I confini tra sé e l’altro

Saper riconoscere e gestire i confini tra sé stessi e gli altri è fondamentale per stare bene ed avere relazioni sane. In terapia si lavora spesso sui confini. La maggior parte delle difficoltà che emergono in quest’area riguarda innanzitutto il riconoscersi e il vedere l’altro come diverso da sé. Tali capacità si formano nel processo di separazione-individuazione che interessa i primi anni di vita. In questa fase il bambino passa da uno stato di simbiosi naturale, in cui è tutt’uno con chi si prende cura di lui, ad uno stato più evoluto di percezione di sé come persona separata, distinta e, via via, sempre più autonoma. Nella realtà dei fatti, non di rado accade che lo sviluppo naturale venga ostacolato da meccanismi che impediscono l’abbandono della simbiosi e l’evoluzione verso l’autonomia. Confini ed alterazioni del funzionamento della persona Una carenza di confini comporta una alterazione del funzionamento della persona, con modalità che possono assumere forme differenti: onnipotenti, narcisistiche o più dichiaratamente dipendenti. Vi può essere un ritiro nello stato primario di non-differenziazione tra sé e ciò che proviene dall’esterno. O un irrigidimento su di una struttura narcisistica, di negazione dei propri bisogni affettivi, in cui l’altro non può essere visto. Oppure, un appoggiarsi all’esterno come incapacità di autoriconoscimento ed affermazione di se stessi. Questi meccanismi, al di là delle manifestazioni patologiche in cui possono sfociare, appartengono in maniera più o meno significativa ad ogni personalità. Si tratta del modo con cui il contatto con la realtà interna ed esterna viene interrotto da una riproposizione di schemi antichi. Allo scopo di difendersi di fronte ad un’esperienza proibita, temuta, cui non si accede. Confini e relazioni Avere dei buoni confini vuol dire dunque, in primis, riconoscersi per ciò che si è e riconoscere l’altro per ciò che è. Vuol dire essere in grado di distinguere quanto proviene da sé da quanto proviene dall’altro. In termini di pensiero, giudizio, sentire, bisogni, motivazioni. Scelte e azioni. Ma non solo. I confini sono sani quando si è anche in grado di rispettarli all’interno della relazione. Nella quotidianità della maggior parte delle persone accadono frequentemente eventi che hanno a che fare con problematiche di confine. Ad esempio, si può accettare dall’altro un gesto non gradito pur riconoscendo l’effetto negativo che ha su di sé. Ci si può inibire compiacendo, allineandosi al modo di pensare e di agire altrui o, al contrario, si può essere rifiutanti rispetto alle differenze che l’altro esprime. Si può avere difficoltà ad affermare se stessi per non deludere un’aspettativa. Vi possono essere dinamiche relazionali di dominio/sottomissione, controllo, confluenza. La vita adulta al di fuori delle manipolazioni Si tratta di manipolazioni apprese durante l’infanzia allo scopo di assicurarsi riconoscimento, amore. Ma, mentre a quel tempo hanno rappresentato il migliore adattamento possibile all’ambiente, nel presente della vita adulta intervengono come limitazioni. In quanto aspetti dipendenti che impediscono di stare bene, di avere una vita relazione soddisfacente e realizzarsi. Una famosa citazione di Fritz Perls, nota come “preghiera della Gestalt”, racchiude in sé tutta l’importanza dei confini: “Io sono io. Tu sei tu.Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative.Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa.Se ci incontreremo sarà bellissimo;altrimenti non ci sarà stato niente da fare”.

Delusione: il ruolo delle aspettative

La delusione è il vissuto che proviamo quando le nostre aspettative non si realizzano, quando le speranze coltivate non trovano riscontro nella realtà. Le delusioni fanno parte della vita e, come ogni tipo di sofferenza, vanno accettate ed elaborate. La ferita che ne consegue è tanto più dolorosa quanto più elevato è l’investimento affettivo verso la persona o la situazione che ci ha deluso e quanto più elevate sono le aspettative costruite. Le delusioni sono dunque ineliminabili dall’esperienza di ciascuno di noi. L’altro può mentirci, tradirci, abbandonarci. I risultati che otteniamo nella vita non dipendono solo dal nostro impegno e dalla nostra volontà e le cose non sempre vanno come noi vorremmo. Tuttavia, abbiamo una duplice responsabilità. Di integrare i limiti e le imperfezioni di ciò che siamo e del mondo che ci circonda e di rapportarci in maniera coerente alla realtà interna ed esterna che viviamo. Delusione e copione In psicoterapia capita spesso che le persone lamentino di sentirsi delusi e non di rado questa esperienza si accompagna alla sensazione di essere stati ingannati. “Ha voluto farmi credere di essere diverso/a, mi ha deluso”, “si è rivelato/a il contrario di tutto quello che mi aspettavo”. Per alcuni la delusione è un vissuto frequente, che caratterizza drasticamente tutte le loro relazioni significative. Per altri, un vissuto generalizzato, che coincide con la convinzione pervasiva di non potersi fidare di niente e nessuno, con la chiusura e il ritiro. Può capitare anche che delusioni riguardanti, ad esempio, lo studio o la vita professionale, facciano precipitare il valore e la stima di sé, andando a rafforzare idee autosvalutanti e definitive: “sono un/una fallito/a”, “non farò mai niente di buono”. Fino a portare ad uno spegnimento depressivo dei propri bisogni e desideri e a forme di passività che bloccano la realizzazione di sé. In tutte queste situazioni vi sono aspetti copionali che tendono a replicarsi: la persona non è in un reale contatto con ciò che sta vivendo, ma nella ripetizione di esperienze antiche e schemi non risolti del passato. Le aspettative In molti casi, ma non sempre, dietro grandi delusioni vi sono aspettative grandiose e idealizzanti. Avere delle aspettative è naturale. Tuttavia, quando non coerenti con la realtà, prendono la forma di aspetti illusori e fantasmatici, come riscatto dalla propria storia e via di salvezza da ciò che si sta vivendo, oppure, come conferma di quanto temuto o già vissuto e destino ineluttabile. Che siano salvifiche o catastrofiche, le aspettative copionali diventano la responsabilità che la persona ha rispetto alle proprie delusioni. Il modo con cui interrompe il contatto per illudersi, ingannandosi e lasciandosi ingannare. Per andare a confermare il copione e il suo finale. Lavorare su questi aspetti diventa fondamentale per lasciare andare le modalità infantili e stare nella realtà, da adulti. Per proteggere la propria vita affettiva e relazionale. E per imparare, al contempo, a riconoscere e accettare le delusioni che naturalmente si presentano nel corso della propria esistenza. Ad accogliere il valore evolutivo in esse racchiuse. Le delusioni pongono di fronte alla necessità di un cambiamento, di un atto creativo, verso la realizzazione di sé stessi e dei propri desideri. “La vita non è come dovrebbe essere. È quello che è. È il modo in cui l’affronti che fa la differenza.” (Virginia Satir)

Quando le vacanze sono fonte di ansia

In prossimità delle vacanze si verifica molto spesso un aumento di ansia e stati di malessere. “Non ho voglia di andare in vacanza, mi viene l’ansia solo a pensarci”, “L’idea di questo viaggio mi mette agitazione”, “Ho atteso questo momento tutto l’anno, eppure, adesso provo un senso di angoscia”. Nel periodo che precede le vacanze, in particolar modo quelle estive, le persone lamentano di frequente questi vissuti. Le vacanze, infatti, non sono sempre percepite come qualcosa di bello e piacevole e non sempre si traducono nell’esperienza grazie alla quale lasciar andare le tensioni accumulate, rallentare i ritmi e riposare la mente. L’ansia, di per sé, è quella tensione naturale che ci consente di gratificare i nostri bisogni e realizzarci. Tuttavia, se questa energia vitale si interrompe, l’esperienza, piuttosto che essere vissuta, viene evitata. L’ansia perde la sua funzione sana per assumere la forma di un sintomo o strutturarsi come disturbo. Il ruolo delle aspettative Molte persone caricano le vacanze di grandi aspettative. A volte sperano di trovarvi un punto di svolta alle proprie insoddisfazioni. Anticipano l’esperienza con fantasie idealizzanti, talvolta salvifiche, proiettando nel mondo esterno la responsabilità di sé e della propria vita. Vi è alla base un evitamento della realtà che è motivo di sforzo, ovvero, di una tensione che si accumula senza portare alla gratificazione e che genera malessere. Altre volte, vi sono anticipazioni negative e persino catastrofiche, che vanno a confermare le idee rigide e svalutanti su se stessi, sugli altri e sulla vita e le esperienze che si ripetono nel proprio copione. Vi sono poi le aspettative esterne. Le vacanze possono diventare un vero e proprio banco di prova. Un ‘dover’ dimostare agli altri di essere all’altezza dei modelli sociali da emulare. La paura di uscire dalla propria comfort zone Una difficoltà molto diffusa è quella di abbandonare i propri schemi, le proprie abitudini e, più profondamente, l’esigenza di controllo. Si tratta di uscire dalla propria zona di comfort che, sebbene rigida e limitante, offre familiarità e rassicurazione. Oltre questo spazio psicologico in cui ci sente protetti, emergono insicurezze, paure, conflitti irrisolti. Parti proprie inesplorate e/o rifiutate. Vi è il doversi confrontare con imprevisti ed esperienze che richiedono nuovi adattamenti. Ed al tempo stesso, quindi, con il cambiamento e la crescita. Il tempo libero e il vuoto La parola “vacanza” proviene dal verbo latino vacare, che vuol dire essere vuoto, libero. Il vuoto è un’esperienza che per lo più spaventa l’animo umano. In special modo nella cultura occidentale, che ostenta il fare e la produttività, sollecitando a riempire ogni spazio vuoto inteso come inutile, sterile. La maggior parte delle persone ha difficoltà a confrontarsi con l’assenza di struttura e con il tempo libero. A contattare la noia, lo stare in contatto con la realtà interna ed esterna senza appoggi esterni e senza far nulla. Ha difficoltà a sentire emozioni e bisogni naturali e ad accogliere il flusso continuo della propria coscienza. Ad assumersi la responsabilità di scelta di fronte alla propria libertà. Al di fuori di doveri, regole e condizionamenti introiettati dall’ambiente. Come sosteneva Kierkegaard, “l’angoscia è la vertigine della libertà“. Abbiamo dunque tutti bisogno di vacanza, di svuotarci. Di sperimentare lo spazio vuoto e libero da cui emerge il contatto autentico con noi stessi e con il mondo che ci circonda e da cui può esserci il nuovo come atto creativo e vitale.

La solitudine dei nostri tempi

La solitudine dei tempi che viviamo è una solitudine in cui predominano l’individualismo, la competizione e la negazione dell’autenticità. Una solitudine che ha il sapore della chiusura, dell’indifferenza. Delle relazioni liquide e della mancanza d’amore. Radicalmente diversa dalla solitudine sana, che porta a sintonizzarsi con i valori della vita e della compassione, si tratta di una solitudine che non risponde alla nostra vera natura e al bisogno che abbiamo tutti di stare in relazione. La solitudine è condizione fondamentale della vita Nella solitudine incontriamo noi stessi. Le nostre emozioni, i nostri bisogni. Entriamo in contatto con le esigenze che emergono nel flusso continuo della nostra coscienza, con le tensioni e, anche, con le inquietudini della nostra anima. Lo esprimeva in modo chiaro Leopardi: “La solitudine è come una lente d’ingrandimento: se sei solo e stai bene, stai benissimo; se sei solo e stai male, stai malissimo“. Solitudine è silenzio, ascolto. Quella dimensione grazie alla quale siamo in grado di connetterci alle nostre parti più profonde. E’ attraverso questa esperienza che possiamo accedere ad una intimità non solo con noi stessi ma anche con l’altro: la relazione nasce dall’incontro di due solitudini. L’evitamento e la paura di guardarsi dentro Molte persone tendono ad evitare la solitudine poiché la vivono come qualcosa di negativo. Sono alla continua ricerca di compagnia e stimoli con cui riempire il tempo e ogni spazio vuoto. La società in cui viviamo, che dà più valore al fare che al sentire, e all’immagine che all’essere, svaluta l’importanza della solitudine nella sua forza vitale e creatrice. Vi è una paura diffusa di guardarsi dentro. Di mettere a nudo le proprie fragilità, di perdere le difese onnipotenti. Di ritrovarsi smarriti, senza gli appoggi esterni. E, al tempo stesso, di instaurare legami affettivi significativi. La cultura narcisistica in cui siamo immersi, nel trasmettere ideali di invulnerabilità, spinge verso la negazione delle parti autentiche indesiderate. Questo processo di alienazione da sé stessi, tuttavia, non fa che danneggiare la salute nei termini di una perdita di sé che spesso si traduce in vuoto esistenziale con vissuti a volte molto dolorosi di angoscia e frammentazione. L’isolamento La solitudine in alcuni casi può diventare un rifugio, una forma di isolamento. L’altro volto della solitudine narcisistica dei tempi che viviamo. Mentre chi fugge dal contatto con se stesso spesso si aggrappa ad una immagine di grandiosità, chi si ritira in sé evita il contatto con l’altro e tende a precipitare nella svalutazione di se stesso. Alla base vi è generalmente la paura di non essere all’altezza dei propri ideali narcisistici e delle aspettative esterne. La paura di essere rifiutati, traditi, abbandonati. A differenza della solitudine sana che conserva la connessione con il mondo delle relazioni, l’isolamento porta a sentirsi fortemente soli, lontani e persino estranei alle cose e agli altri. La chiusura verso l’ambiente esterno può accompagnarsi, all’estremo, ad uno spegnimento dello slancio vitale e ad una perdita della speranza, come negli stati depressivi. L’esperienza di sé perde la sua continuità, il suo libero fluire, per coagularsi e sgretolarsi. Dalla chiusura narcisistica all’intimità Riscoprire la funzione sana delle solitudine vorrebbe dire riappropriarsi di se stessi, della propria autenticità. Al di fuori di ideali e maschere, di grandiosità e svalutazioni. Riconoscere la realtà del proprio valore e della propria esistenza. Vorrebbe dire poter incontrare e tenere insieme tutte le proprie parti e sperimentare la continuità del sé. Costruire una comunicazione esistenziale fatta della solitudine di chi parla e della solitudine di chi ascolta, nel fluire di una relazione intima dove l’Io e il Tu si guardano, si riconoscono e si aprono insieme alla natura del loro incontro.

La speranza per il futuro

La speranza è l’emozione che si prova quando il futuro viene vissuto come dimensione del possibile in relazione ai propri bisogni e desideri. “Quando noi speriamo, e attendiamo che si realizzi quello che speriamo, noi vediamo l’avvenire muoversi verso di noi: come una stella che, vertiginosa, si avvicini alla terra“. (E. Borgna) La speranza si colloca alla base dell’esperienza esistenziale di ogni persona poichè in essa si radica la percezione del fluire del tempo. Secondo Borgna, a differenza del tempo dell’attesa, che appartiene ad un avvenire immediato, il tempo della speranza ha in sé un avvenire più ampio, lontano. Non legato ad un determinato evento, né ad una immagine definita. Minkowski distingue due tipi di speranza: l’espérance e l’espoir. La prima si apre al divenire in un movimento ininterrotto verso un futuro indeterminato e inafferrabile. La seconda, invece, ha a che fare con la vita quotidiana e ha carattere concreto. Egli sostiene che se si è capaci di sperare nella vita di ogni giorno è solo perchè, nella speranza, c’è sempre un riflesso dell’espérance. Di quello slancio verso il futuro che rende il domani una meta sempre possibile. Quando si spegne la speranza La speranza può spegnersi in presenza di stati emotivi alterati, ansiosi o depressivi. Nell’ansia vi è una accelerazione del tempo che fa sì che il futuro venga vissuto come già realizzato in un presente invaso dalle inquietudini del passato. Si crea un vortice temporale, in cui la dimensione del futuro cessa di essere orizzonte del possibile per attualizzarsi mediante un’anticipazione di eventi, perlopiù negativa e catastrofica, che non è libera ma caratterizzata da una certa ripetizione. Una forma fissa e rigida dettata dagli ideali e dal copione di vita. L’ansia sottrae all’esistenza la sua quotidianità generando talvolta vissuti di smarrimento ed estraneità che, all’estremo, come negli attacchi di panico, possono sfociare in uno stato d’animo di morte imminente. Nella depressione, invece, il tempo rallenta in un presente senza fine in cui dilagano le ombre del passato. Il futuro si oscura fino a scomparire, nelle forme più gravi, ed il vivere può assumere la forma di un lento morire. La speranza, il presente e la vita La speranza è dunque l’emozione che apre al futuro e, più ampiamente, alla vita. Poiché connaturata nella tendenza innata alla crescita e all’autorealizzazione, se il processo vitale si blocca e la continuità dell’esperienza si interrompe, tende ad indebolirsi. A eclissarsi. Quando la persona non può entrare in contatto con il presente della realtà interna ed esterna che vive, l’esistenza si traduce nella ripetizione di un passato che non lascia spazio a nuove possibilità.

Amore: tra ricerca di desiderio e costruzione di stabilità

Un conflitto molto comune in amore è quello tra desiderio e stabilità. Le fiamme da una parte e la casa dall’altra: bruciare o costruire? In realtà, ognuna di queste due esperienze da sola conduce all’insoddisfazione. Il desiderio, che tende a consumare l’oggetto, volge sempre verso un punto di perdita. Attacca il legame, poichè nega tutto ciò che si propone come unico, che minaccia la ricchezza del molteplice. Dal canto suo, la relazione priva di passione, fatta di routine e familiarità, offre la sicurezza e la protezione della casa ma è destinata ad appiattirsi, ad eclissarsi nelle sabbie mobili dell’assenza di erotismo e vitalità. Dunque, finché coltiviamo desiderio senza stabilità o stabilità senza desiderio, tenendo queste due parti di noi separate, non può esserci soluzione, siamo destinati a soffrire. Rinnovare il desiderio nel tempo “Si fa presto a dire “amore”. Ma quel che c’è sotto questa parola lo conosce solo il diavolo”. (U. Galimberti) L’amore è un mistero. Un miracolo che non possiamo pretendere di spiegare. E’ una scintilla che si accende, un fuoco che divampa. Un’incognita che sconvolge la nostra vita emotiva. L’amore è quanto c’è di più prossimo alla follia, secondo Freud, una forza che sfugge alle regole della ragione. Una delle cose più difficili nella vita di coppia è conservare la fiamma dell’amore sempre accesa. Saper rinnovare il desiderio nel tempo. Come quando non ci stanchiamo mai di guardare uno stesso paesaggio perché ci appare diverso ogni volta. Lo spegnimento del desiderio non è un fenomeno naturale. Avviene per la paura di integrare il cambiamento, di vedere il ‘nuovo’ nel ‘vecchio’. Di esporsi a ciò che non è possibile conoscere a priori né controllare. Ci si rifugia nell’illusione di un partner prevedibile che dia quella sensazione di sicurezza che proviene dal familiare. Ci si attacca anche ai difetti dell’altro, pur di non cadere nella fascinazione e nella vulnerabilità dell’amore. Salvo poi la voglia di scappare da una quotidianità priva di entusiasmo ed alienante. La costruzione in amore ai tempi della modernità liquida Quanto è importante costruire in amore? L’amore è, nel suo stesso fondamento, costruzione. Nel Simposio di Platone, la profetessa Diotima di Mantinea, rivolgendosi a Socrate, afferma: “l’amore non è amore del bello, come tu credi (…) ma generazione e procreazione del bello”. Amare corrisponde dunque all’esperienza di voler partecipare al divenire del bello. E’ creare. Un impulso ad espandersi, ad aggiungere qualcosa al mondo che inizia ad esistere in modo nuovo. “E’ la possibilità di assistere alla nascita del mondo”, utilizzando le parole di Badiou. In “Amore liquido” Bauman scrive: “Non è nella brama di cose pronte per l’uso, belle e finite, che l’amore trova il proprio significato, ma nello stimolo a partecipare al divenire di tali cose. L’amore è simile alla trascendenza; non è che un altro nome per definire l’impulso creativo e in quanto tale è carico di rischi, dal momento che nessuno può mai sapere dove andrà a finire tutta la creazione”. Nella nostra cultura consumistica, in cui si ricercano prodotti pronti per l’uso, soluzioni rapide e gratificazioni immediate, anche l’amore viene ricercato, al pari delle altre merci, come un qualcosa che dia risultati in poco tempo, a zero rischi e senza troppa fatica. “Per quanto abbia potuto imparare sull’amore e l’innamoramento, la tua sapienza può giungere solo, come il Messia di Kafka, un giorno dopo il suo arrivo”. (Z. Bauman) Verso una integrazione Come mettere dunque insieme il desiderio di avventura e il bisogno di sicurezza? Come far incontrare questi due bisogni, entrambi così profondamente radicati nella nostra natura, eppure così spesso inconciliabili? La strada, secondo Galimberti, è quella di accogliere il cambiamento che sbilancia la familiarità, che rende imprevedibile e nuovo, quindi rischioso, il tempo. Si tratta di abbandonare gli attaccamenti. Di imparare a riconoscere e accogliere il cambiamento che, di per sè, è un processo sempre continuo. Si tratta di aprirsi senza preclusioni, accettando i rischi di una reale intimità. Di lasciarsi stupire, per poter provare meraviglia. E, al tempo, di saper stare senza appoggi esterni ed integrare la noia, l’esperienza del vuoto. Il vero nemico dell’amore non è il tempo, come solitamente si crede. Il nemico dell’amore è la nostra disattenzione dall’altro. Il nostro assentarci dalla relazione. La nostra incapacità di essere presenti e in contatto con il flusso naturale della realtà che si rinnova momento per momento. “Ancora”: la parola per dire l’amore Come sostiene Recalcati, vi sarebbero due menzogne nel nostro tempo che ci allontanano dall’amore e dalla cura di ciò che abbiamo. La prima è l’ideale narcisistico dell’essere umano che raggiunge libertà e indipendenza senza l’altro. La seconda è credere che la via della salvezza e del desiderio sia in ciò che non si possiede ancora, nella ricerca di un nuovo oggetto. A differenza di Freud, che sostiene l’incompatibilità tra amore e desiderio, Lacan afferma che l’amore è quel mistero che fa convergere e non dissociare la domanda d’amore, che rende l’amato insostituibile, con il godimento del corpo. Non si tratta dunque di una fedeltà come rinuncia, come rassegnazione ad una routine senza vitalità, ma del godimento sessuale che si sposa con il desiderio della persona amata. La domanda d’amore chiede “ancora”, ‘insiste’ sullo stesso oggetto, vuole la sua infinita ripetizione. Non è l’”ancora” nel senso del nuovo dell’ideologia libertina, come la nostra modernità liquida vorrebbe, ma il vecchio che diventa sempre nuovo. L’amore che nel tempo non muore ma si accresce. Che soddisfa insieme il corpo e quell’abbandono all’altro, come esposizione assoluta, che de-isterizza il desiderio e amplia la vita.

Il senso di colpa che condiziona l’esistenza

Il senso di colpa è il sentimento, conscio o inconscio, che nasce dal riconoscersi responsabili di una violazione delle regole o di una mancanza. Se si manifesta in modo coerente con la realtà, il senso di colpa svolge una funzione adattiva ed evolutiva. La consapevolezza di aver compiuto un errore pone le basi per lo sviluppo di un maggiore senso di responsabilità. Rappresenta la capacità della coscienza evoluta di provare disagio per il danno procurato all’altro e tentare di porvi rimedio. In assenza di questa capacità, come accade nel disturbo antisociale di personalità, si possono consolidare pattern di inosservanza e infrazione dei diritti degli altri. Quando sganciato dalla dimensione oggettiva, il senso di colpa si presenta, invece, sottoforma di un vissuto profondo talvolta privo di spiegazioni. All’estremo, può diventare tanto dilagante da pervadere l’esperienza di sé e del proprio essere al mondo. Ci si può sentire sbagliati a prescindere da ciò che si fa o non si fa ma per come si è. E, anche, per il solo fatto di esistere. Il senso di colpa fa parte di diverse patologie e prende ampio spazio nella depressione. Può collocarsi alla base di alcune condotte criminali, in cui si delinque allo scopo inconscio di farsi punire dalla legge, o di condotte vittimistiche e autolesionistiche, in cui il disprezzo per se stessi può portare a ritenersi meritevoli non solo di punizione ma persino di violenza e morte. In assenza di cure il senso di colpa patologico è destinato ad un circolo vizioso senza soluzione, poiché non c’è espiazione o riparazione che possa cancellare la colpa innata che la persona vive, i sentimenti autodenigratori che la accompagnano e il vuoto che lascia dentro di sé.   Senso di colpa e vergogna Il senso di colpa ha in comune con l’emozione della vergogna il rifiuto verso se stessi. Ma, mentre la vergogna tiene la persona bloccata nel conflitto con l’immagine di sé e la porta a temere l’esposizione e a nascondersi, il senso di colpa dirige l’attenzione sul torto arrecato all’altro e sul sentire di meritarne il disprezzo, con le relative conseguenze in termini di perdita di affetto e abbandono. L’origine del senso di colpa patologico In psicoterapia della Gestalt, il senso di colpa rappresenta un ostacolo al processo realizzativo. La persona si ritiene riprorevole per ciò che sente e vuole e per parti di sé che vive come inaccettabili. Il senso di colpa risulta connesso ad un forte doverismo interno e ad un ampio divario tra la percezione che si ha di se stessi e il proprio ideale. Entrambi gli aspetti si costruiscono durante l’infanzia, sulla base di messaggi genitoriali, verbali e non verbali, che svalutano l’espressione autentica della personalità e spingono verso modelli da imitare. Secondo Perls: “Un individuo sano agisce responsabilmente secondo ciò che è, e non secondo ciò cui dovrebbe assomigliare”. All’origine, il senso di colpa si struttura quando il bambino, nell’esprimere le proprie emozioni e i propri bisogni, avverte il pericolo di perdere l’amore dei propri genitori. In alcuni casi, corrisponde ad un ritiro nella difesa onnipotente che offre una rassicurazione, illusoria, di controllo sulla realtà. Sentendosi abbandonato o trascurato, o vedendo mamma e papà litigare, ad esempio, il bambino può convincersi che sia tutta colpa sua. Non di rado, può farsi carico della sofferenza dei propri genitori e sentirsi in colpa se gioisce, se piange o se si allontana da loro. Le ingiunzioni ed il senso di colpa esistenziale Per un sano sviluppo del sé è fondamentale da bambini sentirsi accolti e amati. Visti e riconosciuti nella propria individualità, con tutte le proprie parti. Se, al contrario, si riceve il divieto di essere come si è, in termini analitico-transazionali una ingiunzione del tipo “non essere te stesso”, ci si inizierà a sentire inadeguati e sbagliati e il senso di colpa che ne conseguirà andrà a condizionare la libera espressione di se stessi. Più spesso, ad essere proibita è una specifica esperienza di sé e della vita. Ad esempio, un “non essere intimo” o un “non essere importante” caricheranno di sentimenti di colpa i bisogni di intimità e autorealizzazione con conseguenti blocchi in queste aree. Esiti più gravi sul piano della salute possono insorgere con l’ingiunzione “non esistere”, quando l’ambiente invia messaggi che minano il valore della propria stessa esistenza. Liberarsi dal senso di colpa Il lavoro sul senso di colpa è innanzitutto un lavoro di riconoscimento e accettazione di sé. Di differenziazione dalle proprie figure genitoriali e dai messaggi svalutanti ricevuti. Si tratta di un percorso di ristrutturazione della personalità volto a rimuovere gli ostacoli che impediscono la libera espressione di sé. Liberarsi dal senso di colpa significa lasciare andare i “devi” e i “non” ricevuti, darsi il permesso di essere come si è. Guardare alla propria storia e alle proprie ferite e alla impossibilità di cambiare ciò che è stato, per poterlo salutare dentro di sé. Dare volto e voce alla rabbia che distrugge dall’interno. Incontrare il dolore. Accogliere l’impotenza di fronte ai propri limiti. Rinunciare ad avere un potere su ciò che dipende solo dall’esterno per occuparsi di ciò che invece è in proprio potere: dalla colpa alla responsabilità.

Ghosting: quando l’altro sparisce senza spiegazioni

Oggi, ai tempi della modernità liquida e dei social, il ghosting è un fenomeno sempre più diffuso nelle relazioni interpersonali. Fare ghosting vuol dire sparire nel nulla, per l’appunto, come un fantasma, interrompendo la relazione bruscamente ed eliminando ogni forma di contatto. Senza fornire spiegazioni o anche senza alcun tipo di avvertimento, la persona non risponde più a chiamate e messaggi, blocca l’altro sui social. Nella moderna società liquida, in cui mancano punti di riferimento e basi affettive solide, tutto tende a dissolversi in fretta. Le relazioni evaporano facilmente. I nostri sono i tempi dell’assenza di impegno e responsabilità. I tempi dei social, in cui è semplice dileguarsi: basta un click e la finestra sulla relazione si chiude. Siamo immersi in una cultura narcisistica che, nel tentativo di negare la dipendenza, intesa come bisogno naturale dell’altro, ha sostituito il calore e la pienezza dell’incontro di sguardi e corpi con la fredda e vuota comunicazione virtuale, di tastiere e display. Dipendere da un device appare più gestibile ed economico del costruire e preservare rapporti umani. Il ghosting è innanzitutto una forma di evitamento Chi fa ghosting si sottrae alla relazione e al confronto. Evade la responsabilità della chiusura del rapporto e, ancor prima, di ciò che sente e vuole. Nella maggior parte dei casi, ha una scarsa se non assente consapevolezza dei propri stati emotivi e dei propri comportamenti. Invece di entrare in contatto con il mondo interno ed esterno, ricorre ad un acting-out. Agisce le proprie emozioni e i propri conflitti. Alla base vi è una svalutazione della capacità dell’altro di sostenere la comunicazione della fine del rapporto – resa tanto più forte dal credersi indispensabili – e una svalutazione degli effetti del ghosting in termini di impatto emotivo su chi lo riceve. Ghosting e funzionamento narcisistico Il ghosting è un meccanismo narcisistico, ma non per questo adottato esclusivamente dalle personalità narcisiste. Un essere incentrati esclusivamente su se stessi, avendo come scopo quello di tutelare la propria immagine, di persona indipendente e buona, ad esempio, ed evitare tutto ciò che potrebbe metterla in discussione. Si decide, così, di annullare la relazione in un solo colpo magico, come se non fosse mai esistita. Nel narcisismo patologico, questi aspetti assumono una forma estrema nell’esclusione dell’altro e nella negazione dei propri bisogni affettivi. L’altro non può essere visto, poiché vederlo porterebbe allo scoperto la propria dipendenza e farebbe crollare le difese onnipotenti. Il ghosting come comportamento passivo-aggressivo Il ghosting può nascondere un atto aggressivo o vendicativo e rappresentare un modo per agire la rabbia repressa. Non di rado, si fa portavoce di un trauma vissuto, di un abbandono antico: “faccio a te ciò che è stato fatto a me”. Gli effetti del ghosting Se sparire di fatto interrompe il rapporto tra due persone, è anche vero che, al tempo stesso, intensifica il legame. La persona che lo riceve non è immediatamente consapevole di ciò che sta accadendo, per cui resta un tempo in attesa di spiegazioni, rimuginando. Cercando di interpretare il silenzio. Man mano che passano i giorni, tendono ad insorgere sentimenti di colpa e rabbia, con risvolti anche importanti sul piano della salute, cui si alterna la speranza del ritorno, che a volte può durare anche a lungo. La rabbia, non potendosi rivolgere verso chi la si prova, tende ad accumularsi e a retroflettersi mediante pensieri e atti autodistruttivi. Chi subisce la sparizione avverte una profonda ferita caratterizzata da abbandono, svalutazione, esclusione. Il ghosting è un vero e proprio abuso emotivo, capace di produrre conseguenze molto dolorose. Varianti del ghosting Talvolta può accadere che la persona scelga una posizione meno drastica del ghosting. Ad esempio, quella dello zombieing, ritornando all’improvviso, anche dopo molti mesi di assenza, magari con un messaggio gentile. Oppure, può scegliere una manipolazione più sottile, detta orbiting, basata sul girare intorno all’altro per tenerlo agganciato a sé. Scomparendo e riapparendo nella comunicazione online. Mettendo like ai post, visualizzando le storie, nonostante la relazione si sia interrotta. Queste forme manipolative, più articolate del ghosting, alimentano in misura anche maggiore confusione e dipendenza in chi le riceve. Poiché, quest’ultimo, nel tentativo vano di decifrare l’ambivalenza dei comportamenti dell’altro, resta bloccato nella inconciliabilità tra evidenze contrarie. E’ rifiutato ma al tempo stesso riceve attenzioni, prova dolore e rabbia ma al tempo stesso speranza. Cerca di capire di quale realtà fidarsi, come leggere gli eventi senza commettere errori di giudizio. In questo modo, si assume una responsabilità che non gli appartiene, quella del conflitto dell’altro, sottraendosi alla propria. Alla responsabilità di riconoscere che, con le proprie parti dipendenti, sta partecipando ad un gioco psicologico e che l’unica via per uscirne è abbandonarlo. Elaborare il dolore dell’esperienza vissuta e della perdita.

Lasciar andare il passato

Lasciar andare ciò che si è perduto fa parte della crescita ed è indispensabile per la propria salute e realizzazione. Ogni psicoterapia comprende un lavoro di separazione dal passato. In generale, un lasciar andare modi di pensare, sentire e agire non più adatti a rispondere ai bisogni del presente. Più nello specifico, un processo di elaborazione di esperienze significative non risolte. Un separarsi da qualcosa che è stato e che non è più. Lasciar andare vuol dire crescere. Abbandonare gli attaccamenti per stare in contatto con il momento presente. Ovvero, riconoscere e accogliere la realtà, poiché non esiste alcuna realtà al di fuori di ciò che stiamo vivendo ora. Può far paura, può essere vissuto come qualcosa di intollerabile. Persino quando il passato è stato insoddisfacente o traumatico. Si tratta di affrontare il dolore della perdita, di dire addio a ciò che è perduto per sempre o, anche, di “rinunciare alla speranza di un passato migliore”, usando le parole di Yalom. Il passato rassicura, perché lo conosciamo. Ci è familiare e tutto ciò che è familiare dà un senso di (illusoria) protezione. La trappola dei ricordi I ricordi possono oscurare il presente ed intrappolare l’esistenza nella ripetizione di qualcosa che è tenuto in vita nonostante non esista più. Il rifugio nel passato assume forme estreme nella passività e nella depressione. Il tempo arriva ad essere percepito come una interminabile e stagnante esperienza, svuotata di vitalità e speranza per il futuro. Quando il passato non viene storicizzato, la persona vive in una realtà falsamente presente. Spesso pensa, sente, fantastica, agisce nel tentativo di recuperare il passato. Si illude di avere un controllo e un potere su quanto non può essere modificato. Altre volte, invece, “semplicemente” vive – e rivive – il suo passato come un paradiso perduto o un tragico destino. Come recitano alcuni versi di Emily Dickinson: “E’ una curiosa creatura il passato Ed a guardarlo in viso Si può approdare all’estasi O alla disperazione”. La malinconia e il senso di mancanza Vivere nei ricordi è vivere nella malinconia. Nella mancanza. Ci si sente frustrati, sofferenti, poiché si desidera qualcosa che non si può avere. Alcuni caratteri sono inclini alla malinconia. Tendono a ricercarla, a ricercare e amplificare questo senso di carenza, che diventa una costante. E’ un modo di manipolare l’altro, mostrandosi richiedenti e bisognosi, per restare dipendenti. Un desiderare senza poter godere né raggiungere gratificazione che può portare a forme di vittimismo masochistico. “La malinconia non è una tristezza qualsiasi, è la felicità d’essere tristi”, affermava Victor Hugo. Non si tratta di un essere tristi specifico ma di un atteggiamento esistenziale che, non legandosi a nessun evento in particolare, appare insanabile. Assume il volto inconsolabile di chi desidera la propria felicità tanto quanto la ricaccia. Vivere nel passato come blocco del processo evolutivo Chi vive nel passato sta evitando di affrontare il presente, di vivere pienamente. Non vuole lasciare andare i vantaggi della posizione dipendente e vittimistica. Non è disposto a ritirare la richiesta di accudimento e l’accusa che rivolge all’esterno, per assumersi la responsabilità di se stesso, di ciò che è in suo potere cambiare. E’ bloccato nel proprio processo evolutivo e realizzativo. Da un lato la perdita, che riguarda il lasciar andare il familiare, ciò che rassicura, dall’altro lato la paura di confrontarsi con quanto teme, di aprirsi al nuovo ed affrontare i rischi che la vita e la crescita comportano.

L’odio: riconoscerlo dentro di noi

L’odio ci appartiene tutti. Riconoscerlo è fondamentale per la responsabilità che abbiamo verso noi stessi, gli altri e la vita. La parola odio indica uno stato emotivo di grave e persistente avversione verso qualcosa o qualcuno. Un sentimento opposto all’amore, caratterizzato dal desiderare il male o la rovina di un oggetto, che può anche essere il proprio sé o la vita propria o altrui. Come l’amore, l’odio può rendere dipendenti, incatenare all’oggetto e portare a pensarlo costantemente. Nei casi estremi, può persino dare senso all’esistenza. Ma mentre l’amore nutre e apre alla vita, l’odio corrode. Trasfigura l’esperienza umana, porta alla morte e alla distruzione. La teoria della struttura triangolare dell’odio Secondo Sternberg, l’odio non corrisponde ad una sola emozione ma al punto di intersezione di molteplici elementi. La teoria della struttura triangolare descrive l’odio e le sue forme in base a tre aspetti, presenti anche nell’amore: impegno, intimità (nei termini di una negazione della stessa) e passione. In base alla caratteristica “impegno”, si attiva un meccanismo di svalutazione che porta a sentimenti di superiorità e disprezzo: l’altro viene considerato inferiore. E’ ciò che Sternberg definisce “odio gelido”. La negazione dell’intimità si esprime nel tenere a distanza l’oggetto percepito come negativo. Su questo aspetto si sviluppa l’“odio freddo”, caratterizzato da pregiudizi e sentimenti di disgusto verso l’altro in quanto diverso da sé. L’odio come passione, invece, si riempie di rabbia e diventa “odio caldo”: aggredisce. Sfocia in violenza. Oppure, mosso dalla paura, porta a fuggire dagli altri ritenuti dannosi. Queste prime tre forme di odio, combinandosi tra loro, danno origine ad altre forme di odio. Ad esempio, alla forma silente e nascosta dell’“odio sobbolente”, tipica degli omicidi spietati e premeditati eseguiti ad opera di persone insospettabili. Fino alla forma dell’”odio bruciante”, che spinge ad annientare il nemico e ad utilizzare ogni mezzo per eliminarlo definitivamente. L’odio può creare comunità. La storia umana è piena di coalizioni basate proprio sull’odio condiviso, da cui sono scaturite guerre, violenze e barbarie di ogni genere. Odio, invidia e narcisismo Citando Lacan: “l’odio è una passione lucida che colpisce al cuore il nemico, è una pianificazione di annientamento”. Più che per ciò che dice o fa, l’altro è odiato per com’è. Per il colore della pelle, perché è donna, perché è omosessuale. L’odio ha alla sua base il meccanismo della proiezione. Sull’altro viene trasferito il lato più oscuro e inaccettabile del proprio essere. Oppure, l’immagine idealizzata, e per questo irraggiungibile, di se stessi. L’odio nasconde dunque parti proprie rifiutate ed escluse. Nasce dall’impossibilità di elaborare le proprie ferite narcisistiche, le proprie perdite, i propri lutti. Ne “Il gesto di Caino”, Recalcati descrive l’odio di Caino per Abele nella sua matrice invidiosa e narcisistica. Caino non sopporta che Dio abbia rifiutato i suoi doni e scelto quelli di Abele, né sopporta la vita di Abele, più viva della sua. Caino uccide il fratello perché non accetta di perdere il privilegio e l’illusione onnipotente di essere l’unico. Come Edipo, vuole essere l’unico uomo per sua madre. Rifiuta l’altro, l’alterità: vuole essere l’unico figlio al mondo. E, come Narciso, resta prigioniero nell’adorazione del proprio Io, non vuole rinunciare all’immagine grandiosa di sé. La vicenda di Caino mostra come questi conflitti interni, che avvelenano e accecano, se non riconosciuti ed elaborati, portano ad agire disperatamente. Conflitti che non sono una regressione all’istinto animale, come la credenza comune vuole, ma che appartengono esclusivamente agli esseri umani. Nel mondo animale, infatti, non esiste il crimine. La violenza è dettata da necessità naturali dell’organismo, di difesa e attacco. La violenza umana è invece dominata dalla tendenza a voler eliminare l’alterità dell’altro che, nella sua stessa esistenza, minaccia quello stato originario di onnipotenza e grandiosità che non si vuol perdere. E che arriva ad avere più valore della vita stessa. Il seme dell’odio Esiste un Caino in ognuno di noi. Ma se è facile rintracciarlo nelle guerre e nelle manifestazioni feroci della violenza, può essere difficile accettare come sia prossimo a noi, nella nostra cultura, nella nostra quotidianità, nelle nostre relazioni, e, persino, dentro noi stessi. Il seme dell’odio si diffonde ogni giorno. Nel rifiuto dell’altro, con le sue caratteristiche e la sua individualità. Attraverso modi di pensare, sentire e agire in apparenza poco rilevanti ma su cui si innestano le più grandi atrocità umane. A livello conscio, i valori dell’uguaglianza ispirano la maggior parte delle persone. Eppure, intolleranza e discriminazione sono fenomeni sempre in espansione, con modalità spesso subdole e alcune volte sconosciute anche a chi appartengono. Manca consapevolezza e, ancor di più, l’assunzione di una responsabilità individuale e sociale. “Sono forse io il custode di mio fratello?”, risponde Caino, dopo il suo gesto fratricida. Si tratta di una responsabilità che abbiamo sempre. Quando ci chiudiamo nell’invidia dell’altro, anziché aprirci alla nostra vita. Quando alimentiamo pregiudizi, rifiutiamo gli altri per come sono, proviamo desiderio di possesso o di vendetta e quando agiamo questi sentimenti. Ma non solo. Siamo responsabili anche nella connivenza. Tutte le volte che non prestiamo alcun aiuto, che non diamo il nostro contributo per contrastare la cultura dell’odio e sviluppare una umanità migliore. Riconoscere l’odio Riconoscere l’odio è il primo passo fondamentale per comprendere gli aspetti cognitivi ed emotivi che lo costituiscono ed attivare le risorse necessarie per superarli, perché non si tramutino in azione. Pregiudizi basati su convinzioni radicate, difese antiche erette allo scopo di evitare il crollo derivante dalla perdita dell’onnipotenza che il confronto con l’altro implica. L’odio come fallimento dei processi che portano a superare la ferita narcisistica e l’invidia. Riconoscere l’odio ci consente di guardare cosa stiamo rifiutando di noi stessi, dell’altro e della realtà. Di riappropriarci degli aspetti alienati del nostro essere. E così di accogliere l’alterità come ricchezza, come evoluzione. Di accogliere il nemico che vive in noi, lo straniero che abita la nostra casa, e sviluppare un senso di appartenenza e di comunità che dia valore al confronto e alla condivisione. Ci consente di amare. Bambina mia,per te avrei dato tutti i giardinidel mio regno se fossi stata regina,fino all’ultima rosa, fino