Questo non si dice!Frasi da non dire ai bambini

Quante volte ci scappano frasi di cui ci pentiamo!quali sono le frasi da non dire ai bambini per preservare la loro integrita’? Le parole hanno un peso, sia quando ci confrontiamo tra adulti, sia, ancora di più, quando parliamo ai più piccoli. Il modo in cui si esprimono i genitori,i nonni e chi sta attorno al bambino, influenza la crescita dei bambini. Usare un linguaggio positivo aiuta a stimolare l’interlocutore. I bambini, in particolare, prendono per vero tutto quello che sentono, per questo ora più che mai chi circonda un bambino dovrebbe prendersi un attimo per riflettere su alcune frasi dirette ai bambini. Parlare ai bambini è un atto di responsabilità e va preso sul serio. quali sono le frasi da evitare? 1. “Se fai così non ti voglio più bene” Assolutamente da evitare dal momento che il suo effetto è devastante. Si tratta infatti di un vero ricatto emotivo, il piccolo viene sottoposto a un inutile stress nel timore di perdere l’amore, ritiene inoltre che sia tutta colpa sua. Con questa frase si incentiva il senso di colpa. Il bimbo invece dovrebbe sempre avvertire l’affetto e il bene familiare 2. “Faccio io, tu non sei capace” Dire a un bambino che non è capace a fare qualcosa è un modo sbagliato di definirlo come inetto. Lasciatelo fare e intervenite solo se lui vi chiede aiuto. 3. “Sei cattivo” Mai mettere il bambino in cattiva luce, è necessario invece spiegare che quel comportamento non è educato. Limitate anche gli aggettivi: “buono”, “capriccioso”, “brutto”, se ripetete a un bimbo che è cattivo finirà per crederci e ad esserlo. 4. “Tuo fratello (sorella) si comporta bene, perché tu no?” Ogni bimbo è a sé e a nessuno piace essere oggetto di paragoni con altri, soprattutto se criticato. Il bimbo va valutato nella sua singolarità. Il paragone lo confonde e rende insicuro. L’effetto sarà contrario: protesterà perché risentito e molto probabilmente non farà quello che volete fargli fare. 6. “Vai via!” E’ normale che, ogni tanto, i genitori abbiano bisogno di una pausa. Se però ripetiamo continuamente “Ora ho da fare“, allontanandoli, si convinceranno che non vale la pena parlare con noi. Questo si rifletterà anche nel comportamento in età più adulta. 7. “Piangi per niente!” Mai ridicolizzare i loro dispiaceri, perché così non si sentiranno compresi e, cresciuti, non vi racconteranno i loro problemi più seri. Cercate sempre di consolarli. 8. “Non ci riuscirai mai!” Occorre sempre incoraggiare i bimbi a raggiungere i loro obiettivi, e se non ci riescono li si può aiutare cercando un modo diverso per raggiungerlo o cambiando attività, cercando di non fare pesare la sconfitta. 9. “Sei come tuo padre/madre” Mai sminuire o denigrare un genitore e soprattutto mai paragonare un bambino a un modello negativo. Il piccolo si potrebbe spaventare e chiudere in se stesso. come comportarsi? I bambini, per crescere, devono sentirsi unici, speciali, e avere stima di sé. Se si sentono rifiutati, cresceranno insicuri e timorosi. Cerchiamo di guardare più spesso negli occhi i bambini e comunicargli che sono preziosi anche nelle loro imperfezioni. Solo cosi’ diverranno adulti che sanno amare.

Come dire ai bambini che Babbo Natale non esiste

Come comunicare ai bambini che Babbo Natale non esiste senza deluderli. Quali parole usare per evitare di sentirci in colpa per la “brutta notizia” Nella pratica clinica spesso mi ritrovo con una domanda posta dai genitori: “come faccio a dire a mio/a figlio/a che Babbo Natale non esiste?Tutti noi abbiamo scoperto che Babbo Natale non esiste da qualcun altro, magari da un amico più grande. Tuttavia se non bisogna svelare la verità bisogna comunque essere preparati per affrontare le domande dei bambini e le loro reazioni dopo che la verità è stata svelata. Primi Passi Uno dei primi passi è  osservare il bambino e capire cosa ne pensa. Se mostra di avere ancora dei dubbi si può sempre salvare la possibilità di crederci ancora, magari chiedendogli “tu cosa ne pensi?”. Cosa fare se il bambino è arrabbiato con noi perchè gli abbiamo mentito? E’ l’occasione per insegnargli la distinzione tra una bugia buona e una cattiva, che Babbo Natale fa parte della prima categoria. Importante è che il bambino non si senta preso in giro, ma comprenda che lo abbiamo “illuso” per insegnargli a sognare.Sarebbe utile raccontargli di quando noi stessi abbiamo scoperto che Babbo Natale non esisteva cosi’ da sentirsi empaticamente accolto. Come dire che Babbo Natale non esiste? Per dire ai bambini che Babbo Natale non esiste l’importante è non mostrarsi malinconici e non usare troppe parole cariche di tristezza. Se stiamo comunicando questa notizia abbiamo valutato che il bambino è in grado di accogliere la disillusione. Quando dire che Babbo Natale non esiste Il momento giusto per rivelare la verità, senza troppi drammi, è quando il bambino fa delle domande più insistenti, quando ci rendiamo conto che ormai non ci crede e vuole solo una conferma dai suoi genitori.Spesso i bambini se ne rendono conto da soli, cominciando a collegare le informazioni che hanno ricevuto, per i dubbi insinuati dai racconti dei bambini più grandi, o perché la storia che hanno sentito presenta tante incoerenze. Talvolta hanno colto qualche movimento o visto qualcosa, ma vogliono la “prova del 9” dal genitore. Fatevi guidare dal “sentire” il momento giusto. QUALI SONO LE REAZIONI DEI BAMBINI? i bambini, dopo la scoperta della non esistenza di Babbo Natale, reagiscono in maniera differente: accettano la notizia e il fatto che i regali arrivino dai genitori, negano che questo possa essere vero poiché temono che i regali non arrivino più, perché ormai sono considerati grandi, oppure al contrario fanno finta di credere ancora nonostante l’evidenza. Questa differenza dipende dall’età del bambino e anche da come è avvenuta la rivelazione, se in modo brusco o graduale. Questa, come tante altre, può sembrare una domanda banale, ma è uno spazio che implica un tempo di riflessione. Stiamo insegnando al bambino che Babbo Natale non esiste, ma che deve continuare a sognare…prestiamo cura ed attenzione alle parole che utilizziamo.

Il pericolo Squid Game

Che cos’è squid game?il pericolo principale da cosa è rappresentato?ti sei chiesto se tuo figlio guarda squid game? Cos’è Squid Game La serie tv sudcoreana, debuttata lo scorso settembre su una piattaforma di streaming si è imposta nella realtà in maniera importante. Ma se un pubblico adulto ha tutte le capacità per collocare nel tempo e nello spazio adeguati una storia inventata per intrattenere il pubblico, cosa accade se una serie impetuosa, dura e temeraria come Squid Game viene messa sotto gli occhi dei bambini senza un’adeguata contestualizzazione? Rischia di degenerare ed è proprio quello che sta accadendo. Cosa sta accadendo Sembra che i personaggi e i giochi di Squid Game si stiano diffondendo nel mondo. Sta accadendo che i personaggi di una storia di finzione escono da questa per entrare nel mondo reale. Ed è così che sulle pagine di cronaca leggiamo di “i bambini che giocano a Squid Game” puntandosi un’immaginaria pistola gli uni verso gli altri mentre giocano a “Un,due,tre…stella!”  o di altri che arrivano addirittura a tirarsi gli schiaffi prendendo ad esempio (estremo) un altro giochino della serie tv.  Il successo di Squid Game è diventato talmente potente da trasformarsi in una moda che si è scardinata completamente dal mondo di finzione da cui proviene. Quello che era un messaggio molto più profondo e ben sviluppato sta entrando nella vita di tutti, anche di bambini, che, però, non sono in grado di scindere una finzione narrativa dalla vita reale . si rischia cosi’ di confondere le carte del gioco e di farsi male solo perché non sono ancora in possesso della maturità per interpretare una serie tv di questo tipo. Ma di chi è la colpa? Forse più che accusare un prodotto seriale di violenza bisognerebbe riflettere bene sul perché questa serie viene fatta vedere ai propri bambini o per quale motivo non viene spiegata loro la differenza tra un messaggio allegorico e un atto di vera violenza. Forse la colpa è da ricercare nella sempre più diffusa incapacità dei genitori di scegliere i contenuti adeguati per i loro figli tenendoli lontani da quelli che non sono in grado di capire o  peggio nella delega al pc che viene usato come strumento di intrattenimento. Spesso infatti i genitori non sanno nemmeno che i loro figli guardano questi programmi. la serie è davvero violenta? La serie è esplicita, con molti contenuti violenti. Il pericolo, in particolare quello di emulazione, non si verifica indiscriminatamente in tutti. Principalmente va a colpire precise categorie di soggetti, che non hanno la capacità di elaborare la violenza. Bambini, per esempio, che hanno già problemi psicologici, vittime o autori di bullismo, oppure bambini con disabilità o problematiche scolastiche. Quindi L’unico modo per ‘digerire’ certe storie, per loro, è attraverso l’emulazione nel gruppo. Avendo già la tendenza a comportamenti aggressivi per crearsi un’identità, per questi soggetti la visione di scene così esplicitamente violente, come quelle di Squid Game, può rappresentare un rischio in termini di emulazione. negli adulti cosa accade? Vedere violenze così esplicite potrebbe paradossalmente essere un rischio anche per un adulto che, a causa di un processo di sviluppo incompleto, non è in grado di elaborare la violenza. Al contrario, un bambino o un ragazzo che ha la maturità di vedere certe scene è perfettamente in grado di contestualizzarle. Probabilmente il ruolo più importante spetta nuovamente ai genitori che dovrebbero sorvegliare maggiormente i loro bambini.

Dislessia e Digrafia…. che confusione!

Parlare di dislessia e disgrafia con un professionista competente consente di non cadere in confusione. Nei primi mesi della scuola primaria genitori e insegnanti seguono con ansia e apprensione i progressi dei bambini che iniziano a leggere e scrivere. Talora, di fronte ad insuccessi, si parla di dislessia o di altri disturbi del genere. La categoria dei Disturbi evolutivi Specifici di Apprendimento viene convenzionalmente identificata con l’acronimo DSA. Con il termine Disturbi evolutivi Specifici di Apprendimento ci si riferisce in particolare a: DISTURBO DELLA LETTURA (Dislessia) DISTURBO DELLA SCRITTURA (Disortografia,Disgrafia) DISTURBO DEL CALCOLO (Discalculia) Qual è il criterio principale per parlare di dsa? In questo senso il principale criterio necessario per stabilire la diagnosi di DSA è quello della “discrepanza” tra abilità (deficitaria in rapporto alle attese per l’età e/o la classe frequentata) e l’intelligenza generale (adeguata per l’età cronologica). Cos’è la dislessia? La dislessia consiste nella difficoltà relativa alla capacità di leggere e scrivere in modo corretto e fluente. Il bambino dislessico può leggere e scrivere, ma riesce a farlo solo impegnando al massimo le sue capacità e le sue energie, poiché non può farlo in maniera automatica e perciò si stanca rapidamente, commette errori, rimane indietro, non impara. La dislessia si presenta in quasi costante associazione ad altri disturbi. La difficoltà di lettura può essere più o meno grave e spesso si accompagna a problemi nella scrittura: disortografia (cioè una difficoltà di tipo ortografico) e disgrafia (difficoltà nel movimento fino-motorio della scrittura, cioè una cattiva resa formale), nel calcolo e, talvolta, anche in altre attività mentali. Tuttavia questi bambini sono intelligenti e ,di solito, vivaci e creativi. Cos’ è la disgrafia? Gli aspetti generalmente condivisi circa il Disturbo della Scrittura, riguardano la sua suddivisione in due componenti: una di natura linguistica e una di natura motoria. La disortografia consiste nella difficoltà a tradurre correttamente i suoni che compongono le parole in simboli grafici. A questa si affianca spesso la disgrafia. Quest’ultima è un disturbo specifico dell’apprendimento, in assenza di deficit intellettivi e neurologici, che incide sulle funzioni fondamentali della scrittura. Si manifesta, quindi, come difficoltà a riprodurre sia i segni alfabetici che quelli numerici. Cos’è la discalculia? La discalculia è un disturbo caratterizzato da ridotte capacità nell’apprendimento delle abilità numeriche e del calcolo in rapporto alla classe frequentata. Interferisce negativamente con l’apprendimento scolastico e con le attività quotidiane che richiedono capacità di calcolo. Le prestazioni aritmetiche di base di questi bambini risultano significativamente al di sotto del livello atteso rispetto all’età cronologica, all’intelligenza generale e alla classe frequentata. Come si fa la diagnosi? L’accertamento diagnostico di uno specifico disturbo evolutivo dell’apprendimento avviene in due distinte fasi. Nella prima fase si somministrano, insieme alla valutazione del livello intellettivo, quelle prove necessarie per l’accertamento di un disturbo delle abilità comprese nei DSA . Nella seconda fase vengono disposte quelle indagini cliniche necessarie per la conferma diagnostica mediante l’esclusione della presenza di patologie o anomalie sensoriali, neurologiche, cognitive e di gravi psicopatologie. Cosa si può fare? Il trattamento vero e proprio è di tipo strettamente riabilitativo e si è rivelato efficace. Sicuramente è raccomandato un intervento il più possibile tempestivo e specialistico,  sia per approfittare della fase evolutiva in cui l’alunno è predisposto a specifici apprendimenti, sia per evitare il rischio del consolidamento degli errori. L’insuccesso prolungato genera infatti scarsa autostima e dalla mancanza di fiducia nelle proprie possibilità scaturisce un disagio psicologico che, nel tempo, può strutturarsi e dare origine ad un’elevata demotivazione all’apprendimento scolastico. in conclusione… Spesso gli insegnanti sono i primi a notare la possibile presenza di queste problematiche e talvolta attuano segnalazioni precoci. Ma per un genitore non è sempre semplice accogliere la possibilità che il proprio figlio possa aver bisogno di aiuto.Fidarsi degli insegnanti, rivolgersi ad un neuropsichiatra infantile sono i primi interventi utili al fine di affrontare il problema.

Le paure segrete dei bambini

Quali sono le paure segrete di tuo figlio?cos’è la paura e come affrontarla in ogni fase di vita sapendola distinguere dalle fobie Cosa succede da 0 a 3 anni? Le prime paure: La paura dell’abbandonoE’ una paura legata alla separazione “temporanea” dalla figura di riferimento. La paura di essere abbandonato aumenta l’ insicurezza del bambino soprattutto in quelle “fasi evolutive di passaggio” che coinvolgono inevitabilmente i processi di separazione. Il bambino piccolo di due, tre anni, si sente veramente abbandonato quando i genitori non ci sono, quando ritardano l’uscita dell’asilo, quando sono poco presenti ed ha bisogno di molte rassicurazioni , di certezze e di coerenza comunicativa.Il gioco del cucù è uno dei giochi più utili a simbolizzare i movimenti di separazione e ad abituare il bambino alla separazione fin dai primi mesi. Cosa succede da 3 a 5 anni? La paura del buio e della notteE’ quella che angoscia di più i bambini, senza distinzione di età. La notte può attivare sentimenti di abbandono , si popola di personaggi fantastici , che possono essere in qualche modo legati ad eventi, persone del giorno che hanno spaventato o dato sensazioni di disagio al bambino. Lasciare le luci accese o controllare bene che non ci siano mostri sotto il letto o in ogni angolo della stanza non è sufficiente se il genitore non condivide emotivamente le preoccupazioni del bambino. La paura del dottorePuò insorgere in qualunque momento in età evolutiva, spesso è associata ad esperienze traumatiche, ospedalizzazioni prolungate o improvvise, malattie, forzature o costrizioni educative. Il timore spesso si estende a tutte le persone che portano una divisa, soprattutto il camice bianco. In genere scompare spontaneamente. E in eta’ scolare? La paura della scuolaPuò insorgere anche prima dei sei anni, come paura dell’asilo. Spesso è associata alla paura di affrontare un nuovo ambiente .Quando il bambino si rifiuta di andare a scuola o presenta tutta una gamma di specifici sintomi (somatizzazioni quali mal di pancia, mal di testa, nausea, disturbi del sonno, ansia.) parliamo di un vero e proprio quadro clinico. PAURE E FOBIE Per quanto riguarda i genitori, è necessario non drammatizzare ma nemmeno sottovalutarle troppo . E’ importante sapere che le paure non dovrebbero arrivare alla soglia per cui potrebbero bloccare o rallentare lo sviluppo del bambino interferendo con le sue quotidiane attività. La paura potrebbe in tal caso trasformarsi in una fobia . qual è la differenza tra paura e fobia? – Nella paura c’è un pericolo esterno e reale , che provoca una sensazione di ansia profonda. La paura è utile al bambino per migliorare lo stato di vigilanza, per salvaguardare l’io e per guidare il suo percorso di crescita. – Nella fobia , è presente una paura eccessiva o non reale , provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazioni specifiche. L’esposizione all’elemento fobico provoca una risposta ansiosa immediata che può provocare attacchi di panico . Nei bambini l’ansia può essere espressa piangendo, con scoppi di ira, con l’irrigidimento, con l’aggrapparsi a qualcuno. I comportamenti da evitare: Forzare il bambino ad affrontare “bruscamente” una situazione di cui ha paura Contagiare e coinvolgere il bambino con le proprie paure di adulto Trattare con sufficienza le sue paure e banalizzarle Usare l’umorismo perché è uno strumento che attacca e svaluta l’autostima del bambino Chiamarlo “fifone” o usare vezzeggiativi simili  I comportamenti da adottare: La paura è qualcosa di reale, quindi mossa da motivi razionali e proprio per questo è  necessario fare piccoli passi per superarla Ascoltare il bambino e le sue motivazioni dando importanza ai suoi vissuti Spiegare perché una situazione non è pericolosa, riportandogli esempi concreti Utilizzare delle fiabe o dei racconti che aiutino il bambino a tradurre in immagini le sue emozioni Lasciarlo libero di esprimersi attraverso il disegno ed il gioco Cercare soprattutto di comprendere se si tratta di una paura o di una fobia, rivolgendosi ad un professionista nel caso lo si ritenga opportuno.

Voglio restare nel lettone

Perchè è cosi’ difficile dormine nel proprio letto?errori comuni dei genitori e dei bambini che vogliono stare in mezzo al lettone. Una pratica molto diffusa accomuna i genitori: concedere ai propri figli di dormire nel lettone. Spesso non sanno come comportarsi quando il bambino vuole continuare a dormire tra loro. I bambini invece vedono spesso il dormire con mamma e papà come una possibilità per stare vicino ai genitori e sentirsi consolati, riducendo l’ansia da separazione che potrebbero sperimentare. Ci sono sicuramente dei momenti più delicati per il bambino o di maggiore fatica e stanchezza per la coppia, in cui si decide di farlo dormire nel lettone. Spesso ciò accade di solito nel primo anno di vita o in presenza di eventi stressanti. Quando è il caso di interrogarsi? Bisogna iniziare a porsi delle domande quando, ad esempio, il bambino non vuole stare da solo, fa storie e capricci continui per andare a dormire, continua ad andare dai genitori durante la notte. Spesso iniziano i litigi nella coppia e si arriva ad una situazione in cui il bambino dorme nel lettone e uno dei due genitori si sposta in un altro letto o sul divano. Situazioni di questo tipo indicano una difficoltà nel porre dei confini. Cambiare questa abitudine non è semplice. L’importanza degli spazi personali È importante che ognuno possa avere i propri spazi, anche di notte, e che il bambino segua il proprio percorso di crescita. Ciò è utile nella conquista dell’autonomia, per sentirsi più sicuro anche di fronte alle situazioni che comportano una separazione dai genitori. Talvolta questa abitudine cela problematiche di coppia, che vengono negate o evitate mettendo il figlio in mezzo alla coppia. In questo modo si sposta semplicemente l’attenzione dal problema principale, specialmente se la coppia non è in grado di affrontarlo. Come comportarsi allora? Occorrono sicuramente tempo, pazienza e forza di volontà. È importante che anche i genitori siano pronti a separarsi dai bambini, anche per loro è un momento importante. Cosa possono fare i genitori?  SOSTENERE IL BAMBINO. I genitori devono anzitutto trasmettere al bambino fiducia e sicurezza. Dovrebbero fargli capire che è in grado di dormire anche senza mamma e papà accanto, che il suo letto è accogliente, è tutto suo e che i genitori sono comunque nell’altra stanza e per qualsiasi cosa ci sono. Se il bambino ha paura è importante rassicurarlo e sostenerlo, senza sminuire i suoi vissuti. Bisogna affrontare insieme queste sue paure, non negarle portandolo nel lettone, cercando delle soluzioni alternative, come ad esempio una lucina accesa, la porta aperta, un peluche o un oggetto che lo rassicuri. CREARE UNA ROUTINE DELL’ADDORMENTAMENTO. fare il bagno, mettersi il pigiama, svolgere attività tranquille come leggere una fiaba, farsi le coccole, possono essere dei rituali che aiutano il bambino a rilassarsi e ad addormentarsi. TRASMETTERGLI IL “BELLO” DI AVERE UNO SPAZIO TUTTO SUO. Bisogna farlo familiarizzare con l’ambiente della cameretta, anche di giorno, e con il suo letto, facendolo incuriosire e sottolineando il valore che ha il suo spazio. Molte volte, la difficoltà del bambino a dormire da solo nel suo letto è dovuta ad un’ansia da separazione, ad una difficoltà di lasciarsi andare al sonno senza un contatto diretto con i suoi genitori. Più il bambino acquisisce sicurezza e fiducia in sé, più si sentirà pronto ad affrontare il distacco con serenità. SE DURANTE LA NOTTE IL BAMBINO SI SPOSTA NEL LETTONE… Bisogna fargli capire che comprendete le sue difficoltà, accompagnarlo con calma nel suo letto, senza sgridarlo o rimproverarlo, prendendosi un po’ di tempo per stargli ancora accanto, rassicurarlo e sostenerlo. LODARLO QUANDO RIESCE. Ogni piccolo passo in avanti va incoraggiato e rinforzato, così che il bambino si senta capace, partecipe di questo passaggio e più sicuro di sé. Se riesce le prime volte a stare anche per poco tempo nel suo lettino, valorizzate questo traguardo e sostenetelo. Quando rivolgersi ad un professionista? Per un bambino riuscire a dormire nel proprio letto rappresenta una conquista evolutiva importante per la crescita, l’autonomia e la stima di sé. Quando, nonostante i tentativi e gli sforzi, non si riesce in alcun modo a cambiare la routine legata all’addormentamento, potrebbero essere presenti un disagio più importante nel separarsi, delle paure e delle dinamiche più difficili da modificare e può essere utile chiedere l’aiuto di uno specialista che possa accompagnare i genitori in questa difficile impresa.

La violenza psicologica sul minore

Quando si può parlare di violenza psicologica sul minore?è sempre il genitore ad esercitare la violenza psicologica?dubbi e chiarimenti. La violenza assistita ed intrafamiliare è una particolare forma di violenza e di maltrattamento che avviene tra le mure domestiche e coinvolge l’intero nucleo familiare. Quando questi atti di violenza si svolgono all’interno della famiglia ed in presenza di minori, si parla di “violenza assistita”, una forma molto pericolosa per lo sviluppo del bambino. Può infatti essere la causa di gravi conseguenze emotive, cognitive e comportamentali, ma anche uno sviluppo e una crescita disfunzionali. La violenza psicologica, così come la violenza assistita, non prevede necessariamente azioni fisiche e dirette, bensì può riguardare anche azioni indirette. Rientrano infatti nei casi di violenza psicologica le azioni e i comportamenti che, indirettamente, hanno una influenza negativa e violenta sui figli. Questi casi, purtroppo, sono ancora nascosti e poco conosciuti, in quanto la violenza psicologica agisce nell’ombra e passa spesso inosservata, lasciando lo spazio solo alla violenza puramente fisica. PAS: la sindrome di alienazione parentale Con questo termine si intende una forma di violenza psicologica sui figli che coinvolge direttamente sia figli che genitori. E’ una dinamica psicologica disfunzionale che può avere effetti gravissimi: emotivi, comportamentali, di sviluppo e di crescita. Può avvenire in presenza di una coppia coniugata e convivente, ma anche e soprattutto in presenza di genitori separati, o in procinto di separarsi. Ricordate che nella maggior parte dei casi la PAS si verifica proprio nel momento in cui i genitori si stanno separando o si sono appena separati. Una situazione molto comune vede un genitore che vuole controllare il coniuge e l’intera situazione familiare, attraverso il figlio. Si tratta di condotte e comportamenti manipolatori, che causano una vera e propria violenza psicologica sui figli. Il minore diventa  un mezzo di sfogo per genitori in conflitto: per un padre violento e manipolatorio, da un lato, e per una madre vittimizzata che cerca sostegno, dall’altro. In questa situazione, un figlio non riuscirà ad instaurare un legame significativo, reale e concreto con nessuno dei due genitori, perché non in grado di sostenerlo per un sereno ed equilibrato sviluppo. L’abbandono Altra forma di violenza psicologica è rappresentata dall’abbandono del minore. L’abbandono non è dunque una violenza fisica, ma è una trascuratezza che rientra nelle forme di violenza psicologica. Il termine trascuratezza fa riferimento ad una inadeguata attenzione da parte delle figure genitoriali nei confronti dei bisogni evolutivi e delle necessità del bambino. E‘  una particolare forma di maltrattamento e di abuso. L’iperprotezione Con iperprotezione si intende un eccesso di cure, di protezione, di paure e di ansie da parte del genitore verso i figli: è proprio il contrario della trascuratezza. Non è un reato, bensì è una errata modalità educativa, che può  portare a gravi conseguenze per lo sviluppo del minore. I genitori che crescono i figli (dis-educano, possiamo dire) usando una educazione di questo tipo, sono generalmente genitori spaventati, ansiosi a loro volta, chiusi, critici e autoreferenziali. E’ una modalità educativa che può includere fare regali costosi, promettere di diventare come la mamma da grandi, bandire attività più libere o vacanze a contatto con molta gente. Il bambino così cresce con un eccesso di ansie, preoccupazioni e paure nei confronti del mondo esterno e degli altri, da non permettergli una corretta crescita psico-fisica. L’eccesso di accudimento e di attenzioni comporta un isolamento del minore dalle attività scolastiche e ricreative, impedendo i rapporti sociali con i coetanei. Così facendo vengono violati i diritti del bambini, causando una vera e proprio violenza psicologica sui figli. Le forme di violenza psicologica sono quindi varie, è però importante che un genitore, un parente, o una persona inerente un contesto di riferimento del bambino segnali adeguatamente le violenze o il sentore delle stesse. I genitori possono essere sostenuti sia da un punto di vista personale che familiare. L’importante è salvaguardare il benessere psicologico del bambino e l’adulto che sarà.

MIO FIGLIO NON PARLA ANCORA:IL RITARDO DEL LINGUAGGIO

Non tutti i bambini sviluppano il linguaggio allo stesso modo e negli stessi tempi. Ecco quando si può parlare di ritardo del linguaggio se un bambino di  2 anni ancora non parla. Cos’è il ritardo del linguaggio L’espressione ritardo del linguaggio indica bambini che, senza presentare particolari deficit uditivi, cognitivi e relazionali, sviluppano il linguaggio in ritardo rispetto alla media generale. Di solito, intorno ai 2 anni un bambino possiede un discreto vocabolario e inizia già a formare le prime frasi, ma questa non è una regola che vale per tutti. Alcuni bambini iniziano a parlare più tardi di altri e vengono definiti parlatori tardivi.  Il ritardo non è un’etichetta diagnostica, ma una condizione clinica che può essere solo transitoria. Quali segnali indicano che un bambino è un parlatore tardivo? Vengono  riconosciuti due principali criteri sulla base dei quali è possibile parlare di ritardo. Ad oggi, sono definiti Parlatori Tardivi i bambini che: a 24 mesi producono un numero di parola inferiore a 50    e/o a 30 mesi non hanno sviluppato la capacità di combinare due parole (ossia non provano a formare le prime piccole frasi). Possibili evoluzioni del ritardo del linguaggio L’età dei 3 anni rappresenta uno spartiacque tra un parlatore tardivo e un bambino con un probabile disturbo del linguaggio. Oltre questa età e solo dopo la valutazione di uno specialista, è possibile diagnosticare un Disturbo Specifico di Linguaggio. Quindi, dopo i 3 anni, le possibili evoluzioni di un ritardo del linguaggio sono due. Recupero spontaneo del ritardo linguistico senza necessità di trattamento specifico Permanenza di un disturbo del linguaggio. In questo caso, sarà necessaria una valutazione più approfondita. Quando si manifesta il ritardo Gli antecedenti si possono cogliere già nella fase della lallazione, a partire dai 10 mesi, in cui l’aumento della varietà dei suoni emessi dal bambino prepara l’acquisizione delle prime cinquanta parole. Il ritardo o l’assenza di questa fase è un indicatore di difficoltà, per le evidenti restrizioni che imporrà al successivo sviluppo del vocabolo. Alcuni bambini usano in genere un maggior numero di gesti comunicativi per compensare il vocabolario espressivo limitato. Sono più capaci e più veloci nel riconoscere parole familiari associandole a immagini o a oggetti, e parole non familiari dopo averle sentite solo qualche volta. Presentano una comprensione verbale in linea con l’età o lievemente immatura. I parlatori tardivi, invece, hanno un vocabolario molto più ridotto, generalmente inferiore alle trenta parole, simile a quello di bambini più piccoli; le abilità nel produrre parole con consonanti diverse sono piuttosto scarse e questo li penalizza nell’apprendimento di parole nuove, perché non sono in grado di produrre molti dei suoni linguistici in esse contenute. Inoltre risulta più frequente l’associazione di vocabolario ridotto e ritardo nella comprensione. Intervenire prima possibile È importante identificare precocemente un bambino con lento sviluppo del linguaggio, perché ciò permette di comprendere se il ritardo iniziale è soltanto transitorio o è dovuto a condizioni che possono compromettere o rallentare il recupero. L’intervento precoce centrato sullo scambio comunicativo e linguistico tra bambino e genitore agisce sull’interazione tra sviluppo del bambino e sviluppo nel suo contesto, in modo da preservare il benessere del piccolo. Coinvolgere i genitori e promuovere nel bambino una gamma di abilità socio-comunicative e linguistiche “tipiche” potrebbe modificare la storia naturale del disturbo migliorandone l’esito intorno ai 3 anni. Un ruolo fondamentale è rappresentato dalla scuola. Capita spesso che i genitori sottovalutino il problema con giustificazioni del tipo “si fa capire a modo suo”. In questi casi una tempestiva segnalazione degli insegnanti può allertare e sensibilizzare i genitori. Spesso i genitori tendono a risolvere il problema imparando a comunicare con i figli attraverso gesti. Ecco che un gesto familiare può significare “vorrei dell’acqua” o “vorrei dormire”. Queste traduzioni non fanno altro che rimandare il problema. In questi casi rivolgersi ad uno specialista tempestivamente per accedere ad una eventuale diagnosi e farsi sostenere da uno psicologo sono gesti di forte cura e responsabilità verso i propri figli.

I BENEFICI DEL CAMPO ESTIVO

Perche’ inviare i propri figli ad un campo estivo, quali abilita’ si possono rafforzare, quali paure affrontare in epoca covid-19. Quando arriva Settembre? L’arrivo delle vacanze estive e’ un periodo molto atteso per diversi aspetti, sia da parte dei genitori, che dei figli, ma anche ricco di dubbi. Spesso un genitore, non abituato a trascorrere tanto tempo insieme al figlio, dopo pochi giorni dalla chiusura scolastica si chiede “ma quando arriva settembre?”. Ecco che, la risposta a tale domanda talvolta e’: mandiamolo al campo estivo. Il campo estivo non e’ un sostituto delle competenze genitoriali, ma un valido supporto per i bambini in quanto ha una serie di vantaggi. I VANTAGGI DI UN CAMPO ESTIVO le attività sono molte e non ci si annoia  i bambini staranno all’aria aperta e avranno modo di socializzare, giocare e imparare a stare in mezzo ai loro pari I ragazzi a scuola hanno la possibilità di un continuo confronto che avviene però nella maggioranza dei casi su un piano strettamente cognitivo. Nei campi estivi ci si ritrova a spendersi in contesti diversi di gioco, di movimento, di relazione e scambio. In queste realtà spesso i ruoli del più e del meno bravo non sono più così evidenti. Spesso i ruoli sono ribaltati e così chi è abituato a primeggiare vive l’esperienza di essere “secondo” ad un compagno che invece solitamente a scuola fa più fatica. Il centro estivo si differenzia dalla scuola  perchè basato sul divertimento del singolo, pur nel rispetto dell’altro e delle regole. In questo senso il bambino lo vive liberamente senza l’ansia da prestazione tipica della scuola e senza gli obblighi che riguardano la realtà scolastica. Rappresenta lo “stacco” necessario al defaticamento e al riposo. Il bambino ha la possibilità di vivere l’attività in maniera più indipendente e autonoma. Si trova spesso nella condizione di doversela cavar da solo in piccoli grandi compiti ed è quindi spronato dal contesto a “diventare grande”. L’esperienza del centro estivo permette al bambino la vita in comunità, lo responsabilizza sul fatto che il suo contributo è decisivo affinchè la giornata e le attività si svolgano nel migliore dei modi. In molti casi è spronato a prendersi degli impegni e delle mansioni quali tenere pulito, aiutare ad apparecchiare, risistemare il materiale di gioco. In questo senso si sensibilizza sul rispetto delle regole, dei turni e soprattutto sul rispetto dell’altro che come lui fruisce dei medesimi spazi e delle medesime attività. Il bambino ha anche modo di relazionarsi con educatori diversi. Quali sono i contro di un campo estivo? Sicuramente i campi estivi il piu’ delle volte hanno un costo, pertanto sono inaccessibili a diverse famiglie. Un genitore talvolta “utilizza” il campo estivo come strumento per non trascorrere il tempo con i propri figli, come una sorta di parcheggio pur di non occuparsene. Quindi può favorire un atteggiamento di non responsabilità genitoriale. In epoca covid-19 può aumentare le ansie di un genitore in quanto il figlio non è sotto il controllo visivo. Tali ansie possono avere ripercussioni negative sull’approccio stesso del bambino al campo estivo. Sia i genitori che i bambini dovrebbero vivere l’esperienza del campo estivo con maniera positiva, come un’esperienza di crescita. Pertanto è utile, quando possibile, di incentivare l’utilizzo di tali contesti se favoriscono il benessere psicofisico di tutta la famiglia.

Alimentazione selettiva nell’infanzia

Con il termine “alimentazione selettiva” si descrive il comportamento di bambini che limitano la loro alimentazione ad una varietà ridotta di cibi preferiti, rifiutandosi di mangiare altro o di assaggiarne di nuovi. Quando il genitore tenta di ampliare la varietà di cibi, il bambino reagisce con ansia e disgusto e può manifestare sforzi di vomito. Molti bambini spesso rifiutano il cibo in base a caratteristiche sensoriali come il gusto, l’odore, il colore o la consistenza. Nella maggior parte dei casi il bisogno di adeguarsi al gruppo in adolescenza porta a una risoluzione spontanea del problema. Quando scatta il campanello d’allarme? Se si osservano alcuni tra i comportamenti in elenco è bene segnalare al pediatra la presenza di anomalie: il bambino mangia solo i cibi preferiti si distrae mentre mangia, manifesta scarso interesse per il cibo assume alcuni alimenti solamente se “nascosti” all’interno di cibi o bevande preferiti consuma il pasto con lentezza e raggiunge velocemente la sazietà Quando parliamo di alimentazione selettiva ci riferiamo ad una vera e propria condotta alimentare. Un atteggiamento sospettoso e selettivo nella scelta dei cibi può avere avuto, a livello evolutivo, una funzione adattiva nella prima infanzia nel ridurre il rischio di assumere tossine. Successivamente può rappresentare invece un limite ad una dieta variata, con conseguenti carenze a livello nutritivo. Come intervenire su un disturbo di alimentazione selettiva: Diventa importante interrogarsi e osservare le manifestazioni del disagio del bambino, su due livelli diversi, uno più relazionale e uno più comportamentale. Il comportamento alimentare del bambino, non può infatti essere inteso solo come qualcosa da educare, ma anche come qualcosa da comprendere. L’ alimentazione selettiva, ha il valore di messaggio. È quindi importante che i genitori possano osservare lo stato emotivo del bambino e capire da quanto tempo è presente il comportamento che li preoccupa. Poichè l’alimentazione e il momento del pasto sono sempre inseriti in una cornice relazionale, è importante evitare usi impropri del cibo da parte degli adulti. Vengono quindi sconsigliati interventi intimidatori da parte dei genitori (“Se non mangi tutto chiamo il dottore”), ricattatori (“Se non finisci la pasta dopo non potrai giocare”) oppure mescolare il piano educativo con quello affettivo (“La mamma piange se tu non mangi”, “Sei un bambino cattivo perché non mangi e fai arrabbiare mamma e papà” ). Per uscire dall’empasse è utile, ad esempio, includere una terza persona al fine di introdurre modalità e dinamiche relazionali diverse. Questo accorgimento permette anche di valorizzare il pasto come momento conviviale, in cui ci si siede tutti insieme e si rispettano le regole della tavola.