Infodemia: cos’è e quali conseguenze psicologiche comporta

L’era moderna e il massiccio e costante utilizzo di internet permette a tutti di accedere a numerose informazioni in ogni momento della giornata. Tuttavia non tutte le informazioni sono accurate e imparare a navigare tra di esse e scegliere quelle più attendibili non è sempre semplice. Inoltre, soprattutto in momenti di crisi storica e sociale, questa costante valanga di fatti e parole può avere conseguenze significative a livello psicologico, sociale e comportamentale. Che cos’è l’infodemia? Durante la fase più acuta della pandemia da Covid-19, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha ripreso il termine infodemia, definendola come una “sovrabbondanza di informazioni – alcune accurate e altre no – che rende difficile per le persone trovare fonti affidabili e una guida affidabile quando ne hanno bisogno”[1]. In generale, secondo il Vocabolario Treccani, l’infodemia può essere definita come la “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti attendibili”. Infodemia e pandemia La pandemia ha portato con sé anche un’ondata di informazioni e di fake news, rendendo difficile orientarsi tra le notizie e scegliere quelle attendibili e ufficiali. In effetti, durante una pandemia, tutti siamo più vulnerabili ai deepfake, come la disinformazione deliberata, e ai rischi per la salute mentale pubblica che coinvolgono paura, panico, atteggiamenti xenofobi e pregiudizi. Inoltre, le risposte della società dimostrano che i danni causati dall’infodemia superano anche l’impatto biomedico della pandemia. Il sovraccarico di informazioni e la disinformazione in relazione al Covid-19 hanno suscitato una notevole ansia nell’opinione pubblica e creato ulteriori minacce per la salute. Ad esempio, la paura e l’ansia di massa instillate dalla confusione e dalla sfiducia nella capacità di far fronte a una crisi a livello individuale e di gruppo hanno un impatto negativo sulla salute mentale. Infodemia e guerra Un simile trend si sta sviluppando anche nei confronti dell’attuale guerra in Ucraina, dove la grande quantità di informazioni non vagliate aumenta la confusione e l’incertezza. È necessario che in situazioni di emergenza, le informazioni e le indicazioni siano chiare e accurate. Sotto la valanga di informazioni che internet ci propone, diventa sempre più difficile orientarsi, distinguere il falso dal vero. Come conseguenza, è semplice sentirsi sopraffatti e affidarsi, senza approfondire, ai primi articoli che incontriamo o alle notizie che maggiormente collidono con i nostri pensieri, le nostre credenze o la nostra emotività. Quale reazione generale all’ondata di informazioni? Di fronte a questa montagna insormontabile di informazioni, che possono riguardare la pandemia, la guerra o altri eventi emergenziali o crisi globali, l’essere umano può reagire in diversi modi e attuare diversi meccanismi di coping. Si è visto che, durante la pandemia, nella grande maggioranza dei casi, il meccanismi messo in atto per far fronte all’ansia, alla paura e alla mancanza di controllo è la ricerca spasmodica di informazioni su ciò che sta avvenendo[2]. L’incertezza generale dovuta alla criticità di determinati momenti storici spinge le persone verso una ricerca spasmodica di informazioni, ovvero verso il fenomeno dell’infodemia. La sovraesposizione di notizie spesso contrastanti da una parte facilita la diffusione di false notizie, dall’altra non fa altro che confondere le idee. Tale incertezza, a sua volta, può far aumentare i livelli di stress ed ansia della popolazione, mostrando una maggiore propensione alla distrazione e un peggioramento dei sintomi ansiosi. I tentativi di ottenere il controllo attraverso la ricerca di informazioni durante un’infodemia non mitigano i livelli di ansia ma anzi possono persino aggravare i problemi di salute mentale [2]. Dinamiche della ricerca di informazioni La ricerca di informazioni durante momenti critici sociali gode, inoltre, dell’opzionalità, ovvero ognuno può decidere se accogliere o meno un’informazione. Per comprendere tale fenomeno, quindi, è necessario capire che la ricerca di informazioni sottende delle dinamiche specifiche che vengono messe in atto quando processiamo le informazioni. In estrema sintesi, tali dinamiche sono: confirmation bias, ovvero la tendenza a cercare informazioni che confermino le nostre convinzioni e ad ignorare informazioni contrastanti; echo chamber, ovvero la creazione di gruppi che condividono una stessa visione, rinforzandola; polarizzazione, ovvero la tendenza a generalizzare e includere le diverse realtà in una stessa categoria. Come contrastare l’infodemia? L’infodemia porta con sé una spasmodica ricerca di informazioni che potrebbe causare ripercussioni negative sul benessere psicologico della popolazione. Per contrastare l’infodemia, è necessario mettere in campo misure a livello sia pubblico sia comunitario sia individuale. Affrontare in modo intelligente tale minaccia significa intervenire su più livelli, utilizzando in modo efficiente competenze professionali e pensiero critico. A tale scopo, anche i social media, riconosciuti come il principale mezzo attraverso cui naviga la disinformazione, possono essere utilizzati come uno strumento utile per affrontare l’infodemia[2]. Le organizzazioni di sanità pubblica possono utilizzare i social media per prevenire o ridurre al minimo la diffusione di notizie false e sensibilizzare l’opinione pubblica diffondendo informazioni affidabili e comunicando attivamente con i gruppi target nella comunità. Inoltre, possono essere utilizzati come strumento educativo, aiutando a frenare la diffusione di informazioni false, insegnando alle persone come valutare criticamente la credibilità e l’affidabilità di tali informazioni e incoraggiandole a interrompere la condivisione di messaggi che contengono informazioni discutibili o non verificate. Conclusione È necessario promuovere una cultura della consapevolezza e della conoscenza. Occorre intensificare le azioni di formazione e sensibilizzazione, aiutando le persone ad acquisire strumenti per orientarsi tra informazioni e notizie. L’impatto a lungo termine delle conseguenze psicosociali dell’infodemia e dei suoi correlati a livello psicologico e sociale dipenderà dagli sforzi collettivi per costruire competenze personali e sociali adeguate basate sull’intelligenza e sulla resilienza per affrontare le sfide future. Fonti [1] World Health Organization (2020). Novel Coronavirus(2019-nCoV) Situation Report – 13. [2] Ying W and Cheng C (2021). Public Emotional and Coping Responses to the COVID-19 Infodemic: A Review and Recommendations. Front. Psychiatry 12:755938. doi: 10.3389/fpsyt.2021.755938 https://www.treccani.it/vocabolario/infodemia_(Neologismi)

Cara Rose, sei certa che Jack sia esistito davvero?

di Fabio Battisti “Non ho niente di lui, vive solo nei miei ricordi” Una Rose ultracentenaria è l’unica in grado in grado di ricordare una delle più belle storie d’amore d’inizio e fine del XX secolo. Lo sfondo cinematografico del Titanic sembra quasi una scusa per narrarla, soprattutto per giustificare la sua breve durata attraverso una tragedia nella sciagura. Ma siamo sicuri che il naufragio abbia avuto esclusivamente questa funzione? Le funzioni psichiche del cinema sono conosciute quanto sottovalutate e molteplici. L’idea della grande storia d’amore che termina suo malgrado ricorda tanto le mitiche vicende di “Via col vento” e “Casablanca”, nelle quali la relazione, cristallizzata nel tempo, permetteva al grande pubblico di immedesimarsi per via delle frustrazioni sentimentali del passato oppure per le insoddisfazioni correlate con la vita matrimoniale. In “Titanic” tuttavia la decisione non appartiene ad uno o entrambi i protagonisti, quanto a un fato cinico che tronca l’esistenza di uno dei due amanti. Quest’ultimo sembra tuttavia completare il “rituale iniziatico” che caratterizza il racconto stesso di Rose: le conferma che diventerà una donna libera, emancipata, sicura di sè, a prescindere dalle situazioni economiche e sociali nelle quali si ritroverà a vivere scambiando la sua identità con una ragazza defunta, totalmente speculare a quella di una ragazza ricca intrappolata in un destino di schiava e sull’orlo del suicidio. L’idea struggente dell’amore perduto appare un dazio obbligato, da pagare per essere salvata e traghettata verso una nuova vita, anagrafica e mentale. Il fatto è che Jack sembra fin troppo funzionale e curato, calato ad arte in quello che si rivelerà il processo evolutivo di Rose. Visto che di mezzo c’è una sciagura con in mezzo migliaia di vittime e questa ragazza a distanza di oltre 80 anni ricorda tutto…potrei concedermi una deformazione professionale? Uno shock del genere non avrà comportato un trauma, in grado di dare forma e contenuti al bisogno di essere salvata sia dalla morte fisica che da quella interiore? Come ricorda nel finale, “Jack mi ha salvato, in tutti i modi in cui una persona può essere salvata”: un Principe Azzurro, già di suo poco credibile, al confronto passerebbe per un dilettante. D’altra parte oltre a Jack vengono a mancare i suoi amici, mentre chi lo ha conosciuto non si potrà più riconfrontare con Rose per eventuali smentite. Esiste quindi la possibilità che non viva soltanto nei suoi ricordi, ma nella sua immaginazione. Inverosimile? Eppure stiamo parlando di un periodo storico nel quale Freud curava le “paralisi isteriche” e altre problematiche riguardanti quelle donne rispecchianti le condizioni sociali e psichiche di Rose, incastrate tra agiatezze economiche e vincoli culturali dell’epoca. Solo che non c’era tempo e spazio per la Psicoanalisi e tanto meno per gestire eventuali conseguenze post-traumatiche: l’esigenza di Rose di liberarsi dalla prigione dorata si sarebbe correlata al trauma stesso, includendovi la possibilità di un’ampia zona d’ombra dove nascondere un amore in ogni caso impossibile. C’è una forte possibilità che “My heart will go on” di Celine Dion si riferisca a una figura immaginaria? Scusatemi, non si tratta di un “esperimento sociale” per polarizzare l’odio di una generazione verso il mio mestiere. Non dimentichiamo che in ogni caso l’intera storia d’amore è di per sè un evento di fantasia, come tante trasposizioni cinematografiche.  Quello che potrebbe sorprendere in realtà sono le nostre capacità adattive, anche nei momenti più gravi, nei contesti più insopportabili e perfino nelle…patologie, seppur controproducenti in queste situazioni sono comunque un tentativo di tutela da qualcosa di insopportabile e devastante. In fondo, qualora Jack fosse stato veramente il frutto dell’immaginazione di Rose, chi avrebbe ritenuto giusto biasimarla?

Come si sviluppa l’affettività?

Con il termine affettività si intende lo sviluppo delle emozioni e dei sentimenti umani. Vediamo tappa per tappa come si sviluppano i sentimenti del bambino in base alle fasce d’età. Lo sviluppo affettivo del bambino è strutturato in passaggi: dal primo attaccamento alla figura materna, il bambino comincerà poco a poco a riconoscere e provare sentimenti nei confronti di altre figure familiari. Non tutti i bambini sono in grado allo stesso modo di verbalizzare o di mostrare i propri stati emotivi ed i propri sentimenti; spesso, dietro a reazioni violente, rabbiose o di chiusura, possono nascondersi motivazioni importanti. Le tappe dello sviluppo affettivo Da 0 a 7 mesi Le emozioni insorgono durante i primi mesi di vita del neonato. Esse sono da mettere in relazione alla piacevolezza o al disagio provati in base alla soddisfazione o meno dei bisogni primari del bambino. Il bambino percepisce lo stato emozionale del benessere quando questo arriva come soddisfacimento al disagio. Da 8 mesi La percezione di essere un sé separato dalla mamma, inizia nel bambino tra il settimo e l’ottavo mese: egli comincia a comprendere di essere una entità diversa alla mamma, dal papà e da tutte le altre figure che popolano la famiglia. Le emozioni istintive dei primi mesi lasciano il posto ai sentimenti come la gioia, la paura, l’angoscia e la rabbia. Il legame con la mamma si fa più consapevole: il bambino inizia a sperimentare il distacco dal suo punto di riferimento certo. Se questo passaggio viene affrontato serenamente, il bambino svilupperà un senso di benessere affettivo che lo accompagnerà nel corso di tutta la vita. Da 18 mesi Se il progressivo distacco dalla mamma è avvenuto in modo sereno e consapevole, il bambino avrà potuto quindi sviluppare una delle sue prime convinzioni: la sua mamma è una base sicura da dove partire, sapendo che al rientro è sempre pronta ad accoglierlo con un caldo abbraccio. Se il bambino vuole un gioco che non può ottenere o se desidera essere preso in braccio ma per qualche ragione questo non può avvenire, l’emozione della rabbia può dar l’avvio a un sentimento di impazienza. Dai 3 anni Il bambino a questa età, grazie allo sviluppo psico-neurologico, è decisamente più autonomo, anche nelle relazioni affettive: il sistema nervoso e motorio sono quasi completati. La socializzazione con gli altri bambini fa sì che i sentimenti inizino a essere proiettati anche verso persone diverse dalla propria famiglia. Ecco quindi i primi sentimenti contrastanti: le prime simpatie o antipatie verso coetanei con cui gioca in modo più o meno in sintonia. In questa fase non sono rari gli atteggiamenti aggressivi, come mordere o picchiare gli altri bambini. Di fatto il bimbo non è ancora in grado di controllare i propri stati emotivi. Dagli 11 anni È con l’adolescenza che i legami affettivi assumono una forma più simile ai sentimenti degli adulti. L’adolescente inizia a essere attratto sentimentalmente verso i coetanei dell’altro sesso: responsabile di questo nuovo comportamento sono i feromoni e l’assetto ormonale che proprio in questo periodo raggiunge il massimo equilibrio sia nelle ragazze sia nei ragazzi. Qual è il ruolo dei genitori? Lo sviluppo affettivo del bambino, di pari passo con quello cognitivo, necessita dell’aiuto e del sostegno dell’adulto, nella forma in cui i genitori rispondono in modo giusto e pronto alle manifestazioni emotive del piccolo, cercando di comprendere quali sono le sue esigenze e comunicando con lui.

Oltre la patologia: non siamo i nostri sintomi.

Come, la presenza della patologia, contribuisce ad accentuare l’immutabilità dell’immagine che abbiamo dell’altro? <<Io ti conosco>>. Le tre parole più pericolose in una relazione, le definiva la prof. del corso di filosofia morale, che chiudono il mondo del possibile e incasellano, rendendo immutabile, l’evolvere della relazione. Ma cosa succede quando siamo in presenza di una patologia?  Ne ho fatto sorprendentemente esperienza durante un turno notturno in casa famiglia. Sono le 22.00 ed è ora di andare a letto per i più piccoli che, come sempre, dopo un po’ di proteste si avviano nelle proprie camere. Tutti tranne P. P. dopo l’ultima visita dal neuropsichiatra ha da pochissimo cambiato terapia. Ora prende un antipsicotico a basso dosaggio che viene utilizzato, nei bambini, per trattare i disturbi della condotta. L’introduzione del nuovo farmaco è stata accolta con sorpresa ma anche legittimazione da parte di noi educatori. Quella sera, come quasi tutte, P. non vuole andare a letto per continuare a guardare la televisione. Noto distrattamente che stava guardando dei video Youtube su due uomini che costruiscono case in un villaggio, con il susseguirsi del giorno e della notte. <<Ci risiamo>>, penso tra me e me; così mi armo di pazienza mentre la accompagno verso la cameretta. P. fa meno storie del solito e, dopo qualche versetto di lamento, mi segue sbuffando. Quando arriviamo in stanza salta sul letto e, indicando la parete di fronte a lei, sguardo serio, dice <<guarda! Ci sono le stelle!>>. Automaticamente mi giro di scatto e, sbarrando gli occhi, dico:<<cosa?!>>. Il mio pensiero vola già al peggio: sta avendo delle allucinazioni?. P. esita alla vista della mia preoccupazione, e timidamente ripete:<< lì, guarda, ci sono le stelle! Si è fatta notte. E lì, stanno costruendo una casa>>. Comincia a percorrere con il suo piccolo indice ogni crepa e la rende stella, le macchie di pastello sul muro diventano casette. Ricostruisce le scene viste poco prima in tv come strategia di autocontenimento per tollerare la frustrazione! Interrompe la narrazione in attesa di una mia reazione, accennando ad un sorriso che attende conferma. Mi sento una sciocca e scoppio in un’allegra risata. Così presa dal sintomo che non ho lasciato spazio alla più semplice e pura delle ipotesi: il gioco spontaneo di un bambino! Mi siedo sul letto e la faccio accoccolare sulle mie gambe: << e poi?>>. Continuiamo a ripercorrere difetto dopo difetto rendendolo soggetto, oggetto, storia. Arricchiamo insieme la narrazione di nuovi particolari tra sorrisi e carezze, in un gioco magico perché privo di preconcetti. Noi non siamo i nostri sintomi.

Davvero le altre coppie sono più felici di noi?

Joshua Coleman è uno psicologo e ricercatore presso il Council on Contemporary Families. Ho letto un suo recente articolo sul tema del confronto: tutti noi siamo portati a paragonare la nostra esperienza con quella degli altri e molto spesso sovrastimiamo la loro felicità, il loro benessere o le loro competenze. Coleman parla, in particolare, della propria esperienza come terapeuta di coppia e rivela che molto spesso le coppie in terapia idealizzano le altre coppie, di amici o conoscenti. Questo succede, in maniera più o meno intensa, a tutti gli esseri umani: paragonarci agli altri è tipico della nostra natura sociale. I periodi di noia, di fatica e di insoddisfazione, in una relazione di coppia, sono tuttavia un dato prevedibile; da considerare fisiologico, più che preoccupante. John Gottman, professore emerito di psicologia dell’Università di Washington, ha determinato, con una lunga ricerca sul campo, che ben il 69% dei problemi tra i membri  di coppie sposate non viene in realtà mai risolto: gli scontri si verificano nella maggior parte dei casi su problemi di comunicazione, di denaro, di genitorialità o di divisione dei lavori domestici, che spesso restano tali. Si può invece intervenire sulla percezione e sulle modalità di azione e reazione. Perché ciò che distingue le coppie felici da quelle infelici non è il conflitto quotidiano in sé, ma il modo in cui ciascuna parte pensa ai dissapori e alle litigate e a come le interpreta nel rapporto con l’altro. E per quanto riguarda l’intesa intima? L’idea che le altre coppie abbiano una relazione fisica migliore, più eccitante, o forse solo più intensa, è molto comune, secondo le ricerche. Ma come sembrano concordare numerosi studi sociologici, i dati rilevano come il periodo più passionale per la grande maggioranza delle coppie sia di solito il primo anno della relazione; nel tempo, gli incontri con il partner avvengono una volta alla settimana e poi su base sempre più irregolare. Anche qui, la nostra tendenza al confronto, ci porta fuori strada nelle opinioni che abbiamo degli altri e delle loro relazioni.: il confronto sociale è la migliore ricetta per l’infelicità: non è difficile pensare a quanto fanno i social in questo campo, nell’aumentare i confronti e l’insoddisfazione degli individui e delle coppie. In ogni caso, sapere che nella maggioranza assoluta dei casi tendiamo a sovrastimare l’erba del vicino, come già la saggezza popolare sostiene da sempre e come dimostrato dai risultati delle ricerche piscologiche e sociali, può aiutare a capire che spesso ci illudiamo, a nostro unico svantaggio: non possiamo infatti conoscere la verità delle relazioni delle altre coppie dall’esterno. Possiamo imparare a ridimensionare e a osservare: si può apprendere molto dalle coppie che sembrano fare sia meglio sia peggio di noi. È un ottimo antidoto contro la trappola del confronto a nostro sfavore: molte ricerche sottolineano come i coniugi esaminati, ascoltando le storie degli altri, abbiano provato sollievo e sorpresa nello scoprire che non erano gli unici a Questo ha notevolmente  ridotto la sensazione di isolamento e di disapprovazione che provavano verso sé stessi e il proprio compagno o la propria compagna. In sostanza, dietro le vite apparentemente ideali, della nostra o delle altre coppie, ci sono sofferenze e battaglie: come quelle di tutti gli altri. Mal comune, mezzo gaudio, dunque? No, di certo. Ma avere una dimensione più realistica di ciò che avviene statisticamente nelle vite degli altri, aiuta a comprendere, accettare e dare più valore alle nostre relazioni; e a giudicarle in modo più comprensivo e meno severo. E forse con un po’ di ottimismo in più.

Come riprendere il controllo della mente con il Brain Dump

brain dump

Viviamo dell’epoca dell’iperconnessione e dell’infodemia. Siamo costantemente subissati da una grande mole di informazioni provenienti dall’esterno. A questi stimoli si aggiungono i nostri pensieri, a volte ingombranti e non sempre gestibili. Lo sanno bene gli overthinker : i “pensatori seriali” che pensano troppo e spesso fanno fatica a tradurre i pensieri in azioni.Quando il cervello rimugina in continuazione consuma molte energie e genera stress e stanchezza, sia fisica che mentale. Esiste però una tecnica per riprendere il controllo della propria mente e governare il proprio cervello e si chiama Brain Dump. Cos’è Il Brain Dump? Il Brain dump, dall’inglese letterale “scaricamento del cervello”, è una tecnica che consente di riordinare la mente e organizzare i pensieri, così da incanalare le nostre energie in obiettivi traducibili in azioni. Questo metodo ci insegna a governare la mente e a liberarla da tutto ciò che ci affligge o non è necessario, sgombrandola definitivamente. Imparando a gestire i pensieri rafforziamo la concentrazione, la forza di volontà e l’organizzazione. Il Brain Dump va inteso come un flusso di coscienza: occorre prendersi un momento per trasferire su carta o in modalità digitale (a seconda delle preferenze), il fiume in piena di pensieri che affollano la nostra mente. In questo modo le informazioni saranno “archiviate” in una sorta di memoria esterna, avremo modo così di decodificarle lucidamente e gestirle una alla volta. I benefici del Brain Dump Una volta appreso, questo metodo può essere utilizzato in tutti i contesti: per l’organizzazione delle task lavorative; per gli impegni quotidiani della vita domestica; per la pianificazione del tempo libero e per gli obiettivi di crescita e organizzazione personale. Lo scopo del Brain Dump è ridurre il sovraccarico del nostro cervello, incrementando la concentrazione e quindi il rendimento e la produttività. Dissipando la confusione riusciamo a isolare le problematiche e a individuare soluzioni. Avere il pieno controllo sulla nostra vita ci aiuta a ridurre lo stress e ad avere maggior consapevolezza e autostima. Come renderlo utile Una volta sbrogliata la matassa della nostra mente e trasferita su carta (o pc), è importante dare seguito alle azioni traducendole in task operative. In questo modo non solo creiamo abitudini positive, ma alleniamo il nostro cervello a lavorare diversamente, in modo più smart ed efficiente.

Ok Boomer! : Pregiudizio generazionale o accusa reale?

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L’espressione Boomer è utilizzata da molti giovani come sinonimo di vecchio, anziano. I Boomer, infatti, sono la generazione cresciuta in pieno boom economico. Lo sviluppo dell’economia post-bellico, la guerra fredda, le lotte sociali sono alcuni degli scenari di crescita e formazione degli attuali over 50. Agli occhi delle generazioni successive, i boomers sono considerati dei privilegiati. Essi hanno goduto di un progressivo benessere economico, sociale e sanitario, che gli ha permesso di trovare lavoro facilmente, soprattutto nel settore pubblico. Hanno avuto la possibilità di accumulare denaro e di beneficiare di cure mediche a costi ridotti. Sono i pensionati o quelli che lo diventeranno a breve: essi hanno vissuto nell’agio e nelle comodità, creato una società consumistica, per nulla conservatrice e soprattutto egoista riguardo al futuro. La principale accusa degli zoomers e dei millennials alla generazione precedente è riferibile ai cambiamenti climatici e alla crisi economica, di cui sono costretti a pagarne le conseguenze. Il conflitto generazionale si evidenzia anche nell’utilizzo degli apparati tecnologici: spesso i giovani li considerano, per così dire, fuori dal mondo, perché non si adeguano ai repentini cambiamenti. Considerano, ad esempio, ormai passate, le lettere e le cartoline, che invece conservano un fascino romantico. D’altro canto, i boomer accusano i giovani di essere troppo concentrati sui loro telefoni, a discapito delle relazioni umane. Pongono troppo l’attenzione sulla tecnologia e poco sulla manualità, con conseguente perdita di creatività e fantasia. Come ogni cosa che evolve nel tempo, bisogna anche qui, considerare che ogni generazione porta con se aspetti positivi e negativi. Essi saranno sempre oggetto di discussione tra le parti.

Il silenzio grande

di Antonella Buonerba “Il silenzio grande” è il titolo di un bellissimo film di Alessandro Gassman ambientato in una prestigiosa dimora napoletana, villa Primic. Più che ad un film, mi è sembrato di assistere ad una rappresentazione teatrale, sia per la profondità dei dialoghi dei protagonisti, sia perché  le scene si svolgevano  in pochi ambienti, le stanze della casa, e in particolare nello studio del padre. Questi, importante scrittore di romanzi, si trincea per una vita proprio lì, nel suo studio e lavora ai suoi libri. Ad un certo punto, la vendita della casa diventa una inevitabile necessità per risanare le finanze della famiglia e quindi un importante motivo di discussione nonché il punto cruciale dove si annodano le relazioni familiari aggrovigliate da lunghi anni di faticosi silenzi. La moglie e i due figli del protagonista, Valerio, si avvicendano, davanti alla porta dello studio  e, richiamati dalla musica, bussano, entrano, cercando di farsi spazio tra le numerose occupazioni di colui che, pur nelle sue tante mancanze, ha costituito un punto di riferimento per l’intera famiglia. Solo alla fine del film lo spettatore si accorge che quelli che potevano sembrare dei dialoghi tra Valerio e sua moglie Rose prima, e con ognuno dei suoi figli poi, sono in realtà dei monologhi : nessuno è in grado di sentire l’altro perché ormai Valerio è morto. Come è potuto succedere? “I piccoli silenzi fanno un grande silenzio” dice la saggia cameriera Cettina “la vera anima della casa” che, con la scusa di spolverare e dare un ordine alle centinaia di libri accatastati sulle mensole delle librerie, si insinua nello studio, aiuta Valerio a riflettere, a capire, origlia, ammicca, sdrammatizza con la saggezza e l’ironia di chi è stato in mezzo alla gente e che di libri non ne ha letto manco uno. Il primo principio de “La Pragmatica della comunicazione umana ” di Watzlawick recita che ” non si può non comunicare”. Pertanto anche il silenzio è pregno di significato e assume valore comunicativo a seconda del contesto e delle situazioni che viviamo. Che valore attribuiamo al silenzio? C’è una differenza enorme tra chi il silenzio lo crea e da chi lo subisce. Esso pone comunque una distanza che dà adito alle interpretazioni più svariate: i dubbi, i pensieri e le parole si stemperano o si ingigantiscono nei non detti, in quelle emozioni legate ai ricordi, nelle domande a cui non abbiamo potuto avere una risposta. Il silenzio mette le persone interessate in una situazione di attesa, nel tentativo disperato di bussare a delle porte che non si aprono, perché, forse, dall’altra parte, c’è qualcun altro che si sente bloccato da un vissuto che appartiene esso stesso a un passato di silenzi, indifferenza e abbandoni, proprio come il nostro protagonista.  Ad un certo punto Valerio vuole rompere il silenzio perché allarmato dalle difficoltà della vita dei suoi cari, vorrebbe consigliarli, stare loro vicino, accompagnarli nelle scelte, nelle decisioni. Ma gli altri, ormai, sono già al di là del silenzio, delle porte e della casa.La richiesta del perdono diventa un atto obsoleto, una nota stonata che si frappone nel racconto di chi ha dovuto ritrovare da solo le strade della vita, con la forza della sua volontà. Che cosa rimane? Valerio e Rose si concedono un ultimo ballo. In quei pochi attimi di luce riprendono vita i ricordi di una vita e l’amore vissuto nell’assolutezza dei sentimenti da una parte, e nella concretezza dei giorni dall’altra. Rose va via e non  si sente più sopraffatta dalla pesantezza della vita. Si chiude la porta di casa alle spalle, la sua casa, lasciando il passato dissolversi nella polvere che non ha nemmeno più i mobili dove posarsi. Bibliografia: Paul Watzlawick “Pragmatica della comunicazione umana”