Il silenzio grande

di Antonella Buonerba “Il silenzio grande” è il titolo di un bellissimo film di Alessandro Gassman ambientato in una prestigiosa dimora napoletana, villa Primic. Più che ad un film, mi è sembrato di assistere ad una rappresentazione teatrale, sia per la profondità dei dialoghi dei protagonisti, sia perché  le scene si svolgevano  in pochi ambienti, le stanze della casa, e in particolare nello studio del padre. Questi, importante scrittore di romanzi, si trincea per una vita proprio lì, nel suo studio e lavora ai suoi libri. Ad un certo punto, la vendita della casa diventa una inevitabile necessità per risanare le finanze della famiglia e quindi un importante motivo di discussione nonché il punto cruciale dove si annodano le relazioni familiari aggrovigliate da lunghi anni di faticosi silenzi. La moglie e i due figli del protagonista, Valerio, si avvicendano, davanti alla porta dello studio  e, richiamati dalla musica, bussano, entrano, cercando di farsi spazio tra le numerose occupazioni di colui che, pur nelle sue tante mancanze, ha costituito un punto di riferimento per l’intera famiglia. Solo alla fine del film lo spettatore si accorge che quelli che potevano sembrare dei dialoghi tra Valerio e sua moglie Rose prima, e con ognuno dei suoi figli poi, sono in realtà dei monologhi : nessuno è in grado di sentire l’altro perché ormai Valerio è morto. Come è potuto succedere? “I piccoli silenzi fanno un grande silenzio” dice la saggia cameriera Cettina “la vera anima della casa” che, con la scusa di spolverare e dare un ordine alle centinaia di libri accatastati sulle mensole delle librerie, si insinua nello studio, aiuta Valerio a riflettere, a capire, origlia, ammicca, sdrammatizza con la saggezza e l’ironia di chi è stato in mezzo alla gente e che di libri non ne ha letto manco uno. Il primo principio de “La Pragmatica della comunicazione umana ” di Watzlawick recita che ” non si può non comunicare”. Pertanto anche il silenzio è pregno di significato e assume valore comunicativo a seconda del contesto e delle situazioni che viviamo. Che valore attribuiamo al silenzio? C’è una differenza enorme tra chi il silenzio lo crea e da chi lo subisce. Esso pone comunque una distanza che dà adito alle interpretazioni più svariate: i dubbi, i pensieri e le parole si stemperano o si ingigantiscono nei non detti, in quelle emozioni legate ai ricordi, nelle domande a cui non abbiamo potuto avere una risposta. Il silenzio mette le persone interessate in una situazione di attesa, nel tentativo disperato di bussare a delle porte che non si aprono, perché, forse, dall’altra parte, c’è qualcun altro che si sente bloccato da un vissuto che appartiene esso stesso a un passato di silenzi, indifferenza e abbandoni, proprio come il nostro protagonista.  Ad un certo punto Valerio vuole rompere il silenzio perché allarmato dalle difficoltà della vita dei suoi cari, vorrebbe consigliarli, stare loro vicino, accompagnarli nelle scelte, nelle decisioni. Ma gli altri, ormai, sono già al di là del silenzio, delle porte e della casa.La richiesta del perdono diventa un atto obsoleto, una nota stonata che si frappone nel racconto di chi ha dovuto ritrovare da solo le strade della vita, con la forza della sua volontà. Che cosa rimane? Valerio e Rose si concedono un ultimo ballo. In quei pochi attimi di luce riprendono vita i ricordi di una vita e l’amore vissuto nell’assolutezza dei sentimenti da una parte, e nella concretezza dei giorni dall’altra. Rose va via e non  si sente più sopraffatta dalla pesantezza della vita. Si chiude la porta di casa alle spalle, la sua casa, lasciando il passato dissolversi nella polvere che non ha nemmeno più i mobili dove posarsi. Bibliografia: Paul Watzlawick “Pragmatica della comunicazione umana” 

LA RESILIENZA E I SUOI FALSI MITI

di Muriel Frascella Cosa non è la resilienza? Io e i miei colleghi (Dell’Erba G.L., Leo M., Mariano E., Mascellino R., 2021) abbiamo deciso di parlare ancora una volta di questo costrutto, forse uno dei più citati di sempre (in tempi di pandemia ancora di più) per rivedere e smontare i falsi miti ad esso associati.E’ comune, per esempio, accostare la parola resilienza a quella di stress solitamente con la seguente accezione: ‘’sono resiliente se gestisco bene gli stress della mia vita’’. Quindi una risposta resiliente in questa senso non sarebbe altro che un tipo di risposta che noi esseri umani possiamo avere di fronte ad eventi considerati stressanti.Ma cosa sono gli eventi stressanti? Che caratteristiche hanno? Esistono eventi oggettivamente stressanti?La risposta a queste domande arriva già negli anni ’80 da Lazarus e Folkman, i quali si sono focalizzati non tanto sul concetto di ‘’stress’’ inteso come sforzo o fatica, ma sul significato (interpretazione) che ogni individuo può conferirgli sulla base di due variabili:la valutazione delle proprie capacità e delle proprie risorse personali per far fronte ad un evento; e l’interpretazione che l’individuo fa rispetto alla probabilità e alla gravità percepita della dannosità dell’effetto temuto.In questo modo, finalmente, è possibile spostare la nostra attenzione dagli eventi/fatti che ci capitano, ai significati e alle valutazioni che elaboriamo rispetto ad un evento specifico.In una psicoterapia (ad approccio cognitivo-comportamentale), condividiamo con i nostri pazienti il così detto modello A-B-C, per accompagnarli nella comprensione del proprio funzionamento psicologico e della propria sofferenza. Le “B” consistono in una sorta di dialogo interno fatto di verbalizzazioni e/o pensieri automatici relativi ad “A” (i fatti/gli eventi). I passaggi più complessi del nostro intervento con i pazienti, a questo livello, sono solitamente due: far comprendere la differenza che c’è tra il concetto di realtà, evento/ dato di fatto e quello di rappresentazione, ovvero la sua valutazione, pensiero o opinione relativi a quell’evento/dato di fatto promuovendone un primo cambio di prospettiva; introdurre il concetto di problema secondario: non soffro perché sono esposto a un evento stressante, ma perché valuto negativamente il fatto di esserlo. Mi giudico e mi critico perché provo determinati stati emotivi negativi (C).Inoltre, spesso, molti eventi valutati come stressanti o frustranti non sono in nostro potere: non li abbiamo cercati né voluti, né lontanamente desiderati.Riconoscersi come persone in grado di risolvere dei problemi, avere la capacità di accettare e regolare i propri stati emotivi, evitare l’isolamento e sapere di poter contare su una rete sociale, sono tutte variabili sulle quali si può lavorare in psicoterapia con l’obiettivo di favorire una maggiore flessibilità psicologica e la conseguente adozione di strategie di coping (da to cope = fronteggiare) più funzionali.Per dirla con le parole di Steven Hayes <>.Riassumendo, combattere strenuamente contro eventi non graditi e non previsti – e qui ci riferiamo non solo ad eventi esterni ma anche ad aspetti tipici del nostro funzionamento interno come provare determinate emozioni e sensazioni fisiche – può rappresentare il vero ostacolo al perseguimento dei nostri scopi, facendoci perdere di vista ciò che conta.Mettere da parte le pretese, e accettare eventi che non si possono modificare perché non in nostro potere ci aiuta, invece, a essere più flessibili investendo, nuovamente, su ciò che per noi è davvero importante.Resilienza, dunque, è tutto questo.Provo ora a rispondere alla domanda con la quale ho aperto questo breve articolo: cosa non è resilienza?Sicuramente non è un tratto stabile e costituzionale. E’ più corretto, invece, pensare che ci siano dei fattori di rischio (e di protezione) che espongono gli individui a sviluppare (o meno) Disturbi dell’Adattamento, Disturbi Post-Traumatici da Stress e altre condizioni psicopatologiche. Nonostante ciò la resilienza va considerata come un’abilità psicologica appresa che richiede un allenamento costante.Non è una dote straordinaria tipica di persone favolose o estremamente coraggiose. Anche in questo caso va considerata come un’abilità strettamente psicologica che tutti noi possiamo esercitare, al meglio che possiamo, quotidianamente.Essere resiliente non significa essere ‘’immune’’ dalle forti emozioni. Al contrario, un individuo resiliente accetta e accoglie le emozioni negative e non si giudica o si autocritica per esse. Anche la letteratura recente (si veda Barlow, Sauer-Zavala, Carl, Bullis, Ellard, 2014) ha evidenziato come le persone che hanno una propensione a provare frequenti emozioni negative intense (nevroticismo) tenderebbero a valutare le proprie esperienze emotive in modo negativo (ad esempio, <>; <<è terribile quest’ansia, non la sopporto>>). Questa modalità auto-giudicante spinge l’individuo a mettere in atto una serie di sforzi al fine di sopprimere tali stati emotivi peggiorando la sua situazione (Purdon, 1999).Ecco perché si inizia finalmente a parlare di interventi trans-diagnostici che possano prendere di mira tutti gli evitamenti e gli sforzi che l’individuo mette in atto contro i propri stati interni negativi (emozioni e sensazioni fisiche), andando in una direzione diametralmente opposta a quello che possiamo definire il ‘’mito dell’immunità emotiva’’.E, infine, essere resiliente non significa poter modificare l’immodificabile. Un atteggiamento resiliente include, al contrario, la capacità di saper riconoscere ciò che non è in nostro potere/controllo e saper accettarlo.BibliografiaBarlow, D. H., Sauer-Zavala, S., Carl, J. R., Bullis, J. R., Ellard, K.K. (2014). The nature, diagnosis, and treatment of neuroticism: Back to the future. Clinical Psychological Science, 2 (3), 344-365.Beck A.T. (1976) Principi di Terapia Cognitiva. Un approccio nuovo alla cura dei disturbi affettivi. Astrolabio, Roma, 1988.Dell’Erba G.L., Nuzzo E., Torsello V., Notaristefano A., Frascella M., Leo M., Mascellino R., Mariano E. (2020) Interventi e idee-chiave per psicologi per l’emergenza Covid-19 Psicoterapeuti In-Formazione, APRILE 2020, NUMERO SPECIALE COVID-19.Ellis A. (1962) Ragione ed emozione in psicoterapia, Astrolabio, Roma, 1989.Hayes S.C., Strosahl K., Wilson K.G. (2014). Acceptance and commitment therapy: Understanding and treating human suffering. New York: Guilford.Purdon, C. (1999). Thought suppression and psychopathology. Behaviour research and Therapy, 37, 1029-1054. doi: 10.1016/ S0005-7967(98)00200-9.

DIVERSI MODI DI ESSERE FAMIGLIA: TRA EREDITÀ E CAMBIAMENTO

di Carola Battistelli Nel 1993 è stata istituita la Giornata Internazionale della Famiglia, che si celebra ogni anno il 15 maggio.La famiglia ha da sempre rivestito un ruolo centrale per la psicologia, uno degli ambiti più esplorati essendo la prima realtà con cui l’individuo entra in contatto e in cui inizia a sviluppare le proprie competenze relazionali ed affettive.La famiglia si caratterizza per essere un sistema in costante interazione con ciò che la circonda, ragione per cui è fortemente influenzata dai cambiamenti sociali. Ad esempio, le difficoltà che i giovani riscontrano nel trovare un lavoro stabile influiscono sulla scelta di avere figli, comportando un calo delle nascite e/o una tendenza a diventare genitori più tardi. Allo stesso modo, rispetto alle generazioni precedenti si possono notare dei cambiamenti rispetto all’aspettativa della donna circa il suo futuro professionale. Questo aspetto incide sulle dinamiche familiari, comportando compiti genitoriali che gradualmente stanno diventando meno distanti tra i due generi.A fronte dei molteplici cambiamenti del nostro tempo, è ragionevole pensare che il concetto stesso di famiglia meriti di essere ripensato in quanto affronta delle sfide ed opportunità prima inesistenti. Siamo spettatori del passaggio da un unico modello di famiglia a una pluralità di modi di essere famiglia, modalità che vengono scelte non più subite, segnale inequivocabile di una volontà sempre più forte di vivere da protagonisti la propria biografia.Fino a qualche decennio fa le famiglie monogenitoriali rappresentavano una rara circostanza “dovuta” per lo più a circostanze esterne, per esempio alla morte del coniuge. Oggi il legame coniugale appare più fragile in quanto si è più consapevoli che si tratta di un progetto condiviso per scelta e che, in quanto tale, può essere rinegoziato in qualsiasi momento. Da qui, la decisione di separarsi sempre più frequente.Collegato a questo aspetto, vi è l’incremento delle famiglie ricostituite, nate dalla scelta di investire su una seconda unione dopo aver sperimentato una separazione. Queste forme familiari possono rappresentare un’importante risorsa per gli individui che la compongono, seppur richiedano un importante sforzo da parte dei membri per arrivare ad un nuovo equilibrio. In questi casi, infatti, è probabile che ogni membro metta in campo modalità relazionali già acquisite e che possono rilevarsi inadatte al nuovo sistema Famiglia che si è venuto a creare, a volte ripetendo gli stessi meccanismi disfunzionali che hanno portato alla precedente separazione. Se ci sono minori il raggiungimento di un equilibrio potrebbe richiedere uno sforzo aggiuntivo, soprattutto nel caso ci fosse un trauma derivato dall’uscita di scena di uno dei genitori. Pertanto, appare fondamentale la ridefinizione dei ruoli e dei confini familiari.Anche le famiglie adottive sono caratterizzate da dinamiche peculiari che rendono ogni esperienza adottiva unica. I vissuti e le fantasie che accompagnano le fasi dell’adozione incideranno sulla qualità relazionale che si instaurerà con il nuovo arrivato, aspetti che per tale ragione vengono esplorati con cura nel corso del processo. L’obiettivo, infatti, è favorire un buon vincolo tra i membri, un’integrazione funzionale che tenga conto del passato e della soggettività del figlio adottivo, evitando che venga investito di aspettative che non gli appartengono.Parlando di integrazione, non si può non pensare alle famiglie immigrate, che sovente si ritrovano di fronte all’arduo compito di consolidare i propri legami in un contesto estraneo, evento che gli provoca un senso di sradicamento, un ossimoro rispetto al concetto stesso di “legame”. Tenere insieme il proprio passato e guardare verso il futuro diviene un compito centrale per le famiglie immigrate, una negoziazione necessaria che può comportare esiti anche molto diversi per persone della stessa famiglia.Una forma familiare che tutt’ora provoca molte resistenze, talvolta fino ad arrivare ad atti discriminatori, è la famiglia omosessuale, spesso relegata a contesti di marginalità sociale. La lettura psicopatologica che ha caratterizzato l’omosessualità per molti anni non ha sicuramente favorito un’adeguata sensibilizzazione dellasocietà, provocando disapprovazioni e rifiuti anche molto duri di genitori di fronte ai coming out dei figli. Nonostante il diritto all’identità e alla libertà siano riconosciuti per la loro inalienabilità e universalità, continuano ad esserci ostacoli ad una piena accettazione di questa famiglia che, di fatto, rappresenta una modalità ulteriore di essere famiglia al pari delle altre.L’elenco dei diversi tipi di famiglia ovviamente non si esaurisce qui, le sfumature sono tante e tutte sono accomunate dalla scelta di costruire legami affettivi autentici. L’essere umano, così, ci appare in divenire, in una costante dialettica tra cambiamento e continuità.Promuovere una narrativa che legittimi l’esistenza di diversi modi di essere famiglia alleggerisce il senso di colpa che spesso accompagna il cambiamento, riportando alla luce il principio di autodeterminazione che caratterizza ogni essere umano. Ci spinge, inoltre, a conoscere meglio queste forme familiari esplorando come si declina per ciascuna la ricerca dell’equilibrio individuale tra appartenenza e separazione, ricerca che spesso dura tutta la vita e che assume connotazioni diverse in ogni famiglia. L’invischiamento, ad esempio, implica un’assenza di confini tra i membri, un eccesso di appartenenza che non contempla una separazione ed è uno degli esiti disfunzionali a cui può portare questa ricerca. All’estremo opposto c’è il cosiddetto taglio emotivo, messo in atto da chi si separa bruscamente dai legami familiari con l’illusione di aver raggiunto una separazione, questo bisogno inappagato di appartenenza produce un vuoto affettivo, che l’individuo cercherà di colmare in maniera disfunzionale nelle relazioni future.Conoscere le dinamiche che possono caratterizzare le diverse famiglie ci permette di comprendere e di contemplare il concetto di famiglia come un’evoluzione continua che, per quanto potenzialmente diverso, è frutto di una progettualità, di una scelta.“La stragrande maggioranza degli esseri umani sceglie di seguire non la propria strada ma le convenzioni; essi di conseguenza non sviluppano se stessi, bensì un metodo, e quindi una dimensione collettiva, a spese della propria interezza” C.G. Jung 1934 Bibliografia Andolfi, M. (2003). Manuale di psicologia relazionale. La dimensione familiare. Accademia di psicoterapia della famiglia.Barbagli, M., Saraceno, C. (1997). Lo stato delle famiglie in Italia. Bologna: Il Mulino.Bowen, M. (1979). Dalla famiglia all’individuo. Roma: Astrolabio.

Perché non c’è più? Come spiegare la morte ai bambini

di Cinzia Iole Gemma Il termine lutto indica un insieme di reazioni emotive alla morte di una persona cara. Si tratta di un processo comune a tutti gli esseri umani, tanto che pur avendone un senso soggettivo doloroso, viene solitamene vissuto come un’esperienza triste ma anche fisiologica. Ognuno di noi è portato ad instaurare intense relazioni affettive con le persone di riferimento. L’interruzione di una relazione di questo tipo provoca una serie di risposte intense ma prevedibili e finalizzate al recupero del legame spezzato. J.Bowlby, uno degli studiosi più autorevoli riguardo i processi di attaccamento e separazione, identifica un cammino suddiviso in quattro fasi che l’individuo percorre per giungere a ridefinire la relazione con il defunto e a potersi legare emotivamente con altre persone. Le fasi identificate sono protesta, nostalgia, disperazione ed infine rielaborazione. È proprio in quest’ultima fase che si sviluppa una nuova identità che non si disperde più in quella antica. L’elaborazione del lutto è perciò un processo graduale e complesso attraverso il quale chi resta progredisce al fine di ricercare un nuovo equilibrio personale ed esperienziale. Se per l’adulto il lutto è un’esperienza dolorosa, per i bambini la morte di una persona cara è davvero molto difficile sia da capire che da esprimere. Eppure ancora oggi nella nostra società esistono dei tabù rispetto all’esperienza del lutto e della malattia, tanto più se si tratta di introdurre tale tematica ad un bambino. Il forte istinto di protezione verso i bambini, porta spesso l’adulto ad allontanarli dal tema della morte, attraverso il silenzio, l’evitamento o il tentativo di mascherare la verità. Di fronte ad un evento come la morte di un caro, il bambino può reagire nei modi più disparati. Possono, per esempio, non reagire, ascoltare senza commentare nulla, o allontanarsi e riprendere a giocare. Questo atteggiamento può riflettere la non comprensione di quello che è successo, ma può essere anche indice di un rifiuto ad accettare quanto accaduto. Qualche bambino può sintonizzarsi con l’adulto di riferimento e modellare il proprio comportamento in modo simile. Altri invece possono piangere, perché il ricordo del defunto stimola in loro il desiderio di averlo accanto. Quest’ultimo atteggiamento è forse più frequente per bambini in età scolare. I bambini in età prescolare, infatti, non comprendono la permanenza della morte e il significato del distacco definitivo, è portato a pensare che l’adulto può tornare in vita come ad esempio nei cartoni animati, come “willy il coyote” in cui il bambino non percepisce l’irreversibilità del concetto di morte. La logica alla base della scarsa comunicazione su questo tema dipende dal fatto che spesso gli adulti sottovalutino l’esperienza traumatica della perdita da parte del bambino, convinti che parlarne li esporrebbe troppo alla sofferenza. Tuttavia ciò che accade è che, evitando l’argomento, i bambini non vengono preparati a comprendere cosa può avvenire fuori e dentro di sé, gli s’impedisce di pensare all’esperienza di perdita che sta vivendo e alla possibilità di attivare le risorse personali e relazionali a sua disposizione per affrontarla e gestirla. Al contrario di ciò che si pensa, i bambini, sono in grado di gestire realtà tristi, sconvolgenti, a modo loro. Non devono perciò essere tenute nascoste informazioni importanti, ma al contrario guidare il bambino nell’elaborazione del lutto, utilizzando un linguaggio appropriato all’età, rispondendo a tutte le domande con franchezza e chiarezza. Potrebbe essere utile in questo caso introdurre delle letture che trattino l’argomento in modo da rafforzare l’idea che la morte è una parte naturale della vita. Bisogna lasciargli lo spazio per capire, per esprimere ogni emozione (stupore, curiosità, dolore, angoscia, paura, rabbia, senso di colpa), per ogni domanda o pensiero sull’accaduto e sulle sue prospettive future, correggendo le idee errate e confermando la sensatezza delle emozioni. Per aiutare il bambino ad esprimere i propri sentimenti, e le proprie emozioni potrebbe essere utile coinvolgerlo in attività come il disegno, la narrazione, creazioni con materiali plastici, attività fisiche, narrazioni. Uno degli effetti più profondi del lutto in età infantile è la necessità per il bambino di avere vicino a sé un adulto significativo che possa essere in grado di accogliere il suo dolore e che sia in grado di ascoltarlo. Il sentirsi ascoltato e il sentirsi visto contribuiscono a dare al bambino un senso di realtà e di fiducia in sé stesso, nelle proprie capacità e nelle proprie risorse. BibliografiaA.F. Lieberman-N.C. Compton-P.Van Horn- C. Ghosh Ippen (2007), Il lutto infantile, Bologna, Il Mulino. Agnès Bretron (2001), Una mamma come il vento, Milano, Motta Junior collana I melograni Jhon Bowlby (1979), Costruzione e rottura dei legami affettivi, Milano (traduzione it. 1982), Cortina. Alberto Pellai e Barbara Tamborini (2011), Perché non ci sei più? Accompagnare i bambini nell’esperienza del lutto, Trento, RAI Erikson Daniel Oppenheim (2004), Dialoghi con i bambini sulla morte, Trento, Erickson. Earl A.Grollman (2002), Perché si muore?, Como, RED edizioni Maria Varano (2005), Tornerà? Come parlare ai bambini della morte, Torino, EGA.Mario Mapelli (2012), Il dolore che trasforma. Attraversare l’esperienza della perdita e del lutto, Milano, Franco Angeli.

Genitori di adolescenti….. tranquilli! E’ tutto normale

di Loredana Luise Condividere la propria vita con un figlio che ti cresce accanto richiede una capacità di adattamento e di riassestamento notevole. Dalla felicità per la comparsa dei primi sorrisi, alla grande preoccupazione per i problemi di salute o per le difficoltà relazionali dei nostri cuccioli, dalle aspettative rispetto al progredire delle abilità e delle acquisizioni, ai successi e gli insuccessi nelle prestazioni sociali sono solo alcune delle mille sfumature che colorano questa meravigliosa condivisione di percorso di vita. I rapporti con i nostri bambini possono essere semplici, divertenti,  difficoltosi e faticosi, ma all’arrivo della preadolescenza, ed in particolar modo dell’adolescenza, il vissuto del genitore subisce un enorme scossone che spesso lo destabilizza e gli crea molta preoccupazione. E’ esperienza comune di molti genitori, in particolar modo di quelli di figli unici, provare un grande vuoto di fronte al quasi improvviso allontanamento e rifiuto che manifestano i figli quando, sulla spinta degli impulsi adolescenziali, iniziano a non cercarli, a mentire o a nascondere delle cose e in qualche modo a tradire la loro fiducia che fino ad allora sembrava essere il simbolo di un legame indissolubile. Soprattutto i genitori che, in questo periodo storico hanno investito molto sull’educazione e sulla crescita dei loro figli, si sentono traditi o in qualche modo depauperati del loro ruolo di genitore super attento e aperto a ogni prospettiva possibile. Tra le diverse  strategie di sopravvivenza alcuni genitori provano a rientrare nel mondo dei loro figli, bussando piano piano, scivolano coi gomiti come marines, altri invece buttano giù direttamente il muro, ma il contraccolpo del rifiuto e l’urlo del bisogno di privacy e di autonomia suonano spesso come pallottole che arrivano dritte dritte al cuore. I più preparati sanno perfettamente quanto lo sviluppo ormonale incida sull’umore dei ragazzi, ma questo non è sufficiente a giustificare quella strana sensazione di tradimento e di solitudine che i genitori provano spesso quando i loro figli varcano la soglia della preadolescenza ed entrano di petto sulla via dell’adolescenza ed in seguito in quella dell’età adulta.  Per giustificare la comparsa di questi destabilizzanti comportamenti  messi in atto dai nostri figli nella seconda decade della loro vita, forse è necessario assumere la consapevolezza che in realtà non siamo noi l’oggetto del loro odio e della loro disapprovazione e la scienza viene in nostro soccorso a spiegarci cosa realmente accade nel cervello di un adolescente. Uno studio condotto dalla  professoressa Blakemore, della University College of London, ha “fotografato” con la risonanza magnetica i cambiamenti del cervello nelle varie fasi di crescita. Il cervello degli adolescenti è completamente diverso da quello dei bambini e anche da quello degli adulti. Ogni essere umano ha a disposizione nel suo cervello circa 85 miliardi di neuroni e queste cellule, all’interno della scatola cranica, subiscono diverse mutazioni formandosi e disfacendosi continuamente e così anche le strutture che le mettono in connessione fra loro chiamate “sinapsi”. Questi studi recenti quindi hanno evidenziato come, a differenza di quanto si credeva fino a poco tempo fa, soprattutto in alcune fasi della crescita, il cervello sia un continuo fare e disfare. L’adolescenza è uno dei periodi in cui vi è uno sconvolgimento maggiore. E’ proprio in questa fase d’età che avviene il picco massimo dello sviluppo della materia grigia ed è sempre in questo periodo che inizia un fenomeno denominato “potatura delle sinapsi”. Potrebbe in qualche modo sembrare un controsenso che nel periodo in cui il cervello ha più bisogno di sinapsi cerebrali ne perda molte e si riducano le connessioni fra i neuroni, in realtà è un fenomeno necessario al miglioramento dell’efficienza cerebrale e a sfoltire ciò che non serve più, o che non si usa più, lasciando  spazio ad una vera e propria rivoluzione. Quindi nell’adolescenza rimangono nel cervello meno sinapsi, ma quelle che rimangono diventano sempre più veloci. Come ha evidenziato il Prof. David Bainbridge, docente di anatomia clinica all’Università di Cambridge e autore di diversi libri divulgativi su temi di neuroscienze, come per esempio “Adolescenti” (Einaudi, 2009), nel momento in cui figli adolescenti iniziano ad affrontare i problemi più complessi, cominciano i tagli a livello della corteccia prefrontale, sede del controllo del comportamento, ed in seguito della corteccia frontale che controlla le decisioni sociali e i rapporti con gli altri. Nello stesso periodo il “sistema limbico”, che controlla le emozioni e gli affetti, diventa sempre più attivo e di conseguenza i giovani iniziano a preoccuparsi  dell’opinione degli amici sfuggendo al controllo dei genitori cercando di sperimentare i rischi lontani dall’ambiente familiare. Ciò che avviene quindi a livello cerebrale è un vero e proprio rimodellamento del cervello che abbandona vecchie strategie di adattamento che comprendevano la presenza costante dei genitori come elementi guida, con una forte spinta alla ricerca dell’esterno e alla sperimentazione di nuovi comportamenti in autonomia. Quindi dopo l’età infantile, caratterizzata dalla protezione familiare è proprio necessario questo scossone che proviene dall’interno e che spinge i ragazzi verso il nuovo, il passionale e l’imprudente. Ed è proprio questo bisogno estremo di trovare uno spazio, di desiderare di sperimentare da soli che destabilizza spesso i genitori, ma essere consapevoli che non è un atto rivolto intenzionalmente a porsi in contrapposizione personale, ma una necessità di sviluppo, è importante per un genitore che deve comunque continuare ad accompagnare la crescita dei propri figli cercando di tutelarli dai possibili pericoli e di guidarli in un modo completamente nuovo. In tutto questo marasma di cambiamenti ed evoluzioni per l’adolescenza, lo sviluppo cerebrale non è comunque ancora completo e soprattutto la comunicazione tra le diverse regioni cerebrali non è così efficace dal consentirgli di prendere decisioni ponderando emozione e ragione. Ecco perché spesso le emozioni emergono in maniera veloce ed intensa; il fatto che lo sviluppo della corteccia prefrontale non sia terminato corrisponde ad un’incapacità del ragazzo di regolare le reazioni e di autocontrollarsi. Quello che un genitore dovrebbe continuare a fare è soffermarsi con i propri figli a riflettere  sulle modalità di reazione da loro messe in atto, cercando assieme di ragionare sulle possibili alternative di risoluzione future

Sessualità alternativa e Financial Domination

di Greta Monica Del Taglia Le pratiche di BDSM sono pratiche sessuali alternative che includono giochi di ruolo, vincoli fisici, scambi di potere e, talvolta, l’induzione del dolore. L’acronimo BDSM è la combinazione delle abbreviazioni B/D (bondage e discipline), D/S (dominanza e sottomissione) e S/M (sadismo e masochismo). I practitioners possono avere ruoli diversi durante una pratica di BDSM come, ad esempio, il ruolo del padrone (Dom, la persona che esercita il controllo), il ruolo del sottomesso (Sub, la persona che si lascia dominare), oppure, a seconda della situazione, ci può essere l’inversione dei ruoli (Switch). Il sadismo e il masochismo sessuale sono comportamenti che rientrano nella categoria delle “parafilie”, e sono spesso accettati come variazioni di comportamenti sessuali “tipici”. Il feticismo viene anch’esso considerato parte della comunità BDSM e può essere spiegato come un “forte interesse in” o una “preferenza per” attività, strumenti, tessuti o indumenti; un interesse erotico deviato e concentrato solo su parti del corpo o del vestiario. Nel complesso, ci si può riferire alle pratiche di BDSM con il termine “perversione”(kinky). Le pratiche di BDSM comprendono un uso consenziente di stimolazione fisica o psicologica, sono spesso associate al dolore e/o al potere per produrre eccitazione e soddisfazione sessuale. In passato, attività di questo tipo venivano associate alla psicopatologia, ma studi recenti dimostrano che interessi e comportamenti sessuali atipici non sono da considerarsi in termini di disturbo mentale, e se vengono praticati in modo consenziente e senza creare stress negativo non si rende necessaria diagnosi clinica. Tuttavia, nel DSM-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), il sadismo e il masochismo sono tuttora considerati disturbi parafilici. Parafilia e Disturbo Parafilico Il termine parafilia indica qualsiasi intenso e persistente interesse sessuale diverso dall’interesse sessuale per la stimolazione genitale o i preliminari sessuali con partner umani fenotipicamente normali, fisicamente maturi e consenzienti. Un disturbo parafilico è una parafilia che, nel momento presente, causa disagio o compromissione nell’individuo o una parafilia la cui soddisfazione ha arrecato, o rischiato di arrecare danno o a se stessi o agli altri. Una parafilia è una condizione necessaria, ma non sufficiente per avere un disturbo parafilico, una parafilia, di per sé, non giustifica o richiede necessariamente intervento clinico. Nei set di criteri diagnostici per ciascuno dei disturbi parafilici, il Criterio A specifica la natura qualitativa della parafilia e il Criterio B precisa le conseguenze negative della parafilia (cioè disagio, compromissione o danno ad altri). Se un individuo soddisfa il Criterio A ma non il Criterio B per una particolare parafilia, allora si potrebbe dire che l’individuo ha quella parafilia, ma non un disturbo parafilico. Disturbo da Masochismo Sessuale A.Eccitazione sessuale ricorrente e intensa, manifestata attraverso  fantasie, desideri o comportamenti, per un periodo di almeno 6 mesi, derivante dall’atto di essere umiliato, percosso, legato o fatto soffrire in altro modo. B. Le fantasie, i desideri o i comportamenti sessuali causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti. Specificare se: Con asfissiofilia: Se lindividuo è attratto dalla pratica  di raggiungere l’eccitazione sessuale connessa con la limitazione della respirazione. Disturbo da Sadismo Sessuale A.Eccitazione sessuale ricorrente e intensa, manifestata attraverso fantasie, desideri o comportamenti, per un periodo di almeno 6 mesi, derivante dalla sofferenza fisica o psicologica di un’altra persona. B.L’individuo ha messo in atto questi desideri sessuali a discapito di un’altra persona non consenziente oppure i desideri o le fantasie sessuali causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti. Nonostante la crescente visibilità di queste pratiche sessuali strane ed inusuali, vi è ancora disinformazione, stigma e discriminazione nei confronti dei “practitioners”, sia tra la popolazione sia tra chi si occupa di salute mentale. Molti clinici, infatti, hanno informazioni confuse riguardo le pratiche di BDSM, tendono a concepirle come non etiche e a patologizzare chi  possiede un’identità sessuale diversa, dimostrando di avere scarsa empatia verso queste minoranze. Caratteristiche psicologiche di chi pratica il BDSM Recenti studi hanno dimostrato che le pratiche di BDSM potrebbero essere considerate “un’attività ricreativa”, piuttosto che l’espressione di processi psicopatologici. Oggi, la maggior parte delle esperienze di BDSM rappresentano un passatempo piacevole e puramente casuale. Tra coloro che praticano queste attività sessuali di tipo parafilico, alcuni hanno riferito che (“la maggior parte del tempo” o “quasi sempre”) le pratiche sono associate a: Senso di libertà; Piacere o godimento; Senso dell’avventura; Utilizzo di capacità personali; Rilassamento o diminuzione dello stress; Estroversione/esplorazione; Emozioni positive. In uno studio che ha coinvolto 902 praticanti BDSM e 434 controlli (definiti “normali”), che si è basato sulla compilazione di questionari online (Neo Five-Factor Inventory; Attachment Styles Questionnaire; Rejection Sensitivity Questionnaire; Five Well-being Index) le caratteristiche psicologiche dei practitioners sono risultate maggiormente positive in confronto a quelle del gruppo dei “normali”. Chi pratica attività sessuali “strane” è risultato: Meno nevrotico; Più estroverso; Più aperto a nuove esprienze; Meno sensibile al giudizio sociale; Con livelli maggiori di benessere personale. Queste persone sono risultate adeguate dal punto di vista sociale e psicologico. La Financial Domination (Findom): una relazione di tipo finanziario. La “Findom” o “Financial Domination”, invece, è una forma di umiliazione psicologica che consiste nel lasciare il completo dominio delle proprie finanze nelle mani di un’altra persona. Fra tutti i feticismi sessuali esistenti a questo mondo, è forse una delle pratiche psicosessuali più insolite ed avvilenti. Coinvolge, di solito, donne bellissime che vengono pagate e omaggiate con regali costosi da certi uomini, i quali intendono avvicinarsi alla donna senza ricevere nulla in cambio – al di là dell’aspetto economico, l’uomo desidera sottomettersi ad una donna ed abbandonarsi al suo controllo. La Financial Domination consiste in un completo lasciarsi andare al potere di un’altra persona, un potere che brama sempre più di crescere. Ma nella maggior parte dei casi, la dominatrice (Domme) e il sottomesso (Submissive) non si incontrano mai – tutto può avvenire online o comunque a distanza. Alcune relazioni “di tipo finanziario” si esauriscono dopo un unico pagamento, altre sono invece regolamentate con trasferimenti di denaro periodici e, certi uomini rivelano

La psicologia che cura

di Claudio Russo Il legame tra teoria e pratica Affrontare il divario tra mente e corpo è stato da lungo tempo oggetto di contatto e sovrapposizione in medicina e psicologia. In un certo qual modo, l’attuale espressione del “bisogno di salute” ritrova origine nell’evoluzione della specie, in quella interazione dell’individuo con l’ambiente e nella continua lotta per il superamento di un agente patogeno. Il bisogno di appartenenza spiega, in parte, la ricerca di risposte adeguate per le tradizionali sfide alla morbilità dell’essere umano. In accordo ad una ormai consolidata prospettiva (Hendry & Kloep, 2002), lo sviluppo e il deterioramento di struttura e funzioni comportano nuove possibilità in essere per la salute umana e richiedono un riassetto dei modelli di cura tradizionali. L’assenza di salute non è sinonimo di patologia e la presenza di segni prodromici implica la potenziale compromissione degli stati di salute dell’individuo. Nel corso degli ultimi decenni, la tutela si è contrapposta genericamente alla cura della malattia, ovvero alla sua remissione dai sintomi. In particolare, l’attuazione di programmi di promozione e prevenzione della salute hanno rinnovato quelle istanze di cambiamento che derivano per lo più dai modelli teorici di riferimento, oppure da evidenze scientifiche spesso non allineate con il bisogno individuale di assistenza. Questo non ha comportato necessariamente l’adozione di interventi finalizzati alla cura della patologia e spesso la teoria non ha accompagnato la pratica clinica. Lo psicologo clinico, in qualità di professionista sanitario, ha bisogno di ritrovare soluzioni individualizzate per la patologia mentale e fisica, alimentando il comune interesse per una comunità in salute. L’adozione di un modello di cura psicologica per l’individuo può certamente predisporre l’organizzazione di protocolli di trattamento innovativi per i disturbi mentali, le malattie neurologiche, i disturbi da uso di sostanze, le malattie non trasmissibili (Stein et al., 2019) e le nuove malattie infettive. Nel suo complesso, l’assistenza psicologica tende a declinarsi come un elemento di cura, caratterizzato dal sovrapporsi di meccanismi biologici e influenze ambientali coinvolte nell’eziopatogenesi, ovvero alla comparsa di un evento patologico o disfunzione che compromette lo stato di salute dell’individuo. La regolazione dell’arousal come elemento di salute L’American Psychological Association (APA) definisce l’arousal come “uno stato di attivazione fisiologica o reattività corticale associato a stimolazione sensoriale e attivazione del sistema reticolare”. Secondo la corrente definizione, l’arousal è “uno stato di eccitazione o dispendio di energia collegato ad un’emozione” (APA, 2020). La memoria stessa è influenzata dal concorrere di arousal emozionale e stress fisiologico. Lo stato esperienziale di un’emozione influenza il modo in cui l’individuo presta attenzione ed elabora le informazioni, coinvolgendo la memoria associata ad un evento appreso, attraverso la sperimentazione di un ricordo in un particolare stato emotivo (Lane, Ryan, Nadel, & Greenberg, 2015). Psicologia e Salute L’arousal è un elemento terapeutico di base che percorre, in maniera implicita ed esplicita, numerose tecniche e protocolli di intervento psicologico e psicoterapia. L’interazione sociale stessa è fonte di arousal. Ciascuna persona può collocarsi in un dato momento ad un dato livello di arousal. Segue che l’individuo necessita di maggiore consapevolezza e accettazione dell’arousal. In sanità, la “psicologia che cura” può contribuire ad accrescere l’esperienza delle emozioni, facilitando la regolazione del livello di arousal, l’apprendimento e la meta-cognizione dei processi di auto-regolazione, stimolando una maggiore comprensione delle distorsioni cognitive associate al pensiero disadattivo. Il principio di codifica emotiva e l’esame obiettivo di verifica del suo valore adattivo possono contribuire a rafforzare la relazione di cura dell’operatore sanitario con il paziente. Questo principio è da ritenersi valido nella più ampia prospettiva di una sua estensione ai rapporti di lavoro con altri professionisti ed operatori e all’interno dell’organizzazione sanitaria in cui si opera. La “psicologia che cura” è pertanto funzione di uno o più sintomi di espressività emotiva impliciti nella relazione con il cliente/paziente e declinabili nel proprio ambiente di vita, in un dato momento nel tempo e all’interno del setting di “cura”. L’arousal stesso è parte della relazione e gioca un ruolo chiave nella regolazione dell’interazione con l’altro. Il valore terapeutico dell’arousal nella relazione con il cliente/paziente ha implicazioni pratiche e necessità di misure urgenti per il lavoro dello psicologo clinico. Riferimenti American Psychological Association (2020). Arousal. Retrieved December 10, 2021 from https://dictionary.apa.org/arousal Hendry, L. B., & Kloep, M. (2002). Lifespan development: Resources, challenges and risks. London: Thomson Learning. Lane, R., Ryan, L., Nadel, L., & Greenberg, L. (2015). Memory reconsolidation, emotional arousal, and the process of change in psychotherapy: New insights from brain science. Behavioral and Brain Sciences, 38, E1. doi: 10.1017/S0140525X14000041 Stein, D.J., Benjet, C., Gureje, O., Lund, C., Scott, K.M., Poznyak, V., & van Ommeren, M. (2019). Integrating mental health with other non-communicable diseases, BMJ, 364, l295. doi: 10.1136/bmj.l295

Superficie o abisso? La flessibilità cognitiva

di Jonathan Santi Pace La Pegna Quando il Titanic stava per affondare (14 Apr. 1912), Benjamin Guggenheim, figlio di un magnate minerario con una poderosa fortuna finanziaria, accompagnato da servitù e assistente personale, rifiutò il giubbotto di salvataggio, indossò uno smoking bianco e disse: <<Abbiamo indossato i nostri abiti migliori e siamo pronti ad annegare da gentiluomini>>. Benjamin probabilmente non era disposto a svestire i panni di cui fino a quel momento si era sempre rivestito in società, la quale lo avrebbe visto accomodarsi in una barchetta di salvataggio e qualificato come un povero naufrago in balia delle onde del mare gelido. Egli affondò insieme al transatlantico, seduto comodamente su un divanetto, sorseggiando brandy e fumando sigari. Quanto le convinzioni profondamente radicate nel modo di vivere e di rappresentarsi di un individuo, possono determinare una rigidità mentale tale da risultare fatale in tanti ambiti della vita? Per principi spesso si sopravvive e in virtù degli stessi a volte si è disposti a fare tante sofferte rinunce, forse anche a soccombere pur di non abbandonarli. È vero, può essere duro ritornare sui propri passi, modificare abitudini, stili di vita e di pensiero che si susseguono da moltissimo tempo, così come può risultare difficile accettare che qualcosa sia cambiato facendo i conti con sé stessi.  La flessibilità mentale è una delle potenzialità più sorprendenti della mente umana; all’estremo opposto, la sua cristallizzazione in forme estremamente rigide di pensiero, può costituirne uno dei limiti più catastrofici. A tal proposito il concetto di flessibilità cognitiva è un elemento molto importante in psicologia, fattore protettivo nelle varie fasi evolutive che ogni individuo si troverà ad attraversare ed elemento catalizzante di cambiamento di fronte ad eventuali momenti critici, normativi e paranormativi. In contrapposizione alla psicorigidità, la flessibilità cognitiva consiste nella capacità di adattarsi all’ambiente, alle nuove circostanze e ai cambiamenti che da esso derivano, consentendo di porsi in una condizione di tolleranza alla frustrazione, di impiego di nuove risorse e di modificazione delle strategie di adattamento necessarie per far fronte a nuove sfide e difficoltà.

Maestra Camilla, posso abbracciarti?

di Camilla Niccolai “Maestra Camilla, posso abbracciarti?” Questa mattina una domanda così semplice, spontanea ed innocente mi ha fatto riflettere. Vengo chiamata per fare supplenza in una IV elementare e trovo una realtà scolastica decisamente modificata. Non parlo della disposizione dei banchi (ben distanziati – “allungate il braccio e controlliamo che non vi tocchiate”), della presenza delle mascherine (così grandi da coprire gli occhi e rendere difficoltoso il dialogo), del continuo e necessario ricambio d’aria (finestre costantemente aperte con 2 gradi all’esterno). Sì, sono sicuramente passati un po’ di anni dall’ultima volta in cui mi sono ritrovata tra i banchi di scuola ma le misure di contenimento del contagio, l’imposizione di un certo distanziamento e la forzata mancanza di contatto fisico hanno prodotto un ben più drammatico cambiamento. Ai bambini sono stati tolti il gioco, la socialità, il volto dei compagni e delle maestre… è stata tolta la Scuola come agente di socializzazione primaria. Tutto è diventato più asettico e freddo, i corpi sono ormai costretti alla distanza e gli abbracci definitivamente banditi. Paradossalmente, i gesti ritenuti prima “normali” (e la cui dimenticanza veniva spesso interpretata come “maleducazione”), adesso vengono percepiti come “strani”, lasciandoci spiazzati. In alcune situazioni si scatena dentro di noi una vera e propria sensazione di allarme e di pericolo, quasi come se dovessimo cercare di proteggerci. Ma proteggerci da chi? Da che cosa? Da un nemico invisibile che ci fa sentire costantemente impotenti e fragili. E la cosa peggiore è che tutti questi vissuti sono ormai parte del nostro agire quotidiano, impressi nelle nostre menti, finendo con l’influenzare la nostra salute mentale, psicologica ed emotiva.   Come può, quindi, la semplice domanda “Maestra Camilla, posso abbracciarti?” non scuotere e preoccupare? Sono cresciuta con la convinzione che poter abbracciare, stringere e baciare una persona, o ancora starle vicino manifestando i propri sentimenti, fosse la vera libertà e una chiave di crescita fondamentale. Purtroppo, i bambini di oggi ricevono quotidianamente il messaggio opposto, ovvero che stare vicini è pericoloso e che è necessario controllare il proprio istinto di vicinanza, sia fisica che emotiva. Alla fine di questa riflessione mi sono, quindi, chiesta cosa poter fare nel mio piccolo, partendo dal mio agire quotidiano. E ho deciso di spronare i bambini con cui mi interfaccio ad esprimere il più possibile i propri sentimenti e le proprie sensazioni – magari parlando, cantando o disegnando. Ho deciso di consigliare agli adulti di organizzare giochi di contatto o attività nelle quali vengano espresse vicinanza ed affettività (almeno in famiglia, con persone conosciute e di cui è certa la non positività al virus). Infine, ho deciso di consigliare ai genitori di abbracciare i propri figli, ricordando loro quanto un abbraccio possa far sentire amati, accolti e al sicuro.

“Non c’è più niente da fare…”

di Fausta Nasti Il lavoro dello psicologo nelle cure palliative Molto spesso è con queste parole che si arriva in Hospice, sentendosi dire che si può essere supportati con un po’ di terapia del dolore, perché a casa la situazione sarebbe ingestibile. Il fine vita, la terapia del dolore, le cure palliative, la morte sono ancora dei grandi tabù… È comune pensare che parlare di certi argomenti sia traumatizzante, credenza erronea e disconfermata dalla letturatura scientifica, che al contrario dimostra che confrontarsi con il paziente e con il suo caregiver sulla prognosi infausta permette una migliore gestione dei sintomi e una migliore compliance con la struttura e il personale. La capacità di stare con il paziente in questa fase del ciclo di vita è molto utile, anche più del fare, nel senso che restituisce alla persona e alla sua famiglia il senso di non essere stati “abbandonati”, la possibilità di vivere partecipando al processo di cura. L’equipe multidisciplinare lavora con la persona e i suoi familiari facendo in modo che ognuno possa “tornare al suo posto”, o meglio permette al caregiver di poter tornare ad essere madre, marito, moglie, padre, figlio, nonno, nel processo di cura, così da poter sperimentare il proprio stato emotivo in un contesto come l’Hospice, dove lo psicologo può offrire la possibilità di essere autentici rispetto al dolore e al senso di perdita che si sta sperimentando. Non amo particolarmente le classifiche, ma se si pensa che nel rapporto pubblicato dall’Economist Intelligence Unit l’Italia è al 24mo posto tra le 40 nazioni per “qualità della morte” significa che c’è ancora molto da lavorare per favorire una cultura della comunicazione. “C’è molta vita in un Hospice” A differenza di quanto si possa pensare, perché ognuno può permettersi di non avere “sospesi” nel bene e nel male, si può chiedere scusa con più facilità, come si faceva da bambini, ci si può abbracciare, si può ancora sognare, si può addirittura prendersi il lusso di fare spazio con chi hai sempre tollerato malvolentieri. Nel fine vita ognuno saluta i propri affetti come meglio crede, a volte con abbracci e stringendo la mano, come se quella mano riuscisse a donare e trattenere ancora un po’ di vita, a volte ci si lascia attraversare dal rumore del “tamburello” di un bambino di 8 anni che chiede alla mamma di tornare a casa, e una mamma che trattiene le sue ultime energie per rassicurarlo ancora una volta. Altre volte, invece ci si saluta con rabbia per non aver vissuto quel potenziale così distante dalla realtà… insomma, la morte è complessa esattamente come la vita e vale la pena di prendersi un po’ di tempo e di spazio con questi temi, per ripensare al mondo delle relazioni tra vivi e tra vivi e morti, ricercando un nuovo equilibrio tra ciò che è stato e ciò che è oggi.