Che cosa sogni?

di Antonella Buonerba È l’incipit del percorso terapeutico quando il paziente è seduto davanti a me, dopo che mi ha raccontato i motivi della sua richiesta di aiuto. Perché è importante utilizzare l’interpretazione dei sogni nella pratica clinica?  I sogni vengono definiti da Freud come la strada maestra dell’inconscio. Rappresentano, pertanto, quella parte di noi stessi che ci risulta estranea, incomprensibile e a volte inaccettabile.Essi rappresentano il ponte con la sfera di noi che non conosciamo, ma che è presente nella nostra vita psichica, tanto da condizionarne i pensieri e i comportamenti radicandosi a volte nelle espressioni del corpo attraverso le varie forme di somatizzazione. Conoscere il mondo dell’inconscio significa intraprendere un viaggio a ritroso nella nostra infanzia e adolescenza, lì dove affondano le radici delle nostre emozioni più profonde, mai risolte, ma che spingono verso la manifestazione e il  riconoscimento di se stesse con la stessa forza e determinazione con cui, una volta, sono state negate e rimosse.Esse si legano  a particolari traumi psichici che, a causa dell’immaturità dell’Io, non hanno potuto essere elaborati, sedimentandosi nell’inconscio e trovando espressione continua ed evidente nel linguaggio del sogno. Si tratta di un lavoro che, obbedendo alle leggi della censura, trasforma il contenuto inconscio in qualcosa di più accettabile e di congruo alla nostra vita reale, senza peraltro mai riuscirci definitivamente, seguendo logiche che non conoscono né spazio e né tempo in un racconto il cui significato è noto solo al terapeuta. “Ho cominciato a sognare”, mi dicono i pazienti. L’attivazione del sogno è frutto di dinamiche di transfert e controtransfert che si innescano sulla base di una fiducia reciproca che scatta già dalle prime battute e che va a corroborate tutta la terapia, accompagnandola fino al buon esito della stessa.I pazienti, a volte, sono impazienti e mi chiedono il significato di dei sogni. Ma proprio perché si tratta di una comunicazione tra inconscio e inconscio non è opportuno rilevarglielo perché ciò comprometterebbe il lavoro analitico, scatenando le difese dell’Io. Solo alla fine dell’analisi, che assume una durata soggettiva, a seconda del grado di reticenza del paziente, vengono scoperte le carte, si arriva ad una condivisione delle nuove sensazioni derivanti dai sogni prodotti da un inconscio finalmente libero, pulito, che ha solo bisogno di ulteriore tempo per assestarsi, come un’atleta che si infortuna, o dopo una lunga degenza. A lavoro ultimato, l’inconscio darà all’io la spinta propulsiva non solo per risolvere il sintomo, ma anche per donare al paziente nuove consapevolezze che lo spingeranno ad agire in maniera serena e creativa.

I disegni in età evolutiva sono davvero solo scarabocchi?

di Giada Mazzanti A chi non è mai capitato, ad esempio durante una telefonata, di prendere una penna e scarabocchiare qualcosa o andare in una galleria d’arte per emozionarci davanti alle opere. Ecco, questo è un piccolo esempio del grande potere del disegno. Ha un potere concreto (richiamo della realtà, attivazione corporea e intellettiva) ma anche evocativo (l’opera evoca in chi guarda e chi dipinge emozioni). Pensiamo però a quando eravamo bambini e a tutti i fogli, i colori e al vario materiale usato per esprimerci mediante il disegno. Perché lo facevamo e perché continuano a farlo i bambini di qualsiasi generazione? Partiamo con il dire che il disegno e la pittura siano attività spontanee innate, esattamente come lo sono, per esempio, il parlare e il camminare. Le capacità di rappresentazione, per intenderci la bravura nel disegnare, dipendono non solo dalla maturazione motoria e intellettiva ma anche dall’affinamento dovuto dall’esercizio. Non bisogna però dimenticarsi del fatto che l’atto di imprimere un segno grafico o un’impronta colorata su un foglio bianco rendono il bambino appagato. Essendo un’abilità spontanea spesso non si considera che sia in realtà un’azione estremamente complessa; affinché si attui servono la coordinazione di diverse competenze: motorie (muovere la mano e il polso in modo funzionale), percettive (cogliere le linee e i tratti di un dato oggetto) e cognitive (adattare le linee in modo che siano in relazione tra loro e con le giuste dimensioni) che raggiungono la maturazione attorno ai cinque o sei anni. Servono anche l’immaginazione e la capacità di collegarsi al proprio mondo emotivo. Pertanto, quando un bambino disegna esprime se stesso, le sue paure, comunica con gli altri e permette di comprendere e controllare i propri stati interni in quanto vengono spostati al di fuori di sé mettendo una distanza tale da poterli vedere e non subirli. Anche l’abilità immaginativa e di fantasia devono essere stimolate in modo adeguato: non si assimilano passivamente ma è necessaria una posizione attiva. Ma cosa si intende con l’essere attivi nello sviluppo dell’immaginazione? lo studio di Meringoff (Meringoff et al., 1981) mostra come l’ascoltare una storia radiofonica stimolasse maggiormente la creazione di disegni fantasiosi rispetto alla visione di un film o un libro illustrato. Questo avviene perché vedendo le immagini i bambini riportavano quello che avevano visto senza interpretare; non interpretando non avviene la propria elaborazione della narrazione, quindi adottare una posizione attiva indica il riuscire a interpretare gli stimoli esterni senza subire influenze. Per riassumere possiamo dire che il disegno sia funzionale per la costruzione identitaria in quanto permette di sviluppare la capacità immaginativa, permette di rappresentare e gestire il mondo esterno (vedo il contesto e disegnandolo lo rielaboro facendolo mio), ha una funzione sociale che permette la comunicazione ma anche la gestione e la comprensione dei suoi affetti e/o problemi ma è anche la narrazione di se stessi. Possiamo definirlo come una forma di espressione innata ma anche come strumento che permette di capire, dare forma e rappresentare il proprio mondo. Esistono due tipi di disegni, quello libero e su richiesta; presentano delle differenze, infatti quello libero è caratterizzato dalla spontaneità e permette l’emersione di aspetti nascosti paragonabili al materiale onirico e alle libere associazioni degli adulti. Parlando dell’evoluzione della capacità grafica nel bambino si riscontra che avvenga tramite due meccanismi contraddittori: la ripetizione dello stesso tema e la variazione del tema; il primo è funzionale per il consolidamento del tema appreso e il secondo per esplorare e apprendere nuovi schemi. Inizialmente questa attività è un piacere dato sia dal movimento cinetico del corpo, sia dalla percezione visiva del tratto che si lascia. È verso l’anno che il bambino prende in mano il pennarello o la matita ma più che tracciare forme tenta di colpire il foglio mentre intorno ai 18/20 mesi iniziano i veri scarabocchi/tratti. Verso i 3 anni i bambini sono affascinati dalla scrittura e la imitano tracciando linee per tutta la lunghetta del foglio mentre dai 4 anni iniziano a copiare qualche lettera ma senza fine cominciativo; verso i 5 anni si raggiunge la maturazione di alcune abilità motorie e si percepiscono le parole come insieme unitario quindi le lettere assumono il significato di intere parole. Dai 6 anni la capacità di attenzione e di lessico aumenta ma lo scopo della rappresentazione grafica rimane quella di mostrare ciò che si sa delle cose e non quello che si vede quindi il disegno diventa una definizione dei suoi significati interni. Dicevamo prima che il disegno infantile abbia delle relazioni con l’indagine sulla vita emotiva di chi disegna, infatti nel disegno, come nel gioco, il bambino riversa la sua realtà nel foglio, ciò gli permette di esternare gli elementi per lui più importanti potendo rielaborarli e consolidando i ricordi e le esperienze vissute. Per poter ricavare suggerimenti emotivi dai disegni si deve prestare attenzione a diversi aspetti del disegno come ad esempio, la posizione del foglio, la sequenza, la pressione, le dimensioni, i colori, i tratti le dimensioni, la sequenza di rappresentazione dei soggetti e altri aspetti. Bibliografia Anna Olivero Ferraris (2012). Il significato del disegno infantile; Bollati Boringhieri. Guido Crocetti (2009). I disegni dei bambini; Armando editore Meringoff L. et al. (1981). How shall you take your story whit or whitout pictures? Biennial meeting of the society for research on child development.

“Sentire” il mondo intorno a sé: correlati neurali del relazionarsi

di Umberto Maria Cianciolo Baron-Cohen (1997) ha coniato il termine “cecità mentale” (mindblindness) in riferimento all’incapacità da parte dei bambini autistici di rappresentarsi correttamente gli stati mentali degli altri attraverso l’utilizzo dei segnali non verbali (come le espressioni facciali) e la deduzione di uno stato mentale interiore di un’altra persona. Uno studio (Spezio et al., 2007) dimostra come questi pazienti non prestino attenzione allo sguardo, confermando, ad esempio, quanto Adolphs e colleghi (2005, 2010) scoprirono, attraverso l’utilizzo dell’eye tracker per la registrazione dei movimenti oculari: determinante, per il riconoscimento della paura, sono gli occhi. La maggior parte delle espressioni contiene altri indizi distintivi (es. sorriso della gioia) ma la caratteristica distintiva di un’espressione impaurita, infatti, è l’aumento della porzione bianca dell’occhio, la sclera. Quando ci relazioniamo con gli altri, possiamo solo inferire ciò che pensano e sentono attraverso i segnali verbali e non verbali: dal punto di vista evoluzionistico, le pressioni sociali hanno sempre più reso necessaria questa capacità, che Premack e Woodruff (1978) hanno definito Teoria della Mente (ToM). Con questo termine, dunque, ci riferiamo alla capacità di un individuo di attribuire e inferire stati mentali (credenze, emozioni, desideri, intenzioni e pensieri) a sé e agli altri, e di prevedere sulla base di tali inferenze il proprio e altrui comportamento. Per dedurre i pensieri degli altri, dunque, il punto di partenza è il comportamento osservabile attraverso cui inferire ciò che non è osservabile, cioè il loro stato psicologico. Ma come avviene ciò? Vi sono due teorie al proposito. La prima è conosciuta come la teoria della simulazione – o teoria del sistema di condivisione delle esperienze (Zaki & Ochsner, 2011) secondo cui osservare il comportamento di qualcun altro, e imitarlo, siano associati a una personale risposta fisiologica, che poi si utilizza per dedurre che l’altro stia provando la stessa sensazione. La seconda è la teoria della teoria – o teoria del sistema di attribuzione degli stati mentali (ibidem) secondo cui è possibile teorizzare gli stati mentali degli altri da quello che conosciamo su di loro (ricordi, situazione in cui si trovano, la loro famiglia, la loro cultura ecc.). La corteccia prefrontale mediale, coinvolta nei processi di percezione del sé, sembra essere la regione chiamata in causa dalla teoria della simulazione che, come detto, suggerisce una relazione intrinseca tra la percezione del sé e quella degli altri. Ad esempio, uno studio di Mitchell e colleghi (2006), attraverso l’utilizzo della Risonanza magnetica funzionale (fMRI), ha ipotizzato che quando pensiamo a noi stessi o a una persona a noi simile (ai soggetti partecipanti veniva fatta leggere una descrizione di un soggetto che condivideva le loro idee politiche) si attivi una regione cerebrale simile, ovvero una subregione ventrale della corteccia prefrontale mediale, invece quando pensiamo ad una persona a noi dissimile se ne attivi un’altra, ovvero una porzione più dorsale della MPFC. Dunque, a volte possiamo utilizzare noi stessi come un modo per capire qualcuno che non conosciamo bene, ma che sembra essere correlato a noi in qualche modo. Inferire lo stato mentale altrui comprende anche la capacità di avvicinarsi alle sue emozioni. L’empatia è proprio la capacità di comprendere e rispondere alle esperienze emotive trasmesse dagli altri. Per fare ciò dobbiamo assumere la prospettiva dell’altro: per capirlo dobbiamo ricreare in noi il suo stato emotivo. “Dato il ruolo dei neuroni-specchio (Rizzolatti & Craighero, 2004) nell’imitazione e nel riconoscimento dell’azione, è stato ipotizzato che i neuroni-specchio possano essere un meccanismo fisiologico cruciale che ci permette di avere la stessa rappresentazione dello stato interno di un’altra persona all’interno del nostro corpo (simulazione incarnata)” (op. cit., p. 600). Ciò avviene grazie ad una connessione tra il sistema dei neuroni-specchio e il sistema limbico (sistema di elaborazione emotiva), collegati attraverso l’insula. Questa struttura si attiva non solo quando si prova disgusto ma anche quando si osserva la medesima emozione negli altri (Wicker et al., 2003). Uno studio di Singer e colleghi (2004) ha rilevato che l’insula e il cingolato anteriore si attivino quando si prova dolore fisico (veniva erogata una corrente di bassa intensità con degli elettrodi posti sulla mano) su sé stessi e quando lo si percepisce negli altri. Inoltre, in chi aveva ottenuto, attraverso un questionario, più alti punteggi di empatia si registrava una maggiore attivazione dell’insula e della corteccia cingolata quando questi percepiva il dolore subìto dagli altri. La giunzione temporo-parietale destra – rTPJ – è una regione associata al meccanismo che permette di fare inferenze sugli stati mentali degli altri. Per verificare ciò, Saxe e colleghi (2005) hanno utilizzato un metodo basato sul Compito delle False Credenze di Sally-Anne (Perner e Wimmer, 1983): ai partecipanti vengono mostrate diverse sequenze nelle quali due bambine stanno giocando. Nella prima sequenza, Sally lascia una palla dentro una cesta e si reca in un’altra stanza. Approfittando dell’assenza di Sally, nella successiva sequenza, Anne prende la palla e la mette dentro una scatola. Infine, Sally rientra in stanza e si chiede al soggetto: “Dove cercherà la palla Sally?”. Per rispondere correttamente, i soggetti non devono considerare le proprie conoscenze sulla posizione della palla e adottare il punto di vista di Sally, capendo che i due soggetti possono avere prospettive diverse sul mondo. La giunzione temporo-parietale di destra aumentava la sua attività nella condizione in cui i soggetti adottavano la Teoria della Mente, ovvero ragionavano sugli stati mentali altrui. Infine, una regione cerebrale necessaria a comprendere il contesto sociale e modulare di conseguenza il proprio comportamento è la corteccia orbitofrontale (OFC). Uno studio (Stone et al., 1998) ha sviluppato un compito sulle gaffes sociali presentato a pazienti con danni orbitofrontale, a pazienti con danni alla corteccia prefrontale laterale e a partecipanti sani di controllo. Il compito prevedeva che venisse presentato uno scenario in cui una donna donava, come regalo di nozze, un vaso ad un’amica. Quest’ultima molto tempo dopo ospitava a casa propria l’amica, che accidentalmente rompeva lo stesso vaso che aveva regalato. Dimenticando chi le avesse regalato il vaso, l’amica la rassicurava dicendole che non le era mai piaciuto come regalo. I pazienti con danni orbitofrontali

PUNTOEBASTA

di Sara Palermo Il 31 maggio 2021 c’è stata un’importante conferenza sui Disturbi Del Comportamento Alimentare alla Camera del Senato, in cui si è evidenziato quanto sia drammatica e rilevante la situazione. I dati mostrano più di 3000 persone in sono morte nel 2020 sotto i 30 anni. Si sta abbassata sempre di più l’età di insorgenza dei Disturbi Alimentari. C’è il bisogno di cercare delle risposte di cura adeguate, una presa in carico della persona che non deve essere solo delle famiglie, dei Servizi Sanitari, ma che si sviluppa dentro la Comunità, con una personalizzazione degli interventi, con diverse fasi in base alla gravità, diverse figure professionali che intervengono. La cura deve essere graduata a seconda dei bisogni, con al centro la persona che non è lasciata da sola. Nel mio piccolo cerco di occuparmi di cura e benessere individuale. La cura la intendo come interazione di molteplici elementi: biologici, psichici, sociali, ambientali. La persona intesa come corpo e mente integrati. La prevenzione e la cura di ogni malattia cronica e di ogni fragilità sono processi individuali e collettivi.Richiedono forza, coraggio, cambiamenti politici, investimenti economici, sofferenza che si trasforma in speranza. Martedì 8 giugno 2021 alle ore 19, per inaugurare la rassegna #rubricalilla, l’Associazione Nazionale Disturbi Alimentari e della Nutrizione Lillà ha scelto di presentare il volume PUNTOEBASTA, edito da Pungitopo nel 2017, di cui sono autrice. Il tema trattato è stato quello dei Disturbi Alimentati affrontati da due punti di vista: la storia diretta di chi in prima persona ne ha vissuto l’esperienza e il punto di vista clinico e terapeutico. Puntoebasta nasce nei quaderni a quadretti che ho scritto per circa 12 anni. Ho iniziato ad affidare le mie emozioni all’inchiostro all’età di 13 anni, in realtà ricordo quando alle elementari la maestra ci ha parlato del diario come di una forma di scrittura. Il diario e la poesia. Mi hanno impressionato molto. Mi hanno forse da subito appassionato. Ho scritto, per anni, senza mai rileggere nulla. Ho scritto della mia ossessione per le calorie, delle abbuffate e di ogni volta che mi dicevo, da oggi si ricomincia. Ho scritto anche delle tempeste emotive, quelle di adolescente, quelle di ragazza più adulta. Ho scritto degli amori. Dell’odio verso me stessa. Del liceo, dell’Università, dei fallimenti, dei viaggi. “In fondo al piatto ho un corpo tumefatto. Mi specchio nel mio difetto e sto sola, con il mio maledetto spazio protetto”. Da adulta, siamo nel 2009 e mi sono traferita in Sicilia per un progetto di lavoro, porto insieme alla macchina i due scatoloni con i quaderni. E inizio a rileggere. Ci ho messo circa due anni a rileggere e trascrivere tutto a Pc. Leggevo, a volte piangevo per la Sara di allora, per quello che sentivo essere stato un lungo tempo sprecato nella malattia. Il tempo che mi aveva tolto gli anni dell’adolescenza, dell’Università. Mi fermavo per giorni. Poi riprendevo e trascrivevo. Ci sono varie versioni di Puntoebasta, perché piano piano ho tolto pezzi, pagine, ho sintetizzato. La Sara adulta che rileggeva e ri-attraversava la lunga storia del proprio disturbo alimentare si intrecciava con la narrazione del presente. La versione definitiva è quelle che è stata pubblicata nel 2017. E’ rimasta anche quella ferma nella scatola del mio hard disk per anni. Poi una sera, nella modalità più attenuata ma che ancora esiste, di impulsività che mi caratterizza, ho inviato il file a Lucio, l’editore. E così nasce Puntoebasta. Un diario di circa 12 anni che narra il mio viaggio interiore, dall’ossessione dell’anoressia, al disprezzo del mio corpo, alla rabbia e violenza delle dita in gola per vomitare, all’ identita’ bulimica all’odore di vomito che mi sentivo perennemente addosso, fino alla liberazione, alle musiche d’africa e ai suoi colori e terra rossa. Puntoebasta è un dono di condivisione e anche uno strumento prevenzione. Da un disturbo alimentare si può guarire. Anche dopo lunghi anni. È un messaggio di speranza, per chi ne soffre, per i famigliari, per i professionisti. Sono parole che rivolgo sia a chi sta male, sia a tutti gli operatori che si occupano di disturbi alimentari. È una forma di espressione ed è stato il mio modo per aprirmi al mondo, e completare il mio percorso di cura. È dire, non mi vergogno più, non vergognatevi. Parole per ogni professionista, ma prima di tutto, per ogni persona, che lavora per l’equità della cura, per la diagnosi precoce, una presa in carico globale, svolge azioni di prevenzione, fa formazione al personale sanitario e non. Oltre ai medici di base, i pediatri, sappiamo quanto sia importante arrivare nelle scuole per fare prevenzione e formazione agli insegnanti. I temi dell’accessibilità delle cure (che non significa solo disponibilità dei servizi ma anche costi sostenibili per tutti) e della prevenzione mi toccano molto, perché so bene cosa un intervento che arriva in ritardo può portare. A me ha portato una cronicità da cui ne sono uscita. Ma si muore, si muore perché non si arriva ad essere curati. Oggi a me stessa e a chi è ancora ammalato dicoa gran voce dama la nope, che in wolof (in Senegal) vuol dire ti voglio bene.

La Terapia Online: il modello di Unobravo

di Valeria Fiorenza Perris Unobravo è un innovativo servizio di Psicologia Online che consente di svolgere terapie in videochiamata da qualsiasi luogo ed in qualsiasi momento. Quando siamo partiti con il progetto, una delle principali sfide che abbiamo dovuto affrontare è stata individuare e lavorare sui pregiudizi che molti nutrivano rispetto alla terapia online. Si dubitava che fosse altrettanto efficace, che alcuni aspetti, come la corporeità, andassero completamente perduti e che questo avrebbe compromesso irrimediabilmente la creazione di un solido legame terapeutico. All’inizio, abbiamo deciso di concentrarci principalmente sugli Italiani all’estero, gli Expat, che per ovvi motivi potevano coglierne in modo immediato i vantaggi e le potenzialità. Ad oggi, abbiamo sostenuto migliaia di italiani residenti all’estero attraverso la terapia online. Poi il COVID, che ha portato con sé un radicale stravolgimento delle abitudini, degli usi e dei costumi dell’intera popolazione. Quello che sembrava uno strumento da guardare con sospetto è diventato l’unico modo per continuare ad incontrarsi con i propri pazienti. La percezione degli psicologi rispetto alla possibilità di svolgere percorsi psicologici online è cambiata, le posizioni si sono ammorbidite e anche i più intransigenti hanno dato una possibilità al nuovo strumento. Questa trasformazione percettiva ha implicato una maggiore disponibilità anche nei pazienti che, fidandosi ed affidandosi al proprio terapeuta hanno sperimentato il nuovo setting. Fin dalla sua nascita, Unobravo ha intravisto l’enorme potenziale della terapia online e oggi, dopo aver servito più di 8.000 pazienti con oltre 600 psicologi, e dopo aver effettuato studi e indagini e fatto molta esperienza sul campo, possiamo dire con estrema sicurezza che la terapia online non solo funziona ma, in alcuni casi, risulta addirittura più efficace. Vediamo più nel dettaglio i vantaggi sia per i pazienti che per gli psicologi: Accessibilità: I pazienti possono svolgere le sedute da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Un vantaggio notevole che incide positivamente anche sulla continuità terapeutica, oltre che sulla decisione di intraprendere un percorso più agevole e smart. Questo discorso vale anche per noi terapeuti. Basta un tablet, un PC e una buona connessione internet per incontrare i nostri pazienti provenienti da qualsiasi parte del mondo, ovunque ci troviamo. Sicurezza: Cosa ci fa sentire più sicuri di essere in un luogo familiare, in cui ci sentiamo protetti e che ci consente di parlare di noi in modo più libero, con meno variabili da gestire? Poter svolgere le sedute dal proprio divano, in un posto in cui ci si sente a proprio agio, può contribuire a superare molte delle iniziali resistenze a cominciare un percorso di psicoterapia. Solidità del Legame: Contrariamente agli iniziali pregiudizi, abbiamo potuto verificare come lo schermo favorisca l’espressione emotiva dei pazienti che finiscono per raggiungere molto prima alcune consapevolezze. Inoltre, avere modo di osservare il proprio terapeuta in un contesto più informale e personale, consente la creazione di un legame più profondo e di un’alleanza terapeutica più salda. È come se la tensione si alleggerisse e, all’interno di un clima meno ortodosso e formale, il paziente si sentisse più libero di esprimersi. Se questi sono i benefici, bisogna però essere consapevoli anche degli aggiustamenti che una terapia online richiede agli psicologi. Proprio per le specifiche peculiarità del setting online è necessario formarsi per gestire al meglio tutte le variabili. Si può essere infatti ottimi terapeuti all’interno del proprio studio, ma avere difficoltà a gestire le dinamiche di una terapia mediata da uno schermo. Improvvisarsi Terapeuti Online non è sicuramente una buona idea, né per il paziente né per lo psicologo che potrebbe sentirsi molto lontano dalla sua comfort zone. In Unobravo svolgiamo esclusivamente sedute online e formiamo i nostri terapeuti uno ad uno, fornendo loro supporto e occasioni di confronto. Questo approccio ci consente di mantenere sempre alta la qualità delle terapie che offriamo e di far sentire gli psicologi che collaborano con noi sicuri nel gestire ogni tipo di situazione. Poter contare su un Team di supporto consente ai terapeuti di svolgere il proprio lavoro in totale serenità. Il Team di Unobravo oggi conta oltre 600 terapeuti che possono condurre la propria attività in maniera flessibile e slegata da vincoli geografici. Infine, esiste un altro tema su cui, come Unobravo, abbiamo voluto offrire una soluzione concreta: un paziente che decida di intraprendere un percorso online si trova spesso di fronte al difficile compito di scegliere uno tra i tantissimi professionisti presenti sul web. Come sappiamo bene, trovare lo psicologo giusto non è cosa scontata. Proprio per rendere questo passaggio più semplice e efficace possibile, Unobravo utilizza un algoritmo proprietario che permette all’utente, grazie alle risposte date al questionario su www.unobravo.com, di essere associato al terapeuta più giusto per le sue esigenze con cui poi potrà prenotare un colloquio gratuito e senza impegno così da testare la modalità innovativa e conoscere il proprio psicologo. La nostra mission è da sempre normalizzare l’accesso alla terapia psicologica in generale e a quella online in particolare. In questo senso, siamo convinti dell’importanza del nostro contributo  al cambiamento percettivo che oggi consente a un numero sempre maggiore di persone di trovare il sostegno di cui ha bisogno.

Psicosi Pandemica

di Veronica Sarno La prestigiosa rivista Plos One il 27 gennaio 2021 ha pubblicato un articolo dal titolo: “Cambiamenti cognitivi e di salute mentale e loro fattori di vulnerabilità legati al blocco COVID-19 in Italia”, l’articolo è basato sugli studi condotti dai ricercatori dell’Università di Padova in collaborazione con l’IRCCS Santa Lucia di Roma che hanno parlato di “Psico-Pandemia” che riguarda la comparsa a livello sociale di problemi di concentrazione apparentemente ingiustificati, disturbi della memoria e comparsa di problemi psicologici legati al lock-down. Lock-down è una parola composta da lock che significa lucchetto e da down che significa giù, che messi insieme diventano “lucchetto giù”, che si può tradurre come lucchetto chiuso. Un lucchetto chiuso indica un valico di separazione tra ciò che è dietro il lucchetto chiuso e ciò che vi è al suo esterno; l’espressione lock-down è traducibile in italiano come confinamento; un lucchetto chiuso genera confini. Un confine indica qualcosa che inizia e finisce da un lato e qualcosa che si trova al di là di ciò. Un confine può anche essere inteso come linea di separazione, ma tra cosa? Il confinamento iniziato con il lock-down ha diviso medici, infermieri e OSS che uscivano di casa per andare a lavorare in emergenza dalle persone comuni sprovviste di motivi di emergenza per uscire; questa è stata la prima divisione, poi se ne sono verificate delle altre, alcune attualmente ancora in corso. La seconda separazione è avvenuta tra quelli che pensavano di contenere la diffusione del virus con l’utilizzo delle mascherine da quelli che non le reputavano un mezzo adeguato ed efficace nella lotta al virus. Una terza separazione è avvenuta tra quelli che reputavano come indicato dalle linee guida, fonte di contagio il contatto fisico, eliminando gli abbracci anche con le persone più strette, lasciando aldilà del proprio confine fisico l’altro, e tra quelli che invece non hanno voluto rinunciare ad abbracciare i propri cari in ogni caso. Una quarta separazione è avvenuta tra i ricoverati ed i propri parenti che non hanno più potuto accedere a strutture sanitarie come RSA e ospedali per visitare i malati, separati da mura. Una quinta separazione è avvenuta fra persone appartenenti ad una stessa famiglia site in regioni o nazioni diverse, separate dalla mancanza di mezzi di trasporto, che consentissero un ritorno a casa od un ricongiungimento. Una sesta divisione è avvenuta con la ricerca della nascita del virus, da un lato quelli che credono che sia naturale, dall’altro quelli che credono che non lo sia. La più recente divisione riguarda il parere sull’uso dei vaccini, da un lato quelli che credono che i vaccini siano la soluzione al virus, dall’altro quelli che non la ritengono una valida soluzione. Oltre alle paure ed ai vissuti legati alla pandemia, si è altresì generata la paura dell’Altro, quell’Altro che è aldilà del lucchetto chiuso, quell’Altro che la pensa diversamente e non si capisce il perché; sopraggiunge la difficoltà a mettersi nei panni dell’Altro, l’Altro è il non-noto fuori dal lucchetto. Il filosofo Lèvinas diceva che l’altro costituisce un limite che costantemente ci pone domande, infatti, la presenza dell’Altro è di per sé tentativo di comunicare qualcosa, si tratta di un pensiero di un Altro, che attualmente, nella psico-pandemia, diviene un messaggio non-comprensibile; perché è così poco comprensibile? Secondo Bion “il pensiero, in quanto capacità di pensare i propri pensieri, nasce nella mente dell’altro.”[1] Il bambino piccolo che prova stati di confusione aspetta che la madre li faccia suoi e li restituisca dotati di senso. Talvolta i bisogni primari del bambino non corrispondono a quello che fa il suo caregiver, per questo il bambino piccolo sperimenta una violenta frustrazione, da un lato c’è qualcuno che si prende cura di lui, da un altro invece, qualcuno che non lo fa; queste sensazioni sono definite da M. Klein come angoscia primordiale, il bambino cerca di integrare i pezzi, ma non gli sembra sensato, che da un lato vi sia la cura e dall’altro, quasi contemporanea la non-cura, quel che accade è che il bambino non riesca a mettere insieme i pezzi, da un lato vi è l’isola delle cure, dall’altro l’isola della non-curanza e forse addirittura del menefreghismo; in pratica il bambino non riesce a capire che cura e non-cura sono entrambi aspetti della stessa situazione, il limite della sua incapacità di comprendere come stanno realmente i fatti e la sofferenza acuta che ciò gli provoca rendono il suo mondo scisso, da un lato i buoni, quelli che si comportano bene cioè con cura e dall’altro quelli che si comportano male cioè senza cura. Ecco che il mondo assume la forma di una dicotomia psicotica buoni e cattivi, belli e brutti, sani e non sani, giusto e sbagliato, logico e non logico, sensato e non-sensato. L’incapacità di elaborare un puzzle completo e di riconoscere il pensiero dell’Altro in quanto pensiero dell’Altro piuttosto che vivere l’Altro come il non-noto aldilà del propria serratura psichica, del proprio confinamento, e proprio a causa della divisione generata dal lucchetto sociale, si è venuta a creare una psicosi pandemica collettiva, tutti sono risucchiati dal vortice delle dicotomie con relativi giudizi di valore, ognuno crede che la propria parziale verità sia l’unica verità, la più giusta, la più logica, la più sensata. È compito degli psicologi evitare la deframmentazione sociale dovuta al lockdown ed ampliare le vedute contestuali, per riuscire a far convivere contemporaneamente diverse verità parziali e a ridare senso psichico agli eventi legati all’emergenza sanitaria. Bibliografia Bion W. R., Apprendere dall’esperienza, Armando Editore, 2009. De Carolis M., La questione dello psicologismo tra Frege e Wittgenstein, «Aut Aut», Carocci Editore, 2004. Lèvinas E., Il Tempo e l’Altro, a cura di F.P. Ciglia, Il Melangolo,1997. Klein M., Invidia e Gratitudine, Martinelli, Fi, 2000. Sitografia https://www.unipd.it/sites/unipd.it/files/20210128lllooo.pdfhttps://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0246204 [1] M. De Carolis, La questione dello psicologismo tra Frege e Wittgenstein, «Aut Aut», 319-320, 2004, pp. 171-196.

Il ruolo dello psicologo all’interno di eventi traumatici

di Lucia Fiengo Cosa accade quando in una domenica qualunque di bel tempo, in una giornata primaverile, dopo un lungo blocco alla vita sociale a causa della pandemia da SARS- Cov-2 si torna a trascorrere un po’ di tempo fuori casa, si prende una funivia e una cabina tragicamente precipita nel vuoto? Cosa accade quando in un giorno pieno di pioggia, che precede il ferragosto, crolla un ponte dove a viaggiare ci sono famiglie dirette verso il mare, lavoratori che si avvicinano speranzosi alle vacanze, giovani pieni di sogni che hanno intenzione di intraprendere giorni di spensieratezza? Cosa accade a queste vite spezzate? Cosa accade, soprattutto, a chi sopravvive? Cosa accade a chi vede queste scene in TV e riconosce l’auto del compagno o associa che il proprio figlio sarebbe dovuto essere lì, nella stessa frazione di secondi in cui è accaduto quel disastro?  In queste situazioni, il vero protagonista è il trauma, inteso da  Krystal come “il trauma psichico catastrofico”, ovvero “una resa a ciò che viene vissuto come un pericolo inevitabile di origine esterna o interna. È la realtà psichica della resa a ciò che viene vissuto come una situazione intollerabile senza via d’uscita che fa sì che si abbandonino le attività che salvaguardano la vita”(Krystal, 2007, p. 200). Disastri naturali, come il terremoto dell’Irpinia degli anni ’80 o quello dell’Aquila del 2009, oppure incidenti più recenti, come il crollo del Ponte Morandi a Genova o il recente evento che vede coinvolta la Funivia Mottarone, chiamano all’opera diverse professionalità, e più nello specifico in ambito psicologico, gli psicologi dell’Emergenza. A seguito di un evento traumatico, diversamente da un evento stressante, l’equilibrio individuale viene minato e risulta molto più complesso ristrutturarlo; laddove si è in grado di ripristinare un nuovo equilibrio sarà in ogni caso differente da quello che precedeva l’evento traumatico, avendo nuovi confini e nuovi significati (Robert, 1995). La Psicologia dell’Emergenza viene definita come la ricerca e l’applicazione delle conoscenze psicologiche nei contesti di emergenza. Essa si occupa principalmente di studiare le reazioni umane nei contesti avversi, di promuovere la salute mentale e di rafforzare le competenze psicosociali prima che tali circostanze siano avvenute e dopo il loro accadimento (Pietrantoni & Prati, 2009). Gli psicologi formati alla gestione dell’emergenza hanno come obiettivo quello di arginare potenziali ripercussioni a lungo termine, attraverso una serie di misure che più ritengono pertinenti alla specifica situazione. Nelle ultime settimane, la maggior parte dei giornali e telegiornali hanno mantenuto il focus sull’unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone: Eitan, un bambino di 5 anni, che vede la sua famiglia distrutta, a causa di una tragica fatalità. Fondamentale in questa circostanza, come in tutte le circostanze che sfociano in eventi traumatici, è l’operato dello/a psicologo/a. Con chi o cosa si interfaccia uno psicologo al fine di contenere le conseguenze traumatiche di un evento di tale portata?   Un possibile intervento, che vede attivamente coinvolto lo psicologo, è attuabile all’interno dell’ecosistema sociale del bambino coinvolgendo la famiglia, più specificamente quei familiari che si prenderanno cura del bambino, i quali si trovano, anche loro a fronteggiare il trauma, seppur in modo differente; affrontare temi esistenziali, adattando lo stile comunicativo più appropriato all’età del bambino, può essere utile al fine di implementare strategie di coping utili (Kapor & Stanulovic, 2005). Altro possibile intervento, può essere identificato in quello che Pynoos ed Eth (1986), hanno definito come “intervista terapeutica”, dove in apertura lo psicologo si mostra disponibile ad ascoltare il piccolo, coinvolgendolo in attività come il disegno libero oppure in attività ludiche e successivamente spronarlo a dare una spiegazione; in un secondo momento, aiutare il bambino a ricostruire l’esperienza vissuta e tutto ciò che ricorda appartenere a questa, individuando le strategie più adeguate alla situazione; infine chiudere con materiali che emergono dall’incontro, come il gioco oppure il disegno,enfatizzando che le reazioni del bambino sono normali e prevedibili. A prescindere dal tipo, lo psicologo dovrà sviluppare un intervento capace di riadattare il soggetto ad una nuova realtà, ricomponendola in maniera differente rispetto al passato. BIBLIOGRAFIA Kapor, N., & Stanulovic, N. (2005). Psicologia dell’emergenza. L’intervento con i bambini e gli adolescenti. Carocci, Roma. Krystal, H. (2007). Affetto, trauma, alessitemia. Astrolabio ed., Roma. Pietrantoni, L., & Prati, G. (2009). Resilienza tra i primi soccorritori. Resilienza tra i primi soccorritori , 1000-1019. Pynoos, RS, & Eth, S. (1986). Testimone di violenza: l’intervista al bambino. Journal of the American Academy of Child Psychiatry , 25 (3), 306-319. Roberts, A. R. (1995). Crisis intervention and time-limited cognitive treatment. Sage.

Un trattamento innovativo per la Dislessia Evolutiva: gli Action Video Games

di Chiara Viganò La Dislessia Evolutiva (DE) è un disturbo del neurosviluppo contraddistinto da difficoltà nell’apprendimento di abilità di lettura e, soprattutto, nel riconoscimento accurato e fluente di parole, nella decodifica fonologica e nello spelling. Risultano invece maggiori le capacità di comprensione [1]. La presenza di DE è riconosciuta dal 7% al 16% tra i bambini in età scolare, con una significativa prevalenza nei maschi rispetto alle femmine definita da un rapporto che varia da 1.5:1 a 3:1 [2,3,4]. Le cause della DE non sono ancora certe, in quanto la relativa evoluzione segue ciò che è definito principio di equifinalità, per cui da differenti fattori di rischio è possibile ottenere il medesimo esito [5]. A ciò si aggiunge anche la difficoltà data dai diversi sintomi che caratterizzano tale disturbo, come problemi di lettura, difficoltà sensoriali visive ed uditive, deficit fonologici e motori. L’identificazione delle origini del disturbo è fondamentale per poter pianificare trattamenti di prevenzione che incrementino le possibilità di esiti migliori in soggetti a rischio [6,7]. Negli ultimi anni diversi studi sono stati svolti per la promozione di un nuovo trattamento percettivo-visivo per la DE basato sull’utilizzo degli Action Video Games (AVG), cioè giochi di azioni caratterizzati da elevata velocità nel cambiamento di eventi e nel movimento di oggetti, elevato livello di carico percettivo, cognitivo e motorio, imprevedibilità temporale e spaziale, rilevanza degli eventi che avvengono nella periferia dello schermo [8]. Ponendo a confronto giocatori di AVG e di non-action video games (NAVG) è stato possibile identificare delle capacità attentive visuo-spaziali maggiori, delle migliori abilità di elaborazione dell’informazione e riconoscimento di stimoli nei giocatori di AVG [9,10]. I medesimi esiti sono stati riscontrati altresì in bambini con DE, per i quali si evidenziarono anche degli incrementi significativi nella velocità di lettura di parole e non-parole, senza conseguenze negative circa l’accuratezza di lettura, in seguito ad un intervento di 12 ore basato esclusivamente sull’uso di AVG. Evidenze affermano che ben l’80% dei giocatori di AVG, rispetto a quelli di NAVG, accresce le proprie competenze di lettura, in particolare per quanto concerne la lettura di brani di parole e non-parole [10,11]. Gli esiti sopra citati consentono di affermare l’importanza e l’incisività di trattamenti facenti uso di AVG per ridurre gli esiti negativi in soggetti con DE, consentendo un incremento di abilità percettive e attentive con effetti diretti sulle competenze di lettura [10]. Gli AVG potrebbero perciò essere presi in considerazione quale trattamento preventivo per limitare problematiche date dalla DE. BIBLIOGRAFIA [1] American Psychiatric Association (2013). DSM-5 Diagnostic and Statistical Manual of Mental  Disorders (5th edition). Washington: DC author. [2] Fletcher, J. M. (2009). Dyslexia: The evolution of a scientific concept. Journal of International Neuropsychology Society, 15(4), 501–508. doi:10.1017/S1355617709090900. [3] Peterson, R.L., & Pennington, B. (2015). Developmental Dyslexia. Annual Review of Clinical Psychology, 11, 283–307. doi:10.1016/S0140-6736(12)60198-6. [4] Gori, S., & Facoetti, A. (2015). How the visual aspects can be crucial in reading acquisition:   The intriguing case of crowding and developmental dyslexia. Journal of Vision, 15(1):8, 1–20. [5] Goswami, U. (2003). Why theories about developmental dyslexia require developmental   designs. Trends in Cognitive Sciences, Volume 7, Issue 12, Pages 534-540, ISSN 1364-6613, da https://doi.org/10.1016/j.tics.2003.10.003. [6] Clark, A. K., Helland, T., Specht, K., Narr, L. K., Manis, R. F., Toga, W. A. & Hugdahl, K. (2014). Neuroanatomical precursors of dyslexia identified from pre-reading through to age 11. Brain, 137, 3136-3141. [7] Bavelier, D. & Green, C.S (2019). Enhancing Attentional Control: Lessons from Action Video Games. Neuron. Oct;104(1),147-163. DOI: 10.1016/j.neuron.2019.09.031. [8] Green, C.S., Li, R., & Bavelier, D. (2010). Perceptual learning during action video game playing. Topics in Cognitive Science, 2(2), 202-216. DOI:10.1111/j.1756- 8765.2009.01054.x [9] Green, C.S., & Bavelier, D. (2003). Action video game modifies visual selective attention. Nature,423, 534–537. [10] Franceschini, S., Gori, S., Ruffino, M., Ronconi, L., Viola, S., Noce, F., Cataudella, C., Molteni, M., & Facoetti, A. (2015). Attenzione visiva e Dislessia Evolutiva. Evidenze dagli Action Video Games. Dislessia, 12(2), 153-174. [11] Franceschini, S., Bertoni, S., Ronconi, L., Molteni, M., Gori, S., & Facoetti, A. (2015). “Shall We Play a Game?”: Improving Reading Trough Action Video Games in Developmental Dyslexia. Current Developmental Disorders Reports, 2(4), 318-329. DOI: 10.1007/s40474-015-0064-4.

La fratria nelle famiglie con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico: spunti di riflessione

di Emanuele Mingione da Psicologinews Scientific Nel presente articolo sono riportati alcuni spunti di riflessione sull’importanza di p o r r e a t t e n z i o n e s u l l o s t r e s s psicoemotivo vissuto dalla fratria di minori disabili in base all’esperienza clinica svolta dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II Livello di NPIA del Distretto 12 dell’ASL CE (1). Nello specifico, è stato preso in esame quanto riferito da coppie genitoriali di bambini ed adolescenti con la diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico rispetto agli altri figli presenti in famiglia. Il lavoro svolto attraverso colloqui, interviste e test specifici ha messo in evidenza la necessità di fornire a questi genitori non solo delle corrette i n f o r m a z i o n i s u l l a g e s t i o n e psicoeducativa del figlio o dei figli con disabilità ma anche suggerimenti per un adeguato supporto emotivo agli altri membri presenti nel sistema familiare. In particolar modo, tale esigenza è risultata importante nei casi in cui la scoperta della patologia del minore e la sua quotidianità hanno generato un “blocco” sul versante comunicativo-relazionale generale tra le varie figure, portando a disfunzionalità anche piuttosto rischiose, con l’attivazione da un lato di conflitti, dall’altro di vere e proprie sensazioni abbandoniche da parte degli altri figli presenti. Introduzione Con il termine fratria, in ambito della psicologia della famiglia, si intende la presenza di fratelli nel nucleo familiare. Fratelli che rappresentano una valida risorsa per la crescita psicoemotiva della persona. La relazione nel sottosistema figli si basa su di una spazialità di ruolo e gerarchia orizzontale rispetto alla verticalità del rapporto con i genitori. Inoltre, la dimensione temporale rende speciale tale relazione basandosi su di una maggiore continuità, garantita da una vicinanza di età tra i membri e da una prospettiva di condivisione della vita insieme superiore rispetto ai propri padri ed alle proprie madri. Naturalmente all’interno della fratria agiscono numerose variabili, tra cui l’unicità di ogni individuo, l’ambiente esterno e l’ambiente familiare, che potrebbero portare a crepe e fratture nell’equilibrio delicato di questo rapporto. Ad esempio, l’assenza dei genitori potrebbe permettere ai fratelli di instaurare un rapporto molto profondo, oppure, al contrario, la rigidità genitoriale, o la triangolazione di un genitore su un fratello, potrebbe portare i fratelli ad allontanarsi e a non essere un sostegno l’uno per l’altro. Cosa accade, però, quando un fratello o una sorella, o più di essi, sono affetti da una patologia del neurosviluppo molto invalidante sul versante comunicativo-relazionale come il Disturbo dello Spettro Autistico? Come cambiano gli assetti familiari allo stato attuale e rispetto alla progettazione del domani? Diverse ricerche internazionali e l’esperienza diretta con tali famiglie offrono spunti sui quali riflettere che evidenziano l’importanza di una presa in carico globale dell’intero sistema, dando opportunità di confronto a tutti gli attori coinvolti. La fratria nelle famiglie con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico Molte ricerche sulla fratria rispetto al Disturbo dello Spettro Autistico si sono concentrate sui fattori genetici e biologici della patologia. Infatti, per quel che riguarda la familiarità del disturbo gli studi sui gemelli hanno fornito dati molto suggestivi. In particolare, è stata segnalata una concordanza, fra gemelli monozigoti, variabile dall’86% al 92%. Nei gemelli dizigoti, la concordanza sarebbe di circa il 26%. Nei fratelli non gemelli, invece, l’incidenza sarebbe di circa il 2%, con un rischio 100 volte superiore a quello stimato nella popolazione generale (0,02%) (2). Altri studi sulle fratrie hanno, invece, dimostrato che tra il 3 % ed il 5 % dei casi, un altro/un’altra fratello/sorella presenta delle anomalie “nello spettro dei disturbi autistici”, se uno dei membri della famiglia ne è affetto (3) (4). Attualmente, un certo numero di cromosomi ha attirato l’attenzione di molti studi scientifici (il 2, il 13, il 15 e il 17), anche se i ricercatori sono concordi nel pensare che non vi è un unico gene responsabile dell’autismo, ma che ve ne siano diversi ad interagire fra di loro. Oltre agli studi genetici, molte indagini si sono focalizzate sugli aspetti emotivi e sociali riguardanti la fratria e la disabilità. Numerosi ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che le criticità comportamentali del Disturbo dello Spettro Autistico influenzino l’intero nucleo familiare, così che la fratria del bambino con autismo presenti maggiori possibilità di sviluppare dei problemi d’adattamento sociale (5) (6). In generale, molti lavori si sono incentrati sul capire se avere un fratello o una sorella con autismo porti a delle conseguenze negative sullo sviluppo psicosociale, provando a rilevare se la convivenza con uno o più soggetti con questa patologia possa avere effetti sulla struttura della personalità, dell’identità sociale e delle competenze relazionali dei membri della fratria. I disturbi prevalenti nell’autismo come difficoltà della comunicazione verbale e n o n v e r b a l e , p r o b l e m a t i c h e nell’interazione sociale, interessi limitati, difficoltà d’adattamento sociale, comportamenti stereotipati, sono le sfide adattative con le quali si devono rapportare e confrontare le fratrie. Fratelli e sorelle, infatti, devono affrontare l’insieme di questi comportamenti, cosa che presuppone dei cambiamenti all’interno del nucleo familiare (7). Ma se da un lato numerose ricerche, in tale ambito, hanno dimostrato che le fratrie sono soggette a problemi d’adattamento, altre non hanno messo in evidenza alcuna differenza tra le fratrie di bambini con autismo e quelle di bambini senza handicap o affetti da sindrome di Down (8) (9). Durante il lavoro svolto dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II livello dell’ASL CE, in diversi colloqui ed interviste è emerso che molti genitori di bambini con disabilità sentono la necessità di fornire uno spazio di ascolto incentrato sulla gestione degli aspetti psicoemotivi dei figli “normotipici”. Sono state, infatti, riportate esperienze di disagio nella condivisione degli ambienti familiari, vissuti di gelosia o di abbandono rispetto alle figure genitoriali, sensazioni di vergogna, difficoltà di accettazione della malattia del proprio familiare o anche angoscia per il proprio futuro in

L’Adolescenza

di Marika Porricelli da Psicologinews Scientific L’adolescenza è un periodo particolarmente critico, che si pone all’attenzione di tanti specialisti provenienti da campi anche molto eterogenei tra di loro. Questo articolo indaga la perniciosa trappola dei comportamenti di rischio in cui molti adolescenti si ritrovano spesso, senza e s s e r n e n e a n c h e p i e n ame n t e consapevoli. L’obiettivo è quello di indagare le possibili cause di tale vulnerabilità che possono essere di tipo non solo sociale e psicologico, ma anche e soprattutto di tipo neurofisiologico. L’aspetto fondamentale è la descrizione dell’evoluzione del cervello di un adolescente e le differenze morfologiche e funzionali che esso presenta rispetto a quello di un soggetto adulto. Un altro aspetto che è stato affrontato è la descrizione di tutti i più frequenti comportamenti di rischio tra gli adolescenti con particolare attenzione al disturbo psicopatologico dato dalla dipendenza da internet, che spesso è poco riconosciuto. Infine viene indagata una possibile prassi di intervento specialistico. 1. INTRODUZIONE Dalla Relazione annuale al Parlamento 2018 sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, curata dal Dipartimento per le politiche antidroga è stato stimato che in Italia un terzo della popolazione residente di età compresa tra i 15 e i 64 anni abbia assunto almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita (M = 39,5%; F = 27,2%). Questo è dimostrabile anche dagli ingressi negli Istituti Penali per Minorenni in Italia di minori con imputazioni per reati droga correlati, che solo nel 2017 sono stati 163. La maggior parte degli ingressi riguarda soggetti di età inferiore a 18 anni (71%) e maschi (98%). Più nello specifico dai dati emerge che un terzo della popolazione tra i 15 e i 64 anni riferisce di aver fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita (M = 39,1%; F = 26,4%). Anche per quanto riguarda sostanze stimolanti, quali amfetamine ed ecstasy tra i giovani adulti tali prevalenze risultano più elevate: si attesta infatti una stima di circa 350.000 giovani-adulti tra i 15 e i 24 anni. Inoltre il 3,2% dei residenti in Italia ha utilizzato sostanze allucinogene (come LSD, funghi allucinogeni ecc.) almeno una volta nel corso della propria vita, e tra questi si osserva un consumo più elevato tra i più giovani, di quasi 350.000 giovani tra i 15 e i 24 anni. 2. L’ADOLESCENZA 2.1 Il punto di inizio e di fine dell’adolescenza Sappiamo dalla letteratura che l’adolescenza viene descritta come una particolare fase della vita caratterizzata da molteplici cambiamenti e sfide. Essa è una fase di sviluppo il cui range di etá crea ancora oggi crea incompatibilitá tra i ricercatori. Ad esempio all’inizio del 20 ° secolo, G. Stanley Hall definì vagamente l’adolescenza come un periodo di sviluppo periodo che va dai 14 ai 24 anni nel suo trattato sull’adolescenza. Tuttavia, più di 50 anni fa, l’OMS propose l’adolescenza come un periodo che andava dai 10 ai 20 anni, notando che sebbene sia inizi con la pubertà, ha un punto di fine meno ben definito. Per questo motivo in Italia per convenzione spesso si utilizza come punto di fine dell’adolescenza il raggiungimento dell’età legislativa dei 18 anni, ma come espresso precedentemente dal punto di vista fisiologico e psicologico stabilire il punto di fine dell’adolescenza è piuttosto difficile. L’adolescenza comprende sia elementi di crescita biologica che importanti transizioni di ruolo sociale, elementi entrambi cambiati nel secolo scorso. Da un lato la pubertà precoce ha accelerato l’inizio dell’adolescenza in quasi tutte le popolazioni, mentre dall’altro il concetto di “crescita continua” h a i n n a l z a t o i l p u n t o d i fi n e dell’adolescenza fino a ben 20 anni. Allo stesso modo il ritardo nelle transizioni di r u o l o , come i l completamento dell’istruzione, il matrimonio e la genitorialità, continuano a modificare le percezioni popolari di quando inizia l’età adulta. 2.2 Le sfide dell’adolescenza L’adolescenza corrisponde ad un periodo di particolari sfide psicologiche sociali in cui il giovane si ritrova a dover costruire una propria identità personale credibile e che g l i permetta di addentrarsi nel mondo sociale “degli a d u l t i ” . Ma o l t r e a t a l i sfide e c amb i ame n t i p s i c o – s o c i a l i c h e coinvolgono l’adolescente vi sono anche molteplici cambiamenti cerebrali e ormonali che interessano in particolare la maturazione delle regioni cerebrali legate alla percezione delle emozioni e l a g e s t i o n e d e l r i s c h i o d e l l a gratificazione. 3.IL CERVELLO DI UN ADOLESCENTE Il cervello degli adolescenti risulta essere profondamente diverso da quello degli adulti; diversamente da quello di altri organi, infatti, lo sviluppo dell’encefalo si c o s t r u i s c e s o l o g r a d u a l m e n t e modificandosi nel corso dello sviluppo dell’individui. Ed i l processo di connessione delle aree cerebrali non può dirsi completo prima dei 25 anni, per tale motivo la caratteristica centrale del cervello degli adolescenti è il basso livello di connessione nell’area frontale. In altre parole le significative difficoltà degli adolescenti nel comprendere le conseguenze delle loro azioni e nel prendere decisioni razionali vanno pertanto attribuite all’incompleto e insufficiente sviluppo della connettività dei loro lobi frontali. Oggi, grazie all’utilizzo delle tecniche di brain imaging, è possibile osservare la maturazione del cervello nel corso dell’adolescenza, in particolare il completamento dello sviluppo del lobo frontale, che, dal punto di vista filogenetico, rappresenta quell’aspetto che distingue gli esseri umani da tutte le altre specie animali. Le prime aree del cervello a raggiungere il completo sviluppo sono il tronco cerebrale e il mesencefalo; esse regolano le funzioni corporee essenziali alla sopravvivenza (respirazione, digestione, escrezione, termoregolazione), le cosiddette funzioni autonome. Le aree