Davvero le altre coppie sono più felici di noi?

Joshua Coleman è uno psicologo e ricercatore presso il Council on Contemporary Families. Ho letto un suo recente articolo sul tema del confronto: tutti noi siamo portati a paragonare la nostra esperienza con quella degli altri e molto spesso sovrastimiamo la loro felicità, il loro benessere o le loro competenze. Coleman parla, in particolare, della propria esperienza come terapeuta di coppia e rivela che molto spesso le coppie in terapia idealizzano le altre coppie, di amici o conoscenti. Questo succede, in maniera più o meno intensa, a tutti gli esseri umani: paragonarci agli altri è tipico della nostra natura sociale. I periodi di noia, di fatica e di insoddisfazione, in una relazione di coppia, sono tuttavia un dato prevedibile; da considerare fisiologico, più che preoccupante. John Gottman, professore emerito di psicologia dell’Università di Washington, ha determinato, con una lunga ricerca sul campo, che ben il 69% dei problemi tra i membri di coppie sposate non viene in realtà mai risolto: gli scontri si verificano nella maggior parte dei casi su problemi di comunicazione, di denaro, di genitorialità o di divisione dei lavori domestici, che spesso restano tali. Si può invece intervenire sulla percezione e sulle modalità di azione e reazione. Perché ciò che distingue le coppie felici da quelle infelici non è il conflitto quotidiano in sé, ma il modo in cui ciascuna parte pensa ai dissapori e alle litigate e a come le interpreta nel rapporto con l’altro. E per quanto riguarda l’intesa intima? L’idea che le altre coppie abbiano una relazione fisica migliore, più eccitante, o forse solo più intensa, è molto comune, secondo le ricerche. Ma come sembrano concordare numerosi studi sociologici, i dati rilevano come il periodo più passionale per la grande maggioranza delle coppie sia di solito il primo anno della relazione; nel tempo, gli incontri con il partner avvengono una volta alla settimana e poi su base sempre più irregolare. Anche qui, la nostra tendenza al confronto, ci porta fuori strada nelle opinioni che abbiamo degli altri e delle loro relazioni.: il confronto sociale è la migliore ricetta per l’infelicità: non è difficile pensare a quanto fanno i social in questo campo, nell’aumentare i confronti e l’insoddisfazione degli individui e delle coppie. In ogni caso, sapere che nella maggioranza assoluta dei casi tendiamo a sovrastimare l’erba del vicino, come già la saggezza popolare sostiene da sempre e come dimostrato dai risultati delle ricerche piscologiche e sociali, può aiutare a capire che spesso ci illudiamo, a nostro unico svantaggio: non possiamo infatti conoscere la verità delle relazioni delle altre coppie dall’esterno. Possiamo imparare a ridimensionare e a osservare: si può apprendere molto dalle coppie che sembrano fare sia meglio sia peggio di noi. È un ottimo antidoto contro la trappola del confronto a nostro sfavore: molte ricerche sottolineano come i coniugi esaminati, ascoltando le storie degli altri, abbiano provato sollievo e sorpresa nello scoprire che non erano gli unici a Questo ha notevolmente ridotto la sensazione di isolamento e di disapprovazione che provavano verso sé stessi e il proprio compagno o la propria compagna. In sostanza, dietro le vite apparentemente ideali, della nostra o delle altre coppie, ci sono sofferenze e battaglie: come quelle di tutti gli altri. Mal comune, mezzo gaudio, dunque? No, di certo. Ma avere una dimensione più realistica di ciò che avviene statisticamente nelle vite degli altri, aiuta a comprendere, accettare e dare più valore alle nostre relazioni; e a giudicarle in modo più comprensivo e meno severo. E forse con un po’ di ottimismo in più.
Come riprendere il controllo della mente con il Brain Dump

Viviamo dell’epoca dell’iperconnessione e dell’infodemia. Siamo costantemente subissati da una grande mole di informazioni provenienti dall’esterno. A questi stimoli si aggiungono i nostri pensieri, a volte ingombranti e non sempre gestibili. Lo sanno bene gli overthinker : i “pensatori seriali” che pensano troppo e spesso fanno fatica a tradurre i pensieri in azioni.Quando il cervello rimugina in continuazione consuma molte energie e genera stress e stanchezza, sia fisica che mentale. Esiste però una tecnica per riprendere il controllo della propria mente e governare il proprio cervello e si chiama Brain Dump. Cos’è Il Brain Dump? Il Brain dump, dall’inglese letterale “scaricamento del cervello”, è una tecnica che consente di riordinare la mente e organizzare i pensieri, così da incanalare le nostre energie in obiettivi traducibili in azioni. Questo metodo ci insegna a governare la mente e a liberarla da tutto ciò che ci affligge o non è necessario, sgombrandola definitivamente. Imparando a gestire i pensieri rafforziamo la concentrazione, la forza di volontà e l’organizzazione. Il Brain Dump va inteso come un flusso di coscienza: occorre prendersi un momento per trasferire su carta o in modalità digitale (a seconda delle preferenze), il fiume in piena di pensieri che affollano la nostra mente. In questo modo le informazioni saranno “archiviate” in una sorta di memoria esterna, avremo modo così di decodificarle lucidamente e gestirle una alla volta. I benefici del Brain Dump Una volta appreso, questo metodo può essere utilizzato in tutti i contesti: per l’organizzazione delle task lavorative; per gli impegni quotidiani della vita domestica; per la pianificazione del tempo libero e per gli obiettivi di crescita e organizzazione personale. Lo scopo del Brain Dump è ridurre il sovraccarico del nostro cervello, incrementando la concentrazione e quindi il rendimento e la produttività. Dissipando la confusione riusciamo a isolare le problematiche e a individuare soluzioni. Avere il pieno controllo sulla nostra vita ci aiuta a ridurre lo stress e ad avere maggior consapevolezza e autostima. Come renderlo utile Una volta sbrogliata la matassa della nostra mente e trasferita su carta (o pc), è importante dare seguito alle azioni traducendole in task operative. In questo modo non solo creiamo abitudini positive, ma alleniamo il nostro cervello a lavorare diversamente, in modo più smart ed efficiente.
Ok Boomer! : Pregiudizio generazionale o accusa reale?

L’espressione Boomer è utilizzata da molti giovani come sinonimo di vecchio, anziano. I Boomer, infatti, sono la generazione cresciuta in pieno boom economico. Lo sviluppo dell’economia post-bellico, la guerra fredda, le lotte sociali sono alcuni degli scenari di crescita e formazione degli attuali over 50. Agli occhi delle generazioni successive, i boomers sono considerati dei privilegiati. Essi hanno goduto di un progressivo benessere economico, sociale e sanitario, che gli ha permesso di trovare lavoro facilmente, soprattutto nel settore pubblico. Hanno avuto la possibilità di accumulare denaro e di beneficiare di cure mediche a costi ridotti. Sono i pensionati o quelli che lo diventeranno a breve: essi hanno vissuto nell’agio e nelle comodità, creato una società consumistica, per nulla conservatrice e soprattutto egoista riguardo al futuro. La principale accusa degli zoomers e dei millennials alla generazione precedente è riferibile ai cambiamenti climatici e alla crisi economica, di cui sono costretti a pagarne le conseguenze. Il conflitto generazionale si evidenzia anche nell’utilizzo degli apparati tecnologici: spesso i giovani li considerano, per così dire, fuori dal mondo, perché non si adeguano ai repentini cambiamenti. Considerano, ad esempio, ormai passate, le lettere e le cartoline, che invece conservano un fascino romantico. D’altro canto, i boomer accusano i giovani di essere troppo concentrati sui loro telefoni, a discapito delle relazioni umane. Pongono troppo l’attenzione sulla tecnologia e poco sulla manualità, con conseguente perdita di creatività e fantasia. Come ogni cosa che evolve nel tempo, bisogna anche qui, considerare che ogni generazione porta con se aspetti positivi e negativi. Essi saranno sempre oggetto di discussione tra le parti.
Il silenzio grande

di Antonella Buonerba “Il silenzio grande” è il titolo di un bellissimo film di Alessandro Gassman ambientato in una prestigiosa dimora napoletana, villa Primic. Più che ad un film, mi è sembrato di assistere ad una rappresentazione teatrale, sia per la profondità dei dialoghi dei protagonisti, sia perché le scene si svolgevano in pochi ambienti, le stanze della casa, e in particolare nello studio del padre. Questi, importante scrittore di romanzi, si trincea per una vita proprio lì, nel suo studio e lavora ai suoi libri. Ad un certo punto, la vendita della casa diventa una inevitabile necessità per risanare le finanze della famiglia e quindi un importante motivo di discussione nonché il punto cruciale dove si annodano le relazioni familiari aggrovigliate da lunghi anni di faticosi silenzi. La moglie e i due figli del protagonista, Valerio, si avvicendano, davanti alla porta dello studio e, richiamati dalla musica, bussano, entrano, cercando di farsi spazio tra le numerose occupazioni di colui che, pur nelle sue tante mancanze, ha costituito un punto di riferimento per l’intera famiglia. Solo alla fine del film lo spettatore si accorge che quelli che potevano sembrare dei dialoghi tra Valerio e sua moglie Rose prima, e con ognuno dei suoi figli poi, sono in realtà dei monologhi : nessuno è in grado di sentire l’altro perché ormai Valerio è morto. Come è potuto succedere? “I piccoli silenzi fanno un grande silenzio” dice la saggia cameriera Cettina “la vera anima della casa” che, con la scusa di spolverare e dare un ordine alle centinaia di libri accatastati sulle mensole delle librerie, si insinua nello studio, aiuta Valerio a riflettere, a capire, origlia, ammicca, sdrammatizza con la saggezza e l’ironia di chi è stato in mezzo alla gente e che di libri non ne ha letto manco uno. Il primo principio de “La Pragmatica della comunicazione umana ” di Watzlawick recita che ” non si può non comunicare”. Pertanto anche il silenzio è pregno di significato e assume valore comunicativo a seconda del contesto e delle situazioni che viviamo. Che valore attribuiamo al silenzio? C’è una differenza enorme tra chi il silenzio lo crea e da chi lo subisce. Esso pone comunque una distanza che dà adito alle interpretazioni più svariate: i dubbi, i pensieri e le parole si stemperano o si ingigantiscono nei non detti, in quelle emozioni legate ai ricordi, nelle domande a cui non abbiamo potuto avere una risposta. Il silenzio mette le persone interessate in una situazione di attesa, nel tentativo disperato di bussare a delle porte che non si aprono, perché, forse, dall’altra parte, c’è qualcun altro che si sente bloccato da un vissuto che appartiene esso stesso a un passato di silenzi, indifferenza e abbandoni, proprio come il nostro protagonista. Ad un certo punto Valerio vuole rompere il silenzio perché allarmato dalle difficoltà della vita dei suoi cari, vorrebbe consigliarli, stare loro vicino, accompagnarli nelle scelte, nelle decisioni. Ma gli altri, ormai, sono già al di là del silenzio, delle porte e della casa.La richiesta del perdono diventa un atto obsoleto, una nota stonata che si frappone nel racconto di chi ha dovuto ritrovare da solo le strade della vita, con la forza della sua volontà. Che cosa rimane? Valerio e Rose si concedono un ultimo ballo. In quei pochi attimi di luce riprendono vita i ricordi di una vita e l’amore vissuto nell’assolutezza dei sentimenti da una parte, e nella concretezza dei giorni dall’altra. Rose va via e non si sente più sopraffatta dalla pesantezza della vita. Si chiude la porta di casa alle spalle, la sua casa, lasciando il passato dissolversi nella polvere che non ha nemmeno più i mobili dove posarsi. Bibliografia: Paul Watzlawick “Pragmatica della comunicazione umana”
Il senso di colpa che condiziona l’esistenza

Il senso di colpa è il sentimento, conscio o inconscio, che nasce dal riconoscersi responsabili di una violazione delle regole o di una mancanza. Se si manifesta in modo coerente con la realtà, il senso di colpa svolge una funzione adattiva ed evolutiva. La consapevolezza di aver compiuto un errore pone le basi per lo sviluppo di un maggiore senso di responsabilità. Rappresenta la capacità della coscienza evoluta di provare disagio per il danno procurato all’altro e tentare di porvi rimedio. In assenza di questa capacità, come accade nel disturbo antisociale di personalità, si possono consolidare pattern di inosservanza e infrazione dei diritti degli altri. Quando sganciato dalla dimensione oggettiva, il senso di colpa si presenta, invece, sottoforma di un vissuto profondo talvolta privo di spiegazioni. All’estremo, può diventare tanto dilagante da pervadere l’esperienza di sé e del proprio essere al mondo. Ci si può sentire sbagliati a prescindere da ciò che si fa o non si fa ma per come si è. E, anche, per il solo fatto di esistere. Il senso di colpa fa parte di diverse patologie e prende ampio spazio nella depressione. Può collocarsi alla base di alcune condotte criminali, in cui si delinque allo scopo inconscio di farsi punire dalla legge, o di condotte vittimistiche e autolesionistiche, in cui il disprezzo per se stessi può portare a ritenersi meritevoli non solo di punizione ma persino di violenza e morte. In assenza di cure il senso di colpa patologico è destinato ad un circolo vizioso senza soluzione, poiché non c’è espiazione o riparazione che possa cancellare la colpa innata che la persona vive, i sentimenti autodenigratori che la accompagnano e il vuoto che lascia dentro di sé. Senso di colpa e vergogna Il senso di colpa ha in comune con l’emozione della vergogna il rifiuto verso se stessi. Ma, mentre la vergogna tiene la persona bloccata nel conflitto con l’immagine di sé e la porta a temere l’esposizione e a nascondersi, il senso di colpa dirige l’attenzione sul torto arrecato all’altro e sul sentire di meritarne il disprezzo, con le relative conseguenze in termini di perdita di affetto e abbandono. L’origine del senso di colpa patologico In psicoterapia della Gestalt, il senso di colpa rappresenta un ostacolo al processo realizzativo. La persona si ritiene riprorevole per ciò che sente e vuole e per parti di sé che vive come inaccettabili. Il senso di colpa risulta connesso ad un forte doverismo interno e ad un ampio divario tra la percezione che si ha di se stessi e il proprio ideale. Entrambi gli aspetti si costruiscono durante l’infanzia, sulla base di messaggi genitoriali, verbali e non verbali, che svalutano l’espressione autentica della personalità e spingono verso modelli da imitare. Secondo Perls: “Un individuo sano agisce responsabilmente secondo ciò che è, e non secondo ciò cui dovrebbe assomigliare”. All’origine, il senso di colpa si struttura quando il bambino, nell’esprimere le proprie emozioni e i propri bisogni, avverte il pericolo di perdere l’amore dei propri genitori. In alcuni casi, corrisponde ad un ritiro nella difesa onnipotente che offre una rassicurazione, illusoria, di controllo sulla realtà. Sentendosi abbandonato o trascurato, o vedendo mamma e papà litigare, ad esempio, il bambino può convincersi che sia tutta colpa sua. Non di rado, può farsi carico della sofferenza dei propri genitori e sentirsi in colpa se gioisce, se piange o se si allontana da loro. Le ingiunzioni ed il senso di colpa esistenziale Per un sano sviluppo del sé è fondamentale da bambini sentirsi accolti e amati. Visti e riconosciuti nella propria individualità, con tutte le proprie parti. Se, al contrario, si riceve il divieto di essere come si è, in termini analitico-transazionali una ingiunzione del tipo “non essere te stesso”, ci si inizierà a sentire inadeguati e sbagliati e il senso di colpa che ne conseguirà andrà a condizionare la libera espressione di se stessi. Più spesso, ad essere proibita è una specifica esperienza di sé e della vita. Ad esempio, un “non essere intimo” o un “non essere importante” caricheranno di sentimenti di colpa i bisogni di intimità e autorealizzazione con conseguenti blocchi in queste aree. Esiti più gravi sul piano della salute possono insorgere con l’ingiunzione “non esistere”, quando l’ambiente invia messaggi che minano il valore della propria stessa esistenza. Liberarsi dal senso di colpa Il lavoro sul senso di colpa è innanzitutto un lavoro di riconoscimento e accettazione di sé. Di differenziazione dalle proprie figure genitoriali e dai messaggi svalutanti ricevuti. Si tratta di un percorso di ristrutturazione della personalità volto a rimuovere gli ostacoli che impediscono la libera espressione di sé. Liberarsi dal senso di colpa significa lasciare andare i “devi” e i “non” ricevuti, darsi il permesso di essere come si è. Guardare alla propria storia e alle proprie ferite e alla impossibilità di cambiare ciò che è stato, per poterlo salutare dentro di sé. Dare volto e voce alla rabbia che distrugge dall’interno. Incontrare il dolore. Accogliere l’impotenza di fronte ai propri limiti. Rinunciare ad avere un potere su ciò che dipende solo dall’esterno per occuparsi di ciò che invece è in proprio potere: dalla colpa alla responsabilità.
Le teorie dell’apprendimento nella pubblicità

Le teorie dell’apprendimento sono quasi sempre presenti nel marketing e nella comunicazione pubblicitaria. L’apprendimento è il processo mediante il quale un consumatore acquisisce una conoscenza legata a possibili forme di consumo ed esperienze d’acquisto che metterà in atto per i suoi comportamenti d’acquisto futuri. Uno degli obiettivi delle aziende è creare consapevolezza circa l’esistenza di un prodotto ed educare i consumatori, facendogli capire gli specifici attributi, benefici, vantaggi che questo può portare. Esistono diverse teorie dell’apprendimento, che possono essere sfruttate nella comunicazione pubblicitaria. Il condizionamento classico rappresenta un esempio di apprendimento per associazione. Queste teorie vengono spesso applicate nell’ambito pubblicitario. Lo scopo è proprio quello di generare una risposta emotiva positiva al messaggio che il brand vuole trasmettere attraverso musica, immagini e testimonial. Vediamo alcuni esempi: Tramite l’uso dei testimonial si sfrutta l’apprendimento classico per trasferire le caratteristiche positive del testimonial al prodotto che sta sponsorizzando. Ad esempio, la famosa pubblicità della Nespresso con Chiara Ferragni. Con la tecnica della brand extension ci si ancora alle caratteristiche del prodotto originale e le si va ad attribuire alla nuova linea di prodotti. Un esempio è quello di Pan di Stelle che ha introdotto negli ultimi anni la crema spalmabile al cacao. A volte il condizionamento classico può essere pericoloso in quanto se si sceglie un testimonial sbagliato, si creano associazioni in negativo sul proprio prodotto. Le campagne di marketing sociale sfruttano spesso questo processo in cui si cerca di scoraggiare le persone a mettere in atto comportamenti pericolosi e dannosi. Un esempio sono tutte quelle campagne in cui si associa il bere alcool e mettersi alla guida con immagini negative che rappresentano incidenti stradali. Proseguendo, troviamo il condizionamento operante di Skinner. Esso è basato sull’uso di rinforzi positivi e negativi, che possono rafforzare o indebolire una risposta comportamentale dell’individuo. Nel marketing, il rinforzo positivo si vede nei casi delle carte fedeltà, che permettono di accumulare buoni sconto e punti che agiscono da rinforzo positivo in quanto si ottengono premi. Inoltre, dal punto di vista dei servizi, alcuni benefici possono essere ottenuti attraverso l’eliminazione di rinforzi negativi, come ad esempio l’azzeramento delle spese di consegna e la riduzione degli stessi tempi. Infine, c’è l’apprendimento vicario, secondo il quale si possono apprendere dei comportamenti per imitazione. Secondo questa prospettiva, l’apprendimento si verifica anche se il comportamento appreso non viene subito messo in pratica. Anche qui ci possono essere dei risvolti negativi perché ciò che elicita emozioni negative tende a essere evitato e non imitato. In questo articolo viene mostrato il grande apporto della psicologia all’interno del mondo della comunicazione pubblicitaria e più in generale del marketing. Buona parte del comportamento dei consumatori e delle strategie di marketing, infatti, sono apprese. Per questo motivo, il processo di apprendimento è di interesse fondamentale per chi lavora in questo campo. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological Foundations of Marketing. New York: Routledge
Gaslighting: Una forma di Manipolazione Mentale

Il termine deriva dal film Gas light del 1938 e dai suoi rifacimenti successivi, tra cui vale la pena ricordare Rebecca – la prima moglie di Alfred Hitchock (1940). In questi film è descritto bene il contesto in cui avviene la violenza psicologica. Un marito occupato a frugare casa per trovare le ricchezze della moglie abbassa, come effetto collaterale delle sue ricerche, l’intensità di alcune luci a gas. La moglie se ne accorge e manifesta disappunto e disagio, ma il marito riesce a convincerla che tutto quello che sta avvenendo sia in realtà solo frutto della sua immaginazione, sostenendo che l’intensità delle luci è rimasta la stessa di sempre, facendola così impazzire. Così funziona il Gaslighting: la vittima viene gradualmente indebolita e resa malleabile, un disegno spietato che viene portato a compimento utilizzando una strategia subdola in cui si persegue il preciso obiettivo di deprimere totalmente il bersaglio. Il Gaslighter, così viene definito colui che mette in atto una manipolazione mentale, fa credere alla vittima di stare vivendo in una realtà che non corrisponde alla realtà oggettiva, la fa sentire sbagliata, mina alla base ogni sua certezza e sicurezza, in sostanza agisce su di lei un vero e proprio lavaggio del cervello. La ricerca dimostra che nella stragrande maggioranza dei casi la vittima e il gaslighter sono vicini, quasi sempre partner o parenti stretti. Si tratta di una grave forma di perversione relazionale che rende le vittime talmente assuefatte e dipendenti da essere nella maggior parte dei casi inconsapevoli rispetto a ciò che sta loro accadendo. La violenza si cronicizza non appena la vittima entra nella fase depressiva, quella in cui si convince della ragione e anche della bontà del manipolatore (che si prende cura di lei, la capisce, la sostiene) che non a caso è spesso addirittura idealizzato. Ecco che si crea così il paradosso, in cui la vittima idealizza il proprio carnefice. Proprio per quanto detto finora è difficile che chi è vittima del gaslighter si renda conto della situazione perversa in cui vive e chieda aiuto, cosa ancor più vera se si pensa che essa diventa così dipendente da isolarsi anche a livello sociale per la paura di essere inadeguata o giudicata pazza. Spesso la richiesta di aiuto o la capacità di far “aprire gli occhi” alla vittima arriva da chi le sta intorno, familiari, amici o colleghi. È allora che può e deve iniziare il percorso di ricostruzione della propria identità, della fiducia e del senso di sé che porti la donna a liberarsi da una relazione perversa e dolorosa. L’obiettivo principale del gaslighting, infatti, è proprio quello di minare l’autonomia e la capacità valutativa dell’altro; per acquisire il pieno controllo sulla sua vita.Per raggiungere l’obiettivo di svalutare progressivamente la propria vittima, inizialmente il Gasligther utilizza una leggera ironia (ad es., sulla forma fisica o sul modo di vestire, di parlare, ecc.). Infine, si dedica accuratamente e impietosamente all’insinuare dubbi sulla moralità dell’altro, sulla sua lealtà, intelligenza, onestà. Colpisce uno a uno, tutti i suoi punti di riferimento affettivi per condurla progressivamente all’isolamento, talvolta totale. Nonostante il gaslighting sia considerato una forma di violenza psicologica, in Italia esso non viene di per sé identificato come reato o come crimine espressamente previsto dal Codice penale. Tuttavia, di fronte ad abusi psicologici è possibile riconoscere la presenza di differenti tipologie di reato come: maltrattamenti; violazione degli obblighi di assistenza familiare; minaccia e stalking. È pertanto importante che la vittima che ha subito un danno da gaslighting denunci l’abusatore per ricevere l’aiuto necessario.
Guido Petter e l’informazione formativa

er conoscere lo studente usa l’ esperienza personale,lo stile di apprendimento e strategie varie.
Vivere gli ambienti naturali: quali effetti sulla salute dell’uomo?

Durante situazioni di vita stressanti, le persone hanno bisogno di recuperare energie e far fronte alle difficoltà. Spesso ci riescono rivolgendosi a risorse individuali, sociali e comunitarie per trovare speranza, significato e prospettiva nelle loro vite. Anche i fattori di stress della vita quotidiana influiscono sulla salute mentale e fisica delle persone che hanno bisogno di strategie benefiche e soluzioni efficaci. La percezione della natura, degli spazi verdi urbani, delle foreste e dei giardini, ma anche dei momenti di relax e riflessioni, può essere utile e apportare benefici alla salute. Numerose ricerche sottolineano l’importanza della connessione tra esseri umani e natura per la creazione e il mantenimento del benessere e dei benefici per la salute, fisica e mentale. In diversi studi è stato riscontrato come le immagini della natura, l’interazione con essa, l’attività fisica e l’immersione nella natura e persino il sentimento legato ad essa sono tutti benefici per la salute dell’uomo. Nonostante l’ampio lavoro pratico e la ricerca empirica che dimostrano la relazione positiva tra le esperienze con la natura e il miglioramento della salute e del benessere, le basi concettuali e teoriche di come le relazioni persona-ambiente naturale possono supportare la salute e il benessere sono limitate (Brymer, Araújo, Davids e Pepping, 2020). Tuttavia, la relazione uomo-natura è complessa. Ecological Dynamics Brymer e colleghi (2020) hanno analizzato la relazione uomo-natura e come la natura stessa possa migliorare la salute e il benessere della persona attraverso la prospettiva teorica della Ecological Dynamics. Tale prospettiva è un framework che integra le idee chiave derivanti dalla psicologia ecologica e dalla teoria dei sistemi dinamici e le applica per approfondire la comprensione della salute e del benessere. Secondo l’approccio dell’Ecological Dynamics, l’individuo fa parte del più ampio sistema ecologico. L’Ecological Dynamics considera il sistema persona-ambiente come la scala principale di analisi e rifiuta l’assunzione dualistica e separata tra corpo e mente, tra ambiente e animale, promuovendo l’accettazione olistica dell’unione di una persona e dell’ambiente, della mente e del corpo. L’approccio Ecological Dynamics richiede inoltre una rivalutazione del bias intrinseco nella ricerca di spiegazioni del comportamento umano e delle esperienze basate su meccanismi interni e referenti. Di contro, viene considerata la mutualità del sistema persona-ambiente. Piuttosto che promuovere una comprensione del comportamento come derivante dalla mente, nell’approccio Ecological Dynamics il comportamento emerge dalla relazione uomo-ambiente, dall’essere radicato dell’uomo in un ambiente. La prospettiva Ecological Dynamics assume come primaria scala di analisi il rapporto individuo-ambiente. Tale approccio inoltre sottolinea l’osservazione che gli individui esistono negli ambienti e sono vincolati dalle caratteristiche interagenti di entrambi. Ci sono tre idee concettuali chiave all’interno del quadro dell’Ecological Dynamics: affordances, form of life e niche construction. Affordances: La nozione di affordances ha origine nella psicologia ecologica (Gibson, 1979) e si riferisce a come l’ambiente è percepito in termini comportamentali (non in termini neutri come tempo e spazio), cioè ciò che l’ambiente offre, combinando la natura dell’ambiente con la natura di un individuo. Nei sistemi ambientali individuali, il comportamento che risulta dal collegamento individuo-ambiente è complesso e dinamico: non è un’interpretazione dell’individuo o una risposta a uno stimolo ma una proprietà emergente di questo sistema persona-ambiente naturale. Un ambiente descritto in termini di affordances cambia l’enfasi da una descrizione di forma strutturale, neutra per l’individuo, a una descrizione attiva e funzionale, in termini comportamentali. Form of life: Il concetto di “forma di vita” ha origine da Wittgenstein (1953) e descrive come un gruppo specifico di esseri umani o altri animali interagisce nel e con il mondo che lo circonda. Cioè, la forma di vita descrive sia il potenziale che le possibilità comuni disponibili nei sistemi dell’ambiente individuale. Ciò potrebbe manifestarsi, ad esempio, come una tendenza sociale o culturale o modelli di comportamento. È più probabile che la forma di vita umana prosperi in presenza di condizioni di salute e benessere umane. Niche construction: sia l’individuo che l’ambiente sono responsabili della co-costruzione e della progettazione delle affordances. L’azione e l’influenza dell’individuo (o gruppo di individui) sono coinvolti nella costruzione dell’ambiente quotidiano. Questa nozione di co-progettazione estende l’idea evolutiva che gli ambienti hanno un impatto sull’uomo, dotando la persona di capacità di azione rilevanti per abitare un particolare ambiente. In questo modo, la costruzione di nicchia (niche construction) supporta l’agency dell’uomo e il suo impatto sulla percezione, l’utilizzo, la creazione e la distruzione dell‘affordances. Quali implicazioni? Una delle implicazioni dell’approccio Ecological Dynamics è la consapevolezza che i sistemi persona-ambiente sono interdipendenti. Questo significa che gli esiti di salute sperimentati da un individuo derivano dalla relazione tra abilità e caratteristiche individuali (storia, cultura, emozioni, fisiologia) e caratteristiche ambientali funzionali o affordances. Da questa prima interdipendenza animale-ambiente deriva l’implicazione che gli interventi e gli ambienti di salute e benessere devono essere progettati per fornire un’ampia gamma di possibilità di arricchimento comportamentale per la salute e il benessere. In sintesi, tale quadro ecologico enfatizza la relazione persona-ambiente come scala appropriata per l’analisi e la concettualizza come esplicativa dei benefici per la salute delle relazioni uomo-natura. Le implicazioni di questo approccio, dal punto di vista della salute e del benessere, suggeriscono come siano necessari progetti ambientali che supportino e tengano conto di salute e benessere e che sfruttino la ricchezza degli ambienti naturali. Bibliografia Brymer E, Araújo D, Davids K and Pepping G-J (2020) Conceptualizing the Human Health Outcomes of Acting in Natural Environments: An Ecological Perspective. Front. Psychol. 11:1362. doi: 10.3389/fpsyg.2020.01362 Gibson, J. J. (1979). The Ecological Approach To Visual Perception. Houghton: Mifflin and Company. Wittgenstein, L. (1953). The Philosophical Investigations. Oxford: Oxford Blackwell.
LA RESILIENZA E I SUOI FALSI MITI

di Muriel Frascella Cosa non è la resilienza? Io e i miei colleghi (Dell’Erba G.L., Leo M., Mariano E., Mascellino R., 2021) abbiamo deciso di parlare ancora una volta di questo costrutto, forse uno dei più citati di sempre (in tempi di pandemia ancora di più) per rivedere e smontare i falsi miti ad esso associati.E’ comune, per esempio, accostare la parola resilienza a quella di stress solitamente con la seguente accezione: ‘’sono resiliente se gestisco bene gli stress della mia vita’’. Quindi una risposta resiliente in questa senso non sarebbe altro che un tipo di risposta che noi esseri umani possiamo avere di fronte ad eventi considerati stressanti.Ma cosa sono gli eventi stressanti? Che caratteristiche hanno? Esistono eventi oggettivamente stressanti?La risposta a queste domande arriva già negli anni ’80 da Lazarus e Folkman, i quali si sono focalizzati non tanto sul concetto di ‘’stress’’ inteso come sforzo o fatica, ma sul significato (interpretazione) che ogni individuo può conferirgli sulla base di due variabili:la valutazione delle proprie capacità e delle proprie risorse personali per far fronte ad un evento; e l’interpretazione che l’individuo fa rispetto alla probabilità e alla gravità percepita della dannosità dell’effetto temuto.In questo modo, finalmente, è possibile spostare la nostra attenzione dagli eventi/fatti che ci capitano, ai significati e alle valutazioni che elaboriamo rispetto ad un evento specifico.In una psicoterapia (ad approccio cognitivo-comportamentale), condividiamo con i nostri pazienti il così detto modello A-B-C, per accompagnarli nella comprensione del proprio funzionamento psicologico e della propria sofferenza. Le “B” consistono in una sorta di dialogo interno fatto di verbalizzazioni e/o pensieri automatici relativi ad “A” (i fatti/gli eventi). I passaggi più complessi del nostro intervento con i pazienti, a questo livello, sono solitamente due: far comprendere la differenza che c’è tra il concetto di realtà, evento/ dato di fatto e quello di rappresentazione, ovvero la sua valutazione, pensiero o opinione relativi a quell’evento/dato di fatto promuovendone un primo cambio di prospettiva; introdurre il concetto di problema secondario: non soffro perché sono esposto a un evento stressante, ma perché valuto negativamente il fatto di esserlo. Mi giudico e mi critico perché provo determinati stati emotivi negativi (C).Inoltre, spesso, molti eventi valutati come stressanti o frustranti non sono in nostro potere: non li abbiamo cercati né voluti, né lontanamente desiderati.Riconoscersi come persone in grado di risolvere dei problemi, avere la capacità di accettare e regolare i propri stati emotivi, evitare l’isolamento e sapere di poter contare su una rete sociale, sono tutte variabili sulle quali si può lavorare in psicoterapia con l’obiettivo di favorire una maggiore flessibilità psicologica e la conseguente adozione di strategie di coping (da to cope = fronteggiare) più funzionali.Per dirla con le parole di Steven Hayes <>.Riassumendo, combattere strenuamente contro eventi non graditi e non previsti – e qui ci riferiamo non solo ad eventi esterni ma anche ad aspetti tipici del nostro funzionamento interno come provare determinate emozioni e sensazioni fisiche – può rappresentare il vero ostacolo al perseguimento dei nostri scopi, facendoci perdere di vista ciò che conta.Mettere da parte le pretese, e accettare eventi che non si possono modificare perché non in nostro potere ci aiuta, invece, a essere più flessibili investendo, nuovamente, su ciò che per noi è davvero importante.Resilienza, dunque, è tutto questo.Provo ora a rispondere alla domanda con la quale ho aperto questo breve articolo: cosa non è resilienza?Sicuramente non è un tratto stabile e costituzionale. E’ più corretto, invece, pensare che ci siano dei fattori di rischio (e di protezione) che espongono gli individui a sviluppare (o meno) Disturbi dell’Adattamento, Disturbi Post-Traumatici da Stress e altre condizioni psicopatologiche. Nonostante ciò la resilienza va considerata come un’abilità psicologica appresa che richiede un allenamento costante.Non è una dote straordinaria tipica di persone favolose o estremamente coraggiose. Anche in questo caso va considerata come un’abilità strettamente psicologica che tutti noi possiamo esercitare, al meglio che possiamo, quotidianamente.Essere resiliente non significa essere ‘’immune’’ dalle forti emozioni. Al contrario, un individuo resiliente accetta e accoglie le emozioni negative e non si giudica o si autocritica per esse. Anche la letteratura recente (si veda Barlow, Sauer-Zavala, Carl, Bullis, Ellard, 2014) ha evidenziato come le persone che hanno una propensione a provare frequenti emozioni negative intense (nevroticismo) tenderebbero a valutare le proprie esperienze emotive in modo negativo (ad esempio, <>; <<è terribile quest’ansia, non la sopporto>>). Questa modalità auto-giudicante spinge l’individuo a mettere in atto una serie di sforzi al fine di sopprimere tali stati emotivi peggiorando la sua situazione (Purdon, 1999).Ecco perché si inizia finalmente a parlare di interventi trans-diagnostici che possano prendere di mira tutti gli evitamenti e gli sforzi che l’individuo mette in atto contro i propri stati interni negativi (emozioni e sensazioni fisiche), andando in una direzione diametralmente opposta a quello che possiamo definire il ‘’mito dell’immunità emotiva’’.E, infine, essere resiliente non significa poter modificare l’immodificabile. Un atteggiamento resiliente include, al contrario, la capacità di saper riconoscere ciò che non è in nostro potere/controllo e saper accettarlo.BibliografiaBarlow, D. H., Sauer-Zavala, S., Carl, J. R., Bullis, J. R., Ellard, K.K. (2014). The nature, diagnosis, and treatment of neuroticism: Back to the future. Clinical Psychological Science, 2 (3), 344-365.Beck A.T. (1976) Principi di Terapia Cognitiva. Un approccio nuovo alla cura dei disturbi affettivi. Astrolabio, Roma, 1988.Dell’Erba G.L., Nuzzo E., Torsello V., Notaristefano A., Frascella M., Leo M., Mascellino R., Mariano E. (2020) Interventi e idee-chiave per psicologi per l’emergenza Covid-19 Psicoterapeuti In-Formazione, APRILE 2020, NUMERO SPECIALE COVID-19.Ellis A. (1962) Ragione ed emozione in psicoterapia, Astrolabio, Roma, 1989.Hayes S.C., Strosahl K., Wilson K.G. (2014). Acceptance and commitment therapy: Understanding and treating human suffering. New York: Guilford.Purdon, C. (1999). Thought suppression and psychopathology. Behaviour research and Therapy, 37, 1029-1054. doi: 10.1016/ S0005-7967(98)00200-9.