La Sindrome del “Nido Vuoto”

Quando si parla di “Sindrome del Nido Vuoto” ci si riferisce ad uno stato di afflizione e tristezza, quasi luttuoso, sperimentato spesso dai genitori quando i figli vanno via di casa: si tratta di un insieme di pensieri e sentimenti negativi e nostalgici che nascono quando i genitori, dopo aver cresciuto ed accudito uno o più figli, si trovano soli o con un partner con il quale non c’è più sintonia.  Le persone più vulnerabili rispetto alla sindrome da nido vuoto sono coloro che nel corso degli anni si sono identificati principalmente nel proprio ruolo di genitore, mettendo in secondo piano la propria individualità, dedicandosi completamente alla cura dei figli, ed è proprio in questo periodo che possono iniziare a dedicarsi a se stessi.  I partner che si sono percepiti per tanto tempo quasi esclusivamente come genitori, si ritrovano a fare i conti con la dimensione di coppia. Dopo la destabilizzazione iniziale, sarà bello poter reinvestire energie emotive e fisiche nella relazione stessa: crearsi dei nuovi interessi, dedicarsi ad attività che per i figli sono spesso state accantonate, poter viaggiare, iscriversi magari ad un corso di ballo, coltivare le relazioni amicali e dedicarsi all’intimità. E’ il momento di riscoprirsi coppia, poter fare dei progetti, pensarsi ancora insieme e divertirsi come quando non c’era la responsabilità dei figli. Può accadere, allora, che i coniugi scoprano di non avere più in comune le cose che precedentemente li avevano uniti, perché hanno smesso di condividerle da quando si sono occupati, spesso in maniera esclusiva, dei figli mettendo da parte la cura per la loro coppia coniugale. Il sacrificio dei propri bisogni e desideri unicamente per il bene dei figli può riemergere improvvisamente in tutta la sua forza e consapevolezza al momento della loro assenza talvolta esprimendosi con tensioni coniugali sempre sopite, o con una inaspettata difficoltà di gestione del tempo libero, prima ben organizzato e scandito. Questa fase della vita deve essere rivisitata come un possibile nuovo inizio invece che come inesorabile perdita.  D’altra parte, è vero che fin dalla prima infanzia, attaccamento e separazione sono tutt’altro che due polarità in contraddizione, ma piuttosto due  categorie interdipendenti che organizzano entrambe la vita e le relazioni di una persona, inclusa quella fra genitori e figli (Rheingold e Eckerman, 1970).  È proprio grazie alla sensazione di avere una “base sicura” che il bambino si permette la gioia di muovere i primi passi ed esplorare il mondo allontanandosi dalla madre; le cure e l’affetto di un genitore hanno come fine ultimo quello di rendere un figlio forte abbastanza ad andare via sulle proprie gambe e questo ogni genitore in fondo lo sa anche se con una punta di fierezza e una di rammarico. “I figli sono come gli aquiloni: gli insegnerai a volare, ma non voleranno il tuo volo. Gli insegnerai a sognare, ma non sogneranno il tuo sogno. Gli insegnerai a vivere, ma non vivranno la tua vita. Ma in ogni volo, in ogni sogno e in ogni vita rimarrà per sempre l’impronta dell’insegnamento ricevuto”.                (Madre Teresa di Calcutta)

LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA

La Psicologia dell’emergenza è un ambito della psicologia che opera a seguito di eventi critici improvvisi e imprevedibili, ossia in tutte quelle situazioni fortemente stressanti che mettono a repentaglio il benessere del singolo individuo, di una comunità o di un intero Stato (disastri).  Gli eventi critici possono essere rappresentati da calamità naturali (terremoti, alluvioni, valanghe ecc.), disastri tecnologici (ad esempio incidenti chimici, batteriologici, nucleari), sanitari (epidemie e pandemie), sociali (attacchi terroristici, sparatorie ecc.) o gravi incidenti stradali o sul lavoro.  Questi possono minare l’integrità psico-fisica di ogni individuo che ne sia vittima diretta e di chiunque gli stia accanto: per tale motivo la psicologia dell’emergenza, si occupa sia delle persone direttamente coinvolte negli eventi critici (vittime primarie) sia dei loro familiari e amici e delle persone che sono state testimoni dello stesso evento (vittime secondarie) sia dei soccorritori (vittime terziarie) e della comunità ove gli eventi critici si sono verificati. Si occupa altresì di previsione e prevenzione dei rischi e di programmazione e gestione dei soccorsi Negli interventi di emergenza si usano due tecniche fondamentali: Defusing e Debriefing. Il defusing, che letteralmente significa disinnescare, è un intervento che si svolge subito dopo la situazione d’emergenza; dunque, viene chiamato “intervento emotivo a caldo”. Viene strutturato coinvolgendo piccoli gruppi di persone (circa 10) e ha una durata circa 20-40 minuti.  Gli obiettivi di questo tipo di intervento sono quelli di fornire rassicurazione, sostegno e informazione, attraverso il rafforzamento dei legami gruppali e la normalizzazione del carico emotivo. Infatti, i partecipanti vengono avviati ad un percorso di comprensione delle proprie sensazioni e sentimenti legandoli all’aspetto temporale dell’esperienza in questione.  Tramite il defusing, possono essere individuate persone destabilizzate in maniera importante per le quali questa tipologia di pronto soccorso non basta ma che necessitano di essere rimandate a ulteriori interventi.  Uno di questi è appunto chiamato debriefing. Questo, come il defusing, ha come obiettivo di integrare la componente cognitiva con quella emozionale ed ha una strutturazione diversa, rispetto al defusing, da un punto di vista temporale e organizzativo. Viene infatti chiamato “intervento emotivo a freddo”, viene organizzato dopo circa 24-48 ore dall’esposizione all’evento e ha una durata di non più di 12 settimane.  L’intervento è condotto da uno psicologo e/o psicoterapeuta. Se al termine dell’intervento dovessero esserci ancora segni di destabilizzazione, potrebbe essere fatto un rinvio a percorsi più strutturati, contattando, previo consenso della persona coinvolta, eventuali professionisti e organizzazioni specializzate sul territorio.   L’obiettivo finale di questi due tipi di intervento, del cosiddetto “pronto soccorso emotivo”, è quello di favorire una integrazione tra le componenti cognitiva, emotiva e spazio-temporale dell’evento. In questo modo i pezzi del puzzle, prima scomposti e frammentati, potranno trovare una loro collocazione e fornire un’immagine chiara e completa. In relazione al difficile periodo che si sta vivendo, tra pandemia e l’inizio di una guerra assurda, che ha colpito la popolazione Ucraina, l’intervento della psicologia dell’emergenza è sicuramente fondamentale per garantire il benessere della popolazione, con la speranza che tutto questo possa finire al più presto. “Vincere una guerra non basta. È più importante organizzare la pace.” (Aristotele)

Il Sostegno Psicologico al mondo LGBTQ+

LGBT è un acronimo di origine anglosassone che tiene insieme le parole: lesbiche ,gay, bisessuale e transgender/transessuale. A volte si declina anche come LGBTQI, comprendendo le persone che vivono una condizione intersessuale e il termine Queer. Queer è un termine inglese che significa strano, insolito. Veniva usato in passato in senso spregiativo nei confronti degli omosessuali, ma è stato ripreso in tempi recenti in chiave politico/culturale e rovesciato in positivo da una parte del movimento LGBT per indicare tutte le sfaccettature dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. Intersessuale è infine la persona che nasce con i genitali e/o i caratteri sessuali secondari non definibili come esclusivamente maschili o femminili. Le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) sperimentano maggiori problemi di salute mentale, come depressione, ansia, tentativi di suicidio, disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e di salute fisica (ad esempio malattie cardiovascolari), rispetto agli individui eterosessuali.  Diversi studi hanno rivelato maggiori probabilità di disagio psicologico tra i giovani delle minoranze sessuali rispetto agli eterosessuali. È emerso che i giovani LGBT sperimentano maggiore disagio psicologico caratterizzato da sintomi di somatizzazione, depressione e ansia; inoltre, i giovani LGBT sperimentano maggiori fattori di stress dall’infanzia alla prima età adulta, come per esempio maggiori probabilità di abuso infantile e il rifiuto da parte della famiglia di origine, fattori che esacerbano i problemi di salute mentale, come la depressione e l’ansia. Chiaramente il disagio psichico non dipende strettamente dall’identità o dall’orientamento sessuale, ma dalle condizioni ambientali che generalmente si creano intorno alle persone LGBT. Da oltre 40 anni la medicina e la psicologia non considerano più l’omosessualità come una patologia,  con il progresso della ricerca scientifica, molti professionisti hanno avuto modo di rivedere le proprie posizioni circa le questioni inerenti agli orientamenti sessuali.  Nonostante ciò, alcuni psicologi e psichiatri continuano a non considerare appieno l’omosessualità come “una variante normale della sessualità umana” questo ovviamente ha delle notevoli implicazioni sulla società e, in particolar modo, su quei soggetti che si affidano alle cure di uno specialista.  Non è mistero, infatti, che ancora oggi vengano messe in atto terapie riparative, o comunque interventi terapeutici volti a modificare l’orientamento sessuale dei pazienti, specialmente quando sono proprio questi ultimi a richiedere tali prestazioni come conseguenza di un disagio psicologico, sociale e/o relazionale. Difronte a tali disagi vissuti dai pazienti è fondamentale garantire loro un adeguato sostegno  psicologico. Lo scopo degli interventi psicologici è quello di riconoscere e sostenere il disagio dei pazienti che appartengono a minoranze sessuali, creando un clima di accoglienza, accettazione e assenza di etero-sessismo, che minaccia l’alleanza terapeutica e l’efficacia di un intervento. Un percorso psicologico diventa quindi l’occasione di riacquistare fiducia in sé stessi, per riuscire ad affrontare le fasi delicate del loro sviluppo. L’omosessualità non è una malattia, nè una scelta: non c’è nulla di rotto, nulla da riparare. Lo studio dello psicologo può diventare il luogo per smettere di farsi le domande degli altri e individuare le proprie.

F.O.M.O Fear of missing out: “Paura di essere tagliati fuori”

F.O.M.O significa letteralmente essere tagliati fuori e nasce dall’uso eccessivo di tecnologia e social network da parte degli adolescenti.  E’ una condizione patologica che si alimenta quando non si riescono a tenere sotto controllo tutte le attività dei propri contatti online, oppure quando sul proprio profilo non si visualizzano gli aggiornamenti e i “like” sperati.  È, dunque, una vera è propria ansia sociale nutrita dalla paura di perdere gli aggiornamenti social e dall’invidia per le esperienze belle e gratificanti altrui. Il concetto di FOMO è nato soltanto nell’ultimo millennio, associato alla diffusione dei social media. Tuttavia, il fenomeno non è nuovo, ma vecchio in quanto le persone hanno sempre provato la paura di lasciarsi sfuggire una vita migliore, di non cogliere le opportunità o di prendere le decisioni sbagliate.  Grazie a Facebook, Instagram & co. possiamo continuamente sbirciare nella vita di altre persone. Vediamo gli amici nella loro spensieratezza familiare, La vetrina digitale porta a confrontare incessantemente la propria vita con quella degli altri. Improvvisamente la nostra vita sembra noiosa, insulsa e proviamo un senso di fallimento. L’invidia aumenta e l’autostima diminuisce.  Così, si tende a tralasciare o ignorare il fatto che amici e sconosciuti mostrino sulle piattaforme principalmente o esclusivamente solo il lato positivo della loro vita quotidiana. Le persone che si sentono socialmente isolate sono particolarmente inclini a sviluppare la FOMO proprio nell’utilizzo dei social media.  Si potrebbe pensare che le piattaforme social abbiano un impatto positivo perché offrono opportunità di nuovi contatti, ma gli studi dimostrano quanto siano di fatto più distruttive. Se la “paura di essere tagliati fuori” nasce dall’uso eccessivo di tecnologia e social network per “guarire” serve ripristinare un rapporto equilibrato con questi. La FOMO altro non è che una forma di insicurezza: lavorare su sé stessi potrebbe aiutare a risolvere il problema. Vie d’uscita? «Imparate a perdervi qualcosa!», scrive il medico e moderatore Eckart von Hirschhausen in una rubrica. Sebbene possa sembrare lapidario, si sta delineando questa controtendenza: la gioia di perdersi qualcosa. Il trend si chiama «Joy of missing out»,

GENITORE AUTOREVOLE vs GENITORE AUTORITARIO

Nell’educare i propri figli, oggi i genitori si trovano in un mare d’incertezza, e la domanda che si pongono più frequentemente è: Qual è la giusta dose di autorità che bisogna adottare?  Questa domanda divide da sempre padri e madri, genitori e nonni, educatori e insegnanti. E di conseguenza si estende alla società, la cui opinione oscilla nella maggior parte dei casi tra tolleranza e repressione. È evidente che gli esperti hanno contribuito a confondere in maniera decisiva questo terreno già così complesso e pieno di sfaccettature. Andiamo quindi ad approfondire due stili genitoriali messi a confronto ovvero quello Autorevole e quello Autoritario. Vedremo come tra questi ci sia un abisso, che è bene comprendere per scegliere fin da subito che tipo di genitore si vuole essere per i propri figli. Quando si parla di genitori Autorevoli si intende quel modello di genitorialità in cui il bambino cresce con un attaccamento sicuro, vedendo nella mamma e nel papà una figura di riferimento cordiale, amorevole, sempre pronta a sostenerlo, ma mettendo regole e paletti che tutta la famiglia deve seguire.  Infatti, l’approccio Autorevole è basato, sullo stabilire regole e linee guida che il figlio è tenuto a seguire, ma allo stesso tempo è democratico poiché il genitore può adattare, attraverso il dialogo, le regole alle esigenze e richieste del figlio. Un genitore Autorevole si impegna a valorizzare l’indipendenza e l’autonomia, ma sa anche far valere l’autorità, è un genitore aperto alla negoziazione e disponibile a mettere in discussione il proprio punto di vista. Il ruolo genitoriale Autoritario invece, è basato sul controllo esterno piuttosto che sull’insegnamento dell’autocontrollo e dell’autoregolazione; si tratta di un genitore che non suggerisce al bambino come gestire i propri comportamenti, non lo aiuta a identificare alternative e valutare le conseguenze delle sue azioni. Il genitore Autoritario ha elevate aspettative nei confronti del figlio, è rigido e inflessibile, molto esigente, non riesce a sentire i bisogni dei figli e ad ascoltarli, non fornisce spiegazioni alle punizioni. Il figlio deve rispettare delle regole rigide ed imposte, il cui mancato rispetto comporta punizioni di tipo fisico o verbale. I bambini cresciuti da genitori autoritari non vengono stimolati ad essere autonomi e indipendenti, ma viene loro insegnato ad aderire passivamente alle richieste e alle aspettative della società. Detto ciò, perché si ritiene così importante puntare alla ricerca di un accordo fra i genitori, nell’educazione dei figli? Perché è essenziale ricordarsi che la famiglia come nucleo affettivo resta, ad oggi e sempre, il fulcro, il centro stabile, la guida  e un porto sicuro. Rappresenta per un bambino il luogo più importante per la sua sicurezza e serenità, il fondamento su cui andrà a costituire la propria personalità. È nell’ambiente domestico, infatti, che i figli sperimentano i primi contatti con l’altro, fanno esperienza del diverso da sé, comprendendo di essere soggetti unici e irripetibili; ma, ancor prima di tutto, è proprio qui che i figli proveranno la prima significativa esperienza di amore.

BURNOUT PANDEMICO

Il lockdown, intervallato dai continui cambi-colore delle regioni, continua a metterci a dura prova, facendoci sentire sempre più impotenti.   Il “burnout pandemico” è quel mix di angoscia, sconforto e frustrazione che, nell’esperienza della pandemia da Covid-19, possiamo provare restando a casa. Si chiama burnout pandemico ed è l’ennesimo brutto regalo di questa pandemia. Gli esperti hanno dato diversi nomi all’aumento dei livelli di stress che sta interessando milioni di lavoratori a causa dell’emergenza sanitaria.  Il New York Times ha addirittura coniato il termine “pandemic wall”, muro pandemico, per indicare uno scoglio psicologico insuperabile mentre in generale si parla di “burnout pandemico” per definire l’esaurimento nervoso legato all’isolamento, all’iperconnessione per motivi di lavoro e ai ridotti scambi sociali.  Non sorprende come milioni di persone, del resto, hanno trascorso più di un anno rimanendo in casa, evitando amici e familiari, astenendosi dal viaggiare e dal mangiare al ristorante, vivendo o ascoltando notizie drammatiche ogni giorno. Il tutto mantenendo lo stesso ritmo di lavoro magari occupandosi dei bambini 24 ore su 24 tra scuole e asili chiusi.  Dopo il lockdown eravamo tutti convinti che la situazione sarebbe migliorata, anche grazie all’arrivo dei vaccini.  In seguito, abbiamo iniziato a riappropriarci delle nostre vite, fra uscite, incontri con gli amici che non vedevamo da tempo e con i familiari. Poi però tutto è cambiato di nuovo. Il riacutizzarsi dei contagi, la corsa ai tamponi, i tanti positivi hanno generato la paura che gli sforzi fatti fino ad ora siano stati del tutto inutili. Nuovi decreti e norme hanno cambiato ancora una volta le carte in tavola. Il risultato? Smarrimento e confusione, con la sensazione di non riuscire più a tenere il passo e a reagire, in particolare dal punto di vista emotivo.  Come accade per il bornout sentiamo che l’ultima goccia ha fatto traboccare il vaso. D’altronde questo termine inglese deriva dell’espressione “to burn out”, che significa “bruciarsi, esaurirsi”. Indica dunque uno stato di esaurimento emotivo, fisico e mentale. Come capiamo di aver raggiunto l’esaurimento pandemico? Se ci sentiamo inermi, spossati e troviamo davvero difficile prenderci cura di noi stessi, allora significa che probabilmente dobbiamo guardare in faccia il nostro burnout pandemico. Annebbiamento dei pensieri, ansia e tachicardia sono alcune delle conseguenze più diffuse. come superarlo? Per abbattere il muro pandemico, è fondamentale ricordare che quello che proviamo ora non è una condizione che riguarda soltanto noi o il nostro comportamento, è una situazione che riguarda e influenza tutti noi, nessuno escluso, causato dalla pandemia.   Perciò, accantoniamo il senso di colpevolizzazione e facciamo quel che di buono possiamo, trovando ciò che è meglio per noi, per cercare scrollarci di dosso il senso di impotenza e di frustrazione, senza trascurare i segnali che il nostro corpo e la nostra mente ci inviano. Manteniamoci sani e restiamo fiduciosi.

UN NUOVO NATALE: imparare a gioire dopo una perdita

Il Natale è un periodo particolarmente difficile per le persone in lutto, perché le vacanze sono di solito un momento in cui si guarda al futuro, ma ora il futuro appare difficile, inimmaginabile e l’incertezza crea sempre paura. Siamo dunque preoccupati per quello che dovremo affrontare.  Molte persone o famiglie in lutto, specialmente il primo Natale dopo la perdita, scelgono di non festeggiare nulla. Provano ad andare avanti con le loro vite, fanno come se fosse un giorno normale. Altre famiglie preferiscono fare qualcosa di diverso, come organizzare un viaggio in un posto diverso. Si tende a fare qualcosa che non ricordi queste date, che non ricordi quello che è successo, si tende a stare dove non si conosce nessuno… al sicuro dai rituali di Natale. Consigli su come affrontare il Natale Ciò che è chiaro è che dopo la perdita di una persona cara, nulla è più lo stesso. Tuttavia, prima o poi sarai costretto a costruire un nuovo Natale, ad affrontare la celebrazione che si ripeterà anno dopo anno e a creare nuovi modi di vivere queste vacanze. L’assenza di una persona cara diventa più evidente quando nessuno ne parla. Anziché evitare di parlare di chi non c’è più, impegnatevi a condividere ricordi e storie che riguardano quella persona durante le riunioni con amici e parenti, consiglia la psicoterapeuta Mayra Mendez, coordinatrice di un programma per le disabilità intellettive e dello sviluppo, nonché dei servizi per la salute mentale, presso il Providence Saint John’s Child and Family Development Center di Santa Monica, California. Mendez consiglia di concentrarsi sugli aneddoti divertenti e ricordarsi che va bene ridere e godersi questi ricordi insieme agli altri. È un modo perfettamente normale e sano per fare i conti con la tristezza. È importante parlare di ciò che si prova, condividere storie e ricordi sulla persona amata, e ricordare la vita di chi non c’è più in una cornice positiva, che celebri e onori l’esistenza di quella persona”, ha spiegato Mendez. Riduci i fattori di stress legati al periodo. Le feste sono piene di obblighi stressanti, come gli eventi sociali, lo scambio di regali e cucinare. Concediti il permesso di ridurre gli impegni per avere più spazio per guarire. Annullarsi completamente e non prendere parte ai festeggiamenti non è un’opzione salutare, ma di sicuro puoi prenderti delle pause e un po’ di spazio dagli eventi e dagli obblighi che causano uno stress non necessario. Tuttavia, Mendez sottolinea che è importante restare in contatto con la tua “rete di supporto” e comunicare i tuoi piani se scegli di rinunciare ad attività o incontri. Prova a chiedere aiuto. Mendez invita a cercare una cura o un sostegno che possa aiutarti se il dolore ti sembra insopportabile. Unisciti a gruppi di supporto, partecipa a conferenze o eventi della comunità religiosa e cerca l’aiuto professionale di un analista. Entrare in connessione con altre persone che condividono la tua stessa esperienza può aiutarti ed evitare l’isolamento, che potrebbe aumentare il rischio di depressione, aggiunge Mendez. Accettare ed affrontare la tua perdita è un passo importante nell’elaborazione del lutto. E anche se le vacanze sono un periodo frenetico, il tuo benessere mentale ed emotivo è troppo importante per essere trascurato. Fai attenzione ai comportamenti potenzialmente dannosi. Mendez dice che il periodo delle feste può intensificare le sensazioni di dolore e perdita, perciò fa’ attenzione alle tue emozioni. Spossatezza, perdita dell’appetito e sensazioni di apatia e impotenza possono indicare che il dolore provato potrebbe esporti al rischio di depressione. Gli esperti avvertono che questo può condurre a comportamenti poco sani, come consumo eccessivo di alcol, allontanamento dalle situazioni sociali o autolesionismo. Le prime festività senza una persona amata sono difficili. Anche se niente rimpiazzerà mai ciò che hai perso, prenderti cura di te stesso, dedicare del tempo al ricordo di quella persona e goderti le tradizioni delle feste può alleviare un po’ di sofferenza aiutandoti ad andare avanti nell’elaborazione del lutto. spiega Mendez  “Ci vuole tempo per adattarsi all’esperienza profonda e improvvisa della morte di una persona cara… Il dolore è il processo di adattamento generato da questa mancanza irreversibile”. E ricorda: Anche se i festeggiamenti, forse, non saranno più gli stessi, possono essere comunque gioiosi mentre ricordi una persona amata.

LA FAMIGLIA E’ DOVE C’E’ AMORE: Famiglie Arcobaleno

Per famiglia arcobaleno si intende, una famiglia composta da coppie dello stesso sesso che hanno dei figli.  A volte si tratta di uomini o donne che sono diventati padri e madri da una precedente relazione eterosessuale, prima di scoprire di avere un altro orientamento sessuale o, possono essere coppie omosessuali che desiderando un figlio ricorrono alla fecondazione assistita all’estero o all’adozione.  Fanno parte delle famiglie arcobaleno anche genitori single omosessuali che, per ragioni diverse, riescono ad avere un bambino diventando successivamente genitori single. Le famiglie omogenitoriali si trovano ad affrontare quotidianamente molte sfide: ottenere supporto dalle famiglie di origine, affermare la legittimità della loro realtà e affrontare i giudizi degli altri.Un altro grave indice che conduce all’ignoranza, ovvero l’ignorare il sapere su queste famiglie, è dato dalla naturalizzazione: l’omogenitorialità viene spesso considerata inammissibile sulla base del presupposto che due individui dello stesso sesso non sono in grado di generare vita.  STUDI SULL’OMOGENITORIALITA’ I numerosi studi sull’argomento si sono principalmente incentrati sull’influenza che questi genitori possono avere sui figli e in particolare sul condizionamento della loro sessualità, sullo sviluppo psicologico e sui possibili problemi sociali. Come affermato da vari autori, da David Cramer a Charlotte J. Patterson, non si ha alcuna evidenza empirica per cui individui omosessuali non siano in grado di essere buoni genitori. Come affermato da Patterson stesso, gli studi hanno messo in evidenza che la maggior parte delle coppie omosessuali tende a dividersi alla pari il lavoro domestico e familiare e si ritengono soddisfatte della loro vita di coppia.  Sempre Cramer a Pattinson esprimono quali siano i timori secondo i quali si ritiene che non si possano affidare figli a coppie lesbiche e gay:  il primo è che lo sviluppo dell’identità sessuale possa essere messo a repentaglio nei figli di coppie omosessuali; il secondo è che i figli possano avere maggiori insorgenze di disturbi mentali, di adattamento, problemi comportamentali durante le varie fasi dello sviluppo;  il terzo è che la prole potrebbe avere difficoltà relazionali a causa delle etichette e dello stigma; inoltre che possano essere maggiormente esposti all’abuso sessuale da parte di amici dei genitori o dei genitori stessi in quanto ritenuti “perversi”.  Per quanto riguarda il primo timore è utile considerare tre aspetti dell’identità sessuale: l’identità di genere, il comportamento di ruolo di genere e l’orientamento sessuale. Per quanto riguarda l’identità di genere è stata condotta una ricerca in cui tutti i bambini, che sono stati seguiti durante l’età infantile, adolescenziale e poi nella fase adulta hanno avuto uno sviluppo di identità di genere ordinario ovvero che tutti si riconoscevano nel proprio genere di appartenenza.  Circa il comportamento del ruolo di genere gli studi affermano, sia per gli interessi che per le preferenze di attività, i figli di genitori gay e lesbiche hanno comportamenti meno stereotipati, meno legati al ruolo di genere e al comportamento di genere ovvero che tendono a scegliere liberamente sport, studi e professioni considerati tipicamente maschili o femminili.  Rispetto all’orientamento sessuale dei minori, una delle preoccupazioni è che i figli di genitori omosessuali potessero divenire omosessuali a loro volta mentre i dati espongono, rispetto all’orientamento sessuale, che i figli di persone gay e lesbiche hanno la stessa probabilità di essere eterosessuali o omosessuali. L’American Psychiatric Association e Patterson (1995) hanno evinto che lo sviluppo delle relazioni con i pari è ordinario in quanto i figli di genitori omosessuali hanno medesime capacità relazionali di bambini cresciuti in famiglie eterosessuali. Inoltre, in una ricerca condotta in Inghilterra, nella relazione con gli adulti (Golombok, 1983), le madri lesbiche divorziate tendono ad avere contatti maggiori con il padre rispetto alle madri divorziate eterosessuali. Per quanto riguarda la discriminazione da parte dei pari essa dipende dagli ambienti e dai contesti che sono più o meno ostili ed in cui è radicato il pregiudizio.  È stato studiato che le conseguenze di tale pregiudizio produrrebbero traumi psicologici o difficoltà dovuti ad atti di bullismo. Ciò è osservabile anche in altre situazioni familiari atipiche come nei figli di genitori separati o stranieri.  Per quanto riguarda gli abusi sessuali questi vengono perpetrati per la maggior parte da maschi, come dimostrato, e hanno luogo solitamente in famiglia; sono i padri perlopiù che abusano delle figlie femmine e quindi in un contesto eterosessuale. I risultati delle ricerche internazionali dimostrano quindi che i figli di genitori gay o lesbiche si sviluppano emotivamente, cognitivamente, socialmente e sessualmente, esattamente come i bambini che hanno genitori eterosessuali. L’orientamento sessuale dei genitori conta molto meno dell’avere genitori che li amino e li educhino. Il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali nelle nostre società non toglie valori alla societàsemmai ne aggiunge. Andiamo incontro ad una società sempre più variegata, un futuro sempre più cosmopolita; accettare le differenze, qualunque esse siano, non potrà che renderci più ricchi e migliori.

IL BREADCRUMBING: Lasciare Briciole

Questa parola inglese deriva dalla parola breadcrumb, che significa briciola di pane.i n poche parole, indica una tecnica che viene utilizzata da coloro che inviano segnali al proprio partner, per far sentire la loro presenza. Nonostante abbiano lasciato l’altro, continuano a voler essere presenti nella loro vita, lasciando che si alimentino le speranze di poter tornare insieme.  Altro non è che una forma di manipolazione emotiva attraverso la quale chi la effettua mira ad ottenere dei vantaggi in cambio. Questi possono riguardare il voler ottenere un incontro intimo, un ritorno economico (come un regalo o un prestito) o emotivo (puntando ad aumentare la loro autostima) Chiaro è che, soprattutto se si tratta di una relazione di lunga data, chi effettua il breadcruming conosce la propria vittima dunque sa come “aggirarla”. Per esempio, se è consapevole dell’indole romantica del partner, potrebbe promettere cene o fughe romantiche che non avverranno mai. Quello che caratterizza la relazione breadcrumbing è proprio l’ambivalenza: tutto si costruisce attorno all’atteggiamento e al comportamento ambivalente del soggetto che simula la possibilità di creare rapporti seri.Chi utilizza tale tecnica si mostra estremamente interessato all’altro: questo può avvenire in molti modi, attraverso per esempio l’invio di messaggi intimi o interessandosi all’altro e fargli sentire la propria presenza. Il vero problema sorge nel momento in cui il potenziale partner, dopo aver fatto questi gesti nei confronti dell’altro, sparisce o mostra disinteresse.In particolare, è proprio l’assenza l’arma più potente e frequente utilizzata dal breadcrumber: spiazza la vittima perché, dopo averle dato briciole e averle mostrato interesse, scompare.  Tutto ciò è mantenuto in vita dall’ambivalenza: il soggetto non scampare mai del tutto.Dopo che è sparito, all’improvviso potrebbe ripresentarsi all’altro e dargli altre briciole per continuare a tenerlo legato a sé stesso.Quello che, infatti, è davvero pericoloso per chi si ritrova ad essere vittima di questo comportamento, è proprio questo continuo comportamento ambivalente che si costituisce come un vero e proprio circolo vizioso: chi utilizza la tecnica breadcrumbing compare, mostra interesse, scompare e poi compare di nuovo. Tutto ciò sempre lasciando briciole all’altro per far sì che sia disposto ad accettarlo di nuovo quando ricomparirà. Le Vittime Per quanto riguarda le vittime, in genere queste tendono a sentirsi in colpa e sentiranno di aver deluso il breadcrumber se questi scompare, tenteranno di soddisfarlo per evitare di essere abbandonate nuovamente. Si entra in un circolo vizioso dove l’altro appare e scompare a suo piacimento e la vittima rimane in attesa che qualcosa possa migliorare ed è proprio questa garanzia che consente al manipolatore di agire in tal senso. L’ambiguità di questo comportamento causa ansia e dolore, poiché si vive in un limbo non riuscendo a proseguire oltre con la propria vita. Ma chi è il breadcrumber?  Potrebbe essere una persona profondamente insicura che attuando questa tecnica consente a sé stesso di sentirsi ammirato da parte dell’altro suscitando interesse e creando invece insicurezza nella vittima; vi è una sorta di sadismo sullo sfondo che è permeato dal desiderio di poter controllare l’altro.  Il breadcrumber potrebbe essere una persona immatura, egoista, narcisista. Una persona che probabilmente non possiede neanche quella capacità empatica e costruttiva di lasciar andare l’altro rispettando allo stesso tempo i suoi sentimenti. Ciò che può alimentare tale tecnica, è il sentimento di controllo che nasce nel breadcrumber, il quale si sente potente e importante, perché sente che, in ogni momento, può cambiare la situazione: basterà presentarsi di nuovo per far sì che l’altro ritorni ad ammirarlo e a provare interesse. Spesso non ci si accorge di essere all’interno di una situazione del genere sino a che non ci viene fatto notare dall’esterno. La vittima potrà dunque solo in un secondo momento iniziare a riflettere su quanto sta accadendo. Per poterne uscire bisogna iniziare a considerare la relazione che si sta vivendo e porsi delle domande.  Bisogna prendere consapevolezza che l’altro non cambierà, che è vano il tentativo di mandare avanti una relazione che in realtà non procede oltre i primi passi. Generalmente ad essere vittime sono persone con bassa autostima e personalità dipendenti, oltre che incapaci di fissare dei limiti e dire basta. Spesso è difficile staccarci dal breadcrumber in quanto si pensa di arrivare a meritare quel tipo di amore, quel tipo di attenzioni. Ci si dovrebbe focalizzare su come queste briciole che ci lascia ci fanno sentire e capire che tipo di legame in realtà andiamo cercando. Lasciare dunque perdere le qualità positive del breadcrumber e pensare piuttosto al nostro benessere personale.

ONLINE DISINIBITION EFFECT: LA VIOLENZA VERBALE IN RETE

Il termine Disinhibition effect fa riferimento a quel fenomeno che determina “un allentamento o un totale abbandono delle restrizioni sociali quando comunichiamo con altri individui online.”  Da questa definizione si evince dunque come la Disinhibition effect si riferisca alla trasgressione delle restrizioni sociali, quando ci troviamo a comunicare con gli altri, tramite dispositivi tecnologici. Questo effetto è stato ampiamente studiato in ambito psicologico: a tal proposito, è stato dimostrato quanto il mondo online porti il soggetto a sentirsi “meno vincolato” da tutta una serie di vincoli sociali imposti e che sono ancora presenti nel mondo offline. Ma perché ci sentiamo più disinibiti online? Quando siamo sul web funzioniamo in modo diverso, rispetto a quando siamo offline. I primi studi su cervello e tecnologia mettono in evidenza, oltre all’iperstimolazione della corteccia visiva, uditiva e somato-sensoriale, anche un cambiamento del profilo cognitivo delle persone che usano quotidianamente la tecnologia digitale. Per esempio, cambiano modi e tempi di lettura degli ipertesti, emerge la tendenza a delegare i processi della propria memoria di lavoro alla tecnologia digitale ecc. e per quanto riguarda l’effetto di disinibizione online, è interessante sottolineare che appare diminuire la capacità di attendere e di mentalizzare le assenze, cioè di rappresentarsele internamente, mentre aumenta la tendenza ad agire compulsivamente, cioè in modo impulsivo, non controllato.  Suler (2004) ha cercato di rispondere alla domanda, individuando sei fattori che, interagendo tra loro, potrebbero spiegare l’effetto della disinibizione online. Oggi, potrebbero sembrare fattori legati a modalità di stare online ormai del tutto o in parte superate, ma questi sei fattori potrebbero conservare alcuni aspetti, che sono centrali nella comunicazione umana e, pertanto, potrebbero ancora contribuire all’effetto di disinibizione quando siamo online. Anonimato dissociativo. Questo tipo di anonimato è uno dei principali fattori che creano l’effetto di disinibizione. Quando le persone hanno l’opportunità di separare le azioni online dal loro stile di vita e dalla loro identità personale, si sentono meno vulnerabili nel rivelare sé stessi e nell’agire. In un processo di dissociazione, il Sé virtuale diventa un Sé separato. Nel caso di ostilità espressiva o altre azioni devianti, la persona, attraverso il meccanismo del moral disengagement(disimpegno morale), può evitare la responsabilità di quei comportamenti, quasi come se le restrizioni morali del Sè fossero state temporaneamente sospese nella psiche online. Invisibilità. In molti ambienti virtuali, specialmente quelli che sono basati sulle chat, le persone non possono vedersi tra di loro. Questa invisibilità dà alla gente il coraggio di navigare in siti web e fare cose che altrimenti non farebbero. L’anonimato è l’occultamento dell’identità, che è diverso dal non essere visti. Nella comunicazione tramite email, chat, messaggistica istantanea e blog, la gente può sapere molto delle identità e delle vite degli altri. Tuttavia, non possono vedersi o sentirsi. Anche se l’identità di tutti è nota, l’opportunità di essere fisicamente invisibili amplifica l’effetto della disinibizione. Asincronicità. Nella posta elettronica, nelle chat e nelle bacheche, la comunicazione è asincrona. Le persone non interagiscono tra loro in tempo reale e il non dover far fronte alla reazione immediata di qualcuno, disinibisce le persone. Alcune possono anche sperimentare la comunicazione asincrona come “fuga” dopo un messaggio personale, emotivo o ostile. Ci si sente sicuri a metterlo “là fuori” dove può essere lasciato da parte. Immaginazione dissociativa. Consciamente o inconsciamente, gli utenti possono esperire che il proprio Sé virtuale viva in una dimensione fittizia, separata dalle richieste e dalle responsabilità del mondo reale. Essi dividono le attività online dai fatti offline. Emily Finch (2002), autrice e avvocato penalista che studia il furto d’identità nel cyberspazio, ha suggerito che alcune persone vedono la loro vita nel mondo virtuale come una specie di gioco con regole e norme che non si applicano alla vita quotidiana. Le persone, una volta che spengono il computer e tornano alla loro routine, credono di potersi lasciare alle spalle il ‘gioco’ e l’identità virtuale, abbandonando la responsabilità di ciò che accade in un mondo considerato fittizio. Di per sé, non si tratta di qualcosa di completamente negativo, anzi, questo effetto potrebbe rendere più semplice – per persone con un temperamento introverso – stringere nuove relazioni, o anche solo scambiare opinioni con altri videogiocatori. Tuttavia, Lo scienziato descrive alcune tipologie di disinibizione potenzialmente pericolose, e cerca di analizzarne i fattori: • Benign Disinhibition: le persone possono condividere informazioni personali, come segreti, emozioni, paure, desideri o mettere in atto gesti di gentilezza o generosità esagerati. • Toxic Disinhibition: il lato opposto di quello che possiamo immaginare come un continuum è rappresentato da comportamenti violenti, aggressivi, minacciosi che difficilmente sarebbero attuati nella vita di tutti i giorni. Questo tipo di disinibizione ci aiuta a comprendere il funzionamento di alcune community di giocatori online, in cui è “normale” insultare pesantemente gli avversari o prendere di mira compagni di squadra meno esperti, considerati responsabili del cattivo andamento di una partita. L’obiettivo della condivisione di questo modello non è quello di trasmettere l’idea che le interazioni online siano pericolose; al contrario, la miglior difesa contro i potenziali rischi derivanti da questi fattori sta proprio nella consapevolezza della loro esistenza: nella maggior parte dei casi, ricordarsi che al di là dello schermo o dietro il viso di un avatar ci sono delle persone come noi, è sufficiente per relazionarsi con il normale livello di cautela che farà si che l’interazione con gli altri sia un’esperienza piacevole e nello stesso tempo sicura.