
Quando una persona che sta affrontando un percorso di uscita dalla dipendenza ricade, la prima sensazione è spesso quella di essere tornata al punto di partenza.
“Dopo tutto quello che ho fatto, sono di nuovo qui.”
La ricaduta sembra cancellare il percorso fatto fino a quel momento. Gli sforzi, le rinunce, le consapevolezze acquisite sembrano perdere improvvisamente valore. E insieme alla ricaduta arriva spesso il senso di colpa, che può alimentare proprio quel circolo vizioso di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente: ricado, mi sento in colpa, cerco di nascondere o anestetizzare quel sentimento attraverso la sostanza o il comportamento, e così la situazione peggiora.
Ma c’è un altro modo di guardare alla ricaduta.
La ricaduta non arriva dal nulla
Una ricaduta difficilmente “capita” semplicemente.
Questo non significa negare l’importanza delle circostanze. Un determinato luogo, incontrare alcune persone, vivere una situazione particolarmente stressante o ritrovarsi in un contesto associato al comportamento di dipendenza possono aumentare il rischio.
Ma questi elementi, da soli, non spiegano tutto.
La ricaduta viene spesso costruita attraverso una sequenza di piccoli passaggi. Un litigio che si alimenta, una situazione che viene cercata o provocata. In alcuni casi la persona finisce persino per creare inconsapevolmente le condizioni che renderanno più probabile l’uso.
È qui che la dipendenza mostra una delle sue caratteristiche più sottili: non è necessario decidere consapevolmente “voglio ricadere”. È sufficiente iniziare a muoversi, passo dopo passo, nella direzione che porta alla ricaduta.
Cosa può insegnarci una ricaduta?
Se la ricaduta viene considerata soltanto come un fallimento, la domanda diventa: “Perché l’ho fatto di nuovo?”
Se invece viene osservata, può diventare una domanda molto più utile: “Come ci sono arrivato?” Quali emozioni ho provato nelle ore o nei giorni precedenti? Quali situazioni ho cercato o evitato? Quali segnali non ho riconosciuto?
E soprattutto: cosa mi ha dato davvero quell’esperienza?
Molto spesso, una volta superata l’immediatezza del momento, emerge un dato importante: il problema che la persona sperava di risolvere attraverso la sostanza o il comportamento non è stato risolto. Al contrario, si è spesso aggiunto un nuovo problema a quello precedente.
La ricaduta, allora, può diventare una fonte di informazioni preziose sul funzionamento della propria dipendenza.
Diventare più bravi a riconoscere i segnali
Valorizzare una ricaduta non significa considerarla positiva, né minimizzarne le conseguenze.
Significa non sprecare ciò che può insegnare.
La persona può imparare a riconoscere prima la rabbia che la porta a cercare uno scontro, il bisogno di isolarsi, il pensiero che comincia a giustificare l’uso, la ricerca di determinate situazioni o persone. La volta successiva potrebbe accorgersene prima.
Non si tratta semplicemente di imparare a dire “no” alla sostanza. Si tratta di diventare progressivamente più capaci di riconoscere tutto ciò che, dentro e fuori di noi, può condurre verso quel “sì”.
Cadere non significa tornare al punto di partenza
Uscire da una dipendenza non è necessariamente un percorso lineare.
Il punto non è fare in modo che la ricaduta non sia mai possibile. Il punto è diventare progressivamente più capaci di riconoscere ciò che la precede, di interrompere prima la sequenza e di costruire strumenti nuovi.
Una persona che ricade non è necessariamente la stessa persona che aveva iniziato il percorso.
Ha fatto esperienza. Ha acquisito consapevolezze. E, se riesce a guardare anche quella caduta senza trasformarla in una condanna, può tornare al percorso con qualcosa in più.
Per questo ricadere non significa necessariamente tornare indietro.
A volte significa fermarsi, guardare attentamente dove si è caduti e imparare a riconoscere, la prossima volta, quel tratto di strada qualche passo prima.


