La coscienza

di Veronica Sarno Uno stato di coscienza è caratterizzato da un’attività corticale rappresentata da s p e c i fi c i i n d i c i elettroencefalografici, onde i r r e g o l a r i , veloci ed ad a m p i e z z a r i d o t t a ; i n corrispondenza di queste attività elettriche, l’organismo sperimenta esperienze consce come l’ascolto di suoni, visione di colori ed immagini, la produzione di pensieri; si tratta dunque di esperienze di natura cognitiva o percettiva. La coscienza ha funzione di accesso e di selezione delle informazioni che debbano g i u n g e r e a d u n a rappresentazione conscia. La percezione visiva è molto rappresentativa del rapporto fra i meccanismi di base fisiologi ed i correlati consci. Tuttavia il maggior grado della coscienza si verifica a livello cognitivo superiore: nei processi di memoria, nei m e c c a n i s m i a t t e n t i v i , nell’apprendimento, nella comprensione del linguaggio. La percezione visiva è basata su meccanismi fisiologici sottostanti l’accesso delle informazioni alla coscienza rispetto alla visione, vi sono d u e d i v e r s i s i s t e m i rappresentazionali: il primo è relativo all’elaborazione delle caratteristiche di un oggetto esterno, mentre il secondo è riferito alle sue relazioni spaziali, questi due sistemi coinvolgono due aree corticali differenti, nella corteccia visiva, che include le aree corticali visive primarie finalizzate alla ricezione degli input ottici (Sheinberg & Logothet is, 2003), la parte destra del cervello si occupa della metà sinistra del campo visivo, la parte sinistra del cervello organizza invece la visione della parte controlaterale (destra) del campo visivo. Le cortecce visive di entrambi gli emisferi hanno un numero di aree topografiche diverse e s p e c i fi c h e p e r f u n z i o n i specifiche rispetto agli input visivi e tra loro collegate; tuttavia, non tutte le mappe percettive prodotte dalle varie component i cerebral i s i t r a s f o r m a n o i n rappresentazioni coscienti, i n f a t t i , a l c u n e d i esse rimangono in un formato non conscio, come ad esempio, il riconoscimento implicito delle forme o dei volti. Anche in caso di lesioni cerebrali come la Sindrome da Negligenza Spaziale Unilaterale (Neglect) in cui il soggetto è incapace di percepire degli stimoli visivi e come nel caso del Blindsight, fenomeno della visione cieca. S t u d i s c i e n t i fi c i hanno dimostrato che in alcuni deficit la visione cosciente degli stimoli è compromessa, ma non la loro elaborazione inconsapevole. L’elaborazione delle caratteristiche più complesse dello stimolo visivo segue due percorsi distinti, che sono fra loro indipendenti, ma collegati; si tratta della via occipito-temporale-frontale o via ventrale che attraversa il lobo temporale ventrale con proiezioni al lobo frontale e della via occipito-parieto-frontale o via dorsale, che attraversa il lobo parietale con proiezioni all’area frontale; l’area parietale costituisce la sede principale per la ricezione d e l l e i n f o r m a z i o n i propriocettive e riguarda i movimenti saccadici, che sono i n d i s p e n s a b i l i p e r l a rappresentazione interna delle relazioni spaziali nel campo visivo. La via dorsale è coinvolta direttamente nella localizzazione degli stimoli. Il sistema percettivo ed i l sistema di azione avvengono m e d i a n t e c o m p o n e n t i s o t t o c o r t i c a l i , come ad esempio il talamo, che funge da trasmettitore di input alla corteccia sensoriale. Mediante strumentazione PET è stato d i m o s t r a t o c h e l a visualizzazione mentale si organizza retinotopicamente attraverso il sistema delle aree visive. Kosslyn (2001) ha creato un modello che tiene conto della Mental Imagery e che è c o s t i t u i t o da sei componenti principali: la prima è costituita dal Buffer visivo definito da un insieme di aree topograficamente organizzate della corteccia, tali strutture corticali sono rappresentabili come un’unica struttura funzionale, localizzata nel lobo occipitale, queste aree si interconnettono con aree visive sia di basso livello e sia di alto l i v e l l o . L e p e c u l i a r i t à neuroanatomiche delle aree implicate sono compatibili con l’ipotesi che la Mental Imagery visiva sia costituita da un pattern di attivazione del buffer visivo indotto da informazioni c h e s o n o s t a t e p r e c e d e n t e m e n t e immagazzinate e che però non arrivano dal mondo esterno, come di solito accade nella visione. La finestra attentiva è la seconda componente e si occupa d selezionare le informazioni rilevanti, infatti fra le informazioni rese disponibili dal buffer solo alcune saranno selezionate in funzione degli o b i e t t i v i d e l s i s t e m a rappresentazionale. La terza componente è costituita dalla decodifica delle proprietà dell’oggetto mediante un congiungimento fra lobo temporale inferiore e lobo occipitale. Nel mentre si verifica la percezione visiva, l ’ i n p u t i n a r r i v o v i e n e confrontato con quelli già presenti in memoria e poi lo stimolo viene individuato. Le immagini mentali relative alla proprietà della forma si f o r m a n o a p a r t i r e dall’attivazione delle memorie visive mediante un processo top-down (dall’alto verso il b a s s

Emergenza Ucraina. In che modo operare per l ’inclusione delle persone con disabilità che richiedono asilo?

di Francesca Dicè L’emergenza ucraina, fra le sue molteplici complessità, ha p o r t a t o n u o v a m e n t e all’attenzione dell’opinione p u b b l i c a l a q u e s t i o n e dell’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo per motivi umanitari; com’è noto infatti, il nostro paese, come molti altri, si sta adoperando per dare accoglienza a quante più persone riescono a scappare d a l l a g u e r r a e d a i bombardamenti. Fra queste, particolare attenzione va rivolta alle persone con disabilità che, una volta giunte a destinazione, necessitano di specifici interventi assistenziali e spesso non sempre hanno gli strumenti (siano essi cognitivi, emotivi, linguistici o culturali) per accedere in maniera immediata alle p r o c e d u r e b u r o c r a t i c h e (Lancioni, 2021). In questo momento così c o m p l e s s o , è d u n q u e necessario che le istituzioni preposte adottino strumenti e risorse in grado di definire il maggior numero di procedure inclusive (Bini, 2018; Griffo & D’Errico, 2020) per accogliere queste persone. È necessario che esse operino per fornire loro strumenti utili ad orientarsi sul nostro territorio, magari attraverso specifici percorsi che consentano loro di diventare il più possibile autosufficienti (Lancioni, 2021). Alcuni esempi possono e s s e r e u n a s p e c i fi c a c a l e n d a r i z z a z i o n e d i appuntamenti con le istituzioni amministrative (es. ufficio immigrazione) o di esami medici o visite ambulatoriali presso le istituzioni sanitarie (Lancioni, 2021); altri esempi p o s s o n o r i g u a r d a r e l’implementazione di interventi diretti che prevedano specifici percorsi di accompagnamento, al fine di aiutare aiutino queste persone a integrarsi nella n u o v a r e a l t à , comprendendone le regole e i contesti (Lancioni, 2021). Per realizzare tutto ciò, è importante che le diverse i s t i t u z i o n i c o i n v o l t e a p p r o f o n d i s c a n o l a conoscenza delle condizioni specifiche del le famigl ie, soprattutto le difficoltà di n a t u r a l i n g u i s t i c a e d interpretativa, agevolando così la loro relazione con le procedure burocratiche (Di Sciullo et al., 2020; Griffo & D’Errico, 2020; Bini, 2018). E’ necessario inoltre che esse operino la messa a punto di azioni sinergiche tra loro, soprattutto le istituzioni che si occupano di disabilità e di interculturalità, al fine di a c c o g l i e r e l e d i v e r s e complessità in cui i richiedenti asilo versano (Chieppa, 2019). Ciò significa anche ridefinire alcuni percorsi istituzionali al fine di snellirne le procedure, trovando soluzioni flessibili al fine di gestire queste realtà (Chieppa, 2019). Infine, è bene evidenziare come la presenza di minori richiedenti asilo con disabilità coinvolga a n c h e l e i s t i t u z i o n i scolastiche: è necessario che anch’esse si interroghino su nuovi possibili assetti della l o r o o r g a n i z z a z i o n e e partecipino alla ricerca di specifiche soluzioni pensate ad hoc per loro (Chieppa, 2019). Solo in questo modo p o t r a n n o a n c h ’ e s s e comprendere e sostenere le realtà degli studenti richiedenti asilo, riconoscendo le loro vulnerabilità (Chieppa, 2019). Quest i descr i t t i possono essere alcuni passaggi utili per supportare i richiedenti asilo con disabilità, in fuga dal loro paese in guerra, dal punto di vista sia linguistico che culturale, in modo tale che possano essere sostenuti ed accolti nel nostro paese nella maniera più adatta alle loro necessità (Lancioni, 2021). Bibliografia. Bini E. (2018). Accogliere famiglie con bambini disabili in contesti migratori. Scenari inclusivi a Bologna. Retrieved from https://bit.ly/3J4kMIk C h i e p p a M . A . ( 2 0 1 9 ) . Migrazioni e disabilità. Un approccio intersezionale per una scuola plurale. Retrieved from https://bit.ly/3uS9z8Q Di Sciullo L., Griffo G & D’Errico L. (2020). Migranti c o n d i s a b i l i t à . L a discriminazione invisibile. Retrieved from https://bit.ly/ 3K9Us0P Griffo G. & D’Errico L. (2020). I rifugiati e i richiedenti asilo con disabilità in Italia. Milano: M i m e s i s . I S B N 9788857568911 Lancioni S. (2021). Rifugiati e richiedenti asilo con disabilità: una questione che riguarda tutti. Retrieved from https:// bit.ly/3u9UXCt

L’Autodifesa della Mente

di Veronica Lombardi I l cervel l o è un organo complesso e soprattutto complessi sono i meccanismi di difesa della mente. L’insorgenza dei distrurbi psichici scatena delle reazioni p s i c o s o m a t i c h e c h e coinvolgono le capacità mentali e sensoriali del corpo, incrementandole o inibendole, a secondo delle circostanze, e lo stato in cui si presenta a l l ‘ o r g a n i s m o . ( S e m i A., Tecnica del colloquio. Raffaello Cortina Editore, Milano,1985) Tutto questo accade in modo i n c o n s a p e v o l e , automaticamente e spesso restano sconosciute le cause s t e s s e d e l l ‘ i n s o r g e n z a dell’ansia, possiamo parlare allora di origine inconsce. A questo stesso livello di non consapevolezza, esistono dei meccanismi di difesa che h a n n o l a f u n z i o n e d i proteggere da stati affettivi dolorosi provocati da situazioni spiacevoli o da conflitti con l’ambiente o con se stessi, tali meccanismi sono numerosi e non sempre separabili l’uno dall’altro ma in ogni caso descrivono caratteristiche diverse dalla modalità di autodifesa della psiche u m a n a ; p r e s e n t o q u i brevemente i più importanti (Gabbard G.O., Introduzione a l l a p s i c o t e r a p i a psicodinamica. C o r t i n a Editore, Milano, 2005). Vediamo alcuni dei principali meccanismi di autodifesa della mente. L ‘ i n t r o i e z i o n e e l’identificazione: Una prima modalità difensiva della mente quella che tende a c a m b i a r e i l r a p p o r t o dell’individuo con il mondo esterno, invitando da portare all’interno di se, in forma di immagini mentali o di simboli alcune parti della realtà. Questo è quanto avviene nei confronti delle persone, delle quali si avverte la necessità di introiettare atteggiamenti valori schemi e modalità cognitivo-comportamentali; in altri termini possiamo parlare d i u n p r o c e s s o d i i d e n t i fi c a z i o n e . Questo meccanismo di difesa si presenta assai presto, sin d a l l ‘ i n f a n z i a c o n identificazione primaria del neonato nei confronti della madre, che rappresenta il prototipo delle successive forme di tale meccanismo nella vita adulta. Esso e’ dunque r i levante per la formazione delle competenze sociali, cioè che la capacità di vivere positivamente d i interazione con g l i a l t r i i n d i v i d u i . I l s u o v a l o r e difensivo sta nel permettere la risoluzione di conflitti e paure nei confronti di persone influenti. L’individuo si confronta loro tipo di vita e mostra un comportamento simile a quello della persona presa a modello e questo c o n s e n t e l ‘ a d a t t ame n t o sociale e l’evitamento della punizione; inoltre lo porta a percepirsi come ’’l’altro’’. Annulla i l pericolo della sanzione stessa in quanto chi applica questo meccanismo di difesa diventa parte dello s t e s s o a g g r e s s o r e . L’incorporazione degli aspetti positivi degli altri che vengono considerati come propri, c o r r i s p o n d e a u n soddisfacimento fantastico, ma denota p o t e n z i a l i t à di fens i ve, per esempio, quando l’introduzione avviene verso aspettative magiche o di onnipotenza così, come accade nell’infanzia nei confronti dei genitori.Così l’individuo può sentirsi in una p o s i z i o n e d i c o s t a n t e sicurezza verso gli eventi più drammatici, ricorrendo alle stesse forme magiche tipiche d e l p e n s i e r o i n f a n t i l e (Imbasciati A., Fondamenti psicoanalitici della psicologia clinica. UTET Libreria). La proiezione: Questo fenomeno psichico, al contrario del precedente, fa a t t r i b u i r e a l c u n e d e l l e caratteristiche del soggetto a una o più persone estranee. Il suo aspetto difensivo consiste nell’evitare di prendere consapevolezza dei propri impulsi proibiti che altrimenti scatenerebbero l’ansia. In questo modo la persona evita di consultare in sé la presenza di caratteristiche odiose e inaccettabili, che consideriamo present i negl i al t r i , con conseguenze negative sui rapporti sociali. La fissazione: Un altro meccanismo che tende a mantenere l’equilibrio psicologico in situazioni conflittuali ansiogene e’ la fissazione, caratteristica di coloro che sono stati molto protetti e gratificati nel loro ambiente (per esempio i figli unici). Essa consiste in una interruzione parziale della maturazione per cui possono manifestarsi atteggiamenti e tipicamente infantili quali ad esempio l ‘ a g g r e s s i v i t à distruttiva (che si manifesta anche solo a livello mentale) e i sentimenti di desiderio di possesso accompagnati da profonde sensazioni di odio e r a n c o r e ( G a b b a r d G.O., Introduzione a l l a psicoterapia psicodinamica. Cortina Editore, Milano, 2005). La regressione: Frequentemente si trova associata alla precedente difesa la regressione, che riporta la personalità ha uno s t a d i o d i m a t u r a z i o n e precedente o comunque passata. Stato descritto dallo stesso Freud come frequente e normale simile a un esercito che avanzando sul campo

Una fedele compagna, La Sindrome di Tourette: da Tourette alla neurobiologia

di Roberto Ghiaccio Era il 2008 quando fui colpito da questo film. Era appena uscito, e mi mostrò, giovane masterizzando quel che avevo solo letto in poche righe in pochi manuali. Ispirato alla storia vera di Brad Cohen che, nonostante gli sia stata diagnosticata, in giovane etа, la sindrome di Tourette, è r i u s c i t o , c o n t r o o g n i pregiudizio, a coronare il suo s o g n o : d i v e n t a r e u n insegnante. Da bambino, Brad C o h e n s c o p r e g r a z i e all’interessamento della madre d i essere a f f e t t o d a l l a sindrome di Tourette. Deriso dai compagni di classe e mal tollerato da maestri e professori che lo reputarono elemento di disturbo durante lo svolgimento delle lezioni, Brad cominciò ad odiare il mondo della scuola fino all’incontro con un preside capace di fargli cambiare idea e approccio, tanto da far nascere in lui il desiderio di divenire un insegnante. Una volta adulto, non fu facile scontrarsi con l’ ottusità di coloro che lo rifiuteranno in ben ventiquattro differenti s c u o l e , n e g a n d o g l i l a possibilità di dimostrare le sue capacità di insegnamento. La sindrome di Tourette (TS) è u n c o m u n e d i s t u r b o neuropsichiatrico cronico caratterizzato dalla presenza d i t i c mo t o r i e f o n i c i fluttuanti. L’età tipica di esordio è di circa 5-7 anni e la maggior parte dei bambini migliora verso l a tarda adolescenza o la prima età adulta. Gli individui affetti sono maggiormente a rischio per lo sviluppo di varie condizioni di comorbilità, come disturbo o s s e s s i v o – c o m p u l s i v o , d i s t u r b o d a d e fi c i t d i attenzione e iperattività, p r o b l e m i s c o l a s t i c i , depressione e ansia. Non esiste una cura per i tic e la terapia sintomatica include approcci comportamentali e farmacologici. L’evidenza sostiene che la ST è una malattia ereditaria; tuttavia, l’anomalia genetica precisa rimane s c o n o s c i u t a . I l coinvolgimento patologico delle vie cortico-striatali-talamocorticali (CSTC) è s u p p o r t a t o d a s t u d i neurofisiologici, di imaging cerebrale e post mortem, ma i risultati sono spesso confusi da numeri ridotti, differenze di età, gravità dei sintomi, c o m o r b i d i t à , uso d e l l a farmacoterapia e altri fattori. La sede primaria dell’anomalia rimane controversa. Sebbene numerosi neurotrasmettitori partecipino alla trasmissione di messaggi at t raverso i circuiti CSTC, una disfunzione dopaminergica è considerata u n c a n d i d a t o principale. Nonostante la d e s c r i z i o n e d i q u e s t a sindrome alla fine del XIX secolo, rimangono numerose domande neurobiologiche senza risposta. La sede primaria dell’anomalia rimane c o n t r o v e r s a . S e b b e n e numerosi neurotrasmettitori partecipino alla trasmissione di messaggi at t raverso i circuiti CSTC, una disfunzione dopaminergica è considerata u n c a n d i d a t o principale. Diversi modelli animali sono stati utilizzati per studiare comportamenti simili ai t i c e per per segui re p o t e n z i a l i d e fi c i t fisiopatologici. L a S T è u n d i s t u r b o complesso con caratteristiche che si sovrappongono a una v a r i e t à d i c a m p i scientifici. Nonostante la d e s c r i z i o n e d i q u e s t a sindrome alla fine del XIX secolo, rimangono numerose domande neurobiologiche senza risposta. La sede primaria dell’anomalia rimane c o n t r o v e r s a . S e b b e n e numerosi neurotrasmettitori partecipino alla trasmissione di messaggi attraverso i circuiti CSTC, una disfunzione dopaminergica è considerata un candidato principale. Nonostante la descrizione di questa sindrome alla fine del XI X s e c o l o , r ima n g o n o n u m e r o s e d o m a n d e n e u r o b i o l o g i c h e senza risposta. Nel 1880, Georges Gilles de la Tourette pubblicò un articolo in due parti in cui enfatizzava le differenze tra tic e corea. Sebbene molte delle descrizioni del disturbo, che o r a p o r t a i l suo nome [sindrome di Tourette (TS)], siano state riviste, la sua convinzione che i tic siano un disturbo neurologico del m o v i m e n t o e n o n u n a condizione p s i c h i a t r i c a persiste fino ad oggi ( Goetz e Klawans, 1982). Tut t a v i a , n o n o s t a n t e i molteplici progressi e la diffusa accettazione del fatto che la ST sia un disturbo biologico, l ‘ e z i o l o g i a p r e c i s a e i meccanismi fisiopatologici s o t t o s t a n t i r i m a n

L’Assessment Terapeutico o collaborativo come intervento psicologico breve

di Gaia Cassese Introduzione L’assessment terapeut ico nasce come modello di valutazione psicologica semi-strutturata, collaborativa e individualizzata ideata da S. Finn a partire dagli anni ’90 (Finn, 1996) e tutt’oggi in via di sviluppo. Fonda le radici sui principi della psicologia umanistica e dell’approccio f e n o m e n o l o g i c o c h e privilegiano, nella ricerca qualitativa, l’assunzione di un atteggiamento che va molto oltre il porsi dal punto di vista dell’altro; significa, piuttosto, l’adozione di un particolare metodo di riflessione sulla prospettiva che ci viene offerta d a i n o s t r i p a z i e n t i . L’assessment terapeut ico integra, inoltre, ulteriori t e c n i c h e p s i c o l o g i c h e evidence-based e di ormai c o n s o l i d a t a v a l i d i t à e conoscenza come: le tecniche di ascolto attivo (Barone et al., 2005; Othmer & Othmer, 2002), il rispecchiamento (C. Rogers, 1951), lo scaffolding (Vygotsky, 1934/1987), i l ci rcular quest ionning (1) (Tomm, 1988), tecniche di psicoeducazione e gestione delle emozioni (ad esempio storytelling e role playing), conoscenze provenienti dalla teoria dell’attaccamento per la costruzione di una relazione terapeutica “sicura” (Aschieri et al., 2016). I test vengono utilizzati come “lente di ingrandimento” dell’empatia, b a s e e s p e r i e n z i a l e fondamentale per promuovere un cambiamento positivo già a partire dagli incontri di valutazione (2). L’autore tende a considerar e i l propr i o metodo come un vero e proprio mind-set, un modello di pensiero, che si fonda su cinque valori fondamentali: collaborazione, rispetto, umiltà, compassione, apertura e curiosità (Finn, 2009). Finn ha ipotizzato sei fasi di i m p l e m e n t a z i o n e dell’intervento che possono essere però adattate al contesto e alle esigenze della relazione terapeutica (per approfondimento sulle fasi si r i m a n d a a l l ’ a r t i c o l o “L’assessment Terapeutico o collaborativo: origini e struttura di una nuova tecnica”), di durata variabile che verranno implementate in un periodo che va dai tre ai dieci incontri. Le caratteristiche dei setting a c u i s i r i v o l g e l’Assessment Terapeutico. Come già accennato in precedenza, l’assessment terapeutico nasce da una riflessione sull’esperienza di training per la valutazione psicodiagnostica, nel creativo tentativo di offrire un’efficace r i s p o s t a a i l i m i t i d e l l a tradizione e alle dirette r i c h i e s t e e d e s i g e n z e dell’utenza. Ben presto però Finn si accorge di tutti quei contesti in cui l’assessment collaborativo mostra una forte portata terapeutica. Al pari di una valutazione psicologica tradizionale, il metodo è stato p e n s a t o p e r e s s e r e naturalmente implementato all’inizio della richiesta di trattamento psicologico, con fi n a l i t à d i c o n o s c e n z a attraverso la relazione, di via d i a c c e s s o , a n z i d i esplorazione, agli schemi e al disagio del paziente. Durante l’implementazione ed i l d i ffondersi del metodo, tuttavia, Finn riceve diverse richieste di intervento da parte di colleghi che si trovano in una fase di impasse, dove si è lavorato su tutti i punti portati in terapia, ma si percepisce uno stallo della relazione terapeutica. In questi casi, l’intervento di assessment collaborativo ha mostrato una notevole efficacia: l’utilizzo dei test e dell’atteggiamento della persona del somministratore è servi ta da input per far emergere ulteriore materiale inconscio non affiorato prima in stanza di analisi. In entrambe le condizioni, l’intervento può essere svolto dalla figura del terapeuta, meglio ancora se ci si rivolge ad un professionista altro, esterno al processo instaurato fin ora. In questo caso però, il metodo di Finn prevede un lavoro di costante e profonda collaborazione e fiducia con il terapeuta inviante, rendendo noto anche al paziente, fin da s u b i t o , d e l l e c o n t i n u e comunicazioni avvenute e che a v v e r r a n n o c o n i l professionista. L’idea è proprio quella d i supportare l a relazione nel superamento della fase di stallo in cui si trova, favorendo l’emergere di nuovi focus e materiali su cui continuare a lavorare, e riaccendendo la curiosità del paz iente per le propr ie domande irrisolte e la fiducia nel lavoro terapeutico. Questo o b i e t t i v o d e v e e s s e r e concordato, riconosciuto e condiviso da tutti e tre i membri dell’intervento: i l prodotto finale sarà lo stilare una lettera che focalizza un nuovo contratto di lavoro terapeutico. Per quanto riguarda gli ambiti di implementazione, invece, l’assessment terapeutico nasce rivolgendosi ad un setting individuale adulto, per poi esplorare molteplici e d i v e r s e p o s s i b i l i t à . C o n g r u e n t e m e n t e all’esplorazione, in letteratura, dell’utilizzo della testologia in ambito di coppia o di gruppo, a n c h e i r i c e r c a t o r i del l ’European Cent re for Therapeut i c Assessment promuovo l’implementazione del metodo con coppie (Provenzi et al., 2017) e famiglie. In particolare, in famiglie con figli piccoli l’obiettivo del somministratore è quel lo di sostenere i l b a m b i n o , m e d

Indagare la Prosocialità in Età Evolutiva: la prova di completamento di storie sull’orientamento prosociale

di Lia Corrieri Introduzione La prosocialità è un costrutto multidimensionale complesso che, proprio per queste sue caratteristiche, risulta essere particolarmente difficile da descrivere. Tra le definizioni più recenti presenti in letteratura figura quella proposta da Jensen (2016), il quale ha spiegato la prosocialità come “quell’insieme di comportamenti volti a beneficiare l’altro o gli altri” portando, a titolo di esempio, condotte come l’aiutare ed il confortare il prossimo. Sebbene questa definizione si focalizzi soprattutto sulla dimensione comportamentale del costrutto, Jensen stesso (2016) ha osservato come un comportamento propriamente prosociale debba essere mosso da intenzionalità e da un effettivo interesse per il benessere altrui, evidenziando come queste dimensioni non siano aspetti di secondaria importanza. A tal proposito, risultano essere particolarmente interessanti anche le riflessioni mosse da Caprara (2006), il quale ha osservato come spesso molti studiosi tendano ad etichettare un comportamento come prosociale basandosi esclusivamente sugli effetti prodotti da quel determinato comportamento, non considerando invece le importanti motivazioni soggiacenti l’azione stessa. Le difficoltà nel definire il costrutto in questione sono imputabili anche all’elevato numero di associazioni tra la prosocialità ed altri fattori che, seppur tra loro distinti, concorrono ad influenzare la qualità dell’adattamento sociale (Grazzani & Ornaghi, 2015). Un esempio, in questo senso, ci viene offerto dall’empatia, ovvero l’abilità a rispondere affettivamente alle emozioni altrui (Hoffman, 2000), costrutto quindi diverso dalla prosocialità che sembra però esserne alla base (Grazzani & Ornaghi, 2015). Il panorama teorico Nel corso degli anni diverse prospettive teoriche hanno cercato di offrire un contributo alla comprensione della prosocialità. Tra le varie prospettive, quella neuroscientifica ha avuto il merito di evidenziare, soprattutto mediante studi di neuroimaging, un’effettiva associazione della prosocialità con altri costrutti, come già precedentemente accennato. Studi neuroscientifici hanno evidenziato, ad esempio, come la capacità empatica sembri guidare la prosocialità, tanto da portare alcuni Autori a leggere i comportamenti prosociali come tentativi volti a ristabilire un’omeostasi negli individui che hanno subito un’iperattivazione a seguito della condivisione empatica dell’altrui malessere (Decety et al., 2015). Studi di neuroimaging hanno permesso di osservare che l’attivazione nelle aree prefrontali mediali sembra predire l’attuazione di comportamenti prosociali durante la mentalizzazione (Waytz et al., 2012), chiamando così in causa un costrutto caro sia alla psicologia dell’età evolutiva che alla psicologia psicodinamica. La mentalizzazione può essere definita come “l’attività mentale immaginativa capace di cogliere gli stati mentali altrui, in termini di emozioni, credenze, intenzioni, motivazioni, desideri, bisogni ecc. “ (Bergamaschi, 2014). Fondamentale ricordare quanto tale capacità sia alla base della Teoria della Mente, ovvero “la comprensione intuitiva che le persone hanno degli stati mentali propri ed altrui” (Schaffer, 2008). Ulteriori ricerche sviluppatesi in ambito neuroscientifico hanno permesso, inoltre, di evidenziare come la corteccia cingolata anteriore sembri esser implicata nell’apprendimento sia in condizione di rinforzo diretto che vicario, sottolineando così una connessione tra noi e l’altro che testimonia l’importanza della dimensione sociale dell’apprendimento stesso (Lamm, Rutgen & Wagner, 2019). Queste osservazioni sono rilevanti anche per quanto concerne la prosocialità poiché, come già sostenuto da Albert Bandura, i comportamenti prosociali possono esser acquisiti mediante un processo di apprendimento sociale, basato sull’osservazione ed imitazione di modelli adulti associati al rinforzo sia diretto che vicario (Miller, 1987). E’, inoltre, doveroso ricordare che Bandura ha avuto anche il merito di evidenziare la complessità dello sviluppo prosociale che risulta essere fortemente connesso a quello morale, come sostenuto anche da altri autori importanti per la psicologia, tra i quali ricordiamo Jean Piaget Lawrence Kohlberg e Nancy Eisenberg (Eisenberg, 1983; Eisenberg, 1991; Hoffmann, 2000). A partire da quanto detto, risulta quindi chiaro come la prosocialità possa essere indagata da prospettive che, seppur diverse, sembrano essere però in sincronia tra loro. Lo sviluppo della prosocialità Lo sviluppo della prosocialità sembra esser influenzato da fattori di diversa natura, sia biologici, come la presenza del polimorfismo GG per l’allele del recettore per l’ossitocina, che ambientali, come il manifestarsi di eventi avversi come catastrofi naturali (Decety et al., 2015). Come già accennato precedentemente, lo sviluppo dei comportamenti prosociali è fortemente connesso allo sviluppo di altri aspetti, tra i quali ricordiamo la dimensione emotiva e morale, ed altri costrutti, come empatia e simpatia (Vianello et al., 2019). E’ stato osservato che già nel corso del primo anno di vita i bambini sono capaci di utilizzare delle espressioni facciali, come il sorriso, al fine di consolarle gli altri, dimostrandosi anche capaci di appellarsi al social referencing, ovvero la capacità di attuare dei comportamenti guidati dalle espressioni emotive dei caregivers (Shaffer, 2008; Vianello et al., 2019). Durante l’età prescolare i bambini incominciano a mostrare comportamenti prosociali, come la ricerca del contatto fisico, in risposta alla preoccupazione dettata dalla percezione degli stati emotivi negativi altrui. Tuttavia, in questo periodo di vita, la frequenza dei comportamenti prosociali sembra esser ancora moderata e fortemente ancorata allo sviluppo cognitivo (Decety et al., 2015; Vianello, 2019). In età scolare, nello specifico nel corso della scuola primaria, sembrano aumentare e migliorare i comportamenti di aiuto strumentale e conforto, mentre in adolescenza si assiste ad un incremento delle azioni volte ad incrementare le esperienze di condivisione (Vianello, 2019). La prova di completamento di storie sull’orientamento prosociale L’eterogeneità delle definizioni di prosocialità, i diversi livelli di analisi, le sue numerose associazioni con altri costrutti e le molteplici prospettive, implicano non pochi problemi metodologici nell’indagine di questo costrutto (Grazzani & Ornaghi, 2015). I principali strumenti utilizzati per studiare e valutare la prosocialità possono essere riconducibili a due tipologie principali: griglie di osservazione e questionari auto o etero somministrati (Denham, 1996). Il gruppo di ricerca dell’Università degli Studi di Milano Bicocca ha proposto un’alternativa per indagare la prosocialità, al fine di arricchire la varietà strumentale, con l’intento di arginare alcuni limiti, come le lunghe tempistiche e la desiderabilità sociale, associati all’utilizzo dell’osservazione e della somministrazione di questionari auto/etero somministrati (Grazzani & Ornaghi, 2015). Lo strumento messo a punto da questo team di ricerca si basa sulla tecnica del completamente di storie ed è stato denominato “Prova di completamento di storie sull’orientamento prosociale”. Lo strumento è stato sviluppato per indagare, nello specifico, l’orientamento prosociale, ovvero “la tendenza individuale a provare

Fobia Scolare in Adolescenza

di Cinzia Saponara Con il termine: “Fobia scolastica” coniato nel 1941 dalla psichiatra americana Adelaide Johnson, intendiamo un disturbo caratterizzato dalla paura, irrazionale e non controllabile, di andare e/o restare a scuola. La fobia scolastica denominata anche “rifiuto ansioso della scuola” (Last, Francis, Hersen, Kazdin & Strass, 1987) riguarda tra l’1% e il 5%( Burke & Silverman, 1987) dei ragazzi in età scolare senza differenze di genere socio-economico. I bambini e gli adolescenti che ne soffrono presentano frequentemente una risposta fobica sul piano fisiologico (tachicardia, nausea, dolori addominali, cefalee, disturbi del sonno) e sul piano comportamentale ed emotivo (condotte di evitamento, somatizzazioni), tali da compromettere significativamente la regolare frequenza scolastica. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di alunni intelligenti e studiosi con buona resa didattica, che riducono la propria frequenza a scuola, fino al ritiro, non tanto per disinteresse o per insuccesso negli studi, quanto per la paura della propria inadeguatezza ad abitare la scuola intesa come “contesto sociale”. La sua insorgenza sembra spesso immotivata e il manifestarsi di tale fobia rappresenta solitamente un segnale d’allarme particolarmente rilevante, che non va mai sottovalutato, perché può essere il sintomo di una sottostante struttura psicopatologica in procinto di scompensarsi. Tale disturbo non ha una sua categoria nosologica specifica all’interno del DSM 5 dove viene inclusa tra le molteplici fenomenologie delle fobie sociali, privandolo di una sua specificità. Non esistono pertanto direttive specifiche che possano tutelare sufficientemente gli studenti che soffrono di fobia scolare e che hanno assenze di frequenza scolastica spesso molto prolungate. La dispersione scolastica è un fenomeno di per sé complesso e multiforme, l’Italia, dato fermo al 2019, viaggiava su una percentuale di abbandono scolastico del 13,5 per cento in media, (i ragazzi il 15,6% e le ragazze il 10,4%), in forte miglioramento nelle ultime stagioni, ma in ritardo sulla media europea (10 per cento). I divari tra le regioni risultano molto ampi. Questi i dati contenuti nell’ultima pubblicazione del Ministero dell’Istruzione, dal titolo “La dispersione scolastica”. La Comunità di Sant’ Egidio, in un lavoro dove è stato preso in considerazione il primo periodo dell’anno scolastico 2020/21, Settembre Dicembre, ha certificato che a Settembre 2020, ripartenza del secondo anno pandemico, il 4 per cento dei bambini-adolescenti non era tornato a scuola. Un’indagine Ipsos per conto di Save the Children aveva già evidenziato che, nel 28 per cento delle classi superiori, da marzo 2020 a gennaio 2021, almeno un alunno aveva abbandonato la scuola. Qui, i ragazzi ritirati, sono circa 34mila. La somma delle due indagini porta a contare 200mila studenti usciti dal circuito scolastico dalla primaria alla media superiore, in quest’ultimo periodo. Sono ben note le problematiche collegate al ricorso prolungato alla DAD e/o all’alternanza di DAD e didattica in presenza, questa incertezza, ha colpito duramente i ragazzi che erano già predisposti a un isolamento, infatti per alcuni, la DAD ha rappresentato una situazione di comodo: sono a casa mia, non ho contatti con i miei coetanei, non devo sforzarmi di avere delle relazioni, perché avere relazioni mi costa fatica. Nella maggior parte dei casi si è trattato di una regressione temporanea e reversibile, in altri al contrario questa situazione ha slatentizzato, di fatto, vissuti di forte ansia e rifiuto di ritornare a scuola in presenza. Occorre fare un doveroso distinguo tra rifiuto scolastico e assenteismo ingiustificato, quest’ultimo spesso è associato a comportamenti antisociali, atteggiamento oppositivo e/o alla mancanza di interesse per la propria formazione scolastica; è un comportamento in cui è assente l’ansia e la paura intensa e irrazionale di frequentare la scuola. Nel caso dei ragazzi con fobia scolare il quadro è molto più complesso, il meccanismo scolastico, basato su regole, verifiche e confronti, sottopone questi ragazzi ad una costante frustrazione delle proprie aspettative, cioè ad una ferita narcisistica; quando ciò accade, sono pervasi da un’angoscia catastrofica, che impedisce loro di pensare e di agire. Per l’adolescente di solito il terrore è tale e non è possibile alcuna spiegazione. Abbandonata la scuola, alcuni tra loro arrivano a chiudersi per giorni interi nella loro camera, dove stazionano “attaccati” al computer e si rifiutano di uscire di casa anche per le incombenze che li riguardano. La rivoluzione digitale ha creato ambienti espressivi nei quali gli adolescenti non solo sperimentano nuove possibilità di realizzazione ma si rifugiano in occasione di gravi crisi evolutive, in una forma di autoricovero che esprime sia il dolore sia un tentativo di risolverlo, come avviene nel ritiro sociale, la più significativa manifestazione del disagio giovanile odierno, assimilabile alla cosiddetta sindrome di Hikikomori 1 (auto-isolamento prolungato) in preadolescenti e adolescenti. Spesso i genitori sono allo stremo sia per l’insuccesso degli sforzi inutilmente fatti sia perché i figli possono diventare dei despoti all’interno della famiglia, appropriandosi di ogni spazio della casa e interferendo continuamente con la libertà degli altri membri. René Diatkine ed Eric Valentin (“Trattato di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza”, 1985), descrivono quattro possibili evoluzioni focalizzando l’attenzione sul fatto che non si tratta mai di un sintomo “fugace o benigno”. Il primo tipo di evoluzione, quella più grave ma fortunatamente numericamente poco consistente, evolve verso la schizofrenia, manifestando dissociazione e delirio paranoide. Il secondo tipo di evoluzione analizza degli adolescenti che sembrano essere incapaci di qualsiasi compromesso con i propri desideri: tali ragazzi vengono considerati come psicotici (“caso limite”, “borderline”), ma non presentano dissociazioni o deliri. Gli autori mettono in evidenza una relazione familiare estremamente problematica, preesistente alla comparsa della fobia scolare e da questa esacerbata, caratterizzata da ambivalenza e da messaggi contraddittori sia da parte dei genitori che dei figli; viene evidenziato il fatto che l’adolescente non più capace di andare a scuola, in precedenza aveva solo apparentemente uno sviluppo armonico, ma che ad un esame più attento l’adattamento alla realtà era solo apparente ed erano già presenti angosce importanti. Concludendo il secondo tipo di evoluzione gli autori rimarcano che il ragazzo resta a casa, trovando una nuova organizzazione che non gli crea alcuna inquietudine, ma che diventa un nuovo modo di vivere in funzione del principio di piacere. Il terzo tipo di evoluzione,

Home Care Assistance. Alcune riflessioni sulla psicologia domiciliare in caso di disabilità

di Francesca Dicè scientific 3 2022 L’incontro psicologico domiciliare, sempre più richiesto, nasce a seguito della necessità di attivare specifici interventi con persone che hanno difficoltà ad uscire di casa (Pollastri, 2020). Alcuni esempi possono essere condizioni cliniche quali il Disturbo Ossessivo Compulsivo (Pollastri, 2020) o la Depressione Post Partum (Pollastri, 2020), oppure condizioni legate alla Sindrome da Accumulo, alle patologie croniche (Pollastri, 2020; Sottocorna, 2022), alle gravi disabilità (Pollastri, 2020). Altre situazioni che possono beneficiare di questa metodologia sono le persone anziane o con demenza, morbo di Alzheimer, di Parkinson ed altre malattie degenerative (Sottocorna, 2022). L’intervento psicologico domiciliare può rivelare grande efficacia. Generalmente, un obiettivo elitario è il recupero ed il rafforzamento delle competenze r e l a z i o n a l i d e l p a z i e n t e , c o n conseguente potenziamento delle sue risorse personali e delle dinamiche relazionali (Pollastri, 2020). Inoltre, come spesso accade anche nel caso delle psicoterapie online, può avvenire che l’alleanza terapeutica possa instaurarsi più velocemente (Sottocorna, 2022), probabilmente grazie alla maggiore familiarità del paziente con l’ambiente in cui la seduta si svolge, ma anche alla minore probabilità che egli/ella possa seguire le sue resistenze e saltare delle sedute. Nonostante tali potenzialità, quello domiciliare è un intervento che può rivelarsi molto complesso. Innanzitutto, al fine di evitare l’instaurarsi di processi collusivi che possano minare la validità d e l p r o c e s s o t e r a p e u t i c o , è fondamentale che lo psicologo esegua un’adeguata analisi della domanda con specifica attenzione alle fantasie e le dinamiche inconsapevoli che possono sot tender e l a scel t a del set t ing domiciliare (Pollastri, 2020; Carli & Paniccia, 2003). Una specifica attenzione dello psicologo, inoltre, deve essere rivolta alla necessità di ristrutturare il suo setting abituale, che ovviamente deve essere diversificato secondo le necessità e le richieste del cliente (Pollastri, 2020); ciò può richiedere una maggiore flessibilità (Sottocorna, 2022) e, talvolta, il ricorso ad i m p o r t a n t i r i s o r s e c r e a t i v e (Dominijanni, 2017) che consentano un maggiore adattamento alla specificità d e l l e s i t u a z i o n i che i n c o n t r a . Ciononostante è sempre necessario preservare il setting, inteso sia come assetto interno, evidentemente più delicato di quanto non sia quello dello studio clinico (Dominijanni, 2017), sia come assetto esterno, assicurandosi che i colloqui si tengano in uno spazio riservato, durino il tempo concordato e beneficino di tutti gli obblighi legali come tutela della privacy e firma del consenso informato (Pollastri, 2020). Fondamentale, infine, può rivelarsi il lavoro in rete, inteso sia come la collaborazione dello psicologo con eventuali altre figure professionali coinvolte (ad esempio, educatori, operatori socio sanitari), sia come rapporti con le istituzioni che collaborano alla presa in carico del paziente (ad esempio, Servizio Sanitario, Enti Locali, Educative Territoriali), al fine di offrire un servizio quanto mai completo ed adeguato a tutte le necessità dei pazienti. Bibliografia. Carli R. & Paniccia R.M. (2003). Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica. Bologna: Il Mulino. ISBN 978-8815096470 Dominijanni L. (2017). La solitudine dello psicologo domiciliare. Retrieved from https://bit.ly/3IXvIbu Pollastri A. (2020). Lo psicologo a domicilio. Retrieved from https://bit.ly/ 3sM8tvq Sottocorna R. (2022). Lo psicologo a domicilio e le terapie online. Retrieved from https://bit.ly/3Clf5Ux

L’assessment Terapeutico o collaborativo: origini e struttura di una nuova tecnica

di Gaia Cassese Introduzione Nel mio breve percorso p o s t – universitario, mi sono imbattuta in pareri contrastati e sguardi diffidenti circa l’utilizzo dei test psicodiagnostici, che sono di gran lunga ancora appannaggio di Servizi Sanitari pubblici o dell’ambito giuridico e peritale. Ancora poco diffusi, specialmente in ambito clinico privato, l’opinione dei professionisti con cui mi sono interfacciata si divide. Da una parte emerge l’ammirazione per la “capacità” di poter ottenere diagnosi precise e immediate, prive di incertezze e dubbi in cui potrebbe incorrere l’occhio nudo dello psicologo, e la valutazione psicodiagnostica si pone in questo contesto come un facile tentativo di liberarsi dall’angoscia dell’ignoto, della complessità del paziente, che porta con sé, specialmente per i giovani psicologi, il fantasma di un mandato sociale detentore di verità immediata sull’altro. D’altro lato il ghigno di chi, vantando una maggiore esperienza, si propone come sostenitore di una diagnosi che, per esigenza d i comunicazione t r a professionisti, nonché di definire linee guida nella comprensione del disagio del paziente, chiude un mondo di possibili significati, guardando piuttosto alla somministrazione dei test come una valutazione violenta, un incasellamento ed una categorizzazione della realtà in poche etichette diagnostiche e comunicative. Dal mio punto di vista, uno schieramento di tal genere porta con sé una diversa problematica a monte: una ancora forte incertezza e mancanza di conoscenza circa l’obiettivo in contesto clinico, e specialmente in quello privato, d e l l ’ u t i l i z z o della testologia. In p a r t i c o l a r e , i n u n a d o m a n d a provocatoria, chiedo: ma i test psicodiagnostici servono davvero a formulare una diagnosi? Emerge, a questo punto, la necessità di partire dalle origini: ma cosa intendiamo per diagnosi? Diagnosi proviene dal greco dia (at t raverso) e gnosis (conoscenza), un’etimologia che richiama ad una conoscenza del paziente che va ben oltre l’esigenza di u n ’ e t i c h e t t a comunicativa e d i presentazione della sintomatologia dell’individuo. Tale concezione di diagnosi richiama la curiosità e l’interesse profondo che lo psicologo prima, e il terapeuta poi, possono mostrare nell’esplorazione di ciò che il paziente porta nella stanza e, quindi, nella e attraverso l a relazione terapeutica. Quindi diagnosi non come semplice ricerca del sintomo, quanto un “conoscere attraverso” la complessità dell’animo umano che necessariamente promuove un infinito mondo di significati verso non solo la conoscenza dei limiti, ma che si rivolge soprattutto alle risorse, al contesto, ai punti di forza ambientali e personali che saranno alleati di un percorso di conoscenza del sé ed evoluzione del paziente. Questa c o n c e z i o n e p e r d e l ’ i d e a d i incasellamento a favore di un recupero di quanto c’è di più profondo e nobile nella nostra professione, un concetto trasversale che accomuna tutti gli orientamenti psicoterapeutici: l’interesse per la relazione. È solo in seguito alla definizione di questa cornice teorica ed etimologica che l’utilizzo dei test, nella pratica clinica privata, si pone come un potente strumento alleato del processo terapeutico. Ed è abbracciando pienamente questo contesto che a partire dal 1980 Stephen E. Finn conia il termine di Assessment Terapeutico (S. E. Finn, 2007). L’ a s s e s sme n t Te r a p e u t i c o o collaborativo: le origini. L’assessment terapeutico è un approccio alla valutazione psicologica sviluppato da Stephen E. Finn in collaborazione con i colleghi (1), frutto di una riflessione attenta e continua sulla pratica e l’intervento con numerosi e differenti g r u p p i d i p a z i e n t i . N a t o i n contrapposizione a i l i m i t i della valutazione psicologica tradizionale, il metodo affonda le radici all’interno del modello intersoggettivo (2) sviluppato da Stolorow, Atwood e Brandcraft (1996), basato sulla psicologia fenomenologica e articolato nell’ambito dell’assessment da C. Fisher. Secondo la teoria dell’intersoggettività, il “sé” non può essere considerato come un insieme di caratteristiche stabili e ben distinte del soggetto, bensì vanno studiate e approfondite nella piena consapevolezza della loro dipendenza dal sistema interpersonale in cui sono osservate e “misurate”. Ne deriva chiaramente che l’obiettivo di ottenere misure oggettive di un tratto di personalità è limitato e pronto a d e l u d e r e l e a s p e t t a t i v e d e l somministratore. Questo succede in primo luogo perché, spiega Finn, i comportamenti del paziente avvengono sempre in un determinato contesto che rinvia specifici feedback; in secondo luogo il somministratore volgerà la propria attenzione verso alcune sfumature dei risultati testologici piuttosto che altre, influenzato da quello che è il proprio set di valori e la sua storia personale; infine, nessuno potrà mai conoscere appieno fino a che punto si estende la portata del proprio contributo al contesto interpersonale. Cosa possiamo quindi fare da giovani psicodiagnosti? Certamente essere aperti e curiosi a tali fattori e fenomeni nel contesto di assessment. Infatti, quello che ad un approccio valutativo tradizionale si presenta come un insormontabile ed inevitabile ostacolo da governare il più possibile, mediante la neutralizzazione dell’intervento del somministratore, diviene per lo psicologo esperto una consapevole opportunità per giocare nella relazione, e l’assessment si pone come un primo potentissimo strumento. Sebbene, infatti, l’autore presenti il proprio approccio in una serie di passaggi-guida molto pratici e precisi, l’assessment terapeutico è piuttosto da considerarsi come un modello di pensiero che richiede allo psicologo di movimentare le proprie risorse creative, intuitive e soprattutto empatiche nei confronti del paziente. I requisiti indispensabili sono: una profonda conoscenza e comprensione dei test, e la capacità di <<entrare nei panni dei nostri pazienti>> profondamente (Finn, 2007). Inoltre, S. Finn distingue un assessment terapeutico collaborativo da quello non collaborativo. Mentre quest’ultimo consta di una valutazione psicologica “sul” paziente, il primo, caratteristico del metodo in

Psicologia, psicoanalisi, yoga e salute

di Veronica Sarno scientific 3 2022 “ Sia lo yoga che la psicoanalisi hanno uno scopo comune, che consiste nel favorire l’eliminazione della sofferenza nell’uomo e di permettere la sua realizzazione, anzitutto come esseri umani; per questo fine, almeno all’inizio, il loro percorso praticamente coincide: infatti, in entrambi i casi, quello che si vuole ottenere è, prima di tutto, la realizzazione di un individuo adulto e maturo, capace di rapportarsi con la vita in modo autonomo e razionale, senza il condizionamento dei desideri infantili o l’oppressione dei fantasmi nevrotici.” 1 Gaia Bergamaschi ha analizzato quelle che definisce le scuole di psicologia yogica: la psicologia Vedānta, reputa che l’attività mentale sia di tipo intellettuale, compatibile con una concezione intellettuale della mente. Lo studio della mente umana rientra nello studio del microcosmo, accordabile con le leggi del macrocosmico. Lo yoga di Patañjali invece considera l’esistenza di una psicologia sperimentale ed applicata. Tuttavia queste due scuole di pensiero hanno qualcosa in comune, considerano la mente uno strumento interno, mentre giudicano strumenti esterni corpo fisico ed energetico. La mente esegue tre tipologie di attività: 1° La mente Manas raccoglie le percezioni sensoriali coordinandole con le risposte motorie. 2° La mente Ahankara riguarda il senso dell’io che va a trasformare l’esperienza sensoriale in una personalizzazione di senso dell’esperienza sensoriale rispetto alla propria identità individuale, funzionale a stabilire una sensazione di unicità e di distinzione. 3° La mente Buddhi, mente superiore, volta alla valutazione ed al discernimento delle situazioni, formula giudizi e stabilisce il comportamento della persona in quella situazione. Queste tre menti sono interconnesse in Chitta concetto simile all’ES psicoanalitico Vi è poi il concetto di Ahankara che comprende il concetto di Io psicoanalitico con tutte le sue difese e di ego in senso comune occidentale del termine ed anche il limite fra ciò che è Io e ciò che non lo è. 1 “Quando la mente entra in degli stati in c’è la separatezza, i concetti di psicologia occidentale secondo i quali l’ego comprende sempre un certo campo di senso dell’io entrano in un circolo che porta al disorientamento.” 2 Patañjali invece usa il termine Chitta per indicare le funzioni mentali in senso olistico e complessivo come un lago calmo limpido e trasparente, talvolta turbate da onde Vrtti generate da percezioni sensoriali, pensieri, ricordi, quando le onde si placano è possibile accedere ad importanti livelli di interiorità. Nel primo libro degli Yoga Sutra di Iyengar (1993) si descrive lo yoga come metodologia finalizzata al controllo volontario ed alla regolazione dei processi di pensiero, tale che la coscienza possa liberarsi dall’identificazione con i pensieri stessi. Patañjali classifica Vrtti in diverse capacità mentali: percezione accurata o cognizione, percezione inesatta, fantasia o immaginazione, memoria, sonno. Man mano che ci si distacca dai pensieri si superano le Klesha, cause della sofferenza, che sono: – avidya: ignoranza, – asmita: angusta e stagnante definizione di sé, – raga: attaccamento, – dvesa: avversione fobica, – abhinivesah: terrore della morte. La pratica dello yoga si lega alla psicologia perché promuove la salute. Secondo Amy Weintraubm (2012), nello yoga terapeutico, il corpo è la porta che conduce alle emozioni. Van der Kolk (2014) individua tre strade, che adoperano la neuroplasticità cerebrale, per aiutare le persone a gestire i traumi, si tratta di – Via top-down (dall’alto verso il basso), il dialogo, la connessione fra le persone, consentono di capire ed elaborare e memorie traumatiche (psicoanalisi, psicoterapia dinamica, psicoterapia cognitivo-comportamentale) – Via farmaceutica, che va a cambiare i modi in cui il cervello organizza e gestisce le informazioni. – Via bottom-up (dal basso verso l’alto) il corpo fa esperienze che gli consentono di contrastare stati negativi come l’essere adirati ed il sentirsi impotenti. Alcune pratiche yoga si collocano nella prima via ed altre nella terza, le emozioni vengono regolate al meglio mediante la via top-down, mentre la via bottom up crea una riprogrammazione del sistema nervoso autonomo, che attraverso il respiro Pranayama dello yoga. 2. B. N. Gangadhar (2018) descrive prove neurobiologiche dello yoga per la salute mentale. Da quando nel 2014 le nazioni Unite hanno proclamato una giornata internazionale dedicata allo yoga, quest’ultimo si è trasformato da pratica esoterica in un’attività per la salute, divenendo anche oggetto di studio. Il Dipartimento di Scienza e Tecnologia del Governo dell’India ha creato un piano per finanziare lo yoga e la meditazione, piano chiamato SATYAM, inoltre il governo indiano ha creato il ministero AYUSH dedicato allo yoga ed alla medicina indiana. La parola yoga deriva dal vocabolo yui, che significa “collegare”, “amalgamare”, “unire”, ciò che unisce la consapevolezza del singolo con quella cosmica, mediante sforzi costanti (sādhana), il praticate detto (sādhaka) riceverà come beneficio una migliore salute fisica e mentale ed una maggiore padronanza della mente. Diverse ricerche hanno mostrato che i livelli di cortisolo crollano dopo aver praticato yoga, le ricerche sono state effettuate su pazienti affetti da depressione ed altri con dipendenza da alcol. Il cortisolo calava perché diminuiva il livello di depressione a seguito della pratica yoga, che a sua volta consentiva una migliore attività cognitiva. Si ipotizza che la diminuzione dello stress ed il sentirsi rilassati ed in generale in uno stato migliore, nella pratica dello yoga siano mediati dall’acido ƴ-amminobutirrico (GABA), un neurotrasmettitore che inibisce neuroni del cervello. Alcuni medicinali seguono lo stesso principio, infatti medicine con proprietà simili vengono adoperate per trattare l’agitazione, disturbi emotivi e perfino l’insonnia; le benzodiazepine facilitano il funzionamento del GABA. I livelli GABA del cervello sono misurabili mediante risonanza magnetica spettroscopica (MRS). Gli esperimenti indicano che i livelli di GABA aumentano dopo una sessione di yoga, sia in soggetti sani e sia in soggetti malati. Se si invia un breve impulso di energia magnetica attraverso lo scalpo, la regione cerebrale sottostante si attiva, stimolando un muscolo, lontano ma corrispondentemente collegato (come ad esempio, il muscolo della trachea), che è colpito da segnali elettrici, misurabili con l’elettromiografia (EMG). Reagendo a questa stimolazione magnetica, il cervello compensa anche generando sul muscolo effetti inibitori, che portano al silenzio elettromiografico. È un effetto di breve durata (circa 100