Il bisogno di controllare tutto: quando il controllo diventa una trappola

Avere il controllo della propria vita è un desiderio naturale. Organizzare gli impegni, pianificare il futuro e cercare di prevenire gli imprevisti può aiutarci a sentirci più sicuri e ad affrontare le sfide quotidiane con maggiore serenità. Tuttavia, quando il bisogno di controllo diventa eccessivo, può trasformarsi da risorsa a fonte di stress. Molte persone si accorgono di sentirsi in difficoltà quando qualcosa non va secondo i piani. Un ritardo, un cambiamento improvviso o una decisione presa da qualcun altro possono generare ansia, irritazione o un senso di perdita di equilibrio. In questi casi, il problema non è l’evento in sé, ma la difficoltà ad accettare che non tutto sia prevedibile. Perché abbiamo bisogno di controllare? Il bisogno di controllo è strettamente collegato al nostro desiderio di sicurezza. Il cervello tende a preferire ciò che conosce, perché ciò che è familiare appare meno minaccioso. Al contrario, l’incertezza richiede un maggiore dispendio di energie cognitive ed emotive. Per alcune persone, questo bisogno può essere particolarmente intenso. Esperienze di instabilità, delusioni o periodi di forte stress possono portare a sviluppare la convinzione che mantenere tutto sotto controllo sia l’unico modo per evitare nuove sofferenze. In realtà, il controllo assoluto è un’illusione. Possiamo influenzare molte situazioni, ma non possiamo eliminare completamente l’imprevedibilità che caratterizza la vita. I segnali di un controllo eccessivo Non sempre è facile riconoscere quando il bisogno di controllo sta diventando problematico. Alcuni segnali possono essere: Questi comportamenti possono offrire un sollievo momentaneo, ma spesso alimentano ulteriormente l’ansia, perché confermano l’idea che sia necessario controllare ogni aspetto della realtà. Il legame con l’ansia L’ansia e il bisogno di controllo sono spesso collegati. Quando ci sentiamo minacciati da ciò che non possiamo prevedere, cerchiamo strategie per ridurre il disagio. Controllare ripetutamente, verificare, pianificare o anticipare ogni possibile scenario può dare una sensazione temporanea di sicurezza. Il problema è che questa sicurezza dura poco. Ben presto emergono nuovi dubbi e nuovi aspetti da controllare, creando un circolo vizioso in cui il bisogno di certezza cresce invece di diminuire. Imparare a tollerare l’incertezza Accettare che non tutto sia controllabile non significa essere passivi o rinunciare alle proprie responsabilità. Significa distinguere tra ciò che dipende da noi e ciò che, invece, sfugge inevitabilmente al nostro controllo. Una domanda utile può essere: “Su cosa posso realmente agire in questa situazione?”. Concentrarsi sulle proprie azioni, anziché sugli esiti, permette di investire le energie in modo più efficace. Anche concedersi la possibilità di commettere errori rappresenta un passaggio importante. L’errore non è necessariamente il segnale di un fallimento, ma una parte naturale dell’apprendimento e della crescita personale. Piccoli esercizi quotidiani Allenare la flessibilità psicologica è possibile anche attraverso semplici esperimenti nella vita di tutti i giorni. Si può, ad esempio, scegliere deliberatamente di non controllare due volte un’attività già svolta, lasciare che qualcun altro organizzi un dettaglio di un progetto oppure affrontare una giornata senza programmare ogni momento. Queste esperienze possono risultare inizialmente scomode, ma aiutano gradualmente a sviluppare una maggiore tolleranza verso l’incertezza. Anche pratiche come la mindfulness possono favorire una maggiore consapevolezza del momento presente, riducendo la tendenza a preoccuparsi costantemente di ciò che potrebbe accadere in futuro. Quando è utile chiedere aiuto Se il bisogno di controllo limita la vita quotidiana, crea conflitti nelle relazioni o provoca una sofferenza significativa, un percorso psicologico può aiutare a comprendere le cause profonde di questo meccanismo e a sviluppare strategie più funzionali per gestire l’ansia e l’incertezza. L’obiettivo non è eliminare il desiderio di organizzare o pianificare, ma imparare a convivere con quella parte di imprevedibilità che fa inevitabilmente parte dell’esperienza umana. La vita non può essere controllata in ogni suo dettaglio. Paradossalmente, più cerchiamo di eliminare ogni incertezza, più rischiamo di sentirci prigionieri delle nostre stesse regole. Imparare a distinguere tra ciò che possiamo influenzare e ciò che dobbiamo accettare rappresenta una competenza preziosa per il benessere psicologico. La vera sicurezza non nasce dal controllo assoluto, ma dalla fiducia nella propria capacità di affrontare anche ciò che non si può prevedere.

Il figlio sintomatico e l’angoscia dei genitori: una lettura del legame familiare

Vivere accanto a un adolescente che soffre psicologicamente significa abitare una tensione continua tra presenza e impotenza. Quando emerge una diagnosi — che riguardi l’umore, il comportamento, il ritiro sociale, le dipendenze, l’area psicotica o gravi difficoltà nella regolazione emotiva — non è soltanto il ragazzo a entrare in crisi. Anche il legame familiare viene profondamente trasformato. Molti genitori raccontano la sensazione di vivere accanto a un figlio che, improvvisamente, non riescono più a raggiungere. Lo riconoscono e allo stesso tempo non lo riconoscono più. Il figlio che prima cercava protezione può diventare distante, aggressivo, oppositivo o completamente chiuso nel silenzio. La relazione si riempie di incomprensioni, conflitti, paura di sbagliare. Dal punto di vista psichico, la diagnosi produce spesso una frattura nell’immaginario familiare.Ogni genitore costruisce inconsapevolmente rappresentazioni del proprio figlio: ciò che sarà, ciò che diventerà, il modo in cui crescerà, il tipo di relazione che avranno. Quando irrompe il sintomo, queste immagini vacillano. E insieme ad esse vacilla anche il senso di sé come genitore. L’adolescenza, già di per sé, è un tempo di profonda destabilizzazione. Il corpo cambia, il rapporto con l’autorità si modifica, il figlio cerca separazione e autonomia. Ma quando a questo si aggiunge una sofferenza psichica importante, la trasformazione assume spesso il carattere di un’urgenza emotiva difficile da contenere. Molti genitori iniziano a vivere in uno stato di allerta costante. Controllano il tono della voce del figlio, i silenzi, gli sguardi, i movimenti, il sonno, il cibo, le uscite. La quotidianità si organizza progressivamente attorno al tentativo di prevenire la prossima crisi. La casa smette di essere soltanto uno spazio familiare e diventa un luogo emotivamente saturo, attraversato da tensioni invisibili ma continue. In queste situazioni, il genitore è spesso preso in un doppio movimento contraddittorio: da una parte sente il bisogno di proteggere il figlio da tutto ciò che potrebbe ferirlo; dall’altra prova rabbia, esasperazione o desiderio di distanza quando il comportamento del ragazzo diventa troppo difficile da sostenere. Questa ambivalenza genera frequentemente senso di colpa. Molti genitori si spaventano delle proprie emozioni: della stanchezza, della rabbia, del sollievo nei momenti di calma o del desiderio, talvolta, di sottrarsi a una situazione percepita come troppo pesante. Ma vivere accanto a una sofferenza psichica intensa espone inevitabilmente anche chi cura a un logoramento emotivo. Il sintomo adolescenziale, inoltre, non sempre assume forme che suscitano immediata empatia. Alcuni ragazzi esprimono il dolore attraverso il conflitto continuo, la provocazione, l’aggressività o l’attacco al legame. In questi casi il genitore rischia progressivamente di vedere soltanto il comportamento manifesto, perdendo contatto con la sofferenza che lo sostiene. È qui che molte famiglie entrano in una spirale dolorosa. Più il ragazzo attacca o si oppone, più il genitore irrigidisce il controllo; più il controllo aumenta, più l’adolescente vive il legame come invasivo o persecutorio. Il sintomo finisce allora per occupare tutto lo spazio relazionale. In alcune famiglie si crea persino una sorta di organizzazione attorno alla crisi. Tutti iniziano inconsapevolmente a ruotare attorno al membro più fragile: fratelli che si adattano in silenzio, genitori che rinunciano alla propria vita personale, coppie che smettono di esistere al di fuori della funzione genitoriale. Dal punto di vista clinico, uno degli aspetti più importanti è aiutare i genitori a distinguere il figlio dal suo sintomo. Un adolescente può avere comportamenti molto difficili senza coincidere interamente con essi. Dietro alcune esplosioni aggressive esistono spesso vissuti profondi di angoscia, vergogna, esclusione o paura del legame. Allo stesso tempo, è fondamentale che i genitori possano ritrovare uno spazio psichico proprio. Quando tutta la vita familiare viene assorbita dall’emergenza, il rischio è che il sintomo diventi l’unico organizzatore del legame. Il lavoro terapeutico permette allora di reintrodurre differenze, confini e possibilità di pensiero là dove tutto rischia di essere agito nell’urgenza. Vivere accanto a un figlio con una diagnosi significa anche confrontarsi con il limite. Il limite di non poter guarire immediatamente il dolore dell’altro. Il limite di non capire sempre. Il limite di non riuscire a controllare tutto. Ma proprio accettando questo limite può aprirsi una posizione diversa nel legame. Non quella del genitore onnipotente che deve salvare il figlio a ogni costo, né quella del genitore sconfitto che rinuncia alla relazione. Piuttosto quella di un adulto che, pur nella fatica, continua a restare presente senza ridurre il figlio esclusivamente alla sua sofferenza. Perché anche quando il sintomo invade il legame, il soggetto non coincide mai completamente con la diagnosi. E spesso il lavoro più importante non è eliminare immediatamente il sintomo, ma permettere che il ragazzo possa continuare a sentirsi guardato come qualcuno che esiste oltre esso.

Parlare di sessualità con i figli: perché il silenzio non li protegge

Educare all’affettività significa accompagnare, non anticipare Molti genitori si chiedono quale sia il momento giusto per parlare di sessualità con i propri figli. Per imbarazzo o timore di “anticipare i tempi”, spesso si sceglie di aspettare. Si pensa che evitare l’argomento possa preservare l’innocenza dei ragazzi o ritardare il loro interesse verso la sessualità. In realtà, la curiosità, le domande e i primi impulsi fanno parte del normale sviluppo. Ignorarli non significa impedirne la comparsa, ma lasciare che vengano affrontati altrove, spesso attraverso i coetanei o i contenuti online. Parlare di sessualità non significa incoraggiare determinati comportamenti. Significa offrire ai ragazzi uno spazio in cui ciò che stanno vivendo possa essere riconosciuto, nominato e compreso. Accogliere il desiderio senza rinunciare ai limiti Uno degli errori più comuni è pensare che validare un impulso significhi giustificarlo. Accogliere la comparsa del desiderio come parte naturale della crescita è molto diverso dal dire che “tutto è permesso”. Come accade per altre emozioni e impulsi, anche la sessualità ha bisogno di essere accompagnata e regolata. L’educazione affettiva non insegna a reprimere il desiderio, ma ad attribuirgli un significato all’interno della relazione con l’altro. È proprio qui che il dialogo con gli adulti diventa fondamentale. Scoprire che anche l’altro ha desideri, tempi e confini La maturazione affettiva passa attraverso una scoperta importante: l’altra persona non esiste per soddisfare i nostri bisogni. Ogni relazione implica il riconoscimento dei desideri, delle emozioni e dei limiti dell’altro. Parlare di consenso, rispetto e reciprocità non significa affrontare temi troppo complessi per gli adolescenti, ma aiutarli a costruire relazioni più sane. L’educazione affettiva, quindi, non riguarda soltanto la sessualità. Riguarda il modo in cui impariamo a stare in relazione con gli altri. Ogni età ha le sue parole Parlare di sessualità con un ragazzo di dodici anni non è la stessa cosa che parlarne con uno di diciassette. Questo non significa censurare alcuni argomenti, ma adattare il linguaggio e i contenuti al livello di sviluppo del ragazzo. Con i più piccoli sarà importante rispondere alle domande sul corpo, sui cambiamenti della pubertà, sulla privacy e sul rispetto. Con gli adolescenti più grandi entreranno gradualmente in gioco temi come il consenso, le relazioni affettive, la contraccezione e la responsabilità reciproca. Ciò che conta non è dire tutto subito, ma essere disponibili ad accompagnare la crescita passo dopo passo. Un dialogo che protegge In un’epoca in cui molte informazioni sono facilmente accessibili, il ruolo degli adulti non è quello di controllare ogni contenuto, ma di aiutare i ragazzi a dare significato a ciò che incontrano. L’educazione affettiva non sottrae spazio alla famiglia né accelera lo sviluppo. Al contrario, offre ai genitori l’opportunità di trasformare un tema spesso vissuto con imbarazzo in un’occasione di dialogo e fiducia. Perché i ragazzi cresceranno comunque. La differenza sta nel fatto che possano farlo sapendo di avere accanto adulti disposti ad ascoltare, rispondere e accompagnarli con rispetto. Bibliografia

Perché tendiamo a essere così severi con noi stessi? Il ruolo dell’autocritica e come sviluppare l’auto-compassione

Quante volte ci è capitato di commettere un errore e di rivolgerci parole che non diremmo mai a una persona a cui vogliamo bene? Frasi come “Non ne combino mai una giusta”, “Non sono abbastanza capace” oppure “Dovevo fare meglio” sono esempi di autocritica, un dialogo interiore che può influenzare profondamente il nostro benessere psicologico. L’autocritica non è sempre negativa. In alcuni casi rappresenta uno strumento utile per riconoscere gli errori, imparare dall’esperienza e migliorare. Il problema nasce quando diventa costante, rigida e sproporzionata, trasformandosi in una lente attraverso cui valutiamo ogni aspetto di noi stessi. Da dove nasce l’autocritica? Le origini possono essere molteplici. Le esperienze vissute durante l’infanzia, l’educazione ricevuta, le aspettative familiari, il confronto con gli altri e la pressione sociale possono contribuire alla costruzione di un dialogo interiore particolarmente esigente. Anche i social media possono amplificare questo fenomeno. Essere continuamente esposti a immagini di successo, perfezione e felicità può favorire confronti poco realistici e alimentare la sensazione di non essere mai abbastanza. Gli effetti sul benessere psicologico Quando l’autocritica diventa uno stile abituale di pensiero, può contribuire ad aumentare stress, ansia e senso di inadeguatezza. Le persone molto autocritiche tendono spesso a minimizzare i propri successi e ad attribuire grande importanza agli errori, creando un circolo vizioso in cui ogni difficoltà sembra confermare un’immagine negativa di sé. Questo atteggiamento può anche influenzare le relazioni, il lavoro e la capacità di affrontare nuove sfide, perché la paura di sbagliare porta talvolta a evitare situazioni che potrebbero invece rappresentare opportunità di crescita. Che cos’è l’auto-compassione? Negli ultimi anni la ricerca psicologica ha dedicato crescente attenzione al concetto di auto-compassione. Essere auto-compassionevoli non significa giustificare ogni comportamento o rinunciare a migliorarsi. Significa, piuttosto, imparare a trattarsi con la stessa comprensione che riserveremmo a un amico in difficoltà. L’auto-compassione comprende tre elementi fondamentali: Questa prospettiva non elimina i problemi, ma aiuta ad affrontarli con maggiore equilibrio emotivo. Alcune strategie utili Esistono piccoli esercizi che possono aiutare a modificare gradualmente il dialogo interiore. Il primo consiste nell’osservare i propri pensieri senza considerarli automaticamente veri. Chiedersi: “Parlerei così a una persona a cui tengo?” può aiutare a riconoscere quanto spesso siamo più severi con noi stessi che con gli altri. Un secondo esercizio consiste nel sostituire i giudizi assoluti con valutazioni più realistiche. Invece di pensare “Ho fallito”, si può provare a dire: “Questa volta le cose non sono andate come speravo, ma posso capire cosa migliorare.” Infine, è utile ricordare che il valore personale non coincide con le prestazioni. Un errore descrive un comportamento, non definisce l’identità di una persona. Quando chiedere un supporto Se l’autocritica è così intensa da compromettere la qualità della vita, le relazioni o il benessere emotivo, confrontarsi con uno psicologo può rappresentare un’importante occasione di crescita. Attraverso un percorso psicologico è possibile comprendere l’origine di questi schemi di pensiero e sviluppare modalità più equilibrate di rapportarsi a sé stessi. Essere gentili con sé stessi non significa accontentarsi o rinunciare agli obiettivi. Significa creare le condizioni psicologiche migliori per affrontare le difficoltà, imparare dagli errori e continuare a crescere. Coltivare un dialogo interiore più equilibrato è un processo che richiede tempo, ma può avere un impatto significativo sulla salute mentale e sulla qualità della vita.

Craving: quando non basta voler smettere

Nel precedente articolo abbiamo visto come il piacere possa lentamente cambiare forma. Ciò che inizialmente offriva sollievo o leggerezza può trasformarsi in una rincorsa sempre più frustrante verso una sensazione che non torna più davvero uguale a prima. Eppure arriva spesso un momento in cui una parte della persona comprende ciò che sta accadendo. Guarda la propria vita e riconosce le conseguenze della dipendenza: relazioni compromesse, occasioni perdute, sofferenza, vergogna. Nasce così il desiderio di smettere. Ma voler smettere, a volte, non basta. Un desiderio che ritorna Il “craving” è il desiderio intenso e persistente di assumere una sostanza o ripetere un comportamento. Molti immaginano il craving come una voglia improvvisa e incontrollabile. In realtà può manifestarsi in modi diversi. Può comparire come un ricordo. Un odore. Una strada percorsa tante volte. Una giornata difficile o un momento di solitudine. A volte non viene nemmeno riconosciuto come tale. Si pensa: “Mi è solo tornato in mente.”Oppure: “Ormai ho superato tutto.” Eppure quel desiderio continua a bussare. Quando il passato è ancora vicino Il cervello impara rapidamente ad associare persone, luoghi ed emozioni all’esperienza di dipendenza. Per questo il craving non significa necessariamente voler ricadere. Significa spesso che alcune tracce del passato sono ancora vive e possono riattivarsi anche quando la persona è profondamente motivata a cambiare. Questo può spaventare. Molti si vergognano del desiderio che provano. Altri cercano di negarlo, convinti che riconoscerlo equivalga ad avvicinarsi alla ricaduta. Ma non è così. Dare un nome al desiderio Una delle cose più difficili è proprio riuscire a dire: “Oggi ho voglia.” Riconoscere il craving non significa arrendersi. Anzi, spesso rappresenta il primo passo per attraversarlo. Condividere quel momento con una persona di fiducia, con chi accompagna il percorso di cura o con qualcuno che sa ascoltare, può fare una grande differenza. Perché il craving tende a crescere nel silenzio e a perdere forza quando viene riconosciuto e raccontato. Va però considerata anche la componente motivazionale: comunicare il proprio desiderio a una persona di fiducia significa, in qualche modo, rendere più difficile un eventuale ritorno alla sostanza. E c’è una parte della persona che può sentirsi spaventata proprio da questa apparente irreversibilità.  E soprattutto: passerà Quando il craving arriva, può sembrare infinito. Molte persone pensano: “Mi sentirò così per sempre.” Ma non è così. Il craving sale, raggiunge un’intensità elevata e poi, lentamente, diminuisce. Non dura per sempre. Ricordarlo nei momenti più difficili è fondamentale: non si starà sempre così male. Il desiderio può essere intenso, ma è transitorio. Una lotta silenziosa Nel cortometraggio Nuggets, il protagonista continua a essere attratto da ciò che gli aveva dato piacere, anche quando la sua vita appare ormai profondamente cambiata. È questa una delle immagini più potenti del craving: sapere che qualcosa ci ha fatto male e, allo stesso tempo, sentirne ancora il richiamo. Una contraddizione dolorosa, profondamente umana. Forse il coraggio non consiste nel non desiderare più. Ma nel riuscire a restare abbastanza a lungo accanto a quel desiderio, sapendo che non durerà per sempre. Il craving può essere intenso, ma non sempre conduce inevitabilmente a una ricaduta. Tuttavia, quando il desiderio incontra il senso di colpa, la vergogna o la difficoltà di tollerare il malessere, può riattivarsi un meccanismo ancora più doloroso: quello in cui la stessa sostanza o comportamento che ha contribuito a creare la sofferenza viene cercato per tentare di alleviarla . Bibliografia Tiffany, S. T., & Wray, J. M. (2012). The continuing conundrum of craving. Addiction, 107(2), 303–315. https://doi.org/10.1111/j.1360-0443.2011.03571.x Skinner, M. D., & Aubin, H. J. (2010). Craving’s place in addiction theory: Contributions of the major models. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 34(4), 606–623. https://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2009.11.024

Doomscrolling: perché continuiamo a scorrere notizie negative anche quando ci fanno stare male?

Ti è mai capitato di prendere il telefono “solo per cinque minuti” e ritrovarti, mezz’ora dopo, ancora immerso tra notizie drammatiche, video ansiogeni e contenuti negativi? Questo comportamento ha un nome: doomscrolling. Il termine nasce dall’unione delle parole inglesi doom (“rovina”, “catastrofe”) e scrolling (“scorrere”). Indica la tendenza a consumare compulsivamente contenuti negativi online, soprattutto sui social network e nei siti di informazione. Negli ultimi anni questo fenomeno è diventato sempre più comune, influenzando il benessere psicologico di molte persone. Perché il cervello si concentra sulle notizie negative? Dal punto di vista evolutivo, il nostro cervello è programmato per prestare maggiore attenzione ai pericoli. Questo meccanismo, chiamato bias della negatività, aveva una funzione di sopravvivenza: riconoscere rapidamente una minaccia aumentava le possibilità di salvarsi. Oggi, però, questo sistema entra in gioco anche davanti a notifiche, titoli allarmanti e contenuti emotivamente forti. Le notizie negative catturano più facilmente la nostra attenzione rispetto a quelle neutre o positive. Il problema è che i social media e gli algoritmi tendono a mostrarci proprio ciò che ci trattiene più a lungo sullo schermo. L’illusione di “dover sapere tutto” Molte persone continuano a leggere notizie negative perché sentono il bisogno di restare informate. In realtà, spesso il doomscrolling non aumenta davvero la comprensione degli eventi, ma alimenta uno stato di allerta costante. Si crea così un circolo vizioso: Questo meccanismo può diventare automatico, soprattutto nei momenti di fragilità emotiva o stress. Gli effetti psicologici del doomscrolling Un’esposizione continua a contenuti negativi può avere conseguenze importanti sul benessere mentale. Tra gli effetti più comuni troviamo: In alcune persone può emergere anche una percezione distorta della realtà, come se il mondo fosse costantemente pericoloso o senza possibilità di cambiamento positivo. Gli adolescenti e i giovani adulti risultano particolarmente vulnerabili, perché trascorrono molte ore online e costruiscono parte della propria identità anche attraverso il confronto digitale. Quando informarsi diventa sovraccarico emotivo Essere informati è importante, ma esiste una differenza tra informazione consapevole e sovraesposizione emotiva. Il problema non è conoscere ciò che accade nel mondo, bensì restare immersi per ore in contenuti che mantengono il sistema nervoso in uno stato continuo di attivazione. Molte persone utilizzano il telefono nei momenti di pausa o prima di dormire, senza rendersi conto che il cervello continua a elaborare le emozioni suscitate dai contenuti visualizzati. Come interrompere il ciclo del doomscrolling Non è necessario eliminare completamente social o notizie, ma può essere utile sviluppare un rapporto più consapevole con il digitale. Alcune strategie pratiche possono aiutare: Anche piccoli cambiamenti possono ridurre significativamente il senso di sovraccarico mentale. Ritrovare uno spazio mentale più sano In un mondo iperconnesso, proteggere il proprio benessere psicologico significa anche imparare a scegliere quali contenuti lasciare entrare nella propria mente. Il doomscrolling non nasce da debolezza o superficialità, ma da meccanismi psicologici profondi che coinvolgono attenzione, emozioni e bisogno di controllo. Diventarne consapevoli è il primo passo per interrompere automatismi che, nel tempo, possono influenzare il nostro equilibrio emotivo.

“Costruire” il Pensiero: adolescenza e crisi di simbolizzazione

L’adolescenza rappresenta un passaggio cruciale non solo sul piano corporeo e relazionale, ma anche sul piano del funzionamento mentale. È un tempo in cui il pensiero è chiamato a trasformarsi, a perdere le forme infantili per aprirsi a modalità più astratte e simboliche. Questo processo non avviene senza difficoltà: la costruzione del pensiero attraversa una fase di instabilità, in cui la capacità di simbolizzare può vacillare, frammentarsi o irrigidirsi. Il pensiero infantile si fonda su riferimenti relativamente stabili: le figure genitoriali, le identificazioni primarie, una continuità tra mondo interno e mondo esterno che rende l’esperienza più facilmente organizzabile. In adolescenza, queste coordinate vengono rimesse in discussione. Il soggetto è chiamato a confrontarsi con la perdita delle certezze infantili e con l’emergere di una realtà più complessa, ambigua, contraddittoria. Il pensiero astratto, che consente di tollerare l’assenza, il dubbio e la mancanza, non è ancora pienamente disponibile, ma è proprio ciò che si sta costruendo. L’irruzione della sessualità e le trasformazioni del corpo producono un aumento dell’eccitazione interna che mette sotto pressione le capacità di pensiero. Emozioni intense, affetti contrastanti e vissuti non ancora rappresentabili rischiano di eccedere le possibilità di simbolizzazione. In questo contesto, il pensiero può diventare invasivo, confuso o, al contrario, arrestarsi. Non è raro che l’adolescente alterni momenti di iper-riflessione a fasi di vuoto mentale, silenzio o agire. La crisi della simbolizzazione rappresenta uno dei nodi centrali di questo passaggio. Simbolizzare significa poter trasformare l’esperienza in rappresentazione, dare forma e senso a ciò che accade nel corpo e negli affetti. Quando questa funzione è in difficoltà, l’esperienza resta grezza, non pensata, e tende a essere evacuata attraverso il corpo o l’azione. Passaggi all’atto, condotte di rischio, ritiro o sintomi somatici possono essere letti come tentativi di gestione di ciò che il pensiero non riesce ancora a contenere. In alcuni casi, il pensiero appare frammentato. Il discorso è disorganizzato, privo di continuità narrativa; le emozioni si succedono senza nessi; il tempo perde coerenza e il futuro diventa impensabile. Questa frammentazione non indica necessariamente una patologia strutturata, ma segnala una difficoltà momentanea nel tenere insieme le diverse dimensioni dell’esperienza in una fase di profonda riorganizzazione. In altri casi, il pensiero tende a irrigidirsi. Di fronte all’angoscia dell’incertezza, l’adolescente può rifugiarsi in modalità di pensiero rigide, dicotomiche, assolute. Tutto viene organizzato in termini di giusto o sbagliato, possibile o impossibile, amico o nemico. Questa rigidità offre un senso di controllo e sicurezza, ma al prezzo di una chiusura del pensiero e di una riduzione della possibilità di trasformazione. Tra frammentazione e rigidità, il pensiero adolescenziale si muove in un equilibrio instabile. La difficoltà a pensare non va letta come un deficit cognitivo, ma come l’effetto di un lavoro psichico in corso. Il soggetto è impegnato a costruire nuove rappresentazioni di sé, dell’Altro e del mondo, in un momento in cui le vecchie non funzionano più e le nuove non sono ancora disponibili. Il lavoro clinico si colloca proprio in questo spazio. Non si tratta di insegnare a pensare o di correggere le forme del pensiero, ma di offrire un tempo e un luogo in cui il pensiero possa riprendere lentamente la sua funzione. La continuità del setting, la possibilità della parola e del silenzio, permettono all’esperienza di diventare dicibile, trasformando l’eccedenza in qualcosa che può essere pensato. Costruire il pensiero in adolescenza significa accettare che pensare comporti una perdita: la perdita delle certezze infantili, l’incontro con il limite, la scoperta della mancanza. È attraversando questa crisi che il soggetto può accedere a forme di pensiero più proprie, capaci di sostenere il desiderio, il conflitto e il cambiamento. L’adolescenza appare così come un tempo fragile ma decisivo: un passaggio in cui il pensiero può smarrirsi o irrigidirsi, ma anche trovare nuove modalità di esistenza. È in questo lavoro, spesso silenzioso e faticoso, che si gioca la possibilità di una soggettivazione più articolata e vitale.

Effetto Zeigarnik e i file mentali non chiusi

La psicologa lituana Zeigarnik teorizzò all’inizio del secolo scorso un fenomeno psicologico che porta il suo nome. Tale effetto riguarda il fatto che la mente umana ha la tendenza a ricordare, con maggiore facilità e insistenza, i compiti e le azioni rimaste incomplete. L’autrice, in seguito all’esperimento sottoposto ai suoi studenti, notò che quelle attività non completate creavano una tensione psicologica che impediva al cervello di concentrarsi su altri processi. Da qui, l’effetto Zeigarnik inquadra proprio quella tendenza delle persone a chiudere i cosiddetti cerchi mentali per evitare quindi l’ansia da completamento. Nella vita quotidiana, spesso, L’incalzare degli eventi, la procrastinazione, il sovraccarico cognitivo e lo stress giocano un ruolo determinante nel non portare a termine i compiti. Così facendo, l’individuo, anziché portare coscientemente l’attenzione altrove, lascia aperti dei processi cognitivi che creano tensione in sordina, fino a quando non vengono conclusi. Ne consegue spesso una sensazione di sopraffazione per tutte quelle cose ancora da dover fare, creando confusione e stress mentale. Capita di frequente, che il completamento del compito può essere risolto in breve tempo invece di lasciare il file mentale aperto. Ocomunque può essere scomposto in piccoli blocchi orientati alla conclusione che determinerebbe una situazione mentale di soddisfazione e ordine.

Il Regno Unito verso il divieto dei social media per gli under 16: una svolta destinata a fare scuola?

Dopo l’Australia, anche il Regno Unito sembra pronto a intraprendere una strada che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa impensabile: limitare drasticamente l’accesso ai social media per i minori di 16 anni. Negli ultimi mesi il dibattito britannico si è intensificato, spinto dalle preoccupazioni di genitori, insegnanti, esperti e rappresentanti politici. A Londra, il sindaco Sadiq Khan si è espresso a favore di misure più severe per proteggere i giovani dall’uso precoce delle piattaforme social, mentre il governo continua a discutere possibili interventi normativi che potrebbero modificare profondamente il rapporto tra adolescenti e tecnologia. La questione non riguarda soltanto il Regno Unito. Sempre più Paesi stanno osservando con attenzione ciò che accade oltremanica, chiedendosi se sia arrivato il momento di intervenire in modo deciso su un fenomeno che, fino ad oggi, è stato affidato principalmente alla responsabilità delle famiglie e delle stesse piattaforme digitali. L’esempio australiano Per comprendere ciò che sta accadendo nel Regno Unito bisogna guardare all’Australia. Nel 2024 il governo australiano ha approvato una delle normative più restrittive al mondo in materia di social media, introducendo il divieto di utilizzo delle principali piattaforme per i minori di 16 anni. La misura è stata presentata come una risposta alla crescente preoccupazione per gli effetti dell’esposizione digitale sui più giovani e ha rapidamente attirato l’attenzione internazionale. Per la prima volta un Paese occidentale ha scelto di affrontare il problema non limitandosi a campagne di sensibilizzazione o a raccomandazioni educative, ma attraverso una vera e propria regolamentazione dell’accesso. Da quel momento il dibattito si è esteso ad altri contesti nazionali. Francia, Norvegia e Regno Unito hanno iniziato a discutere soluzioni simili, segno che il tema è ormai diventato una priorità politica oltre che educativa. Perché proprio adesso? Ciò che colpisce è il cambiamento di prospettiva. Per anni i social media sono stati raccontati soprattutto come strumenti di innovazione, connessione e partecipazione. Oggi, invece, il discorso pubblico sembra essersi spostato verso la protezione e la prevenzione. Nel Regno Unito questo cambio di paradigma è stato favorito anche dall’entrata in vigore dell’Online Safety Act, una delle normative più ambiziose in Europa sul controllo dei contenuti online e sulla responsabilità delle piattaforme digitali. L’idea di fondo è semplice: se internet è diventato uno spazio centrale nella vita dei minori, allora le aziende tecnologiche devono assumersi responsabilità simili a quelle richieste ad altri soggetti che operano in contesti frequentati da bambini e adolescenti. È un cambiamento culturale importante. Per la prima volta non si chiede soltanto ai ragazzi di utilizzare meglio i social, ma si domanda alle piattaforme di ripensare il modo in cui questi strumenti vengono progettati e resi accessibili. Un dibattito che divide Naturalmente non mancano le critiche. Molti osservatori sottolineano che vietare l’accesso ai social media potrebbe non eliminare il problema. Gli adolescenti, da sempre, trovano modi creativi per aggirare regole e restrizioni. Inoltre, resta aperta la questione della verifica dell’età, che richiede sistemi tecnologici complessi e solleva interrogativi sulla privacy. Altri evidenziano che il rischio è quello di concentrarsi esclusivamente sui social media, trascurando fattori più ampi che influenzano il benessere delle nuove generazioni: la pressione scolastica, l’incertezza economica, la solitudine, le difficoltà relazionali e la trasformazione delle comunità educative. Come ho già approfondito in precedenti articoli e video, il rapporto tra adolescenti e social network non può essere ridotto a una semplice relazione causa-effetto. Le piattaforme possono amplificare alcuni problemi esistenti, ma raramente ne rappresentano l’unica origine. Per questo motivo il dibattito attuale appare particolarmente interessante: non riguarda soltanto la tecnologia, ma il modo in cui le società contemporanee scelgono di proteggere l’infanzia e l’adolescenza. Una questione generazionale Dietro la discussione sui social media emerge anche una questione più profonda: il rapporto tra generazioni. Molti degli adulti che oggi propongono restrizioni sono cresciuti in un mondo analogico e hanno assistito all’arrivo delle piattaforme digitali da osservatori esterni. Gli adolescenti di oggi, invece, non hanno mai conosciuto una realtà senza smartphone, notifiche e social network. Questa differenza di esperienza rende spesso difficile il dialogo. Da una parte vi sono adulti preoccupati per i rischi della rete; dall’altra ragazzi che percepiscono i social come una componente naturale della propria vita quotidiana. Il rischio è che il confronto si trasformi in uno scontro tra generazioni invece che in una riflessione condivisa sul futuro dell’ambiente digitale. Il Regno Unito come laboratorio europeo Al momento non è ancora chiaro quali misure verranno effettivamente adottate dal governo britannico e in che forma. Ciò che appare evidente, però, è che il Regno Unito sta diventando un laboratorio di osservazione per tutta l’Europa. Se dovessero essere introdotte limitazioni significative all’accesso dei minori ai social media, altri Paesi potrebbero seguire lo stesso percorso. In questo senso, la questione supera i confini britannici. Non si tratta soltanto di decidere se un quindicenne possa aprire un account su TikTok o Instagram. Si tratta di stabilire quale ruolo debbano avere le piattaforme digitali nella crescita delle nuove generazioni e fino a che punto gli Stati possano intervenire per regolamentarle. La sensazione è che siamo soltanto all’inizio di un cambiamento più ampio. Dopo anni in cui la tecnologia è stata considerata quasi inevitabile, diversi governi stanno iniziando a chiedersi non solo cosa sia possibile fare online, ma anche cosa sia opportuno permettere. E il Regno Unito potrebbe essere il prossimo Paese a trasformare questa domanda in una legge. Fonti

Adolescenti tra pressione, responsabilità e paura di sbagliare

«Devo prendere un bel voto.»«Devo allenarmi di più.»«Devo organizzarmi meglio.»«Non posso perdere tempo.» Molti adolescenti crescono accompagnati da una lunga lista di doveri. Alcuni riescono a sostenerla, altri sembrano rinunciare e disinvestire. In entrambi i casi, però, il rischio è lo stesso: perdere il contatto con ciò che desiderano davvero. Negli ultimi anni si è parlato molto della pressione scolastica e delle aspettative elevate che gravano sui ragazzi. Tuttavia, la sensazione di dover continuamente dimostrare qualcosa non riguarda soltanto la scuola. Può estendersi allo sport, alle amicizie, alle attività extrascolastiche e perfino al tempo libero. Ogni esperienza rischia di trasformarsi in una prova da superare. Tra iper-responsabilità e deresponsabilizzazione Nella pratica clinica si osservano spesso due atteggiamenti apparentemente opposti. Da una parte ci sono ragazzi estremamente responsabili, attenti alle prestazioni e preoccupati di non deludere le aspettative. Faticano a concedersi pause, vivono l’errore come un fallimento e tendono a valutare il proprio valore personale attraverso i risultati ottenuti. Dall’altra troviamo adolescenti che sembrano disinteressati, poco motivati e poco coinvolti negli impegni quotidiani. Sebbene questi profili appaiano molto diversi, talvolta condividono la stessa difficoltà: il rapporto con la pressione e con il timore di non essere all’altezza. Quando ogni attività viene vissuta come una verifica, alcuni ragazzi cercano di controllare tutto. Altri, invece, smettono di provarci. Il diritto di fare qualcosa senza uno scopo L’adolescenza non è soltanto il periodo delle responsabilità crescenti. È anche una fase di esplorazione. Per capire chi si è e chi si vuole diventare, occorre poter sperimentare attività nuove, interessi, passioni e relazioni senza che tutto venga immediatamente valutato in termini di successo o fallimento. Molti ragazzi, però, sembrano aver interiorizzato l’idea che ogni esperienza debba produrre un risultato. Anche ciò che nasce come piacere rischia di trasformarsi in prestazione. In queste condizioni diventa difficile ascoltare la curiosità, il desiderio e la soddisfazione personale. Ci si concentra sul traguardo, perdendo di vista il percorso. Il ruolo degli adulti Genitori e insegnanti hanno il compito di trasmettere il senso della responsabilità, ma anche quello di aiutare gli adolescenti a costruire un rapporto equilibrato con le aspettative. Responsabilizzare non significa chiedere risultati continui. Significa accompagnare i ragazzi a confrontarsi con gli impegni senza far coincidere il loro valore con le loro prestazioni. Allo stesso modo, proteggere non significa eliminare ogni richiesta o ogni frustrazione. La crescita passa anche attraverso il confronto con i limiti e con la possibilità di sbagliare. La sfida consiste nel trovare un equilibrio tra sostegno e richiesta, tra libertà e responsabilità. Crescere non è solo riuscire In una società sempre più orientata alla performance, il rischio è che gli adolescenti imparino molto presto a raggiungere obiettivi, ma facciano più fatica a riconoscere ciò che li appassiona davvero. Crescere non significa soltanto diventare più efficienti o più produttivi. Significa anche poter esplorare, sbagliare, cambiare idea e scoprire gradualmente ciò che dà significato alla propria esperienza. Perché non tutto ciò che conta può essere misurato da un voto, una medaglia o un risultato. Bibliografia