Adolescenti e “Mare Fuori”

La serie Tv “Mare Fuori” narra le vicende di un gruppo di giovani detenuti nell’Istituto di Pena Minorile (IPM) di Napoli, liberamente ambientato nel carcere minorile di Nisida. Giovani che hanno sbagliato spinti da necessità e ancora adolescenti innocenti che estinguono la loro colpa per un reato non realmente commesso. La conclusione è quella di una realtà più vicina di quanto si pensa, con la presenza di una naturale finezza psicologica in grado di sconvolgere i nostri animi, smontando qualunque nostro stereotipo. In psicologia si parla spesso dell’effetto “mirror neurons”, ovvero la capacità del cervello di imitare le emozioni e le azioni degli altri, generando un senso di empatia e connessione con il prossimo. Ecco che Mare Fuori, con la sua narrazione intensa e realistica, è riuscita a creare un legame empatico con lo spettatore, portandolo a immedesimarsi nelle storie dei personaggi e a riflettere sulla propria vita e le proprie esperienze. La vera ragione della popolarità di questa serie si ispira al tema della libertà: particolare attenzione viene posta alla figura del mare che diventa, inevitabilmente, metafora di libertà per gente come quella che risiede in un penitenziario senza avere più l’occasione di respirare. Il titolo stesso, Mare Fuori, assume quindi un significato di vera e propria speranza: con l’intenzione di suscitare in noi spettatori, un maggiore senso di responsabilità. Libertà in relazione alla netta contrapposizione tra la vita in carcere, spesso dimenticata dal mondo esterno, e la realtà, alle volte inconsapevole, che risiede fuori. Il principio di libertà rappresenta, d’altronde, quella boccata d’aria raggiungibile da tutte le persone che impongono a loro stesse le restrizioni più esasperanti. Infine, non bisogna dimenticare il potere dei social media e del passaparola. Grazie alla diffusione sui social e ai commenti positivi dei fan, Mare Fuori è riuscita a creare un vero e proprio “boom”, attirando sempre più spettatori curiosi e interessati.
Orbiting in Amore

Il termine orbiting deriva dall’inglese to orbit, che significa orbitare attorno a qualcosa. Si tratta di una pseudo tattica amorosa fondata sull’ambiguità e sulla totale assenza di comunicazione nella coppia o in quello che un tempo era una coppia. Un partner rimane attonito e l’altro orbita senza parlare. Una persona si crede partner di un’altra, ma l’altra orbita e non si fa mai avanti, mente, dissemina confusione e ambivalenza del fare e del sentire. La persona che fa orbiting ignora del tutto la richiesta di un chiarimento verbale da parte dell’altro partner: si nega, si sottrae al confronto per non perdersi, nel frattempo, non gli sfugge nemmeno una storia di Instagram o un post, infatti le visualizza per primo. Chi subisce l’orbiting, infatti, rimane in uno stato di sospensione dalla realtà, in una dimensione irreale e surreale. Nonostante faccia un esercizio di pazienza e alleni anche la speranza, il partner orbitante non diventa quasi mai risolto e nemmeno reale. L’orbiting è esattamente questo: una persona che dice di volersi allontanare da te, ma che continua a far sentire la sua presenza attraverso reazioni e commenti sui social, controllando la chat di Whatsapp, visualizzando le stories su Instagram, palesandosi digitalmente ma non nella vita reale. Lo scopo di chi fa orbiting è solo uno: manipolare. L’orbitante utilizza una sorta di messaggio-non messaggio senza contenuto alcuno tramite il quale fa credere interesse, nel tentativo di creare un legame che in realtà non vuole. Chi ha bisogno di controllare non sa amare. II controllo mistificato per amore contiene in sé il seme della manipolazione, dello stalking, della violenza psicologica e fisica. È l’inizio di una relazione al veleno, di quelle che ammalano e prosciugano energie psichiche. Bisognerebbe avere gli strumenti per decodificarla e smascherarla il prima possibile per scappare a gambe levate. Non si tratta di amori che regalano mistero e scintillio, sorprese ed emozioni, ma di non amori che manipolano e che regalano esclusivamente traumi e disagi. Alcune persone fanno orbiting perché amano il controllo e non possono farne a meno, questa è l’unica, triste verità. La vittima dell’orbiting, in una prima fase, si illude di poter iniziare una relazione e inizia a fantasticare a investire tra attese, cuori e like. In una seconda fase che non ritarda a manifestarsi, la vittima comprende che le belle parole e gli infiniti like non si trasformano in un incontro, in un appuntamento, in un bacio.
Gender Bender

il Gender Bender è una forma di attivismo sociale per rispondere alle generalizzazioni sul genere. Una forma di protesta per reagire all’omofobia, alla misoginia e alla transfobia Sfidare gli stereotipi di genere e superare la visione rigida uomo-donna: gender bender è una persona che non segue le prescrizioni della società legate al suo ruolo di genere. Il Gender Bender punta a distruggere costruzioni sociali e imposizioni che sono ormai ampiamente superate. Per tantissimo tempo ci hanno insegnato che esistono solo due tipologie di generi – maschio o femmina – e che ognuno di noi deve accettare di incarnare un ruolo aderente al sesso con cui è nato. Chi si definisce “gender bender”, a prescindere da quale sia la sua identità di genere, sceglie di sottrarsi ai comportamenti previsti per il sesso con cui è nato. Anche se ad oggi tutti gli stereotipi sugli uomini e sulle donne possono sembrare antichi e superati, ad un’analisi più approfondita ci stupiremmo di quanto siano ancora invece radicati dentro di noi. E sono proprio i ruoli di genere che il bender gender intende criticare e mettere in difficoltà, andandone a debilitare le fondamenta su cui si erigono. Chi decide di definire se stesso gender bender, infatti, si sottrae alla sequela di comportamenti e ruoli attesi e previsti per il sesso assegnatogli alla nascita, a prescindere da quella che, effettivamente, è la sua identità di genere. Per esempio: ci si aspetta che un uomo assuma atteggiamenti decisionali, assertivi, competitivi, aggressivi e dominanti, che non si lasci scalfire dalle emozioni e dalle proprie vulnerabilità e che sia, di conseguenza, sempre “forte”, deciso e pronto ad affrontare qualsiasi sfida, agendo in modo autonomo e privo di dubbi. Al contrario, la donnaè percepita come estremamente affabile, timida, compassionevole, fragile, talvolta ingenua e avulsa dalla realtà, perché maggiormente “sensibile” rispetto agli altri e, in generale, più remissiva e scevra di una vera e propria autodeterminazione e forza decisionale. Chi sceglie di eludere queste “inclinazioni” e di rompere gli stereotipi di genere correlati ai “ruoli” è, perciò, visto come riottoso e lontano dalle regole, “diverso” dalla maggioranza ma, proprio per questo, deciso a protestare contro una società che non gli appartiene, facendo del gender bender una rigorosa forma di attivismo sociale.
Cosa vuol dire Crossdressing?

Il termine Crossdressing indica l’atto o l’abitudine di travestirsi e quindi di indossare, pubblicamente e/o in privato, indumenti comunemente associati al sesso opposto. La persona che pratica il Crossdressing viene definita Crossdresser. Il Crossdressing viene attuato principalmente da uomini, ma può essere praticato anche dalle donne, indipendentemente dall’identità di genere percepita e dall’orientamento sessuale. Il termine crossdressing viene spesso confuso con quello di Travestitismo, ma in realtà le due parole non sono sinonimi. Il travestitismo, infatti, è sempre stato associato all’omosessualità e alla transessualità. Crossdressing è, invece, un termine neutro, che non si carica di connotazioni sessuali e che, anche nei casi in cui oggi venga praticato come feticismo sessuale, viene di solito messo in atto dagli eterosessuali. La classica connotazione sessuale di cui si caricano tanto l’abbigliamento maschile quanto quello femminile, è ormai superata. L’outfit parla di sé e diventa un mezzo per sentirsi a proprio agio. Una gonna, un paio di scarpe con il tacco, delle calze autoreggenti, una camicia o una giacca dal taglio maschile, smettono di far parte esclusivamente dell’universo maschile o femminile. Piuttosto, diventano capi e accessori adattabili tanto al corpo dell’uomo quanto a quello della donna, donando una sensazione di confort e di libertà senza uguali a chi li indossa. Il crossdressing non si limita soltanto a un’attività o a una professione: sono infatti tante le persone che si travestono per piacere personale, ludico, sessuale e non. Ci sono poi motivazioni ben più serie alla base di questa pratica: in molti Paesi, per giornalisti e militari (soprattutto donne) il crossdressing diventa una copertura, un modo per passare inosservate e difendersi da situazioni ancora fortemente retrograde. Troviamo inoltre tantissimi esempi di crossdressing nel cinema e nei cartoni animati. Celebre è ad esempio l’interpretazione di Robin Williams nel film Mrs Doubtfire, dove veste i panni di una tata in là con gli anni per poter trascorrere del tempo con i propri figli. Come dimenticare poi Lady Oscar il cartone animato tratto da un manga giapponese che ha come protagonista una ragazza nobile cresciuta come un uomo per intraprendere la carriera militare.
Gruppo di sostegno nel Post-adozione

Il gruppo di sostegno ai genitori adottivi è una delle modalità di lavoro più diffuse ed efficaci nel post-adozione. Nel lavoro sociale i gruppi di sostegno non terapeutici rappresentano una modalità diffusa dell’agire socio-assistenziale indirizzata a persone del territorio che incontrano le stesse difficoltà o problematiche e che dunque si riuniscono per confrontarsi, per condividere emozioni e stati d’animo e per cercare insieme di raggiungere un medesimo obiettivo. Il gruppo di sostegno è parte delle attività finalizzate ad accompagnare e sostenere la formazione della famiglia adottiva e il raggiungimento di una condizione di benessere da parte di ciascuno dei suoi componenti. Nel gruppo dedicato ai genitori adottivi nel post-adozione, viene affrontata una realtà che è sostanzialmente diversa rispetto a quella proposta dagli operatori psicosociali nelle fasi precedenti del percorso adottivo. Nel caso dell’adozione internazionale, per la maggior parte delle volte, il provvedimento adottivo viene emanato dall’autorità estera competente e diviene efficace nel nostro Paese all’arrivo del minore. Ciò significa che non è previsto un anno di affidamento preadottivo per cui gli aspiranti genitori diventano a tutti gli effetti il padre e la madre del minore adottato. Si tratta di un aspetto importante da considerare perché il bambino sino ad allora soltanto immaginato diventa figlio della coppia e porta con sé le difficoltà, le aspettative, i desideri, i bisogni che si manifestano nella vita familiare e chiedono di essere ascoltati. L’incontro effettivo e la condivisione della quotidianità con il figlio venuto da lontano ha dunque un forte impatto emotivo sui genitori che per quanto lo abbiano aspettato e fortemente desiderato, e per quanto si siano impegnati ad accoglierlo nel migliore dei modi possibili, devono comunque imparare a fare spazio dentro di loro per iniziare a costruire un legame di attaccamento e di appartenenza i cui risultati non sono affatto scontati. Il primo e importante ostacolo da superare riguarda spesso il sentimento di estraneità che accomuna gli adulti e il bambino per cui dopo l’entusiasmo iniziale dell’arrivo a casa, i primi contatti potrebbero svilupparsi con difficoltà poiché per entrambi la realtà può essersi rivelata molto diversa rispetto a quanto immaginato. La necessità di un sostegno consistente sia sul piano sociale che psicologico diventa dunque essenziale a partire dai primi momenti di incontro e non si esaurisce con questi ma cresce in base alle diverse età della vita che il nucleo si trova ad affrontare.
Minori e Violenza Assistita

La violenza assistita è stata definita dal Cismai (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso dell’Infanzia) come “il fare esperienza da parte del/la bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulti e minori”. Vivere in un contesto di violenza domestica ha gravi ripercussioni sullo sviluppo dei bambini. Spesso mostrano comportamenti anormali, che si manifestano sotto forma di irrequietezza o aggressività, ma anche avvilimento o ansia; alcuni bambini, inoltre, appaiono traumatizzati. La loro situazione ha influssi negativi anche in altri ambiti, per esempio sulle competenze sociali, scolastiche e cognitive o sulla salute fisica. I bambini colpiti sono esposti alla violenza domestica in molte forme diverse. La violenza fisica può manifestarsi sotto forma di percosse, scosse, violenza psicologica attraverso minacce, offese, umiliazioni o incuria e infine attraverso la violenza sessuale sotto forma di atti sessuali, con o senza contatto fisico, compiuti sul minore o in sua presenza. Inoltre, bambini e adolescenti subiscono una forma di violenza psicologica quando assistono all’uso della violenza tra i genitori o i rappresentanti legali. Sono quindi anche vittime della violenza tra i genitori. L’ esperienze di maltrattamento infantile interferiscono sullo sviluppo positivo del bambino, compromettendone vari aspetti come la socialità, l’interazione con i pari e con gli adulti. L’esposizione continua alla violenza porta ad uno sviluppo distorto dell’immagine di sé, a condotte antisociali, a disfunzioni nelle emozioni e alla messa in atto di comportamenti dissociativi. La violenza porta spesso ad alterazioni della percezione, ad una mancata comprensione degli stati emotivi e delle intenzioni altrui I bambini infatti presentano difficoltà nel riconoscere le espressioni facciali e nell’utilizzare le informazioni contestuali per spiegare le incoerenze tra causa delle emozioni ed espressione emotiva discrepante. Tali bambini tendono a distorcere le informazioni emotive attribuendogli significati negativi, nel senso che sovrastimano le emozioni di rabbia, le attribuiscono in modo inappropriato e le percepiscono come presenti anche in loro assenza Inoltre essendo esposti a ripetute esperienze di malessere da parte degli adulti, possono sviluppare la propensione a pensare di essere i diretti responsabili. Per cui ciò vuol dire convivere con sentimenti di inefficacia e di impotenza che possono trasformarsi in tratti depressivi.
La Sindrome di Medea

La sindrome di Medea deriva da una delle più disperate ed eroiche tragedie greche, Medea è nipote della maga Circe, dalla quale eredita i suoi poteri magici. Innamoratasi di Giasone, lo aiuta ad impossessarsi del vello d’oro arrivando persino ad uccidere il proprio fratello, in modo che il padre, intento a raccogliere i resti del figlio, non possa impedire la fuga degli Argonauti e di Medea stessa, che in seguito sposerà il suo amato. L’irriconoscenza di Giasone fa sì che questo, dopo qualche anno, ripudia Medea, innamorandosi di un’altra donna giovane e bella e mostrando il suo interesse a sposarla: Medea si tormenta dal dolore e prepara la sua vendetta fingendo una riconciliazione: tesse il vestito di nozze per la nuova moglie intriso dei più mortali veleni, la poveretta morirà appena indossato tra le più strazianti grida. La vendetta di Medea non si arresta, lacerata dall’odio uccide anche i propri figli, come discendenza e sangue di Giasone, baciandoli prima più volte. La Sindrome di Medea viene utilizzata dallo psicologo Jacobs (1988) per indicare il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali. L’uccisione del legame tra genitore e figlio avviene nel concreto quando uno dei due genitori parla male dell’altro davanti al figlio o ai figli, mettendo in atto una vera e propria manipolazione.Così come è stato per Medea, si tratta di una vendetta che però non porta alcun beneficio a nessuno membro della famiglia. La violenza in questo caso non è fisica ma si trova su un piano più emotivo e psicologico. L’alienazione parentale comporta una sofferenza che non riguarda unicamente i genitori ma si estende ai figli e alle famiglie d’origine. In caso di alienazione genitoriale, o più in generale in tutti i casi in cui sia presente un conflitto genitoriale, può essere utile rivolgersi , ad un terapeuta per una terapia familiare per individuare le risorse di ciascuno a cui tutti i componenti della famiglia possono attingere per affrontare in modo funzionale la difficile fase della separazione.
Sexting tra Adolescenti

Con il termine sexting, si può definire quella pratica che prevede l’invio, la ricezione o la condivisione di messaggi di testo, foto o video sessualmente espliciti o comunque riguardanti la sfera sessuale, il tutto avviene tramite l’utilizzo dello smartphone, del pc o di qualsiasi altro dispositivo elettronico. È un fenomeno comune tra gli/le adolescenti di oggi, in quanto data la disponibilità delle nuove tecnologie, vivono in maniera inedita la fase di scoperta della propria identità e, in particolare, della propria sessualità. Il fenomeno si verifica più frequentemente tra i ragazzi delle scuole superiori e proprio per questo è importante la prevenzione durante gli anni della scuola. Diffondere un’immagine “provocante” di sé stessi può rappresentare un “regalo” molto intimo per un fidanzato o una fidanzata; può anche rappresentare un modo per dimostrarsi “adulti” o “più maturi” non solo agli occhi degli altri, ma anche verso sé stessi e può aiutare per gestire, a livello inconsapevole, le tante insicurezze tipiche dell’età adolescenziale. Perché spesso il sexting diventa un problema L’aspetto preoccupante del sexting in età adolescenziale riguarda la mancata consapevolezza dei rischi associati all’utilizzo improprio del web e la difficoltà di comprendere quali possano essere le conseguenze per sé stessi nel momento in cui ci si relaziona con persone potenzialmente pericolose. Ad esempio, in alcuni casi la perdita di controllo del materialesessuale nel web, può comportare diversi rischi. I più comuni e conosciuti sono il revenge porn e il cyberbullismo. Per evitare di giungere a conseguenze negative dovute al sexting, è indispensabile non la negazione della sessualità nei minori, cosa impossibile poiché è normale il processo di consapevolezza sessuale in quei determinati anni, ma piuttosto l’incremento di educazione sessuale e quindi di consapevolezza di cosa è il sesso e di come si caratterizza, si sperimenta e si vive nel rapporto tra pari. È questo un modo sano e utile per prevenire più il possibile condotte pericolose e dannose per sé stessi e per gli altri.
Il fenomeno Jeffrey Dahmer

La serie tv Dahmer ha debuttato un paio di settimane fa, diventando rapidamente una delle serie più popolari di Netflix e soprattutto arrivando ad essere un argomento molto dibattuto tra i giovani su Tik Tok. Prima di entrare nel merito delle polemiche, raccontiamo per grandi linee la trama di questa miniserie composta da 10 episodi. La storia ripercorre la vita di Jeffrey Dahmer, passato alla storia come Mostro di Milwaukee per aver ucciso brutalmente diverse persone tra il 1978 e il 1991. La serie, oltre a focalizzarsi sui vari omicidi compiuti da Dahmer, si sofferma anche sulla psicologia del personaggio, andando ad indagare le vicende di un’infanzia infelice e problematica che l’hanno portato dall’essere semplicemente Jeffrey, a trasformarsi in un mostro capace di uccidere e mangiare le sue vittime. Questa descrizione del personaggio ha portato i telespettatori a guardare il killer con occhi diversi, questo è successo sia perché si è distratti dalla bravura dell’attore che ha intrepretato Dahmer con una interpretazione magistrale, sia perché si è descritta la dolorosa vita del protagonista che emerge in primo piano rispetto alla brutalità degli eventi accaduti. Da parte della serie non c’è alcun tentativo di giustificazione, sia ben chiaro. Semmai si cerca di contestualizzare cotanta malvagità che, a questi livelli, risulta contro natura. Per farlo si dà voce anche alle vittime, passando dal loro punto di vista a quello del serial killer. A conquistare quindi è il cortocircuito tra una storia agghiacciante, che definiresti di fantasia ma che invece non lo è. Diventando così una realtà ancora più terribile. La serie è stata subissata da critiche da parte della comunità lgbtq+ e dai familiari delle vittime che hanno trovato traumatico assistere a un ritorno di interesse del pubblico nei confronti del serial killer cannibale. Questo grande interesse del pubblico ha quindi trasformato Dahmer da serial Killer a personaggio da ricordare, diventando anche un costume di Halloween. Ed è proprio questo che non riusciamo a spiegarci, com’è possibile che persone capaci di atti così violenti e sconvolgenti diventino dei veri e propri personaggi famosi e, in ultimo, attirino così tanto la nostra attenzione? Alla base di questo fascino così duraturo c’è anche il nostro desiderio, quasi una necessità, di trovare una spiegazione a ciò che ci appare come inconcepibile, mostruoso, disumano. Perché se per l’efferatezza, le mutilazioni, la ferocia si può trovare una spiegazione “logica” e psicologica allora ci fanno meno paura e possono essere previste e prevenute.
ATELOFOBIA e La Ricerca della Perfezione

L’Atelofobia, è un disturbo psicologico collegato al desiderio maniacale di essere perfetti in ogni cosa, la parola deriva dal greco ατελ?ς, atelès, “imperfetto, incompleto” e φ?βος, phóbos, “paura”, ed è quindi la “paura dell’imperfezione”. Le persone con Atelofobia mancano di fiducia in sé stesse ed erroneamente ritengono che verranno accettate dagli altri solo nella misura in cui saranno ineccepibili, perfette e sempre disponibili nei confronti altrui. Pertanto, si sforzano di eccellere in ogni campo della vita, si mostrano esageratamente compiacenti, immaginando che questo atteggiamento è ciò che gli altri si aspettano da loro. In realtà tali standard e la critica non sono richieste che provengono dall’esterno ma dalla persona stessa che si tratta in modo esageratamente severo. Essi potrebbero avere avuto dei genitori, o altre figure significative, molto esigenti che li hanno spinti a perseguire obiettivi impraticabili, pena l’essere sottoposti a severe critiche o punizioni. L’Atelofobia, essendo marcata fortemente dalla paura dell’imperfezione, porta le persone che ne soffrono a giudicarsi molto duramente, spesso fissando obiettivi troppo elevati e non realistici. Questa tendenza al porsi obiettivi irrealistici porta, nel momento in cui non vengono raggiunti, a provare rabbia e risentimento e ad una forte paura che il fallimento possa riproporsi in futuro e quindi preferiscono evitare di esporsi. Esistono diversi sintomi psicologici che si possono considerare tipici dell’Atelofobia: frequenti comportamenti di evitamento, sentimenti di impotenza, ansia e paura estrema, paura di perdere il controllo, confusione, irritabilità e mancanza di concentrazione. Possono comparire anche sintomi fisici, come iperventilazione, secchezza delle fauci, palpitazioni, nausea, mal di testa e sudorazione eccessiva. Se si mostrano segni di Atelofobia, è importante consultare un professionista della salute mentale. Le opzioni di trattamento possono includere cambiamenti nello stile di vita, terapia dell’esposizione, terapia cognitivo-comportamentale, la mindfulness e, in alcuni casi, farmaci. In generale, il superamento dell’atelofobia non è un processo semplice, ma che richiede pazienza, volontà e cooperazione da parte dell’individuo colpito.