L’amicizia: come si trasforma nel tempo?

La bellezza dell’amicizia è la sua natura volontaria. Due persone si scelgono e hanno una libertà a doppio senso: la facoltà di legarsi e di sciogliere il legame; una scelta non caratterizzata da impegni formalizzati, che la rende maggiormente libera, ma allo stesso tempo più soggetta ai cambiamenti della vita, a differenza delle relazioni familiari e formali. Lavoro, cambio di città o di paese, famiglia, bambini e relative mutate circostanze quotidiane: sono proprio le amicizie le relazioni che hanno più probabilità di subire il colpo quando intervengono le esigenze dell’età adulta. Secondo William Rawlins, docente di Comunicazione Interpersonale all’Università dell’Ohio, tre sono le caratteristiche che riconosciamo come importanti e fondanti per l’amicizia, sia che siamo adolescenti sia che abbiamo 90 anni e oltre. Le aspettative si possono riassumere così: qualcuno con cui parlare, qualcuno su cui contare e qualcuno con cui divertirsi. Per tutta la vita, dalla scuola elementare alla terza – e ormai quarta! – età, l’amicizia continua a produrre benefici per la nostra salute mentale e fisica. Un’età molto sensibile è la giovane età adulta: le amicizie diventano più complesse e significative rispetto all’infanzia e anche all’adolescenza, in cui esiste già il sostegno tra amici e molta comunicazione su sé stessi: gli adolescenti scoprono e definiscono la propria identità attraverso i legami più importanti di amicizia. Ma, secondo Rawlins, è nella giovane età adulta che le persone in genere diventano più sicure di sé e più orientate a cercare amici che condividano i loro valori sulle cose importanti. Molte ricerche in questo campo – che rimane però poco esplorato in termini longitudinali – hanno rilevato che le persone di età compresa tra 20 e 24 anni sono il gruppo di età che dedica il maggior tempo a socializzare e in cui, anche per condivisione di scuole e luoghi di ritrovo, le amicizie sono più strette: ovviamente, si tratta anche del gruppo che ha meno probabilità di avere le responsabilità esistenziali che tolgono tempo agli amici, come il matrimonio o la cura dei bambini o l’assistenza ai genitori anziani. In età adulta, le persone tendono ad avere più impegni e meno tempo da dedicare all’amicizia: è più facile rimandare un’uscita con un’amica o un amico, piuttosto che rimandare un incontro di lavoro o saltare il saggio di ginnastica di tua figlia. Paradossalmente, l’amicizia in giovane età adulta è il veicolo principe della conoscenza di sé stessi, della condivisione di aspettative sul futuro e della costruzione dei pilastri della propria esistenza; e quando sei adulto non hai tempo per le stesse persone che hanno partecipato insieme te alla tua crescita e ti hanno supportato nel prendere molte decisioni. In un interessante articolo di Julie Beck, supervisore della sezione Family e creatrice di “The Friendship Files” per la rivista The Atlantic, l’autrice esplora come le persone creino e mantengano le amicizie in modi diversi: gli indipendenti fanno amicizia ovunque vadano e possono avere molte conoscenze amicali, più che sperimentare profonde amicizie; gli esigenti hanno alcuni migliori amici che li accompagnano nel corso degli anni, con un investimento così profondo che li può esporre a emozioni devastanti in caso di perdita o fine di un’amicizia. Infine, ci sono i cosiddetti “acquisitivi”: si tratta delle persone che rimangono in contatto con i vecchi amici, ma continuano a farsene di nuovi mentre si muovono nel mondo. Quest’ultima categoria è la più flessibile e ha molte occasioni di trarre vantaggi e benessere psico-fisico dalle proprie esperienze di amicizia. Tornando al tema delle trasformazioni nel tempo: le persone anziane, che sono tornate socialmente disponibili, perché hanno meno impegni lavorativi e familiari, danno maggiore priorità alle esperienze che le renderanno più felici in quel momento presente: incluso passare il proprio tempo con gli amici più cari. Gli amici non hanno necessariamente bisogno di comunicare spesso, o in modo complesso: molte persone, intorno ai 40 anni, hanno probabilmente accumulato diversi amici provenienti da città e attività diverse, che non si conoscono tra loro. Queste amicizie rientrano in tre categorie: attive, dormienti e commemorative. Le amicizie sono attive se esiste un contatto regolare, si conosce la quotidianità dell’altro e ci si può chiamare per un supporto emotivo senza che la cosa appaia strana. Le amicizie dormienti hanno una storia: magari si è lontani fisicamente, con poche occasioni di parlarsi, ma entrambe le persone coinvolte pensano ancora all’altra come a un amico e si è felici di avere notizie o di frequentarsi quando si ha la possibilità di trovarsi nello stesso luogo, magari al mare o in vacanza, anche dopo anni. Un’amicizia commemorativa definisce invece il caso di una persona che non ci si aspetta di sentire o di rivedere, ma che è stata importante in un momento precedente della vita; e si si pensa a lei con affetto, considerandola ancora come un’amica. Non affrontiamo qui il tema e le sfumature delle amicizie online, capitolo a parte; l’argomento dell’amicizia “in presenza”, come abbiamo poco elegantemente imparato a dire durante il Covid, per rendere l’idea, è già sufficientemente vasto e complesso e ci fermiamo qui, magari per riprenderlo in altra occasione. Con una considerazione finale: l’amicizia è una relazione straordinaria, anche perché consente di imparare ad essere più tolleranti nel tempo. La sua natura di scelta libera, continuamente da rinnovare, la rende viva anche in periodi di dormienza: pronta a risvegliarsi più in là, senza aspettative rigide. Una morbidezza di attese che spesso ci fa dire: “mi sembra di averti visto ieri”; qualsiasi periodo sia passato dall’ultimo incontro.
Intelligenza artificiale: come trattiamo i non umani?

Il dibattito intorno all’intelligenza artificiale continua a sottolineare, giustamente, i possibili rischi e le problematiche per l’umanità in un futuro molto prossimo. Ma proviamo a vederla anche dal punto di vista opposto: gli sviluppatori sono convinti che in pochi anni i sistemi di intelligenza artificiale potrebbero diventare superintelligenti. Ma sono potenzialmente in grado di sviluppare sensibilità? È possibile e verosimile. Ho letto di recente una bella intervista di Annie Lowrey a Jacy Reese Anthis, sociologo dell’Università di Chicago, co-fondatore del Sentience Institute ed esperto di come le creature non umane sperimentano il mondo. La fantascienza ha già abbondantemente affrontato l’argomento; libri, testi teatrali, film, uno su tutti Blade Runner: “ho visto cose che voi umani …”. E se si considera come sono trattati gli animali, da quelli d’allevamento a quelli selvatici, gli uomini possono essere molto pericolosi in fatto di diritti per i non umani. Anthis sostiene che occorrerà pensare anche ai diritti dell’ intelligenza artificiale e operare con molta cautela quando si tratta di creare una sensibilità artificiale, possibilità ancora lontana; ma assai meno di quanto crediamo. Anthis si interroga in particolare su come l’umanità potrebbe utilizzare le IA in modi in cui non possono essere utilizzati gli animali: e cioè per compiti cognitivi. Ci sono circa 100 miliardi di animali nel sistema alimentare, che soffrono trattamenti terribili negli allevamenti intensivi. Certo, possiamo produrre molto facilmente carne, latticini e uova; ma i costi della sofferenza non sono contabilizzati nel prezzo di un hamburger. Solo recentemente, e solo per il tema del cambiamento climatico e dell’enorme dispendio di acqua degli allevamenti intensivi, i governi cominciano a considerare il danno incalcolabile di questo sistema produttivo. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, secondo il sociologo, l’umanità potrebbe creare nuovi schiavi per il lavoro cognitivo: se non teniamo conto della loro sensibilità, utilizzarli in modo produttivo su larga scala potrebbe causare molta sofferenza. Torniamo a guardare dal punto di vista dei pericoli dell’IA per l’umanità. L’idea che l’intelligenza artificiale possa trattare gli esseri umani nel modo in cui gli esseri umani trattano gli animali esiste da molto tempo. Nel 1863, Samuel Butler sosteneva che le macchine erediteranno la terra. Questi potenti esseri superintelligenti potrebbero portarci all’estinzione, nel modo in cui noi abbiamo sostituito altre specie, inclusi molti primati. Sempre per guardare a ciò che ha immaginato la fantascienza, in Matrix le macchine usano gli esseri umani come batterie. L’umanità ha una motivazione biologica profondamente radicata: estendere il nostro DNA e promuovere la comunità umana. Le IA, che vengono ovviamente addestrate sui nostri dati, potrebbero arrivare a volere le stesse cose? Anthis fa riferimento al concetto di orientamento al dominio sociale: è la tendenza di una persona a pensare che alcuni gruppi della società possano e debbano dominare gli altri ed è fortemente correlato con il razzismo, il sessismo e lo specismo, ovvero la credenza nella superiorità umana sugli animali non umani. La sua riflessione arriva a una conclusione piuttosto drastica: potendo in futuro avere una migliore comprensione computazionale di indizi di sviluppo di sensibilità all’interno di un’intelligenza artificiale, il sociologo si augura che questo possibile esito venga prevenuto e arginato dagli sviluppatori, per evitare nuova sofferenza. Dal suo punto di vista privilegiato di ricercatore, Anthis non sembra avere molta fiducia nell’umanità e nella sua capacità di compassione verso i non umani. In un mondo ideale – e chiudo io con un pensiero ingenuo quanto utopistico – l’intelligenza artificiale, ormai evoluta, potrebbe accorgersi a mio parere di un’evidenza: che cooperare, non prevaricare, distribuire equamente le risorse, dare opportunità a tutti gli esseri di vivere dignitosamente e, perché no, di sperimentare felicità è anche il modo più vantaggioso per tutti di coesistere e prosperare su larga scala, al di là di un giudizio morale. Semplicemente, in termini di risultati. L’intelligenza artificiale, a partire da questi dati, agirebbe quindi per assicurare a questo ecosistema una possibilità di diventare prevalente, staccandosi da quello imperfetto creato dagli uomini sinora. Si tratterebbe così di una creazione umana che permette alla specie di andare oltre sé stessa: in una direzione che, anche fosse solo per calcolo dei vantaggi, svilupperebbe equità e benessere; che sono le basi necessarie per poter provare compassione e agire di conseguenza. Dall’utilità rilevata, creata e considerata dal punto di vista di una superintelligenza artificiale, potrebbero derivare qualità morali molto concrete. E persino più umane.
L’amicizia: come si trasforma nel tempo?

La bellezza dell’amicizia è la sua natura volontaria. Due persone si scelgono e hanno una libertà a doppio senso: la facoltà di legarsi e di sciogliere il legame; una scelta non caratterizzata da impegni formalizzati, che la rende maggiormente libera, ma allo stesso tempo più soggetta ai cambiamenti della vita, a differenza delle relazioni familiari e formali. Lavoro, cambio di città o di paese, famiglia, bambini e relative mutate circostanze quotidiane: sono proprio le amicizie le relazioni che hanno più probabilità di subire il colpo quando intervengono le esigenze dell’età adulta. Secondo William Rawlins, docente di Comunicazione Interpersonale all’Università dell’Ohio, tre sono le caratteristiche che riconosciamo come importanti e fondanti per l’amicizia, sia che siamo adolescenti sia che abbiamo 90 anni e oltre. Le aspettative si possono riassumere così: qualcuno con cui parlare, qualcuno su cui contare e qualcuno con cui divertirsi. Per tutta la vita, dalla scuola elementare alla terza – e ormai quarta! – età, l’amicizia continua a produrre benefici per la nostra salute mentale e fisica. Un’età molto sensibile è la giovane età adulta: le amicizie diventano più complesse e significative rispetto all’infanzia e anche all’adolescenza, in cui esiste già il sostegno tra amici e molta comunicazione su sé stessi: gli adolescenti scoprono e definiscono la propria identità attraverso i legami più importanti di amicizia. Ma, secondo Rawlins, è nella giovane età adulta che le persone in genere diventano più sicure di sé e più orientate a cercare amici che condividano i loro valori sulle cose importanti. Molte ricerche in questo campo – che rimane però poco esplorato in termini longitudinali – hanno rilevato che le persone di età compresa tra 20 e 24 anni sono il gruppo di età che dedica il maggior tempo a socializzare e in cui, anche per condivisione di scuole e luoghi di ritrovo, le amicizie sono più strette: ovviamente, si tratta anche del gruppo che ha meno probabilità di avere le responsabilità esistenziali che tolgono tempo agli amici, come il matrimonio o la cura dei bambini o l’assistenza ai genitori anziani. In età adulta, le persone tendono ad avere più impegni e meno tempo da dedicare all’amicizia: è più facile rimandare un’uscita con un’amica o un amico, piuttosto che rimandare un incontro di lavoro o saltare il saggio di ginnastica di tua figlia. Paradossalmente, l’amicizia in giovane età adulta è il veicolo principe della conoscenza di sé stessi, della condivisione di aspettative sul futuro e della costruzione dei pilastri della propria esistenza; e quando sei adulto non hai tempo per le stesse persone che hanno partecipato insieme te alla tua crescita e ti hanno supportato nel prendere molte decisioni. In un interessante articolo di Julie Beck, supervisore della sezione Family e creatrice di “The Friendship Files” per la rivista The Atlantic, l’autrice esplora come le persone creino e mantengano le amicizie in modi diversi: gli indipendenti fanno amicizia ovunque vadano e possono avere molte conoscenze amicali, più che sperimentare profonde amicizie; gli esigenti hanno alcuni migliori amici che li accompagnano nel corso degli anni, con un investimento così profondo che li può esporre a emozioni devastanti in caso di perdita o fine di un’amicizia. Infine, ci sono i cosiddetti “acquisitivi”: si tratta delle persone che rimangono in contatto con i vecchi amici, ma continuano a farsene di nuovi mentre si muovono nel mondo. Quest’ultima categoria è la più flessibile e ha molte occasioni di trarre vantaggi e benessere psico-fisico dalle proprie esperienze di amicizia. Tornando al tema delle trasformazioni nel tempo: le persone anziane, che sono tornate socialmente disponibili, perché hanno meno impegni lavorativi e familiari, danno maggiore priorità alle esperienze che le renderanno più felici in quel momento presente: incluso passare il proprio tempo con gli amici più cari. Gli amici non hanno necessariamente bisogno di comunicare spesso, o in modo complesso: molte persone, intorno ai 40 anni, hanno probabilmente accumulato diversi amici provenienti da città e attività diverse, che non si conoscono tra loro. Queste amicizie rientrano in tre categorie: attive, dormienti e commemorative. Le amicizie sono attive se esiste un contatto regolare, si conosce la quotidianità dell’altro e ci si può chiamare per un supporto emotivo senza che la cosa appaia strana. Le amicizie dormienti hanno una storia: magari si è lontani fisicamente, con poche occasioni di parlarsi, ma entrambe le persone coinvolte pensano ancora all’altra come a un amico e si è felici di avere notizie o di frequentarsi quando si ha la possibilità di trovarsi nello stesso luogo, magari al mare o in vacanza, anche dopo anni. Un’amicizia commemorativa definisce invece il caso di una persona che non ci si aspetta di sentire o di rivedere, ma che è stata importante in un momento precedente della vita; e si si pensa a lei con affetto, considerandola ancora come un’amica. Non affrontiamo qui il tema e le sfumature delle amicizie online, capitolo a parte; l’argomento dell’amicizia “in presenza”, come abbiamo poco elegantemente imparato a dire durante il Covid, per rendere l’idea, è già sufficientemente vasto e complesso e ci fermiamo qui, magari per riprenderlo in altra occasione. Con una considerazione finale: l’amicizia è una relazione straordinaria, anche perché consente di imparare ad essere più tolleranti nel tempo. La sua natura di scelta libera, continuamente da rinnovare, la rende viva anche in periodi di dormienza: pronta a risvegliarsi più in là, senza aspettative rigide. Una morbidezza di attese che spesso ci fa dire: “mi sembra di averti visto ieri”; qualsiasi periodo sia passato dall’ultimo incontro.
Come riconoscere le caratteristiche tipiche del burnout?

Il burnout non è un sinonimo di esaurimento, come spesso si tende a generalizzare, anche se l’esaurimento ne è parte essenziale. Christina Maslach, una delle principali ricercatrici sul burnout, autrice di The Burnout Challenge: Managing People’s Relationships with Their Jobs, descrive tre attributi fondamentali del burnout, che possiamo imparare a riconoscere e monitorare. Dopo il dramma del Covid, con le ripercussioni sociali e lavorative che ben conosciamo, il burnout è diventato statisticamente più frequente nella popolazione in età lavorativa. Vediamo i tre caratteristici stati d’animo presenti nello stato di burnout: prima di tutto, la sensazione di essere esausti e come se non avessimo l’energia necessaria per lavorare bene; in secondo luogo, lo sviluppo di atteggiamenti negativi nei confronti dei nostri progetti, con un senso di dissociazione dai progetti stessi e dalle persone che ci circondano, siano essi colleghi, amici o familiari, con un senso di allontanamento, di distanza, di cinismo; in terzo luogo, il burnout ci fa sentire inefficaci, come se stessimo realizzando molto meno del solito e non potessimo raggiungere la motivazione per essere produttivi. Ma c’è di più. Per capire davvero cosa causa il burnout, occorre individuare le sue origini, che i ricercatori riassumono in un fattore causale comune: una quantità enorme di stress cronico, che non si ferma mai, a differenza dello stress acuto, che è temporaneo e simile a un tunnel da attraversare per raggiungere la luce dall’altra parte. La ricerca di Maslach ha scoperto che lo stress cronico sul lavoro di solito proviene da sei fonti primarie: Carico di lavoro. Questo è intuitivo, e si riferisce alla sostenibilità: più il nostro carico di lavoro va oltre la nostra capacità, più è probabile che raggiungiamo il punto di esaurimento. Valori. Cosa ci connette con il nostro lavoro a un livello più profondo? Questo è un fattore spesso sottovalutato, ma ovviamente più il nostro lavoro è in linea con ciò che apprezziamo, più utili ci sentiamo e di conseguenza ci impegniamo. Ricompensa. Il livello di ricompensa che otteniamo dal nostro lavoro, comprese le ricompense finanziarie (stipendio, bonus, ecc.) e le ricompense sociali (se siamo riconosciuti per i contributi che diamo) sono centrali. Una ricompensa insufficiente può farci sentire inefficaci, uno degli attributi fondamentali del burnout. Controllo. L’autonomia che abbiamo su quando, dove e come svolgiamo il nostro lavoro è un altro elemento fondamentale. Meno controllo abbiamo, più è probabile che ci esauriamo. Correttezza. La sensazione di essere trattati equamente sul lavoro rispetto ai nostri colleghi. L’equità è un ingrediente importante che promuove il coinvolgimento e tiene a bada il cinismo. Comunità. Le relazioni professionali contribuiscono enormemente a ridurre al minimo il burnout e ad aumentare il coinvolgimento. Più deboli sono le nostre relazioni e più conflitti sperimentiamo, più è probabile che ci esauriamo. Mentre il burnout è tradizionalmente definito come un fenomeno professionale, anche i continui fattori di stress che affrontiamo a casa possono contribuire al nostro livello totale di stress cronico. In conclusione: più stress cronico affrontiamo, non importa da dove provenga, più ci avviciniamo all’esaurimento. Una considerazione, banale quanto utile: i sei fattori delineati da Maslach possono essere utilizzati in modo virtuoso, come linee guida di ciò che occorre monitorare e mettere in atto per migliorare l’esperienza individuale e diminuire le fonti di stress; sia in ambito lavorativo, per esercitare una leadership che aumenta il benessere e la soddisfazione dei collaboratori; sia in ambito relazionale familiare e amicale. Equità, possibilità di autonomia, ricompensa, valori: non sono anche le basi naturali di realizzazione e co-costruzione di un benessere esistenziale?
Questo articolo contiene un omicidio

Non è vero, naturalmente, ma avete iniziato a leggerlo e questo ci aiuta aintrodurre l’argomento di oggi. In un recente articolo sulla rivista Nature Human Behaviour, dal titolo “La negatività guida il consumo di notizie online”, si fa luce su quello che un po’ tutti avevamo già intuito, in qualità di consumatori di notizie sul web: la negatività attira i click e questo spiega l’abbondanza di articoli e notizie di una certa tonalità che affollano ogni giorno la rete. Ma qual è il motivo di tanto successo della negatività e del male?I ricercatori hanno analizzato oltre centomila articoli di un sito di notizie spesso banali e di curiosità, Upworthy, che vanta un bacino enorme di lettori, e sono giunti alla conclusione che ogni parola negativa aumenta la percentuale di click di oltre il 2%, che sui grandissimi numeri significa un dato assai rilevante e appetibile per chi pubblica. Secondo lo studio, è vero addirittura il contrario: “La presenza di parole positive nel titolo di una notizia riduce significativamente la probabilità che un titolo venga cliccato”. Claire E. Robertson, della New York University, coautrice dell’articolo citato, afferma che questo risultato non è una novità. Le cattive notizie ottengono naturalmente più attenzione: questo è sensato, aggiungo, perché la prima attenzione della nostra specie è quella di proteggersi dai pericoli; di conseguenza, siamo ovviamente più sollecitati e attivati dagli stimoli di allarme, anche nel caso in cui si tratti di notizie che non ci riguardano direttamente. Ma anche le storie banali e senza importanza, se vengono tinte di nero ad arte, attirano più interesse? Secondo la dottoressa Robertson è proprio così: anche nel caso della stessa identica notizia, “inquadrare in modo più negativo aumenta il coinvolgimento” Ma attenzione: questo non vale per tutto quello che viene pubblicato sul web: si tratta di una caratteristica tipica nel caso delle notizie (che sono peraltro una minima parte della dieta digitale quotidiana del consumatore). Un’analisi del 2021, di ben 126.301 post su Twitter, ha rilevato, ad esempio, che i post personali con emozioni positive avevano molte più probabilità di diventare virali. Invece, nel caso delle notizie, cioè delle informazioni su ciò che accade nel mondo reale, la negatività garantisce, in modo inequivocabile e significativo, un maggiore aumento del traffico. La ricerca citata ha convalidato numerosi altri studi che dimostrano che le persone sono particolarmente propense a consumare notizie politiche ed economiche “quando sono negative” e che le emozioni ad alto grado di eccitazione – come l’indignazione – hanno maggiori probabilità di essere condivise dagli utenti. È ovvio che ci sono molti eventi negativi nella realtà quotidiana e chi fa cronaca deve giustamente comunicarli, senza ipocrite edulcorazioni; ma è interessante riportare il pensiero di Derek Thompson, giornalista e opinionista statunitense, che mette in guardia su questo punto, perché: “sensazionalizzare le notizie negative, ignorando le storie positive, può gradualmente desensibilizzare il pubblico verso problemi veramente gravi, sopraffare le persone con un senso di rovina globale, disinformare il pubblico sulle opportunità per migliorare il mondo”. Ecco: credo che valga la pena di riflettere su questo aspetto.I social amplificano la negatività, la rabbia, il disfattismo per aumentare il coinvolgimento e in questo modo utilizzano la nostra naturale attenzione al pericolo. Ma, come scrive Thompson, le istituzioni giornalistiche e mediatiche rischiano di seguire questa tendenza per incontrare il maggior interesse dei lettori, in un ecosistema affollatissimo e in cui è facile passare inosservati, data l’abbondanza dell’offerta. Il rischio, in questa situazione, è di aumentare in modo talmente esponenziale la dose di negatività diffusa da paralizzare in qualche modo le persone: se non c’è materiale per la speranza, si arriva progressivamente a sospendere ogni attività che si proponga di incidere sul futuro. E forse questo è il vero delitto, che meriterebbe tutta la nostra attenzione. Oltre a qualche risposta adulta.
Declino e demenza: che spiegazioni trova il cervello?

Molti di noi hanno persone care con problemi di declino cognitivo, demenza o Alzheimer, che costruiscono interpretazioni degli avvenimenti distorte e lontane da una realtà che a noi appare oggettiva. Ma che cosa succede al nostro cervello quando è affetto da demenza? Come riesce a costruire una narrazione della quotidianità? Come attribuisce senso alle cose? Dasha Kiper è una psicologa e scrittrice, specializzata in consulenza e supervisione ai caregiver di persone con demenza e Alzheimer. Ha recentemente pubblicato un libro che ci permette di capire meglio le logiche che il cervello costruisce quando si discosta dalla realtà e anche le reazzioni di chi sta accanto a queste persone: il titolo è “Travelers to Unimaginable Lands: Stories of Dementia, the Caregiver, and the Human Brain”. Si tratta di un viaggio affascinante, pieno di comprensione e compassione, verso le terre, inimmaginabili, dell’immaginazione dei cervelli affetti da demenza: è ricco di storie vivide, che assomigliano molto a quello che possiamo osservare se siamo a contatto con persone anziane con questo problema. La Kiper sottolinea come i pazienti con demenza abbiano una risposta per tutto: questo mette i caregiver in una posizione singolare, perché diventa difficile astrarsi quando si viene ingaggiati in spiegazioni articolate; i parenti e i caregiver, infatti, anche conoscendo bene l’esistenza della patologia e anche quando le risposte dei pazienti sono prive di senso, tendono a pensare che il solo fatto che la persona con demenza sia in grado di dare una risposta suggerisca che ci si trova di fronte a una mente ancora funzionante. In parte è davvero così, ci sono aspetti conservati: la mente continua infatti a cercare soluzioni e vie di interpretazione. Il neuroscienziato Michael Gazzaniga ha definito con la dicitura “l’interprete dell’emisfero sinistro” il processo inconscio responsabile di eliminare incoerenze e confusione interna. In sintesi: quando le nostre aspettative vengono disattese o capovolte, quando i conti non tornano, quando il nostro ambiente cambia improvvisamente, l’interprete dell’emisfero sinistro fornisce rapidamente delle spiegazioni, per aiutarci a dare un senso alle cose. Ha una funzione, in qualche modo, di “rassicurazione”, ad evitare che ci blocchiamo nella totale incertezza. Un’altra delle funzioni dell’interprete dell’emisfero sinistro è la necessità di accertare cause ed effetti. Facciamo un esempio: i pazienti che si sentono ansiosi o spaventati, a causa della perdita di memoria o della confusione, troveranno una spiegazione per il loro disorientamento e per le dimenticanze o inadempienze. Incolperanno il telefono di spegnersi e accendersi da solo misteriosamente, o di cancellare i messaggi, o insisteranno sul fatto che le persone cospirino contro di loro, che qualcuno abbia rubato quello che non trovano, e così via. Questo avviene perché la nostra mente, quando avverte una sorta di discordia interna, cerca una fonte esterna che la giustifichi: un meccanismo che spesso causa anche ideazioni persecutorie: “non guido più perché mi hanno rubato la macchina”; “non esco di casa al pomeriggio perché i vicini mi spiano”. La mente umana è predisposta a creare narrazioni credibili: molti pazienti sono in grado di creare risposte rapide (anche se sbagliate) per le loro opinioni distorte: perché un’interpretazione è sempre preferibile rispetto all’ incertezza e alla sensazione di perdita di controllo. Data questa tendenza conservata nei pazienti, per i parenti e anche per gli operatori sanitari può essere difficile distinguere la patologia dalla normale tendenza della mente a resistere a ciò che non conosce. Ho spesso ascoltato figlie e figli di genitori con demenza che raccontano di sentirsi in colpa perché “gli rispondo, cerco di ribattere alla sue tesi assurde, ci litigo, non riesco a trattenermi”.Lo scritto della Kiper ci fa capire meglio che, come la mente dei pazienti con demenza cerca e produce spiegazioni, così la mente dei parenti caregiver e persino degli operatori sanitari si “illude”, vista la prolificità di risposte rapide costruite, che il vero sé dei pazienti sia in qualche maniera conservato e che ci si possa appellare ad esso.La sofferenza di queste situazioni deve farci considerare un approccio di comprensione e compassione sia per i pazienti sia per i caregiver: si può anche sbagliare, ma esserci – ed essere di supporto anche in modo imperfetto – rende possibile modificare la relazione e mantenere degli spazi di condivisione e di conforto reciproco. Da persona a persona, da mente a mente. Anche se diversa.
Quanti anni ti senti oggi? Tra percezione e realtà

“Quanti anni hai nella tua testa?” è la domanda che ha posto via Twitter ai suoi follower Jennifer Senior, premio Pulitzer 2022, che ha scritto su questo argomento un bellissimo articolo su The Atlantic. La percezione della propria età è un tema con un notevole margine di soggettività. Siamo soggettivi in tutto, ovviamente. Ma, nel caso specifico, c’è un grande divario tra la sensazione soggettiva e la realtà. Parliamo di percezioni di noi, del nostro corpo, del nostro tempo e della nostra durata. Solo in condizioni di patologia e alterazione neurologica, oppure di difficoltà e sofferenza estrema – come avviene nei casi di dispercezione della propria mole corporea, ad esempio nei disturbi alimentari – esistono differenze così grandi. In generale, si rilevano piccole differenze, ma non abissi, tra la realtà – o quello che viene osservato dalla maggioranza delle persone – e quello che percepiamo di noi; inoltre, siamo anche in grado di collocarci nello spazio in modo consapevole: la propriocezione funziona per la maggior parte di noi. Ma cosa succede invece nella nostra mente rispetto alla percezione del tempo e della nostra età? Gli studi concordano sostanzialmente su un punto: la maggior parte delle persone, a partire dai quarant’anni, si percepisce come più giovane e si raffigura internamente con un’età di circa il 20% in meno. Le risposte che danno le persone, sia all’interno di ricerche sia nei salotti o sui social, sul motivo per cui sentono di appartenere a una certa età, sembrano sostenere un’ipotesi: ci “attesteremmo”, in qualche modo, sull’età in cui abbiamo percepito per la prima volta in modo chiaro e continuo una sorta di stabilità di coscienza, di percezione di noi e del mondo; oppure al momento della nostra vita in cui abbiamo ottenuto i primi traguardi importanti. Per chi volesse approfondire questi aspetti, consiglio di leggere gli articoli di due ricercatori che si occupano di memoria, memorie traumatiche e psicologia dell’invecchiamento, a partire da: Berntsen, D., & Rubin, D. C. (2002). Emotionally Charged Autobiographical Memories across the Life Span: The Recall of Happy, Sad, Traumatic and Involuntary Memories. Psychology and Aging, 17, 636-652 A noi qui basta riflettere su quello che emerge in linea generale dalle ricerche in questo campo: gli adolescenti e i giovani adulti tendono a percepirsi con un’età maggiore di quella reale; mentre a partire dai quarant’anni, come dicevamo, si tende a tornare indietro, o meglio a fermarsi – come percezione della propria età – ad una precedente età, in cui abbiamo raggiunto dei risultati. I ricordi più forti e mantenuti nel tempo sono quelli dai 15 ai 25 anni, in cui accadono, nella vita di ognuno, moltissime “prime volte”, cioè eventi che per tonalità emotiva tendono a persistere e a radicarsi nella nostra memoria. In conclusione, si può avanzare una considerazione: che le nostre rappresentazioni interne dell’età siano legate al valore che attribuiamo alla nostra capacità di agire nel mondo e sul mondo. Da piccoli, ci sentiamo più grandi e più capaci di impatto. Dai quarant’anni in poi, quando abbiamo già sperimentato di essere in grado di esercitare un impatto, restiamo in qualche modo legati a questa rappresentazione di efficacia e di potenza, che nelle nostre realtà socio-culturali e alle nostre latitudini è particolarmente legata a questa fascia di età. Curiosamente, gli studi rilevano minore divario tra età percepita ed età reale nelle società asiatiche: forse perché in queste culture – pensiamo in particolare al Giappone – è dato grande valore all’esperienza e all’età anziana, uno status considerato di elevata utilità nel contesto produttivo e sociale e degno di profondo rispetto .E allora, a latitudini diverse dalle nostre, non serve rappresentarsi internamente come più giovani: ci si sente comunque efficaci e capaci. Anche a novant’anni.
Guerre stellari? Insegniamo la pace

Il nome di George Lucas è, nel nostro immaginario, un velocissimo veicolo a bordo del quale passiamo da Guerre Stellari alla saga di Indiana Jones, tra galassie e mondi, spazio e giungle, navicelle e sabbie mobili, insieme a mille altre sequenze iconiche di film del regista e produttore. Non molti sanno che George Lucas ha fondato, nel 1991, Edutopia e Lucas Education Research, con l’intento di contribuire a trasformare l’istruzione primaria e secondaria. Scopo della Fondazione è puntare i riflettori su cosa funziona nell’istruzione, per far sì che tutti gli studenti possano acquisire le conoscenze e le competenze utili per prosperare negli studi e per dare fondamenta solide e fertili per la realizzazione di ognuno nella vita adulta. La Fondazione raccoglie, verifica e racconta storie di innovazione e apprendimento continuo nel mondo reale, collabora con società di ricerca e università prestigiose per identificare e valutare le pratiche di insegnamento che hanno un impatto positivo profondamente incisivo sul corso dell’apprendimento e sul rendimento degli studenti e delle loro future realizzazioni nella vita. Siamo in tempo di guerra e sono convinta che dovremmo fermarci a pensare al perché, a fronte di un’evoluzione costante di tecnologia e competenze, gli esseri umani sono solo pochi passi più in là della clava, dal punto di vista emotivo. Ovvie le ragioni di potere, economiche, di disponibilità delle risorse: ma c’è qualcosa di più. C’è ancora poco investimento sull’educazione emotiva nelle scuole, ad ogni latitudine e in contesti radicalmente diversi, anche tra i sistemi più evoluti per opportunità socio-economiche e culturali. L’istruzione, i primi anni di vita, i contesti emotivi in cui si cresce sono materia degli psicologi e di chiunque creda che ci sia ancora molto da esplorare ed applicare in questo campo, con l’intento di dare migliori possibilità alle giovani generazioni e a quelle future, anche in tema di pace e gestione della rabbia, un sentimento utile quando esercitato in modo funzionale, come strumento. e non come emozione che offusca i processi alti. Ho recentemente letto i contributi di un’insegnante della Lafayette Elementary School di Washington, Ryden, che scrive per EdSurge. Questa brillante educatrice ha sperimentato, con i suoi piccoli allievi, l’utilizzo di due strategie per comprendere e governare la rabbia: la neuroscienza della rabbia e il potere di autoregolamentazione della consapevolezza. In pratica, ha spiegato ai bambini come funziona la rabbia, il coinvolgimento dell’amigdala e alcune tecniche di regolamentazione che potevano mettere in atto nel preciso momento in cui accadeva il fatto scatenante ed erano sopraffatti dalla potenza del sentimento. Per farlo, Ryden ha utilizzato un burattino da lei costruito, per poter mostrare ai suoi studenti cosa succede quando si arrabbiano: la parte del cervello responsabile del pensiero e delle funzioni esecutive, la corteccia prefrontale, va per così dire “offline”. È in quel momento che l’amigdala, responsabile della risposta alle minacce e al pericolo, prende il sopravvento e inizia a prendere decisioni. Ryden ha capito che far visualizzare ai bambini materialmente, con un metodo semplice, l’insorgere della rabbia poteva essere una parte importante della sua pratica di insegnante. L’ispirazione, racconta Ryden, le è venuta quando ha assistito a una conferenza di Daniel J. Siegel, professore clinico di psichiatria presso la Scuola di Medicina dell’UCLA, che usava la sua mano per descrivere cosa succede nel nostro cervello quando ci arrabbiamo. Quando i suoi studenti, a partire dalla prima elementare e fino alla quinta elementare, acquisiscono questa comprensione di base di ciò che sta accadendo nei loro cervelli, Ryden inizia a insegnare loro come utilizzare alcuni strumenti per “calmare” il loro cervello. Come sappiamo, possiamo inviare messaggi corporei al cervello, che li interpreterà come segnali di “situazione rientrata”, attraverso la nostra modalità di respiro. Respirare profondamente e lentamente è un modo per dire al nostro centro di controllo che va tutto bene e che l’amigdala può rientrare dalla condizione di allarme. Insegnare ai bambini a fare cinque respiri, a tendere i muscoli durante l’inspirazione e a rilasciarli durante l’espirazione e praticare altre tecniche di respirazione, integrando questo insegnamento semplice in modo regolare e quotidiano nella giornata scolastica, permette ai bambini di sviluppare la competenza per affrontare il problema che li ha fatti arrabbiare con maggiore consapevolezza e minore stress. La frequenza e ripetizione della pratica è fondamentale: apprendere e praticare la consapevolezza non è certo un’acquisizione rapida. Ma imparare a farlo da piccoli, come si impara la matematica o la geografia o l’educazione fisica, cambia completamente il paesaggio mentale dei bambini. Non è solo un modo per controllare la rabbia, ma un ottimo modo per focalizzare, abbassare lo stress, migliorare le competenze sociali, utilizzare l’autoregolazione in modo utile e rendere più semplici, partecipati e apprezzati molti processi mentali, riducendo anche l’ansia e i sentimenti depressivi. Il mondo può cambiare solo se ci si esercita a praticare interazioni pacifiche, rispettose, consapevoli, inclusive. Un tale insegnamento dovrebbe avere dignità e spazio nella progettazione del curriculum scolastico. E si può realizzare in modi avventurosi e divertenti: non serve essere Luke Skywalker per diventare un valoroso cavaliere Jedi al servizio del nostro benessere mentale. Basta iniziare da piccoli.
IMPARARE COME UN BAMBINO? NEUROPLASTICITÀ E SOSTANZE PSICHEDELICHE

Richard A. Friedman, che insegna Psichiatria Clinica al Weill Cornell Medical College, ha recentemente approfondito il tema della neuroplasticità in relazione all’utilizzo di sostanze psichedeliche. È uno degli argomenti maggiormente trattati del momento: l’utilizzo terapeutico di queste sostanze sta ottenendo una grande attenzione sia presso i terapeuti sia presso i pazienti e le ricerche in questo campo sono in aumento esponenziale. Il concetto di neuroplasticità ci aiuta a comprendere perché i bambini imparano facilmente ogni genere di cose: come nuotare, sciare o parlare una nuova lingua: tutti noi abbiamo sperimentato, nella nostra infanzia, tra il primo e i quattro anni di età, una neuroplasticità accentuata, durante i periodi definiti sensibili dello sviluppo cerebrale. È il naturale periodo della nostra vita in cui il cervello risponde in modo unico agli input dell’ambiente circostante. Ma per sfruttare questo eccezionale e fertile stato neuroplastico – lo sanno bene i ricercatori nel campo della deprivazione sensoriale sperimentata da bambini istituzionalizzati – occorrono alcune condizioni: l’ambiente deve infatti fornire stimoli sufficienti e il bambino deve interagire attivamente con il contesto. Non è un processo passivo. Chi fa clinica sa molto bene che una persona che è stata trascurata, maltrattata o sottostimolata durante i primi anni di vita, ha un’alta probabilità di riceverne effetti negativi e duraturi più consistenti che se le stesse circostanze le fossero accadute più tardi nella vita, cioè fuori dai cosiddetti periodi sensibili dello sviluppo cerebrale. E veniamo agli psichedelici, che sono in grado di indurre in poche ore uno stato di neuroplasticità in soggetti adulti. Uno stato neuroplastico così ottenuto può migliorare le nostre capacità di apprendimento, ma può anche aumentare l’esperienza o la memoria di eventi traumatici cui andiamo con la mente durante l’assunzione della sostanza. Le psicosi indotte da droghe psichedeliche sono state ampiamente descritte in letteratura da diversi decenni. Casi di utilizzo di psilocibina, cui fa riferimento Friedman, in cui il soggetto era tornato con la mente ad esperienze negative e violente della propria infanzia, sono esitati in ricordi particolarmente vividi e acutamente dolorosi nelle settimane dopo l’assunzione, precipitando il paziente in una grave depressione. Friedman sostiene che queste esperienze potrebbero essere molto diverse, e addirittura positive, con la guida di un terapeuta durante l’esperienza psichedelica, che possa essere di aiuto per rivalutare i ricordi e renderli meno tossici e devastanti. Ovviamente, per i ricercatori e i clinici il campo di ricerca è difficile da concepire e organizzare: si dovrebbero creare dei gruppi di persone che utilizzano microdosi di sostanze e persone che non le utilizzano, fare un lungo studio in termini di tempo e valutare se alla fine i due gruppi differiscono in termini di sviluppo di disturbi post traumatici. È evidente che uno studio simile non potrebbe agire sulle circostanze e sull’intensità delle esperienze portate nella vita di ognuno dal caso: sono troppe le variabili non controllabili da parte dei ricercatori. Naturalmente ci sono infiniti argomenti da approfondire nel campo, di natura scientifica ed etica, ma è interessante riflettere su questo fenomeno così recentemente oggetto di tanta attenzione e tenere conto del fatto che indurre artificialmente uno stato di neuroplasticità può avere esiti inattesi. Infatti, tutti noi perdiamo progressivamente la neuroplasticità con il passare degli anni. È vero che possiamo continuare a imparare, ma occorre uno sforzo maggiore rispetto a quando eravamo più giovani. All’età di 70 anni, il nostro ippocampo contiene neuroni molto meno connessi tra loro rispetto a quando avevamo 25 anni. Perdere la neuroplasticità con l’avanzare dell’età, tuttavia, è una situazione complessivamente vantaggiosa per il cervello. Ci consente infatti di conservare la nostra esperienza: a spese di una maggiore fluidità cognitiva, è vero, ma in questo modo acquisiamo e consolidiamo la conoscenza delle cose. Forse possiamo concordare che, per un adulto, essere in grado di utilizzare tutte le conoscenze accumulate è più importante e utile rispetto ad apprendere una nuova abilità da zero. Dobbiamo anche ricordare che la nostra identità di persone è codificata nella nostra architettura neurale: ci conviene averne cura, è il fondamento della nostra esistenza personale e sociale. Di conseguenza, alterare e rendere artificialmente più sensibile e ricettivo il cervello è una opzione da valutare molto attentamente. Secondo Friedman, la ricerca ha senso nella direzione di un utilizzo guidato degli psichedelici nel trattamento di depressione e ansia: probabilmente vedremo grandi e rapidi cambiamenti nei prossimi anni, a beneficio delle persone che soffrono di queste condizioni. Un utilizzo invece, per così dire, “migliorativo” di queste sostanze per le nostre prestazioni mentali apparirebbe più materia di illusione e, potenzialmente, di pericolosa disillusione. Certo è che gli studi si moltiplicano: la curiosità verso la neuroplasticità promette di offrire, in un futuro non lontano, nuovi elementi di riflessione e di discussione. E avere pareri differenti è già un modo di confrontarsi, di esplorare argomentazioni diverse e di tenere sveglio, vivo e giovane il nostro cervello, anche quando non è più in una fase di sviluppo.
Cosa stai pensando? Una domanda più difficile di quanto sembri

William James lo chiamava “flusso di coscienza”. Virginia Woolf e James Joyce ci hanno fatto vivere, con la lettura dello stream of consciousness dei loro personaggi, la straordinaria esperienza di seguire il pensiero di un’altra persona, con la velocità caleidoscopica di movimenti, battute di arresto, immagini, inserzioni di ricordi, attenzione agli stimoli sensoriali, il tutto in un alternarsi ricchissimo e cangiante. Ma se ci fermiamo a pensare a come pensiamo e tentiamo di descriverlo, anche solo a noi stessi, le cose diventano complicate. Una decina di giorni fa ho letto un bell’articolo di Joshua Rothman su The New Yorker. Il tema era complicatissimo e allo stesso tempo quotidiano, continuo e ricorrente nella nostra esperienza di veglia: cosa pensiamo e, soprattutto, in che modo pensiamo? Per immagini, per parole, con una voce interna? In che modo descrivereste il vostro modo di pensare? Rothman cita Temple Grandin, geniale autrice con autismo, diventata famosa nel 1995 con il libro “Thinking in Pictures”, che è stata capace di comunicare potentemente il valore della neurodiversità e che ha pubblicato “Visual Thinking” nel 2022. Libro che vale assolutamente la pena di leggere, per esplorare la nostra mente e quella degli altri. Temple Grandin, in breve, ipotizza un continuum di stili di pensiero: ad un’estremità ci sono i soggetti che pensano in modo “verbale”, cioè utilizzano la modalità lineare e rappresentativa propria del linguaggio, parlano mentalmente con sé stessi; all’altra estremità del continuum ci sono i “visualizzatori”, cioè coloro che pensano per immagini mentali precise, come se ragionassero attraverso l’utilizzo di vere e proprie fotografie mentali di oggetti. Tra questi due estremi, secondo la Grandin, esiste un gruppo di pensatori che sarebbero in grado di combinare il linguaggio e le immagini, il cui pensiero si muove per schemi visivi e astrazioni. Temple Grandin, per spiegare meglio il concetto, propone di immaginare il campanile di una chiesa. Le persone che pensano in modo verbale immaginano vagamente due linee in una V rovesciata. I visualizzatori di oggetti, all’opposto, descrivono campanili specifici, che hanno potuto osservare accanto a chiese reali, che richiamano facilmente alla mente. I visualizzatori spaziali, cioè il gruppo che si trova a metà del continuum, raffigurano una sorta di campanile perfetto, ma astratto: in sintesi, sembrano costruire nella mente un’immagine che mettono insieme, frutto dell’astrazione dei campanili reali delle chiese che hanno visto. Questo gruppo ha la capacità di riconoscere gli schemi ricorrenti tra i campanili delle chiese e le persone che pensano con questa modalità richiamano nella mente lo schema, piuttosto che un suo esempio particolare. L’argomento è vasto, apre le porte all’interesse per la neurodiversità e per le infinite vie della nostra mente. Fermiamoci un attimo, ora. A pensare a come pensiamo noi e a come pensano le persone che ci sono vicine. È un bel baratro in cui spaziare: da provare a descrivere a noi stessi.