La punizione come metodo educativo funziona?

La punizione va usata? Proviamo a capire insieme quali possono essere le valide alternative al castigo e perché è preferibile usarle. Spesso, quando un adulto si ritrova di fronte ad un bambino che ha messo in atto un comportamento inadeguato, si ricorre alla punizione. Perché? Sono tanti i motivi che inducono ad agire così e, se ognuno di noi prova a fermarsi un attimo e a riflettere sulle motivazioni reali, possiamo notare che molto ha a che vedere con la nostra rabbia, la nostra impazienza, la nostra stanchezza. Inizialmente, l’adulto potrebbe ignorare quel comportamento che non piace, ma poi il fastidio aumenta e, dopo l’avvertimento verbale (“smettila!”), si passa all’azione attraverso, ad esempio, sculacciate o togliendo qualcosa che piace al bambino. Che cos’è la punizione? Nell’ambito della psicologia comportamentale, vengono descritti due tipi di punizione: positiva e negativa. Nella prima è aggiunto uno stimolo avversivo (ad esempio, uno schiaffo); nella seconda è tolto un elemento positivo (ad esempio, i cartoni animati). In entrambi i casi, la conseguenza sarà una diminuzione del comportamento che non piace. Ma perché è preferibile utilizzare delle alternative alla punizione? Quando l’adulto punisce il bambino, quest’ultimo non sta apprendendo quale sarebbe il comportamento corretto da utilizzare e non riceve dunque nessun tipo di beneficio. Anzi, piuttosto, potrebbe imparare ad utilizzare il comportamento osservato nell’adulto per relazionarsi agli altri. Secondariamente, la punizione può innescare sensi di colpa nel genitore quanto nel bambino. In questo caso, il genitore dispiaciuto potrebbe interrompere la punizione e il bambino potrebbe interiorizzare un messaggio tipo “non fa niente se mi comporto male, i miei genitori mi perdonano”. Inoltre, quando si è arrabbiati, spesso non si riesce a dare peso alle parole che si dicono. I bambini registrano, infatti, qualsiasi informazione e dire “sei cattivo, sei disobbediente, non ti voglio bene” potrebbe infierire sull’autostima del bambino e sul suo sviluppo. In alcuni casi, potrebbe anche succedere che, attraverso la punizione, il bambino abbia delle attenzioni che non sente di ricevere in altri momenti dall’adulto. In questo caso, potrebbe apprendere comportamenti inadeguati che hanno la funzione di ricevere maggiori attenzioni dal caregiver. Cosa fare allora per correggere il comportamento del bambino in modo più costruttivo? Si potrebbe aiutare il bambino a raggiungere il suo scopo, gradualmente e dando attenzioni ai comportamenti positivi che mette in atto, anche se piccoli. Potrebbe essere importante stabilire con il bimbo quali sono le conseguenze naturali di un comportamento e condividere poche regole e basilari. Ad esempio, si può dire di non tirare fuori un giocattolo finché non si mette apposto quello che si usa. Si può mostrare il comportamento adeguato incoraggiando il bambino a metterlo in atto e lodandolo in tutti i suoi progressi. Questo atteggiamento sarà utile per il bambino poiché imparerà a comportarsi in modo corretto, ma soprattutto potrebbe portare benefici nella relazione con l’adulto. “Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini”- Dante Alighieri

Comunicazione: come migliorarla attraverso l’assertività

La comunicazione è uno strumento importante di relazione. Con l’assertività si impara ad esprimere se stessi in modo chiaro e diretto. Quando si parla di comunicazione si fa riferimento ad un sistema in cui si verifica uno scambio di informazioni. Per creare e sviluppare relazioni soddisfacenti diventa fondamentale saper comunicare: in coppia, con i propri familiari, nell’ambito lavorativo e in qualsiasi gruppo sociale. Ma come si comunica in modo assertivo? Possiamo sintetizzare alcune delle caratteristiche principali di una persona che comunica in modo assertivo così: ha ben chiaro cosa desidera e qual è il suo obiettivo; agisce per ottenerlo; rispetta i diritti degli altri; non si sente in colpa; mantiene una buona opinione di sé anche quando è difficile raggiungere ciò che desidera. Pertanto, il comportamento assertivo si può inserire tra uno stile passivo e uno stile aggressivo. Nello stile passivo non si è in grado di difendere i propri diritti o esprimere i propri bisogni per cui vi è maggiore probabilità di essere influenzati o di subire le scelte degli altri. Al contrario, nel comportamento aggressivo, si ha la tendenza ad imporsi sull’altro come se esistessero soltanto i propri bisogni e pensando di essere immuni dal commettere errori. Perché tutto questo può influire sull’autostima? L’autostima è la valutazione che ogni persona ha di se stessa e di sè in relazione agli altri. Quando non si ha una buona autostima e non ci si sente sicuri del proprio valore spesso, sentendosi inadeguati, non si dà importanza ai propri bisogni, si evita di agire per soddisfarli, si è incerti sulle proprie scelte. Ed è proprio per questo motivo che è fondamentale, già all’interno del proprio nucleo familiare, che gli adulti facciano da modello ai bambini, insegnandogli come dialogare con loro, con apertura e chiarezza. Facciamo degli esempi: vanno utilizzate frasi in prima persona come “io mi sento così quando tu…” oppure “io penso che….”; va incoraggiata l’apertura dell’interlocutore e l’espressione dei suoi pensieri, come “e tu cosa ne pensi? Come ti senti?” quando c’è un disaccordo è importante descrivere il comportamento inadeguato, senza giudicare. Se un bambino o un adolescente non ha rispettato la volontà dei genitori, è importante esplicitare cosa ha sbagliato e non dire frasi come “mi fai sempre arrabbiare” o “se fai così non mi vuoi bene”.

In coppia: vivere per sempre felici e contenti si può?

Le relazioni di coppia possono essere vissute in modi differenti. La cosa certa è che è una sfida, scegliere come rispondere è fondamentale. “L’amore dura per sempre”, “Esiste la metà perfetta della mela”, “Non si dovrebbe mai litigare in coppia”. Queste sono soltanto alcune delle frasi che spesso si sentono dire quando si parla di amore e di coppie, ma diciamoci la verità! Non sono certo reali e fattibili. Sognare è bello e , probabilmente, i cartoni animati e le commedie sentimentali non ci aiutano a rimanere con i piedi per terra, e qual è la verità allora? Se nella nostra mente continuano ad esserci questi pensieri, è normale che, qualsiasi episodio accada con il partner, influenzerà il giudizio che dò alla mia coppia. Lasciare andare queste credenze e focalizzarsi sulle azioni da compiere per creare un rapporto solido è invece realmente d’aiuto. Si può e si deve scegliere quali comportamenti mettere in atto per diventare il partner che vorremmo essere, considerando che vivere in coppia rappresenta sempre una sfida. La domanda è: quanto siamo disposti a fare per costruire la relazione che vorremmo? Non c’è modo di non scegliere. Russ Harris (2011) utilizza una metafora particolarmente chiara ed esplicativa: è come se tu potessi scegliere di rimanere sulla staccionata (e quindi non decidere) oppure scegliere di scendere dalla staccionata (da una parte o dall’altra), decidendo cosa fare. Stare seduti sulla staccionata, infatti, va bene per un breve periodo, ma poi diventa doloroso: è come rimanere nella relazione e arrendersi, facendo cose che peggiorano il rapporto di coppia. Tutte le storie d’amore seguono delle fasi in cui si va dall’innamoramento folle, caratterizzato anche dal rilascio di ormoni come la serotonina, l’ossitocina, la dopamina, i testosteroni e gli estrogeni che ci fanno vivere la storia come se fosse la più bella del mondo, ad una fase di disillusione in cui iniziano ad esserci più chiari anche i difetti del partner, fino alla scelta consapevole di voler restare in coppia con quella persona, che si vede e si sceglie esattamente per com’è. Quest’ultima è la fase più matura, quella in cui è necessario, di tanto in tanto, fermarsi e chiedersi: “nonostante le difficoltà, le differenze caratteriali, i desideri, che tipo di qualità personali voglio mettere in gioco in questa relazione? Come voglio comportarmi?” Perchè, attenzione, i desideri non sono la stessa cosa dei valori. Desiderare di ricevere più affetto riguarda qualcosa che voglio ottenere dall’altro. Ma cosa posso fare io, considerando che ho controllo soltanto sulle mie azioni? Potrei, ad esempio, essere affettuoso o sottolineare quando anche il partner lo è. Il valore indica quali sono le cose più importanti e, se abbiamo chiari quali sono i nostri valori, sapremo anche quali comportamenti scegliere e quale direzione seguire. Ad esempio, potrebbe essere importante il valore del prendersi cura e sarà utile chiedersi: cosa vuol dire per me prendersi cura? In che modo posso prendermi cura dell’altro? Agire in questo modo permette sia di dare un senso di pienezza alla propria vita che di appagamento, derivato dall’essere fedeli a se stessi. Non vuol dire che non ci saranno momenti di difficoltà perchè l’amore e il dolore sono come i due partner di un ballo: si muovono rimanendo mano nella mano ma… quanto è meraviglioso danzare! Hurris, R. (2011). Se la coppia è in crisi. Impara a superare frustrazioni e risentimenti per ricostruire una relazione consapevole. Franco Angeli.

I bambini e la tecnologia: effetti sulla salute psicofisica

I bambini, al giorno d’oggi, cominciano presto ad utilizzare la tecnologia: come si può gestirne l’uso nel migliore dei modi? Secondo uno studio americano pubblicato su ‘Jama Pediatrics‘, i bambini sotto i 6 anni passano la maggior parte del tempo davanti ad uno schermo guardando la tv. E in 17 anni questo lasso di tempo è raddoppiato, almeno tra i più piccoli, arrivando a 3 ore al giorno tra i bimbi sotto i 2 anni. E spesso, mamma e papà sono in difficoltà quando devono allontanare i propri figli dai video terminali oppure, a volte, sono proprio i genitori, stremati dalla quotidianità, ad utilizzarli per distrarre o calmare i bambini fin dal primo anno di vita. Ma quali possono essere le conseguenze fisiche e psicologiche di un utilizzo precoce e prolungato dei dispositivi digitali? Un utilizzo prolungato di video terminali fin dalle primissime fasi evolutive può condurre a conseguenze sia su un piano fisico che psicologico. Infatti, aumenta il rischio che, nel corso dello sviluppo, si possano presentare difficoltà emotive e relazionali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità rileva come “lo schema dell’attività complessiva nelle 24 ore è fondamentale: sostituire il tempo prolungato davanti allo schermo con un gioco più attivo o sedentario, assicurandosi che i bambini piccoli ricevano abbastanza sonno di buona qualità” viene considerato di assoluta importanza per un adeguato sviluppo psicofisico. L’alterazione delle abilità relazionali può provocare l’isolamento sociale, innalzando la possibilità di sviluppare quelle che vengono definite nuove dipendenze. I giovani, in particolare, possono sentirsi più facilitati nella creazione di un’identità digitale in cui non hanno bisogno di mostrarsi per ciò che sono realmente. Tra le nuove dipendenze, nel DSM-5, si annoverano le new technologies addiction (dipendenza da tv, internet, social network, videogiochi). Ma quando è importante contattare un terapeuta affinché si possa approfondire meglio la situazione? Alcuni segnali di allarme che si potrebbero osservare nei ragazzi sono: cambiamenti d’umore improvvisi, la tendenza ad accendere i video terminali in orari non consoni o comunque quando si pensa di non essere visti, irrequietezza o apaticità; possono essere avvertiti anche sintomi fisici quali mal di testa, mal di schiena, disturbi della vista. Ma la punizione serve davvero? Spesso, dopo aver ignorato alcuni comportamenti inadeguati lievi dei propri bambini, i genitori esasperati utilizzano la punizione che sembra riportare immediatamente la situazione sotto controllo. Ed è per questo che poi si continua ad utilizzare nel tempo. Tuttavia, alla lunga, gli svantaggi possono essere superiori dei vantaggi: da un lato cresce la rabbia e il risentimento del bambino, dall’altra il senso di colpa del genitore. L’utilizzo della punizione può modellare, inoltre, risposte aggressive (insegnando, ad esempio, l’uso della forza) e mostra solo ciò che non è adeguato, senza offrire l’occasione di apprendere comportamenti validi. Cosa possono fare davvero i genitori? ⦁ Si potrebbe concordare prima il tempo di utilizzo del video terminale predisponendo, ad esempio, anche una sveglia che indichi che “è finito il tempo”; ⦁ Proporre attività alternative. Si consente al bambino di sperimentare il piacere di trascorrere il tempo in un modo diverso (attività fisica, gioco da tavolo, preparazione di un dolce, etc…); ⦁ Rinforzare i bambini quando trascorrono il tempo in modo qualitativamente differente. Dare attenzione ai comportamenti che si vogliono promuovere: descriverli anche se si avvicinano a quelli desiderati aumenterà la probabilità che il bambino impieghi il tempo in modo funzionale anche nei giorni successivi; ⦁Per i più grandi diventa fondamentale l’ascolto, il dialogo e il confronto. Attenzione a non puntare il dito e accusare o giudicare i propri figli. Soffermarsi e accogliere le emozioni del genitore può essere utile per imparare ad empatizzare con quelle dei propri figli.

Capricci: cosa sono e cosa può fare un adulto?

I capricci sono comportamenti indesiderati che nascondono un bisogno. Come può agire un genitore di fronte a un capriccio? “È’ impossibile fare la spesa con mio figlio, se vuole qualcosa inizia a piangere finché non vince lui” “Eravamo in fila in posta e mio figlio continuava a urlare e non sapevo proprio cosa fare” Questi sono solo alcuni dei commenti che spesso si sentono dire tra genitori. In entrambi i casi c’è un bimbo che piange e urla e si dispera. Perchè? Solitamente con capricci si indicano comportamenti non desiderabili che vengono messi in atto in un determinato contesto (spesso in contesti sociali). Nascono da una forte frustrazione che il bambino prova e, non sapendo gestire questo stato d’animo, attraverso il pianto, comunica all’adulto di aver bisogno di aiuto. Esatto, cari genitori! Anche i capricci servono a comunicare! Pensiamo alla temibile “fase dei due anni”. A quest’età il bambino inizia a percepirsi come essere separato dal caregiver e, attraverso i “no, mio, io” inizia ad autoaffermarsi. Il pianto, fin da quando un bambino nasce, è espressione di qualcosa. E spesso, un genitore, comprensibilmente stanco delle urla o imbarazzato se si trova in un contesto sociale, non riesce ad interpretare il messaggio del bambino, arrabbiandosi a sua volta e innescando un circolo vizioso che va ad autoalimentarsi. Cosa può fare un genitore in questi casi? Imparare a fermarsi e a non reagire di istinto. Può essere utile anche per il bambino comprendere che ci si può arrabbiare, riconoscere quello che si sta provando ed etichettarlo per parlarne successivamente. Per i più piccoli è importante che il genitore “si calmi per calmare” e che faccia notare la sua presenza sintonizzandosi con il bisogno del bambino. Il bambino non possiede ancora strategie per fronteggiare la sua frustrazione e dire “dopo compriamo il gelato” non è utile perché il bimbo non comprende la temporalità come un adulto. Ogni suo bisogno riguarda il qui e ora. Empatizzare consente all’adulto di mettersi nei panni del bambino riconoscendo cosa potrebbe comunicare in quel momento. Dire “lo so che forse sei molto arrabbiato in questo momento perché non ti ho dato quello che hai chiesto, vedrai che tra un po’ la rabbia va via e io sono qui per parlare con te” potrebbe aiutarlo ad acquisire strumenti utili per fronteggiare le intense emozioni vissute. Ignorare i comportamenti non desiderabili rinforzando quelli desiderati porterà gradualmente ad estinguere i primi e a mantenere i secondi. Questo è molto importante perché il bambino deve trovare delle strategie funzionali a soddisfare i suoi bisogni attraverso comportamenti adeguati. Utilizzare la punizione è controproducente. Può avere l’effetto immediato di interrompere un comportamento sbagliato ma le ricerche mostrano come sia dannosa a lungo termine. Il bambino potrebbe interiorizzare un modello educativo negativo così come la relazione genitore-figlio potrebbe essere compromessa perché si potrebbe perdere fiducia nella figura di accudimento. Fornire poche e semplici regole in modo chiaro. È importante che in primis l’adulto sia coerente nel rispetto delle regole date perché se cede, in modo intermittente, potrà essere rinforzato il comportamento inadeguato del bambino.

Età evolutiva: conoscere i problemi esternalizzanti

Nei problemi esternalizzanti il disagio del bambino si manifesta all’esterno, causando disturbo nell’ambiente. Ma quali sono i più frequenti? Nel precedente articolo ci siamo soffermati sui problemi internalizzanti in età evolutiva. Ora, proviamo a delineare le caratteristiche più importanti di quelli che vengono definiti problemi esternalizzanti. E solitamente si fa riferimento a problemi di comportamento che sono visibili nell’ambiente esterno. Per questo motivo sono spesso riconosciuti più facilmente, anche se non sempre si può parlare di disturbo. Secondo Gresham (1985), un disturbo del comportamento si ha quando “le caratteristiche comportamentali sono atipiche in quanto la loro frequenza, intensità o durata si discosta dalla norma (…) possono manifestarsi attraverso uno o più repertori (cognitivo, verbale, fisico, motorio) ed essere presenti in una varietà di situazioni.” Quante volte un adulto può trovarsi in difficoltà davanti a un bambino che mostra un comportamento dirompente? È importante sottolineare dunque la differenza tra problema esternalizzante e temperamento. Il temperamento è determinato da fattori genetici, ma nel corso della crescita, può essere plasmato da fattori ambientali (contesto famiglia, scuola, amici). Quindi, se da una parte il contesto influenza il comportamento del bambino, è anche il bambino che a sua volta influisce sulla la risposta dei genitori ai suoi comportamenti. Quali sono le categorie diagnostiche più frequenti in età evolutiva? Nel DSM-5 (2013), le principali problematiche esternalizzate in età evolutiva sono: ADHD (disturbo da deficit d’attenzione e iperattività); disturbo oppositivo-provocatorio; disturbo della condotta. Tali categorie hanno in comune il fatto che il bambino può mostrarsi aggressivo con lo scopo di ottenere ciò che vuole; o pretendere che i propri bisogni siano più importanti di quelli degli altri; o essere oppositivo e trasgredire le regole. Cos’è possibile fare in questi casi? Le strategie comportamentali che sono risultate più efficaci sono: – quelle basate sull’uso di rinforzatori e token economy; –parent training o consulenza genitoriale; -costo della risposta, ovvero la combinazione di rinforzatori positivi e penalità. “I bambini imparano più da come ti comporti che da cosa gli insegni” (W. E. B. Du Bois)

Età evolutiva: conoscere i problemi internalizzanti

I problemi internalizzanti sono una tipologia specifica di difficoltà emotive e comportamentali. Quali sono i più frequenti in età evolutiva? I problemi internalizzanti, proprio perché vengono sviluppati e mantenuti all’interno dell’individuo, sono spesso non riconosciuti o mal interpretati. Tra questi, quelli che preoccupano maggiormente, sono afferenti alla sfera dell’ansia e della depressione. Proviamo a definirli meglio. L’ansia è una condizione che ciascuno di noi può sperimentare in diverse occasioni. E, in molti casi, può essere utile a mantenere l’attenzione su un compito. Oppure, in altri, può fungere da motore motivazionale. Ma cosa succede se l’ansia supera la soglia di intensità? Può divenire disfunzionale interferendo con la salute o con le prestazioni nei compiti abituali. I sintomi più comunemente descritti nei problemi d’ansia in età evolutiva sono: -pensieri negativi e irrealistici, -interpretazioni errate di sintomi ed eventi, -attacchi di panico, -ossessioni e/o comportamenti compulsivi, -attivazione fisiologica, -ipersensibilità ai segnali fisici, -paura e ansia relativi a specifici eventi o situazioni, -preoccupazioni eccessive o generalizzate. Proprio per questo motivo, a volte possono essere presenti sintomi d’ansia, senza che si sviluppi necessariamente un disturbo d’ansia. Oltre all’ansia, anche la depressione può essere facilmente mascherata e di difficile interpretazione. Infatti, possono essere presenti sintomi come: -umore depresso o tristezza eccessiva, -irritabilità, -perdita d’interesse nelle attività, -lamentele somatiche (mal di pancia, mal di testa..) -alterazioni del sonno. A tale proposito, spesso, vengono maggiormente notate dagli adulti delle problematiche secondarie e conseguenti ai problemi internalizzanti. Ad esempio: bassa autostima; problemi scolastici; scarse relazioni sociali. E notare questi segnali può essere il primo importante passo per aiutare i nostri bambini a fronteggiare la condizione che stanno vivendo. Tuttavia, in alcune fasce di età, possono presentarsi paure o ansie del tutto normali! In questi casi, può essere sicuramente di aiuto avere una relazione empatica con il bambino e aiutarlo a denominare le proprie emozioni. Ma allora, quando può rivelarsi utile un intervento specialistico? In un’ottica di collaborazione, è fondamentale che tutti gli adulti (genitori, parenti, insegnanti, etc.) prestino attenzione ad ogni minimo segnale di malessere o cambiamento. Ma, anche e soprattutto in modo preventivo, è importante che richiedano di confrontarsi con una figura professionale che li aiuti a comprendere meglio la presenza e l’entità della problematica e a gestire le difficoltà vissute dal bambino.

Un aiuto per i genitori: l’efficacia del Parent Training

Essere genitori è davvero il mestiere più difficile. Perchè può essere utile un intervento di Parent Training? Il parent training è un modello di intervento che nasce nell’ambito della clinica applicata ai disturbi del comportamento infantile. I genitori, essendo gli agenti di primaria importanza nello sviluppo dei figli, vengono dunque coinvolti nell’intervento, per promuovere la messa in atto di comportamenti positivi. Molte volte ci si può scontrare con problemi comuni che, nel lungo termine, possono compromettere non solo il benessere familiare, quanto lo sviluppo psicologico dei figli. Ecco perché, attraverso il parent training, i genitori possono apprendere nuovi stili di interazione o modificare atteggiamenti che influiscono negativamente sui comportamenti dei bambini. I contributi più recenti hanno poi esteso l’applicazione di questo modello comportamentale alle situazioni educative quotidiane come: il sonno e l’alimentazione, il coinvolgimento dei genitori nel gioco, i capricci. E quindi gli obiettivi più comuni del parent training possono essere secondo Soresi (2007): Migliorare la relazione e la comunicazione tra genitori e figli, Aumentare la capacità di analisi dei problemi educativi che possono insorgere, Aumentare la conoscenza dello sviluppo psicologico dei figli e dei principi che lo regolano, Diffondere metodi educativi efficaci, Rendere la vita familiare e i problemi di tipo educativo che possono sorgere più facilmente gestibili. L’intervento può essere effettuato sia in forma individuale (a cui partecipa la coppia genitoriale o il singolo genitore) oppure attraverso gruppi. In quest’ultimo caso, il gruppo offre ai genitori un contesto ricco e stimolante per condividere le esperienze, normalizzare preoccupazioni o affrontare situazioni più critiche. I genitori, in questo modo, apprenderanno alcune tecniche di modificazione comportamentale per estinguere le condotte problematiche e per favorire comportamenti positivi e funzionali, supportando e incoraggiando il bambino quando agisce in modo efficace (Menghini et al., 2019). E’ vero…essere un genitore è davvero molto impegnativo, e non esiste un manuale di insegnamento! Tuttavia, in un momento di bisogno, può essere utile confrontarsi con figure professionali specifiche che possono rappresentare un valido aiuto. Nel Parent Training si lavora come una squadra! La figura professionale competente, infatti, lavora in modo paritario con il genitore, considerato il principale esperto delle caratteristiche del proprio figlio. Inoltre, il coinvolgimento attivo dei genitori nel programma terapeutico è fondamentale per la stabilizzazione e mantenimento dei progressi raggiunti. «Non hai avuto modo di scegliere i genitori che ti sei trovato, ma hai modo di poter scegliere quale genitore potrai essere». Marian Wright Edelman, attivista per i diritti dell’infanzia Benedetto, L. (2017). Il parent training, Carocci Editore. Menghini D., Tomassetti S., (2019) Il Parent Training oltre la diagnosi.  Edizioni Erickson Soresi, S. (2007). Psicologia delle disabilità, Il Mulino.

Essere felici dopo eventi stressanti: si può?

Essere felici: ogni genitore lo vorrebbe per i suoi figli! Ma cosa si può fare quando si presentano eventi negativi nel corso della vita? Il Covid- 19, una pandemia è soltanto l’ultimo ed estremo esempio di fattore stressante che può, ad un certo punto, presentarsi nel corso della vita. Ci sono poi le malattie, le separazioni, i lutti, i litigi e tutta la gamma di emozioni “negative” che, diciamoci la verità, non ci piacciono proprio! È cosi! Tutti vorremmo sempre essere felici e vorremmo soprattutto che i nostri bambini lo fossero! Ma questo, secondo voi, può essere reale? Purtroppo no. Come faremmo a sapere che una cosa ci dà gioia se non abbiamo mai provato sofferenza? “Quando siete felici, guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi gioia” – Khalil Gibran Possiamo aiutare i nostri bambini a fare spazio anche ai momenti negativi, trasmettendogli valori e semplici abitudini nella vita quotidiana. In che modo? lasciamo che provi qualsiasi emozione e mostriamoci empatici. Imparerà che non tutte le cose vanno come vorremmo, ma la nostra presenza sarà importante! aiutiamolo a dirigere l’attenzione alle cose che si hanno. Spesso siamo portati a guardare ciò che non abbiamo e questo contribuisce all’infelicità! Un’abitudine da creare con i bambini potrebbe essere quella di farci raccontare una, due o tre cose belle della giornata. aiutiamolo a trovare delle attività che lo gratifichino e che il bambino ami fare! In questi momenti è molto importante notare la gratificazione del bambino e comunicarglielo. In questo modo è probabile che replicherà in futuro quella stessa attività piacevole. valorizziamo sempre i progressi del bambino e le intenzioni, più che il risultato finale! “La felicità non è qualcosa di già pronto. Proviene dalle nostre azioni” – Dalai Lama Non è in nostro potere fare in modo che i bambini evitino sofferenze nel corso della loro vita, ma sicuramente possiamo insegnargli ad utilizzare gli strumenti più adeguati per fronteggiarle in un modo utile!

MINDFULNESS: benefici durante il Covid-19

La mindfulness: qual è il significato e perché molte persone hanno iniziato a praticarla durante la pandemia da Covid-19? La mindfulness è una capacità innata che si utilizza, si sviluppa e si approfondisce grazie alla pratica e che prevede dunque una sorta di coltivazione, nel senso che occorre piantare e annaffiare i semi, e prendersene cura quando mettono radici e crescono nel terreno dei nostri cuori, per poi fiorire e fruttificare in modi interessanti, utili e creativi. Tutto comincia dall’attenzione e dalla presenza mentale. Ogni mattina, quando a scuola si fa l’appello, i bambini rispondono: “presente”. Tuttavia, a volte, è solo il corpo a essere in classe. (Jon Kabat-Zin) Si sente spesso parlare di mindfulness. Ma cosa vuol dire? Mindfulness significa prestare attenzione con flessibilità, apertura e curiosità. Con questa definizione si fa riferimento ad un processo di consapevolezza, che consiste nel prestare attenzione all’esperienza del momento presente, piuttosto che rimanere “agganciati” ai pensieri che normalmente affollano la mente. In che modo? Con apertura e curiosità, anche quando si vivono momenti particolarmente difficili. Infatti scappare o cercare di lottare con pensieri o emozioni dolorose conduce ad un aumento della sofferenza a lungo termine. Vivere con pienezza tutti i momenti ci consente, invece, di entrare in pieno contatto con noi stessi e rispondere consapevolmente alle difficoltà della vita, aumentando la resilienza psicologica. Con la pandemia da Covid-19, è stato osservato che molte persone si sono avvicinate a questa pratica: perchè? Petit BamBou, la principale app non religiosa di mindfulness in Europa e YouGov, una delle principali società di ricerche di mercato al mondo, hanno studiato il rapporto degli italiani con la pratica meditativa durante e dopo il periodo di quarantena. E’ emerso che, durante il lockdown di marzo 2020, molte persone si sono avvicinate alla mindfulness per la prima volta: più della metà di chi pratica (56%) ha iniziato durante la quarantena. Proviamo a pensare: quante volte abbiamo creduto che la vita ci stesse scorrendo tra le mani in questo periodo? Molte persone, tuttavia, hanno sperimentato l’utilità di godere del momento presente: la mindfulness ha insegnato a “stare con l’attesa, e con la tristezza, e con la rabbia, e con la paura”, senza farsi trasportare dalle emozioni o dall’incertezza del futuro. Essa è, infatti, un particolare atteggiamento verso l’esperienza. Chi la utilizza ha imparato un nuovo modo di di rapportarsi alla vita, che permette di alleviare le nostre sofferenze e di rendere la nostra vita più ricca e significativa. Fortunatamente esiste un modo sia formale che informale per praticarla. La pratica formale necessita di uno spazio tranquillo, ma la pratica informale può essere svolta in qualsiasi momento della giornata: mentre si conversa con un amico, mentre si assapora un gelato, mentre si fa una passeggiata. E quello che le persone hanno iniziato a chiedersi è: cosa possiamo fare ora? Due sono le alternative: Farci controllare dalle emozioni o scegliere di mettere in atto piccole azioni quotidiane, importanti per noi. La mindfulness ci consente di ancorarci al presente e non sentirci in balia degli eventi. “Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a surfare”- Jon Kabat-Zinn