Quando la coppia devia: la digressione come risorsa relazionale

Quante volte ci capita di osservare coppie che, apparentemente, “si perdono” in chiacchiere inutili, discussioni laterali o interessi divergenti? In realtà, queste digressioni non sono deviazioni prive di senso: sono forme di comunicazione silenziosa. La coppia, quando il copione abituale diventa stretto o saturo, spesso parla d’altro per proteggere il legame, per prendersi una pausa dall’attesa o dall’obbligo di rispondere a schemi troppo rigidi.La digressione può, dunque, avere molte forme: il silenzio, il racconto di aneddoti apparentemente insignificanti, piccoli sintomi individuali o spostamenti di attenzione. Tutto questo non è casuale: funziona come un messaggio indiretto del sistema, che dice “abbiamo bisogno di spazio per restare insieme”. Riconoscere questo linguaggio significa iniziare a vedere la coppia come un organismo vivo, capace di muoversi in direzioni diverse senza perdersi. La digressione come linguaggio del legame In queste pause si possono cogliere desideri inespressi, tensioni sottili, paure di perdita di sé o dell’altro. La digressione diventa così uno spazio privilegiato per osservare il legame nella sua complessità e per comprendere quali risorse, quali equilibri sottili, stanno proteggendo la coppia. Non si tratta di abbandonare la traiettoria terapeutica, ma di sostenere una forma di intimità più autentica e meno rigidamente predeterminata.Il lavoro clinico non consiste nel cancellare la digressione, ma nel renderla pensabile, trasformandola gradualmente da movimento implicito a possibilità condivisa di significazione. È spesso in questo contesto che la coppia può iniziare a immaginare forme nuove di stare insieme, meno vincolate a definizioni identitarie rigide o a aspettative normative.Nella clinica di coppia la digressione è un fenomeno frequente e spesso sottovalutato. Se osservata da una logica lineare, appare come una resistenza, una fuga o una perdita di tempo. Da una prospettiva sistemica, invece, essa può essere letta come una forma di comunicazione complessa, un messaggio che non passa dal contenuto ma dalla struttura della relazione. In termini batesoniani, la digressione non riguarda ciò di cui la coppia parla, ma ciò che sta accadendo nel sistema mentre parla d’altro. Tale fenomeno diventa così una strategia autoregolativa, in altre parole, non si manifesta come un errore comunicativo, quanto piuttosto come un metodo indiretto con cui il sistema cerca di rimanere vitale e coeso. Abitare la digressione: una posizione clinica possibile Il rischio più comune, in seduta, è tentare di ricondurre subito la coppia al “tema centrale”: la nostra cultura clinica valorizza spesso la linearità e l’efficienza. Ma riportare troppo presto sul percorso rischia di soffocare la vitalità del sistema. “Abitare” la digressione significa sospendere il giudizio, accogliere il movimento, osservare senza forzare. Conclusioni La digressione, lungi dall’essere un errore di percorso, può essere letta come un atto di intelligenza relazionale del sistema coppia. Quando la coppia devia, non sempre sta evitando il focus: talvolta sta cercando un centro più abitabile, capace di sostenere la complessità del legame. Riconoscere questo movimento significa assumere una posizione clinica che privilegia il processo, la relazione e la vita del sistema, più che la coerenza del contenuto.

Malattie rare, non solo diagnosi: a Sorrento, con il convegno RareMenti, la sfida dell’accesso equo alle cure passa anche dalla psicoterapia.

di Nàima Tomaselli Il 28 febbraio 2026, in occasione del Rare Disease Day, Sorrento ospiterà, presso il Teatro Comunale Tasso, la seconda edizione di RareMenti – RDD2026, il convegno nazionale dedicato alle malattie genetiche rare e alla presa in carico bio-psico-sociale, promosso dall’associazione Thélema – Psicoterapia e Riabilitazione APS.  In Italia le persone che convivono con una malattia rara sono oltre 2 milioni, con circa 20.000 nuove diagnosi ogni anno: numeri che raccontano una realtà frammentata, segnata da ritardi diagnostici, disuguaglianze territoriali e difficoltà nell’accesso tempestivo alle terapie. Il tema internazionale del Rare Disease Day 2026, promosso da EURORDIS e UNIAMO, richiama con forza la necessità di un accesso equo, tempestivo e omogeneo alle cure farmacologiche e non farmacologiche. RareMenti declina questa sfida mettendo in dialogo clinici, genetisti, psicoterapeuti, rappresentanti istituzionali e associazioni di pazienti, con l’obiettivo di superare una visione esclusivamente sanitaria e affermare un modello integrato che tenga insieme diagnosi, qualità della vita, diritti e salute mentale. La direzione scientifica è affidata alla Dott.ssa Antonella Esposito, presidente di Thélema, che sottolinea il valore umano e culturale dell’iniziativa: «La Giornata Mondiale delle Malattie Rare, istituita da EURORDIS nel 2007, accompagna il mio percorso umano e professionale dal 2008, anche attraverso il mio impegno al fianco di UNIAMO, la Federazione Italiana Malattie Rare, che coordina nel nostro Paese le iniziative su tutto il territorio nazionale, rendendo il mese di febbraio un mese dedicato alla consapevolezza, alla responsabilità e alla partecipazione. In questi anni ho incontrato persone e famiglie che mi hanno insegnato come una malattia rara non riguardi solo la dimensione clinica, ma attraversi l’identità, le relazioni e il progetto di vita. RareMenti nasce da questo ascolto e dal desiderio di creare uno spazio in cui scienza, psicoterapia e comunità possano dialogare, affinché ogni persona possa sentirsi riconosciuta e sostenuta. Portare RareMenti per la seconda volta a Sorrento ha per me un significato particolarmente profondo. La Penisola Sorrentina sta rispondendo con una sensibilità autentica e uno straordinario spirito di solidarietà, dimostrando come un territorio possa diventare parte attiva di un cambiamento culturale fondato sull’accoglienza e sulla responsabilità condivisa. RareMenti è un luogo di incontro e di connessione, ma soprattutto un’occasione per affermare un principio essenziale: ogni persona con una malattia rara ha il diritto di essere sostenuta con competenza, dignità e continuità, attraverso cure appropriate, servizi accessibili e una società capace di prendersene cura senza lasciare indietro nessuno». Accanto ai temi clinici e organizzativi, ampio spazio sarà dedicato alla psicoterapia e alla salute mentale, con un focus sulla comunicazione della diagnosi, sul sostegno alle famiglie e sulla continuità della presa in carico lungo tutto l’arco di vita, perché la rarità non è solo una questione genetica, è una condizione che incide sull’identità, sulle relazioni e sulle prospettive future. Proprio da qui passa la vera sfida culturale, prima ancora che sanitaria.

SANREMO: un fenomeno psicologico collettivo

Ogni anno il Festival di Sanremo riesce in qualcosa di straordinario: fermare il Paese. Per una settimana, milioni di persone guardano le stesse esibizioni, commentano gli stessi momenti, discutono delle stesse polemiche. Ma cosa rende questo evento così potente dal punto di vista psicologico? Sanremo non è solo una gara canora, è un rito collettivo. E i riti, in psicologia sociale, hanno una funzione fondamentale: creano coesione, rafforzano l’identità e danno forma a una narrazione condivisa. Anche chi dice di “non guardarlo” finisce spesso per intercettarne frammenti, meme, discussioni. È quasi impossibile restarne completamente fuori, perché Sanremo non è solo un programma televisivo: è un’esperienza culturale sincronizzata. Sapere che milioni di persone stanno vivendo lo stesso momento nello stesso istante produce un senso di appartenenza. Si crea una comunità simbolica, un “noi” temporaneo che commenta, applaude, critica e si emoziona insieme. A livello individuale, il coinvolgimento passa spesso attraverso l’identificazione. Scegliamo un artista, una canzone, una “parte”. Le nostre preferenze diventano parte della nostra identità. In questo processo entrano in gioco diversi meccanismi cognitivi. L’effetto di mera esposizione ci porta a gradire di più ciò che vediamo e ascoltiamo ripetutamente. Dopo cinque serate, interviste, backstage e clip sui social, anche la canzone che inizialmente ci sembrava anonima può diventare familiare e quindi più piacevole. La familiarità genera una sensazione di vicinanza, quasi di relazione. I social network amplificano tutto. Il bias di conferma ci spinge a cercare contenuti che rafforzino la nostra opinione iniziale, mentre il bandwagon effect ci rende più inclini ad apprezzare ciò che percepiamo come già popolare. Se un artista diventa virale, cresce la probabilità che venga percepito come “oggettivamente” valido. In realtà, stiamo semplicemente assistendo a dinamiche di influenza sociale. Negli ultimi anni, poi, l’esperienza psicologica di Sanremo si è trasformata grazie al Fantasanremo. Con questo gioco parallelo, lo spettatore non è più soltanto osservatore: diventa giocatore. Sceglie la propria squadra, studia strategie, spera nei bonus e teme i malus. Anche eventi imprevedibili, come un outfit eccentrico, una gag sul palco, un gesto spontaneo, possono tradursi in punti. Dal punto di vista psicologico, il Fantasanremo introduce un elemento chiave: l’illusione di controllo. Pur non potendo influenzare realmente ciò che accade sul palco, il partecipante sperimenta una sensazione di partecipazione attiva. Inoltre, il sistema di punteggi legato a eventi spesso imprevedibili attiva un meccanismo di rinforzo intermittente: non sappiamo quando arriverà il “colpo di scena” che farà guadagnare punti, e proprio questa incertezza aumenta l’eccitazione e il coinvolgimento. La competizione tra amici aggiunge un ulteriore livello emotivo. Non si tratta più solo di “mi piace questa canzone”, ma di “spero che il mio artista faccia qualcosa che mi faccia vincere”. Forse il segreto della longevità del Festival di Sanremo sta proprio qui: nella sua capacità di adattarsi, di integrare nuovi linguaggi come il Fantasanremo, e di trasformare uno spettacolo televisivo in un’esperienza psicologica collettiva, partecipata e continuamente rinegoziata. Sanremo non è solo qualcosa che guardiamo. È qualcosa che, per una settimana, viviamo insieme.

News Fatigue: quando anche il cervello dice “basta così”

Apri il telefono “solo un attimo”. Vuoi dare un’occhiata veloce alle notizie. Due minuti, massimo cinque. Poi chiudi. Solo che non succede quasi mai così. Dopo qualche scroll ti senti già più teso. Magari un po’ irritato. Forse perfino svuotato. Non è successo nulla nella tua vita personale, eppure il corpo è contratto, la mente è affollata, l’umore è sceso di qualche gradino. Se ti riconosci in questa scena, potresti aver sperimentato la news fatigue: una forma di affaticamento psicologico legato al consumo continuo di notizie, diffusasi a partire dall’era del Covid. Viviamo immersi in un flusso informativo che non si interrompe mai. Notifiche, aggiornamenti in tempo reale, titoli allarmanti, commenti sui social, analisi, contro-analisi. Non esiste più il “momento del telegiornale”. L’informazione è permanente. Sempre disponibile. Sempre urgente. Il nostro cervello, però, non è progettato per restare in uno stato di allerta costante. Dal punto di vista evolutivo siamo programmati per dare priorità alle minacce. È un meccanismo di sopravvivenza: meglio accorgersi di un pericolo che ignorarlo. Ecco perché le notizie negative catturano più attenzione. Restano più impresse. Ci attivano di più. È il cosiddetto negativity bias. Il problema è che oggi le “minacce” non sono eventi occasionali. Sono contenuti mediatici ripetuti, amplificati, commentati, rilanciati. Ogni notizia drammatica attiva il nostro sistema di allerta. Un po’ di attivazione è normale. Ma quando l’attivazione è continua, il sistema si affatica. È come vivere con un allarme che suona in sottofondo tutto il giorno. A un certo punto non è più informazione: è sovraccarico! Molte persone iniziano allora a evitare volontariamente le notizie. E spesso si giudicano per questo. “Sto diventando superficiale.” “Dovrei essere più informato.” “Non mi importa più di nulla.”In realtà, molto spesso non si tratta di disinteresse. Si tratta di autoregolazione.Quando percepiamo che le informazioni sono troppe, ripetitive e soprattutto fuori dal nostro controllo, il nostro sistema psicologico cerca di proteggersi. Se non posso fare nulla rispetto a ciò che sto leggendo, continuare a espormi aumenta solo il senso di impotenza. L’evitamento, in questi casi, diventa una strategia per ridurre l’attivazione. La news fatigue non nasce dall’indifferenza. Nasce dall’eccesso di coinvolgimento senza possibilità di azione. È una forma di stanchezza emotiva che può manifestarsi con irritabilità, cinismo, senso di vuoto, difficoltà di concentrazione. Oppure con quella frase che sento spesso in studio: “È sempre tutto terribile.” Il punto centrale è proprio questo: il cervello tollera meglio lo stress quando possiamo agire. Quando possiamo solo assistere, l’energia mobilitata dalla minaccia non trova uno sbocco. E si trasforma in fatica. Questo non significa che dobbiamo smettere di informarci. Significa che forse abbiamo bisogno di una nuova forma di igiene mentale: un’igiene informativa. Scegliere quando informarsi invece di reagire a ogni notifica. Limitare il numero di fonti. Chiederci: “Posso fare qualcosa rispetto a questa informazione?” Se la risposta è sì, l’azione riduce l’impotenza. Se la risposta è no, forse possiamo concederci di non restare esposti per ore.Da una professionista attivamente impegnata nel sociale, ne sono convinta: mettere confini non è disimpegno civile. È preservare la propria capacità di restare lucidi, presenti, emotivamente disponibili. Perché quando siamo sopraffatti, non siamo più né consapevoli né efficaci. In un mondo che urla continuamente “urgente!”, forse la competenza emotiva più importante è scegliere quando ascoltare e quando spegnere. Se ogni tanto senti il bisogno di chiudere le app, respirare e tornare al tuo spazio personale, non stai scappando dalla realtà. Stai prendendoti cura del tuo sistema nervoso.E prendersene cura, oggi, è un atto profondamente consapevole. Bibliografia Soroka, S., Fournier, P., & Nir, L. (2019). Cross-national evidence of a negativity bias in psychophysiological reactions to news. PNAS, 116(38), 18888–18892. Ytre-Arne, B., & Moe, H. (2021). Doomscrolling, news avoidance and the emotional experience of news during the COVID-19 pandemic. Journalism Studies. de Bruin, K., de Haan, Y., Vliegenthart, R., Kruikemeier, S., & Boukes, M. (2021). News avoidance during the COVID-19 crisis: Understanding information overload. Digital Journalism.

La modernità liquida della società odierna

modernità

Gli ultimi sviluppi degli studi di sociologia parlano di modernità liquida. Il sociologo Bauman ha introdotto questo termine per descrivere il tipo di società che si é strutturato nel l corso degli ultimi decenni. Il concetto di modernitá implica l’adattamento alle nuove tecnologie che definiscono forme e strutture delle relazioni con cose e persone. L’aggettivo liquido fa, invece, riferimento alla caratteristica propria dei liquidi di essere plasmabili, volubili e poco stabili. L’attuale contesto sociale che ci circonda é quindi permeato sí, da modernità , mz anche di continue incertezze e precarietà. Fino al secolo scorso, la famiglia, la scuola, il lavoro e le relazioni erano basate su legami solidi e duraturi. Tutte le istituzioni tradizionali, fungevano da pilastro, da orientamento e riferimento per ke generazioni successive. L’aspetto evidente della societá attuale é quello che Bauman definisce liquiditá. Questa forma di adattamento continuo ai contesti e alle relazioni, rende tutto precario e transitorio. Ecco che la famiglia non si basa più sulla caratteristica dell’indissolubilitá. Le relazioni affettive si stabiliscono sull’oggi, su legami deboli dove ognuno ha la paura dell’impegno sul lungo termine. La dedizione e l’accudimento dell’altro non sono più valori da coltivare. Al contrario, l’altro esiste solo nella misura del soddisfacimento dei propri bisogni di relazione e appartenenza. Quindi, così come in famiglia, primo contesto sociale di riferimento, ognuno diventa un’isola, anche gli altri ambienti assumono le stesse caratteristiche. Il lavoro richiede sempre maggiore flessibilità e si trasforma in precarietà, chiedendo a ciascuno di essere sempre più multitasking. Inoltre, l’ostentazione mediatica della propria vita ci collega a molte più persone e realtà, illudendoci della solidità dei nostri legami. L’adattamento continuo resta comunque una delle strategie per l’inserimento nei vari contesti, ma diventa importante la stabilizzazione di esso per la strutturazione personale.

Olimpiadi: dentro la mente degli atleti

Le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 non sono solo una competizione di élite. Esse sono un grande teatro delle emozioni umane, un evento che mette in scena le dinamiche psicologiche universali, dalla gestione dell’ansia alla resilienza, dalla costruzione dell’identità personale alla coesione sociale. Ogni atleta olimpico porta con sé non solo anni di allenamento fisico, ma anche un intenso lavoro psicologico che riguarda la gestione dell’ansia e della pressione. Dietro a tutti i risultati ci sono strategie di gestione dello stress, capacità di concentrazione e mentalità da “qui e ora”. La prestazione diventa così un laboratorio di psicologia pratica. L’atleta non combatte solo contro gli avversari, ma contro le proprie insicurezze, dubbi e paure di fallire. La capacità di tenere alta la concentrazione in un contesto così carico di aspettative è, in sé, una forma di allenamento mentale. Le Olimpiadi sono un evento che costruisce narrazioni collettive. Nel cuore di ogni tifoso, l’Italia non è solo un paese sul medagliere ma un simbolo di appartenenza. Gli ori e le emozioni condivise rinsaldano legami sociali e identitari. Quando l’Italia vince un oro non si tratta solo di sport: si tratta di un’esperienza condivisa di orgoglio e presenza emotiva nella comunità. Allo stesso tempo, lo sport può portare a sentimenti ambivalenti: delusione per risultati mancati, stress per aspettative troppo alte, o ansia da prestazione. In quest’ottica, gli eventi olimpici diventano un “esercizio sociale” di equilibrio emotivo collettivo. Le Olimpiadi coinvolgono milioni di spettatori in tutto il mondo – un’esperienza che favorisce una sorta di “identificazione vicaria”. Anche senza partecipare fisicamente, ci sentiamo parte della storia quando seguimo un evento, tifiamo per un atleta o celebriamo un record. Questo fenomeno ci ricorda quanto la psicologia di massa e le emozioni condivise siano elementi chiave nella costruzione del senso di comunità, spesso più potenti di discorsi politici o narrativi quotidiani. Infine, Milano-Cortina 2026 ci invita a riflettere sul significato profondo degli eventi sportivi nella società contemporanea: sono un’occasione per celebrare valori come l’impegno, la cooperazione, l’accettazione delle diversità e la capacità di superare barriere individuali e collettive. Non è solo competizione: è una narrativa psicologica globale, che intreccia storie individuali e collettive, emozioni intense e significati profondi.

Ogni anno alla stessa ora: il corpo che ricorda, la mente che rimuove

Ci sono date che tornano a bussare. A volte non ce ne accorgiamo subito: un’inquietudine sottile, un malessere che non trova “cause”, un sogno ricorrente, un evento che arriva “sempre nello stesso periodo dell’anno”. È come se qualcosa intorno a noi ricordasse. Nella prospettiva sistemico-relazionale, questi segnali non vengono letti come coincidenze o fragilità individuali, ma come possibili tracce di una memoria più ampia, che attraversa le generazioni. Nel lavoro clinico, la sindrome dell’anniversario ci invita a spostare lo sguardo dal tempo cronologico al tempo relazionale. Il calendario, in questo senso, non è solo una sequenza di giorni ma una trama simbolica: ogni data può diventare un nodo in cui il passato torna a farsi presente. Il corpo e la mente sembrano ricordare ciò che la coscienza, spesso, ha cercato di dimenticare. Quando un lutto, un trauma o un evento familiare rimane non elaborato, il sistema tende a mantenerne viva la traccia — come se attraverso la ripetizione di sintomi, incidenti o coincidenze, il non-detto trovasse una via per essere riconosciuto. Si tratta di quella che, nel linguaggio sistemico, potremmo chiamare una lealtà invisibile (Minuchin): una forma di fedeltà a ciò che è rimasto sospeso, che cerca attraverso la ripetizione un modo per essere simbolizzato. Rendere visibile l’invisibile Il lavoro terapeutico, in questi casi, consiste spesso nel ricostruire la linea temporale personale e familiare, individuando le date, i legami e i significati impliciti che si attivano. Quando la connessione tra presente e passato diventa consapevole, si apre uno spazio di libertà: ciò che prima veniva agito può finalmente essere pensato, detto, ritualizzato. Come scriveva Schützenberger, “siamo a volte fedeli a storie che non conosciamo”. Dare parola a queste storie, riconoscere la loro presenza nel nostro calendario interiore, significa riconnettere il tempo alla vita. Dal ricordo alla continuità Riconoscere una sindrome dell’anniversario non significa patologizzare la memoria, ma legittimare il bisogno umano di continuità e di significato. Ogni ricorrenza può diventare, allora, occasione di integrazione: un punto di passaggio in cui ciò che è stato può essere riconosciuto e restituito alla propria storia. Quando il tempo smette di ripetere e torna a fluire, il passato può finalmente appartenere al passato e il presente tornare ad aprirsi al futuro.

Transizioni di vita: il “liminale” tra un prima e un dopo

Introduzione Ci sono momenti in cui la vita ci sorprende con un cambiamento. Alcune volte lo scegliamo: un nuovo lavoro, una relazione che inizia, una città in cui trasferirsi. Altre volte ci piove addosso: una perdita, una rottura, una malattia. In ogni caso, ciò che accomuna tutte le transizioni di vita è la sensazione di trovarsi “tra due mondi”: quello che non c’è più e quello che ancora non si vede. Uno spazio sospeso, che può far paura ma che, allo stesso tempo, racchiude una grande possibilità di trasformazione. Transizioni universali e transizioni personali Alcune transizioni fanno parte della vita di tutti: iniziare ad andare a scuola, lasciare la casa di famiglia per andare a vivere da soli, diventare genitori, andare in pensione. Sono universali, anche se ciascuno le vive con tempi e modi diversi. Altre invece sono personali, legate alla nostra storia: cambiare lavoro o città, affrontare una separazione, superare una malattia, chiudere o iniziare un’amicizia. Queste transizioni non sono scritte in alcun copione comune: arrivano a sorpresa, spesso con poco preavviso. In entrambi i casi, ci troviamo davanti a una sfida e ad una scelta tra il lasciare andare ciò che eravamo e lo scoprire chi possiamo diventare. Il tempo sospeso e il senso di smarrimento Il cambiamento destabilizza perché ci toglie appigli. Ci lascia senza ruoli chiari, senza routine e senza certezze. È come se la nostra identità entrasse in pausa: non siamo più “quelli di prima” ma non sappiamo ancora “chi saremo”. Questo spazio sospeso, che in psicologia ed in antropologia viene chiamato “liminale” (dal greco “limen”, ovvero “soglia”), può generare smarrimento, ansia o nostalgia. È la terra di mezzo che pochi amano abitare: si tende a voler tornare indietro o a voler correre subito avanti. Eppure, è proprio in questo “non ancora” che si racchiude uno spazio prezioso: quello in cui possiamo rivedere priorità, ripensare relazioni e accorgerci di ciò che per noi conta davvero. Le transizioni come viaggio dell’eroe Un modo affascinante per raccontare le transizioni di vita ci viene dal mito. Lo studioso Joseph Campbell, antropologo e mitologo del Novecento, ha descritto il “viaggio dell’eroe”, uno schema narrativo che ritroviamo in fiabe, miti e film. Influenzato dalle teorie di Carl Gustav Jung e dagli studi sui miti di diverse culture, Campbell ha mostrato come esista un filo rosso comune nelle storie di trasformazione: l’eroe parte, attraversa difficoltà, affronta prove e ritorna cambiato. Se lo adattiamo alla vita quotidiana, le transizioni assomigliano molto a questo percorso: La chiamata: qualcosa cambia, volontariamente o meno. L’eroe (cioè noi) sente che non può più restare dov’è; La soglia: il momento in cui si lascia il vecchio mondo con le sue sicurezze e si entra nell’ignoto. È la fase più fragile e in cui ci si può sentire persi; Le prove: affrontare emozioni nuove, costruire strategie, cercare aiuto. È qui che si cresce, anche se spesso con fatica; Il ritorno trasformato: il nuovo prende forma, non siamo più quelli di prima, ma una versione diversa con nuove risorse e consapevolezze. Guardare le transizioni con questa lente ci aiuta a ricordare che, anche nella difficoltà, c’è un fil rouge che porta avanti; non solo perdita ma anche possibilità di rinascita. Come accompagnarsi nel cambiamento Nessuno attraversa una transizione senza fatica, ma ci sono modi per prendersi cura di sé in questi momenti: Dare spazio alle emozioni senza giudicarle: paura, rabbia, malinconia hanno tutte un significato; Creare piccoli momenti, anche quotidiani, per mantenere un senso di continuità e di piacere pur sentendosi nell’incertezza; Cercare significato, chiedersi cosa del passato vogliamo portare con noi e cosa invece è tempo di lasciare; Coltivare la pazienza: le transizioni non sono sprint ma processi. Non hanno una scadenza e ognuno ha i suoi tempi. Ricordarsi che non esiste un “modo giusto” di attraversare un cambiamento è forse la forma di gentilezza più grande che possiamo concederci. Conclusione Ogni cambiamento ci mette davanti a un bivio: resistere con tutte le forze per restare ancorati al passato, oppure provare ad aprirci, anche se con timore, al nuovo che sta arrivando. Le transizioni di vita non sono solo “interruzioni”: sono passaggi. Luoghi in cui la vecchia identità si scioglie e la nuova prende forma. Non sono mai facili, ma spesso, se guardiamo indietro, scopriamo che è proprio lì, nei momenti di sospensione e smarrimento, che abbiamo imparato qualcosa di fondamentale su di noi.

LA CULTURA DEL FEEDBACK NELLE AZIENDE

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In molte aziende il feedback è ancora vissuto come un momento formale, spesso legato a valutazioni annuali o a frasi di circostanza. Eppure, il feedback è molto più di uno strumento di controllo: è un motore di crescita, motivazione e benessere psicologico. Perché funzioni davvero, però, deve diventare parte integrante della cultura organizzativa, non un rituale imposto dall’alto. Per anni si è parlato di dare feedback secondo la tecnica del sandwich: una nota positiva, la critica, e infine un’altra nota positiva così da rendere più digeribile l’osservazione negativa. Tuttavia, i risultati reali spesso sono opposti: il messaggio centrale (la parte critica) rischia di perdersi la persona percepisce artificiosità e poca autenticità la fiducia nella relazione si riduce. Dal punto di vista psicologico, ciò che conta non è la formula, ma il contesto di fiducia. Un buon feedback: è specifico: descrive un comportamento, non la persona; è tempestivo: arriva vicino al momento dell’azione; è bidirezionale: apre spazio al confronto e all’ascolto, non si limita a “correggere”; è orientato al futuro: non punisce, ma indica possibilità di crescita. Il feedback non è quindi una freccia a senso unico, ma una conversazione che valorizza la relazione. Parlare di feedback mette in ansia molte persone. Non è raro che venga percepito come sinonimo di “critica” o, peggio, di “giudizio”. Se in azienda il feedback arriva solo una volta l’anno, magari durante la valutazione delle performance, è facile che venga visto come un momento teso e spiacevole. Spesso chi lo riceve si mette sulla difensiva e chi lo dà si sente a disagio, temendo di ferire l’altro. Il problema è che in molte organizzazioni manca una vera cultura del confronto aperto: i manager non sempre sono formati alla comunicazione assertiva, i team non si sentono al sicuro nel condividere opinioni, e così il feedback diventa un evento eccezionale, carico di aspettative e timori. In queste condizioni, persino un apprezzamento sincero può sembrare poco autentico o manipolatorio. Per passare dal rito alla cultura del feedback servono alcune pratiche: Formare i leader a dare e ricevere feedback con autenticità e competenza relazionale. Normalizzare la pratica: non solo nei momenti critici, ma anche in piccole interazioni quotidiane. Creare sicurezza psicologica: le persone devono sapere che esprimersi non porta conseguenze punitive. Incentivare il feedback tra pari, non solo top-down: il riconoscimento tra colleghi rafforza la collaborazione. Il feedback non è un obbligo di calendario, né un “sandwich” da servire con delicatezza. È una conversazione autentica che, se coltivata con coerenza, rafforza fiducia, performance e benessere. Le organizzazioni che sanno trasformarlo in parte della propria cultura costruiscono non solo team più efficaci, ma anche persone più motivate e resilienti.

La Sindrome Psiconeoplastica

La scoperta del cancro (soprattutto se maligno), può comportare uno shock da trauma, che dà vita ad una serie di reazioni le quali si configurano come una sindrome, definita “SINDROME PSICONEOPLASTICA” che tende ad abbracciare tutto il periodo di malattia.