La procrastinazione da strategia a modus operandi

procrastinazione

Il comportamento atto a rimandare volontariamente un’azione o una decisione è chiamato procrastinazione. Esso è un tipo di atteggiamento molto comune e tutti ne possono essere vittima. Le caratteristiche della situazione che portano il procrastinatore a posticipare l’azione sono lo stress e il disagio che ne derivano dal comportamento stesso. In effetti, ci troviamo di fronte ad un cane che si morde la coda, creando così un circolo vizioso. La sequenza, infatti, che ne scaturisce è: decisione da prendere; ansia e stress da prestazione; procrastinazione; ansia e stress da fallimento. La “decisione “ di procrastinare comincia a manifestarsi già da piccoli e a volte si consolida in adolescenza. In questo periodo della vita, inoltre, già foriero di contrasti ormonali ed emozionali, un atteggiamento del genere non è affatto positivo. Un esempio lampante è rimandare un’interrogazione all’infinito, non solo perché l’evento in sé crea disagio, ma perché si ha l’illusione che posticipando l’esame, ci si possa impegnare di più e migliorare l’esito. L’esperienza, però, ci insegna l’esatto contrario. Effettivamente, nel momento in cui si è scampati all’interrogazione, il livello di stress diminuisce e ci porta ad accantonare il pensiero ansiogeno, fino a nuova manifestazione. D’altronde, se procrastinare significasse analizzare la situazione per poter avere una performance migliore, allora in alcuni casi essa potrebbe essere anche funzionale. Nell’esempio citato dell’interrogazione, se la si rimanda per prepararsi meglio, la probabilità di risultati positivi si alzano. Talvolta, però, ciò che resta maggiormente impresso, quando si sceglie la procrastinazione, è il “pericolo “ scampato con conseguente miglioramento del tono dell’umore. In questo modo, la si assume come strategia calmante per alleviare la tensione, ignorando le conseguenze di essa. In sintesi, sarebbe opportuno imparare ad affrontare le situazioni, con le emozioni e i pensieri che ne derivano, e di fronte ad eventuali fallimenti, capire l’errore invece di procrastinare.

Il pettegolezzo dalle comare di paese ai social

pettegolezzo

Il pettegolezzo è uno strumento di conversazione, il cui contenuto di solito ha a che fare con la vita privata e specialmente sessuale di qualcuno. In genere, è un’attività comunicativa eseguita spesso alle spalle del malcapitato, diffondendo notizie più o meno vere, ovviamente a sua insaputa. Antropologicamente parlando, il pettegolezzo ha avuto in passato, una funzione protettiva nei confronti di se stessi e del gruppo sociale di appartenenza. Attraverso di esso, l’individuo imparava a capire su chi riporre la fiducia e rafforzava i legami di solidarietà. La vittima del pettegolezzo quindi non apparteneva gruppo, diventando così bersaglio facile di dicerie. Dal punto di vista psicologico, invece, chi si abbandona al pettegolezzo, lo fa per diversi motivi: Sensazione di appartenenza: condividere delle informazioni con altri, rende intimi ed alleati, contribuendo a sentirsi più sicuri in quel gruppo; senso di autostima rafforzata, perché screditando qualcun altro il nostro se si mette in una posizione superiore; stato di piacevolezza: la percezione di semplici chiacchiere tra amici, rilascia l’ormone della felicità, creando gratificazione; canalizzazione dell’aggressività e dell’invidia, spostando l’attenzione sugli aspetti negativi di altri . In effetti, il passaggio dalla conversazione fine a se stessa e il pettegolezzo con accezione negativa, nasce quando c’è l’intento di screditare agli occhi degli altri la vittima. Infatti, con l’avvento dei social, la situazione non solo è peggiorata, ma è anche sfuggita di mano. Esso ha, inoltre, portato a conseguenze molto gravi come il bullismo di gruppo, o il revenge porn. Si è passati quindi dalla chiacchierata che due massaie di paese facevano sedute fuori l’uscio di casa, ad un tam tam di inoltro di notizie, oltretutto spesso false. Quindi, chi mette in giro un pettegolezzo, non solo gongola, perchè la notizia divulgata ha preso piede, ma si bea e si gratifica perchè è stato capace nel suo intento.

Overthinking : un flusso inarrestabile di pensieri

overthinking

Capita spesso a ciascuno di noi di pensare troppo, di essere vittima di un susseguirsi di pensieri. Questo è il fenomeno, tipico di questa società, chiamato overthinking. La sensazione che ne scaturisce è quella di un fiume in piena, di un flusso inarrestabile che può bloccare le strategie di problem solving. Nello specifico, l’overthinkung è un’analisi della situazione che però non porta a nessuna soluzione. In effetti, è uno stato di empasse cognitivo, di tipo invadente che causa disagio r frustrazione. Ovviamente, ciascuno di noi attraversa momenti, nella propria vita che necessitano delle scelte ben ponderate. Questo atteggiamento determinaquindi il focalizzare la propria attenzione e i propri pensieri su specifiche situazioni. L’aspetto negativo dell’overthinking è caratterizzato dal continuo e persistente rimurginio, con conseguente stato di malessere. Il contenuto dei pensieri ricorrenti può essere dettato da tre aspetti: passato, presente e futuro. Nel primo caso, alcuni momenti della propria vita passata possono invadere i nostri pensieri con l’intento di produrre rimorsi e rimpianti per decisioni prese che hanno portato alla nostra attuale situazione. Nel caso in cui il presente sia l’elemento costante dell’overthinking, l’individuo concentra troppo l’attenzione sul suo stato mentale. Si interroga spesso sul suo comportamento e decisioni, se sta facendo la cosa giusta. Se invece il futuro è il focus cognitivo, allora nasce l’ansia per delle aspettative circa le proprie decisioni e incertezze. Stress, insonnia, vita frenetica e ansia sono, allo stesso tempo, sintomi e stimoli per alimentare il circolo vizioso di questo disturbo. Di conseguenza , ci troviamo di fronte ad un ulteriore espressione di infelicità che monopolizza e disorienta i nostri pensieri. Affidiamoci quindi al nostro buon senso. La nostra attenzione possiamo focalizzarla sul miglioramento della nostra autostima. Concediamoci pause e carezze, trasformiamo l’ansia negativa in miglioramento della qualità della vita e costruiamo ogni giorno la nostra felicità.

Stringere in un abbraccio: un gesto ricco di significato

stringere

Uno dei gesti intimi ed affettuosi dall’alto potere comunicativo è stringere un ‘altra persona in un abbraccio. Il contatto fisico tra due persone è uno degli elementi fondanti le relazioni umane. Esso è non solo sinonimo di intimità, ma anche uno stimolo alla costruzione del benessere psicofisico. L’abbraccio rappresenta, quindi, per l’essere umano uno degli strumenti che, sin dalla tenera età, permette di interagire col proprio mondo circostante. Grazie, infatti, all’abbraccio materno, che funge da holding, da contenimento materno, il bambino ha la possibilità di sperimentare un luogo sicuro, che allevia lo stress. Questo semplice gesto, ricevuto quindi fin dall’infanzia, costruisce così un mattone fondamentale per le proprie relazioni future. Il bambino, e poi l’adulto successivamente, attraverso di esso, sperimenta un abbassamento del cortisolo, noto ormone dello stress, e di conseguenza un miglioramento dell’umore e dello stato di salute. Proprio come il bacio sulla fronte, stringere qualcuno in un abbraccio crea intimità e fiducia, migliorando anche l’autostima, l’amore per se stessi e per gli altri. Spesso ciò di cui si ha veramente bisogno è proprio di un abbraccio, del suo fattore rassicurante. Comunica semplicemente “ io ci sono e sono qui per te”. Nella società attuale, digitale e sempre connessa, il contatto fisico tra le persone si è ridotto sensibilmente, alimentando anche i disturbi psicofisici e relazionali interpersonali distorte. Eppure un semplice gesto, del tutto gratuito, può fare davvero la differenza. Un abbraccio è un piccolo contributo personale a tutela della salute fisica e psicologica sia di chi lo da e sia di chi lo riceve. L’universo non ha un centro, ma per abbracciarsi si fa così: ci si avvicina lentamente eppure senza motivo apparente, poi allargando le braccia, si mostra il disarmo delle ali, e infine si svanisce, insieme, nello spazio di carità tra te e l’altro. ( Chandra Livia Candiani)

Il bacio sulla fronte tra psicologia e simbologia

bacio

In diverse culture del mondo, si può assistere quotidianamente ad un gesto molto affettuoso: il bacio sulla fronte. Esso è un atto d’amore che esula dall’aspetto erotico dell’intimità, per approdare su territori più profondi dell’amore stesso. I primi contatti fisici e intimi tra un genitore e il proprio neonato sono in genere caratterizzati da un bacio sulla fronte. Attraverso di esso, si stimolano le terminazioni olfattive basate sugli ormoni, che creano e rafforzano i legami affettivi. Successivamente, questa esperienza di benessere, non si perde. Al contrario, rimane immutata: il bacio sulla fronte diventa così un momento di intimità tra due persone che si vogliono bene. Il gesto, quindi, non cambia il significato a seconda dei protagonisti. Che sia una madre che da la buonanotte al proprio figlio, oppure due giovani in un parco o ancora un adulto che saluta il proprio genitore, la funzione protettiva si conserva. In effetti, la scelta della fronte come parte da baciare non è a caso. La ghiandola pineale, infatti, si trova proprio al centro di questa zona, tra l’emisfero destro e sinistro del cervello. Secondo Cartesio, inoltre, la ghiandola rappresenta la propria anima: quindi attraverso questo gesto affettuoso si ha accesso a quella parte intima di chi lo riceve. Зробіть ставки на Парі Матч і просто відпочиньте тут… Questo tipo di bacio, quindi, mette non solo in sintonia due persone, che nutrono affetto e stima reciproca, ma ha in sè un aspetto simbolico di affidamento e protezione. Nel momento stesso in cui le labbra si posano sulla fronte, per entrambi i protagonisti, il tempo si ferma: ciascuno a suo modo, vive con estrema intensità l’attimo, cogliendo l’essenza stessa della vita.

Il doomscrolling: una tendenza per le ricerche online

doomscrolling

Il doomscrolling è un’attività tipica della navigazione in internet. Essa consiste nell’abitudine a concentrare le ricerche che abbiano contenuti a caratteri negativi e tristi. Con l’avvento della pandemia, questa tendenza ha preso sempre più piede. Il covid-19 infatti ha amplificato notevolmente il bisogno di cercare notizie negative sul proprio cellulare. Il termine deriva da due parole anglosassoni doom, sventura, e scrolling, scorrere. Il suo nome, quindi, è già intriso del significato comportamentale. Dal punto di vista psicologico, le persone che effettuano questo tipo di ricerche hanno già tratti depressivi evidenti. Con il doomscrolling, infatti, gli individui, preferiscono leggere gli articoli online che siano in linea con il loro modo di vedere e affrontare le situazioni. In questo modo, si convogliano in maniera compulsiva e ossessiva le attività di ricerca su quei contenuti che alimentano negatività, disperazione e depressione. La pericolosità di comportamenti del genere è facilmente intuibile. Passare parecchie ore nella giornata a guardare e leggere articoli sulle sventure degli altri esseri umani ha effetti significativamente ansiogeni. Da un lato c’è il desiderio, la curiosità umana di sapere le cose per poterle fronteggiare, ma dall’altro c’è un rischio subdolo e sottovalutato, che mina la salute. Gli studi evidenziano che fare doomscrolling alimenta sensibilmente uno stato di malessere psicologico e fisico, che a lungo andare compromette la salute e le relazioni sociali. Vanno bene le ricerche a carattere informativo e veritiero, ma vanno bilanciate con attività che riportino il sorriso sulle nostre facce. Bisogna evitare quel circolo vizioso del gatto che si morde la coda: più ci si approccia alle cose negative, più ci si circonda di depressione e catastrofi. Al contrario, per migliorare il proprio stato di salute, che poi si riflette sul lavoro, la famiglia e gli amici, si ha bisogno di modulare tristezza e gioia, isolamento e socializzazione.

Il mondo spirituale e il terreno: due bisogni umani

mondo

L’animo umano è un universo di emozioni, sensazioni e bisogni: si costruisce un mondo in cui l’aspetto terreno e quello spirituale imparano a coesistere ed interagire. Nel corso filosofi prima e psicologi poi, hanno dibattuto e disquisito riguardo alla prevalenza e all’importanza del mondo interiore e di quello esteriore. Il primo aspetto riguarda la ricerca del benessere, il proprio pensiero e ragionamento. Il concetto è strettamente collegato all’idea di Platone, circa la conoscenza e la scienza. Esse infatti servono all’uomo per capire il funzionamento del mondo reale e per sperimentarsi alla ricerca del Bene, inteso come essenza e coesistenza di tutti gli aspetti spirituali e psicologici. In effetti , è da considerarsi una tendenza verso l’infinito, in contrapposizione al terreno. D’altro canto, l’altro aspetto dell’animo umano è ciò che riguarda il mondo tangibile. L’ambiente che ci circonda, il nostro corpo sono l’altra faccia della stessa medaglia, che determina i nostri comportamenti e le relazioni umane. In linea col pensiero di Aristotele, l’individuo vive in un contesto con il quale deve interagire quotidianamente per sopravvivere e vivere. Secondo il filosofo, infatti, tutto ha forma e materia e bisogna ubbidire alle leggi che le governano. Quindi, si nasce, si cresce, ci si riproduce e si muore. Le attenzioni dell’uomo si concentrano sulla famiglia, sul lavoro, sulla casa e sul corpo. Dopo secoli di discussioni su cosa sia veramente importante per ciascun individuo, si può tranquillamente affermare che sia l’ambiente esterno e sia gli aspetti interni sono da ritenersi fattori di crescita e benessere. A tal proposito, nell’osservare la parte centrale dell’affresco di Raffaello, intitolato la Scuola di Atene, si può arrivare alla stessa conclusione. Il pittore, infatti, raffigura Platone con un dito verso l’alto e Aristotele, quasi a braccetto con il suo maestro, che invece tende il braccio verso il basso. Le figure centrali dell’affresco sono eloquenti: mente e corpo sono inseparabili. Ci sono bisogni fisici e psicologici che premono per essere soddisfatti ed entrambi possono condurre alla sensazione di benessere cui tutti aspirano.

Memoria storica: date indelebili per l’umanità

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La costruzione della memoria storica passa attraverso degli eventi collettivi. Oggi, 11 settembre, ricorre il ventiduesimo anniversario dell’attacco e della caduta delle Torri gemelle di New York. Da quella fatidica data, quindi, si è creato per l’intera umanità un nuovo indelebile tassello nel bagaglio mnemonico collettivo. La memoria storica nasce, di conseguenza, con l’intento di creare tra i soggetti un vissuto carico di emotività e di significato. Essa infatti non è tanto legata alla cronologia degli eventi realmente accaduti. Fa invece riferimento alle emozioni che trascendono i singoli individui. L’importanza di alcune date, in cui tragici accadimenti sono avvenuti nel corso della storia, serve a tutta l’umanità. Come ogni anno, infatti, il 27 gennaio ricorre il giorno della memoria, in ricordo delle vittime della Shoah, anche oggi, grazie anche ai media, la nostra mente torna col ricordo a New York. A differenza di quanto accaduto circa 80 anni fa, dove ormai le testimonianze concrete sono ormai poche, per l’11 settembre la situazione è differente. Le immagini in diretta di quella giornata sono indelebili nella nostra mente e lo saranno per sempre. La memoria quindi è quella capacità del nostro cervello che parte da un’esperienza vissuta e che si arricchisce del bagaglio emotivo legato ad esso. Il suo utilizzo serve a tutti noi. La memoria storica, proprio per la sua peculiare caratteristica di accomunare gli individui, è uno strumento di riflessione innanzitutto. Grazie ad essa, l’essere umano può riguardare al passato con occhio critico, osservando non solo l’evento stesso, ma anche le conseguenze e l’impatto psicosociale che ne è derivato. La memoria storica collettiva però, fortunatamente è anche permeata da eventi gioiosi, come la caduta del muro di Berlino, festeggiata dai diretti interessati in piazza, ma che ha avuto ripercussioni in molte parti del mondo.

Childfree: è effettivamente una libera scelta?

childfree

Il Childfree è diventato nella società moderna un modo di vivere la propria vita. Come si evince dalla stessa parola, il suo significato è tradotto come libera scelta di non avere figli. Molti giovani, attualmente, considerano il childfree un’opportunità per vivere una nuova modalità di famiglia. Nell’ottica tradizionale, infatti, la coppia, nel suo percorso di crescita, legato quindi al ciclo di vita della famiglia, ad un certo punto deve perpetuarsi con la nascita di un figlio. Oggigiorno, invece, si assiste ad una tendenza contraria: le coppie , quindi, scelgono volontariamente di non avere figli per varie ragioni. Alcune sono di natura personale, quali il non sentirsi in grado di assumere la responsabilità genitoriale o la riduzione della libertà personale per doversi occupare di un bambino. In altre occasioni, invece, le motivazioni che spingono le giovani coppie a non procreare sono di natura socio-economica. Alcuni giovani hanno un lavoro precario o da pendolare, con poco tempo a disposizione da dedicare alla famiglia. Altri invece, sono obbligati a trasferirsi lontano dal nucleo familiare d’origine che potrebbe supportare e aiutare nella gestione quotidiana di bambini. Oggigiorno, il childfree è ancora considerato una scelta egoistica da parte dei giovani, che antepongono, quindi, la loro libertà alla famiglia tradizionale. In effetti, qualora questa decisione incontra un partner consenziente, c’è comunque da fare i conti con il proprio contesto familiare e sociale. Altro forte attacco subito da coloro che optano una vita senza figli, è dettato dal pregiudizio e dalle aspettative deluse degli amici e parenti. Frasi del tipo ” Ma quando avremo un nipotino? ” oppure ” La famiglia non è completa senza un bambino” sono esempi tipici di quanto una scelta personale diventa oggetto di critica altrui. Di conseguenza, l’ironia è proprio nell’etimologia della parola: si chiama libertà, ma comunque è una scelta prigioniera delle opinioni invadenti altrui.

La cronostesia e la percezione del tempo

cronostesia

Agli inizi degli anni 2000, lo scienziato Tulving, introduce il concetto di cronostesia, inteso proprio come abilità cognitiva per poter viaggiare nel tempo. Il nostro cervello, secondo i suoi studi, ha la capacità non solo di riflettere e riguardare il proprio passato, ma anche di pre-immaginare il futuro. Mediante la cronostesia, ognuno di noi si crea uno spazio interiore in cui poter agire con la consapevolezza delle proprie risorse e abilità. Il nostro passato è fondato su ricordi piacevoli che aiutano il rilascio della dopamina e quindi dell’ormone del benessere. Ci sono però anche situazioni che aprono a sentimenti come il rimorso o il rimpianto. Spesso si dà la colpa agli altri o al destino avverso, quando le circostanze non sono favorevoli e creano un’ombra spiacevole nel nostro umore. D’altro canto, ci proiettiamo anche al futuro, immaginandocelo e augurandocelo che sia il più roseo e prosperoso possibile. Creiamo così aspettative importanti e positive, affidando, però, sempre alla casualità l’evolversi degli eventi. Come se noi fossimo spettatori e non protagonisti delle azioni che ci riguardano. Costruiamo un futuro immaginario in cui ci osserviamo realizzare i nostri sogni e viviamo felicemente la nostra vita. In effetti, Tulving analizza la cronostesia come un’opportunità che ci viene offerta del presente. Si potrebbe definirla una macchina del tempo motivazionale. Attraverso il nostro presente, le nostre capacità mnemoniche e cognitive riflettono su cosa sia realmente importante nella nostra vita. Si parla proprio di uno spazio del presente in cui possiamo tranquillamente analizzare il passato, senza essere condizionati dalla sfera emotiva. La cronostesia è l’opportunità, inoltre, di costruire un futuro realistico, in cui grazie all’immaginazione di esso, abbiamo già preso decisioni consapevoli. Non è nelle stelle che è conservato il nostro destino, ma in noi stessi. (William Shakespeare)