Famiglie Arcobaleno: il caso italiano

Quando si parla di famiglie arcobaleno si fa riferimento a quei nuclei familiari composti da almeno un genitore non eterosessuale. Attraverso quali percorsi può nascere una famiglia arcobaleno?L’adozione. Le famiglie arcobaleno possono essere composte da coppie gay o lesbiche che hanno adottato dei figli o che li hanno avuti da precedenti relazioni eterosessuali. Il percorso di adozione è lungo e impegnativo. La procreazione medica assistita (PMA). Solitamente utilizzata nei casi di infertilità, si rivela un mezzo estremamente richiesto da coppie omosessuali che desiderano avere dei figli. Tecniche di PMA, come l’inseminazione artificiale o la fecondazione in vitro, possono essere impiegate da coppie lesbiche che ricercano una gravidanza. Altra modalità, richiesta soprattutto da coppie di uomini, è quella della gestazione per altri. In questo caso la gravidanza viene portata avanti da una terza persona, che può essere madre genetica del bambino oppure portatrice (se l’ovulo fecondato non è della donna).Coparenting. Meno comuni, e diffuse soprattutto in Belgio, sono le famiglie basate su accordi di co-genitorialità. Si può trattare di un uomo e di una donna LGBT+ oppure di due coppie omosessuali che, senza essere vincolati sentimentalmente, decidono di allevare insieme dei figli. Attualmente le famiglie arcobaleno italiane rappresentano quasi il 2% della popolazione, quindi circa il 20% delle persone LGBT+ hanno almeno un figlio. Nel nostro Paese, le tappe che hanno segnato il percorso per l’acquisizione dei diritti di omogenitorialità sono state tre.– La legge Cirinnà (L.76/2016) che regolamenta le unioni civili tra persone dello stesso sesso parlando di “persone maggiorenni unite stabilmente”. Resta tuttavia vietato la possibilità di adottare e di acquisire in questo modo il ruolo genitoriale.– La legge 40/2004 si esprime sulle norme in materia di procreazione medica assistita, permettendone l’accesso in caso di sterilità o infertilità ma solo all’interno di coppie di “sesso diverso”. Al contrario, vieta la fecondazione eterologa e il ricorso alla gestazione per altri.– La sentenza n°162/2014 dichiara illecito il divieto di PMA tramite fecondazione eterologa qualora sia stata diagnosticata una patologia che sia causa di sterilità o infertilità. Tuttavia, non rimuove il limite di fecondazione eterologa per single e coppie omogenitoriali. La gestazione per altri resta inaccessibile a tutti. Questo quadro istituzionale ha portato molte coppie omogenitoriali a recarsi all’estero per accedere alla possibilità di diventare genitori. Questo potrebbe significare per la nostra professione un aumento di richieste da parte di nuove configurazioni familiari che si allontanano da quella a cui siamo stati da sempre socializzati. È importante implementare un lavoro di decostruzione di diversi stereotipi connessi al ruolo del paterno e del materno connessi esclusivamente al sesso biologico delle figure genitoriali. All’interno di un qualsiasi sistema familiare, è normale che i genitori si dividano i compiti educativi, consapevolmente o meno, e che da questo dipendano poi le differenze nei legami di attaccamento. La predisposizione individuale all’accudimento e all’educazione, e non il sesso di appartenenza, permette di assumere differenti ruoli nella crescita del bambino. Aumenta la necessità di formarsi ed aggiornarsi in tal senso per far fronte in modo competente e professionale ai bisogni richiesti dai nostri tempi.Una cosa è certa: l’unico elemento indispensabile alla nascita di una famiglia continuerà ad essere l’amore!
Social: educare alle potenzialità e ai rischi del web

I social sono ad oggi il mezzo di comunicazione più diffuso ma l’utilizzo che se ne fa può generare molteplici effetti. Il potere del social network è quello di amplificare all’ennesima potenza qualsiasi tipo di fenomeno, facendolo entrare nel vortice dei click e trasformandolo in tendenza. Ognuno di noi possiede almeno un dispositivo dotato di connessione ad internet e controlla più o meno frequentemente le notizie che velocemente scorrono sulle diverse home page. La ricondivisione a catena può avere effetti positivi e negativi in base alla valenza del messaggio che si sta trasmettendo. Ogni contenuto ha sempre l’obiettivo di ottenere like, ma allo stesso tempo ha anche il potere di condizionare chi lo osserva. Così, come fino a un decennio fa le tendenze erano influenzate dagli spot pubblicitari, oggi l’esercito di influencer (termine coniato non a caso) si espone mostrando stralci della propria vita reale. Ma quanto c’è di reale in quello che si mostra non è dato saperlo. Sicuramente dei modelli estetici, comportamentali, relazionali vengono lanciati in rete spesso senza contestualizzare determinati commenti e informazioni. Ognuno si sente libero di dire la propria criticando e anche insultando, con commenti violenti, i contenuti non graditi quando basterebbe semplicemente non seguire più determinate pagine o profili. Invece questo tipo di atteggiamento può generare fenomeni specifici, come il cyberbullismo o revenge porn per citarne alcuni, ed avere gravi effetti e conseguenze sulla vita delle persone, talvolta irreversibili. Il mondo dei social resta sempre specchio del mondo reale e anche nei commenti ai post si respira un clima poco inclusivo e discriminatorio Ma qualcosa sta cambiando e forse anche grazie al particolare periodo storico che stiamo attraversando e che ha reso i social, in alcuni casi, l’unica possibilità di incontro tra le persone. Il movimento che sta invadendo le piattaforme web negli ultimi tempi porta ad un’importante inversione di rotta. Il potenziale comunicativo dei social è stato canalizzato anche in campagne di sensibilizzazione, incontri di informazione su temi più vari connessi al benessere, condivisione di contatti e pratiche utili per gestire momenti critici. Molte influencer hanno iniziato a pubblicare stralci di storie sempre più aderenti alla realtà, senza alimentare il divario tra le vite dei follower e le proprie, rese perfette da filtri ed effetti omologanti, che servono a produrre esclusivamente una percezione distorta delle cose. Si sono mostrate spesso senza trucco, hanno iniziato ad affrontare questioni delicate come l’acne per gli adolescenti, la cellulite, le rughe. Ma anche aspetti connessi alla propria vita relazionale e psicologica. Molti personaggi famosi hanno dichiarato di aver sofferto di depressione, di baby blues post gravidanza. Molti blogger hanno fatto coming out. Hanno denunciato abusi. Tutto ciò non annulla il vissuto di inadeguatezza, ma riduce il senso di rifiuto verso aspetti della propria esistenza che si riscoprono comuni a molte persone e permette di aprire un confronto, di sentirsi meno soli in situazioni che sono più diffuse di quanto immaginiamo. Le app che ci accompagnano ogni giorno nei nostri percorsi di vita possono diventare un’importante strumento di cambiamento. In che modo? Educando all’utilizzo dei social; lavorando sul rispetto delle esistenze altrui, sullo sviluppo di un pensiero critico che permetta di selezionare le fake news da quelle attendibili, sulla sensibilizzazione ad un linguaggio corretto ed inclusivo che permetta di dire la propria senza offendere e discriminare.
Revenge Porn: spazi nuovi, violenza antica

Il fenomeno del Revenge Porn rientra tra le forme emergenti di violenza di genere che bisogna contrastare. Di cosa si tratta? Diffusione di immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate. La legge 19 luglio 2019 n. 69, modifica il codice penale sulla tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. È composta da 21 articoli che indicano una serie di reati attraverso i quali si esercita la violenza domestica e di genere. Grazie all’articolo 10, il Revenge Porn è diventato un reato a tutti gli effetti sotto la dicitura di “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”. Proprio in questi casi il linguaggio è veicolo potente di messaggi importanti. L’espressione “Revenge Porn” non rappresenta nel modo più corretto il fenomeno di cui stiamo parlando. Revenge significa “vendetta” e presuppone quindi un comportamento antecedente che giustifichi tale reazione. Accettare questo significa colpevolizzare la vittima e legittimare quella che è a tutti gli effetti violenza di genere. Allo stesso tempo anche il termine Porn risulta non essere appropriato, perché nella pornografia, sia professionale che amatoriale, sussiste un consenso alla diffusione. Il primo passo necessario per affrontare questo fenomeno sempre più diffuso è stato compiuto. Ad oggi, però, le vittime di questo tipo di violenza rischiano il posto di lavoro, vivono sentimenti di vergogna e vengono additate come “donne dai facili costumi”. Queste reazioni sono frutto di logiche maschiliste e sessiste che caratterizzano i rapporti interindividuali, anche quelli che si creano nei nuovi spazi virtuali. Non a caso destinatari privilegiati di questi reati sono principalmente le donne, ed in misura sempre più ampia anche gli uomini omosessuali. Nel Revenge Porn, a differenza della Sextortion, è assente il ricatto esplicito e l’estorsione di denaro come fine ultimo, ma è presente nella maggior parte dei casi un legame affettivo tra vittima e carnefice. Lo scopo di questo atto violento è quello di umiliare e vendicarsi, diffondendo materiale intimo che non è stato ottenuto illegalmente, ma prodotto e condiviso spontaneamente dalla vittima. Questo delicatissimo aspetto del fenomeno apre una profonda riflessione sul tema del consenso. Il consenso a filmare non corrisponde al consenso a diffondere, e la condivisione consapevole e volontaria, non legittima la ri-condivisione dello stesso materiale in altre sedi da parte di terzi. Altro specifico aspetto del fenomeno è la reiterazione. Questo tipo di violenza non si verifica una sola volta ma all’infinito, perché il materiale in questione può diffondersi in modo esponenziale. Indipendentemente dalla volontà delle persone coinvolte, la violenza si perpetra nel tempo e la donna che inizia un percorso di uscita dalla dinamica violenta, non ha il potere di emergerne realmente. Ciò avviene perché il controllo e le conseguenze di questo tipo di azioni vanno oltre la relazione con l’autore della violenza. Tutti i destinatari diventano potenziali autori violenti. Come si può intervenire? In questi casi l’azione legislativa è necessaria e propedeutica all’intervento trasformativo, ma spesso non è sufficiente. Un lavoro di supporto alle survivors non deve mai distaccarsi da un lavoro costante di sensibilizzazione collettiva rispetto alla tematica, che coinvolga sia le potenziali vittime ma soprattutto i potenziali autori.
Come arredare lo studio privato?

Arredare lo studio privato può essere uno dei primi compiti che spetta allo psicologo quando inizia a lavorare. Quali regole seguire? Durante il percorso universitario pagine e pagine di manuali sono dedicate al tema del setting. Interi capitoli indicano sicuramente cosa non deve essere fatto, ma dicono poco su cosa fare. Una ricerca dell’APA, pubblicata su Journal of Counseling Psychology, ha delineato le sei questioni principali in materia. È facilmente accessibile? Si trova in un quartiere sicuro? È abbastanza grande? Oltre a questi elementi logistici e più oggettivi, emergono anche aspetti soggettivi. È percepito come confortevole? Il professionista è accogliente? Si adatta al tuo stile? Sono tanti gli aspetti da curare quando si decide di avviare l’attività privata e arredare il proprio studio. In tutti i casi si deve rispondere a molteplici esigenze. Ad incidere sulla selezione e scelta del luogo sono fattori sociali e culturali che dipendono dalla città in cui si lavora. Ma anche l’approccio del professionista che arrederà i propri spazi in base alle esigenze dell’utenza che immagina di accogliere. Ad esempio, si può optare per la scelta delle sedie o di comode poltrone, o se è possibile tenere insieme più soluzioni e seguire il cliente nella scelta. E così via … Bisogna prestare attenzione all’insonorizzazione degli spazi e al livello di luminosità. In ogni aspetto, come in generale nella vita, è necessario trovare il giusto equilibrio dando sempre spazio alla propria personalità. Gli studi confermano che gli utenti prediligano spazi in un cui sono presenti dettagli della vita privata o che mostrino i gusti dello psicologo. Ad esempio, un campione di 242 studenti ha selezionato, in una serie di 30 foto, quelle che rappresentavano studi con diplomi e foto esposte, o arredati con piante e tappeti. In un numero precedente, abbiamo parlato dell’importanza dell’arredamento degli interni per il nostro benessere. Lo studio per il professionista rappresenta non solo il posto in cui lavora, ma un’appendice della propria casa. Un luogo non solo fisico, ma anche simbolicamente investito come un traguardo e uno spazio di cura. Ancora prima di mettere a proprio agio il cliente, si dovrebbe pensare al proprio confort. Il professionista della salute dovrebbe sentirsi comodo e sicuro in quello spazio, solo in questo modo potrà trasmettere comodità e sicurezza a chi lo sceglie. Per questo motivo potrebbe essere importante e funzionale farsi aiutare da esperti del mestiere che possano indicarci le scelte giuste, rispettando e valorizzando le caratteristiche personali di ognuno.
Pubblicità: dalla persuasione al cambiamento sociale

La pubblicità, da sempre specchio della società, ha subito un’importante metamorfosi culturale diventando un potente mezzo di comunicazione. La prima pubblicità affonda le proprie radici nell’antica Roma, sospesa tra i banchetti dei macellum, ma è con l’invenzione della stampa a caratteri mobili che nasce la réclame. A partire dagli anni ’20 la pubblicità inizia a seguire regole scientifiche e rigorose. In questi anni nasce il primo trattato di tecnica pubblicitaria con cinque regole fondamentali: ogni prodotto deve essere visto, letto, creduto, ricordato e acquistato. In Italia, alla fine degli anni ‘50, si percorre una strada originale: la pubblicità viene ammessa solo all’interno di uno spazio dedicato: il “Carosello”. Con il boom economico degli anni ’60, cambiano le esigenze dei venditori: il prodotto non deve essere solo conosciuto, ma deve essere preferito dal cliente rispetto agli altri. Il linguaggio pubblicitario si affina attraverso ricerche psicografiche. Si iniziano a mettere in atto strategie persuasive che tengano conto dei bisogni e desideri dei clienti.Significativa è stata la lunga serie di spot che Gavino Sanna realizzò per la pasta Barilla dal 1985 al 1991. Gli italiani, infatti, riescono ad identificarsi profondamente con quelle storie semplici e rassicuranti che giocano sui buoni sentimenti e danno spazio a valori come la famiglia. Negli stessi anni si assiste ad una nuova “rivoluzione sessuale”: il corpo diventa oggetto del mondo pubblicitario, come sul piano sociale, con il culto crescente della forma fisica. Alla fine degli anni ’90 le famiglie italiane si trovano a vivere una crisi economica che favorisce una maggior attenzione ai consumi e al risparmio. Il marchio, protagonista assoluto degli anni ’80, perde potere. Il marketing presta attenzione alla psicologia dei clienti, abbandonando la produzione di massa e risaltando la peculiarità dell’individuo, inteso come il complesso sistema di possibilità/bisogni che rappresenta. Con l’avvento del social web, nascono gli spot “su misura”, alimentati dai click dell’utente, che danno voce al desiderio o all’esigenza del momento. Le dinamiche del marketing risultano profondamente trasformate. Ogni luogo diventa un potenziale spazio pubblicitario. Bombardamento di input che mira a far crollare le difese psicologiche di un interlocutore sempre più sofisticato. Si potrebbe pensare ad un indebolimento della pubblicità che in realtà utilizza modalità di persuasioni più sottili. La pubblicità diventa autoreferenziale, canale per trasmettere messaggi profondi, su tematiche sociali rilevanti. Lo spot si allontana dal prodotto in sé, che diventa mezzo per comunicare e non solo oggetto da vendere. Ad oggi, si può sostenere la nascita di una nuova categoria di spot, che invitano non solo ad acquistare ma anche a riflettere.
Psico-Design: dimmi come arredi e ti dirò chi sei.

“Casa” è il luogo che dovrebbe rappresentare sicurezza e tranquillità. Come può contribuire lo psicologo attraverso lo psico-design? Spesso, nell’immaginario collettivo, il ruolo dello psicologo è rilegato allo studio in cui incontra i propri pazienti. In realtà, la professione psicologica si intreccia e interconnette spesso con molteplici discipline che a volte appaiono distanti tra loro. Un buon incontro, ad esempio, è avvenuto tra il mondo della psicologia e quello dell’arte con la nascita dello psico-design Un professionista che si occupa di questo, non aiuta semplicemente ad arredare, ma facilita il modo di abitare quello spazio generando effetti positivi sul benessere psico-fisico del cliente. La casa non rappresenta solo la somma del numero di stanze da cui è composta, ma è strettamente connessa alle persone che la abitano e alle relazioni che intercorrono tra loro e con il mondo esterno. Non sono solo gli individui a dare energia ai luoghi domestici. Estrema importanza è data anche agli oggetti scelti per l’arredamento, alla modalità di posizionarli nello spazio e al ruolo che rivestono nelle relazioni tra i conviventi. Ulteriore fonte di energia è fornita dai colori che possiedono peculiari caratteristiche. Ad esempio nell’alfabeto psicologico il rosso rappresenta vitalità e calore; l’arancione la piena consapevolezza di sé; il giallo la libertà e l’autonomia; il verde l’equilibrio e la stabilità… Oltre a queste peculiari e curiose dritte generali, in realtà la personalizzazione del proprio spazio parte sempre dalla propria storia. Dai legami che si hanno con gli oggetti e dalla loro storia. Dalle emozione che suscitano quei determinati colori. All’interno di una casa possono vivere una o più persone, in ogni caso c’è sempre bisogno di ricavare uno spazio proprio, riservato, che ci permetta di proteggere la nostra privacy dagli altri coinquilini abituali o da eventuali ospiti. Solitamente è lo spazio in cui ci si dedica alle proprie passioni: una stanza per dipingere, un angolo lettura, la camera della musica, un piccolo ambiente che permetta di stare all’aperto o a contatto con la natura. Questo elemento all’interno delle nostre case è definito spazio-bolla e rappresenta un po’ l’ombelico da cui prende vita il resto. Lo Psico-design non riguarda solo le abitazioni private. Un’importante e necessario contributo di questa disciplina si ritrova anche nei luoghi pubblici o all’interno dei contesti lavorativi. Costruire un luogo partendo dalle esigenze di chi lo abiterà, è uno dei punti cardine di questo approccio. Ogni individuo, soprattutto sul luogo di lavoro, dovrebbe sentirsi comodo e al sicuro. Ogni contesto aziendale dovrebbe rispettare le specificità della comunità che lo vive, creando spazi inclusivi che rispondano alle svariate esigenze lavorative e personali. Anche i luoghi pubblici e il modo in cui sono organizzati, spesso sono lo specchio dei valori culturali di chi li abita e a loro volta indirizzano e condizionano le relazioni all’interno della collettività. Quindi, non solo i singoli individui ma tutti i contesti di vita delle persone dovrebbero nutrirsi di questo contributo fornito dalla psicologia dell’abitare.
Bullismo: di cosa si tratta e come intervenire

Il fenomeno del bullismo richiama sempre più spesso l’attenzione degli esperti e non solo. Come riconoscerlo e cosa fare per contrastarlo? Con questo termine, dall’inglese bullyng, si fa riferimento alla dinamica relazionale che comprende una serie di comportamenti aggressivi messi in atto tra pari all’interno di un contesto gruppale. Questa dinamica può essere definita “bullismo” se vengono soddisfatte tre condizioni necessarie: una posizione asimmetrica tra bullo e vittima; l’intenzionalità da parte del bullo di creare il danno; sistematicità delle prevaricazioni che si ripetono nel tempo. Esistono vari tipi di bullismo, ognuno peculiare in base alla forma che assume. Possiamo ritrovarci davanti a molestie fisiche, evidenti e più semplici da riconoscere. Oppure incontrare forme più sottili e implicite, ma altrettanto violente e dannose. In questo caso si tratta di violenza psicologica. In altri casi, il canale preferenziale utilizzato è quello digitale e quindi si parla di cyberbullismo. Un’ ulteriore realtà è quella del bullismo omofobico, in cui a legittimare il bullo è la rappresentazione di genere culturalmente condivisa. Il bullismo, però, in tutte le sue espressioni si configura come scarsa o assente comprensione delle differenze: Gli attacchi possono riguardare caratteristiche fisiche, etniche, predisposizioni caratteriali, l’orientamento sessuale e/o l’identità di genere della vittima. È un fenomeno che spesso può essere sottovalutato e definito “ragazzata”, “bravata” e via dicendo. Le conseguenze che comporta, invece, non solo nell’essere vittima ma anche nell’essere bullo, sono tante e spesso consistenti. Gli adolescenti che risultano essere aggressivi con i loro coetanei, continuano ad esserlo anche successivamente, e possono giungere a episodi di violenza molto gravi e/o criminalità. Allo stesso tempo le vittime possono presentare disturbi di ansia, depressione, bassa autostima fino ad arrivare nei casi più estremi, ma non rari, all’autolesionismo e al suicidio. Queste dinamiche spesso vengono agite in un delicato momento di vita, l’adolescenza, e in contesti ben definiti: scolastico, sportivo … Gli adulti, qualsiasi ruolo rivestano, devono acquisire una serie di strumenti per riconoscere, in primis, il fenomeno e successivamente di intervenire. In questi casi risulta fondamentale lavorare su due aspetti ricorrenti: la condivisione dei valori e la gestione e il riconoscimento delle emozioni. Spesso i bulli prediligono il successo, l’indipendenza, la libertà a discapito della collaborazione. Inoltre hanno competenza ridotta nella gestione della rabbia e nell’empatia. A loro volta le vittime non riescono a tollerare la propria reazione alla violenza, alimentando il senso di impotenza che spesso sfocia in un’eccessiva colpevolizzazione o in negazione della sofferenza. In risposta a tutto ciò, risulta necessario e urgente informare, sensibilizzare e formare sul tema al fine di rendere sempre più inclusivi i contesti di vita dei giovani d’oggi.
Decluttering: riordinare gli spazi produce benessere

Il decluttering è una tecnica che permette di eliminare il superfluo con l’obiettivo di puntare all’essenziale eliminando oggetti inutili. La pandemia ci ha costretti a restare tra le mura domestiche. Dopo una prima fase di disorientamento, abbiamo iniziato a riscoprire diversi modi per tenerci impegnati. Dall’arte culinaria all’allenamento home made, ognuno di noi ha sperimentato nuovi interessi o rispolverato vecchie passioni. Riorganizzare gli spazi quotidiani per renderli più confortevoli e sgomberare gli armadi da abiti mai indossati, sono solo alcune delle azioni che il decluttering contempla. Si tratta di un vero e proprio stile di vita, una disciplina che ci permette di vivere meglio. Riordinare casa, gettando tutto ciò che non riteniamo più utile, è un processo quasi catartico. Avere spazi liberi e ben organizzati, agevola le nostre giornate e riduce lo stress derivato sia dal caos sia dal costante pensiero del dover riordinare. Inoltre, molti arnesi che abitano le nostre case, sono spesso portatori di ricordi ed emozioni sia positive che negative. Impegnarsi in un processo di selezione accurata, rievocando l’esperienza connesse a quegli oggetti, permette di liberarsi anche da pensieri spiacevoli e dalla sensazione di malessere che questi comportano. Marie Kondo, guru di questo metodo che prende il suo nome Konmari, è autrice del libro “Il magico potere del riordino” da cui ha preso spunto il popolarissimo reality Netflix “Facciamo ordine con Marie Kondo”. La Kondo ha dichiarato di essersi ispirata alla religione Shintoista, che considera la pulizia una pratica spirituale connessa all’energia delle cose e al modo corretto di vivere. Questa pratica può generare una sensazione di riequilibrio sia fisico che mentale, incidendo positivamente sul nostro benessere psicologico e rendendoci più aperti al cambiamento. Provare per credere!
Identità sessuale: un costrutto multidimensionale.

L’identità sessuale rappresenta il risultato di un processo influenzato dall’interazione tra aspetti biologici, psicologici e socioculturali. Quando si parla di identità sessuale non bisogna tenere in considerazione esclusivamente il sesso biologico dell’individuo. Il sesso biologico definisce l’appartenenza biologica ad uno dei sessi che dipende dai nostri cromosomi ed è solo una delle differenti dimensioni del proprio essere sessuale. Tra le altre componenti troviamo anche l’identità di genere, argomento approfondito nel precedente numero. Una terza dimensione è il ruolo di genere, ossia l’insieme di tutte le aspettative che abbiamo riguardo agli atteggiamenti e ai comportamenti che una persona deve assumere rispetto al genere a cui appartiene. In questa dimensione rientrano gli indumenti che indossiamo, il lavoro a cui aspiriamo, il modo in cui esprimiamo le nostre emozioni e tante altre caratteristiche. Un’altra componente è rappresentata dall’orientamento sessuale, che indica l’attrazione sia sessuale che affettiva per una persona che appartiene al sesso opposto, allo stesso sesso o ad entrambi i sessi. Questi orientamenti si definiscono rispettivamente: eterosessuale, omosessuale e bisessuale. Conoscere queste dimensioni ci rende consapevoli dell’esistenza di una realtà molto complessa che considera la sessualità, il ruolo e l’identità di genere come aspetti fluidi. Lo sviluppo di ogni individuo dipende, quindi, dalle diverse combinazioni di queste quattro dimensioni che possono andare a creare differenti e molteplici configurazioni identitarie. Tale costrutto ci permette di comprendere quanto il confine tra normale e anormale dipenda dall’ambiente sociale e dal periodo storico in cui si vive. Una netta distinzione tra maschio/femmina intrappola la libera espressione di se stessi e alimenta le discriminazioni e i fenomeni di violenza e bullismo. Ognuno di noi deve essere libero o libera di esprimersi nel rispetto delle esistenze di tutti e tutte.
Identità di genere: cosa bisogna sapere.

Quando si parla di identità di genere si fa riferimento a una dimensione specifica dell’identità da non confondere con il sesso biologico. Di cosa stiamo parlando allora? Siamo tradizionalmente socializzati a vivere in un contesto binario, rigidamente dicotomico, eteronormativo che impone di pensarci e viverci oscillando tra un maschile ed un femminile. Queste due categorie hanno da sempre influenzato la vita degli individui fin dalla nascita. Anzi, dal momento della scoperta del sesso del nascituro, i caregiver iniziano ad immaginarlo come maschio o femmina e attribuendo al nuovo arrivato aspettative che rappresentano il genere così come culturalmente definito. Coccarda azzurra per il bambino, rosa per la bambina; e così via: macchinine e bambole; combattimenti e trucchi, cose da maschi e cose da femmine. Può accadere che durante il proprio sviluppo evolutivo l’individuo avverta delle discordanze tra ciò che il contesto gli propone/impone e la propria identità di genere, ossia il sentimento intimo e profondo di appartenere ad un determinato genere. Quindi alcune persone possono sentirsi inadeguate rispetto al sesso assegnato alla nascita e assumere una serie di atteggiamenti e comportamenti stereotipici del sesso opposto, ma senza produrre una domanda di modificazione dei caratteri sessuali primari e/o secondari. Potrebbero esserci persone che invece non si riconoscono nella rigida dicotomia di genere e sentono di non appartenere a nessuno dei due o, per alcuni aspetti, ad entrambi (non-binary). Tutti questi casi rientrano sotto il termine ombrello Transgender, diverso dal termine Transessuale che invece rappresenta le persone che richiedono di sottoporsi all’intervento di Riattribuzione Chirurgica del Sesso. In posizione diametralmente opposta si trova il termine Cisgender, che include tutte le persone che non vivono discordanza tra sesso biologico e identità di genere. Queste dimensioni sono solo una parte del più ampio costrutto di Identità Sessuale, che approfondiremo nei prossimi numeri.