La dissociazione nelle dipendenze patologiche.

L’infanzia è un periodo ricco di possibilità di crescita per gli individui, ma è tuttavia un periodo molto delicato nel quale alcune esperienze possono rivelarsi come traumatiche ed interferire con la crescita e lo sviluppo armonico. Le esperienze traumatiche nei bambini posso patologizzarsi: cioè la naturale predisposizione al ‘ritiro’ transitorio in condizioni di stress, può diventare un’esperienza in cui rifugiarsi per non sentire l’esperienza di un ambiente non protettivo. La dissociazione è una funzione naturale della mente che esclude dal campo della coscienza emozioni, sensazioni troppo forti ed accompagnate da sofferenza: si tratta di un meccanismo di sbarramento che mette al riparo la coscienza ordinaria da un eccesso di stimoli dolorosi. Essa ha dunque il compito durante tutte le fasi dello sviluppo di proteggere l’individuo per mezzo dell’alterazione dello stato id coscienza ordinario tramite un processo inibitorio attivo delle informazioni intollerabili e sopraffacenti, e la costruzione di una realtà parallela più favorevole e nella quale trovare rifugio. Il sollievo che si ricava nel ritirarsi temporaneamente in questo rifugio non ha nulla di patologico e può essere messo al servizio dell’Io dell’energia personale e della creatività. Ma quando il ritiro diventa eccessivo e tende alla reiterazione esso comporta il rischio dell’isolamento e la distorsione del senso del Sé, della relazione, del contatto con la realtà a favore di attività autoerotiche, compulsive caratteristiche delle varie forme di ‘dipendenza patologica’, nella forma più estrema a veri e propri disturbi dissociativi. In questi casi si assiste alla disgregazione delle componenti cognitive ed emotive, all’incapacità di ‘mentalizzazione’ cioè di trovare un senso coeso all’esperienza stressante e di conseguenza la sostanza piò fungere da ‘calmante’ rispetto all’incapacità di sostenere un’esperienza emotiva dolorosa. Questo meccanismo di difesa accanto ad altri fattori traumatici e ad un attaccamento disorganizzato concorrono allo stato di dipendenza. In francese l’abuso di sostanza viene indicato dal termine ‘toxicomanie’ che definisce uno stato psichico di tipo esaltativo, mentre in inglese per la dipendenza si usa il termine ‘addiction’ esso deriva dal latino ‘addictus’ che fa riferimento ad una condotta attraverso cui un individuo è reso schiavo perché sottende l’assenza di libertà delle dipendenze patologiche. Nonostante le evidenti differenze in merito all’oggetto della dipendenza, i comportamenti additivi sembrano rappresentare un tentativo disfunzionale di contrastare l’emergere incontrollato di vissuti traumatici infantili, se le emozioni traumatiche tendono ad emergere esse si presentano il più delle volte in forma di sintomi post traumatici (iperattività, rabbia, confusione nel pensiero, disturbi somatici) che il soggetto cerca di contrastare ritirandosi in stati mentali dissociati per mezzo dell’oggetto-droga.
Amore: tra ricerca di desiderio e costruzione di stabilità

Un conflitto molto comune in amore è quello tra desiderio e stabilità. Le fiamme da una parte e la casa dall’altra: bruciare o costruire? In realtà, ognuna di queste due esperienze da sola conduce all’insoddisfazione. Il desiderio, che tende a consumare l’oggetto, volge sempre verso un punto di perdita. Attacca il legame, poichè nega tutto ciò che si propone come unico, che minaccia la ricchezza del molteplice. Dal canto suo, la relazione priva di passione, fatta di routine e familiarità, offre la sicurezza e la protezione della casa ma è destinata ad appiattirsi, ad eclissarsi nelle sabbie mobili dell’assenza di erotismo e vitalità. Dunque, finché coltiviamo desiderio senza stabilità o stabilità senza desiderio, tenendo queste due parti di noi separate, non può esserci soluzione, siamo destinati a soffrire. Rinnovare il desiderio nel tempo “Si fa presto a dire “amore”. Ma quel che c’è sotto questa parola lo conosce solo il diavolo”. (U. Galimberti) L’amore è un mistero. Un miracolo che non possiamo pretendere di spiegare. E’ una scintilla che si accende, un fuoco che divampa. Un’incognita che sconvolge la nostra vita emotiva. L’amore è quanto c’è di più prossimo alla follia, secondo Freud, una forza che sfugge alle regole della ragione. Una delle cose più difficili nella vita di coppia è conservare la fiamma dell’amore sempre accesa. Saper rinnovare il desiderio nel tempo. Come quando non ci stanchiamo mai di guardare uno stesso paesaggio perché ci appare diverso ogni volta. Lo spegnimento del desiderio non è un fenomeno naturale. Avviene per la paura di integrare il cambiamento, di vedere il ‘nuovo’ nel ‘vecchio’. Di esporsi a ciò che non è possibile conoscere a priori né controllare. Ci si rifugia nell’illusione di un partner prevedibile che dia quella sensazione di sicurezza che proviene dal familiare. Ci si attacca anche ai difetti dell’altro, pur di non cadere nella fascinazione e nella vulnerabilità dell’amore. Salvo poi la voglia di scappare da una quotidianità priva di entusiasmo ed alienante. La costruzione in amore ai tempi della modernità liquida Quanto è importante costruire in amore? L’amore è, nel suo stesso fondamento, costruzione. Nel Simposio di Platone, la profetessa Diotima di Mantinea, rivolgendosi a Socrate, afferma: “l’amore non è amore del bello, come tu credi (…) ma generazione e procreazione del bello”. Amare corrisponde dunque all’esperienza di voler partecipare al divenire del bello. E’ creare. Un impulso ad espandersi, ad aggiungere qualcosa al mondo che inizia ad esistere in modo nuovo. “E’ la possibilità di assistere alla nascita del mondo”, utilizzando le parole di Badiou. In “Amore liquido” Bauman scrive: “Non è nella brama di cose pronte per l’uso, belle e finite, che l’amore trova il proprio significato, ma nello stimolo a partecipare al divenire di tali cose. L’amore è simile alla trascendenza; non è che un altro nome per definire l’impulso creativo e in quanto tale è carico di rischi, dal momento che nessuno può mai sapere dove andrà a finire tutta la creazione”. Nella nostra cultura consumistica, in cui si ricercano prodotti pronti per l’uso, soluzioni rapide e gratificazioni immediate, anche l’amore viene ricercato, al pari delle altre merci, come un qualcosa che dia risultati in poco tempo, a zero rischi e senza troppa fatica. “Per quanto abbia potuto imparare sull’amore e l’innamoramento, la tua sapienza può giungere solo, come il Messia di Kafka, un giorno dopo il suo arrivo”. (Z. Bauman) Verso una integrazione Come mettere dunque insieme il desiderio di avventura e il bisogno di sicurezza? Come far incontrare questi due bisogni, entrambi così profondamente radicati nella nostra natura, eppure così spesso inconciliabili? La strada, secondo Galimberti, è quella di accogliere il cambiamento che sbilancia la familiarità, che rende imprevedibile e nuovo, quindi rischioso, il tempo. Si tratta di abbandonare gli attaccamenti. Di imparare a riconoscere e accogliere il cambiamento che, di per sè, è un processo sempre continuo. Si tratta di aprirsi senza preclusioni, accettando i rischi di una reale intimità. Di lasciarsi stupire, per poter provare meraviglia. E, al tempo, di saper stare senza appoggi esterni ed integrare la noia, l’esperienza del vuoto. Il vero nemico dell’amore non è il tempo, come solitamente si crede. Il nemico dell’amore è la nostra disattenzione dall’altro. Il nostro assentarci dalla relazione. La nostra incapacità di essere presenti e in contatto con il flusso naturale della realtà che si rinnova momento per momento. “Ancora”: la parola per dire l’amore Come sostiene Recalcati, vi sarebbero due menzogne nel nostro tempo che ci allontanano dall’amore e dalla cura di ciò che abbiamo. La prima è l’ideale narcisistico dell’essere umano che raggiunge libertà e indipendenza senza l’altro. La seconda è credere che la via della salvezza e del desiderio sia in ciò che non si possiede ancora, nella ricerca di un nuovo oggetto. A differenza di Freud, che sostiene l’incompatibilità tra amore e desiderio, Lacan afferma che l’amore è quel mistero che fa convergere e non dissociare la domanda d’amore, che rende l’amato insostituibile, con il godimento del corpo. Non si tratta dunque di una fedeltà come rinuncia, come rassegnazione ad una routine senza vitalità, ma del godimento sessuale che si sposa con il desiderio della persona amata. La domanda d’amore chiede “ancora”, ‘insiste’ sullo stesso oggetto, vuole la sua infinita ripetizione. Non è l’”ancora” nel senso del nuovo dell’ideologia libertina, come la nostra modernità liquida vorrebbe, ma il vecchio che diventa sempre nuovo. L’amore che nel tempo non muore ma si accresce. Che soddisfa insieme il corpo e quell’abbandono all’altro, come esposizione assoluta, che de-isterizza il desiderio e amplia la vita.
I MEME E IL LEGAME CON LA PSICOLOGIA

Con le nuove tecnologie, le persone sono sempre più solite comunicare attraverso i meme. Dietro l’utilizzo di queste forme di comunicazione si trovano numerose teorie psicologiche. Ma cosa sono i meme? Essi sono immagini prese da contesti culturali specifici, a cui si mette un testo aggiuntivo che arricchisce la lettura di quell’immagine. Solitamente questa descrizione tende a ironizzare sulla quotidianità. Questo termine viene coniato dal biologo Dawkins nel 1976. Egli lo definisce come un artefatto che, come i geni, si trasmette di generazione in generazione tramite l’imitazione. Tuttavia, non tutte le informazioni vengono diffuse, ma solamente quelle reputate più valide ed efficaci. Nel concetto originario di meme c’è sempre la concezione che alcune idee possano essere scartate, mentre altre possono diventare virali e riscontrare un grande successo. Dunque, anche in questo caso si può parlare di viralità. Questa prima concezione si è sviluppata enormemente fino ad arrivare al concetto di “Internet meme”. Esso è un’informazione che si replica via Internet sotto forma di immagini, video o frasi che può mutare ed evolversi. Un meme deve contenere elementi di novità per attirare l’attenzione, deve essere in grado di contrapporsi a una cultura dominante, deve essere conciso, facile da imitare e con un alto potere espressivo. Ma tra tutto, un meme è tale perché virale. Quali sono le funzione dei meme? Nella maggior parte dei casi, un meme nasce per far divertire gli utenti. In realtà, possono anche essere usati per garantire un impatto emotivo maggiore a un determinato concetto. Infine, sono molto usati anche all’interno della sfera politica e sociale in quanto riescono a far riflettere e a conquistare l’opinione pubblica. La psicologia dove si colloca in tutto questo? Secondo Wagner, un meme è in grado di far emergere un significato per gli individui appartenenti a determinate generazioni. Dunque, ha delle conseguenze importanti a livello di processi psicologici. Una persona, infatti, userà i meme dei gruppi ai quali appartiene. La comunicazione dei meme avviene in fasi sequenziali. Prima deve essere identificato e interpretato dai membri di un gruppo, poi viene condiviso in quanto ne rafforza il senso di appartenenza e infine diventa virale. Dunque, gli elementi psicologici che emergono dall’uso dei meme sono quelli di identità sociale e senso di appartenenza. Tajfel e Turner definiscono l’identità sociale come quella parte della propria identità che deriva dalla consapevolezza di appartenere a un gruppo sociale. Ciò che ci spinge a condividere un meme è il bisogno di approvazione da parte degli altri. Nonostante i meme siano popolari nel mondo dei consumatori, sono anche potenti per le aziende. Le aziende possono usarli per: condividere informazioni in un formato divertente e memorabile dare connotati umani al proprio brand semplificare concetti complessi come la cultura organizzativa aziendale ottenere un maggior coinvolgimento del proprio pubblico I brand dovrebbero imparare a tradurre la loro pubblicità in questo nuovo modo. Grazie alle nuove tecnologie e ai social media, i meme sono diventate una delle forme comunicative più utilizzate al giorno d’oggi. Essi permettono di esprimere il proprio sé e il gruppo al quale si appartiene. La loro viralità e immediatezza li rende sempre una modalità comunicativa sempre più affermata. BIBLIOGRAFIA www.focus.it www.stateofmind.it
La Triangolazione nel Sistema Familiare

In psicologia, il termine triangolazione rappresenta una specifica dinamica relazionale nella quale la comunicazione e le interazioni tra due individui non avvengono direttamente, ma sono mediate da una terza persona. Il concetto di triangolazione si è sviluppato principalmente nell’ambito della terapia familiare (Bowen, 1985) per identificare una modalità di gestione della tensione e dei conflitti all’interno di un rapporto significativo. Secondo Bowen, i rapporti diadici (es. tra marito e moglie, tra fratelli, o tra genitore e figlio) sono intrinsecamente instabili durante situazioni di stress. Quando tali situazioni si verificano, si ricorre quindi ad una terza persona che viene messa in causa per diminuire o gestire lo stress. Anche se la triangolazione non è di per sé negativa, un utilizzo abituale di questa strategia può diventare un vero e proprio elemento di tossicità psicologica all’interno di un rapporto affettivo. All’interno di sistemi familiari particolarmente disfunzionali, la triangolazione può anche coinvolgere i figli, i quali vengono chiamati in causa da uno o da entrambi i genitori per gestire o diminuire lo stress emotivo legato al loro conflitto interpersonale. La triangolazione diventa dunque disfunzionale quando causa eccessivo stress alla terza parte della configurazione triangolare, quando impedisce la risoluzione del conflitto della diade anziché contribuire a risolverlo, e/o quando viene utilizzata deliberatamente per garantirsi un maggior controllo della relazione Di solito nel sistema familiare, la triangolazione si verifica quando l’aumento della tensione relazionale tra i coniugi viene gestito e contenuto coinvolgendo uno dei figli: questa alleanza con “un altro più vulnerabile” mira alla costruzione di una relazione più stabile. La triangolazione, dispiegandosi da una generazione all’altra, rende sempre più difficile il processo di individuazione dei singoli membri della famiglia, fino ad arrivare ai casi estremi di simbiosi familiare in cui la non differenziazione del sé di ciascuno è massima. Secondo Bowen è un tipo di coazione a ripetere applicata alle generazioni, in cui ogni generazione fa ricadere la sofferenza su quella successiva (Hoffman L, 1984) L’aspetto patologico della triangolazione intergenerazionale risiede nel fatto che le risorse psicologiche ed emotive del bambino vengono utilizzate per regolare il conflitto tra adulti, a scapito dei suoi bisogni evolutivi. In questo modo si realizza un processo di delega che, di generazione in generazione, che porta avanti la richiesta di soddisfacimento di bisogni originari rimasti inappagati. Inoltre, la posizione di funzionamento del bambino all’interno del triangolo inevitabilmente condizionerà il suo modo di pensare, sentire e agire, modellando qualitativamente il suo senso di identità e appartenenza e di conseguenza le possibilità di differenziazione dalla famiglia di origine. La non differenziazione dalla famiglia di origine porterà, in un momento successivo del ciclo di vita dell’individuo, a uno spostamento sul partner della richiesta di soddisfacimento dei bisogni rimasti inappagati; quando questa richiesta di appagamento, inevitabilmente, fallirà l’ansia spingerà nuovamente alla ricerca di un’alleanza con i figli.
Il fascino dell’intelligenza emotiva

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Infodemia: cos’è e quali conseguenze psicologiche comporta

L’era moderna e il massiccio e costante utilizzo di internet permette a tutti di accedere a numerose informazioni in ogni momento della giornata. Tuttavia non tutte le informazioni sono accurate e imparare a navigare tra di esse e scegliere quelle più attendibili non è sempre semplice. Inoltre, soprattutto in momenti di crisi storica e sociale, questa costante valanga di fatti e parole può avere conseguenze significative a livello psicologico, sociale e comportamentale. Che cos’è l’infodemia? Durante la fase più acuta della pandemia da Covid-19, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ripreso il termine infodemia, definendola come una “sovrabbondanza di informazioni – alcune accurate e altre no – che rende difficile per le persone trovare fonti affidabili e una guida affidabile quando ne hanno bisogno”[1]. In generale, secondo il Vocabolario Treccani, l’infodemia può essere definita come la “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti attendibili”. Infodemia e pandemia La pandemia ha portato con sé anche un’ondata di informazioni e di fake news, rendendo difficile orientarsi tra le notizie e scegliere quelle attendibili e ufficiali. In effetti, durante una pandemia, tutti siamo più vulnerabili ai deepfake, come la disinformazione deliberata, e ai rischi per la salute mentale pubblica che coinvolgono paura, panico, atteggiamenti xenofobi e pregiudizi. Inoltre, le risposte della società dimostrano che i danni causati dall’infodemia superano anche l’impatto biomedico della pandemia. Il sovraccarico di informazioni e la disinformazione in relazione al Covid-19 hanno suscitato una notevole ansia nell’opinione pubblica e creato ulteriori minacce per la salute. Ad esempio, la paura e l’ansia di massa instillate dalla confusione e dalla sfiducia nella capacità di far fronte a una crisi a livello individuale e di gruppo hanno un impatto negativo sulla salute mentale. Infodemia e guerra Un simile trend si sta sviluppando anche nei confronti dell’attuale guerra in Ucraina, dove la grande quantità di informazioni non vagliate aumenta la confusione e l’incertezza. È necessario che in situazioni di emergenza, le informazioni e le indicazioni siano chiare e accurate. Sotto la valanga di informazioni che internet ci propone, diventa sempre più difficile orientarsi, distinguere il falso dal vero. Come conseguenza, è semplice sentirsi sopraffatti e affidarsi, senza approfondire, ai primi articoli che incontriamo o alle notizie che maggiormente collidono con i nostri pensieri, le nostre credenze o la nostra emotività. Quale reazione generale all’ondata di informazioni? Di fronte a questa montagna insormontabile di informazioni, che possono riguardare la pandemia, la guerra o altri eventi emergenziali o crisi globali, l’essere umano può reagire in diversi modi e attuare diversi meccanismi di coping. Si è visto che, durante la pandemia, nella grande maggioranza dei casi, il meccanismi messo in atto per far fronte all’ansia, alla paura e alla mancanza di controllo è la ricerca spasmodica di informazioni su ciò che sta avvenendo[2]. L’incertezza generale dovuta alla criticità di determinati momenti storici spinge le persone verso una ricerca spasmodica di informazioni, ovvero verso il fenomeno dell’infodemia. La sovraesposizione di notizie spesso contrastanti da una parte facilita la diffusione di false notizie, dall’altra non fa altro che confondere le idee. Tale incertezza, a sua volta, può far aumentare i livelli di stress ed ansia della popolazione, mostrando una maggiore propensione alla distrazione e un peggioramento dei sintomi ansiosi. I tentativi di ottenere il controllo attraverso la ricerca di informazioni durante un’infodemia non mitigano i livelli di ansia ma anzi possono persino aggravare i problemi di salute mentale [2]. Dinamiche della ricerca di informazioni La ricerca di informazioni durante momenti critici sociali gode, inoltre, dell’opzionalità, ovvero ognuno può decidere se accogliere o meno un’informazione. Per comprendere tale fenomeno, quindi, è necessario capire che la ricerca di informazioni sottende delle dinamiche specifiche che vengono messe in atto quando processiamo le informazioni. In estrema sintesi, tali dinamiche sono: confirmation bias, ovvero la tendenza a cercare informazioni che confermino le nostre convinzioni e ad ignorare informazioni contrastanti; echo chamber, ovvero la creazione di gruppi che condividono una stessa visione, rinforzandola; polarizzazione, ovvero la tendenza a generalizzare e includere le diverse realtà in una stessa categoria. Come contrastare l’infodemia? L’infodemia porta con sé una spasmodica ricerca di informazioni che potrebbe causare ripercussioni negative sul benessere psicologico della popolazione. Per contrastare l’infodemia, è necessario mettere in campo misure a livello sia pubblico sia comunitario sia individuale. Affrontare in modo intelligente tale minaccia significa intervenire su più livelli, utilizzando in modo efficiente competenze professionali e pensiero critico. A tale scopo, anche i social media, riconosciuti come il principale mezzo attraverso cui naviga la disinformazione, possono essere utilizzati come uno strumento utile per affrontare l’infodemia[2]. Le organizzazioni di sanità pubblica possono utilizzare i social media per prevenire o ridurre al minimo la diffusione di notizie false e sensibilizzare l’opinione pubblica diffondendo informazioni affidabili e comunicando attivamente con i gruppi target nella comunità. Inoltre, possono essere utilizzati come strumento educativo, aiutando a frenare la diffusione di informazioni false, insegnando alle persone come valutare criticamente la credibilità e l’affidabilità di tali informazioni e incoraggiandole a interrompere la condivisione di messaggi che contengono informazioni discutibili o non verificate. Conclusione È necessario promuovere una cultura della consapevolezza e della conoscenza. Occorre intensificare le azioni di formazione e sensibilizzazione, aiutando le persone ad acquisire strumenti per orientarsi tra informazioni e notizie. L’impatto a lungo termine delle conseguenze psicosociali dell’infodemia e dei suoi correlati a livello psicologico e sociale dipenderà dagli sforzi collettivi per costruire competenze personali e sociali adeguate basate sull’intelligenza e sulla resilienza per affrontare le sfide future. Fonti [1] World Health Organization (2020). Novel Coronavirus(2019-nCoV) Situation Report – 13. [2] Ying W and Cheng C (2021). Public Emotional and Coping Responses to the COVID-19 Infodemic: A Review and Recommendations. Front. Psychiatry 12:755938. doi: 10.3389/fpsyt.2021.755938 https://www.treccani.it/vocabolario/infodemia_(Neologismi)
Cara Rose, sei certa che Jack sia esistito davvero?

di Fabio Battisti “Non ho niente di lui, vive solo nei miei ricordi” Una Rose ultracentenaria è l’unica in grado in grado di ricordare una delle più belle storie d’amore d’inizio e fine del XX secolo. Lo sfondo cinematografico del Titanic sembra quasi una scusa per narrarla, soprattutto per giustificare la sua breve durata attraverso una tragedia nella sciagura. Ma siamo sicuri che il naufragio abbia avuto esclusivamente questa funzione? Le funzioni psichiche del cinema sono conosciute quanto sottovalutate e molteplici. L’idea della grande storia d’amore che termina suo malgrado ricorda tanto le mitiche vicende di “Via col vento” e “Casablanca”, nelle quali la relazione, cristallizzata nel tempo, permetteva al grande pubblico di immedesimarsi per via delle frustrazioni sentimentali del passato oppure per le insoddisfazioni correlate con la vita matrimoniale. In “Titanic” tuttavia la decisione non appartiene ad uno o entrambi i protagonisti, quanto a un fato cinico che tronca l’esistenza di uno dei due amanti. Quest’ultimo sembra tuttavia completare il “rituale iniziatico” che caratterizza il racconto stesso di Rose: le conferma che diventerà una donna libera, emancipata, sicura di sè, a prescindere dalle situazioni economiche e sociali nelle quali si ritroverà a vivere scambiando la sua identità con una ragazza defunta, totalmente speculare a quella di una ragazza ricca intrappolata in un destino di schiava e sull’orlo del suicidio. L’idea struggente dell’amore perduto appare un dazio obbligato, da pagare per essere salvata e traghettata verso una nuova vita, anagrafica e mentale. Il fatto è che Jack sembra fin troppo funzionale e curato, calato ad arte in quello che si rivelerà il processo evolutivo di Rose. Visto che di mezzo c’è una sciagura con in mezzo migliaia di vittime e questa ragazza a distanza di oltre 80 anni ricorda tutto…potrei concedermi una deformazione professionale? Uno shock del genere non avrà comportato un trauma, in grado di dare forma e contenuti al bisogno di essere salvata sia dalla morte fisica che da quella interiore? Come ricorda nel finale, “Jack mi ha salvato, in tutti i modi in cui una persona può essere salvata”: un Principe Azzurro, già di suo poco credibile, al confronto passerebbe per un dilettante. D’altra parte oltre a Jack vengono a mancare i suoi amici, mentre chi lo ha conosciuto non si potrà più riconfrontare con Rose per eventuali smentite. Esiste quindi la possibilità che non viva soltanto nei suoi ricordi, ma nella sua immaginazione. Inverosimile? Eppure stiamo parlando di un periodo storico nel quale Freud curava le “paralisi isteriche” e altre problematiche riguardanti quelle donne rispecchianti le condizioni sociali e psichiche di Rose, incastrate tra agiatezze economiche e vincoli culturali dell’epoca. Solo che non c’era tempo e spazio per la Psicoanalisi e tanto meno per gestire eventuali conseguenze post-traumatiche: l’esigenza di Rose di liberarsi dalla prigione dorata si sarebbe correlata al trauma stesso, includendovi la possibilità di un’ampia zona d’ombra dove nascondere un amore in ogni caso impossibile. C’è una forte possibilità che “My heart will go on” di Celine Dion si riferisca a una figura immaginaria? Scusatemi, non si tratta di un “esperimento sociale” per polarizzare l’odio di una generazione verso il mio mestiere. Non dimentichiamo che in ogni caso l’intera storia d’amore è di per sè un evento di fantasia, come tante trasposizioni cinematografiche. Quello che potrebbe sorprendere in realtà sono le nostre capacità adattive, anche nei momenti più gravi, nei contesti più insopportabili e perfino nelle…patologie, seppur controproducenti in queste situazioni sono comunque un tentativo di tutela da qualcosa di insopportabile e devastante. In fondo, qualora Jack fosse stato veramente il frutto dell’immaginazione di Rose, chi avrebbe ritenuto giusto biasimarla?
Come si sviluppa l’affettività?

Con il termine affettività si intende lo sviluppo delle emozioni e dei sentimenti umani. Vediamo tappa per tappa come si sviluppano i sentimenti del bambino in base alle fasce d’età. Lo sviluppo affettivo del bambino è strutturato in passaggi: dal primo attaccamento alla figura materna, il bambino comincerà poco a poco a riconoscere e provare sentimenti nei confronti di altre figure familiari. Non tutti i bambini sono in grado allo stesso modo di verbalizzare o di mostrare i propri stati emotivi ed i propri sentimenti; spesso, dietro a reazioni violente, rabbiose o di chiusura, possono nascondersi motivazioni importanti. Le tappe dello sviluppo affettivo Da 0 a 7 mesi Le emozioni insorgono durante i primi mesi di vita del neonato. Esse sono da mettere in relazione alla piacevolezza o al disagio provati in base alla soddisfazione o meno dei bisogni primari del bambino. Il bambino percepisce lo stato emozionale del benessere quando questo arriva come soddisfacimento al disagio. Da 8 mesi La percezione di essere un sé separato dalla mamma, inizia nel bambino tra il settimo e l’ottavo mese: egli comincia a comprendere di essere una entità diversa alla mamma, dal papà e da tutte le altre figure che popolano la famiglia. Le emozioni istintive dei primi mesi lasciano il posto ai sentimenti come la gioia, la paura, l’angoscia e la rabbia. Il legame con la mamma si fa più consapevole: il bambino inizia a sperimentare il distacco dal suo punto di riferimento certo. Se questo passaggio viene affrontato serenamente, il bambino svilupperà un senso di benessere affettivo che lo accompagnerà nel corso di tutta la vita. Da 18 mesi Se il progressivo distacco dalla mamma è avvenuto in modo sereno e consapevole, il bambino avrà potuto quindi sviluppare una delle sue prime convinzioni: la sua mamma è una base sicura da dove partire, sapendo che al rientro è sempre pronta ad accoglierlo con un caldo abbraccio. Se il bambino vuole un gioco che non può ottenere o se desidera essere preso in braccio ma per qualche ragione questo non può avvenire, l’emozione della rabbia può dar l’avvio a un sentimento di impazienza. Dai 3 anni Il bambino a questa età, grazie allo sviluppo psico-neurologico, è decisamente più autonomo, anche nelle relazioni affettive: il sistema nervoso e motorio sono quasi completati. La socializzazione con gli altri bambini fa sì che i sentimenti inizino a essere proiettati anche verso persone diverse dalla propria famiglia. Ecco quindi i primi sentimenti contrastanti: le prime simpatie o antipatie verso coetanei con cui gioca in modo più o meno in sintonia. In questa fase non sono rari gli atteggiamenti aggressivi, come mordere o picchiare gli altri bambini. Di fatto il bimbo non è ancora in grado di controllare i propri stati emotivi. Dagli 11 anni È con l’adolescenza che i legami affettivi assumono una forma più simile ai sentimenti degli adulti. L’adolescente inizia a essere attratto sentimentalmente verso i coetanei dell’altro sesso: responsabile di questo nuovo comportamento sono i feromoni e l’assetto ormonale che proprio in questo periodo raggiunge il massimo equilibrio sia nelle ragazze sia nei ragazzi. Qual è il ruolo dei genitori? Lo sviluppo affettivo del bambino, di pari passo con quello cognitivo, necessita dell’aiuto e del sostegno dell’adulto, nella forma in cui i genitori rispondono in modo giusto e pronto alle manifestazioni emotive del piccolo, cercando di comprendere quali sono le sue esigenze e comunicando con lui.
Oltre la patologia: non siamo i nostri sintomi.

Come, la presenza della patologia, contribuisce ad accentuare l’immutabilità dell’immagine che abbiamo dell’altro? <<Io ti conosco>>. Le tre parole più pericolose in una relazione, le definiva la prof. del corso di filosofia morale, che chiudono il mondo del possibile e incasellano, rendendo immutabile, l’evolvere della relazione. Ma cosa succede quando siamo in presenza di una patologia? Ne ho fatto sorprendentemente esperienza durante un turno notturno in casa famiglia. Sono le 22.00 ed è ora di andare a letto per i più piccoli che, come sempre, dopo un po’ di proteste si avviano nelle proprie camere. Tutti tranne P. P. dopo l’ultima visita dal neuropsichiatra ha da pochissimo cambiato terapia. Ora prende un antipsicotico a basso dosaggio che viene utilizzato, nei bambini, per trattare i disturbi della condotta. L’introduzione del nuovo farmaco è stata accolta con sorpresa ma anche legittimazione da parte di noi educatori. Quella sera, come quasi tutte, P. non vuole andare a letto per continuare a guardare la televisione. Noto distrattamente che stava guardando dei video Youtube su due uomini che costruiscono case in un villaggio, con il susseguirsi del giorno e della notte. <<Ci risiamo>>, penso tra me e me; così mi armo di pazienza mentre la accompagno verso la cameretta. P. fa meno storie del solito e, dopo qualche versetto di lamento, mi segue sbuffando. Quando arriviamo in stanza salta sul letto e, indicando la parete di fronte a lei, sguardo serio, dice <<guarda! Ci sono le stelle!>>. Automaticamente mi giro di scatto e, sbarrando gli occhi, dico:<<cosa?!>>. Il mio pensiero vola già al peggio: sta avendo delle allucinazioni?. P. esita alla vista della mia preoccupazione, e timidamente ripete:<< lì, guarda, ci sono le stelle! Si è fatta notte. E lì, stanno costruendo una casa>>. Comincia a percorrere con il suo piccolo indice ogni crepa e la rende stella, le macchie di pastello sul muro diventano casette. Ricostruisce le scene viste poco prima in tv come strategia di autocontenimento per tollerare la frustrazione! Interrompe la narrazione in attesa di una mia reazione, accennando ad un sorriso che attende conferma. Mi sento una sciocca e scoppio in un’allegra risata. Così presa dal sintomo che non ho lasciato spazio alla più semplice e pura delle ipotesi: il gioco spontaneo di un bambino! Mi siedo sul letto e la faccio accoccolare sulle mie gambe: << e poi?>>. Continuiamo a ripercorrere difetto dopo difetto rendendolo soggetto, oggetto, storia. Arricchiamo insieme la narrazione di nuovi particolari tra sorrisi e carezze, in un gioco magico perché privo di preconcetti. Noi non siamo i nostri sintomi.
Il bambino dallo psicologo: sfatare i miti

il bambino dallo psicologo