Cosa può consentire ad una relazione di coppia di mantenersi nel tempo?

Nello scorso articolo abbiamo iniziato a vedere quali possono essere le teorie alla base della scelta di un partner. Proviamo a prenderne in considerazione altre. Nello scorso articolo, l’assunto principale era che esiste una continuità tra le rappresentazioni delle esperienze d’attaccamento infantili e il tipo di esperienze relazionali successive. Ora mettiamo in luce un’impostazione diversa, dove la relazione di coppia costituisce un nuovo contesto, in cui si crea un legame d’attaccamento specifico del rapporto con il partner che potrà condizionare la qualità e l’esito della relazione. Secondo i teorici dell’attaccamento le differenze individuali di ciascun partner potrebbero portare ad un esito diverso. Tuttavia bisognerebbe prendere in considerazione diversi fattori tra cui la soddisfazione, la felicità, la stabilità, il senso di riuscita. La durata, la stabilità, il senso di riuscita La durata fa riferimento alla parte temporale e non alla qualità del rapporto; la stabilità viene collegata alla disposizione della relazione a mantenere le proprie caratteristiche (positive o negative) stabili nel tempo. La riuscita fa largamente riferimento alla qualità della relazione: indica un legame che mantiene costanti le caratteristiche positive e che si protrae nel tempo. Dunque, un legame può essere stabile e riuscito o stabile e non riuscito; ma anche instabile (come la coppia in crisi, dove si avverte una minaccia alla relazione) o instabile (nella coppia fluttuante, dove ci sono repentini cambiamenti). Potremmo quindi affermare che una relazione riuscita è qualcosa di più di una relazione stabile, in quanto dovrebbe consentire ai partner di sperimentare emozioni positive e un senso di soddisfazione. Un attaccamento sicuro, dunque, potrebbe essere un buon predittore dell’esito di una relazione soprattutto perchè porta ad una migliore capacità di esprimere apertamente i propri bisogni di conforto e vicinanza e di accogliere quelli del proprio partner. Fondamentale risulta essere poi la sintonia che consente di entrare in contatto con gli stati affettivi dell’altro per poter riparare alle eventuali crisi vissute.
La teoria dell’attaccamento per comprendere i legami di coppia

L’attaccamento è un sistema motivazionale connesso al bisogno di garantirsi la vicinanza di una persona significativa Secondo la teoria di Bowlby, lungo l’intero arco di vita, gli individui stabiliscono quelli che chiama “legami di attaccamento“, ovvero legami preferenziali, che hanno quattro funzioni fondamentali: ricerca e mantenimento della prossimità: si ricerca la vicinanza del partner; rifugio sicuro: si ricerca conforto nei momenti di disagio; protesta alla separazione: nei casi di separazione o di perdita si assiste alla sequenza tipica “protesta-disperazione-distacco” che si osserva nei bambini; base sicura: la fiducia nella disponibilità del partner fa sì che possa esplorare il mondo esterno. Come accade nelle relazioni tra genitore e bambino, anche per gli adulti, si parla di legame d’attaccamento quando la relazione è duratura e non transitoria. In questo caso, le funzioni elencate verranno progressivamente trasferite al partner. Quali sono le tappe fondamentali per creare un legame di attaccamento? Attrazione-corteggiamento-flirt: sono attive le componenti del sistema motivazionale sessuale; innamoramento: aumentano i comportamenti che danno benessere e il partner inizia ad essere preferito come fonte di conforto; amore: si verifica il passaggio dall’eccitamento al conforto, dalla passione all’intimità; fase postromantica: segna l’attribuzione al partner della funzione di base sicura. Le relazioni di attaccamento inoltre costituiscono il contesto in cui si acquisiscono le abilità di regolazione emotiva. Queste esperienze relazionali, nel tempo, vengono interiorizzate in schemi (modelli operativi interni) che influenzano poi le modalità di ingaggio nelle relazioni interpersonali e le strategie di gestione delle emozioni. Appare necessario, dunque, sviluppare un’adeguata capacità di regolazione delle emozioni per ottenere equilibrio tra “distanza e vicinanza” e sviluppare rapporti sani. Sono stati individuati diversi indicatori responsabili della regolazione del sistema di attaccamento nell’individuo. Uno di questi è, ad esempio, la percezione di situazioni di minaccia. In queste situazioni, un individuo potrebbe reagire con ansia e attivare comportamenti tesi a ripristinare la vicinanza oppure individui con attaccamento evitante potrebbero mettere in atto strategie basate su distanziamento e ritiro.
Le relazioni possono essere complicate ma sono essenziali: perchè è così importante riflettere su di esse?

Le relazioni sono parte integrante dell’essere umano. Scopriamo perchè è fondamentale parlarne attraverso esercizi pratici. Si è parlato tanto di relazioni, ancor di più dopo la pandemia da Covid-19. L’isolamento a cui siamo dovuti forzatamente sottostare, ha consentito di farci apprezzare qualcosa che si dava per scontato. Perchè sono così importanti? Secondo la neuroscienziata Julianne Holt-Lunstadt , le connessioni sociali potrebbero essere un fattore critico per la sopravvivenza. Pertanto sono vitali per la nostra salute fisica ed emotiva. Certamente le relazioni possono anche essere difficili da gestire e spesso ciò va di pari passo con il non sapere o il non riuscire ad esprimere ciò che si pensa e si prova. Quando questo accade, può generare all’interno della relazione, degli ostacoli che conducono a sofferenza ed allontanamenti. Al contrario, riuscire ad entrare in contatto con se stessi e con l’altro, può dare vita a connessioni molto intense. Nel caso in cui vi siano esperienze relazionali dolorose diventa necessario soffermarcisi in modo da non continuare ad alimentare legami invischianti, bloccati o distruttivi. Come fare quando diventa difficile parlare delle proprie relazioni? In terapia, può succedere spesso, soprattutto con adolescenti, di avere difficoltà ad esprimere le proprie emozioni o i propri bisogni rispetto ad una relazione di qualsiasi natura che si sta vivendo. In questi casi, le immagini, i disegni o le metafore possono essere molto utili perchè: si riesce ad esprimere diversi aspetti di una medesima esperienza, anche quelli più profondi che sono difficili da riconoscere; possono diventare un canale creativo attraverso cui affrontare emozioni dolorose; possono offrire protezione a persone che hanno difficoltà a parlare apertamente di sè e dunque facilitare l’apertura. Ad esempio, proviamo a pensare alla nostra vita relazionale come una casa. Nella casa vi sono diversi piani ed ognuno rappresenta aspetti positivi e negativi delle proprie relazioni. C’è la stanza delle persone piacevoli, il pianterreno delle difficoltà e del dolore, il palazzo delle nuove speranze. In ognuno, proviamo a scrivere i nomi delle persone che faremmo rientrare in quella determinata stanza. Alla fine, cosa dice quello che emerge su di te? Che cosa hai imparato?Che cosa vorresti di diverso?
L’ansia: quando diventa un ostacolo che limita le azioni

Cosa si può fare quando si soffre di un disturbo d’ansia? La mindfulness può essere di aiuto? Cerchiamo di scoprirlo in questo articolo. Nel mio studio incontro Sandra. Non riesce a studiare, nè a lavorare, nè ad uscire. Quando provo a capire cosa succede in quei casi, la sua risposta è: “non so cosa succede o perchè, ma sto male!”. Approfondendo la situazione, capiamo che Sandra ha sviluppato un disturbo d’ansia. Quando solitamente si sente parlare di ciò, la prima reazione è l’ansia stessa! “E’ brutta, fa paura, non la voglio!”. Essa, infatti, si manifesta attraverso sensazioni di timore e apprensione, che possono essere correlate da tremori, sudorazione, palpitazioni. Tuttavia, ansia e paura sono emozioni che da sempre fanno parte della storia dell’uomo. Quando è talmente forte da interferire con il funzionamento generale dell’individuo, allora diventa disfunzionale e può trasformarsi in un “disturbo”. Come nel caso di Sandra. Come abbiamo agito con Sandra allora? Sicuramente spiegare il meccanismo che avvia il circolo vizioso dell’ansia può essere di aiuto, ma non basta. E’ infatti una reazione automatica che si crea dinanzi a contesti percepiti come pericolosi. Lavorare sulle strategie di evitamento che l’individuo adotta. Se aprire il libro per studiare mi crea ansia, evitare l’ansia (e quindi di aprire il libro) diventa la mia azione abituale. Ciò vuol dire che non studierò più, rimarrò indietro con gli esami e questo innescherà molti sensi di colpa e pensieri di non essere in grado. Esponendo, in caso contrario, il soggetto, alle situazioni che creano più agitazione, gli si farà sperimentare che è possibile “stare con l’ansia” e, nonostante essa, mettere in atto azioni che hanno valore. Perchè la mindfulness può essere di aiuto? La mindfulness può essere molto utile nei casi di ansia patologica poichè, durante la pratica, si riesce a ridurre l’attività del sistema nervoso simpatico che è alla base dei meccanismi di ansia. Con essa, inoltre, si possono affinare le abilità di osservazione di ciò che accade dentro e fuori di sè, aumentando la propria consapevolezza. Sandra, con tanto esercizio, è riuscita a riconoscere i pensieri come tali e a non farsi agganciare da essi, notando se stessa come “soggetto osservante”, nonchè a portare l’attenzione sul momento presente, senza focalizzarsi sui sintomi dell’ansia e sul circolo vizioso che solitamente si innescava con essi.
Le etichette del sè: “sono sbagliato”, “sono brutto”, “sono incapace”- seconda parte

In questa seconda parte impareremo a conoscere l’autostima in un modo nuovo e a sviluppare una visione di sé più flessibile. Se provassimo a pensare all’autostima come a un comportamento verso il sé, cosa accadrebbe? E se immaginassimo che la descrizione di sè fosse in una cornice relazionale e che noi avessimo potere nel rafforzarla o indebolirla attraverso le nostre azioni? Ad esempio, Carla (una paziente con nome di fantasia) si sente persa ed infelice perchè, nonostante per lei le amicizie sono molto importanti, porta sempre con sè un pensiero (sviluppatosi a partire dalla sua storia personale): “sono strana; non riesco a fare amicizia; gli altri sono migliori”. A causa di un concetto di sè rigido, ha avuto difficoltà a stringere amicizie per molto tempo, limitando i suoi comportamenti. Insegnando a Carla le abilità per assumere una prospettiva di sè flessibile e notare quando sopraggiungono pensieri negativi, avrà più potere nello scegliere comportamenti di valore, disconfermando l’etichetta che si era creata. La visione di sè flessibile permette di cambiare prospettiva psicologica: guardare i pensieri da una certa distanza, osservarli per quello che sono, vedere se stessi nell’infanzia o visualizzarsi nel futuro, guardarsi attraverso gli occhi di un’altra persona. Qual è l’elemento in comune tra tutte queste visioni? Tu! E non importa quante volte si cambia prospettiva, dove si va a finire con la mente, sei sempre TU e in grado di andare dove vuoi. In particolare, con i giovani che si definiscono con “bassa autostima”, è fondamentale legare il concetto di sè a comportamenti osservabili e che siano coerenti con i propri valori. “Io sono speciale” o “io sono strano” sono parole, giudizi, etichette. Quando diamo un feedback, è importante invece fare attenzione a focalizzarsi sul processo e sui comportamenti messi in atto e non sulla persona. Ad esempio: a un giovane che ha avuto un buon voto, si potrebbe dire “Hai lavorato molto bene”; ad uno che va male in una verifica, si potrebbe dire “forse il tempo che hai dedicato a questa cosa è stato poco, cosa potresti fare per aumentare l’impegno in termini di tempo?” La cosa importante è creare sempre opportunità per far sì che ogni piccolo passo, mosso per ciò che è importante, sia significativo. Va sottolineato infatti che il successo riguarda l’agire con i valori e non il risultato.
Le etichette del sè: “sono sbagliato”, “sono brutto”, “sono incapace”

Quante volte la mente ci parla definendoci in qualche modo non funzionale alla vita che vorremmo? Spesso accade che, proprio nei momenti più importanti della nostra vita, la mente ci parli attraverso pensieri che definiscono la nostra persona. “Sei sbagliato”, “sei troppo buono”, “non sei in grado”. E nonostante, durante il nostro percorso di vita, raggiungiamo anche traguardi o soddisfazioni, ecco che la mente è sempre pronta a torturarci. E pensare che sta facendo soltanto il suo lavoro! Se i nostri antenati non avessero ascoltato la propria mente quando li metteva in guardia dai pericoli, noi oggi non saremmo qui! Oppure, quando si focalizzava su aspetti negativi della persona, li stava portando semplicemente a migliorare! Il problema è che, a lungo andare, può condurre a sviluppare una scarsa autostima. Cos’è l’autostima? L’ autostima non è nient’altro che la stima di sè derivata da pensieri che coinvolgono il sè e l’essere una “persona di valore”. Ma ecco il punto: sono pensieri, non è una verità assoluta. E se iniziamo a pensare di essere una “brava persona” perchè andiamo sempre a lavoro, abbiamo una bella famiglia, etc.. dovremmo essere sempre lì pronti a dimostrare realmente di essere una brava persona, e tutto ciò richiede tanto tempo! Immagina una partita a scacchi in cui i pezzi neri sono i pensieri negativi, quelli bianchi sono positivi. Sono costantemente in lotta tra loro, e tutto ciò non può avere una fine perchè i pezzi (sia bianchi che neri) sono infiniti. E mentre tu sei occupato a giocare la partita, stai perdendo la possibilità di connetterti con ciò che davvero conta! Allora quando questo avviene, prova a chiederti: è davvero così che voglio impiegare il mio tempo? devo davvero continuamente dimostrare a me stesso di essere una brava persona? come sarebbe vivere connettendosi invece a ciò che conta davvero? Proviamo a soffermarci su questo e nel prossimo articolo capiremo come fare!
ADHD: disturbo da deficit di attenzione/iperattività

Cosa si può fare di fronte ad un bambino con ADHD? Scopriamo insieme caratteristiche e terapia. Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività rientra tra i disturbi del neurosviluppo. L’ ADHD può persistere fino all’età adulta e, per questo, è definito un disturbo life-long. Gli elementi fondamentali che lo caratterizzano sono: difficoltà a mantenere l’attenzione; tendenza all’iperattività; impulsività. L’ADHD si presenta con disattenzione predominante quando il deficit attentivo risulta essere il problema principale. In particolare, l’attenzione selettiva, l’attenzione sostenuta e le funzioni esecutive (pianificazione e memoria di lavoro) sono deficitarie. Questo conduce ad avere problematiche nell’apprendimento, ma anche nello sviluppo di abilità cognitive come il problem solving e di strategie comportamentali che servano a creare relazioni soddisfacenti con gli adulti ed i compagni. L’ADHD con impulsività e iperattività predominante, invece, ha come elemento centrale il comportamento del bambino e la mancanza di autoregolazione. Questo comporta un’iperattivazione motoria, eloquio eccessivo, difficoltà di inibizione delle risposte e difficoltà nel rispettare regole e turni. Esiste in ultimo il tipo ADHD combinato che presenta entrambe le caratteristiche. Cosa fare in questi casi? Le linee guida SINPIA (2019) indicano che: “lo Scopo principale degli interventi terapeutici deve essere quello di migliorare il funzionamento globale del bambino/adolescente. In particolare gli interventi terapeutici devono tendere a: 1. Migliorare le relazioni interpersonali con genitori, fratelli, insegnanti e coetanei. 2. Diminuire i comportamenti dirompenti ed inadeguati. 3. Migliorare le capacità di apprendimento scolastico (quantità di nozioni, accuratezza e completezza delle nozioni apprese, efficienza delle metodiche di studio). 4. Aumentare le autonomie e l’autostima. 5. Migliorare l’accettabilità sociale del disturbo e la qualità della vita dei bambini/adolescenti affetti.“ In particolare, la terapia comportamentale viene raccomandata per i bambini in età prescolare. Essa prevede che i genitori e gli insegnanti (comunque gli adulti che gravitano intorno al bambino) imparino abilità e strategie tese a rispondere in modo efficace alle difficoltà di quest’ultimo (nell’impulsività, nello svolgimento dei compiti, nelle relazioni, nelle richieste). Gli interventi di formazione invece sono volti a sviluppare delle abilità nel soggetto. Su questo tipo di interventi sono state condotte meno ricerche rispetto a quelli dei trattamenti comportamentali; sarebbero dunque validi per gestire la disorganizzazione dei materiali e del tempo tipica della maggior parte dei giovani con ADHD.
Ansia, conoscerla e accoglierla: è possibile?

Quali sono le componenti dell’ansia? E come si può imparare a conviverci? Vediamolo insieme in questo articolo. Ormai una delle parole più frequenti nel vocabolario di tante persone è: “ansia”. I soggetti tendono ad autodefinirsi “ansiosi” come se questo fosse il peggiore di tutti i mali. Ma cosa accadrebbe se provassimo a conoscerla meglio? Probabilmente riuscirebbe a spaventarci di meno. Definizione dell’ansia L’ansia è un’emozione universale che rappresenta una componente necessaria all’organismo per rispondere allo stress. Può essere dunque adattiva quando prepara il soggetto ad affrontare potenziali pericoli portando ad una crescita personale. Si compone di: una parte cognitiva (aspettative di pericoli imminenti e sottostima della capacità di fronteggiarlo attivano “schemi di pericolo”; questi schemi rinforzano i sintomi d’ansia creando un circolo vizioso che accresce il senso di fragilità dell’individuo prevedendo per lo più scenari catastrofici); somatica (la pressione del sangue e la frequenza cardiaca aumentano, le funzioni del sistema immunitario e digestivo diminuiscono); una parte emotiva, che include paura, apprensione, preoccupazioni; una parte comportamentale (fuga, attacco o freezing). E come diventa disfunzionale? Quando il malessere cresce a dismisura potenziato soprattutto dalla parte cognitiva e dagli schemi di pericolo, l’individuo può iniziare a mettere in atto comportamenti che interferiscono con le sue normali attività. Gli evitamenti proteggono il soggetto nell’immediato, ma rafforzano il circolo vizioso negativo che ha iniziato a stabilizzarsi. I sintomi ansiosi (che a loro volta si suddividono in sintomi cognitivi, emotivi e somatici) iniziano a rappresentare essi stessi una minaccia. Concentrandosi sui sintomi, interpretandoli come indice di un grave disturbo fisico o psicologico, il soggetto modifica la percezione di sè, degli altri e del mondo circostante. Come gestire i sintomi? Conoscere cosa avviene quando il soggetto dice di provare ansia può già servire per comprendere e normalizzare ciò che si percepisce invece come catastrofico. La mindfulness può diventare uno strumento importante per imparare a notare ed essere quindi consapevoli della propria esperienza interna: così, anzichè evitarla, impareremmo a conoscerla e ad accoglierla come “esperienza normale”. Non esitiamo a contattare un professionista della salute mentale perchè più si aspetta più diventa difficile uscire dal circolo vizioso che si crea!
IL MUTISMO SELETTIVO

Che cos’è il mutismo selettivo? Da cosa può derivare? E cosa si può fare? Il mutismo selettivo è collocato, all’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), nella sezione dei Disturbi d’ansia. I criteri diagnostici del mutismo selettivo sono i seguenti (DSM-5): A. Costante incapacità di parlare in situazioni sociali specifiche in cui ci si aspetta che si parli (per es. a scuola), nonostante si sia in grado di parlare in altre situazioni. B. La condizione interferisce con i risultati scolastici o lavorativi o con la comunicazione sociale. C. La durata della condizione è di almeno 1 mese (non limitato al primo mese di scuola). D. L’incapacità di parlare non è dovuta al fatto che non si conosce, o non si è a proprio agio con il tipo di linguaggio richiesto dalla situazione sociale. E. La condizione non è meglio spiegata da un disturbo della comunicazione (per es. disturbo della fluenza con esordio nell’infanzia) e non si manifesta esclusivamente durante il decorso di disturbi dello spettro dell’autismo, schizofrenia o altri disturbi psicotici. Dunque, il mutismo selettivo non ha nulla a che fare con un deficit di linguaggio. Anzi, il bambino ha già sviluppato la capacità linguistica sia in produzione che in comprensione. Cosa succede allora? Perchè il bambino non riesce a parlare? Nel bambino si creano emozioni molto intense di ansia, paura, vergogna, che producono un effetto di congelamento. Il bambino non vorrebbe bloccarsi, ma proprio non riesce a parlare. Per osservare quali potrebbero essere le cause di questa difficoltà, possiamo fare riferimento ad un modello bio-psico-sociale. Esso prende in considerazione la componente genetica; caratteristiche psichiche e di temperamento; fattori ambientali, legati al contesto di apprendimento. Cosa è importante che l’adulto faccia? E’ sicuramente fondamentale accogliere le emozioni del bambino, non giudicandolo o attuando pressioni. Normalizzare ciò che il bambino fa quando lo si sente parlare in pubblico. Il vederci entusiasti potrebbe generare e amplificare la vergogna. Stimolare la produzione di forme alternative di comunicazione, come ad esempio il disegno.
Relazioni positive tra genitori e figli

Alcune riflessioni legate al mondo della genitorialità: come si può creare una relazione positiva fin da piccoli Come si può creare una relazione positiva con i propri figli? Diciamolo: fare il genitore è davvero il mestiere più difficile del mondo! Mette a dura prova l’adulto che, presumibilmente, si ritrova talvolta ad agire attraverso comportamenti, legati ad automatismi, che poi creano sensi di colpa! Proviamo a pensare innanzitutto che ciascun bambino prova sentimenti ed emozioni con la nostra stessa intensità! La differenza è che non hanno alcun filtro comportamentale ed intellettuale, non avendo avuto esperienze che gli possano aver fatto apprendere come vivere in modo socialmente accettabile. Proviamo a pensare che il nostro bimbo sia come un extraterrestre, appena giunto sul nostro pianeta e che non conosce tutte le regole! Sta dunque all’ambiente che lo circonda insegnargli come vivere. E proviamo a mantenere questa immagine dentro di noi, ogni qualvolta siamo presi dalla rabbia. Che succederebbe? Prima di continuare la lettura, proviamo a soffermarci su questo… Controllore o guida? Che tipo di genitore vorrei essere? Un genitore che, in maniera strategica, controlla il proprio figlio per raggiungere i propri obiettivi o vorrei essere una guida presente, amorevole, serena, consapevole del proprio compito educativo? Dopo i due anni, il bambino cerca di costruire la propria identità, ma non possiede tutti gli strumenti di un adulto: non ha ancora un linguaggio articolato; non ha capacità metacognitiva; utilizza il corpo per relazionarsi ed esplorare; vive in una fase egocentrica. Inizia così a richiedere all’adulto di poter essere attore e non solo spettatore del suo percorso di crescita. Vuole essere visto, chiede maggiori attenzioni non solo relative ai suoi bisogni primari. Diventa fondamentale dunque non solo dare regole, ma anche riflettere sul modo in cui vengono date, non dimenticandosi mai che una buona educazione parte anche da una buona relazione. Ricordiamoci che l’adulto è con il bambino e non al di sopra o al di sotto!