Esercizio fisico: cosa ci spinge a fare sport e ginnastica?

Da qualche anno si parla sempre di più di microbiota e di microbioma,  e del ruolo che giocano nella nostra esistenza, anche emotiva: un articolo pubblicato su Nature lo scorso dicembre indaga proprio la relazione microbioma – cervello nella predisposizione all’attività fisica, come sappiamo preziosissima sia per la salute fisica che per quella psichica. Ma prima di riassumere quanto scoperto dai ricercatori, vale la pena di chiarire alcuni concetti: il microbiota intestinale è l’insieme di migliaia di miliardi di batteri, appartenenti a milioni di specie di microrganismi diversi, tra cui batteri, funghi, protozoi e virus. Ognuno di noi dispone di un microbiota con caratteristiche uniche, che si sviluppa dalla nostra nascita in poi: le abitudini alimentari e l’ambiente in cui viviamo determinano la sua composizione, diversa da individuo a individuo, la cui alterazione influisce anche sul nostro benessere psichico. Il patrimonio genetico contenuto nel microbiota viene definito con il termine “microbioma”. I ricercatori hanno indagato i meccanismi che regolano la motivazione di una persona a impegnarsi nell’attività fisica: centrale è il piacere motivante che deriva dall’attività fisica prolungata e connesso ai cambiamenti neurochimici indotti dall’esercizio nel cervello. Nell’articolo gli studiosi riportano la scoperta di una connessione intestino-cervello che potenzia l’attività fisica attraverso il rilascio di dopamina durante l’esercizio sportivo. Secondo gli studiosi, le differenze individuali nel microbioma avrebbero un effetto diretto sulla predisposizione di ognuno di noi ad impegnarci in un’attività fisica, che sia agonistica, sportiva o ricreativa: le molecole che stimolano la trasmissione di segnali dall’intestino al cervello sarebbero in grado proprio di aumentare la motivazione per l’esercizio, che a sua volta ha effetto sulla produzione di endocannabinoidi e agisce sull’umore in senso positivo. Gli ultimi anni di ricerca mettono in luce con sempre maggiore evidenza la connessione intestino-cervello. Il periodo post-natalizio è un momento di intensa ricerca di porre rimedio a giorni di eccessi, di cibo, alcol, dolci e cioccolato. Gennaio per molti è il momento delle risoluzioni, dei buoni propositi, di iscrizioni impulsive a palestre e di inizio di diete depuranti, dimagranti, riattivanti, ringiovanenti e quant’altro: il tutto destinato spesso a fallire in tempi ultrabrevi, una volta tornati alla routine quotidiana. Chissà che gli eccessi delle feste, con i rituali di cibo condiviso e consumato in quantità maggiori, non contribuiscano anche ad una funzione di induzione di ritorno all’equilibrio della flora intestinale, in un grande esercizio collettivo di sforzo verso il ristabilimento delle funzioni attraverso un’alterazione che va compensata. La natura e la cultura si aiuterebbero così in un compito importante: mantenere al meglio la nostra salute psico-fisica, con le varie disfunzioni di percorso e le differenze individuali che rendono così complessa e affascinante la nostra vita emotiva. Le neuroscienze hanno ancora infiniti universi da indagare. Riferimento articolo: Dohnalová, L., Lundgren, P., Carty, J.R.E. et al. A microbiome-dependent gut–brain pathway regulates motivation for exercise. Nature 612, 739–747 (2022).

Neuroni per Natale? Un bel regalo per tutte le età

Come dimostrato da molte ricerche, il nostro cervello è in grado di produrre nuovi neuroni anche in età adulta e avanzata. E quest’anno, a Natale, potrebbe essere un’ottima idea regalarsi una buona dose di neuroni nuovi di zecca: insomma, mettere in atto comportamenti capaci di contribuire attivamente a stimolare la neurogenesi nel cervello. Partiamo dall’ippocampo. Sappiamo da tempo che questa struttura al centro del cervello è coinvolta nei processi relativi all’apprendimento, alla memoria, all’umore e all’emozione. Quella che invece è più recente, grazie al contributo dei neuroscienziati, è la conoscenza di come l’ippocampo sia una delle uniche strutture del cervello adulto in cui possono essere generati nuovi neuroni. Le ricerche hanno evidenziato che produciamo circa 700 nuovi neuroni ogni giorno nell’ippocampo, che lentamente vanno a sostituire la dotazione di neuroni che avevamo alla nascita. Intorno all’età di cinquant’anni, ogni essere umano ha sostituito il proprio intero patrimonio di milioni di neuroni con neuroni generati in età adulta. Dagli studi dei neuroscienziati che si occupano in particolare di questo aspetto, tra cui Sandrine Thuret, sappiamo che questi neuroni generati in età adulta sono importanti per la memoria, in termini di durata nel tempo e di capienza di ricordi conservati. E che sono molto importanti anche per l’umore. Infatti, in caso di depressione, c’è un calo significativo della produzione di nuovi neuroni. Stimolando la neurogenesi, c’è una netta correlazione, secondo gli studiosi, tra la produzione di nuovi neuroni e la diminuzione dei sintomi di depressione. L’argomento è complesso, sfaccettato, affascinante e meriterebbe ovviamente uno spazio assai maggiore di un breve articolo. Potenzialmente, in futuro potremo arginare gli effetti dell’età sulla memoria e sull’umore, il che apre a pensieri che comprendono temi etici e sociali assai rilevanti.  Ma in queste poche righe possiamo concentrare qualche consiglio per favorire la neurogenesi. È davvero possibile stimolarla e regalarsi un cervello più giovane e in forma? Secondo i ricercatori, la risposta è affermativa. Cimentarsi nell’apprendimento di qualcosa di nuovo, stimola la neurogenesi. L’attività e il moto, in generale, stimolano la neurogenesi.  Diminuire del 20-30% l’assunzione di calorie con i pasti, stimola la neurogenesi. E poi il digiuno intermittente (le famose 16 ore di cui abbiamo già parlato) sono un toccasana per mantenere le nostre prestazioni cerebrali, i flavonoidi (che trovate, ad esempio, nel cioccolato fondente), gli Omega 3, il resveratrolo (uva e vino rosso). Una dieta ricca di grassi e il consumo di alcol diminuiscono la neurogenesi. Tra poco inizia il periodo delle feste: ricordiamoci di aumentare la nostra produzione di neuroni. Più cioccolato fondente e mirtilli, meno alcol e grassi. Supportati dai dati delle ricerche, ci sentiremo più rilassati, felici e mentalmente rapidi se mangeremo alcuni cibi e ne ridurremo altri. Anche i cibi che richiedono più masticazione sembrano contribuire attivamente alla neurogenesi: un regalo perfetto da fare a sé stessi. A Natale e per tutto l’anno.

LA SOLITUDINE PUÒ AIUTARE. A SENTIRSI MENO SOLI

Ho avuto la fortuna, anni fa, di assistere di persona agli studi di Elizabeth Fivaz, storica collaboratrice di Stern, sulla prima infanzia. Ricordo che mi aveva molto colpita l’azione naturale, messa in atto da bambini di pochi mesi, di sottrarsi periodicamente, durante un’interazione sociale, al contatto visivo con l’interlocutore, in modo da autoregolarsi e calmare le emozioni. Il piccolo o la piccola, che interagivano con uno o entrambi i genitori nel gioco triadico di Losanna, ad un certo punto distoglievano lo sguardo e giravano la testa, come per riprendersi da troppa sollecitazione; per poi tornare poco dopo a coinvolgersi nell’attività, con rinnovato piacere e maggiore serenità. Un meccanismo di autoregolazione potente e utile, che va osservato e rispettato. I bambini in età scolare, ad esempio, come hanno notato altri ricercatori, tendono ad allontanarsi dopo un compito cognitivamente o socialmente impegnativo, iniziando attività solitarie, come leggere o disegnare. Crescendo, fino a raggiungere il culmine in adolescenza, quando i ragazzi passano gran parte del tempo nella propria stanza da soli, i bambini hanno bisogno di sperimentare, in maniera crescente, sempre più ampi momenti di solitudine. Una solitudine che permette di metabolizzare le emozioni più forti e di sperimentarsi con sé stessi in maniera gradualmente maggiore, fino al tipico isolamento dell’adolescente, alla ricerca di una identità e di una collocazione propria nel mondo. Questi spazi di solitudine avvenivano regolarmente nei secoli passati della storia dell’umanità, anche come risultato di una scarsa attenzione al mondo dell’infanzia. Secondo Kristen Lashua, storica della Vanguard University, il cambiamento nel mondo occidentale è iniziato intorno alla metà del ventesimo secolo, quando gli adulti hanno iniziato a vedere i propri figli come vulnerabili e il mondo intorno a loro come potenzialmente pericoloso. Così la norma si è attestata verso una stretta supervisione dei bambini piccoli in ogni momento, per garantire loro sia la sicurezza fisica che il successo futuro, favorendo attività che possano sviluppare abilità specifiche e competenze sociali. Il risultato? Per certi versi molto positivo, ovviamente. Oggi i bambini (parliamo naturalmente di occidente e di situazioni non problematiche dal punto di vista economico e sociale) sono più liberi della maggior parte dei bambini nel corso della storia; e sono infinitamente più considerati, accuditi, protetti. Ma sono spesso molto sorvegliati e inglobati in attività pianificate. Il tempo “da soli” è praticamente ridotto a pochi minuti al giorno. Molti genitori percepiscono i momenti liberi nelle giornate dei propri figli come un vuoto da riempire. Così, sempre più frequentemente, vediamo bambini con agende fittissime di impegni, che impediscono loro di avere momenti di solitudine utili alla crescita emotiva e cognitiva. È stato infatti dimostrato da diversi studi che anche il gioco da soli dovrebbe avere uno spazio dedicato, perché aiuta a sviluppare concentrazione e capacità di progettazione. Le ricerche suggeriscono che, quando una ragazza o un ragazzo chiedono e ottengono di passare del tempo da soli, manifestano maggiore autonomia, motivazione e profitto scolastico. Gli spazi di solitudine, quando non sono imposti, ma sono cercati e desiderati dai ragazzi e accettati dagli adulti di riferimento, consentono anche di regolare le emozioni e di riconoscerle meglio, migliorando le competenze individuali di gestione degli stati d’animo negativi. Ricordare che può far bene un tempo di sospensione da una socializzazione continua o da attività fittamente pianificate è un buon modo per i genitori di rispettare gli spazi dei propri figli. A beneficio di entrambe le generazioni e dei giovani individui in età evolutiva.

Lo stress fa male? Dipende da come la pensi

Le ricerche sullo stress, negli ultimi anni, hanno rivoluzionato il modo di guardare a questa reazione psicofisica che tutti conosciamo. Il cuore che batte più forte e la vasocostrizione ci fanno male se pensiamo che sia davvero così: la scienza rivela che le nostre opinioni sullo stress modificano in maniera misurabile il suo effetto su di noi. Partiamo dalle ricerche di Kelly Mc Gonigal, che rivelano come pensare in modo positivo allo stress provochi effettivamente un cambiamento rilevabile in modo oggettivo nella nostra risposta fisica. Ma come funziona questo cambiamento? I ricercatori sottopongono i soggetti a test di stress sociale dopo averli istruiti a considerare lo stress come utile per loro in quella circostanza: il cuore che batte più forte è un modo per prepararsi all’azione, il respiro affannoso è un modo di portare più ossigeno e più velocemente al cervello. Le persone che sono sottoposte a questo training imparano a considerare lo stress come un vero ed efficace sistema per affrontare una situazione con maggiori strumenti per superarla.  Risultato? Il loro corpo si comporta di conseguenza. La loro risposta fisica allo stress cambia in modo oggettivo: il cuore che pulsa più forte e l’aspetto dei vasi sanguigni, infatti, appaiono agli esami strumentali molto simili a quanto rilevato in situazioni in cui le persone fanno esperienze di gioia, di coraggio, di entusiasmo. Può apparire incredibile, ma tutti conosciamo come un atteggiamento positivo e pensieri ottimistici possano influenzare le nostre esperienze. Secondo Mc Gonigal e collaboratori, vedere lo stress come utile, e cioè come una condizione che ci predispone ad affrontare meglio e a superare una situazione difficile, è un modo per convincere il nostro corpo a considerare le modificazioni di respiro e battito cardiaco come benefiche. Ma non finisce qui: uno degli aspetti più interessanti è legato all’ormone dell’ossitocina. In situazioni stressanti, paura, difficoltà, insicurezza, il nostro cervello produce sì adrenalina, che fa aumentare il battito del cuore. Ma anche l’ossitocina è un ormone dello stress; e quando viene rilasciata, nella risposta di stress, assolve a un compito importantissimo: ci spinge a chiedere supporto e aiuto. Stare vicini, nei momenti difficili, ci può salvare la vita, e l’ossitocina ci spinge sia a chiedere prossimità sia ad offrire aiuto.  La buona notizia è che l’ossitocina svolge un’importante azione antinfiammatoria sul nostro corpo e ha una straordinaria proprietà: il nostro cuore ha recettori per questo ormone, che è in grado di rigenerare le cellule danneggiate dallo stress. È quindi il caso di ricordare due cose, quando il nostro cuore accelera e il nostro respiro diventa affannoso: che tutto questo è utile per la nostra risposta, più ossigeno, più preparazione, più forza di reazione; e che, inoltre, produciamo immediatamente una risorsa ormonale che ci spinge alla vicinanza e che ripara i danni della situazione stressante. Un modo di proteggerci e di proteggere chi ci è vicino, con beneficio per tutti: la risposta allo stress diventa più salutare, più vicina al coraggio che alla paura. In questo modo, sia in senso emotivo sia in termini strettamente fisici, pensare in modo diverso allo stress fa davvero bene. Al corpo e al nostro cuore.

“Lasciami stare”: appunti su nervosismo e irritabilità

“Era così nervosa”; “In questo periodo mi irrito per nulla”; “Mi sveglio al mattino e sono già nervoso”.  Le espressioni “ho i nervi” e “non farmi venire il nervoso” sono parte della nostra quotidianità e di condizioni che possono essere considerate nella norma quando durano qualche ora o sono collegate a un evento preciso. Ma quando diventano insistenti e persistenti come possiamo comprenderle meglio? E come si possono arginare e affrontarle nelle persone vicine? L’irritabilità è uno stato d’animo in cui si ha una maggiore propensione a rispondere alle frustrazioni, anche piccole, con rabbia eccessiva rispetto a ciò che ci si potrebbe aspettare nella situazione: un’ipersensibilità che continua a indirizzare la nostra attenzione su piccoli incidenti e osservazioni banali, in questo modo sottraendo energia e tempo a compiti importanti o alle relazioni che contano. È una condizione che si autoalimenta e si rinforza, in un circolo vizioso di attenzione selettiva agli stimoli ambientali e contestuali negativi. Conosciamo tutti la potenza dell’attenzione selettiva: si tratta di quella portentosa capacità del nostro cervello di allinearsi con quello che cerchiamo. Abbiamo tutti sperimentato che, quando ad esempio  dobbiamo acquistare un’automobile o comprare o affittare una casa, gli annunci di auto o di case in vendita sembrano aumentare in modo esponenziale: in realtà, lungi dall’essere una coincidenza fortunata e opportuna nella nostra vita, si tratta di una vera e propria antenna che attiviamo e che ci permette di individuare alcuni annunci che pochi giorni prima non notavamo affatto. Nel caso dell’ irritabilità, la probabilità che ci fissiamo su qualcosa di fastidioso aumenta significativamente; alimentiamo così ulteriormente la nostra irritabilità, aumentando il cattivo umore con una continua scansione del nostro ambiente, alla ricerca di frustrazioni esterne (facilissime da trovare!). Come nell’esempio dell’automobile o della casa, noteremo meno gli stimoli che non ci servono, come annunci di lavatrici, di vacanze in montagna o di maschere subacquee, assolutamente fuori dalla nostra attenzione del momento: allo stesso modo, quando siamo irritabili, diventa molto meno probabile che notiamo eventi ed esperienze positive. La tendenza dell’irritabilità ad autoalimentarsi è una risposta adattiva ipertrofica e disfunzionale: è come se, avendo avvertito una minaccia, la ingigantissimo per prepararci a difenderci meglio e, allo stesso tempo, cercassimo altri rinforzi che confermino l’utilità del nostro comportamento. Le ragioni all’origine di questo stato emotivo sono ovviamente molto complesse e legate sia alla storia personale che a quella evolutiva, da indagare con un professionista se la condizione diventa poco tollerabile e gestibile e fonte di sofferenza. Ma come consiglia Guy Winch, che pubblica sull’argomento e sull’opportunità che tutti coltiviamo competenze per un pronto soccorso emotivo, è importante stare attenti sia alla propria irritabilità sia a quella delle persone vicine che possono influenzare la nostra vita. Un primo passo per affrontare il problema può essere far notare la nostra preoccupazione per loro, empatizzando quando ci raccontano i motivi e le situazioni difficili che stanno affrontando, ma sottolineando allo stesso tempo come la loro irritabilità ha un forte impatto su di noi, facendoci sentire sempre come se li infastidissimo. Winch indica, tra i possibili strumenti per arginare l’irritabilità, la riformulazione o rivalutazione cognitiva, una tecnica di regolazione emotiva efficace per ridurre il disagio emotivo e l’irritabilità. Si tratta di esplorare come riformulare la lettura della situazione, della storia, individuando almeno un lato positivo. Può essere anche utile un esercizio mirato di consapevolezza: individuare cosa ha scatenato l’umore irritabile e ammorbidire, attraverso la concentrazione e  la respirazione, il segno emotivo dell’avvenimento per contrastare la naturale tendenza a rinforzare l’umore negativo. Quando ad essere irritabile è qualcuno di vicino, può essere opportuno sottrarsi per un po’ e aspettare che le condizioni emotive del nostro interlocutore diventino migliori. È sempre importante ricordare, inoltre, che (in ambito non patologico) gli umori sono passeggeri e che anche le condizioni sottostanti tendono a presentarsi in modo ciclico. Per questo una pausa, un tempo sospeso, può migliorare la giornata. Diamoci tempo. E compassione: ci farà bene.

Paura: scoperta la molecola che ci fa spaventare

Si conosce da tempo il ruolo dell’amigdala nella generazione dell’esperienza di paura. Una piccola e potentissima porzione di tessuto del nostro cervello, a forma di mandorla e delle dimensioni di un grosso fagiolo, è di fatto la responsabile del nostro sistema di allerta e di protezione.   L’amigdala è una formidabile e complessa centralina: ci aiuta a rilevare le minacce intorno a noi, elabora le paure e altre emozioni che le minacce, più o meno reali, suscitano nel cervello e segnala alla nostra mente e ai nostri muscoli che dobbiamo preparare una risposta: che sia fuggire o combattere, oppure paralizzarci. L’amigdala è anche la parte del cervello coinvolta nella formazione dei ricordi spaventosi: un adattamento evolutivo essenziale, che ci aiuta a sopravvivere attraverso il comportamento appreso. Se manteniamo memoria dei pericoli possiamo essere maggiormente al sicuro; potremo evitarli o attrezzarci per combatterli, potremo collaborare con i nostri simili per proteggerci a vicenda e costruire solidarietà e aiuto reciproco, ma anche, nell’ approccio opposto, diffidenza e distanza per preservarci dalle minacce. Insomma, questa funzione utilissima alla nostra sopravvivenza, la memoria della paura, svolge purtroppo anche un ruolo in diversi disturbi mentali, come ad esempio nel disturbo da stress post-traumatico (PTSD), una condizione patologica innescata dall’aver vissuto in prima persona un evento terrificante o dall’avervi assistito, che origina sintomi pesantemente invalidanti, ansia frequente e molto intensa, calo del tono dell’umore, oltre a provocare pensieri, immagini e ricordi intrusivi, come se la persona rivivesse nel presente l’episodio traumatico. Ma come fa l’amigdala ad elaborare la paura e a trasformare semplici segnali sensoriali in campanelli d’allarme emotivi? Il Salk Institute for Biological Studies di La Jolla, San Diego, California, ha aperto un nuovo scorcio nell’esplorazione dei meccanismi che costruiscono la paura. I ricercatori hanno scoperto un percorso molecolare chiave nel cervello che distilla immagini, suoni e odori minacciosi e ci dice di provare paura. Combina tutti i segnali provenienti dai nostri organi di senso e li integra in una sensazione perfettamente integrata. In uno studio pubblicato lo scorso agosto sulla rivista Cell Reports, i ricercatori del Salk hanno individuato nel cervello una minuscola proteina: il peptide correlato al gene della calcitonina (CGRP). Hanno scoperto che, nel cervello dei topi, due distinte popolazioni di neuroni CGRP, una nel talamo e una nel tronco cerebrale, assemblano i segnali provenienti da vista, udito, gusto, olfatto e tatto in un segnale unificato di pericolo nell’amigdala. In questo modo trasmettono un forte avvertimento di pericolo, che consente all’animale di rispondere rapidamente alle minacce percepite. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che lo stesso percorso è coinvolto in modo critico nella formazione della memoria della paura. La scoperta di questo percorso sensoriale unificato, che combina in un unico segnale le minacce sensoriali provenienti da tutto il cervello e le trasmette all’amigdala, dimostra esattamente ciò che i neuroscienziati conoscevano da tempo e apre a molti possibili approfondimenti per passare dal modello animale all’uomo. Ricerche precedenti avevano infatti ampiamente dimostrato che, mentre molti percorsi diversi trasmettono indipendentemente suono, vista, tatto e altri potenziali segnali di pericolo attraverso più regioni del cervello, in qualche modo l’amigdala riceve questo input totale in parallelo, tutto in una volta. Quello che mancava era capire come il cervello potesse ottenere questo raggruppamento di segnali: il team di ricercatori del Salk ha scoperto che i responsabili di questo compito sono i neuroni con il neuropeptide CGRP. Come in tutti i sistemi, il malfunzionamento del nostro sistema di allarme può portare a falsi allarmi. Le persone, in questo caso, percepiscono come minacce segnali sensoriali altrimenti avvertiti come assolutamente normali. I disturbi di ipersensibilità possono ovviamente anche influenzare la memoria del pericolo, come si può intuire anche dall’esperienza quotidiana. Ma è possibile trovare modi per calmare il sovraccarico sensoriale manipolando il circuito di allarme? Secondo i ricercatori del Salk, ora che i circuiti cerebrali specifici che trasformano i segnali sensoriali negativi in ​​paura sono stati indagati, questa scoperta di base potrebbe suggerire modi per placare la paura o i suoi effetti sviluppando farmaci antagonisti, indicati per le persone che soffrono di disturbo da stress post-traumatico o di disturbi di ipersensibilità, come accade ad esempio nello spettro autistico. La strada è ancora lunga: occorre infatti trovare terapie che aiutino a calmare il circuito quando agisce in modo anomalo, preservando tuttavia e non compromettendo il ruolo chiave del nostro sistema di allarme in caso di pericoli reali, come un terremoto o un incendio. Gli studi dello Stalk dimostrano che i neuroni all’interno dell’amigdala che utilizzano il peptide CGRP sono fondamentali per combinare insieme, nel contesto della minaccia, informazioni provenienti da sensi diversi e trasformarle in un’esperienza integrata. Siccome i bloccanti del CGRP sono stati recentemente sviluppati in studi clinici con oggetti completamente differenti, rivelandosi come trattamenti efficaci per l’emicrania, questo aprirebbe la via a possibili ricerche sugli effetti clinici del blocco del CGRP negli esseri umani anche per ciò che concerne i disturbi del funzionamento del nostro sistema di allarme. Tre anni di pandemia, la guerra in Europa e il fantasma delle armi nucleari hanno prepotentemente messo la paura al centro delle nostre sensazioni quotidiane, con un ampio spettro di manifestazioni e di manipolazioni sociali, culturali e politiche di uno dei meccanismi più utili alla nostra sopravvivenza, ma allo stesso tempo responsabile di possibili risposte ipertrofiche e disfunzionali che tanto influenzano la vita degli esseri umani: dalla ricerca dei meccanismi può venire qualche prima, utile, risposta e un’accelerazione delle strategie di contenimento dei malfunzionamenti, nella direzione di alleviare i sintomi. Con implicazioni future forse assai più grandi di quanto possiamo ora immaginare.

Robot al posto dei terapeuti? Un’occhiata all’intelligenza artificiale

Sono sempre più numerose le app per la salute e il benessere mentale e mentre alcune sono semplicemente una trasposizione digitale di interventi che prima potevano avvenire solo in presenza, cioè sono un tramite per contattare persone reali, psicologi e psicoterapeuti da consultare online, altre sono completamente affidate ai robot, i cosiddetti bot. Ne ho viste diverse, mi hanno incuriosita per come sono costruite e ingegnerizzate, e ne ho scaricata una che mi sembrava ben concepita, per utilizzarla e provarla in prima persona: ne ho scelta una basata sui principi e sulle teorie della  terapia cognitivo- comportamentale, perché mi sembrava adatta allo scopo e perché numerose ricerche sembrano concludere che la terapia cognitivo comportamentale sia efficace anche quando non viene somministrata da una persona. Siamo ormai tutti abituati alla velocità di accesso ad ogni fruizione: internet è un luogo disponibile e accessibile sempre. L’esplosione di app basate sull’intelligenza artificiale e altri strumenti digitali consentono alle persone di accedere alla terapia ovunque si trovano e ogni volta che possono.  Questi prodotti consentono un accesso immediato a un sostegno online, sono ben concepiti sia come design che come testi, e forniscono molti interessanti spunti di riflessione e di informazione. Ma uno dei grandi ostacoli di questi prodotti è che tendono ad avere un basso valore di persistenza nel tempo: le persone spesso abbandonano i programmi digitalizzati prima di aver ottenuto un reale beneficio. L’ingrediente mancante è la connessione umana: i pazienti cercano qualcuno con cui sviluppare un legame emotivo. Il bot è incoraggiante, supportivo, presente sempre, ma non è un essere umano. Molti consorzi di salute mentale, in particolare nei paesi anglofoni, a partire da Stati Uniti e Canada, hanno cercato di risolvere questo problema introducendo la terapia cognitivo comportamentale computerizzata sul posto di lavoro. Ci sono buone ragioni per cui le organizzazioni investono nella salute mentale dei propri dipendenti: i dipendenti che non si sentono al meglio sono ovviamente anche meno coinvolti e produttivi sul lavoro. Il punto di partenza di queste iniziative era un quesito: se la terapia cognitivo comportamentale digitalizzata facesse parte di iniziative di benessere aziendale, con i datori di lavoro che finanziano l’accesso alla piattaforma e danno ai dipendenti tempo e spazio per impegnarsi con essa, questo potrebbe risolvere il problema della scarsa persistenza e aiutare le persone a sentirsi meglio al lavoro? La risposta, in breve, è positiva. Come nel caso di Hikai: un robot, anzi precisamente una chatbot, basato sull’intelligenza artificiale e progettato per il posto di lavoro, pensato e sperimentato per la realtà canadese, in collaborazione con aziende e imprenditori e con The Decision Lab. Il bot funziona fornendo assistenza personalizzata: gli utenti (cioè i dipendenti dell’azienda coinvolta) ricevono moduli di contenuto personalizzati in base ai loro obiettivi, punti di forza e di debolezza e completano i questionari giornalieri di dieci secondi via e-mail, per informare Hikai di come si sentono. Il programma fornisce anche report aggregati alla direzione aziendale (per preservare ovviamente la privacy dei singoli dipendenti) in modo che i dirigenti possano avere un’idea del benessere del proprio team e capire dove possono apportare modifiche. Parlare con una chatbot può essere meno intimidatorio rispetto a forme di trattamento più tradizionali: i bot possono “ascoltare” gli utenti e facilitare la riflessione, senza imporre alcun giudizio. Nel complesso, gli strumenti automatizzati come Hikai sono ottime opzioni per le persone che cercano aiuto a un’intensità inferiore e ad un livello di impegno inferiore rispetto a quelli di una terapia classica. In tutti gli altri casi, quando si tratta di situazioni complesse (cioè quasi sempre, quando si tratta di essere umani che chiedono un intervento psicologico, mi sento di aggiungere) le app possono fornire un interessante momento di formazione psicopedagogica e stimolare riflessioni, ma allo stato attuale non sono in grado di offrire a un paziente ciò che un terapeuta in carne ed ossa, e cervello, può offrire, nell’esplorazione profonda dei meccanismi che ci governano e nel sostegno al cambiamento e all’accettazione delle nostre parti più fragili. Tornando a Hikai, il programma è stato testato come pilota in tre luoghi di lavoro nel corso di due settimane e ha portato l’82% dei dipendenti a riferire che il chatbot li ha aiutati a gestire meglio lo stress. È probabile che strumenti come questo svolgeranno un ruolo nel futuro panorama della salute mentale. L’attenzione a questi argomenti, che nasce in questo caso per un miglioramento delle condizioni psicologiche dei lavoratori per evidente interesse anche all’ottimizzazione delle prestazioni e per una ricaduta economica positiva, è tuttavia in continua crescita. Questa è una trasformazione abbastanza recente, un segno dei tempi: e può costituire un passo importante per fondare le basi di una maggiore cultura del benessere, in cui l’intelligenza artificiale può coadiuvare gli operatori della salute psicologica e consentire l’accesso ad elementi psicoeducativi anche a categorie che hanno minori possibilità economiche e maggiore stigma nell’affrontare alcuni argomenti. Senza sostituire il fattore umano, che resta centrale e non surrogabile: nemmeno con gli ausili del bot più brillante del mondo. E forse nemmeno in un futuro remoto.

Il lutto di molti e la morte della Regina. Una sofferenza reale?

Reale e reale, in italiano, hanno un doppio significato, ma questo non è un gioco di parole; si riferisce alla natura dell’emozione vera, impressionante e documentata in questi giorni da un eccezionale evento storico: la morte della Regina Elisabetta II, con immagini, pensieri, parate, filmati d’epoca, interviste, cerimoniali ordinati e allo stesso tempo rigidi e profondamente partecipati. Televisioni in diretta da tutto il pianeta, il viaggio del feretro, gli incontri della famiglia con la gente, l’insediamento di un re appena dopo la perdita di una madre e i sentimenti misti per una fine e un inizio simultanei: la sovrana che ha regnato per 70 anni ha visto molto del mondo e delle sue dinamiche politiche e psicologiche, a tutte le latitudini, e ha ispirato una commozione di proporzioni mai documentate prima nella storia. Ma quali sono le spiegazioni psicologiche che la scienza dà per un dolore così ampiamente condiviso? La maggioranza delle persone che piangono la Regina d’Inghilterra non l’avevano mai incontrata né le erano in alcun modo vicine: questa ondata di emozioni ha coinvolto migliaia di persone sconosciute alla sovrana e che non avevano avuto alcun rapporto concreto con lei. La ricerca psicologica sul lutto si concentra in gran parte sulla perdita di genitori, figli, amici intimi, coniugi o persone amate e conosciute. Ma anche le relazioni unilaterali tra una persona e un personaggio pubblico, un attore, un cantante, una celebrità o – come in questo caso – un membro della famiglia reale, possono causare un dolore reale e acuto: queste  relazioni sono definite “parasociali” e hanno un significato importante nella vita di moltissime persone. Basti a tutti pensare come è possibile legarsi, in adolescenza, ai poster appesi in camera, o a uno scrittore che ci sembra di conoscere intimamente, o a un cantante, o al personaggio di un libro o di un film. In tempi contemporanei, l’influencer è un esempio perfetto di relazione parasociale, con conseguenze evidenti sulle emozioni e sulla partecipazione di chi si sente legato all’individuo di cui segue la vita pubblicata in diretta. Presso l’Università di York, nel Regno Unito, Louise Richardson, filosofa e ricercatrice, ha co-diretto un progetto in cui si tratta specificamente di lutto: “Grief: A Study of Human Emotional Experience”. L’ipotesi dei ricercatori è che il dolore, nei casi di una perdita in una relazione “parasociale”, sia correlato alla sensazione di perdita di possibilità che una persona sperimenta nella propria prospettiva di vita. In sostanza, tutti siamo legati a visioni e narrazioni del mondo, che lo costituiscono per noi con caratteristiche riconoscibili, rassicuranti e prevedibili. Il lutto è un’interruzione dura e dirompente di questo mondo conosciuto, una sgretolazione delle nostre ipotesi. Le perdite che ci causano dolore sarebbero quelle che cambiano in modo irreversibile e sconvolgente il mondo che diamo per acquisito, in cui ci aspettiamo di poter continuare a vivere. Un mondo illusoriamente continuo e con alcune caratteristiche di immutabilità, condizioni indispensabili per procedere nell’esistenza. Per questo, al di là delle associazioni con le nostre nonne o le nostre madri, la morte di una regina sempre esistita nell’immaginario di tutti gli esseri umani più giovani dei suoi 96 anni, è un momento che in qualche modo ci riguarda. Secondo i ricercatori, quando si perde una persona si perde una parte di sé stessi, del proprio mondo: nel caso di una persona distante, il lutto dura di meno, anche se questo è un terreno difficile su cui indagare con metodi scientifici. Come sappiamo, i casi di lutto patologico contengono emozioni e legami irrisolti che contribuiscono a prolungare in modo abnorme i sentimenti di perdita e di smarrimento, oltre i fisiologici tempi di dolore e di ripresa: ma nel caso delle relazioni parasociali – come nel caso della morte della regina –  secondo i ricercatori è raro che si verifichi un prolungamento del dolore, anche quando è del tutto reale, come si è visto. Anche i processi di identificazione, come sappiamo, sono ampiamente coinvolti in questi fenomeni. Quando guardiamo un film e ci commuoviamo, è un modo per liberare emozioni che ci coinvolgono nella vita reale; con la protezione di un forte movimento emotivo separato dalla realtà: viviamo il dolore, è vero, e lo riferiamo a un nostro possibile dolore reale; ma in modo meno pervasivo e persistente nel tempo, più tollerabile. L’argomento è complesso, si tratta di numerose emozioni differenti e combinate. Ma un momento come questo, un lutto come quello della Regina Elisabetta, può servirci da spunto per approfondire e indagare la natura umana. Se le principesse sono materia dei sogni di quando siamo piccole, le regine servono a ricordare che la nostra avventura può cambiare durante il corso dell’esistenza. E che ogni cambiamento è sia dolore sia possibilità e opportunità: anche quando serve un po’ di tempo per superare, o modificare, le emozioni collegate.

Le origini del sorriso: una mini storia dell’umanità?

In un periodo così lungo di incertezze, sofferenze e autentiche tragedie, fa bene ricordare gli aspetti positivi connaturati alla nostra specie. Oggi parliamo di sorrisi e del potere che li rende muscolosissimi fattori di protezione per il nostro benessere psichico e per la nostra salute. Il sorriso è presente fin dagli ultimi stadi di sviluppo di un nascituro nel grembo materno, come evidente nelle immagini ottenute con tecnologia a ultrasuoni 3D in recenti ricerche. Sorridere è una delle facoltà di base, una predisposizione biologica dell’essere umano. I bambini iniziano molto presto a sorridere e sono i maggiori produttori di sorriso di tutte le età. Il sorriso è sia espressione di uno stato interno sia un formidabile acceleratore di relazione, ricco di significati e di conseguenze sociali. Secondo Paul Ekman, uno dei maggiori ricercatori al mondo per lo studio delle espressioni facciali, il sorriso è sempre un modo per esprimere gioia e soddisfazione, in tutte le culture e a tutte le latitudini; un segno universale interpretato ovunque in modo analogo, sia che si tratti di persone appartenenti a mondi sviluppati o di membri di tribù che vivono in ambienti primitivi e lontani da noi, con interazioni familiari e sociali molto diverse dalle nostre. Sorridere è contagioso, abbiamo tutti osservato che sollecita una risposta spontanea, e ha una funzione specifica importantissima nei confronti dell’ interlocutore: è largamente acquisito, in ottica evoluzionista,  che i segnali sociali  – come la “mostra silenziosa dei denti scoperti” – si siano sviluppati per consentire, a chi li invia, di manipolare il comportamento del destinatario. Ma andiamo un po’ più a fondo, perché i temi della paura, dell’aggressione, della difesa e della collaborazione sono centrali per ogni interpretazione delle vicende umane; dalle interazioni familiari a quelle sociali, dai temi di costruzione di civiltà a quelli di  entrata in guerra; nonostante lo straordinario sviluppo di tecnologie e condizioni di vita, gli esseri umani, dal punto di vista psicologico e relazionale, sono ancora vicini ai loro antenati più lontani.   Secondo un interessantissimo contributo di Michael S.A. Graziano, pubblicato quest’anno su Cambridge University Press online, il sorriso potrebbe essersi evoluto a partire da comportamenti difensivi. Graziano si chiede come mostrare i denti, che è una minaccia evidente, possa essersi evoluto in un segnale di non aggressività e ipotizza che la domanda sia sbagliata, perché esistono due modi di mostrare i denti: uno aggressivo e uno non aggressivo. Pensiamo a quando ci facciamo male e il dolore improvviso ci fa contrarre i muscoli del viso in una smorfia di sofferenza: in quel caso, socchiudiamo gli occhi e solleviamo il labbro superiore mostrando leggermente i denti. Per fare un altro esempio: se usciamo da una stanza buia all’aperto e ci troviamo in pieno sole, produrremo una reazione riflessiva chiudendo o socchiudendo gli occhi, le guance incurvate verso l’alto, con conseguente sollevamento del labbro superiore ed esposizione dei denti superiori. Questa esposizione non ha nulla a che fare con la minaccia. Secondo Graziano, l’espressione facciale di un sorriso forte e genuino assomiglia alle componenti difensive della reazione al sole improvviso qui descritta. Ora immaginiamo la scena: un incontro tra due scimmie che appartengono allo stesso gruppo sociale, che qui chiameremo Andy e Benny. Benny si fa molto vicino a Andy, lo minaccia apertamente e in questo modo innesca una reazione di difesa in Andy, che ha paura ed è meno propenso a lottare e più orientato a fuggire.  Il comportamento difensivo di Andy svolge il ruolo di stimolo iniziale, da cui può evolvere un segnale sociale. Benny, l’aggressore, è sensibile a un utile segnale ambientale ( la reazione di Andy) e alle informazioni che ne può ottenere per decidere il proprio comportamento. Vedendo che Andy è in notevole stato di stress, potrebbe approfittarne per sferrare l’attacco. Ma in un gruppo sociale, quale quello degli umani o delle scimmie, la collaborazione è importante: se dovesse arrivare una tigre dai denti sciabolati, meglio essere in molti a combatterla che da soli. Quindi, la probabilità che Benny continui l’attacco è molto ridotta. Tutto questo ovviamente non avviene a livello cognitivo cosciente, Benny non pensa “mi conviene lasciar stare Andy per un interesse superiore”: è piuttosto la selezione naturale che ha modellato i sistemi neurali di Benny, in direzione di un’ottimizzazione di azioni e reazioni che consentano un risultato migliore per il gruppo e per la sua sopravvivenza. Continuiamo con il nostro ragionamento: Benny decide di ridurre o addirittura arrestare il suo comportamento di attacco ad Andy. In questo modo può risparmiare energia e rischi. Anche in questo caso, non c’è una valutazione e una decisione, in cui l’aggressore pensa “non ho bisogno di combattere questo debole”: si tratta di un comportamento riflesso, frutto del modellamento dei sistemi neurali di Benny; una conseguenza della selezione naturale, che opera nell’interesse di Benny, di Andy e di tutto il gruppo. Per riassumere: la vista di un’ampia reazione difensiva in Andy all’avvicinarsi di Benny, innesca automaticamente una riduzione palese dell’aggressività di Benny. Finora, non c’è alcun segnale sociale: c’è solo un segnale ambientale (la reazione allarmata di Andy) al quale Benny si è evoluto per rispondere. Ma l’evoluzione consente ad Andy di amplificare il proprio comportamento difensivo, di renderlo più evidente, più clamoroso, più esteso e prolungato, e di farlo anche non in presenza di un Benny che lo minaccia davvero. All’interno di un contesto sociale, il comportamento è come un bottone, che Andy può premere per causare un cambiamento nel suo ambiente per ottenere un vantaggio: la selezione naturale ha fornito ad Andy un meccanismo per generare vantaggi relazionali. Torniamo al sorriso. È un comportamento che sollecita una distensione preventiva: i destinatari (quando non siamo in ambienti francamente patologici) e i loro sistemi neurali lo interpretano immediatamente e con precisione: possiamo dire che Andy si è evoluto per distribuire ed esagerare uno stimolo (nel nostro caso, alzare il labbro superiore in una smorfia di reazione a un dolore o a una sorgente di luce troppo forte) che avrà un effetto su Benny. Andy può utilizzare, riprodurre e perfezionare

Demenza. Cinque minuti per sapere se sei a rischio.

È basata sull’intelligenza artificiale ed è in grado di rilevare i primi segni di decadimento cognitivo lieve e altri disturbi in meno di cinque minuti: si tratta di un’app per determinare il rischio di sviluppare demenza ed è stata messa a punto da Sina Habibi e Seyed-Mahdi Khaligh-Razavi. Potrebbe diventare negli Stati Uniti, e poi nel mondo, un efficace strumento di prevenzione per una delle patologie più frequenti e invalidanti. Si stima che nel 2019 fossero 57 milioni di persone a soffrirne nel mondo e che nel 2050 il numero potrebbe arrivare quasi a triplicare, secondo una ricerca dell’Università di Washington: andiamo verso una vera e propria pandemia di Alzheimer, con cifre destinate a salire in pochi anni. I metodi diagnostici rapidi potrebbero fare la differenza, inducendo le persone a modificare il proprio stile di vita e a cambiare il proprio futuro. Ipertensione, fumo, diabete, obesità, esercizio fisico, dieta, consumo di alcol, depressione, isolamento sociale e inquinamento atmosferico: una commissione Lancet ha recentemente osservato che fino al 40% delle demenze potrebbe essere prevenuto o ritardato modificando i fattori di rischio dello stile di vita delle persone. La metà dei fattori di rischio ha un impatto sui futuri pazienti prima dei 65 anni e la diagnosi precoce potrebbe aiutare a indirizzare le persone verso interventi tempestivi, più efficaci e preventivi di un ulteriore peggioramento o in grado di ritardare il declino nel tempo. Ma come funziona l’app? Si tratta di un test in cui vengono presentate 100 immagini in scala di sfumature di grigio. Cinquanta immagini rappresentano animali e cinquanta altre categorie:  appaiono in rapida successione; le persone devono distinguerle e ricevono un punteggio in base alla velocità e precisione di risposta. Il software è in grado di rilevare sottili alterazioni nella velocità di elaborazione delle informazioni e l’Intelligenza Artificiale confronta i tempi di reazione con la risposta media delle persone appartenenti alla fascia di età della persona testata. Il risultato, in misura grezza, indica il livello di funzionamento di una persona rispetto a individui normali, lievemente compromessi o gravemente compromessi dal punto di vista cognitivo. Il deterioramento cognitivo lieve è lo stadio tra il declino cognitivo atteso, quello del normale invecchiamento, e il declino più grave: quello della demenza. Siccome il cervello umano elabora visivamente circa l’80% delle informazioni, una ridotta velocità di elaborazione visiva è presente nelle prime fasi del lieve deterioramento cognitivo. Secondo i ricercatori, l’uso delle immagini degli animali è particolarmente efficace perché attiva vaste aree del cervello, visto che la l’umanità ha dovuto primordialmente classificarli in modo rapido, distinguendoli tra fonte di minaccia o fonte di potenziale cibo. Molte aziende stanno lavorando a test di rilevamento della demenza basati sull’intelligenza artificiale: i test visivi, come quello dell’app presa in considerazione, hanno il vantaggio di poter essere applicati a culture e lingue diverse. Strumenti di rilevamento del rischio di demenza potrebbero cambiare il destino di una persona: il fatto che, una volta approvati dai sistemi nazionali e internazionali, possano essere anche autosomministrati – come nel caso di un test con un’app – facilita la richiesta di eventuale e tempestivo aiuto al sistema sanitario e offre un’evidenza per agire sui propri fattori di rischio e aiutare se stessi a fermare, o rallentare in modo significativo, l’insorgenza di un problema grave e conservare più a lungo una buona qualità di vita.