Isteria e Arteterapia .1

Isteria e Arteterapia .1 Una possibile condizione dell’essere umano iscritta nei nostri corpi condivisi, ritmici ed in crescita. Parlare ed approfondire questa possibile condizione dell’essere umano, per me e per il mio gruppo di lavoro Poliscreativa, è importante. Questo tema ci porta a riflettere sull’importanza del poter dialogare con sé stessi e nel mio caso, in quanto psicoterapeuta ed arteterapeuta, del possibile dialogo tra più professioni, che si tengono la mano come in una danza. Iniziamo per gradi, Isteria è una parola che circola in medicina da circa duemilacinquecento anni, più precisamente dai tempi di Ippocrate. Grossolanamente possiamo affermare che l’isteria è una patologia caratterizzata da una tendenza a mettere in scena, in varie parti del corpo, certi aspetti problematici e patologici, rimandando quindi in qualche modo a una sorta di teatralità e ad un forte elemento metamorfico. Come si è generato il concetto di isteria? Qual è la storia di questa parola e quali usi se ne fanno ancora oggi? Anche se secondo l’attuale nosografia psichiatrica la parola isteria non si usa più, se non marginalmente, è però necessario ricordare che l’isteria è fondamentalmente il nucleo su cui si è organizzata tutta una parte della classificazione della patologia psichiatrica e più in generale dei problemi psichiatrici. Il tradizionale grande sintomo dell’isteria ai tempi di Freud è stato la paralisi isterica. Per paralisi isterica si intende una paralisi che avviene in soggetti che non presentano alcun problema ai nervi. Sono state notate delle forme di paralisi isterica pur non risultando alcuna lesione neurologica, i riflessi, infatti erano conservati. L’isteria presenta anche aspetti legati alla sessualità. Nel classico immaginario la persona isterica è una persona con una certa tendenza alla seduttività. Per Freud alla base di questa patologia era presente spesso un trauma sessuale. Un’altra delle caratteristiche dell’isteria è la patoplasticità di riorganizzare la patologia, ovvero la forte influenza che gli aspetti ambientali e storici hanno sulla patologia. Secondo l’ipotesi patogenetica del modello teorico di Ippocrate risalente al V secolo a.C., il motivo per il quale certe donne avevano una tendenza a mostrare sintomi cangianti nel tempo, consisteva nel fatto che l’utero nelle donne affette da isteria, dal greco hysteron, ὑστέρα, “utero”, girasse per il corpo e andasse a disturbare i più svariati organi. Invece oggi è noto che qualcosa che riguarda l’isteria e tutti i suoi eredi nosografici riguarda anche il maschile. Va considerato che gli schemi attraverso cui si espleta un disagio sono fondamentalmente plasmati dal contesto culturale. Questo è un dato importante proprio per il nostro lavoro di arteterapeuti, perché noi lavoriamo molto sul concetto di cultura e sulla messa in forma di determinati aspetti. Dopo questo breve excursus storico, è doveroso sottolineare che “isteria” è un termine che è stato usato in maniera discutibile e arbitraria da una medicina maschilista per stigmatizzare il comportamento delle donne. La parola isteria viene usata in qualche modo all’interno di una società in cui i rapporti di potere sono fortemente legati al ruolo del maschile. ­­­­­­­­­­­Dire che l’isteria è una patologia psichica e non fisica non ha senso alcuno. Ippocrate ha descritto l’isteria seppure in maniera discutibile, ma come una malattia organica, propria dei corpi. L’utero è infatti un oggetto fisico e non una rappresentazione mentale. Come ho spesso sottolineato nei miei articoli, quando parliamo di psiche, parliamo di corpo. Questo aspetto tra soma e psiche, mi piacerebbe approfondirlo nei prossimi articoli.

Reale-Virtuale-Reale-Virtuale-Reale-Virtuale

Quando affrontiamo il tema di cosa sia reale e cosa sia virtuale, fermo restando che reale e virtuale sono due cose ben diverse, in realtà dal punto di vista concettuale ci troviamo davanti ad una differenziazione non così semplice. Se facciamo una breve riflessione infatti, nella nostra attività di pensiero e di utilizzazione di qualunque forma di linguaggio, noi facciamo un’esperienza virtuale. Facciamo un semplice esempio: nel momento in cui io dico “penna” e voi capite “penna”, ho evocato qualcosa di virtuale, qualcosa non nuova alla storia dell’arte se pensiamo ai pittori surrealisti con Renè Magritte con la sua famosa Ceci n’est pas une pipe. Qualunque tipo di linguaggio è una forma di esperienza virtuale. La differenza tra reale e virtuale dicevamo non è così netta, soprattutto dal punto di vista percettivo, quello che cambia è il fatto che le informazioni ci giungono da più canali percettivi: canale olfattivo, canale tattile, canale visivo, canale uditivo ed è tutto questo insieme che rende la comunicazione qualcosa di molto complesso. L’altra considerazione da fare tra reale e virtuale è che il corpo reale possiede tutta una serie di meravigliosi sistemi di consapevolezza riguardante la comunicazione non verbale tra i corpi.  Quando ad esempio in un branco di mammiferi ci sono scontri per mettere in discussione la gerarchia all’interno del branco non ci scappa mai il morto. Se due cervi si scontrano, uno dei due manda dei segnali non verbali di accettazione di resa l’altro accetta la resa e lo scontro termina.  Però per far sì che ciò avvenga occorrono dei contatti corporei che nella realtà virtuale mancano ed è anche per questo che essa diventa sempre più aggressiva.  Quando la realtà è solo virtuale non c’è un coinvolgimento del corpo quindi non ti puoi basare su tutta una serie di segnali inibitori, soprattutto dell’aggressività, che provengono dal linguaggio non verbale. Cosa c’entra questo con l’arteterapia?  Nel momento in cui io disegno con una persona, ma non solo, tengo conto anche del corpo di chi mi sta nei paraggi, visto che il nostro schema corporeo è sempre relazionale. Il nostro corpo frutto delle interazioni arcaiche di chi e con chi si è preso cura di noi nelle prime fasi della nostra vita, è in continua relazione con quello degli altri, così anche il nostro funzionamento cognitivo. Per noi la questione dell’arteterapia è importante in questo contesto perché vuol dire ampliare la percezione, cioè armonizzarla con tutto quello che ci riguarda, considerando che la cosa virtuale è anche reale così come la cosa reale ha una componente virtuale.   Affrontando il tema del reale e del virtuale in riferimento alle nuove tecnologie, dobbiamo stare attenti a non farci travolgere dall’assurdità che queste ultime possano essere eliminate o peggio ancora, farsi prendere dalla nostalgia per il passato. Tutte le volte che è stata introdotta una nuova tecnologia è chiaro che si perde qualche cosa, ma si guadagna qualcos’ altro. Possiamo concludere questa riflessione su reale e virtuale dicendo che il linguaggio s’ invera e si conferma attraverso la relazione e l’appartenenza alle radici.

Le nostre Anime Pezzentelle

In questo articolo parleremo delle Anime Pezzentelle, culto particolare sviluppatosi a Napoli nel rione Sanità al cimitero delle Fontanelle  e di come possiamo collegarle con la nostra metodologia di arteterapia Poliscreativa. “A morte ‘o ssajecher’è?…è una livella” così Totò ci presenta la morte.Totò visse alla Sanità, zona di Napoli sede del cimitero delle Fontanelle e delle Catacombe di San Gaudioso, ossari comuni da cui pare abbia preso ispirazione per scrivere la sua meravigliosa poesia. Dobbiamo ammettere che non sappiamo nulla della morte, Epicuro d’altronde diceva: “quando c’è non ci siamo noi”, ma di sicuro qualcosa possiamo dire sulle nostre anime pezzentelle, sulle nostre radici senza identità. “Pezzenti” dal latino petere: chiedere per ottenere, anime-ossa che sudano carità. Le Anime pezzentelle chiedono di essere “rinfrescate” perché piene di passioni umane. Refrisc ll’ anime d‘o Priatorio, è infatti la formula che ricorre nelle preghiere per alleviare le pene delle anime del Purgatorio. Sono anime agitate perché non hanno avuto degna sepoltura e “muoiono” dalla voglia di raccontare la propria storia. Sia ben chiaro non siamo in compagnia di paurosi zombie, come la tradizione cinematografica americana ci ha abituato, qui la morte è chiara, certa, ciò che resta vivo è il contatto, la carezza e la trattativa tra vita e morte: cure e ascolto in cambio di numeri del lotto e grazie. La preghiera e le storie che danno sollievo al morto così come al vivo, servono ad entrambi e tutto si svolge secondo un rituale di adozione. Se però la capuzzella scelta non soddisfa le richieste dell’adottante questa viene lasciata andare. Siamo quindi di fronte ad un metafisico contratto tra un vivo e un morto, dove il mondo dei vivi mantiene sempre il monopolio. Il sogno, luogo in cui l’anima pezzentella racconta la sua staria è da intendersi come atto d’amore e di contatto che accarezza e rende familiari quelle ossa che una volta adottate si trasformano da morti a propri antenati. Per il nostro modo di fare Arteterapia le anime pezzentelle sono importanti, nei nostri laboratori utilizziamo il corpo che intendiamo come consegna dei nostri antenati, un corpo che è collage dinamico dei ritmi di coloro che si sono presi cura di noi nelle prime fasi del nostro sviluppo. La traccia di quel movimento, di quel ritmo, perso nel tempo, è arrivata fino a noi e partecipa alla sinfonia di ciò che siamo. Sperimentiamo quindi quanto la memoria sia corpo e come in quest’ultimo ci sia traccia di quei ritmi antichi, ereditati attraverso un passaggio di testimone che continua da circa 250.000.000 di anni. Antenati senza nome, senza più identità, proprio come le anime pezzentelle e proprio come le nostri parti richiedenti cure.

Don Gabriele Amorth, il Diavolo suo e quello di Russel Crowe

russel crow e padre amorth

L’occasione per questo nuovo articolo è stata l’uscita nelle sale del film “L’Esorcista del Papa”, una pellicola hollywoodiana che si spaccia come “ispirata ai libri di Don Gabriele Amorth”. Nel ruolo del famoso esorcista un Russel Crowe non più prestante come ne “Il Gladiatore” ma di sicuro con lo stesso piglio da arrogante cowboy adattissimo per il ruolo di combattente contro quei “cattivoni” degli Apache, oops, volevo dire contro i Diavoli. In un precedente articolo “Don Gabriele Amorth e la questione della corporeità. Una ricerca sul campo”, vi avevo già parlato di questa particolare esperienza del nostro gruppo della Scuola di Arteterapia “Poliscreativa”. In particolare, vi avevo accennato di quanto questo percorso sia stato fondamentale per mettere meglio a fuoco il ruolo delle ritmicità tra i corpi, in quel contesto mediato dalla cadenza delle preghiere corali, negli spazi della cura quale un contesto esorcistico è a tutti gli effetti. Chi come noi lo ha conosciuto bene, il vero Amorth, e lo ha visto all’opera non può che provare un grande fastidio per questa ingiusta trasposizione cinematografica, per nulla coerente con la mitezza e le capacità di ascolto e accoglienza, diciamo, dell’originale presbitero. Ho potuto assistere a decine di ore di sue videointerviste “riservate” dell’archivio della nostra scuola e la differenza salta agli occhi. Non ce lo vedo proprio tirarsi su dopo un esorcismo con un cicchetto di whiskey sorseggiato da una fiaschetta da tasca in perfetto stile yankee come invece il buon Russel Crowe nel film. Ma la cosa che più ci ha fatto indignare è la falsificazione di come vengono praticati gli esorcismi nel film. In più di vent’anni nei quali abbiamo raccolto una documentazione unica al mondo assistendo a migliaia di rituali mai abbiamo avuto modo di assistere a quei ridicoli effetti speciali da b-movie di fantascienza. Soprattutto poi, per non traumatizzare la sua, diciamo “utenza”, quel simpatico esorcista che fu persino trai nostri docenti, non faceva mai durare i suoi esorcismi per più di una mezz’ora e la fase clou, il cosiddetto “Interrogatorio a Satana” mai più di cinque minuti. Parliamo di quel particolare momento nel quale cioè la presunta posseduta, perché più del novanta per cento erano donne, parlava avendo assunto l’identità del demone. L’esorcista di cui stiamo parlando, quello vero, aveva una modalità del tutto “estensiva” e mai “intensiva”, preferiva cioè rituali brevi ma ripetuti nel tempo, dalle nostre ricerche con una frequenza soprattutto quindicinale e per un periodo di almeno due o tre anni, una media di cinque anni, fino a dodici. A parte le “possessioni croniche” che invece richiedessero pertanto una pratica esorcistica a vita. Varie sarebbero le considerazioni da fare, in particolare rispetto le ricadute che filmacci come questi possano avere sui nostri giovani. “Il Perturbante” come lo avrebbe chiamato Freud o “L’Ombra” come invece direbbe Jung sempre più viene da loro incontrato in contesti virtuali. Ne consegue che l’industria delle merci mediatiche per “colpire” e quindi “vendere meglio” i loro prodotti, si spingano sempre più verso iperboli, verso eccessi che ovviamente, mentre di certo riescono a turbare, ne rendono sempre più difficile l’elaborazione necessaria per un rapporto sufficientemente armonico con il profondo. Torneremo su questo argomento per approfondire la questione nel prossimo articolo.

AMORES

Continuiamo in questo nuovo articolo il discorso avviato in: “C’è bisogno di AMORES” e approfondiamo qui il concetto di teoria della mente e di come l’utilizzo del nostro dispositivo Amores possa essere utile nel caso di bambini con disturbo dello spettro autistico. Ricordiamo che Amores è un acronimo che sta ad indicare, in breve: un Attivatore e Modulatore dello Schema Corporeo, messo appunto dal gruppo di lavoro Poliscreativa, è un sensore a infrarossi che riconosce i principali movimenti articolari (testa, braccia, bacino e gambe) e li trasmette a un comune PC come un’immagine dinamica che poi riproduce sullo schermo una sottile silhouette. Sottolineiamo anche in questo nuovo articolo che lo schema corporeo messo qui in gioco è: creativo, condiviso ed amplificato. Ora qualche cenno storico sul concetto di teoria della mente, erano gli anni ’70 quando Premack e Woodruff, introdussero questo concetto con uno studio in cui richiamarono l’attenzione sul dato che gli individui sono regolati, nelle loro interazioni con gli altri, da una Teoria della Mente (ToM, dall’inglese Theory of Mind), ovvero da un sistema di interferenze che permette di attribuire a se stessi e ai conspecifici degli stati mentali, e in particolare di spiegare e predire i comportamenti altrui anche quando devono essere ricondotti a credenze diverse dalle proprie. Secondo numerose ricerche riguardanti i disturbi dello spettro autistico, ci sarebbe proprio un’incapacità a concepire adeguatamente questa mappa delle possibili risposte in relazione alle possibili domande definita “teoria delle mente”, tra le caratteristiche più pregnanti di questa sindrome. Tornando ad Amores e al suo utilizzo con bambini autistici, Amores stimola, sia pure in un clima di gioco, per nulla impositivo ed assai graduale, a fare maggiore attenzione contemporaneamente sia ai propri movimenti che alla risposta altrui, dovendo inevitabilmente memorizzare questi dati e tenerne conto per poter determinare l’effetto desiderato. Amores, stimola quindi ad elaborare delle teorie della mente, sia pure semplicissime e non verbalizzabili che comunque, proprio per queste caratteristiche, permettono a quei bambini di ripercorrere le tappe del loro sviluppo che sono state deficitarie. Le procedure di utilizzazione di Amores non prevedono mai il contatto fisico tra i partecipanti ai nostri percorsi perché, come abbiamo modo di constatare costantemente, uguale efficacia la si può ottenere anche coinvolgendo solamente i canali visivi e acustici così come i neuroni specchio ci suggeriscono. Questo aspetto si mostra particolarmente congeniale per l’utilizzo del dispositivo con alcuni tipi di autismo. Quello che noi facciamo, semplicemente, è creare un contesto nel quale il soggetto si senta accolto e al sicuro, questo farà sì che le sue difese più rigide e magari attivate in situazioni di pericolo precedentemente vissute, gradatamente si allentino. A questo punto sarà possibile che la persona sia in grado di riconfigurare il suo assetto difensivo secondo modalità meno dettate dall’urgenza e dall’ansia e pertanto più funzionali e adattative. In altri termini, il dispositivo Amores non si basa sulla necessità di una presa di coscienza degli aspetti più problematici delle nostre vite, ma soprattutto sul creare le condizioni ottimali per attivare quegli aspetti autoriparativi che almeno potenzialmente sono sempre presenti in ognuno di noi e che per funzionare non hanno sempre e soltanto bisogno di rendersi del tutto consapevoli e verbalizzabili. Nei bambini autistici quello che osserviamo è di enorme interesse e veramente ci fa ben sperare che Amores possa avere degli effetti anche a lungo termine per meglio essere in grado di elaborare anche ben più complesse teorie della mente altrui.

C’è bisogno di AMORES

In questo articolo così come anche nei prossimi vi presenterò AMORES (Attivatore Armonizzatore Modulatore Ritmico Relazionale dello Schema Corporeo), un dispositivo tecnologico messo a punto dal gruppo di lavoro della Scuola di Arteterapia Poliscreativa di cui faccio parte e che mi vede assai innamorata! Cupido permettendo, questa tecnologia è figlia di un percorso intenso di 25 anni nell’ambito dell’arteterapia e non solo. Amores viene alla luce proprio adesso non a caso, in un perido storico in cui l’uso delle nuove tecnologie, fermo restando la necessità di forme di controllo da parte della comunità, è diventato ormai praticamente indispensabile per concepire progetti di promozione umana di lunga durata ed efficacia stabile, soprattutto in grado di coinvolgere adeguatamente le nuove generazioni. Amores è un acronimo che indica in breve un Attivatore e Modulatore dello Schema Corporeo, un sensore a infrarossi che riconosce i principali movimenti articolari (testa, braccia, bacino e gambe) e li trasmette a un comune PC come un’immagine dinamica che poi riproduce sullo schermo una sottile silhoutte. Lo schema corporeo messo qui in gioco è: creativo, condiviso ed amplificato. Con concetto di Schema Corporeo intendiamo la rappresentazione cognitiva ed emotiva, consapevole ma anche inconsapevole, che abbiamo del nostro corpo e delle sue possibilità di movimento nello spazio. Questo concetto nasce all’inizio del secolo scorso e si basava fondamentalmente su aspetti neurologici identificati grazie alla correlazione tra dati anatomici e deficit funzionali. Da allora questo concetto si è molto arricchito per le ricerche neurofisiologiche, per le tecniche di neuroimaging, per i dati emersi dalla baby observation ed è stata confermata una sua connotazione particolarmente dinamica e relazionale anche grazie alla scoperta dei neuroni specchio. Questa scoperta fatta dal gruppo coordinato dal prof. Rizzolatti è stata fondamentale nel percorso che ha portato ad Amores perchè conferma la possibilità di attivare la percezione di un rispecchiamento nel movimento altrui anche soltanto grazie alla vista e all’udito. Infatti le procedure di utilizzazione di Amores non prevedono mai il contatto fisico tra i partecipanti ai nostri percorsi perché, come abbiamo modo di constatare costantemente, uguale efficacia la si può ottenere anche coinvolgendo solamente i canali visivi e acustici. Il dispositivo Amores si basa tra l’altro, sulla possibilità di ripercorrere le fasi precocissime dello sviluppo della persona quando il proprio schema corporeo era fortemente sincronizzato con quello dei suoi caregiver, grazie all’interazione strutturata con la corporeità dell’operatore, del professionista adeguatamente formato e in costante supervisione, ma senza un diretto contatto fisico. Amores non viene mai utilizzato in maniera da essere particolarmente attivante per il soggetto, in un clima invece sempre gentile e rispettoso della necessaria gradualità. Queste ed altre caratteristiche fanno del dispositivo un volano praticamente utilizzabile in ogni contesto preposto alla promozione umana e quindi ambiti clinici, formativi a qualunque livello e luoghi di socializzazione di ogni tipo. Le sue caratteristiche nello specifico si mostrano particolarmente congeniali al suo utilizo con i bambini autistici. Un modello che sta dimostrando una particolare efficacia nel descrivere l’organizzazione della mente del bambino affetto da autismo si basa sul concetto di teoria della mente che approfondiremo nei prossimi articoli. Il dispositivo infatti stimola i bambini, sia pure in un clima di gioco, per nulla impositivo ed assai graduale, a fare maggiore attenzione contemporaneamente sia ai propri movimenti che alla risposta altrui, dovendo inevitabilmente memorizzare questi dati e tenerne conto per poter determinare l’effetto desiderato. Stimola quindi ad elaborare delle teorie della mente, sia pure semplicissime e non verbalizzabili. Nei bambini autistici quello che osserviamo è di enorme interesse e veramente ci fa ben sperare che Amores possa avere degli effetti anche a lungo termine straordinari per meglio essere in grado di elaborare anche ben più complesse “teorie della mente” altrui.

Come stai?

“Come stai? È la frase d’esordio nel mondo che ho intorno ..” Così intona una canzone di Dario Brunori cantautore calabrese che ha accompagnato come sottofondo la stesura di questo nuovo articolo. “Come stai?”,  questa domanda nonostante la sua brevità è capace, nelle relazioni umane, di costruire un ponte, dare possibilità relazionali agli incontri tra persone. Usiamo spesso questa frase, sia negli incontri frettolosi e numerosi del vivere giornaliero, sia in quelli profondi che si vivono spesso in relazioni di cura tra bambini e caregiver o anche in spazi e rapporti terapeutici come in una seduta dallo psicoterapeuta o dal medico. Con il “come stai?” mettiamo un ponte tra due castelli vicini e, per qualche ragione, comunicanti. I modi di rispondere sono tantissimi, forse non sempre consapevoli , ma tutti nella maggior parte dei casi, validi. “Abbastanza bene” è decisamente tra tutti i modi su cui ho riflettutto, quello che trovo più cortese. Negli incontri veloci lascia spazio di domanda, d’immaginazione così come anche di chiusura, mentre in quelli per così dire “profondi” in cui ci si dedica a relazioni di cura, dà la possibilità ad esempio al terapeuta, di dare senso a quel curioso “abbastanza”. Sia ben chiaro che coltivo profondo rispetto verso gli incontri/scontri del vivere quotidiano, non sia solo perchè sono napoletana, ma anche perchè ne ho visto sul campo professionale l’importanza. Talvolta infatti  questo tipo di relazioni sono dei salvavita: quella risata scambiata con la salumiera, così come la chiacchiera fuori scuola dei figli con qualche mamma o anche la parolaccia lanciata dall’automobilista al pedone indisciplinato, restano fondamentali e assolutamente non di serie B. Mi voglio però riferire maggiormente alle relazioni negli spazi di cura in cui, chi domanda, chi inizia quel ponte è un terapeuta, una persona che lavora e si forma costantemente per manipolare al meglio quel “abbastanza bene”. Una danza ritminca che va dal “come stai?” al “come sto?”.  Questo oscillare non rigarda solo la persona al di là delle nostre scrivanie e dei nostri ruoli, ma anche noi terapeuti. Ciò rievoca naturalmente concetti come transfert e controtransfert che nei prossimi articoli mi piacerebbe approfondire. Più che una trincea con battaglioni l’uno contro l’altro armati con momenti di tregua, sto imparando a vederla come una danza, questo sicuramente grazie al mio lavoro di continua formazione come arteterapeuta. Una danza che oserei chiamare collettiva, in cui entrano e si scambiano il passo i numerosi personaggi che incontro quotidianamente e nel profondo ogni giorno da generazioni. Una formazione transculturale che mi permette di osservare e lavorare con la complessità dei passi altrui e non solo. A Napoli c’è un detto che mi è sempre tanto piaciuto che dice “Ogni capa è nu tribunale”.

Don Gabriele Amorth l’esorcista e la questione della corporeità. Una ricerca sul campo

Per ventiquattro anni, dal 1992 al 2016, il nostro gruppo di ricerca ha avuto la possibilità di poter partecipare a migliaia di rituali esorcistici praticati da Don Gabriele Amorth, di sicuro il più importante esorcista del ventesimo secolo. Questa possibilità è stata data grazie al buon rapporto di collaborazione tra il mio maestro e fondatore del nostro gruppo di ricerca Poliscreativa, lo psichiatra Alessandro Tamino e appunto, l’esorcista Don Gabriele Amorth. Abbiamo avuto la possibilità anche noi allievi di partecipare ai rituali esorcistici e lui stesso ha tenuto dei seminari presso la nostra scuola. Una ricerca sul campo che ha dato, come si può immaginare, dei contributi importantissimi al modello Poliscreativa, instaurando un rapporto di particolare interazione tra questi due ambiti, l’ambito psichiatrico e l’ambito esorcistico su cui uscirà a breve un libro. È bene precisare che il nostro approccio è del tutto laico e di tipo antropologico, ci interessava infatti studiare il significato culturale di queste pratiche. Il discorso da fare sarebbe molto lungo, ma cercherò di riassumervi i punti più importanti che abbiamo notato e approfondito. Prima di tutto ci siamo resi conto studiando queste pratiche che in qualche modo, sono in continuità con pratiche precristiane. Certi aspetti rimandano sicuramente allo sciamanesimo. Il sentirsi in qualche modo in continuità con il lavoro delle sciamane e degli sciamani era una delle cose più difficili da far accettare all’ esorcista. Naturalmente questa sua difficoltà era dovuta al fatto che, per un religioso cattolico, il mondo si divide in prima di Cristo e dopo Cristo. L’ammettere che esista una continuità con certe pratiche “pagane” era per lui sicuramente scardinante. Un altro aspetto fondamentale di queste pratiche era la sincronizzazione corporea. Elemento per il nostro approccio fondamentale e punto di riferimento del nostro lavoro sul campo. I rituali , come abbiamo approfondito nello scorso articolo, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, duravano all’ incirca mezz’ora.  Questi rituali venivano ripetuti anche per anni a cadenza di ogni due settimane circa. Stiamo parlando quindi di qualcosa di molto estensivo e non intensivo. Vogliamo sottolineare che il nucleo della pratica esorcistica, al di là dell’aspetto religioso, è qualche cosa che ha a che fare con una regressione corporea controllata, in cui attraverso questa particolare  permeabilità corporea, data anche dallo stato modificato di coscienza, possono passare delle forme altamente strutturate. Stiamo parlando di un aspetto di regressione a fasi molto precoci dello sviluppo della persona, attuata grazie alla ritmicità delle preghiere che permetteva uno stato modificato di coscienza. La cosa fondamentale per noi è stata renderci conto di come una pratica “terapeutica” che abbia come scopo una migliore modulazione del mondo emotivo e dell’immaginario del soggetto, fondamentalmente è una costruzione arbitraria di una forma. Non esistono delle forme in sé per sé giuste o in sé per sé sbagliate, ma delle forme che funzionano, che riescono ad essere in qualche modo armoniche con la storia del soggetto. Concludendo possiamo dire che nelle pratiche esorcistiche c’è sicuramente un aspetto riguardante la fede, una fede che si basa su esperienze concrete, molto semplici e non sicuramente sulle nuvole, ma anche la corporeità svolge un ruolo importantissimo. Amorth stesso sottolineava che il diavolo non possiede le anime ma solo i corpi.

Arte e Arteterapia

Nella mia formazione come psicoterapeuta ed arteterapeuta ho avuto modo di cogliere sia i punti di contatto tra queste due maniere diverse di occuparsi della cura della persona e della promozione umana, sia anche di coglierne le esclusività e le differenze. Un aspetto su cui stiamo lavorando molto come APIART (Associazione Professionale Italiana Arteterapeuti) è quello di stimolare una riflessione sul come venga usata l’arte in sé per sé, senza il background di arteterapeuti, come mezzo salvifico, in un certo senso, fine a se stesso. Già vari anni fa abbiamo avuto occasione di prendere una posizione critica riguardo una disposizione del Ministero della Salute canadese che, permetteva agli psichiatri di “somministrare” visite guidate ai musei d’arte, esattamente come fossero farmaci o incontri di psicoterapia. Apparentemente una cosa del genere può sembrare interessante, però ,siccome noi lavoriamo molto sulla questione dell’arte come strumento di promozione umana cogliamo in un’iniziativa di questo tipo qualcosa di molto pericoloso. In questo modo, infatti c’è una delega all’arte e non un essere presente nella relazione con l’arte per il benessere della persona. L’arte è un concetto estremamente complesso quanto anche vago ed elastico. Assistiamo soprattutto dal ‘700 in poi, con la crisi dei sistemi più organizzati per la gestione della relazione con la trascendenza, cioè in particolare delle religioni più radicate nella cultura occidentale, a dei fenomeni di idealizzazione sostitutoria ai sistemi di credenze messi in discussione a partire dall’età dei lumi. L’arte se ci riflettiamo è diventata una sorta di sostituto di questa possibilità di relazione con la trascendenza e quasi sempre viene idealizzata. L’arte infatti è come se fosse qualcosa di positivo in sé per sé. Basta recarsi ad una mostra e garantirsi una sorta d’ identità di persona sensibile ed intellettuale. Nella maggior parte dei casi, la preoccupazione più grande di chi va ad una mostra è quella di esprimere un’appartenenza e di garantirsi tale identità e non tanto di godere della bellezza e dell’aspetto relazionale o del poter comprendere qualcosa nel profondo. Questo è un aspetto molto importante. L’arte non è affatto detto che sia qualcosa di assolutamente positivo. Pensiamo alla Sindrome di Stendhal, lo stesso Freud quando andò a visitare l’acropoli ad Atene come lui stesso descrive, racconta di essersi sentito sconvolto. Sappiamo bene quanto l’arte sia qualcosa che può anche turbare. Quindi non è affatto detto che sia positiva in sé per sé. Per non pensare all’arte come strumento manipolativo delle persone. Le canzoni che servivano per mandare in guerra i nostri padri e i nostri nonni per farne poi carne da cannone nei conflitti, erano arte? Sì, erano arte, ma sicuramente si può discutere sul fatto che abbiano rapresentato qualcosa di utile per la promozione umana. Quindi il concetto di arte è qualcosa di estremamente complesso. L’arte è qualcosa di profondamente diverso dall’arteterapia anche se l’arte fa parte dell’arteterapia. L’arte nell’arteterapia ha fondamentalmente due aspetti, quello di permettere una relazione organizzata e gestibile con la trascendenza e con la complessità, senza necessariamente un’interpretazione verbale e quindi ampliando la possibilità di contatto e l’altro aspetto legato alle sue stesse radici, l’etimolgia della parola arte, rimanda ad un fare ordinato, quindi mettere in campo sempre un fare, un agire e quindi una corporeità. Esiste una profonda differenza tra arte e arteterapia. -Nell’attività di arte noi abbiamo come scopo principale la produzione di un oggetto o di una performance che abbia un valore estetico, quindi non tanto la relazione. Molti grandi artisti, uno tra tanti Picasso non è passato alla storia per una particolare attenzione emotiva affettiva con chi gli stava attorno oppure anche come Francis Bacon, grandissimo artista, ma non proprio la persona che più si occupava della promozione umana di chi frequentava. L’arterapia è una cosa completamente diversa perchè, anche se utilizza sistematicamente strumenti artistici, ha come principale scopo non la produzione di oggetti di particolare significatività estetica, ma la promozione umana Infatti, in molte procedure di arteterapia il prodotto non ha alcuna importanza, alle volte viene addirittura gettato via, per non focalizzare l’attenzione sulla produzione di quell’oggetto, ma semplicemente enfatizzare le occasioni di relazione col profondo. Fermo restando che l’arte è una cosa importante e di cui non possiamo fare a meno, altrimenti non mi sarei mai occupata di arteterapia, sicuramente una cosa è l’arte con tutti i suoi pregi e i suoi difetti e una cosa è l’arteterapia con le sue potenzialità, che sarebbe veramente svilente pensare che possano essere semplicemente sostituite con “Facciamo un bel paesaggio insieme” o “Andiamo al museo insieme”. Tanto per chiarire la distanza tra valori estetici più tradizionalmente condivisi e l’importanza di ben altri aspetti nel setting di arteterapia, ho scelto come illustrazione di questo articolo un disegno che, pur non essendo probabilmente molto apprezzabile in altri contesti, lo è stato molto nel corso di questa seduta di arteterapia. Si trattava di uno studente universitario di 22 anni con un ottimo funzionamento cognitivo, ma con una sorta di negazione del suo corpo vivo, espressa con tratti catatonici. È stato straordinario come, quando sia finalmente riuscito a rappresentare un corpo, la sua autopercezione sia iniziata a cambiare. La ragione di quell’uno in alto a destra del disegno è una maniera per fargli numerare i suoi lavori e come questo accorgimento aumenti il livello di consapevolezza delle sue capacità trasformative man mano che, come rituale di inizio della seduta, lo studente ripercorra come i fotogrammi di un film, i suoi disegni precedenti.

Il modello Poliscreativa e la questione della temporalità

La temporalità negli interventi di tipo trasformativo, soprattutto quelli riguardanti i percorsi psicoterapeutici, rappresenta un aspetto che voglio evidenziare in questo articolo ed in altri che seguiranno. L’andamento, le varie velocità e i percorsi che tendono a verificarsi nei processi trasformativi sono fondamentali per il nostro approccio di arteterapeuti secondo il modello Poliscreativa. Se pensiamo alla vulgata psicoanalitica ad esempio, siamo portati ad immaginare che l’intervento trasformativo avvenga quasi in maniera esplosiva. Il termine tecnico sempre meno usato sarebbe “guarigione per abreazione”. Abbiamo parlato di vulgata perché questo tipo di andamento esplosivo si trova più nei film di Alfred Hitchcock, vagamente ispirati al modello freudiano, che nella letteratura più seria del settore. Basti pensare ai film Io ti salverò del 1945 (Titolo originale Spellbound– Incantata) e al thriller psicologico Marnie del 1964. Attualmente sia il modello psicoanalitico sia la nostra esperienza con Poliscreativa tende a privilegiare aspetti più di tipo estensivo che intensivo. Questo perché? Quando una situazione è molto, ma molto appariscente e anche molto teatrale, in realtà è qualcosa di non veramente autentico. Non che esistano le cose completamente autentiche. Infatti, qualunque cosa diciamo ha una componete teatrale che non coincide con l’esperienza stessa. Pensiamo alla parola. Quando io dico una parola, sono sia la parola che dico, sia lo spettatore, sia l’attore che la dice. In una buona comunicazione tutte queste componenti sono in una dinamica di tipo circolare. Non c’è un polo che viene privilegiato. L’ esperienza ci insegna che quando si privilegia troppo un aspetto di tipo esplosivo, molto teatrale e d’effetto, probabilmente, nel profondo della persona non c’è un aspetto veramente trasformativo. Per questo il modello Poliscreativa tende a privilegiare molto più un approccio di tipo estensivo che intensivo. Questo tipo d’impostazione proviene dal fatto che nel nostro gruppo c’è chi ha lavorato per molto tempo in campo antropologico culturale e, in particolare, in psichiatria e psicoterapia transculturale. Lo studio molto attento che è stato fatto ad esempio dei rituali esorcistici ha evidenziato in qualche modo una sorta di continuità con degli aspetti di tipo sciamanico, pur appartenendo entrambi ad universi ideologici diversi. Il nostro gruppo ha seguito e studiato per quasi 25 anni i rituali esorcistici di padre Gabriele Amorth, fondatore dell’Associazione Internazionale Esorcisti, che potremmo considerare tra gli esorcisti più famosi del mondo. Sempre a proposito di vulgata, si può pensare che nell’ andamento del rituale esorcistico il manifestarsi della presenza che possiede, avvenga in maniera eclatante. In realtà, gli esorcismi di padre Amorth non avevano affatto questo tipo di andamento. A proposito di film, nulla di quello che faceva don Amorth era sovrapponibile al famoso film L’esorcista. Abbiamo scoperto che gli esorcismi di don Amorth, ad esempio, non duravano mai più di 15-20 minuti. Si svolgevano secondo un percorso che aveva una sua temporalità. La cadenza degli incontri era soprattutto bisettimanale e duravano in media dai 5 ai 7 anni, un minimo di 2 anni era necessario affinché l’esorcista avesse un minimo di efficacia, per arrivare fino a 12 anni nei casi che lui considerava cronici. Lavorando anche su certi aspetti di alcune culture sciamaniche si vede come la dimensione teatrale più eclatante fosse molto limitata. Piano piano si poteva osservare la costruzione dell’immaginario adeguato a quel determinato contesto ideologico e come l’andamento di questa costruzione avvenisse molto gradualmente. Anche nei protocolli dei colleghi che hanno studiato attentamente i rituali esorcistici ad esempio in un caso di lutto non elaborato, il paziente esorcizzato, mentre durante la fase iniziale di trans dei primi esorcismi chiamava le persone care che aveva perso, man mano che si andava strutturando il rituale esorcistico la persona parlava di satana, del diavolo e poi molto gradatamente anche questo aspetto veniva sciolto. Non devono esserci equivoci, per noi il diavolo non è altro che una delle tante possibili metafore. Quello che vogliamo sottolineare con questo discorso è come certi aspetti estremamente esplosivi e teatrali siano messi in scena in certe trasmissioni televisive volte a spettacolarizzare alcune esperienze del profondo per ottenere audience, mentre per noi è molto importante l’aspetto graduale perché riteniamo che tutto questo abbia a che fare con l’autenticità profondamente sentita, in relazione sia col profondo delle persone che con il loro contesto.