Perché rimandiamo sempre? La psicologia della procrastinazione

“Lo faccio domani.” Quante volte abbiamo pronunciato questa frase? Che si tratti di iniziare una dieta, studiare per un esame, rispondere a un’email importante o prenotare una visita medica, tutti, almeno una volta, abbiamo rimandato qualcosa che sapevamo essere importante. Spesso pensiamo che la procrastinazione sia sinonimo di pigrizia o mancanza di volontà. In realtà, la psicologia ci racconta una storia diversa: procrastinare è, nella maggior parte dei casi, un modo per gestire emozioni spiacevoli, non un problema di organizzazione del tempo. La procrastinazione è una strategia di fuga Quando rimandiamo un’attività, raramente lo facciamo perché non abbiamo tempo. Più spesso, stiamo cercando di evitare le emozioni che quella attività ci provoca. Ansia, paura di sbagliare, insicurezza, senso di inadeguatezza o timore del giudizio possono rendere un compito emotivamente pesante. Così il nostro cervello sceglie la soluzione più semplice e immediata: evitarlo. Il problema è che il sollievo che proviamo è solo temporaneo. Il piacere immediato vince sul beneficio futuro Il nostro cervello tende a privilegiare le ricompense immediate rispetto ai vantaggi che arriveranno nel tempo. È per questo che, invece di completare una relazione di lavoro, finiamo per guardare un video, controllare i social o sistemare un cassetto. Sono attività che offrono una gratificazione immediata e richiedono uno sforzo mentale minore. Nel frattempo, però, il compito rimasto in sospeso continua a occupare uno spazio nella nostra mente. Il circolo vizioso della procrastinazione La procrastinazione segue spesso uno schema ricorrente. Ogni rinvio rafforza il comportamento, rendendo più difficile interrompere questo ciclo. Il perfezionismo: un alleato della procrastinazione Molte persone procrastinatrici non sono disorganizzate. Al contrario, spesso sono molto esigenti con sé stesse. Pensano: Il risultato? L’attività non viene mai iniziata. La ricerca mostra che il perfezionismo può alimentare la procrastinazione, perché l’idea di non raggiungere standard elevati genera ansia e porta all’evitamento. Come interrompere il meccanismo La buona notizia è che non serve aspettare di sentirsi motivati. La motivazione, infatti, spesso arriva dopo aver iniziato, non prima. Alcune strategie possono aiutare. 1. Inizia per cinque minuti Promettiti di lavorare sul compito solo per cinque minuti. Spesso la parte più difficile è iniziare. Una volta superata l’inerzia iniziale, continuare diventa molto più semplice. 2. Riduci il compito “Scrivere una relazione” può sembrare enorme. “Scrivere il titolo” è molto più gestibile. Dividere un obiettivo in piccoli passi riduce il senso di sopraffazione. 3. Accetta che non sarà perfetto Aspettare il momento ideale o l’ispirazione perfetta significa spesso non partire mai. Meglio un lavoro completato che un progetto perfetto rimasto solo nella nostra mente. 4. Sii curioso delle tue emozioni Quando ti accorgi che stai rimandando, prova a chiederti: Queste domande aiutano a spostare l’attenzione dal comportamento alle emozioni che lo alimentano. Essere gentili con sé stessi funziona più dell’autocritica Molte persone credono che rimproverarsi sia il modo migliore per reagire alla procrastinazione. In realtà accade spesso il contrario. Frasi come “Sono incapace”, “Non combino mai niente” o “Come al solito rimando tutto” aumentano lo stress e il senso di fallimento, rendendo ancora più difficile iniziare. La ricerca suggerisce che l’autocompassione, cioè la capacità di trattarsi con comprensione invece che con durezza, favorisce una maggiore perseveranza e una migliore gestione degli obiettivi. Un ultimo pensiero Procrastinare non significa essere pigri, poco intelligenti o privi di forza di volontà. Molto spesso significa che il nostro cervello sta cercando di proteggerci da un’emozione percepita come spiacevole. La vera domanda, quindi, non è: “Perché continuo a rimandare?“, ma “Che cosa sto cercando di evitare?” Rispondere con sincerità a questa domanda può essere il primo passo per interrompere un’abitudine che, nel tempo, può limitare il nostro benessere e le nostre possibilità di crescita. Perché, a volte, il modo migliore per smettere di rimandare non è aspettare di sentirsi pronti, ma fare il primo piccolo passo, anche quando la motivazione sembra ancora lontana.
Adolescenza e psicosi: terra di confine dell’organizzazione soggettiva

L’adolescenza è un tempo di passaggio in cui l’organizzazione soggettiva viene profondamente sollecitata. Il corpo cambia, le coordinate simboliche dell’infanzia perdono stabilità, il legame con l’Altro è messo alla prova. In questo attraversamento, alcune manifestazioni cliniche assumono una particolare intensità, rendendo necessario interrogarsi sulla tenuta della struttura psichica. È in questo spazio di instabilità che l’adolescenza può configurarsi come una vera e propria terra di confine, soprattutto quando emergono fenomeni riconducibili all’area psicotica. L’esordio psicotico in adolescenza raramente si presenta in forma conclamata. Più spesso assume configurazioni sfumate, progressive, talvolta mascherate da ritiro, da comportamenti eccentrici, da improvvisi mutamenti dell’esperienza corporea o da un progressivo distacco dal legame sociale. Ciò che colpisce non è solo la presenza di singoli sintomi, ma il modo in cui il soggetto fatica a dare una coerenza simbolica alla propria esperienza. Il linguaggio può farsi frammentato, il tempo perdere continuità, il corpo diventare luogo di vissuti estranei o invasivi. In questa terra di confine, la distinzione tra crisi adolescenziale e organizzazione psicotica non può essere pensata come una linea netta. L’adolescenza, per sua natura, comporta una destabilizzazione delle identificazioni e un riassetto del rapporto con il reale. Tuttavia, quando la disorganizzazione supera una certa soglia, il soggetto si trova esposto a un reale non mediato, che invade senza possibilità di simbolizzazione sufficiente. È qui che l’organizzazione soggettiva mostra i suoi punti di fragilità. Il lavoro clinico richiede allora un’attenzione particolare alla qualità del legame, alla struttura del discorso e al rapporto con il corpo. Segnali come l’isolamento radicale, la perdita di continuità narrativa, la comparsa di vissuti persecutori o di fenomeni di derealizzazione e depersonalizzazione non vanno letti come semplici variazioni del disagio adolescenziale, ma come indicatori di un rischio evolutivo che necessita di un dispositivo di cura adeguato. Nel trattamento, la priorità non è l’interpretazione del sintomo, ma la costruzione di condizioni di tenuta. La regolarità del setting, la prevedibilità degli incontri, la stabilità della presenza clinica costituiscono elementi fondamentali per limitare l’irruzione del reale. Il lavoro mira a offrire al soggetto punti di ancoraggio simbolici, capaci di rendere l’esperienza più abitabile. In questo senso, il trattamento non punta alla normalizzazione, ma alla possibilità di una stabilizzazione soggettiva sufficiente. Il coinvolgimento del contesto familiare e istituzionale può rivelarsi necessario, non come sostituzione del lavoro del soggetto, ma come parte integrante del dispositivo di cura. La terra di confine non riguarda solo l’adolescente, ma il campo relazionale in cui è immerso. La chiarezza dei confini, la coerenza degli interventi e la continuità della presa in carico contribuiscono a sostenere un’organizzazione che rischierebbe altrimenti di frammentarsi. Pensare l’adolescenza e la psicosi come una terra di confine dell’organizzazione soggettiva significa rinunciare a diagnosi definitive e premature, senza tuttavia negare la gravità di alcuni segnali clinici. Il lavoro terapeutico si colloca in questo spazio intermedio: non forza un esito, ma accompagna il soggetto nella costruzione di soluzioni singolari che rendano possibile il legame e la continuità dell’esperienza. È in questa delicatezza del tempo e dell’ascolto che il trattamento trova la sua funzione. Non colmare la frattura, ma abitarla; non cancellare il sintomo, ma permettere che svolga la sua funzione senza diventare l’unica risposta possibile. La terra di confine, così intesa, non è solo un luogo di rischio, ma anche uno spazio in cui può emergere una forma inedita di organizzazione soggettiva.
Lo spazio occupato dal vuoto é chiamato Yutori

Il Giappone, si sa, ha dei termini o ideogrammi specifici per identificare emozioni, sensazioni o comportamenti. Con la parola Yutori si intende la creazione di uno spazio vuoto, di una pausa tra un’attività ed un’altra. Il concetto quindi indica proprio quello spazio, che, presi dalla frenesia e dall’iperconnessione della vita quotidiana, tendiamo a rimpicciolire e a far scomparire del tutto. Il continuo rincorrere il tempo e le cose da fare spesso porta ciascuno di noi ad avere la percezione del riposo, della pausa o del rallentamento come qualcosa di negativo. Per cui si associa la vitalità esclusivamente ai mille impegni calendarizzati, come se il tempo senza far nulla non solo fosse sprecato, ma addirittura sfiancante dal punto di vista emotivo e mentale. Quindi, risulta inconcepibile, l’idea di concedersi un intervallo, perché non se ne attribuisce la funzione rigenerante, ma soltanto invalidante. Lo Yutori si inserisce proprio come spazio di vita che non necessariamente deve essere riempito da qualcosa. Al contrario, quel vuoto da impegni, efficienza può essere il valore aggiunto da attribuire alle nostre azioni, perché producono maggiore consapevolezza di ciò che siamo, abbiamo e possiamo fare. Spesso, la difficoltà maggiore quando si comincia a dedicare “del tempo al proprio tempo ” sta nel respirare, e più precisamente, nel percepire la respirazione in modo regolare, svincolarsi dalla sensazione di essere continuamente in affanno. Raggiunta la consapevolezza di poter abbassare volontariamente la frequenza del nostro respiro, l’alleggerimento anche dei pensieri e delle attività nasce da sé, migliorando così il tempo e gli spazi successivi. Un decluttering di cose e sensazioni che appesantiscono corpo e anima per ritrovare così equilibrio e motivazione, fondamentali per lo stato di benessere psicologico e generale.
Dipendenze: Ricadere non significa tornare indietro

Quando una persona che sta affrontando un percorso di uscita dalla dipendenza ricade, la prima sensazione è spesso quella di essere tornata al punto di partenza. “Dopo tutto quello che ho fatto, sono di nuovo qui.” La ricaduta sembra cancellare il percorso fatto fino a quel momento. Gli sforzi, le rinunce, le consapevolezze acquisite sembrano perdere improvvisamente valore. E insieme alla ricaduta arriva spesso il senso di colpa, che può alimentare proprio quel circolo vizioso di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente: ricado, mi sento in colpa, cerco di nascondere o anestetizzare quel sentimento attraverso la sostanza o il comportamento, e così la situazione peggiora. Ma c’è un altro modo di guardare alla ricaduta. La ricaduta non arriva dal nulla Una ricaduta difficilmente “capita” semplicemente. Questo non significa negare l’importanza delle circostanze. Un determinato luogo, incontrare alcune persone, vivere una situazione particolarmente stressante o ritrovarsi in un contesto associato al comportamento di dipendenza possono aumentare il rischio. Ma questi elementi, da soli, non spiegano tutto. La ricaduta viene spesso costruita attraverso una sequenza di piccoli passaggi. Un litigio che si alimenta, una situazione che viene cercata o provocata. In alcuni casi la persona finisce persino per creare inconsapevolmente le condizioni che renderanno più probabile l’uso. È qui che la dipendenza mostra una delle sue caratteristiche più sottili: non è necessario decidere consapevolmente “voglio ricadere”. È sufficiente iniziare a muoversi, passo dopo passo, nella direzione che porta alla ricaduta. Cosa può insegnarci una ricaduta? Se la ricaduta viene considerata soltanto come un fallimento, la domanda diventa: “Perché l’ho fatto di nuovo?” Se invece viene osservata, può diventare una domanda molto più utile: “Come ci sono arrivato?” Quali emozioni ho provato nelle ore o nei giorni precedenti? Quali situazioni ho cercato o evitato? Quali segnali non ho riconosciuto? E soprattutto: cosa mi ha dato davvero quell’esperienza? Molto spesso, una volta superata l’immediatezza del momento, emerge un dato importante: il problema che la persona sperava di risolvere attraverso la sostanza o il comportamento non è stato risolto. Al contrario, si è spesso aggiunto un nuovo problema a quello precedente. La ricaduta, allora, può diventare una fonte di informazioni preziose sul funzionamento della propria dipendenza. Diventare più bravi a riconoscere i segnali Valorizzare una ricaduta non significa considerarla positiva, né minimizzarne le conseguenze. Significa non sprecare ciò che può insegnare. La persona può imparare a riconoscere prima la rabbia che la porta a cercare uno scontro, il bisogno di isolarsi, il pensiero che comincia a giustificare l’uso, la ricerca di determinate situazioni o persone. La volta successiva potrebbe accorgersene prima. Non si tratta semplicemente di imparare a dire “no” alla sostanza. Si tratta di diventare progressivamente più capaci di riconoscere tutto ciò che, dentro e fuori di noi, può condurre verso quel “sì”. Cadere non significa tornare al punto di partenza Uscire da una dipendenza non è necessariamente un percorso lineare. Il punto non è fare in modo che la ricaduta non sia mai possibile. Il punto è diventare progressivamente più capaci di riconoscere ciò che la precede, di interrompere prima la sequenza e di costruire strumenti nuovi. Una persona che ricade non è necessariamente la stessa persona che aveva iniziato il percorso. Ha fatto esperienza. Ha acquisito consapevolezze. E, se riesce a guardare anche quella caduta senza trasformarla in una condanna, può tornare al percorso con qualcosa in più. Per questo ricadere non significa necessariamente tornare indietro. A volte significa fermarsi, guardare attentamente dove si è caduti e imparare a riconoscere, la prossima volta, quel tratto di strada qualche passo prima.
La solitudine invisibile: perché ci sentiamo soli anche quando siamo sempre connessi

Siamo la generazione più connessa della storia. In pochi secondi possiamo inviare un messaggio, fare una videochiamata, condividere una foto o sapere cosa stanno facendo decine di persone. Eppure, sempre più individui descrivono una sensazione difficile da spiegare: sentirsi profondamente soli, anche circondati dagli altri. Questa apparente contraddizione rappresenta uno dei temi più rilevanti della psicologia contemporanea. La solitudine, infatti, non dipende tanto dal numero di persone che abbiamo intorno, quanto dalla qualità delle relazioni che viviamo. Essere soli non è la stessa cosa che sentirsi soli La psicologia distingue chiaramente due concetti. La solitudine oggettiva riguarda l’assenza di contatti sociali: vivere da soli, avere poche occasioni di incontro o una rete sociale limitata. La solitudine soggettiva, invece, è la percezione di non sentirsi compresi, accolti o emotivamente vicini agli altri. È possibile provarla anche all’interno di una relazione di coppia, in una famiglia numerosa o durante una cena tra amici. Molte persone raccontano proprio questa esperienza: essere presenti fisicamente, ma sentirsi emotivamente distanti. La connessione digitale non sempre soddisfa i bisogni emotivi I social network hanno trasformato il nostro modo di comunicare. Ci permettono di mantenere contatti, recuperare vecchie amicizie e condividere momenti della nostra vita. Tuttavia, la comunicazione online non sempre riesce a sostituire ciò di cui il nostro cervello ha realmente bisogno. Uno sguardo, il tono della voce, una risata condivisa, un silenzio vissuto insieme o un abbraccio attivano processi emotivi e neurobiologici che uno schermo difficilmente può replicare. Questo non significa che la tecnologia sia negativa, ma che la quantità di interazioni non equivale automaticamente alla qualità delle relazioni. Perché oggi è così difficile sentirsi davvero vicini? Esistono diversi fattori che contribuiscono a questa sensazione. Viviamo giornate sempre più piene, in cui il tempo dedicato alle relazioni profonde viene spesso sostituito da comunicazioni rapide e funzionali. A questo si aggiunge la pressione di mostrare una versione positiva di sé, soprattutto online. Molte persone finiscono così per condividere ciò che fanno, ma non ciò che provano. La vulnerabilità, invece, è proprio uno degli elementi che costruisce l’intimità emotiva. Sentirsi ascoltati senza il timore di essere giudicati crea legami molto più profondi di qualsiasi conversazione superficiale. La solitudine non riguarda solo gli anziani Per molto tempo si è pensato che la solitudine fosse un problema principalmente della terza età. Oggi sappiamo che non è così. Anche adolescenti e giovani adulti riportano livelli elevati di isolamento emotivo. L’ingresso nel mondo del lavoro, i cambiamenti di città, le relazioni sempre più fluide e la riduzione delle occasioni di socializzazione spontanea possono aumentare questa esperienza. Non è raro che una persona con centinaia di contatti sul telefono abbia difficoltà a individuare qualcuno da chiamare in un momento di reale bisogno. I segnali da non sottovalutare La solitudine prolungata può influenzare il benessere psicologico e fisico. Tra i segnali più frequenti troviamo: Quando questa condizione si prolunga nel tempo può aumentare il rischio di ansia, depressione e stress cronico. Come ricostruire relazioni autentiche Non esistono formule magiche, ma alcuni piccoli cambiamenti possono fare la differenza. Dare più spazio agli incontri dal vivo. Anche un caffè con un amico può avere un impatto emotivo maggiore di decine di messaggi. Allenarsi all’ascolto reciproco. Le conversazioni più significative non sono quelle in cui si parla di più, ma quelle in cui ci si sente davvero ascoltati. Mostrarsi autentici. Condividere anche dubbi, paure o fragilità permette agli altri di conoscerci realmente e favorisce relazioni più profonde. Ridurre il confronto continuo. I social mostrano spesso una realtà selezionata e idealizzata. Ricordarlo aiuta a ridimensionare la sensazione di essere gli unici ad affrontare difficoltà. La relazione più importante resta quella con noi stessi Parlare di solitudine significa anche riflettere sul rapporto che abbiamo con noi stessi. Chi riesce a stare bene nei momenti di solitudine non evita le relazioni, ma le vive in modo più libero, senza dipendere costantemente dalla conferma degli altri. La solitudine scelta può diventare uno spazio di creatività, riflessione e crescita personale. La solitudine subita, invece, è quella che fa soffrire e che merita di essere riconosciuta e affrontata. Un pensiero finale In un mondo che ci invita continuamente a essere connessi, forse la vera sfida è imparare a creare connessioni autentiche. Non servono centinaia di contatti o conversazioni incessanti: spesso basta una relazione in cui ci sentiamo visti, ascoltati e accolti per trasformare profondamente il nostro benessere. Perché, in fondo, ciò che ci fa sentire meno soli non è il numero delle persone che ci circondano, ma la qualità del legame che riusciamo a costruire con loro.
Adolescenza e disturbo borderline. Organizzazione psichica, corpo e rischio di fissazione

Quando il disturbo borderline si manifesta in adolescenza, la questione clinica non riguarda soltanto l’intensità del disagio, ma il modo in cui tale intensità tende a organizzarsi. Non si tratta di una crisi transitoria né di una semplice accentuazione dei tratti adolescenziali, ma di un funzionamento che mostra una certa coerenza interna, pur nella sua instabilità. Affetti, rappresentazioni e relazioni faticano a integrarsi, dando luogo a un’esperienza soggettiva frammentata, discontinua, spesso vissuta come minacciosa. L’instabilità affettiva non consiste solo in bruschi cambiamenti emotivi, ma nell’impossibilità di modulare ciò che si prova. Gli affetti arrivano senza mediazioni, travolgono il soggetto e lo espongono a vissuti di perdita di controllo. L’identità ne risente profondamente: il senso di sé appare fragile, mutevole, dipendente dallo sguardo e dalla presenza dell’Altro. Ciò che oggi viene vissuto come vitale può essere domani radicalmente rifiutato, senza che il soggetto riesca a riconoscere una continuità tra le diverse esperienze. In questo quadro, l’autolesività assume una funzione centrale. Il corpo diventa il luogo privilegiato di regolazione di ciò che la mente non riesce a contenere. Il gesto autolesivo introduce un limite concreto là dove il limite psichico manca. Il dolore fisico interrompe l’eccedenza affettiva, restituisce una sensazione di controllo, rende localizzabile un’angoscia altrimenti diffusa e senza forma. Non è la morte a essere cercata, ma una prova dell’esistenza, una traccia tangibile che sostituisce una rappresentazione interna fragile o assente. Dal punto di vista clinico, è essenziale riconoscere che l’autolesività non è un semplice comportamento da eliminare, ma una soluzione soggettiva che svolge una funzione di tenuta. Intervenire esclusivamente sul sintomo rischia di esporre il soggetto a un’angoscia ancora più massiccia. Il lavoro terapeutico mira piuttosto a creare le condizioni affinché il corpo non resti l’unico luogo possibile di iscrizione del disagio, aprendo lentamente lo spazio a una simbolizzazione possibile. Il rischio maggiore, in questi funzionamenti, è la fissazione. Quando l’instabilità affettiva, l’agire e la dipendenza dal legame diventano modalità ripetitive e rigide, il funzionamento borderline tende a cronicizzarsi. Questo rischio aumenta quando l’adolescente sperimenta risposte incoerenti, rotture terapeutiche non elaborate, interventi frammentati o eccessivamente normativi. Ogni discontinuità rafforza l’idea che il legame non tenga e che non esistano alternative all’agire. La diagnosi, in adolescenza, non dovrebbe mai assumere il valore di un’identità. È piuttosto uno strumento clinico che orienta il lavoro, permettendo di calibrare il ritmo degli interventi, la posizione del terapeuta, la tenuta del setting. Riconoscere il funzionamento borderline non significa anticipare un destino, ma assumersi la responsabilità di intervenire prima che le modalità difensive diventino l’unica forma possibile di organizzazione psichica. Il lavoro clinico si colloca allora in un tempo delicato: non quello dell’urgenza di normalizzare, né quello dell’attesa passiva. È un tempo di costruzione, in cui la continuità dell’incontro, la prevedibilità del legame e la possibilità di tollerare l’instabilità senza reagire in modo difensivo offrono al soggetto un’esperienza diversa da quella già conosciuta. È in questo spazio che il rischio di cronicizzazione può essere contenuto, non come certezza, ma come possibilità di trasformazione.
La strategia della mamma mandorla

La definizione di mamma mandorla si attribuisce a quella madre, o più in generale al genitore, che occupandosi di alimentazione dei propri figli, si limita a diete restrittive. Il termine é divenuto noto dopo la modella Yolanda Hadid concesse alla propria figlia, modella anche lei, di poter mangiare poche mandorle, da masticare lentamente e molto bene. L’attenzione sul corpo e più nello specifico nel peso, che con l’avvento dei social media, ha preso vigore, ha portato ad una visione distorta del concetto di dieta. In effetti, l’origine della parola dieta, indica uno stile di vita, le abitudini quotidiane, incluse quelle alimentari, che contribuiscono ad un benessere generale. Il termine, d’altro canto, ha assunto la sfaccettatura negativa di restrizione, alimentando la cultura della magrezza e della perfezione estetica, raggiungibile con i deficit calorici. Così come la maggior parte dei comportamenti vengono appresi nel contesto familiare, anche il regime alimentare comincia fin da piccoli e la presenza di una mamma mandorla può avere ripercussioni anche gravi sui figli. Un genitore mandorla, quindi, inculca la distorta informazione sui nutrienti e sulle quantità, nascondendosi dietro l’idea di un’alimentazione sana e naturale. Quindi oltre a trasmettere un atteggiamento restrittivo circa gli alimenti, si orienta il comportamento ad un estremo controllo del cibo e del proprio peso. L’idea trasmessa, quindi, non è un’educazione all’alimentazione sana, con attenzione ai macronutrienti e al bilanciamento di essi. Al contrario, si passa l’informazione che sia necessario solo il minimo apporto calorico, indipendentemente dagli alimenti che vengono ingeriti. Ovvio che abituare fin da piccoli a nutrirsi con mono-alimenti, porta con sé, squilibri fisiologici e di conseguenza rapporti del tutto deleteri con il cibo e con il proprio corpo. Risulta quindi necessaria, la sinergia tra genitori, medici, personale sanitario e scuola affinché ciascun bambino possa vivere serenamente il momento del pasto ed educarsi ad una sana alimentazione con ricadute positive sul proprio benessere.
Adolescenti e Identità: Capirsi o etichettarsi?

«Forse sono ADHD.» «Credo di avere l’ansia sociale.» «Ho visto un video e mi sono riconosciuto in tutto.» Sempre più adolescenti utilizzano social e contenuti online per cercare spiegazioni a ciò che provano. A volte incontrano parole che sembrano descrivere perfettamente esperienze rimaste fino a quel momento confuse. E questa ricerca non va necessariamente demonizzata. Trovare una spiegazione può essere utile. Può aiutare un ragazzo a sentirsi meno solo, a dare un nome a qualcosa che prima non riusciva a comprendere e, soprattutto, a sentirsi finalmente riconosciuto. Il problema può nascere quando una spiegazione smette di essere un punto di partenza e diventa una conclusione definitiva. Quando finalmente qualcosa sembra avere senso L’adolescenza è un periodo in cui molte domande sull’identità restano ancora aperte. Non è sempre facile capire chi si è, perché si reagisce in un certo modo o perché alcune esperienze sembrano più difficili che per gli altri. In questo contesto, un’etichetta può offrire qualcosa di molto prezioso: una risposta. A volte persino una risposta negativa può sembrare preferibile all’incertezza. Sentirsi dire, o convincersi, di essere «fatti così» può essere doloroso, ma può anche dare una forma a qualcosa che prima appariva confuso. Il rischio è che, nel tentativo di capire una parte di sé, si finisca per ridurre tutta la propria identità a quella sola spiegazione. La ricerca di conferme Quando un ragazzo formula un’ipotesi su di sé, difficilmente inizia una ricerca completamente neutrale. Se pensa di avere un determinato problema, tenderà naturalmente a cercare contenuti che parlano proprio di quello. L’algoritmo, a sua volta, inizierà a proporre sempre più contenuti simili. Si incontrano testimonianze nelle quali ci si riconosce, descrizioni che sembrano familiari e persone che raccontano esperienze molto vicine alle proprie. Poco alla volta, l’ipotesi iniziale può trasformarsi in una certezza. Non necessariamente perché sia falsa, ma perché la ricerca rischia di diventare sempre più selettiva. La ricerca di una risposta può trasformarsi, senza che ce ne accorgiamo, nella ricerca di conferme. È come guardare la propria esperienza attraverso un collo di bottiglia: tutto ciò che conferma la nostra ipotesi passa, mentre ciò che potrebbe complicarla o suggerire altre spiegazioni resta fuori. Capire non significa etichettarsi Le parole psicologiche possono essere strumenti preziosi. Possono aiutare a riconoscere un disagio e, quando necessario, a chiedere aiuto. Ma una parola non dovrebbe esaurire la complessità di una persona. Dire «provo ansia» non è la stessa cosa che pensare «sono un ansioso». Avere difficoltà di concentrazione non significa che ogni aspetto della propria esperienza possa essere spiegato da una sola ipotesi. Capire sé stessi richiede anche la possibilità di rimanere aperti. Di cambiare idea. Di scoprire che due esperienze apparentemente simili possono avere origini diverse. Il ruolo degli adulti: riaprire le domande Di fronte a un adolescente che arriva con un’autodiagnosi, la reazione più semplice potrebbe essere quella di negarla immediatamente. «Hai letto troppo su Internet.» «Non credere a tutto quello che vedi.» Ma liquidare la sua ricerca rischia di far perdere una domanda molto più importante: Che cosa hai trovato in quella spiegazione che ti ha fatto sentire finalmente compreso? Dietro un’etichetta può esserci il bisogno di sentirsi riconosciuti, di smettere di sentirsi sbagliati o semplicemente di trovare un significato a ciò che si sta vivendo. Il compito degli adulti non è togliere ai ragazzi le parole con cui cercano di capirsi. È aiutarli a usarle come ipotesi e non come sentenze. Perché comprendere sé stessi è importante. Ma crescere significa anche scoprire che siamo sempre qualcosa di più della prima spiegazione che abbiamo trovato per definirci. Bibliografia Foster, A., & Ellis, N. (2024). TikTok-inspired self-diagnosis and its implications for educational psychology practice. Educational Psychology in Practice, 40(4), 491–508. https://doi.org/10.1080/02667363.2024.2409451 Corzine, A., & Roy, A. (2024). Inside the black mirror: Current perspectives on the role of social media in mental illness self-diagnosis. Discover Psychology, 4, 40. https://doi.org/10.1007/s44202-024-00152-3 Armstrong, S., Osuch, E., Wammes, M., Chevalier, O., Kieffer, S., Meddaoui, M., & Rice, L. (2025). Self-diagnosis in the age of social media: A pilot study of youth entering mental health treatment for mood and anxiety disorders. Acta Psychologica, 256, 105015. https://doi.org/10.1016/j.actpsy.2025.105015
Perché siamo sempre stanchi? La stanchezza mentale nell’era dell’iperconnessione

Viviamo in un’epoca in cui tutto è più veloce. Le informazioni arrivano senza sosta, le notifiche interrompono continuamente ciò che stiamo facendo e la sensazione di dover essere sempre reperibili è diventata la normalità. Eppure, molte persone raccontano la stessa esperienza: “Non faccio lavori pesanti, ma mi sento continuamente esausto.” Quella che spesso definiamo “stanchezza” non è soltanto fisica. Sempre più frequentemente si tratta di affaticamento mentale, una condizione che nasce quando il cervello rimane costantemente impegnato nell’elaborare informazioni, prendere decisioni e gestire stimoli continui. Il cervello non è progettato per il multitasking continuo Molti credono di essere multitasking, ma le neuroscienze raccontano una storia diversa. Il nostro cervello, infatti, non svolge realmente più attività cognitive complesse nello stesso momento. Piuttosto, passa rapidamente da un compito all’altro. Questo continuo cambio di attenzione, chiamato task switching, richiede energia e riduce l’efficienza. Pensiamo a una giornata tipo: Ogni interruzione lascia una parte della nostra attenzione “agganciata” al compito precedente. Alla fine della giornata abbiamo la sensazione di aver fatto tantissimo… ma senza sentirci realmente soddisfatti. Il fenomeno della “fatica decisionale” Ogni giorno prendiamo centinaia di decisioni. Alcune sono importanti, altre apparentemente banali: Ogni decisione utilizza una piccola quota delle nostre risorse cognitive. Quando queste risorse diminuiscono, iniziamo a sperimentare quella che gli psicologi chiamano fatica decisionale (decision fatigue). Le conseguenze possono essere: Non è un caso se molte persone, la sera, non riescono neppure a decidere quale film guardare. L’iperconnessione ci impedisce di recuperare Un tempo esistevano momenti di pausa “obbligati”: il viaggio in autobus, l’attesa dal medico, la fila al supermercato. Oggi ogni spazio vuoto viene immediatamente riempito dallo smartphone. Il problema non è utilizzare la tecnologia, ma non concedere mai al cervello il tempo necessario per recuperare. Le ricerche mostrano che anche brevi momenti di inattività favoriscono processi fondamentali come: Paradossalmente, annoiarsi ogni tanto fa bene. Quando la stanchezza mentale diventa cronica Se ignorata a lungo, la fatica mentale può trasformarsi in qualcosa di più serio. Tra i segnali più frequenti troviamo: Non significa necessariamente essere in burnout, ma rappresenta un campanello d’allarme da non sottovalutare. Come proteggere la nostra energia mentale La buona notizia è che non servono cambiamenti radicali. Piccole abitudini possono fare una grande differenza. 1. Fare una cosa alla volta Concentrarsi su un unico compito permette di lavorare meglio e con meno dispendio di energia. 2. Creare momenti senza notifiche Anche solo 30-60 minuti di lavoro senza interruzioni aumentano significativamente la produttività. 3. Limitare le decisioni inutili Programmare i pasti, preparare i vestiti la sera prima o organizzare la settimana riduce il carico cognitivo quotidiano. 4. Recuperare il diritto alla noia Lasciare qualche minuto senza telefono, musica o social permette alla mente di “respirare”. 5. Curare il sonno Il sonno rimane il più potente strumento di recupero cognitivo. Dormire poco significa iniziare ogni giornata con una riserva energetica già ridotta. La vera produttività non consiste nel fare di più Spesso associamo il valore personale alla quantità di cose che riusciamo a fare. In realtà, la produttività sostenibile non nasce dal riempire ogni minuto della giornata, ma dal saper gestire la propria energia. Concedersi pause, rallentare quando necessario e proteggere la propria attenzione non sono segni di pigrizia. Sono strategie che permettono al cervello di funzionare meglio nel lungo periodo. In una società che ci spinge continuamente ad accelerare, forse il gesto più rivoluzionario è imparare a fermarsi qualche minuto. Non per perdere tempo, ma per ritrovare lucidità, equilibrio e benessere psicologico.
Quando l’Altro non può esistere. Femminicidio e adolescenza tra possesso, angoscia e fallimento della separazione

Il tema dei femminicidi in adolescenza interroga in modo radicale il nostro modo di pensare il legame, il desiderio e la violenza. Quando la violenza estrema irrompe così precocemente nella vita di un soggetto, non ci si trova di fronte a un gesto improvviso o incomprensibile, ma all’esito tragico di dinamiche che hanno trovato nella relazione affettiva il loro punto di collasso. L’adolescenza, tempo di costruzione dell’identità e di ridefinizione del rapporto con l’Altro, diventa in questi casi il luogo di un fallimento profondo della separazione. L’adolescenza è una fase in cui il soggetto è chiamato a confrontarsi con la perdita delle certezze infantili e con l’irruzione del desiderio sessuale. Il legame amoroso assume spesso un valore assoluto: l’Altro viene investito come garanzia identitaria, come risposta al vuoto, come sostegno narcisistico. Quando questo investimento non tollera la differenza e l’autonomia dell’Altro, il legame rischia di trasformarsi in possesso. L’Altro non è più riconosciuto come soggetto separato, ma come oggetto necessario alla propria tenuta psichica. In molte storie di violenza di genere in adolescenza emerge una difficoltà profonda a sostenere la frustrazione, il limite, la perdita. La separazione viene vissuta come annientamento, il rifiuto come umiliazione intollerabile, l’autonomia dell’Altro come minaccia radicale. La violenza diventa allora una risposta estrema all’angoscia di dissoluzione: eliminare l’Altro per non essere lasciati, distruggere ciò che rende visibile la propria mancanza. Queste dinamiche rimandano a un rapporto patologico con la mancanza. L’Altro viene caricato di una funzione totalizzante, chiamato a colmare un vuoto che non può essere colmato. Quando questa funzione viene meno, l’angoscia non trova parole né rappresentazioni e si traduce in agito distruttivo. L’atto violento tenta di ristabilire un controllo assoluto là dove il soggetto sperimenta una perdita insopportabile. La dimensione narcisistica gioca un ruolo centrale. L’Altro è vissuto come estensione del Sé, come specchio indispensabile per mantenere un’immagine di sé coerente. La rottura del legame non rappresenta solo una perdita affettiva, ma una ferita narcisistica che mette a rischio l’identità stessa. In questo senso, il femminicidio non è un gesto “passionale”, ma un tentativo di cancellare l’esperienza della dipendenza e della mancanza. Anche il rapporto con il femminile è profondamente implicato. Il femminile, inteso come alterità, viene vissuto come enigmatico, non controllabile, perturbante. La soggettività dell’altro sesso mette in crisi l’illusione di dominio e di completamento. La violenza si configura allora come tentativo di ristabilire un controllo totale là dove il soggetto non riesce a tollerare l’opacità del desiderio dell’Altro. Questi esiti estremi non nascono nel vuoto. Si inscrivono in storie segnate da modelli relazionali disfunzionali, incapacità di simbolizzare le emozioni, fragilità nell’elaborazione della perdita, ma anche in un contesto culturale che fatica a offrire narrazioni alternative al possesso e alla fusione. Quando l’educazione affettiva è assente o ridotta a prescrizioni morali, il soggetto resta solo di fronte a emozioni che non sa pensare. La clinica mostra come la violenza non emerga improvvisamente, ma sia spesso preceduta da segnali riconoscibili: gelosia estrema, controllo, isolamento del partner, incapacità di accettare il rifiuto, vissuti persecutori. Questi segnali non vanno banalizzati come dinamiche relazionali “normali”, ma letti come indicatori di una fragilità profonda del legame e dell’organizzazione soggettiva. L’intervento non può limitarsi alla condanna dell’atto, pur necessaria, ma deve interrogare ciò che rende possibile una simile deriva. Offrire agli adolescenti spazi di parola in cui la frustrazione, la perdita e il desiderio possano essere pensati rappresenta una delle forme più radicali di prevenzione. È nel tempo dell’ascolto che il soggetto può imparare a separarsi senza distruggere, a perdere senza annientarsi. Pensare i femminicidi in adolescenza significa sottrarli sia alla logica dell’eccezionalità sia a quella della normalizzazione. La violenza estrema segnala un fallimento simbolico del legame, un punto in cui la relazione non ha trovato altri modi di esistere se non nella distruzione. Solo restituendo dignità alla complessità del legame, al lavoro della separazione e alla fatica del desiderio, è possibile aprire uno spazio in cui l’Altro possa esistere senza essere posseduto o annientato. È in questa direzione che il lavoro clinico, preventivo e culturale è chiamato a muoversi, soprattutto quando l’adolescenza mostra il suo volto più tragico.