Il coping diadico: la Teoria sistemico-transazionale di Bodenmann

Tradizionalmente i costrutti di stress e coping sono stati studiati come fenomeni a livello individuale (Donato, 2014; Iafrate, Bertoni, Barni e Donato, 2009; Papp & Witt, 2010), concentrandosi principalmente sul modo in cui le persone percepiscono, valutano e fronteggiano lo stress individualmente. Tuttavia, quando si prende in considerazione una coppia in una relazione romantica, non si possono escludere gli aspetti di interdipendenza della coppia. Quindi, la nascita del costrutto di coping diadico rappresenta una possibile riformulazione dei processi di coping che sono stati studiati da un punto di vista individuale, in chiave relazionale (Iafrate, Bertoni, Barni e Donato, 2009). Il coping diadico è un processo nel quale gli individui di una coppia riescono ad affrontare insieme un evento stressante, utilizzando le risorse individuali e relazionali della coppia stessa. In letteratura possiamo ritrovare varie concettualizzazioni di questo costrutto, nello specifico, attraverso una rassegna effettuata nel 2014 (Donato), il coping diadico viene definito come l’interazione tra gli sforzi di coping dei partner; l’insieme delle strategie di coping che ciascun partner mette in atto allo scopo di tutelare il benessere dell’altro o della relazione; e un processo diadico in cui entrambi i partner sono coinvolti. Quest’ultimo definisce il coping diadico come un processo transazionale che ha inizio con la partecipazione e il coinvolgimento di entrambi i partner della coppia, tale approccio è descritto nella Teoria sistemico-transazionale di Bodenmann. Bodenmann (1995) inizia a sviluppare la sua teoria negli anni Novanta partendo dal modello di Lazarus e Folkman (1984), considerando lo stress sia un fenomeno individuale sia diadico, che può portare ad una valutazione condivisa dell’evento stressante. Quindi, lo studioso riconosce il ruolo del coping individuale ma sottolinea l’importanza di considerare il coping diadico quando si studiano le coppie. Secondo Bodenmann, lo stress diadico può essere indiretto o diretto. Lo stress diadico indiretto si verifica quando uno dei partner sperimenta stress a causa di un evento o di una situazione che non coinvolge direttamente l’altro partner. Ad esempio, un partner può essere stressato per un lavoro difficile, per un problema di salute o per un lutto familiare. Se il partner che sta vivendo l’evento stressante è in grado di fronteggiare il problema da solo, lo stress rimane a livello individuale. Tuttavia, se gli sforzi individuali di gestione dello stress falliscono, la persona stressata può esprimere le sue preoccupazioni al partner e chiedere il suo supporto. Lo stress diadico diretto, invece, si verifica quando un evento o una situazione stressante colpisce entrambi i partner contemporaneamente o con la stessa intensità. Il coping diadico può essere sia positivo che negativo, in quanto è multidimensionale, poiché a seconda della situazione, delle valutazioni, delle competenze degli individui e degli obiettivi individuali e diadici può essere espresso in diversi stili. Bodenmann distingue tre stili positivi: coping diadico supportivo, quando un partner supporta l’altro o esprime solidarietà e comprensione; coping diadico comune, quando sono coinvolti entrambi i partner in modo simmetrico per superare un problema; coping diadico delegato, quando il partner che deve affrontare l’evento stressante chiede esplicitamente aiuto all’altro, che prende su di sé le incombenze, cercando di alleviare lo stress. E tre stili di coping diadico negativi: il coping diadico ambivalente, riguarda a una forma di sostegno in cui il partner esprime riluttanza ad aiutare, perché il supporto può essere visto come inutile o non necessario. il coping diadico superficiale, riguarda il fornire aiuto all’altro ma in modo non sincero. il coping diadico ostile, è una reazione ostile che può avere il partner percependo i segnali di stress dell’atro, e può esprimersi attraverso commenti negativi, ignorando o non prendendo sul serio il problema. Ad oggi, per quanto lo studio del coping diadico non è così tanto diffuso, le ricerche evidenziano come un coping diadico positivo può avere benefici per il benessere della relazione e dei suoi partner (Donato, 2014). Per questo motivo in presenza di una malattia cronica, il supporto di un coping diadico positivo può essere uno strumento importante per il benessere del singolo, della coppia e della relazione (Foresi, 2015). Bibliografia Bodenmann G. (1995). A systemic-transactional view of stress and coping in couples. Swiss Journal of Psychology, 54, 34-49. Donato, S. (2014). Il coping diadico, ovvero far fronte allo stress insieme: una rassegna della letteratura. Giornale italiano di psicologia, Rivista trimestrale. 3, pp. 473-504. Foresi, P. (2015). Stili di coping diadico nella relazione di coppia. Piesse, 2 (7-2). Iafrate, R., Bertoni, A., Barni, D. e Donato, S. (2009). Congruenza percettiva nella coppia e stili di coping diadico. Psicologia sociale, Social Psychology Theory & Research. 1, pp. 95-114. Lazarus R.S., Folkman S. (1984). Stress, appraisal, and coping. New York: Springer. Papp, L. M & Witt, N. L. (2010). Romantic Partners’ Individual Coping Strategies and Dyadic Coping: Implications for Relationship Functioning. Journal of Family Psychology, Vol. 24, No. 5, 551–559
Il Coping: fronteggiare lo stress

Lo stress è una reazione naturale dell’organismo a stimoli che vengono percepiti come minacciosi, può essere causato da fattori interni o da fattori esterni, ed è utile all’organismo perché permette di adattarci ai cambiamenti. Le risposte allo stress coinvolgono reazioni fisiologiche, emotive, cognitive e comportamentali. Quando lo stress diventa eccessivo può causare alterazioni patogenetiche e la patologia diventare a sua volta un fattore di stress. Ad oggi le ricerche moderne evidenziano che la relazione tra stress e salute è complessa e dipende da diversi fattori, tra cui la predisposizione genetica e l’esposizione a fattori ambientali. Le persone non sono ugualmente vulnerabili allo stress e lo affrontano in modo diverso, questo può cambiare in base alle caratteristiche sia personali che sociali, ma anche dal modo in cui le persone interpretano e valutano gli eventi o le esperienze pregresse, le caratteristiche sociodemografiche e di personalità. Tutti questi fattori possono interagire tra loro in modo complesso. Quando parliamo del modo in cui le persone fronteggiano situazioni stressanti o eventi traumatici, ci riferiamo al concetto di coping, questo termine deriva dal verbo inglese to cope e significa “far fronte”. Negli anni sono state proposte svariate classificazioni delle strategie di coping, ma tra quelle più conosciute c’è la classificazione proposta da Lazarus e Folkman nel 1984. Gli autori distinguono tra coping problem-focused (focalizzato sul problema) e coping emotion-focused (focalizzato sulle emozioni). Il primo ha la funzione di rimuovere, evitare o ridurre il rischio di conseguenze dannose che potrebbero derivare da un evento stressante. Inoltre, il coping focalizzato sul problema trova espressione in due fattori denominate coping attivo e di pianificazione. Il coping focalizzato sulle emozioni cerca di ridurre l’impatto delle reazioni emozionali negative attraverso varie risposte, ed è caratterizzato da quattro fattori, l’autocontrollo, la rivalutazione positiva, l’assunzione di responsabilità e il distanziamento. Altri autori hanno fatto una distinzione tra l’approach o engagement coping (coping di approccio) e l’avoidance o disengagement coping (coping di evitamento). Il primo comprende le strategie finalizzate a gestire il problema o centrate sulle emozioni negative ad esso collegate come, ad esempio, la ricerca di supporto sociale o la ristrutturazione cognitiva. Il secondo comprende le strategie finalizzate ad evitare il problema e le emozioni ad esso collegate, come, ad esempio, evitamento, distrazione o l’uso di sostanze. Riferimenti Bibliografici Ricci-Bitti, P. E., Gremigni, P. (2013). Psicologia della Salute. Modelli Teorici e contesti applicativi. (2013). Carocci Editore. Sica, C., Magni, C., Ghisi, M., Altoè, G., Sighinolfi, C., Chiri, L. R., & Franceschini, S. (2008). Coping Orientation to Problems Experienced-Nuova Versione Italiana (COPE-NVI): uno strumento per la misura degli stili di coping. Psicoterapia cognitiva e comportamentale, 14(1), 27
L’alessitimia

Il termine alessitimia o alexitimia deriva dal greco (a- significa «mancanza», lexis «parola» e thymos «emozione») con il significato di “mancanza di parola per esprimere le emozioni” ed è stato coniato da Sifneos nel 1973 successivamente ad una serie di colloqui effettuati con pazienti con malattie psicosomatiche classiche. Ad oggi, possiamo definire l’alessitimia un costrutto dimensionale o tratto di personalità (Taylor, Bagby, Parker, 1991). Le persone alessitimiche hanno difficoltà a mentalizzare i propri stati mentali interni e per questo possono avere difficoltà a gestire le proprie emozioni in modo sano. Possono essere più propensi a reagire in modo impulsivo o compulsivo (ad esempio abbuffarsi di cibo o l’abuso di sostanze) (Caretti, La Barbera, 2005). Il concetto di alessitimia (Nemiah, Freybarger e Sifneos, 1976) è multisfaccettato in quanto costituito: dalla difficoltà nell’identificare e descrivere le proprie emozioni (con un vocabolario emotivo limitato), dalla difficoltà nel distinguere i sentimenti emotivi dalle sensazioni corporee, uno “stile di pensiero orientato all’esterno”, un’immaginazione e attività fantasmatica limitata. Per comprendere a pieno l’alessitimia, è importante capire la differenza tra emozioni (emotions) e sentimenti (feelings). Le emozioni (emotions) sono risposte biologiche innate che sono mediate dal sistema nervoso centrale. Sono spesso accompagnate da cambiamenti fisici, come il battito cardiaco accelerato, la sudorazione o la tensione muscolare. Le emozioni sono fondamentali per la sopravvivenza della specie, poiché ci aiutano a rispondere a situazioni di pericolo o di stress. I sentimenti (feelings), invece, sono esperienze soggettive che si basano sulle emozioni. Sono mediati dal cervello e dipendono da fattori individuali, come la cultura, le esperienze personali e le credenze. I sentimenti ci aiutano a comprendere e interpretare le nostre emozioni. Le persone alessitimiche hanno difficoltà a comprendere e interpretare i loro sentimenti. Possono provare emozioni, ma non sono in grado di identificarle o di descriverle in modo appropriato. Possono anche avere difficoltà a comprendere le emozioni degli altri (Taylor, 2004). Bibliografia Caretti, V., & La Barbera, D. (2005). Alessitimia. Valutazione e trattamento. Roma: Astrolabio Nemiah, J. C., Freyberger, H., & Sifneos, P. E. (1976). Alexithymia: A view of the psychosomatic process. In O. W. Hill (Ed.), Modern trends in psychosomatic medicine (Vol. 3; pp. 430-439). London: Butterworths. Sifneos, P. E. (1973). The prevalence of “alexithymic” characteristics in psychosomatic patients. Psychotherapy and Psychosomatics, 22(2-6), 255–262. Taylor, G. J. (2004). Alexithymia: 25 years of theory and research. In I. Nyklíček, L. Temoshok, & A. Vingerhoets (Eds.), Emotional expression and health: Advances in theory, assessment and clinical applications (pp. 137–153). Brunner-Routledge. Taylor, G. J., Bagby, R. M., & Parker, J. D. (1991). The alexithymia construct: A potential paradigm for psychosomatic medicine. Psychosomatics: Journal of Consultation and Liaison Psychiatry, 32(2), 153–164.
La relazione cogenitoriale e coniugale

L’importanza di studiare le transizioni familiari è stata ampiamente enfatizzata dalla teoria familiare, in quanto i cambiamenti che avvengono nel sistema familiare richiedono un adattamento e una riorganizzazione dell’intera unità. Il passaggio alla genitorialità viene riconosciuto come impegnativo, in quanto richiede ai nuovi genitori degli adattamenti. Cowan et al. (1985) hanno individuato cinque aree che subiscono profondi cambiamenti nel momento della transizione alla genitorialità che sono: l’identità e la vita interiore; i ruoli e la relazione coniugale, che comportano un adattamento alle diverse divisioni del lavoro intra ed extrafamiliare con una nuova suddivisione dei ruoli; i ruoli e le relazioni esterne; i ruoli e le relazioni intergenerazionali; e infine, la modalità di assunzione del ruolo genitoriale. Per questo motivo, la soddisfazione coniugale tende a diminuire durante questo periodo, mentre aumenta il conflitto coniugale (Gottman, 1994; Doss, et al., 2009; Lawrence, et al., 2008; Mitnick, et al., 2009). Alcuni ricercatori sottolineano che i coniugi che sperimentano fiducia e affetto durevoli l’uno verso l’altro possono essere più predisposti a lavorare in modo cooperativo nel dominio della cogenitorialità (Christopher, et al., 2015; McHale e Fivaz-Depeursinge 1999; Schoppe Sullivan & Mangelsdorf, 2013). Inoltre, la ricerca evidenzia che i matrimoni caratterizzati da sostegno e amore, quando hanno un bambino piccolo, hanno un’influenza positiva sulla cogenitorialità (Cox et al. 1999, b; Schoppe-Sullivan et al. 2004); al contrario il conflitto coniugale è stato associato al coparenting competitivo (Krishnakumar e Buehler 2000). La ricerca nell’ambito della cogenitorialità si è, quindi, domandata su quale fosse il rapporto tra i processi coniugali e cogenitoriali (Ardone & Chiarolanza, 2007). È importante considerare che la cogenitorialità è teorizzata ad un livello triadico o dell’intera famiglia, mentre la relazione coniugale si struttura ad un livello diadico. La teoria sistemico familiare considera la relazione coniugale e la relazione coparentale come due sottosistemi diversi, ma interconnessi e interdipendenti tra di loro. L’analisi della letteratura fornisce un supporto empirico parziale ma rilevante rispetto a questa ipotesi, in quanto evidenzia una connessione tra la relazione coniugale e cogenitoriale. Da un punto di vista coniugale le coppie che si definiscono soddisfatte mostrano più calore, cooperazione, supporto reciproco e meno conflittualità quando interagiscono di fronte ai figli, rispetto alle coppie insoddisfatte (Lewis, Tresch-Owen & Cox, 1988). Altri ricercatori (Erel & Burman, 1995) hanno sostenuto che la cogenitorialità può essere influenzata dal conflitto coniugale. Inoltre, come riportato dalle autrici R. Ardone e C. Chiarolanza (2007, pag. 166): «la presenza di uno squilibrio di potere nella relazione coniugale si legherebbe a una maggiore discrepanza tra padre e madre nel coinvolgimento parentale», con le madri maggiormente coinvolte nelle relazioni triadiche. La discrepanza di potere nella coppia e nella relazione con bambini può portare a varie situazioni familiari: un partner ha potere in entrambe le aree; oppure un partner ha più potere nell’area coniugale e l’altro nell’area genitoriale in modo compensatorio. La relazione coparentale è una componente dinamica che in parte è distinta sia dalla relazione coniugale e da quella genitore-figlio. La letteratura ha evidenziato che il comportamento coparentale esercita sullo sviluppo infantile un’influenza maggiore di quella esercitata dal comportamento coniugale (McHale & Rasmussen, 1998). Margolin, Gordis e John (2001) sottolineano che la cogenitorialità può essere considerata un fattore che media l’associazione tra relazione coniugale e genitorialità. Una cogenitorialità funzionale può supportare anche la relazione genitoriale diadica, permettendo così che si rimettano in equilibrio il peso e l’ansia delle responsabilità parentali, prevenendo percorsi depressivi da parte di ciascun genitore che si può trovare a vivere una condizione emotiva di solitudine (Ardone & Chiarolanza, 2007). Per comprendere come i cambiamenti nella qualità coniugale possono avere effetti sul processo cogenitoriale esistono tre ipotesi: l’ipotesi dello Spillover, l’ipotesi Compensatoria e l’ipotesi del Fattore Comune. L’ipotesi dello Spillover o ipotesi del riversamento (Easterbrooks & Emde, 1988) sostiene che, se i genitori sperimentano delle relazioni matrimoniali soddisfacenti saranno più disponibili e sensibili nei confronti dei bisogni del figlio e nel caso di relazioni insoddisfacenti possono essere meno disponibili e sensibili verso i figli; questa ipotesi è la più studiata e confermata in letteratura. L’ipotesi Compensatoria (Engfer, 1988; Goldberg & Easterbrooks, 1984) sostiene, invece, una relazione inversa tra soddisfazione coniugale e qualità della relazione genitoriale. Ciò implica che un livello elevato di stress coniugale può incrementare l’attenzione dei genitori nei confronti dei bisogni dei figli, per compensare la soddisfazione carente nell’altro sottosistema (Engfer, 1988; Goldberg & Easterbrooks, 1984). Infine, l’ipotesi del Fattore Comune propone che le caratteristiche di personalità dei genitori potrebbero essere ritenute come variabili esplicative alla base sia della relazione instaurata con il figlio che di quella fra i partner (Binda, 1996). Tra i pochi studi longitudinali che esaminano le relazioni familiari e il loro impatto sulla genitorialità e sullo sviluppo del bambino, vi è la ricerca di Christopher, et al., (2015); i risultati di questa ricerca insieme agli studi recenti suggeriscono che il modo in cui la qualità coniugale si collega e influenza la genitorialità può essere diverso per madri e padri. Questo perché esistono ruoli diversi tra i genitori nel sistema familiare. Pertanto, sebbene sia le madri che i padri sperimentino emozioni negative in seguito a una qualità coniugale compromessa, la ricerca ci porta a pensare che la genitorialità dei padri può essere maggiormente influenzata negativamente dal conflitto interparentale rispetto alla genitorialità delle madri (Christopher, et al., 2015; Harold et al. 2012; Coiro & Emery, 1998; Levenson & Gottman, 1985; Wang & Crane, 2001). Ad oggi, nonostante alcuni dati empirici, la comprensione del rapporto tra il sottosistema coniugale e quello cogenitoriale non è completa (Margolin, Gordis & John, 2001). Complice di questa poca chiarezza è sicuramente la mancanza di ricerche longitudinali, ma anche ricerche che hanno utilizzato misure pre-natali della coniugalità, valutazioni dei genitori sulle aspettative della genitorialità prima della nascita del figlio o una singola misura della coniugalità nello stesso momento della valutazione della cogenitorialità (Christopher, et al., 2015). La letteratura sulle dinamiche di coparenting per quanto sia ancora in evoluzione, sottolinea l’importanza di creare interventi che sostengano la transizione alla genitorialità per i coniugi e che promuovano la qualità coniugale durante questa
L’influenza della madre nella relazione padre-bambino: Maternal Gatekeeping

La relazione che un padre può instaurare con i propri figli può essere facilitata o ostacolata da più fattori, uno di questi è il comportamento della madre. Dalla letteratura scientifica si evince che i padri sono maggiormente coinvolti nello sviluppo dei loro bambini quando i cogenitori si sostengono a vicenda nei loro ruoli genitoriali (Hohmann-Marriott 2011). Sarah M. Allen e Alan J. Hawkins hanno utilizzato il termine “maternal gatekeeping” per indicare «un insieme di credenze e comportamenti che inibiscono uno sforzo collaborativo tra uomini e donne nel lavoro familiare limitando le opportunità degli uomini nel prendersi cura della casa e dei bambini». Le madri possono svolgere il ruolo di gatekeeper (custode), ostacolando ma anche incoraggiando e sostenendo il coinvolgimento dei padri (DeLuccie, 1995; Fagan & Barnett, 2003). Le prime ricerche sul gatekeeping materno si sono concentrate esclusivamente sui comportamenti scoraggianti delle madri che influenzavano il coinvolgimento paterno nella relazione con i figli in famiglie sposate e in coppie con padri residenti (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018). Tuttavia, i ricercatori hanno sottolineato che un’attenzione esclusiva dei comportamenti scoraggianti è troppo ristretta per catturare l’intera gamma dei comportamenti che le madri potrebbero mostrare nei confronti dei padri. In aggiunta, gli stessi evidenziano che le madri sono capaci anche di impegnarsi in comportamenti incoraggianti e di sostegno che potevano migliorare la qualità delle relazioni padre-bambino (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018; Puhlman & Pasley, 2013; Schoppe-Sullivan, et al., 2008; Van Egeren & Hawkins, 2004). Da una ricerca di Fagan e Barnett (2003) si evidenzia come le madri che attribuivano maggiore valore al ruolo dei padri riferivano che i padri erano più coinvolti. Inoltre, le madri che consideravano i padri come genitori competenti avevano meno probabilità di attuare comportamenti di gatekeeping. Le ricerche in questo campo, però, hanno utilizzato principalmente – se non esclusivamente – i resoconti delle madri sul coinvolgimento del padre. Le valutazioni future dovrebbero misurare il gatekeeping materno mediante osservazioni, ciò potrebbe fornire una valutazione più pura del costrutto (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018). Inoltre, la ricerca si è concentrata maggiormente sulla quantità del coinvolgimento del padre – tramite self-report – piuttosto che sulla qualità della genitorialità dei padri – tramite osservazioni – che è maggiormente determinante per lo sviluppo socio-emotivo dei bambini (Pleck, 2010). Bibliografia Allen, S. M., & Hawkins, A. J. (1999). Maternal gatekeeping: Mothers’ beliefs and behaviors that inhibit greater father involvement in family work. Journal of Marriage and the Family, 61, 199–212. Altenburger, L. E., Schoppe-Sullivan, S. J., & Kamp Dush, C. M. (2018). Associations between maternal gatekeeping and fathers’ parenting quality. Journal of Child and Family Studies, 27(8), 2678–2689. Hohmann-Marriott, B. (2011). Coparenting and father involvement in married and unmarried coresident couples. Journal of Marriage and Family, 73, 296–309. Pleck, J. H. (2010). Paternal involvement: Revised conceptualization and theoretical linkages with child outcomes. In E. M. Lamb (Ed.). The role of the father in child development, (58-93). Wiley. Schoppe-Sullivan, S. J., Brown, G. L., Cannon, E. A., Mangelsdorf, S. C. & Sokolowski, M. S. (2008). Maternal gatekeeping, coparenting quality, and fathering behavior in families with infants. Journal of Family Psychology, 22, 389–398. Van Egeren, L. A. & Hawkins, D. P. (2004). Coming to terms with coparenting: Implications of definition and measurement. Journal of Adult Development, 11, 65–178.
IL PADRE IN UNA PROSPETTIVA ECOLOGICA E SISTEMICA

Per un lungo periodo la figura della madre è stata considerata il principale caregiver del bambino mentre la figura paterna è stata esclusa e non considerata nello scenario di cure. Anche le ricerche scientifiche hanno avuto un ruolo rilevante in questa assenza. È negli anni ’70 che alcuni studiosi hanno iniziato a dare più credito e importanza allo studio della paternità, cercando di comprendere al meglio il rapporto padre-figlio. Dai primi studi ad oggi si evidenzia un’evoluzione dell’ideale paterno che va di pari passo con le trasformazioni culturali e strutturali della società. Quindi la figura del padre non può che essere letta attraverso una lente sociale e culturale, la quale si riferisce a standard specifici del tempo in cui ci troviamo. L’interesse per la relazione tra padre e figlio è in parte imputabile al cambiamento di ipotesi sui ruoli di uomini e donne, e alla convinzione che i padri possono influenzare lo sviluppo dei loro figli, sia in maniera diretta sia attraverso il rapporto con le madri (Belsky, 1981; Parke, Power e Gottman, 1979). Ad oggi possiamo affermare con certezza che la letteratura scientifica sul tema della paternità è diventata ampia e variegata. A tal proposito alcuni autori hanno proposto possibili cornici teoriche che potrebbero aiutare a comprendere meglio cos’è la paternità, perché i padri hanno determinati comportamenti genitoriali, come le azioni paterne aiutano direttamente e indirettamente a determinare lo sviluppo dei bambini, e perché il coinvolgimento paterno potrebbe o dovrebbe influenzare i risultati dello sviluppo nei bambini (Pleck, 2010). Uno dei contributi più recenti e interessanti è quello di Cabrera et al. (2007), i quali hanno sviluppato un modello euristico delle influenze paterne come cornice per guidare gli studi sull’influenza dei padri sullo sviluppo dei bambini. All’interno del modello sono state incorporate sia la teoria ecologica di Bronfenbrenner (1995) sia il modello di processo genitoriale di Belsky (1984) per sviluppare un modello concettuale che guidi i ricercatori nella loro considerazione dei complessi percorsi attraverso i quali i padri possono influenzare direttamente e indirettamente i bambini dalla prima infanzia all’età adulta. La ricerca però ha continuato ad evolversi rivelando processi più dinamici e reciproci attraverso i quali i padri influenzano lo sviluppo dei bambini (Cabrera et al. 2012; Jia, Kotila, & Schoppe-Sullivan, 2012; Lamb, McHale e Crouter, 2013), ciò ha permesso un’espansione del modello sempre da parte di Cabrera et al. (2014), i quali hanno sottolineato che il loro modello espanso non fosse una “fine” ma un continuo divenire, applicabile principalmente ai padri ma concettualmente espandibile anche alle madri o ad altri caregiver. Nel modello i ricercatori hanno preso in considerazione le azioni concettuali che influenzano la qualità e la quantità degli effetti del padre sul funzionamento del bambino; e l’interazione tra i membri della famiglia, il coinvolgimento paterno e altri fattori sono rappresentati da percorsi diretti e indiretti attraverso frecce bidirezionali, ciò costituisce il dinamismo nel sistema familiare e nei circuiti di feedback che interconnettono i vari membri e le influenze all’interno del sistema. Con l’ipotesi che tali circuiti cambino con il tempo, per via delle transizioni nelle dinamiche familiari stesse e nelle capacità cognitive dei bambini; man mano che i bambini maturano e le famiglie affrontano i cambiamenti, è probabile che anche le interazioni genitore-figlio cambino. Inoltre, il modello tiene conto anche di come cambiamenti esterni al sistema familiare – come, ad esempio, il lavoro, le politiche pubbliche, le relazioni tra pari – possono innescare ulteriori cambiamenti nel sistema genitore-figlio (Cabrera et al., 2014). Il Modello di Cabrera et al. è un esempio di come i ricercatori possano osservare e comprendere la paternità attraverso una visione dei sistemi familiari. Negli ultimi dieci anni si è data maggiore attenzione alla comprensione dei padri all’interno di contesti ecologici (Schoppe-Sullivan e Fagan, 2020) e sistemici. Sempre di più, i ricercatori cercano di osservare e comprendere come i padri influenzino i figli attraverso modelli che prendano in considerazione sia il contesto immediato della famiglia sia i contesti in cui la famiglia vive (Roggman, Bradley & Raikes, 2013). Ciò ci permette di avere una visione più chiara della paternità, ad esempio secondo il modello dei sistemi ecologici di Bronfenbrenner, i padri influenzano i figli direttamente e indirettamente in vari contesti che si intrecciano tra di loro, dalla relazione padre-figlio, alla relazione madre-padre, al lavoro dei genitori, alla cultura e le tecnologie (Roggman, Bradley & Raikes, 2013). Studiare la paternità in uno solo dei suoi contesti potrebbe essere troppo riduttivo per comprendere la sua complessità. Bibliografia Belsky, J. (1981). Early human experience: A family perspective. Developmental Psychology, 17(1), 3–23. Belsky, J. (1984). The determinants of parenting: A process model. Child Development, 55, 83–96. Bronfenbrenner, U. (1995). Developmental ecology through space and time: A future perspective. In P. Moen, G. H. Elder Jr., & K. Luscher (Eds.), Examining lives in context: Perspectives on the ecology of human development (pp. 619–647). Washington, DC: American Psychological Association. Cabrera, N. J., Cook, G. A., McFadden, K. E., & Bradley, R. H. (2012). Father residence and father–child relationship quality: Peer relationships and externalizing behavioral problems. Family Science, 2(2), 109–119. Cabrera, N. J., Fitzgerald, H. E., Bradley, R. H., & Roggman, L. (2014). The ecology of father‐child relationships: An expanded model. Journal of Family Theory & Review, 6(4), 336–354. Cabrera, N. J., Fitzgerald, H. E., Bradley, R. H., & Roggman, L. (2007). Modeling the dynamics of paternal influences on children over the life course. Applied Development Science, 11(4), 185–189. Jia, R., Kotila, L., Schoppe-Sullivan, S. J. (2012). Transactional relations between father involvement and preschoolers’ socioemotional adjustment. Journal of Family Psychology, 26(6), 848–857. Lamb, C. B., McHale, S. M., & Crouter, A. C. (2013). Parent–child shared time from middle childhood to late adolescence: Developmental course and adjustment correlates. Child Development, 83, 2089–2103. Parke, R. D., Power, T. G. & Gottman, J. M., (1979). Conceptualizing and quantifying influence patterns in the family triad. In M. Lamb, S. Soumi, & G. Stephenson (Eds.), Methodological problems in the Study of Social Interaction. Madison: University of Wisconsin Press. Pleck, J. H. (2010). Paternal involvement:
La cogenitorialità una prospettiva più ampia sui sistemi familiari

Per molto tempo le ricerche scientifiche e i resoconti sullo sviluppo dell’adulto, del bambino e della famiglia hanno fatto riferimento principalmente ad una visione parziale, in cui il focus era messo sulla relazione di un solo genitore con il bambino (McHale, Kuersten-Hogan e Rao, 2004). Negli ultimi trenta anni c’è stato un cambio di “rotta”, che ha visto la crescita di un nuovo campo di studi noto come coparenting. Il coparenting o cogenitorialità è un costrutto che affonda le sue radici nella teoria della famiglia strutturale di Salvador Minuchin (1974); nei suoi scritti, Minuchin ha sottolineato l’importanza in ogni famiglia di una leadership collaborativa e solidale fornita dai genitori. È principalmente intorno agli anni ’90 del Novecento, grazie al crescente interesse per le relazioni primarie, che si inizia a studiare e definire cos’è il costrutto del coparenting. La cogenitorialità si contrappone ad un’idea più tradizionale di genitorialità, che possiamo denominare “genitorialità individuale o parallela”, nella quale ciascun genitore svolge le funzioni parentali individualmente e separatamente rispetto all’altro genitore (Merenda, 2019; Palkovitz, Fagan, & Hull, 2013). Inizialmente, il focus viene posto sui sistemi familiari con due genitori e sulla comprensione del sistema di relazione triangolare che lega insieme una madre, un padre e un bambino (McHale & Cowan, 1996). McHale (2010) definisce la cogenitorialità come “un’impresa familiare”, cogestita da due o più adulti che si assumono la cura e l’educazione dei bambini per i quali ne condividono la responsabilità» (Merenda, 2019, pag. 61). In sostanza, gli studiosi si riferiscono al modo in cui i partner genitoriali si coordinano e collaborano reciprocamente per il benessere del bambino. Quando una coppia si prepara all’arrivo di un bambino, il sottosistema coniugale si trasforma e si viene a creare anche la coppia genitoriale. In questo sottosistema i due partner cooperano per la crescita di un terzo, ciò comporta un’ulteriore evoluzione: la nascita della triade. In realtà, la ricerca sottolinea come la cogenitorialità sia una funzione che nasce e si evolve già a partire dalla gravidanza, periodo in cui i futuri genitori si preparano all’incontro con il figlio (McHale & Cowan, 1996; McHale & Fivaz-Depeursinge, 1999). Alcuni studiosi della cogenitorialità (Belsky, Crnic e Gable, 1995; McHale, 1995; Van Egeren e Hawkins, 2004) hanno individuato le principali dimensioni che caratterizzano il funzionamento cogenitoriale: il grado di solidarietà e sostegno tra i cogenitori, l’antagonismo presente negli sforzi coparentali e la misura in cui entrambi i partner partecipato attivamente allo sviluppo del bambino. La relazione cogenitoriale è, quindi, qualcosa di diverso rispetto alla relazione di attaccamento duale – non si riferisce né alla diade madre-figlio né a quella padre-figlio; le funzioni cogenitoriali si collegano alla triade familiare, con ciò si intende che l’essere genitori comprende sia la relazione che si instaura con il figlio che quella che c’è tra i due partner (Ardone e Chiarolanza, 2007; Merenda, 2019; McHale, 2010). La letteratura empirica è concorde sull’idea che il modo in cui gli adulti riescono a essere cogenitori ha importanti implicazioni per la qualità dell’adattamento dei loro figli (Mangelsdorf, Laxman & Jessee, 2011). Bibliografia Ardone, R. & Chiarolanza, C. (2007). Relazioni affettive. I sentimenti nel conflitto e nella mediazione. Il Mulino. Belsky, J., Crnic, K., & Gable, S. (1995). The determinants of coparenting in families with toddler boys: Spousal differences and daily hassles. Child Development, 66(3), 629–642. Mangelsdorf, S., C., Laxman, D., J. & Jessee, A. (2011). Coparenting In Two-Parent Nuclear Families. In McHale, J. P., & Lindahl, K. M. (Eds.). Coparenting: A conceptual and clinical examination of family systems (pp. 39-59). American Psychological Association. McHale, J. P. & Cowan, P. (1996). Understanding how family-level dynamics affect children’s development: Studies of two-parent families. New Directions for Child and Adolescent Development, 74. McHale, J. P. & Cowan, P. (1996). Understanding how family-level dynamics affect children’s development: Studies of two-parent families. New Directions for Child and Adolescent Development, 74. McHale, J. P. & Fivaz-Depeursinge, E. (1999). Understanding triadic and family group interactions during infancy and toddlerhood. Clinical Child and Family Psychology Review, 2 (2), 107-127. McHale, J. P. (1995). Co-parenting and triadic interactions during infancy: The roles of marital distress and child gender. Developmental Psychology, 31, 985 – 996. McHale, J. P. (2010). La sfida della cogenitorialità. Milano: Raffaello Cortina. McHale, J. P., Kuersten-Hogan, R. & Rao, N. (2004). Growing points for coparenting theory and research. Journal of Adult Development, 11, 221 – 233. Merenda, A. (2019). La coppia cogenitoriale. In A. Merenda (a cura di). Psicodinamica delle famiglie contemporanee (pag. 59-70). ISBN (online): 978-88-5509-042-1. Minuchin, S. (1974). Famiglie e Terapie delle Famiglie. Astrolabio Ubaldini. Palkovitz, R., Fagan, J. & Hull, J. (2013). Coparenting and children’s well-being. In N. J. Cabrera & C. S. Tamis-LeMonda (Eds.), Handbook of father involvement: Multidisciplinary perspectives (p. 202–219). Routledge/Taylor & Francis Group. Van Egeren, L. A. & Hawkins, D. P. (2004). Coming to terms with coparenting: Implications of definition and measurement. Journal of Adult Development, 11, 65–178.