Il modello Poliscreativa e la questione della temporalità

La temporalità negli interventi di tipo trasformativo, soprattutto quelli riguardanti i percorsi psicoterapeutici, rappresenta un aspetto che voglio evidenziare in questo articolo ed in altri che seguiranno. L’andamento, le varie velocità e i percorsi che tendono a verificarsi nei processi trasformativi sono fondamentali per il nostro approccio di arteterapeuti secondo il modello Poliscreativa. Se pensiamo alla vulgata psicoanalitica ad esempio, siamo portati ad immaginare che l’intervento trasformativo avvenga quasi in maniera esplosiva. Il termine tecnico sempre meno usato sarebbe “guarigione per abreazione”. Abbiamo parlato di vulgata perché questo tipo di andamento esplosivo si trova più nei film di Alfred Hitchcock, vagamente ispirati al modello freudiano, che nella letteratura più seria del settore. Basti pensare ai film Io ti salverò del 1945 (Titolo originale Spellbound– Incantata) e al thriller psicologico Marnie del 1964. Attualmente sia il modello psicoanalitico sia la nostra esperienza con Poliscreativa tende a privilegiare aspetti più di tipo estensivo che intensivo. Questo perché? Quando una situazione è molto, ma molto appariscente e anche molto teatrale, in realtà è qualcosa di non veramente autentico. Non che esistano le cose completamente autentiche. Infatti, qualunque cosa diciamo ha una componete teatrale che non coincide con l’esperienza stessa. Pensiamo alla parola. Quando io dico una parola, sono sia la parola che dico, sia lo spettatore, sia l’attore che la dice. In una buona comunicazione tutte queste componenti sono in una dinamica di tipo circolare. Non c’è un polo che viene privilegiato. L’ esperienza ci insegna che quando si privilegia troppo un aspetto di tipo esplosivo, molto teatrale e d’effetto, probabilmente, nel profondo della persona non c’è un aspetto veramente trasformativo. Per questo il modello Poliscreativa tende a privilegiare molto più un approccio di tipo estensivo che intensivo. Questo tipo d’impostazione proviene dal fatto che nel nostro gruppo c’è chi ha lavorato per molto tempo in campo antropologico culturale e, in particolare, in psichiatria e psicoterapia transculturale. Lo studio molto attento che è stato fatto ad esempio dei rituali esorcistici ha evidenziato in qualche modo una sorta di continuità con degli aspetti di tipo sciamanico, pur appartenendo entrambi ad universi ideologici diversi. Il nostro gruppo ha seguito e studiato per quasi 25 anni i rituali esorcistici di padre Gabriele Amorth, fondatore dell’Associazione Internazionale Esorcisti, che potremmo considerare tra gli esorcisti più famosi del mondo. Sempre a proposito di vulgata, si può pensare che nell’ andamento del rituale esorcistico il manifestarsi della presenza che possiede, avvenga in maniera eclatante. In realtà, gli esorcismi di padre Amorth non avevano affatto questo tipo di andamento. A proposito di film, nulla di quello che faceva don Amorth era sovrapponibile al famoso film L’esorcista. Abbiamo scoperto che gli esorcismi di don Amorth, ad esempio, non duravano mai più di 15-20 minuti. Si svolgevano secondo un percorso che aveva una sua temporalità. La cadenza degli incontri era soprattutto bisettimanale e duravano in media dai 5 ai 7 anni, un minimo di 2 anni era necessario affinché l’esorcista avesse un minimo di efficacia, per arrivare fino a 12 anni nei casi che lui considerava cronici. Lavorando anche su certi aspetti di alcune culture sciamaniche si vede come la dimensione teatrale più eclatante fosse molto limitata. Piano piano si poteva osservare la costruzione dell’immaginario adeguato a quel determinato contesto ideologico e come l’andamento di questa costruzione avvenisse molto gradualmente. Anche nei protocolli dei colleghi che hanno studiato attentamente i rituali esorcistici ad esempio in un caso di lutto non elaborato, il paziente esorcizzato, mentre durante la fase iniziale di trans dei primi esorcismi chiamava le persone care che aveva perso, man mano che si andava strutturando il rituale esorcistico la persona parlava di satana, del diavolo e poi molto gradatamente anche questo aspetto veniva sciolto. Non devono esserci equivoci, per noi il diavolo non è altro che una delle tante possibili metafore. Quello che vogliamo sottolineare con questo discorso è come certi aspetti estremamente esplosivi e teatrali siano messi in scena in certe trasmissioni televisive volte a spettacolarizzare alcune esperienze del profondo per ottenere audience, mentre per noi è molto importante l’aspetto graduale perché riteniamo che tutto questo abbia a che fare con l’autenticità profondamente sentita, in relazione sia col profondo delle persone che con il loro contesto.

Depressione post-partum. Succede anche ai papà

La depressione post partum può includere diversi sintomi, da una grave flessione dell’umore a tendenze suicidarie della madre nel primo anno dopo la nascita del bambino. È una condizione ancora poco diagnosticata e poco trattata, a volte con tragiche conseguenze. Ma anche gli uomini possono soffrire di questa condizione mentale? In un articolo per la BBC, Amanda Ruggeri mette in luce come anche in campo medico questa condizione sia stata e sia tuttora spesso totalmente ignorata, se declinata al maschile. Eppure, le ricerche cominciano ad andare in questa direzione. Si stima che circa il 10% dei padri sia depresso nel primo anno dopo la nascita del bambino: si tratta del doppio dell’incidenza della depressione nella popolazione maschile generale. Ma secondo altre ricerche e casistiche cliniche, questa sembrerebbe una sottostima: dopo quattro-sei mesi dalla nascita del bambino, circa il 25% dei papà soffrirebbe di ansia generalizzata, di disturbi ossessivi e di disturbo post traumatico da stress. Quando un problema di salute mentale riguarda la popolazione maschile è meno probabile che ci sia una richiesta di aiuto. La convinzione di dover risolvere da soli è spesso ancora molto presente: cercare aiuto significa, per molti uomini, un segno di debolezza. È stigmatizzato e considerato un comportamento appartenente alla sfera femminile. La cultura, le aspettative su di sé, le credenze, le provenienze familiari: sono molti i fattori che condizionano e orientano la scelta. E lo stesso contesto culturale è significativamente presente anche tra gli operatori della salute:  viene spesso detto ai papà che il loro compito è di essere di supporto alla mamma che aspetta e partorisce, con sottovalutazione delle ansie e delle paure che anche i padri potrebbero provare. Uno stereotipo sostenuto a vari livelli, che rende difficile mettere in luce il bisogno di sostegno della popolazione maschile in generale e in particolare in questa delicata fase perinatale. Una ricerca inglese ha raccolto le testimonianze dei papà che hanno avuto sintomi: ricorrono, nelle interviste, dichiarazioni circa la propria incapacità, la sensazione di essere dei falliti, di non sentirsi “un vero uomo”, di non poter parlare con nessuno della propria condizione mentale, di non essere in grado di supportare la propria compagna nel ruolo di madre, oltre a sensazioni di vergogna molto diffuse: quale uomo si deprimerebbe dopo aver avuto un bambino? Le madri hanno maggiori probabilità di ammalarsi di depressione nel periodo postnatale (in media circa il 24% madri, 10% padri – ma occorre tenere conto, per i padri, di un vasto numero di mancati accessi e relative diagnosi); e, ovviamente, i cambiamenti ormonali hanno una parte in causa nel caso della madre. Ma la portata psicologica è di importante e significativa centralità,  sia nel caso delle madri sia in quello dei padri. E per quanto riguarda i sintomi? Ogni caso è naturalmente a sé, ma in linea generale le manifestazioni variano. Le madri che soffrono di depressione post partum possono non riuscire ad alzarsi dal letto, sperimentare frequenti episodi di pianto e disperazione profonda; mentre negli uomini prevalgono indecisione, irritabilità, estrema autocritica, comportamenti ossessivi, con aumento delle ore di lavoro, oppure abuso di sostanze e di bevande alcoliche o ancora somatizzazioni. Anche in questo, la portata delle credenze e della cultura ha un ruolo determinante nella natura dell’espressione sintomatica, femminile e maschile. E anche gli ormoni maschili hanno un ruolo da poco evidenziato. Recenti ricerche dimostrano che gli ormoni dei padri cambiano, fin dai mesi successivi al concepimento: i livelli di testosterone diminuiscono durante la gravidanza del partner e gli estrogeni aumentano verso la fine della gravidanza. Ovviamente, a parte le cause fisiologiche, sia le madri sia i padri vanno incontro a un profondo stravolgimento con la nascita di un bambino, che riguarda la vita di relazione, la vita sessuale di coppia, la relazione con il bambino, la pressione della responsabilità, le preoccupazioni finanziarie. E, aggiungo io, la posizione all’interno delle famiglie di origine; un aspetto identitario spesso trascurato e poco considerato, che merita invece un’attenzione dedicata: cambiano gli equilibri, le percezioni delle persone coinvolte, lo status all’interno della famiglia allargata, con grande impatto sulla psicologia della neomadre e del neopadre. Su alcuni fattori di predisposizione non abbiamo strumenti per agire. Ma sugli aspetti culturali e sociali si può fare molto; si può dare spazio a questi argomenti, se ne può parlare a scuola, si può insegnare alle nuove generazioni che la vulnerabilità va riconosciuta. E che merita attenzione.

I giovani boicottano i social media per riappropriarsi della socialità

social media giovani

La pandemia sembra aver scosso profondamente le nostre vite, ricalibrando le priorità e gli stili di vita delle persone sulla base di un nuovo equilibrio. In particolare i giovani stanno totalmente rivoluzionando abitudini, trend e convinzioni della loro vita privata e professionale. Abbiamo visto come sta cambiando il paradigma del lavoro e la concezione dell’individuo in riferimento all’identità professionale nelle nuove generazioni. Oggi c’è una nuova tendenza che denota un’inversione di marcia rispetto agli anni passati: sempre più giovani stanno eliminando il proprio account social. Molti Millennials e Gen Z hanno deciso di allontanarsi dai media per ristabilire il proprio benessere psico-fisico e riprendere il controllo del loro tempo. Il dato emerge dall’ultimo sondaggio della Digital Society Index – condotta a livello globale da Dentsu Aegis Network. La causa principale di questa tendenza è la difficoltà di gestione dei social media. Nel corso degli anni i social media sono diventati indispensabili nella vita quotidiana. Si sono sostituiti ai motori di ricerca, sono diventati strumenti di aggregazione sociale e intrattenimento, nonché potenti mezzi di diffusione per l’attività professionale. Ma perchè sono così difficili da padroneggiare? Ladri di tempo e concentrazione Il tempo speso sui social, talvolta in modo quasi inconsapevole, è disarmante. Consultare continuamente lo smartphone rallenta le attività che stiamo svolgendo, incidendo in maniera significativa sulla concentrazione.Lo “scrolling selvaggio” genera un notevole dispendio di tempo ed energie, focalizzando la nostra attenzione su contenuti che spesso nemmeno ci interessano. Generatori di stress e ansia Abbiamo ampiamente parlato di “social addiction” e di ansia da prestazione dovuta ai modelli di perfezione irraggiungibile proposti dai media. Le nuove psicopatologie connesse all’utilizzo di internet e in particolare dei social network, minacciano la salute mentale dei nostri giovani. Incoraggiano legami superficiali Al giorno d’oggi la popolarità si misura a colpi di followers, eppure i ragazzi non sono mai stati così soli. La corsa all’approvazione e lo stress del consenso a tutti i costi influenzano l’autostima e la percezione del proprio IO. I giovani di oggi vogliono essere se stessi, mostrarsi senza filtri e ad essere apprezzati in maniera più profonda e genuina. E se per ritornare autentici è necessario abbandonare per un pò la tecnologia, che differenza fa?Come in tutte le cose, è auspicabile trovare un equilibrio con se stessi e con gli altri, imparando a vivere gli strumenti tecnologici con misura e consapevolezza, a proprio piacimento.

Abbreviare le parole è uno strumento di comunicazione?

abbreviare

Ormai utilizzare gli acronimi e abbreviare le parole sono una modalità entrata a gamba tesa nella comunicazione quotidiana. Le parole abbreviate, infatti, sono una tecnica usata non solo dai zoomer, ma anche gli adulti ne fanno un largo ab-uso. La necessità di accorciare le parole, e usare semplici abbreviazioni nasce nel settore stenografico per velocizzare la scrittura di un discorso. Negli ultimi anni, invece, l’esigenza si è accentuata in ambito della messaggistica. Alcuni social “primitivi” o compagnie telefoniche ponevano il limite di caratteri da poter utilizzare per l’ invio di un messaggio. Da qui si è sempre più diffusa questa tecnica tanto da essere utilizzabile senza rendersi conto più del contesto. Le abbreviazioni più comuni sono quelle che riguardano le emozioni: “LOL” o “OMG”, “QQ” o ancora “TVB”. Negli ultimi anni questo tipo di espressioni è dato ancora sostituito da emoticon che ne riduce ancor di più lo spazio utilizzato e rendere più “colorato” il messaggio. Altre parole abbreviate invece sono rappresentate da congiunzioni (nn=non, pk=perchè, cmq=comunque). In questo modo, il contenuto trasmesso è visivamente più breve e permette al lettore di non perdere la concentrazione. Frasi troppo lunghe, infatti, fanno calare sensibilmente l’attenzione, compromettendone la comprensione piena. Cosa ci spinge adesso che non c’è più la necessità a continuare ad abbreviare le parole scritte? Abitudine, pigrizia? In effetti, il nostro cervello si è adeguato ai ritmi frenetici della vita quotidiana, dove il tempo è sempre poco e fugace. Tutto scorre intorno a noi molto rapidamente e anche le dita sulla tastiera eseguono la loro danza a velocità impressionante. Va però ricordato che tutto va contestualizzato. Una conversazione tra amici, può essere free, a differenza di una lettera di candidatura per un colloquio di lavoro, anche se l’azienda è giovane. Anche la lettura di un bel libro o articolo non può essere snaturata da abbreviazioni o assenze di congiunzioni, che danno comunque musicalità al testo stesso.

Quando il giudizio degli altri diventa troppo importante: il fenomeno dell’ansia sociale

di Loredana Luise Negli ultimi tempi incontro sempre più spesso ragazzi o ragazze che mi raccontano di provare una forte ansia, soprattutto in situazioni nelle quali devono riuscire a dimostrare il loro valore agli altri, come nelle interrogazioni a scuola e nelle gare sportive. Lavorando negli sportelli d’ascolto a scuola mi capita d’imbattermi in ragazzi dagli 11 anni in su, che mi riferiscono di sentirsi minacciati da quello che gli altri possono pensare, e non necessariamente dagli adulti, quanto piuttosto dai loro coetanei. E’ una vera e propria necessità di evitare figuracce, o situazioni imbarazzanti, che possano metterli in cattiva luce rispetto al gruppo, del quale ricercano continuamente l’approvazione. Spesso sono ragazzi timidi e taciturni che osservano in silenzio le dinamiche del gruppo, ma a volte sono anche soggetti ben inseriti che invece si sentono sempre sotto giudizio dei loro coetanei. Mi capita di ricevere richieste di consulenza da parte di genitori preoccupati dei loro figli che manifestano questo tipo di disagio emotivo, e altre volte da parte di insegnanti che si trovano a gestire situazioni piuttosto difficili e particolari nel contesto classe. La pandemia ha peggiorato la situazione L’ansia sociale è un fenomeno conosciuto e studiato lungamente, ma probabilmente, le situazioni di isolamento degli ultimi due anni, legate alla situazione pandemica, hanno notevolmente esacerbato questa sintomatologia. La mia sensazione è che chi probabilmente già prima della pandemia in qualche modo provava molta apprensione per i contesti di prestanza, avendo sperimentato per lungo tempo l’isolamento, ed evitato situazioni di gruppo o semplicemente di confronto, sia ancora più disabituato a dimostrare agli altri quanto valga veramente. Limite tra timidezza e ansia sociale I ragazzi timidi e riservati sono sempre esistiti, noi tutti abbiamo avuto un compagno talmente timido dall’averne sentito a malapena la voce, ma il limite tra timidezza ed evitamento per ansia sociale è molto sottile. Molti soggetti timidi riescono comunque a essere prestanti e a  vivere il loro stato di riservatezza come una caratteristica personale anche apprezzata o apprezzabile, altri invece, lottano con la paura di confrontarsi al punto da isolarsi. La riduzione delle esperienze sociali e delle situazioni di confronto pubblico ha sicuramente fornito invece esperienze piacevoli di isolamento che hanno rafforzato la strategia di evitamento dei contesti pubblici di confronto. Il fenomeno dell’isolamento sociale da parte di ragazzi, giovani adulti e anche adulti è oramai una realtà in crescendo e va di pari passi con l’iperconnessione ad internet e il progressivo estraniamento da contesti di vita concreta. Anche chi da lungo tempo lavora in smartworking, ed ha da sempre delle caratteristiche di personalità tendenti all’individualità, sicuramente predilige la situazione che vive evitando i contesti di confronti che sono da sempre fonte di ansia, con il rischio di non riuscire più a gestire però un futuro rientro in un contesto sociale. Quali sono i vissuti di chi vive questo stato emotivo I ragazzi che si rivolgono agli sportelli d’ascolto o che vengono con le famiglie in consulenza privata riportano spesso come sintomi anticipatori stati di tachicardia, iperventilazione, difficoltà a deglutire o problemi gastrointestinali. Gli effetti sull’evento specifico invece sono l’impossibilità o la difficoltà a parlare, l’annebbiamento, l’amnesia momentanea o lo stato confusionale generalizzato. Tra gli adulti che nel tempo hanno imparato a riconoscere i sintomi mi raccontano di utilizzare varie strategie di evitamento che spesso però si correlano con sintomi fisici precisi dei quali sanno fare dettagliatamente il resoconto. A conferma di uno studio  condotto da Beck e Emery la modalità che utilizzano questi soggetti per valutare le situazioni a rischio ha un doppio codice. Quando sono lontani dallo stimolo fonte d’ansia, hanno una valutazione completamente razionale mentre appena si avvicinano alla situazione ansiogena utilizzano un codice del tutto irrazionale che non consente loro di affrontarla in modo adeguato, per lo meno emotivamente. Molti di loro riescono anche a essere comunque produttivi e precisi ma lo sforzo per raggiungere tale perfezione va notevolmente a discapito di un minimo equilibrio emotivo e lontanissimo dalla possibilità di poter godere del risultato. Altri invece sono in tale difficoltà che pregiudicano notevolmente il risultato inanellando una serie d’insuccessi l’uno sull’altro che minano completamente la loro autostima. Ma qual è l’origine di questo estremo bisogno di approvazione altrui? L’ansia sociale è un vero e proprio disturbo multifattoriale e per tale motivo si presume che possa originare da fattori genetici, da fattori ambientali e educativi o in alcuni causi da eventi traumatici. Molti studi confermano il fatto che crescere con un genitore che ha un vissuto simile, con molta probabilità comporterà l’insorgere di questa sintomatologia: l’ipervigilanza, l’atteggiamento fobico controllante o le eccessive aspettative di risultati e successi come modalità educativa dei genitori sono altri fattori predisponenti. L’autostima è sicuramente il valore chiamato in causa principalmente in questi contesti esperenziali. Un soggetto che non ha un’adeguata autostima, che vive da sempre grandi insicurezze rispetto le sue capacità e potenzialità, sicuramente teme molto di più il giudizio degli altri rispetto a chi è riuscito ad accrescere la propria autostima e il proprio valore personale. Quindi le modalità di attacamento con i genitori o le figure di accudimento, una tendenza educativa giudicante e molto attenta alle apparenze e all’immagine pubblica possono sicuramente influire sull’insorgenza di questi vissuti emotivi. Quando si trasforma in un vero e proprio disturbo Sappiamo che è impossibile prescindere completamente dal giudizio degli altri. In una società in cui la ricerca del LIKE sui social e della continua approvazione di massa, il rischio che si corre è che si perda di vista l’importante processo di autodeterminazione e di valore personale che sono necessari alla formazione dell’autostima. Se già da bambini si inizia a vivere i contesti sociali in questo modo, la vita diventa veramente faticosa, ed in effetti molti studi dimostrano come sia logorante per il fisico e per la mente mantenere costanti questi alti livelli d’ansia e di connessa ipervigilanza. Riconoscere quanto prima in modo razionale la possibilità di incorrere in un vero e proprio disturbo è il primo passo, affrontare un preciso percorso per gestire la sintomatologia e lavorare sui pregressi

Polivet lancia la campagna #loveyourvet. Burnout, i veterinari una della categorie più a rischio

Maggio, mese della salute mentale. Polivet lancia la campagna #loveyourvet Burnout, i veterinari una della categorie più a rischio Almeno la metà dei veterinari vede la sua salute mentale in pericolo. In cima ai fattori di stress il rapporto con i proprietari Roma, 25 maggio- Amiamo gli animali: ma chi ama i veterinari? Si occupano con passione e dedizione dei nostri animali domestici. Ci aspettiamo che siano reperibili, disponibili e infaticabili. Eppure il loro lavoro spesso manca di riconoscimenti, e diventa fonte di uno stress a volte ingestibile. I veterinari sono una delle categorie lavorative a più alto rischio di burnout ed episodi di autolesionismo. Un dato indagato in questi ultimi anni da varie ricerche negli Stati Uniti, in Germania, in Belgio e in Australia. Molto meno in Italia, dove la letteratura scientifica si occupa da tempo di indagare lo stress e il burnout nelle professioni sanitarie, ma non si può dire altrettanto per la professione del medico veterinario.Eppure qualcosa si è mosso, negli ultimi anni, anche se i risultati raramente hanno raggiunto il grande pubblico. In occasione del mese della salute mentale, l’ospedale veterinario Polivet di Roma ha somministrato un questionario online anonimo ai medici veterinari che ruotano intorno alla struttura (collaboratori diretti e medici che hanno aderito ai corsi di formazione, con un campione che va a coprire la totalità delle regioni italiane). “Il veterinario, a differenza delle altre professioni sanitarie, vive un dualismo complicato: da un lato il rapporto medico ed emotivo con il paziente, dall’altro quello con il proprietario dell’animale” spiega il direttore sanitario Polivet Simone Rota. “Con la nostra indagine abbiamo voluto mettere in risalto proprio questo aspetto, che è una delle maggiori fonti di disagio per i colleghi”. Una prima indagine, condotta nel 2013 da Alessandro Schianchi*, ha ipotizzato che circa il 25% dei veterinari si trovi in una condizione di elevato stress. Una seconda indagine del 2015** ha portato al primo posto tra i fattori di stress i rapporti conflittuali con proprietari difficili e lo scarso riconoscimento economico e professionale. Un dato che trova conferma nelle testimonianze anonime raccolte tramite il questionario Polivet. “La nostra professione è molto difficile. I proprietari degli animali pretendono troppo in termini di dedizione al loro animale. Manca il rispetto per la nostra professione. Con la scusa che abbiamo molta passione per gli animali tutto è dovuto. Dovremmo porre dei limiti come per i medici. Limiti sugli orari e sulle pretese assurde da parte di proprietari che perdono il senso della misura e pretendono da noi tantissimo” è lo sfogo di un titolare di ambulatorio di una grande città lombarda. Gli fa eco una collega dipendente di una clinica veterinaria “Serve sensibilizzare le persone sul fatto che non siamo dei, e che quindi non tutto ci è possibile” A rendere più complessa la situazione, continua il dottor Rota “è il fatto che molto spesso le cure veterinarie non vengono viste in ottica di prevenzione, ma come ultima spiaggia. Arrivano spesso animali già molto compromessi e si pretendono miracoli. Per questo una buona fetta del nostro lavoro come clinica si basa sulla sensibilizzazione nella prevenzione”. Un ulteriore studio del 2020*** ha messo in risalto come siano soprattutto le donne a soffrire di stress collegato alla professione veterinaria, con un mix di carico emotivo e lavorativo, e il mancato riconoscimento anche sociale del doversi rapportare quotidianamente con il dolore, la morte e la gestione del lutto. Degli intervistati tramite il questionario Polivet, 1 su 4 ha avuto pensieri autolesionisti o suicidi, quasi la metà conosce colleghi che si sono trovati in situazioni di burnout estremo. La maggior parte sono donne. “In  passato ho sofferto 2-3 volte di burnout, mi sono dovuta affidare a degli psichiatri e da 10 anni sto affrontando un percorso di psicoterapia”, racconta una veterinaria marchigiana, e come lei altre colleghe dichiarano di aver dovuto chiedere aiuto: “Lavoravo in una clinica veterinaria con un turno di notte fisso a settimana e una domenica al mese: ho rischiato il burnout. Non mi sentivo adeguata al lavoro, cominciavo a detestare clienti e pazienti, pensavo di dover cambiare lavoro” scrive una veterinaria dal Veneto, e una collega dalla Lombardia denuncia “Sono in terapia psicologica da 4 mesi per over stress, ansia e sbalzi d’umore. Sempre più clienti ci attaccano malamente accusandoci di voler solo “spillare soldi” vogliono tutto e subito con la salvezza del loro pet benché si dica che la prognosi è riservata, minacce e parolacce oltre a recensioni negative non veritiere sono quasi all’ordine del giorno”. Una soluzione facile non è a portata di mano, ma si può fare molto, specialmente nel migliorare il rapporto e la comunicazione tra medici veterinari e proprietari, facendo cadere il tabù della salute mentale anche tra colleghi. Come riassume una collega veneta: “Parlare di questi problemi. Far capire che siamo tutti, chi più chi meno, sulla stessa barca. Far capire ai titolari di cliniche e ambulatori e ai clienti che il nostro è un lavoro, non una missione, e abbiamo diritto a vivere e a mantenere i nostri spazi”. *A. Schianchi, A. Pelosi, “La dimensione del benessere nella categoria professionale dei medici veterinari”, 2013 **A. Schianchi, A. Pelosi, “Stress, burnout e strategie di coping nei veterinari italiani”, 2015 ***A.Musetti, A.Schianchi et al” Exposure to animal suffering, adult attachment styles, and professional quality of life in a sample of Italian veterinarians” Gli specialisti Polivet sono a disposizione per commenti e interviste su tutto quello che riguarda il mondo degli animali domestici Per informazioni Flaminia Festuccia – ufficio stampa Polivet 3280077916 ufficiostampa@polivet.it

La dissociazione nelle dipendenze patologiche.

L’infanzia è un periodo ricco di possibilità di crescita per gli individui, ma è tuttavia un periodo molto delicato nel quale alcune esperienze possono rivelarsi come traumatiche ed interferire con la crescita e lo sviluppo armonico. Le esperienze traumatiche nei bambini posso patologizzarsi: cioè la naturale predisposizione al ‘ritiro’ transitorio in condizioni di stress, può diventare un’esperienza in cui rifugiarsi per non sentire l’esperienza di un ambiente non protettivo. La dissociazione è una funzione naturale della mente che esclude dal campo della coscienza emozioni, sensazioni troppo forti ed accompagnate da sofferenza: si tratta di un meccanismo di sbarramento che mette al riparo la coscienza ordinaria da un eccesso di stimoli dolorosi. Essa ha dunque il compito durante tutte le fasi dello sviluppo di proteggere l’individuo per mezzo dell’alterazione dello stato id coscienza ordinario tramite un processo inibitorio attivo delle informazioni intollerabili e sopraffacenti, e la costruzione di una realtà parallela più favorevole e nella quale trovare rifugio. Il sollievo che si ricava nel ritirarsi temporaneamente in questo rifugio non ha nulla di patologico e può essere messo al servizio dell’Io dell’energia personale e della creatività. Ma quando il ritiro diventa eccessivo e tende alla reiterazione esso comporta il rischio dell’isolamento e la distorsione del senso del Sé, della relazione, del contatto con la realtà a favore di attività autoerotiche, compulsive caratteristiche delle varie forme di ‘dipendenza patologica’, nella forma più estrema a veri e propri disturbi dissociativi.  In questi casi si assiste alla disgregazione delle componenti cognitive ed emotive, all’incapacità di ‘mentalizzazione’ cioè di trovare un senso coeso all’esperienza stressante e di conseguenza la sostanza piò fungere da ‘calmante’ rispetto all’incapacità di sostenere un’esperienza emotiva dolorosa. Questo meccanismo di difesa accanto ad altri fattori traumatici e ad un attaccamento disorganizzato concorrono allo stato di dipendenza. In francese l’abuso di sostanza viene indicato dal termine ‘toxicomanie’ che definisce uno stato psichico di tipo esaltativo, mentre in inglese per la dipendenza si usa il termine ‘addiction’ esso deriva dal latino ‘addictus’ che fa riferimento ad una condotta attraverso cui un individuo è reso schiavo perché sottende l’assenza di libertà delle dipendenze patologiche. Nonostante le evidenti differenze in merito all’oggetto della dipendenza, i comportamenti additivi sembrano rappresentare un tentativo disfunzionale di contrastare l’emergere incontrollato di vissuti traumatici infantili, se le emozioni traumatiche tendono ad emergere esse si presentano il più delle volte in forma di sintomi post traumatici (iperattività, rabbia, confusione nel pensiero, disturbi somatici) che il soggetto cerca di contrastare ritirandosi in stati mentali dissociati per mezzo dell’oggetto-droga.

Amore: tra ricerca di desiderio e costruzione di stabilità

Un conflitto molto comune in amore è quello tra desiderio e stabilità. Le fiamme da una parte e la casa dall’altra: bruciare o costruire? In realtà, ognuna di queste due esperienze da sola conduce all’insoddisfazione. Il desiderio, che tende a consumare l’oggetto, volge sempre verso un punto di perdita. Attacca il legame, poichè nega tutto ciò che si propone come unico, che minaccia la ricchezza del molteplice. Dal canto suo, la relazione priva di passione, fatta di routine e familiarità, offre la sicurezza e la protezione della casa ma è destinata ad appiattirsi, ad eclissarsi nelle sabbie mobili dell’assenza di erotismo e vitalità. Dunque, finché coltiviamo desiderio senza stabilità o stabilità senza desiderio, tenendo queste due parti di noi separate, non può esserci soluzione, siamo destinati a soffrire. Rinnovare il desiderio nel tempo “Si fa presto a dire “amore”. Ma quel che c’è sotto questa parola lo conosce solo il diavolo”. (U. Galimberti) L’amore è un mistero. Un miracolo che non possiamo pretendere di spiegare. E’ una scintilla che si accende, un fuoco che divampa. Un’incognita che sconvolge la nostra vita emotiva. L’amore è quanto c’è di più prossimo alla follia, secondo Freud, una forza che sfugge alle regole della ragione. Una delle cose più difficili nella vita di coppia è conservare la fiamma dell’amore sempre accesa. Saper rinnovare il desiderio nel tempo. Come quando non ci stanchiamo mai di guardare uno stesso paesaggio perché ci appare diverso ogni volta. Lo spegnimento del desiderio non è un fenomeno naturale. Avviene per la paura di integrare il cambiamento, di vedere il ‘nuovo’ nel ‘vecchio’. Di esporsi a ciò che non è possibile conoscere a priori né controllare. Ci si rifugia nell’illusione di un partner prevedibile che dia quella sensazione di sicurezza che proviene dal familiare. Ci si attacca anche ai difetti dell’altro, pur di non cadere nella fascinazione e nella vulnerabilità dell’amore. Salvo poi la voglia di scappare da una quotidianità priva di entusiasmo ed alienante. La costruzione in amore ai tempi della modernità liquida Quanto è importante costruire in amore? L’amore è, nel suo stesso fondamento, costruzione. Nel Simposio di Platone, la profetessa Diotima di Mantinea, rivolgendosi a Socrate, afferma: “l’amore non è amore del bello, come tu credi (…) ma generazione e procreazione del bello”. Amare corrisponde dunque all’esperienza di voler partecipare al divenire del bello. E’ creare. Un impulso ad espandersi, ad aggiungere qualcosa al mondo che inizia ad esistere in modo nuovo. “E’ la possibilità di assistere alla nascita del mondo”, utilizzando le parole di Badiou. In “Amore liquido” Bauman scrive: “Non è nella brama di cose pronte per l’uso, belle e finite, che l’amore trova il proprio significato, ma nello stimolo a partecipare al divenire di tali cose. L’amore è simile alla trascendenza; non è che un altro nome per definire l’impulso creativo e in quanto tale è carico di rischi, dal momento che nessuno può mai sapere dove andrà a finire tutta la creazione”. Nella nostra cultura consumistica, in cui si ricercano prodotti pronti per l’uso, soluzioni rapide e gratificazioni immediate, anche l’amore viene ricercato, al pari delle altre merci, come un qualcosa che dia risultati in poco tempo, a zero rischi e senza troppa fatica. “Per quanto abbia potuto imparare sull’amore e l’innamoramento, la tua sapienza può giungere solo, come il Messia di Kafka, un giorno dopo il suo arrivo”. (Z. Bauman) Verso una integrazione Come mettere dunque insieme il desiderio di avventura e il bisogno di sicurezza? Come far incontrare questi due bisogni, entrambi così profondamente radicati nella nostra natura, eppure così spesso inconciliabili? La strada, secondo Galimberti, è quella di accogliere il cambiamento che sbilancia la familiarità, che rende imprevedibile e nuovo, quindi rischioso, il tempo. Si tratta di abbandonare gli attaccamenti. Di imparare a riconoscere e accogliere il cambiamento che, di per sè, è un processo sempre continuo. Si tratta di aprirsi senza preclusioni, accettando i rischi di una reale intimità. Di lasciarsi stupire, per poter provare meraviglia. E, al tempo, di saper stare senza appoggi esterni ed integrare la noia, l’esperienza del vuoto. Il vero nemico dell’amore non è il tempo, come solitamente si crede. Il nemico dell’amore è la nostra disattenzione dall’altro. Il nostro assentarci dalla relazione. La nostra incapacità di essere presenti e in contatto con il flusso naturale della realtà che si rinnova momento per momento. “Ancora”: la parola per dire l’amore Come sostiene Recalcati, vi sarebbero due menzogne nel nostro tempo che ci allontanano dall’amore e dalla cura di ciò che abbiamo. La prima è l’ideale narcisistico dell’essere umano che raggiunge libertà e indipendenza senza l’altro. La seconda è credere che la via della salvezza e del desiderio sia in ciò che non si possiede ancora, nella ricerca di un nuovo oggetto. A differenza di Freud, che sostiene l’incompatibilità tra amore e desiderio, Lacan afferma che l’amore è quel mistero che fa convergere e non dissociare la domanda d’amore, che rende l’amato insostituibile, con il godimento del corpo. Non si tratta dunque di una fedeltà come rinuncia, come rassegnazione ad una routine senza vitalità, ma del godimento sessuale che si sposa con il desiderio della persona amata. La domanda d’amore chiede “ancora”, ‘insiste’ sullo stesso oggetto, vuole la sua infinita ripetizione. Non è l’”ancora” nel senso del nuovo dell’ideologia libertina, come la nostra modernità liquida vorrebbe, ma il vecchio che diventa sempre nuovo. L’amore che nel tempo non muore ma si accresce. Che soddisfa insieme il corpo e quell’abbandono all’altro, come esposizione assoluta, che de-isterizza il desiderio e amplia la vita.

I MEME E IL LEGAME CON LA PSICOLOGIA

I meme

Con le nuove tecnologie, le persone sono sempre più solite comunicare attraverso i meme. Dietro l’utilizzo di queste forme di comunicazione si trovano numerose teorie psicologiche.  Ma cosa sono i meme? Essi sono immagini prese da contesti culturali specifici, a cui si mette un testo aggiuntivo che arricchisce la lettura di quell’immagine. Solitamente questa descrizione tende a ironizzare sulla quotidianità.  Questo termine viene coniato dal biologo Dawkins nel 1976. Egli lo definisce come un artefatto che, come i geni, si trasmette di generazione in generazione tramite l’imitazione. Tuttavia, non tutte le informazioni vengono diffuse, ma solamente quelle reputate più valide ed efficaci. Nel concetto originario di meme c’è sempre la concezione che alcune idee possano essere scartate, mentre altre possono diventare virali e riscontrare un grande successo. Dunque, anche in questo caso si può parlare di viralità. Questa prima concezione si è sviluppata enormemente fino ad arrivare al concetto di “Internet meme”. Esso è un’informazione che si replica via Internet sotto forma di immagini, video o frasi che può mutare ed evolversi. Un meme deve contenere elementi di novità per attirare l’attenzione, deve essere in grado di contrapporsi a una cultura dominante, deve essere conciso, facile da imitare e con un alto potere espressivo. Ma tra tutto, un meme è tale perché virale. Quali sono le funzione dei meme? Nella maggior parte dei casi, un meme nasce per far divertire gli utenti. In realtà, possono anche essere usati per garantire un impatto emotivo maggiore a un determinato concetto. Infine, sono molto usati anche all’interno della sfera politica e sociale in quanto riescono a far riflettere e a conquistare l’opinione pubblica.  La psicologia dove si colloca in tutto questo?  Secondo Wagner, un meme è in grado di far emergere un significato per gli individui appartenenti a determinate generazioni. Dunque, ha delle conseguenze importanti a livello di processi psicologici. Una persona, infatti, userà i meme dei gruppi ai quali appartiene. La comunicazione dei meme avviene in fasi sequenziali. Prima deve essere identificato e interpretato dai membri di un gruppo, poi viene condiviso in quanto ne rafforza il senso di appartenenza e infine diventa virale. Dunque, gli elementi psicologici che emergono dall’uso dei meme sono quelli di identità sociale e senso di appartenenza. Tajfel e Turner definiscono l’identità sociale come quella parte della propria identità che deriva dalla consapevolezza di appartenere a un gruppo sociale. Ciò che ci spinge a condividere un meme è il bisogno di approvazione da parte degli altri.  Nonostante i meme siano popolari nel mondo dei consumatori, sono anche potenti per le aziende. Le aziende possono usarli per: condividere informazioni in un formato divertente e memorabile dare connotati umani al proprio brand  semplificare concetti complessi come la cultura organizzativa aziendale ottenere un maggior coinvolgimento del proprio pubblico I brand dovrebbero imparare a tradurre la loro pubblicità in questo nuovo modo.  Grazie alle nuove tecnologie e ai social media, i meme sono diventate una delle forme comunicative più utilizzate al giorno d’oggi. Essi permettono di esprimere il proprio sé e il gruppo al quale si appartiene. La loro viralità e immediatezza li rende sempre una modalità comunicativa sempre più affermata. BIBLIOGRAFIA www.focus.it www.stateofmind.it

La Triangolazione nel Sistema Familiare

In psicologia, il termine triangolazione rappresenta una specifica dinamica relazionale nella quale la comunicazione e le interazioni tra due individui non avvengono direttamente, ma sono mediate da una terza persona.  Il concetto di triangolazione si è sviluppato principalmente nell’ambito della terapia familiare (Bowen, 1985) per identificare una modalità di gestione della tensione e dei conflitti all’interno di un rapporto significativo.  Secondo Bowen, i rapporti diadici (es. tra marito e moglie, tra fratelli, o tra genitore e figlio) sono intrinsecamente instabili durante situazioni di stress. Quando tali situazioni si verificano, si ricorre quindi ad una terza persona che viene messa in causa per diminuire o gestire lo stress.  Anche se la triangolazione non è di per sé negativa, un utilizzo abituale di questa strategia può diventare un vero e proprio elemento di tossicità psicologica all’interno di un rapporto affettivo. All’interno di sistemi familiari particolarmente disfunzionali, la triangolazione può anche coinvolgere i figli, i quali vengono chiamati in causa da uno o da entrambi i genitori per gestire o diminuire lo stress emotivo legato al loro conflitto interpersonale. La triangolazione diventa dunque disfunzionale quando causa eccessivo stress alla terza parte della configurazione triangolare, quando impedisce la risoluzione del conflitto della diade anziché contribuire a risolverlo, e/o quando viene utilizzata deliberatamente per garantirsi un maggior controllo della relazione Di solito nel sistema familiare, la triangolazione si verifica quando l’aumento della tensione relazionale tra i coniugi viene gestito e contenuto coinvolgendo uno dei figli: questa alleanza con “un altro più vulnerabile” mira alla costruzione di una relazione più stabile.  La triangolazione, dispiegandosi da una generazione all’altra, rende sempre più difficile il processo di individuazione dei singoli membri della famiglia, fino ad arrivare ai casi estremi di simbiosi familiare in cui la non differenziazione del sé di ciascuno è massima. Secondo Bowen è un tipo di coazione a ripetere applicata alle generazioni, in cui ogni generazione fa ricadere la sofferenza su quella successiva (Hoffman L, 1984) L’aspetto patologico della triangolazione intergenerazionale risiede nel fatto che le risorse psicologiche ed emotive del bambino vengono utilizzate per regolare il conflitto tra adulti, a scapito dei suoi bisogni evolutivi. In questo modo si realizza un processo di delega che, di generazione in generazione, che porta avanti la richiesta di soddisfacimento di bisogni originari rimasti inappagati. Inoltre, la posizione di funzionamento del bambino all’interno del triangolo inevitabilmente condizionerà il suo modo di pensare, sentire e agire, modellando qualitativamente il suo senso di identità e appartenenza e di conseguenza le possibilità di differenziazione dalla famiglia di origine. La non differenziazione dalla famiglia di origine porterà, in un momento successivo del ciclo di vita dell’individuo, a uno spostamento sul partner della richiesta di soddisfacimento dei bisogni rimasti inappagati; quando questa richiesta di appagamento, inevitabilmente, fallirà l’ansia spingerà nuovamente alla ricerca di un’alleanza con i figli.