci vengono in soccorso, se da un lato tentano di proteggerci, dall’altra ci impediscono di stare nella realtà ed integrarla. Ogni forma di nevrosi e di patologia nasce da un evitamento del contatto. L’evitamento riguarda in primis l’impossibilità di riconoscere ed accedere a parti proprie. Agli aspetti di sé percepiti come pericolosi, negativi, sbagliati. Ad emozioni temute, disconosciute. Questa mancanza di integrazione crea una frammentazione del proprio essere nel mondo. Nello sviluppo del sé e del proprio senso di esistenza. Nel vivere la vita. Il ruolo della psicoterapia La psicoterapia guida e sostiene sia il contatto sia l’integrazione delle parti alienate e delle esperienze proibite. La maggior parte delle persone arriva in terapia con l’aspettativa illusoria di poter eliminare la sofferenza dalla propria esistenza. Di potersi sbarazzare degli aspetti di sé che non accetta. Di poter trovare riparo dalle emozioni che considera negative. Il lavoro terapeutico passa attraverso il crollo di queste illusioni infantili. Accompagna a stare nella realtà, nella sua totalità, fatta anche di sofferenza. Ad accettare, accogliere, ciò che appartiene alla natura delle cose.
LA PERSUASIONE – ROBERT CIALDINI
La persuasione è una comunicazione interpersonale o di massa, che mira a influenzare convinzioni/opinioni dell’audience e dichiara esplicitamente questo fine. Essa li propone come punti di vista, non come verità oggettive. Le teorie legate alla persuasione sono dei concetti studiati dalla psicologia della pubblicità. Durante la Seconda Guerra Mondiale, infatti, si sviluppano gli studi sugli atteggiamenti e sui meccanismi di persuasione. In questo articolo, verranno illustrati i sei principi della persuasione individuati da Robert Cialdini. 1. Reciprocità Si fonda sull’idea che le persone in generale tendono a restituire i favori. In ambito pubblicitario, se una pubblicità offre un’esperienza positiva per le persone, esse implicitamente possono sentirsi in dovere di fare qualcosa per sdebitarsi, ossia acquistare il prodotto/servizio del brand. Questo è il caso dei free sample: ricevere un omaggio ci rende più propensi a ricambiare il favore, acquistando il prodotto. Altro esempio sono le app create dalle aziende di cosmetici per capire come sta sul cliente un certo make-up oppure le app per l’allenamento di Nike o Adidas. Sulla base di questo principio, sono state sviluppate una serie di tecniche (applicate soprattutto alle vendite porta a porta oppure per la sottoscrizione di abbonamenti…): Tecnica della porta in faccia: volutamente il venditore fa una richiesta esagerata per farsi “sbattere la porta in faccia”. Dopo aver fatto questa prima richiesta a cui le persone rispondono no, si fa una seconda richiesta di minor entità, a cui le persone sono più propense a dire di sì per un effetto cortesia. Tecnica del “e non è tutto”: aggiungere ulteriori informazioni che rendono via via la richiesta sempre più desiderabile (ad esempio partire dal costo e poi rivelare i benefit dell’offerta). Il consumatore pensa che il venditore aggiunga per lui benefit non dovuti quando magari erano presenti nel prodotto in linea standard 2. Impegno e Coerenza Le persone tendono ad essere coerenti con quello che dicono. Se prendono un impegno, tendenzialmente cercano di onorarlo per non perderci la faccia. Un esempio nel marketing è l’utilizzo di applicazioni per porsi degli obiettivi scritti (ad esempio smettere di fumare, risparmiare, allenarsi ecc.). Altro esempio sono i siti per la prenotazione viaggi. Essi chiedono una serie di informazioni che in qualche modo sono una sorta di committment con quel sito. Si generano una serie di piccoli sì, prima di arrivare al grande sì. Spesso ci sono anche una serie di costi nascosti che non si notano nei primi sì. Uno degli obiettivi di molte aziende è quello di convincere i consumatori ad iscriversi alla newsletter per avere una banca dati di persone che vuole essere esposta alla comunicazione dell’azienda (per questo c’è sempre uno sconto associato all’iscrizione alla newsletter). Visto che per iscriversi alla newsletter bisogna fornire molte informazioni, di norma il primo passaggio fa inserire solamente la mail (sì piccolo) prima di dover inserire tutto il resto (sì più oneroso). Questo principio si lega alla tecnica del piede nella porta. Accettare prima una richiesta di piccola entità porta più facilmente ad accettare una seconda richiesta di maggiore entità. Sembra l’opposto della porta in faccia, ma dipende da quanto è onerosa la richiesta finale. Se la richiesta finale è molto onerosa, allora è meglio lavorare sul committment; se, invece, la richiesta finale non è enorme, ma c’è il rischio che venga rifiutata, opero per reciprocità. Un’altra tecnica, che però è controproducente, è quella del colpo basso, come cambiare le condizioni in peggio dopo che la richiesta è già stata accettata (ad esempio aggiungere costi in seguito). Questa tecnica può essere efficace nel breve termine perché permette di concludere l’affare; a lungo termine, però, il cliente non avrà un ricordo positivo dell’esperienza di acquisto; quindi, non porta ad engagement e fedeltà. 3. Riprova sociale Soprattutto in condizione di incertezza, si tendono ad usare gli altri come riferimento per le proprie azioni. Ad esempio, negli hotel, per promuovere un comportamento sostenibile negli ospiti vengono appesi cartelli con scritto “Molti altri ospiti hanno riutilizzato gli asciugamani”; oppure Amazon usa “Spesso comprati insieme” o “Molte persone simili a te hanno comprato anche…”; Netflix usa “I più visti”. 4. Autorità Le persone tendono ad affidarsi e a seguire consigli di chi è ritenuto una fonte autorevole, autorità o esperto. In pubblicità, esempi sono tutti quei prodotti che sul packaging hanno “Il più raccomandato da…” oppure tutte le pubblicità con qualche personaggio vestito da esperto (es. camice). Il tema dell’autorità, specialmente in ambito scientifico, è molto meno sentito rispetto al passato (si veda ad esempio tutto ciò che è successo con il Covid e i vaccini). 5. Simpatia Tendiamo a seguire e ascoltare richieste che arrivano da persone che ci piacciono e/o a cui piacciamo. Le persone che di norma ci piacciono sono quelle simili a noi (Sé reale), persone a cui aspiriamo (Sé ideale) o persone fisicamente attraenti. Anche quando vengono usate persone non conosciute nelle pubblicità, sono persone di norma sopra la media rispetto ai canoni condivisi di bellezza. Non è un caso che, in alcuni negozi, ci sia un personale simile al cliente medio che acquista in quei negozi (ad esempio i negozi di cosmetica hanno commesse sempre ben truccate). Anche tutte le promozioni che usano “Porta un amico e avrete entrambi uno sconto” utilizzano questa tecnica: è molto più facile che sia un tuo amico a convincerti ad usare un prodotto/servizio rispetto ad uno sconosciuto. Il principio della simpatia funziona anche con persone a cui pensiamo di piacere (ad esempio commesse che riempiono di complimenti). 6. Scarsità La percezione di scarsità genera domanda: alle persone non piace perdersi buoni affari e sono attratti dai prodotti che generano elevata domanda. Un esempio di questi prodotti sono le limited edition. Questi sei diversi principi funzionano in maniera universale e trasversale a tutte le culture. Cialdini però ha visto che ci sono dei principi che funzionano meglio in certi Paesi. Ad esempio, il principio dell’autorità funziona meglio nei Paesi asiatici, quello della simpatia in Spagna e nei Paesi latini. Mentre la reciprocità pare essere più efficace negli Stati Uniti e infine, l’impegno e la coerenza in Germania. BIBLIOGRAFIA Cialdini, R. (1984). Le
La Sindrome di Medea

La sindrome di Medea deriva da una delle più disperate ed eroiche tragedie greche, Medea è nipote della maga Circe, dalla quale eredita i suoi poteri magici. Innamoratasi di Giasone, lo aiuta ad impossessarsi del vello d’oro arrivando persino ad uccidere il proprio fratello, in modo che il padre, intento a raccogliere i resti del figlio, non possa impedire la fuga degli Argonauti e di Medea stessa, che in seguito sposerà il suo amato. L’irriconoscenza di Giasone fa sì che questo, dopo qualche anno, ripudia Medea, innamorandosi di un’altra donna giovane e bella e mostrando il suo interesse a sposarla: Medea si tormenta dal dolore e prepara la sua vendetta fingendo una riconciliazione: tesse il vestito di nozze per la nuova moglie intriso dei più mortali veleni, la poveretta morirà appena indossato tra le più strazianti grida. La vendetta di Medea non si arresta, lacerata dall’odio uccide anche i propri figli, come discendenza e sangue di Giasone, baciandoli prima più volte. La Sindrome di Medea viene utilizzata dallo psicologo Jacobs (1988) per indicare il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali. L’uccisione del legame tra genitore e figlio avviene nel concreto quando uno dei due genitori parla male dell’altro davanti al figlio o ai figli, mettendo in atto una vera e propria manipolazione.Così come è stato per Medea, si tratta di una vendetta che però non porta alcun beneficio a nessuno membro della famiglia. La violenza in questo caso non è fisica ma si trova su un piano più emotivo e psicologico. L’alienazione parentale comporta una sofferenza che non riguarda unicamente i genitori ma si estende ai figli e alle famiglie d’origine. In caso di alienazione genitoriale, o più in generale in tutti i casi in cui sia presente un conflitto genitoriale, può essere utile rivolgersi , ad un terapeuta per una terapia familiare per individuare le risorse di ciascuno a cui tutti i componenti della famiglia possono attingere per affrontare in modo funzionale la difficile fase della separazione.
Sviluppo e apprendimento:aspetti psicologici

Lo sviluppo è dato dell’interazione di fattori genetici e fattori ambientali, che “amalgamandosi” generano l’individuo nella sua essenza e nella sua specificità. Ecco perchè gli aspetti psicologici risiedono nell’interazione tra sviluppo e apprendimento. Lo sviluppo è un processo lungo, lento e graduale, che porta il soggetto a riconoscersi come individuo autonomamente sociale.
un bambino narcisista

Narcisismo è una parola molto utilizzata nella nostra quotidianità. Ma a che età si diventa narcisisti? è possibile evitare di cronicizzare il narcisismo? Il narcisismo nei bimbi piccoli E’ naturale che un bambino da 0 a 3 anni abbia comportamenti narcisistici. Questo perché la formazione della personalità umana si basa su una relazione iniziale precoce con il care giver che deve essere capace di rispondere ai bisogni del bambino e dar loro un significato. Il bambino in questa fascia di età ha bisogno di essere visto e riconosciuto come la cosa più importante al mondo per la persona che lo accudisce. E’ da questa prima fondamentale relazione, in cui il bimbo viene riconosciuto dall’adulto, che si costruisce quel primo mattoncino alla base della sua autostima. Se questo non accade, le conseguenze sono drammatiche.Se manca il riconoscimento, la crescita naturale di un bambino subisce un blocco. COSA ACCADE QUANDO IL BAMBINO CRESCE Da uno a tre anni e in seguito, i bambini iniziano a sperimentare la loro autonomia ma cominciano a vedere i propri limiti. Allo stesso tempo, devono anche accettare che il care giver non sia perfetto: può essere frustrante, non rispondere ai bisogni immediati, sgridare, mettere limiti e regole. Questo è un processo che richiede tempo per essere introiettato. Può però accadere che questo processo non vada a buon fine. Spesso succede perché o i genitori non danno le sufficienti attenzioni ai bambini o gliene danno troppe. Se non si trova un equilibrio è possibile che si entri nella sfera del narcisismo patologico: la persona è incapace di qualsiasi forma di autocritica o di valutazione su di sé: ha sempre necessità di continue conferme da parte degli altri, senza alcun interesse per i loro bisogni. COM’È POSSIBILE EVITARE CHE UN BAMBINO DIVENTI UN NARCISISTA PATOLOGICO? Dare attenzioni eccessive produce una serie di problematicità nella sua crescita. E’ indicato pertanto fornirgli la giusta dose di gratificazioni e riconoscimenti La sua posizione all’interno della relazione genitoriale andrebbe rispettata. Un bambino ha, infatti, un suo ruolo specifico in famiglia ossia quello di figlio e tale deve restare Quando ci si accorge che il bimbo risulta estremamente competitivo con gli altri è bene ridimensionare l’idea grandiosa di sé. E’ importante accettare la possibilità di sbagliare, per evitare che possa reagire male ad un’eventuale sconfitta Il suo bisogno di centralità, di sentirsi importante andrebbe soddisfatto sin dai primi mesi dalla sua nascita così da avere uno sviluppo sereno della sua autostima Lasciare che il bambino segua le sue inclinazionie non ‘investirlo’ di un’immagine che rispecchia i propri desideri o le proprie aspirazioni CONCLUSIONI In definitiva ognuno ha una storia, una propria peculiarità ed è bene che costruisca e realizzi la propria vita seguendo le proprie scelte contornate di errori, di cambiamenti, di rivalutazioni al fine di divenire unico e come nessun altro.
FoMO: la paura di essere tagliati fuori

Hai spesso la sensazione di poter perdere qualche occasione o opportunità? Allora conosci sicuramente la sindrome del FoMO. Negli ultimi giorni ha spopolato sui social la notizia che Victoria De Angelis, nota bassista dei Maneskin, ha rivelato, durante un’intervista in Radio, di soffrire di FoMO. La FoMO, letteralmente <<Fear of Missing Out>>, può essere definita come una preoccupazione pervasiva e costante di essere “tagliati fuori”. Consiste nella sensazione che gli altri vivano esperienze gratificanti dalle quali si rischia di rimanere esclusi. In altre parole, la FoMO porta alla condizione per cui, anche se si è estremamente stanchi, o si desidera fortemente restare in casa, si viene assaliti da un profondo disagio governato dalla credenza che qualcosa di grande e incredibile possa accadere in nostra assenza. Diviene quindi fonte di malessere qualsiasi situazione o momento di calma e solitudine. Tutto ciò comporta, parallelamente, la necessità costante di monitorare gli altri. Infatti, si cerca di controllare le azioni delle persone che ci circondano, nel tentativo illusorio di diminuire la propria ansia. Non a caso, la FoMO è strettamente correlata all’uso compulsivo dei social network. Qualcuno mi sta inviando un messaggio? Mi sta scrivendo una mail? I miei amici si stanno scambiando foto a mia insaputa? C’è qualcosa che sta accadendo e che io dovrei sapere? Sono solo alcuni dei pensieri intrusivi che guidano, nella FoMO, la necessità di sorvegliare continuamente il proprio smartphone nell’utopia dell’ “iper-connessione” promessa dal mondo dell’online. L’illusione e il disagio di questa condizione deriva dal necessario paradosso insito nell’aspettativa che qualcosa di strepitoso potrebbe compiersi in nostra assenza. Che qualcosa di incredibile possa, cioè, avvenire in momenti che non sono mai quelli che stiamo vivendo. In un’attesa costante, con l’attenzione rivolta ad un ipotetico che non potrà, per paradigma, mai realizzarsi.
La terapia cognitivo-comportamentale nella pratica clinica-seconda parte

Verranno messe in risalto alcune delle tecniche della terapia cognitivo-comportamentale che utilizzano i conseguenti di un comportamento. Nel precedente articolo abbiamo preso in considerazione gli antecedenti di un comportamento e come possono essere utilizzati in terapia. Ora vedremo cosa si intende per conseguenti e quanto possono essere utili per modificare comportamenti disfunzionali. In particolare parleremo di: rinforzatori punizioni. Andrea (nome di fantasia) è un ragazzino piuttosto introverso, ha paura di relazionarsi agli altri e questo lo limita molto nei suoi contesti di vita. In terapia, lo aiutiamo a modificare questi comportamenti agendo non soltanto sugli antecedenti (come abbiamo visto nel precedente articolo), ma soprattutto sui conseguenti attraverso i rinforzatori. Ad esempio, dico ad Andrea quanto è stato bravo, sottolineando il suo impegno. Che cos’è il rinforzatore? Il rinforzatore è una conseguenza ad un comportamento che aumenta la probabilità che esso si ripresenti. Può essere di tipo positivo se è una conseguenza gradita; di tipo negativo se viene tolto uno stimolo avversivo (ad esempio, quando metto la cintura di sicurezza in macchina per far cessare il suono fastidioso di allarme). Possono essere divisi, a loro volta, in rinforzatori sociali (“sei molto bravo”); dinamici (“usciamo”), tangibili (oggetti preferiti). Si potrebbe pensare che questo possa produrre risultati artificiali e, in un primo momento, potrebbe essere così. E’ per questo motivo che nella pratica clinica si lavora fin da subito per rendere i risultati più naturali e fare in modo che gli effetti si mantengano nel tempo. In che modo? Cambiando le regole per ottenere i rinforzatori; cambiando tipologie di rinforzatori (è sempre un bene utilizzare quelli di tipo sociale più che tangibili); generalizzando in più contesti. Come utilizzare la punizione? La punizione è un’altra conseguenza del comportamento che, però, diminuisce la probabilità che esso si ripresenti. Tuttavia, è importante considerare che spesso gli effetti sono passeggeri e i rischi maggiori. Soprattutto, durante una terapia, va utilizzata con molta cautela e solo quando altri metodi centrati sulla relazione non sono efficaci. Con i bambini, va programmata e spiegata in modo che non ci siano sorprese spiacevoli. Anche le punizioni si classificano come positive (quando si aggiunge qualcosa come una predica o una punizione fisica) e negative (si toglie qualcosa di piacevole). Nelle terapie, ovviamente, si possono utilizzare quest’ultime. E’ fondamentale comunque che lo psicoterapeuta parli di questi aspetti con i genitori che spesso si ritrovano a mettere in atto comportamenti, inconsapevoli degli effetti che possono produrre. Si può discutere di come potrebbe essere utilizzata la punizione in modo da massimizzare gli effetti positivi e minimizzare quelli negativi.
“Lasciami stare”: appunti su nervosismo e irritabilità

“Era così nervosa”; “In questo periodo mi irrito per nulla”; “Mi sveglio al mattino e sono già nervoso”. Le espressioni “ho i nervi” e “non farmi venire il nervoso” sono parte della nostra quotidianità e di condizioni che possono essere considerate nella norma quando durano qualche ora o sono collegate a un evento preciso. Ma quando diventano insistenti e persistenti come possiamo comprenderle meglio? E come si possono arginare e affrontarle nelle persone vicine? L’irritabilità è uno stato d’animo in cui si ha una maggiore propensione a rispondere alle frustrazioni, anche piccole, con rabbia eccessiva rispetto a ciò che ci si potrebbe aspettare nella situazione: un’ipersensibilità che continua a indirizzare la nostra attenzione su piccoli incidenti e osservazioni banali, in questo modo sottraendo energia e tempo a compiti importanti o alle relazioni che contano. È una condizione che si autoalimenta e si rinforza, in un circolo vizioso di attenzione selettiva agli stimoli ambientali e contestuali negativi. Conosciamo tutti la potenza dell’attenzione selettiva: si tratta di quella portentosa capacità del nostro cervello di allinearsi con quello che cerchiamo. Abbiamo tutti sperimentato che, quando ad esempio dobbiamo acquistare un’automobile o comprare o affittare una casa, gli annunci di auto o di case in vendita sembrano aumentare in modo esponenziale: in realtà, lungi dall’essere una coincidenza fortunata e opportuna nella nostra vita, si tratta di una vera e propria antenna che attiviamo e che ci permette di individuare alcuni annunci che pochi giorni prima non notavamo affatto. Nel caso dell’ irritabilità, la probabilità che ci fissiamo su qualcosa di fastidioso aumenta significativamente; alimentiamo così ulteriormente la nostra irritabilità, aumentando il cattivo umore con una continua scansione del nostro ambiente, alla ricerca di frustrazioni esterne (facilissime da trovare!). Come nell’esempio dell’automobile o della casa, noteremo meno gli stimoli che non ci servono, come annunci di lavatrici, di vacanze in montagna o di maschere subacquee, assolutamente fuori dalla nostra attenzione del momento: allo stesso modo, quando siamo irritabili, diventa molto meno probabile che notiamo eventi ed esperienze positive. La tendenza dell’irritabilità ad autoalimentarsi è una risposta adattiva ipertrofica e disfunzionale: è come se, avendo avvertito una minaccia, la ingigantissimo per prepararci a difenderci meglio e, allo stesso tempo, cercassimo altri rinforzi che confermino l’utilità del nostro comportamento. Le ragioni all’origine di questo stato emotivo sono ovviamente molto complesse e legate sia alla storia personale che a quella evolutiva, da indagare con un professionista se la condizione diventa poco tollerabile e gestibile e fonte di sofferenza. Ma come consiglia Guy Winch, che pubblica sull’argomento e sull’opportunità che tutti coltiviamo competenze per un pronto soccorso emotivo, è importante stare attenti sia alla propria irritabilità sia a quella delle persone vicine che possono influenzare la nostra vita. Un primo passo per affrontare il problema può essere far notare la nostra preoccupazione per loro, empatizzando quando ci raccontano i motivi e le situazioni difficili che stanno affrontando, ma sottolineando allo stesso tempo come la loro irritabilità ha un forte impatto su di noi, facendoci sentire sempre come se li infastidissimo. Winch indica, tra i possibili strumenti per arginare l’irritabilità, la riformulazione o rivalutazione cognitiva, una tecnica di regolazione emotiva efficace per ridurre il disagio emotivo e l’irritabilità. Si tratta di esplorare come riformulare la lettura della situazione, della storia, individuando almeno un lato positivo. Può essere anche utile un esercizio mirato di consapevolezza: individuare cosa ha scatenato l’umore irritabile e ammorbidire, attraverso la concentrazione e la respirazione, il segno emotivo dell’avvenimento per contrastare la naturale tendenza a rinforzare l’umore negativo. Quando ad essere irritabile è qualcuno di vicino, può essere opportuno sottrarsi per un po’ e aspettare che le condizioni emotive del nostro interlocutore diventino migliori. È sempre importante ricordare, inoltre, che (in ambito non patologico) gli umori sono passeggeri e che anche le condizioni sottostanti tendono a presentarsi in modo ciclico. Per questo una pausa, un tempo sospeso, può migliorare la giornata. Diamoci tempo. E compassione: ci farà bene.
People pleasing: il bisogno esasperato di compiacere gli altri

Nella società in cui viviamo siamo alla continua ricerca di approvazione e gratificazione per sentirci apprezzati dagli altri. Alcune persone, in particolare, percepiscono in modo esasperato il bisogno di piacere e di compiacere gli altri. Comincia così la corsa ossessiva verso un irraggiungibile ideale di perfezione, che coinvolge il mondo patinato dei social quanto la vita privata e professionale. Quando la disperata ricerca della perfezione è alimentata dal terrore di deludere le persone, potrebbe trattarsi di “People pleasing“. Questo argomento è diventato un trend topic da quando, in una recente intervista, l’attrice Matilda De Angelis ha dichiarato di averne sofferto per anni. Il People pleasing è un disturbo che nasce dal desiderio incessante di piacere, accontentare e assecondare gli altri a tutti i costi, spesso sacrificando i propri bisogni e desideri. Ad oggi il “people pleasing” non risponde ad una diagnosi vera e propria e non è misurabile come specifico tratto della personalità, ma possiamo considerarla un’etichetta informale per descrivere un’insieme di comportamenti. Identikit del people pleaser Il people pleaser orienta la sua condotta sul bisogno esasperato di compiacere gli altri, spesso a causa di una scarsa autostima e assertività. Incapace di porre dei limiti e di venire meno ad eventuali richieste per paura di non essere accettato o di perdere l’approvazione. Il people pleaser si sforza continuamente di rispettare le aspettative altrui, sacrificando troppe volte il proprio modo di essere. Non è in grado di affrontare i conflitti e finge di essere sempre d’accordo con tutti, modulando il proprio carattere e la propria personalità a seconda dell’interlocutore. Il prezzo da pagare è innanzitutto la perdita della propria autenticità e della genuinità di rapporti sinceri. Dover accontentare sempre tutti, mostrarsi accondiscendenti e plasmabili a seconda delle situazioni e delle esigenze, può esporre ad ansia e stress che, perpetrati a lungo, causano burnout. Reprimere le proprie inclinazioni e i propri desideri per lungo tempo, può causare una crisi di identità, oltre ad innescare frustrazione e risentimento. Come guarire dal people pleasing? La chiave è iniziare un percorso volto all’accettazione e alla consapevolezza di sé. Per stabilire una corretta relazione con gli altri, il people pleaser deve prima costruire una profonda e deliberata relazione d’amore con se stesso.