Positività nascosta dell’ansia quotidiana

L’ansia rappresenta, attualmente, uno dei disturbi psicologi più frequenti di cui si sottovaluta la sua funzione di positività. Generalmente, l’ansia si caratterizza per la presenza di sentimenti spiacevoli, come il sentirsi soffocare, la sensazione che le cose possano sfuggire di mano. Si percepisce una forte paura e preoccupazione, accompagnate da frustrazione e disperazione. In realtà, l’ansia è, dunque, un meccanismo psicologico del tutto spontaneo, che ha la funzione di anticipare la percezione di un eventuale pericolo prima ancora che quest’ultimo si sia verificato. Tale sistema scatena fondamentalmente 2 risposte: da un lato l’esplorazione per identificare la situazione di pericolo ed affrontarla nella maniera più adeguata e, dall’altro, l’evitamento e la fuga. Vista sotto quest’ottica, la positività intrinseca dell’ansia la fa diventare funzionale al mantenimento dell’equilibrio psicofisico dell’individuo perchè, in effetti, collabora alla nostra sopravvivenza. E’ risaputo, ormai che i sintomi più comuni dell’ansia sono:-tachicardia-iperventilazione-sudorazione-tensione muscolare,-e altre manifestazioni neurovegetative attivate per fronteggiare un pericolo. Tali manifestazioni involontarie sono di conseguenza necessarie per convogliare le energie sull’analisi della situazione e superarla. Esistono, però, situazioni in cui il pericolo anticipato non trova corrispondenza nella realtà. Le nostre reazioni assumono così delle forme ingigantite e sproporzionate che portano l’individuo a perdere il contatto con l’ambiente. Questa modalità comportamentale può innescarsi a causa di diversi motivi, che spesso risultano difficilmente identificabili. Quindi, quando l’attivazione dell’ansia è eccessiva e ingiustificata rispetto alla reale situazione, siamo di fronte ad un disturbo d’ansia, propriamente detto. Esso può complicare notevolmente la vita di una persona e renderla incapace di affrontare anche le più comuni situazioni. In questo caso, l’ansia assume le caratteristiche disfunzionali, compromettendone l’aspetto cognitivo e sociale dell’individuo.
Tsundoku: la tendenza ad accumulare libri

Negli ultimi anni, si è diffuso il termine giapponese di Tsundoku, per indicare la pratica, molto comune, di collezionare un’enorme quantità di libri, che spesso non si riescono a leggere. La lettura, si sa, è un passatempo che aiuta a mantenere allenato il cervello, migliora le capacità mnemoniche e aiuta a rilassarsi. È talvolta un viaggio introspettivo, un luogo in cui perdersi e ritrovarsi.Come diceva Umberto Eco, “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria! Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è una immortalità all’indietro.“ Appurato che la lettura, sia importante, c’è però differenza tra accumulare libri e leggerli realmente. Il fenomeno Tsundoku consiste nella tendenza ad allungare la lista dei libri da leggere, senza però dedicare la stessa attenzione e lo stesso tempo alla lettura vera e propria. Si accumulano libri sul comodino, sperando che la sera ci sia la tranquillità per dedicarsi a sfogliare le pagine. Si riempiono scaffali della propria libreria, con il desiderio di poter scegliere tra più titoli. A volte, questa tendenza provoca liti in famiglia per l’appropriazione di spazi comuni o per spese eccessive in momenti poco appropriati. Anche i libri digitali, oggi, hanno contribuito all’aumento del Tsundoku, anche perchè non sono effettivamente visibili e non c’è neanche bisogno di uscire di casa per cedere all’impulso delle compere. Ciò che meraviglia, però, è che la soddisfazione dell’acquisto viene bilanciata dal senso di colpa di sapere di non riuscire a leggerli per svariati motivi. La spinta al Tsundoku ha un che di romantico: in quel determinato libro posso trovare la frase adatta a me. Ma si può essere anche altruisti, lasciando in bookcrossing la possibilità ad un altro lettore di perdersi nella lettura…
Abbreviare le parole è uno strumento di comunicazione?

Ormai utilizzare gli acronimi e abbreviare le parole sono una modalità entrata a gamba tesa nella comunicazione quotidiana. Le parole abbreviate, infatti, sono una tecnica usata non solo dai zoomer, ma anche gli adulti ne fanno un largo ab-uso. La necessità di accorciare le parole, e usare semplici abbreviazioni nasce nel settore stenografico per velocizzare la scrittura di un discorso. Negli ultimi anni, invece, l’esigenza si è accentuata in ambito della messaggistica. Alcuni social “primitivi” o compagnie telefoniche ponevano il limite di caratteri da poter utilizzare per l’ invio di un messaggio. Da qui si è sempre più diffusa questa tecnica tanto da essere utilizzabile senza rendersi conto più del contesto. Le abbreviazioni più comuni sono quelle che riguardano le emozioni: “LOL” o “OMG”, “QQ” o ancora “TVB”. Negli ultimi anni questo tipo di espressioni è dato ancora sostituito da emoticon che ne riduce ancor di più lo spazio utilizzato e rendere più “colorato” il messaggio. Altre parole abbreviate invece sono rappresentate da congiunzioni (nn=non, pk=perchè, cmq=comunque). In questo modo, il contenuto trasmesso è visivamente più breve e permette al lettore di non perdere la concentrazione. Frasi troppo lunghe, infatti, fanno calare sensibilmente l’attenzione, compromettendone la comprensione piena. Cosa ci spinge adesso che non c’è più la necessità a continuare ad abbreviare le parole scritte? Abitudine, pigrizia? In effetti, il nostro cervello si è adeguato ai ritmi frenetici della vita quotidiana, dove il tempo è sempre poco e fugace. Tutto scorre intorno a noi molto rapidamente e anche le dita sulla tastiera eseguono la loro danza a velocità impressionante. Va però ricordato che tutto va contestualizzato. Una conversazione tra amici, può essere free, a differenza di una lettera di candidatura per un colloquio di lavoro, anche se l’azienda è giovane. Anche la lettura di un bel libro o articolo non può essere snaturata da abbreviazioni o assenze di congiunzioni, che danno comunque musicalità al testo stesso.
Ok Boomer! : Pregiudizio generazionale o accusa reale?

L’espressione Boomer è utilizzata da molti giovani come sinonimo di vecchio, anziano. I Boomer, infatti, sono la generazione cresciuta in pieno boom economico. Lo sviluppo dell’economia post-bellico, la guerra fredda, le lotte sociali sono alcuni degli scenari di crescita e formazione degli attuali over 50. Agli occhi delle generazioni successive, i boomers sono considerati dei privilegiati. Essi hanno goduto di un progressivo benessere economico, sociale e sanitario, che gli ha permesso di trovare lavoro facilmente, soprattutto nel settore pubblico. Hanno avuto la possibilità di accumulare denaro e di beneficiare di cure mediche a costi ridotti. Sono i pensionati o quelli che lo diventeranno a breve: essi hanno vissuto nell’agio e nelle comodità, creato una società consumistica, per nulla conservatrice e soprattutto egoista riguardo al futuro. La principale accusa degli zoomers e dei millennials alla generazione precedente è riferibile ai cambiamenti climatici e alla crisi economica, di cui sono costretti a pagarne le conseguenze. Il conflitto generazionale si evidenzia anche nell’utilizzo degli apparati tecnologici: spesso i giovani li considerano, per così dire, fuori dal mondo, perché non si adeguano ai repentini cambiamenti. Considerano, ad esempio, ormai passate, le lettere e le cartoline, che invece conservano un fascino romantico. D’altro canto, i boomer accusano i giovani di essere troppo concentrati sui loro telefoni, a discapito delle relazioni umane. Pongono troppo l’attenzione sulla tecnologia e poco sulla manualità, con conseguente perdita di creatività e fantasia. Come ogni cosa che evolve nel tempo, bisogna anche qui, considerare che ogni generazione porta con se aspetti positivi e negativi. Essi saranno sempre oggetto di discussione tra le parti.
Millennials: generazione a cavallo del millennio

I giovani nati tra il 1980 e il 1995 sono definiti Millennials o generazione del millennio. Essi si interpongono tra i Boomers e gli Zoomers. Rispetto alle generazioni precedenti, i Millennials hanno un livello di istruzione più elevato, formato prevalentemente dalla laurea e da diversi master. Il lungo percorso universitario, che dovrebbe essere finalizzato ad un proficuo inserimento nel mondo del lavoro, ha reso, molti di questi giovani, dipendenti economicamente dalla famiglia. Il contesto storico di riferimento dei Millennials è la cosiddetta crisi economica, che dal punto di vista lavorativo, li ha resi precari e flessibili, nonostante abbiano all’attivo tante specializzazioni ed esperienze. Spesso questi giovani, non riescono a trovare un lavoro stabile. Il punto nodale della loro ricerca è basato sulla meritocrazia e la serenità dell’ambiente lavorativo. Nonostante siano considerati eterni bamboccioni, i Millennials cercano di manifestare le loro potenzialità, mettendo in gioco il loro talento. Sono alla ricerca del successo personale, frutto di sacrificio e dedizione, senza dover scendere a compromessi. L’ambiente di lavoro ideale è quello che li stimola a dare sempre il meglio di sè attraverso anche una comunicazione efficace. Anche gli insuccessi sono letti come opportunità di miglioramento e crescita personale, anzichè come sconfitta. Una delle caratteristiche positive di questa generazione è la resilienza. I Millennials hanno una maggiore fruizione dei dispositivi digitali, dal computer ai telefoni cellulari. La nascita di internet e dei social network, ha, di fatto, facilitato l’accesso ad un utilizzo quotidiano della tecnologia, migliorando anche le loro competenze linguistiche. Internet ha agevolato anche la possibilità di imparare nuove lingue straniere o di progredire con quelle apprese nel percorso scolastico. Grazie alla rete, questi giovani hanno sviluppato una migliore apertura mentale. Il loro percorso di crescita personale si è arricchito in ambito della socializzazione, creando così le basi per una generazione multiculturale.
Gli Zoomers: la generazione sempre connessa

Gli Zoomers o generazione Z sono, di fatto, i ragazzi nati nel ventennio tra il 1995 e il 2005. Il termine si è sviluppato in piena pandemia e deriva dall’utilizzo della piattaforma Zoom per la didattica a distanza. È una generazione fortemente tecnologica e iperconnessa che non riesce ad immaginare la vita senza internet. Nota dolente, per questi ragazzi, è che sono chiamati anche face-down, a causa del loro essere sempre con lo sguardo rivolto allo smartphone, . Pensano, quindi, che il loro mondo sia esclusivamente la rete al punto da aver sviluppato un se sociale, basato sui feedback ricevuti attraverso i social. Sono alla ricerca di ricompense digitali come fonte di benessere e di successo sociale. In qualità di nuova generazione, gli Zoomers tendono, di conseguenza, a contestare i genitori e i nonni. Li accusano di essere “vecchi” e di non sfruttare appieno i cambiamenti dell’era digitale. D’altro canto, ad essi, bisogna dare il credito del forte attivismo su tematiche sociali. Attraverso l’utilizzo dei social network, le loro attività si concentrano prevalentemente sulla salvaguardia del pianeta e i diritti umani. Una delle lotte più attive è l’abbattimento delle disuguaglianze e delle discriminazioni di vario tipo. Non tollerano che si calpestino i diritti degli esseri umani e si battono vigorosamente per l’inclusione sociale. Molta attenzione viene posta alla lotta per il pianeta e all’eco-sostenibilità. Grazie alla continua navigazione in internet, si diffondono informazioni circa i cambiamenti climatici e le loro devastanti conseguenze. Si danno appuntamento sulla rete e nelle piazze per far sentire la loro protesta contro un pianeta che ha bisogno di comportamenti responsabili e lungimiranti, accusando le generazioni precedenti di averne distrutto l’ecosistema.I ragazzi di oggi spesso sono vegetariani o vegani in risposta agli allevamenti intensivi che hanno snaturato anche la catena alimentare. Cambiamenti generazionali molto evidenti, che hanno i loro pro e contro.
Generazione dopo generazione: conflitti ed evoluzione

Il passaggio da una generazione alla successiva è un percorso naturale che si sussegue nel tempo. Esso è, dunque, un processo antico in cui c’è un desiderio di svincolo dal passato per vivere meglio il presente e proiettarsi al futuro. La discrepanza generazionale rende questo passaggio conflittuale, in cui ciascuna generazione non si rispecchia nell’altra. Negli ultimi anni il conflitto tra le generazioni è molto più marcato rispetto ai secoli scorsi. La motivazione fondamentale è che lo sviluppo repentino della tecnologia, insieme alla globalizzazione, ha reso, in effetti, le generazioni molto differenti tra di loro. Innanzitutto, è cambiata la comunicazione: prima i genitori erano molto distanti dai loro figli, mentre, oggi, fortunatamente, si comunica e si parla in modo diretto e schietto di qualsiasi argomento. Non esistono più tabù familiari, ma tutto è più immediato e fluido. Oggi si parla molto di Boomers, Millennials e Zoomers, per indicare le tre generazioni differenti dal dopoguerra ad oggi. Tali definizioni si sono diffuse rapidamente attraverso i social network e identificano rispettivamente gli anziani, gli adulti e i giovani. La critica storica mossa dai giovani è certamente quella di essere ormai antiquati dal punto di vista. Gli anziani non sono inclini ai cambiamenti e al progresso. Inoltre, la loro generazione è molto vincolata ancora ai pregiudizi e alle discriminazioni.A questa accusa, si associa anche quella di aver abusato del pianeta, al punto di aver consegnato ai loro figli e nipoti un ambiente malato. Ci troviamo di fronte, quindi, ad una situazione conflittuale molto accesa. Non c’è soltanto la recriminazione di un ancoraggio al passato, ma i giovani si sentono depauperati del loro futuro. Da un lato troviamo i modelli genitoriali che vengono criticati per pecche e mancanze, ma dall’altro c’è la responsabilità di trovare il proprio posto nel mondo senza creare danni.
La motivazione intrinseca e l’effetto Tom Saywer

Il raggiungimento di un obiettivo è per ciascuno di noi fonte quotidiana di sforzo fisico e mentale. Ciò che aiuta durante tutto il lavoro è la motivazione che ci spinge a fare sempre un passo in più in vista della meta. Un esempio calzante di quanto la motivazione possa essere un valore aggiunto ai nostri sforzi è dato dalla famosa vicenda della staccionata da dipingere di Tom Saywer, romanzo scritto da Mark Twain. La storia racconta che Tom, per punizione deve dipingere la staccionata della sua casa. All’arrivo dei suoi amici, che si approssimano ad andare al fiume a divertirsi, lui finge un maggiore interesse per il suo lavoro. Tom sostiene con convinzione che gli era stato dato un incarico importante. La sua determinazione stimola la curiosità degli amici e la storia finisce con lui che riposa, riceve regali, mentre gli altri fanno il lavoro. Abbiamo tutti esperienza che un compenso, la passione, il divertimento siano ottime motivazioni che ci aiutano a completare un lavoro. A tutto ciò si aggiunge anche il riverbero positivo sulla nostra autostima. In alcuni casi, però, la vera motivazione per portare a termine un compito, in realtà, non risiede dentro di noi. Essa è frutto di persuasione o di ricatto emotivo. Il Tom Saywer di turno, ci convince che quel determinato lavoro è l’esperienza più gratificante per noi. Sostiene addirittura che la concessione del lavoro a noi, sia un piacere esclusivo, non permesso a nessun altro. Il problema nasce nel momento in cui questo compito diventa per noi, non più motivo di orgoglio e passione, ma sacrificio, rinuncia e stress. In questo caso, ci rendiamo conto che la motivazione non è intrinseca, ma semplicemente “imposta” dall’esterno. Ma a tutto c’è rimedio: bisogna imparare a dire no alle cose e soprattutto alle persone che se ne approfittano della nostra sensibilità e disponibilità.
La primavera dentro e fuori di noi

Oggi, 21 marzo, è il primo giorno di primavera. Giusto un anno fa, nasceva il nostro blog, con l’intento quotidiano di aiutare i lettori ad avere fiducia nella psicologia. La primavera, si sa, è un momento di rinascita della natura. Una esplosione di colori e calore comincia a diffondersi intorno a noi, eliminando così il grigiore e il letargo dei lunghi mesi invernali. Questo periodo dell’anno è spesso accolto con gioia ed entusiasmo da tutti noi e diventa foriero di tanti nuovi e buoni propositi da attuare. Diventa, quindi, un po’ un punto di ripartenza, al pari di capodanno o di settembre. La voglia di cambiamento e di rinascita deve essere lo stimolo per poter affrontare ogni giorno la nostra primavera interiore ed esteriore. In questo periodo, ci accingiamo a fare il decluttering, nell’armadio. Lo svuotiamo, con impegno, di cose inutili, pesanti e che non ci stanno più bene, per riempirlo di colori e novità. Lo stesso atteggiamento possiamo tranquillamente applicarlo anche ai nostri pensieri. Una primavera di idee e nuovi propositi positivi, che ci permettono di lasciare andare via le zavorre. Piccoli gesti quotidiani, come una passeggiata, un nuovo vestito, un caffè al bar con gli amici, si trasformano così in piccoli cambiamenti che aumentano il buon umore e riempiono la nostra giornata con sfumature diverse. Pian piano ci accorgeremo che staremo costruendo, mattone dopo mattone, il nostro benessere psicologico, obiettivo primo della nostra vita.
Il ricatto emotivo come strategia di comportamento

Una strategia comportamentale che si struttura e si cristallizza nelle relazioni umane è il ricatto emotivo. È un meccanismo tipico dei rapporti confidenziali in cui il ricattatore utilizza i punti deboli della vittima per indurlo all’obbedienza. Si sentono spesso frasi come “Ho fatto tanto per te e tu cosa fai?” oppure “Io che ti voglio bene, sono disposto a farlo per te”. Mettendo in gioco i sentimenti, il ricattatore attiva il senso di colpa nella vittima e preferisce l’utilizzo del ricatto anziché affrontare una discussione. La centralità del ricatto emotivo sta essenzialmente nel circolo vizioso che si instaura. Si fa leva sulle emozioni per ottenere ciò che si vuole e si rinfaccia alla vittima di essere insensibili o egoisti. In effetti, il ricatto emotivo è una caratteristica che sembrerebbe appartenente alle personalità forti, ma in realtà denotano spesso una scarsa considerazione di sé. Questa scarsa autostima è ancor più palese nella vittima; le cui caratteristiche sono la sensibilità e la dipendenza effettiva. L’utilizzo di tale strategia corrisponde solo al fatto che come comportamento reiterato ha avuto successo. Il pianto è l’esperienza più diffusa e diretta del ricatto emotivo. I genitori cedono di fronte ai capricci dei bambini e così insegnano fin da piccoli che questa strategia può funzionare per ottenere ciò che si vuole senza problemi. Saper dire no non significa, infatti, amare meno. È dimostrare, invece, di essere responsabili verso se stessi, le proprie opinioni e rispettare anche i propri sentimenti.