Doomscrolling: perché continuiamo a scorrere notizie negative anche quando ci fanno stare male?

Ti è mai capitato di prendere il telefono “solo per cinque minuti” e ritrovarti, mezz’ora dopo, ancora immerso tra notizie drammatiche, video ansiogeni e contenuti negativi? Questo comportamento ha un nome: doomscrolling. Il termine nasce dall’unione delle parole inglesi doom (“rovina”, “catastrofe”) e scrolling (“scorrere”). Indica la tendenza a consumare compulsivamente contenuti negativi online, soprattutto sui social network e nei siti di informazione. Negli ultimi anni questo fenomeno è diventato sempre più comune, influenzando il benessere psicologico di molte persone. Perché il cervello si concentra sulle notizie negative? Dal punto di vista evolutivo, il nostro cervello è programmato per prestare maggiore attenzione ai pericoli. Questo meccanismo, chiamato bias della negatività, aveva una funzione di sopravvivenza: riconoscere rapidamente una minaccia aumentava le possibilità di salvarsi. Oggi, però, questo sistema entra in gioco anche davanti a notifiche, titoli allarmanti e contenuti emotivamente forti. Le notizie negative catturano più facilmente la nostra attenzione rispetto a quelle neutre o positive. Il problema è che i social media e gli algoritmi tendono a mostrarci proprio ciò che ci trattiene più a lungo sullo schermo. L’illusione di “dover sapere tutto” Molte persone continuano a leggere notizie negative perché sentono il bisogno di restare informate. In realtà, spesso il doomscrolling non aumenta davvero la comprensione degli eventi, ma alimenta uno stato di allerta costante. Si crea così un circolo vizioso: Questo meccanismo può diventare automatico, soprattutto nei momenti di fragilità emotiva o stress. Gli effetti psicologici del doomscrolling Un’esposizione continua a contenuti negativi può avere conseguenze importanti sul benessere mentale. Tra gli effetti più comuni troviamo: In alcune persone può emergere anche una percezione distorta della realtà, come se il mondo fosse costantemente pericoloso o senza possibilità di cambiamento positivo. Gli adolescenti e i giovani adulti risultano particolarmente vulnerabili, perché trascorrono molte ore online e costruiscono parte della propria identità anche attraverso il confronto digitale. Quando informarsi diventa sovraccarico emotivo Essere informati è importante, ma esiste una differenza tra informazione consapevole e sovraesposizione emotiva. Il problema non è conoscere ciò che accade nel mondo, bensì restare immersi per ore in contenuti che mantengono il sistema nervoso in uno stato continuo di attivazione. Molte persone utilizzano il telefono nei momenti di pausa o prima di dormire, senza rendersi conto che il cervello continua a elaborare le emozioni suscitate dai contenuti visualizzati. Come interrompere il ciclo del doomscrolling Non è necessario eliminare completamente social o notizie, ma può essere utile sviluppare un rapporto più consapevole con il digitale. Alcune strategie pratiche possono aiutare: Anche piccoli cambiamenti possono ridurre significativamente il senso di sovraccarico mentale. Ritrovare uno spazio mentale più sano In un mondo iperconnesso, proteggere il proprio benessere psicologico significa anche imparare a scegliere quali contenuti lasciare entrare nella propria mente. Il doomscrolling non nasce da debolezza o superficialità, ma da meccanismi psicologici profondi che coinvolgono attenzione, emozioni e bisogno di controllo. Diventarne consapevoli è il primo passo per interrompere automatismi che, nel tempo, possono influenzare il nostro equilibrio emotivo.

“Costruire” il Pensiero: adolescenza e crisi di simbolizzazione

L’adolescenza rappresenta un passaggio cruciale non solo sul piano corporeo e relazionale, ma anche sul piano del funzionamento mentale. È un tempo in cui il pensiero è chiamato a trasformarsi, a perdere le forme infantili per aprirsi a modalità più astratte e simboliche. Questo processo non avviene senza difficoltà: la costruzione del pensiero attraversa una fase di instabilità, in cui la capacità di simbolizzare può vacillare, frammentarsi o irrigidirsi. Il pensiero infantile si fonda su riferimenti relativamente stabili: le figure genitoriali, le identificazioni primarie, una continuità tra mondo interno e mondo esterno che rende l’esperienza più facilmente organizzabile. In adolescenza, queste coordinate vengono rimesse in discussione. Il soggetto è chiamato a confrontarsi con la perdita delle certezze infantili e con l’emergere di una realtà più complessa, ambigua, contraddittoria. Il pensiero astratto, che consente di tollerare l’assenza, il dubbio e la mancanza, non è ancora pienamente disponibile, ma è proprio ciò che si sta costruendo. L’irruzione della sessualità e le trasformazioni del corpo producono un aumento dell’eccitazione interna che mette sotto pressione le capacità di pensiero. Emozioni intense, affetti contrastanti e vissuti non ancora rappresentabili rischiano di eccedere le possibilità di simbolizzazione. In questo contesto, il pensiero può diventare invasivo, confuso o, al contrario, arrestarsi. Non è raro che l’adolescente alterni momenti di iper-riflessione a fasi di vuoto mentale, silenzio o agire. La crisi della simbolizzazione rappresenta uno dei nodi centrali di questo passaggio. Simbolizzare significa poter trasformare l’esperienza in rappresentazione, dare forma e senso a ciò che accade nel corpo e negli affetti. Quando questa funzione è in difficoltà, l’esperienza resta grezza, non pensata, e tende a essere evacuata attraverso il corpo o l’azione. Passaggi all’atto, condotte di rischio, ritiro o sintomi somatici possono essere letti come tentativi di gestione di ciò che il pensiero non riesce ancora a contenere. In alcuni casi, il pensiero appare frammentato. Il discorso è disorganizzato, privo di continuità narrativa; le emozioni si succedono senza nessi; il tempo perde coerenza e il futuro diventa impensabile. Questa frammentazione non indica necessariamente una patologia strutturata, ma segnala una difficoltà momentanea nel tenere insieme le diverse dimensioni dell’esperienza in una fase di profonda riorganizzazione. In altri casi, il pensiero tende a irrigidirsi. Di fronte all’angoscia dell’incertezza, l’adolescente può rifugiarsi in modalità di pensiero rigide, dicotomiche, assolute. Tutto viene organizzato in termini di giusto o sbagliato, possibile o impossibile, amico o nemico. Questa rigidità offre un senso di controllo e sicurezza, ma al prezzo di una chiusura del pensiero e di una riduzione della possibilità di trasformazione. Tra frammentazione e rigidità, il pensiero adolescenziale si muove in un equilibrio instabile. La difficoltà a pensare non va letta come un deficit cognitivo, ma come l’effetto di un lavoro psichico in corso. Il soggetto è impegnato a costruire nuove rappresentazioni di sé, dell’Altro e del mondo, in un momento in cui le vecchie non funzionano più e le nuove non sono ancora disponibili. Il lavoro clinico si colloca proprio in questo spazio. Non si tratta di insegnare a pensare o di correggere le forme del pensiero, ma di offrire un tempo e un luogo in cui il pensiero possa riprendere lentamente la sua funzione. La continuità del setting, la possibilità della parola e del silenzio, permettono all’esperienza di diventare dicibile, trasformando l’eccedenza in qualcosa che può essere pensato. Costruire il pensiero in adolescenza significa accettare che pensare comporti una perdita: la perdita delle certezze infantili, l’incontro con il limite, la scoperta della mancanza. È attraversando questa crisi che il soggetto può accedere a forme di pensiero più proprie, capaci di sostenere il desiderio, il conflitto e il cambiamento. L’adolescenza appare così come un tempo fragile ma decisivo: un passaggio in cui il pensiero può smarrirsi o irrigidirsi, ma anche trovare nuove modalità di esistenza. È in questo lavoro, spesso silenzioso e faticoso, che si gioca la possibilità di una soggettivazione più articolata e vitale.

Effetto Zeigarnik e i file mentali non chiusi

La psicologa lituana Zeigarnik teorizzò all’inizio del secolo scorso un fenomeno psicologico che porta il suo nome. Tale effetto riguarda il fatto che la mente umana ha la tendenza a ricordare, con maggiore facilità e insistenza, i compiti e le azioni rimaste incomplete. L’autrice, in seguito all’esperimento sottoposto ai suoi studenti, notò che quelle attività non completate creavano una tensione psicologica che impediva al cervello di concentrarsi su altri processi. Da qui, l’effetto Zeigarnik inquadra proprio quella tendenza delle persone a chiudere i cosiddetti cerchi mentali per evitare quindi l’ansia da completamento. Nella vita quotidiana, spesso, L’incalzare degli eventi, la procrastinazione, il sovraccarico cognitivo e lo stress giocano un ruolo determinante nel non portare a termine i compiti. Così facendo, l’individuo, anziché portare coscientemente l’attenzione altrove, lascia aperti dei processi cognitivi che creano tensione in sordina, fino a quando non vengono conclusi. Ne consegue spesso una sensazione di sopraffazione per tutte quelle cose ancora da dover fare, creando confusione e stress mentale. Capita di frequente, che il completamento del compito può essere risolto in breve tempo invece di lasciare il file mentale aperto. Ocomunque può essere scomposto in piccoli blocchi orientati alla conclusione che determinerebbe una situazione mentale di soddisfazione e ordine.

Il Regno Unito verso il divieto dei social media per gli under 16: una svolta destinata a fare scuola?

Dopo l’Australia, anche il Regno Unito sembra pronto a intraprendere una strada che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa impensabile: limitare drasticamente l’accesso ai social media per i minori di 16 anni. Negli ultimi mesi il dibattito britannico si è intensificato, spinto dalle preoccupazioni di genitori, insegnanti, esperti e rappresentanti politici. A Londra, il sindaco Sadiq Khan si è espresso a favore di misure più severe per proteggere i giovani dall’uso precoce delle piattaforme social, mentre il governo continua a discutere possibili interventi normativi che potrebbero modificare profondamente il rapporto tra adolescenti e tecnologia. La questione non riguarda soltanto il Regno Unito. Sempre più Paesi stanno osservando con attenzione ciò che accade oltremanica, chiedendosi se sia arrivato il momento di intervenire in modo deciso su un fenomeno che, fino ad oggi, è stato affidato principalmente alla responsabilità delle famiglie e delle stesse piattaforme digitali. L’esempio australiano Per comprendere ciò che sta accadendo nel Regno Unito bisogna guardare all’Australia. Nel 2024 il governo australiano ha approvato una delle normative più restrittive al mondo in materia di social media, introducendo il divieto di utilizzo delle principali piattaforme per i minori di 16 anni. La misura è stata presentata come una risposta alla crescente preoccupazione per gli effetti dell’esposizione digitale sui più giovani e ha rapidamente attirato l’attenzione internazionale. Per la prima volta un Paese occidentale ha scelto di affrontare il problema non limitandosi a campagne di sensibilizzazione o a raccomandazioni educative, ma attraverso una vera e propria regolamentazione dell’accesso. Da quel momento il dibattito si è esteso ad altri contesti nazionali. Francia, Norvegia e Regno Unito hanno iniziato a discutere soluzioni simili, segno che il tema è ormai diventato una priorità politica oltre che educativa. Perché proprio adesso? Ciò che colpisce è il cambiamento di prospettiva. Per anni i social media sono stati raccontati soprattutto come strumenti di innovazione, connessione e partecipazione. Oggi, invece, il discorso pubblico sembra essersi spostato verso la protezione e la prevenzione. Nel Regno Unito questo cambio di paradigma è stato favorito anche dall’entrata in vigore dell’Online Safety Act, una delle normative più ambiziose in Europa sul controllo dei contenuti online e sulla responsabilità delle piattaforme digitali. L’idea di fondo è semplice: se internet è diventato uno spazio centrale nella vita dei minori, allora le aziende tecnologiche devono assumersi responsabilità simili a quelle richieste ad altri soggetti che operano in contesti frequentati da bambini e adolescenti. È un cambiamento culturale importante. Per la prima volta non si chiede soltanto ai ragazzi di utilizzare meglio i social, ma si domanda alle piattaforme di ripensare il modo in cui questi strumenti vengono progettati e resi accessibili. Un dibattito che divide Naturalmente non mancano le critiche. Molti osservatori sottolineano che vietare l’accesso ai social media potrebbe non eliminare il problema. Gli adolescenti, da sempre, trovano modi creativi per aggirare regole e restrizioni. Inoltre, resta aperta la questione della verifica dell’età, che richiede sistemi tecnologici complessi e solleva interrogativi sulla privacy. Altri evidenziano che il rischio è quello di concentrarsi esclusivamente sui social media, trascurando fattori più ampi che influenzano il benessere delle nuove generazioni: la pressione scolastica, l’incertezza economica, la solitudine, le difficoltà relazionali e la trasformazione delle comunità educative. Come ho già approfondito in precedenti articoli e video, il rapporto tra adolescenti e social network non può essere ridotto a una semplice relazione causa-effetto. Le piattaforme possono amplificare alcuni problemi esistenti, ma raramente ne rappresentano l’unica origine. Per questo motivo il dibattito attuale appare particolarmente interessante: non riguarda soltanto la tecnologia, ma il modo in cui le società contemporanee scelgono di proteggere l’infanzia e l’adolescenza. Una questione generazionale Dietro la discussione sui social media emerge anche una questione più profonda: il rapporto tra generazioni. Molti degli adulti che oggi propongono restrizioni sono cresciuti in un mondo analogico e hanno assistito all’arrivo delle piattaforme digitali da osservatori esterni. Gli adolescenti di oggi, invece, non hanno mai conosciuto una realtà senza smartphone, notifiche e social network. Questa differenza di esperienza rende spesso difficile il dialogo. Da una parte vi sono adulti preoccupati per i rischi della rete; dall’altra ragazzi che percepiscono i social come una componente naturale della propria vita quotidiana. Il rischio è che il confronto si trasformi in uno scontro tra generazioni invece che in una riflessione condivisa sul futuro dell’ambiente digitale. Il Regno Unito come laboratorio europeo Al momento non è ancora chiaro quali misure verranno effettivamente adottate dal governo britannico e in che forma. Ciò che appare evidente, però, è che il Regno Unito sta diventando un laboratorio di osservazione per tutta l’Europa. Se dovessero essere introdotte limitazioni significative all’accesso dei minori ai social media, altri Paesi potrebbero seguire lo stesso percorso. In questo senso, la questione supera i confini britannici. Non si tratta soltanto di decidere se un quindicenne possa aprire un account su TikTok o Instagram. Si tratta di stabilire quale ruolo debbano avere le piattaforme digitali nella crescita delle nuove generazioni e fino a che punto gli Stati possano intervenire per regolamentarle. La sensazione è che siamo soltanto all’inizio di un cambiamento più ampio. Dopo anni in cui la tecnologia è stata considerata quasi inevitabile, diversi governi stanno iniziando a chiedersi non solo cosa sia possibile fare online, ma anche cosa sia opportuno permettere. E il Regno Unito potrebbe essere il prossimo Paese a trasformare questa domanda in una legge. Fonti

Adolescenti tra pressione, responsabilità e paura di sbagliare

«Devo prendere un bel voto.»«Devo allenarmi di più.»«Devo organizzarmi meglio.»«Non posso perdere tempo.» Molti adolescenti crescono accompagnati da una lunga lista di doveri. Alcuni riescono a sostenerla, altri sembrano rinunciare e disinvestire. In entrambi i casi, però, il rischio è lo stesso: perdere il contatto con ciò che desiderano davvero. Negli ultimi anni si è parlato molto della pressione scolastica e delle aspettative elevate che gravano sui ragazzi. Tuttavia, la sensazione di dover continuamente dimostrare qualcosa non riguarda soltanto la scuola. Può estendersi allo sport, alle amicizie, alle attività extrascolastiche e perfino al tempo libero. Ogni esperienza rischia di trasformarsi in una prova da superare. Tra iper-responsabilità e deresponsabilizzazione Nella pratica clinica si osservano spesso due atteggiamenti apparentemente opposti. Da una parte ci sono ragazzi estremamente responsabili, attenti alle prestazioni e preoccupati di non deludere le aspettative. Faticano a concedersi pause, vivono l’errore come un fallimento e tendono a valutare il proprio valore personale attraverso i risultati ottenuti. Dall’altra troviamo adolescenti che sembrano disinteressati, poco motivati e poco coinvolti negli impegni quotidiani. Sebbene questi profili appaiano molto diversi, talvolta condividono la stessa difficoltà: il rapporto con la pressione e con il timore di non essere all’altezza. Quando ogni attività viene vissuta come una verifica, alcuni ragazzi cercano di controllare tutto. Altri, invece, smettono di provarci. Il diritto di fare qualcosa senza uno scopo L’adolescenza non è soltanto il periodo delle responsabilità crescenti. È anche una fase di esplorazione. Per capire chi si è e chi si vuole diventare, occorre poter sperimentare attività nuove, interessi, passioni e relazioni senza che tutto venga immediatamente valutato in termini di successo o fallimento. Molti ragazzi, però, sembrano aver interiorizzato l’idea che ogni esperienza debba produrre un risultato. Anche ciò che nasce come piacere rischia di trasformarsi in prestazione. In queste condizioni diventa difficile ascoltare la curiosità, il desiderio e la soddisfazione personale. Ci si concentra sul traguardo, perdendo di vista il percorso. Il ruolo degli adulti Genitori e insegnanti hanno il compito di trasmettere il senso della responsabilità, ma anche quello di aiutare gli adolescenti a costruire un rapporto equilibrato con le aspettative. Responsabilizzare non significa chiedere risultati continui. Significa accompagnare i ragazzi a confrontarsi con gli impegni senza far coincidere il loro valore con le loro prestazioni. Allo stesso modo, proteggere non significa eliminare ogni richiesta o ogni frustrazione. La crescita passa anche attraverso il confronto con i limiti e con la possibilità di sbagliare. La sfida consiste nel trovare un equilibrio tra sostegno e richiesta, tra libertà e responsabilità. Crescere non è solo riuscire In una società sempre più orientata alla performance, il rischio è che gli adolescenti imparino molto presto a raggiungere obiettivi, ma facciano più fatica a riconoscere ciò che li appassiona davvero. Crescere non significa soltanto diventare più efficienti o più produttivi. Significa anche poter esplorare, sbagliare, cambiare idea e scoprire gradualmente ciò che dà significato alla propria esperienza. Perché non tutto ciò che conta può essere misurato da un voto, una medaglia o un risultato. Bibliografia

Ghosting: perché sparire da una relazione fa così male?

Negli ultimi anni il termine ghosting è entrato sempre più spesso nel linguaggio quotidiano. Indica l’interruzione improvvisa e immotivata di una relazione o di una frequentazione: una persona smette di rispondere ai messaggi, sparisce dai contatti e interrompe ogni comunicazione senza spiegazioni. Può accadere in una relazione sentimentale, in un’amicizia, ma anche in contesti lavorativi o familiari. Sebbene il fenomeno non sia nuovo, la comunicazione digitale lo ha reso molto più frequente e socialmente diffuso. Ma perché il ghosting fa soffrire così tanto dal punto di vista psicologico? Il dolore dell’assenza di spiegazioni Quando una relazione finisce, il dolore non dipende solo dalla perdita dell’altro, ma anche dalla possibilità di comprendere cosa sia successo. Nel ghosting, invece, manca una chiusura chiara. La persona che subisce questa esperienza resta spesso sospesa in una condizione di dubbio: Il cervello umano tende naturalmente a cercare spiegazioni e significati. Quando non riesce a trovarli, può entrare in un circolo di pensieri ripetitivi, alimentando ansia, insicurezza e sofferenza emotiva. Il ghosting e il senso di rifiuto Dal punto di vista psicologico, essere ignorati attiva aree cerebrali simili a quelle coinvolte nel dolore fisico. Il rifiuto sociale, infatti, viene percepito dal cervello come una minaccia emotiva importante. Chi subisce ghosting può sentirsi svalutato, invisibile o “non abbastanza”. Questo accade soprattutto quando nella relazione erano presenti aspettative affettive, coinvolgimento emotivo o progettualità. In alcuni casi il ghosting può riattivare ferite relazionali più profonde, legate all’abbandono, alla paura del rifiuto o a esperienze precedenti di instabilità emotiva. Perché alcune persone fanno ghosting? Le motivazioni possono essere diverse e non sempre indicano cattiveria o manipolazione consapevole. Alcune persone evitano il confronto perché temono il conflitto, provano disagio nel gestire le emozioni oppure non possiedono adeguate competenze comunicative. In altri casi il ghosting riflette una difficoltà ad assumersi la responsabilità emotiva delle proprie scelte. La comunicazione digitale, inoltre, può facilitare comportamenti evitanti: sparire dietro uno schermo sembra più semplice che affrontare una conversazione difficile. Tuttavia, comprendere le motivazioni dell’altro non significa minimizzare l’impatto emotivo che questo comportamento può avere. Come affrontare il ghosting La prima reazione è spesso quella di cercare continuamente risposte o tentare di ristabilire il contatto. È una risposta umana e comprensibile. Tuttavia, inseguire spiegazioni a ogni costo rischia di aumentare la sofferenza. Può essere utile: In alcuni casi, soprattutto quando il ghosting riattiva vissuti profondi di abbandono o insicurezza, un percorso psicologico può aiutare a comprendere meglio le proprie dinamiche relazionali e rafforzare l’autostima. Una questione di responsabilità emotiva In una società sempre più veloce e digitale, il rischio è quello di dimenticare che dietro uno schermo esistono emozioni reali. Comunicare una distanza, un cambiamento o la fine di un interesse può essere difficile, ma rappresenta una forma di rispetto verso l’altro. Il ghosting ci ricorda quanto le relazioni umane abbiano bisogno non solo di connessione, ma anche di responsabilità emotiva, chiarezza e consapevolezza.

Adolescenza e disturbo borderline. La questione diagnostica e il lavoro clinico

Quando si parla di disturbo borderline in adolescenza, il dibattito si fa immediatamente acceso. A differenza delle letture che collocano il borderline come semplice metafora del confine, qui la questione riguarda la possibilità stessa di una configurazione psicopatologica strutturata che si manifesta già nel tempo adolescenziale. Non si tratta di una sovrapposizione impropria, ma di una domanda clinica reale, che emerge con forza nella pratica quotidiana: cosa accade quando l’instabilità non è più solo transitoria, ma tende a organizzarsi come modalità prevalente di funzionamento? L’adolescenza è certamente un tempo di turbolenza, ma non ogni intensità affettiva può essere ricondotta al processo evolutivo. In alcune situazioni, ciò che si osserva non è soltanto una crisi, ma una difficoltà persistente nella regolazione degli affetti, nell’integrazione dell’identità e nella tenuta del legame. Oscillazioni emotive estreme, vissuti cronici di vuoto, acting out ripetuti, condotte autolesive, relazioni segnate da dipendenza e rotture violente indicano una sofferenza che non si esaurisce nel passaggio adolescenziale. Il riferimento a Sigmund Freud consente di pensare queste configurazioni come espressione di un conflitto che non riesce a essere elaborato sul piano rappresentazionale. L’eccedenza pulsionale non trova vie simboliche sufficienti e tende a scaricarsi attraverso l’agire o il corpo. In questi casi, il sintomo non è un semplice segnale di transizione, ma una soluzione rigida che il soggetto utilizza per mantenere una fragile continuità psichica. Nel disturbo borderline in adolescenza, la questione dell’identità occupa un posto centrale. Il soggetto fatica a costruire un senso stabile di sé e oscilla tra immagini opposte, spesso idealizzate o svalutate. Questa frammentazione si riflette nel rapporto con l’Altro, vissuto ora come indispensabile, ora come minaccioso. La paura dell’abbandono convive con movimenti di rifiuto e di attacco, producendo legami intensi ma difficilmente sostenibili nel tempo. Il contributo di Jacques Lacan permette di leggere queste dinamiche come effetto di una difficoltà strutturale nel rapporto con la mancanza. Nel borderline, la mancanza non riesce a essere simbolizzata e viene vissuta come un vuoto reale, intollerabile. Da qui l’urgenza del legame, l’impossibilità di tollerare l’assenza, la richiesta implicita di una presenza totale che, inevitabilmente, finisce per essere distruttiva. In questa prospettiva, il riferimento teorico a Otto Kernberg ha avuto un ruolo decisivo nel riconoscere l’esistenza di un’organizzazione borderline di personalità, distinguendola sia dalle nevrosi sia dalle psicosi. In adolescenza, questa organizzazione può già manifestarsi attraverso la scissione, l’instabilità dell’immagine di sé e dell’Altro, l’uso massiccio di difese primitive. Non si tratta di etichettare precocemente, ma di riconoscere quando il funzionamento psichico mostra una coerenza patologica che tende a ripetersi. Il lavoro clinico con adolescenti con disturbo borderline pone questioni tecniche ed etiche particolarmente delicate. La relazione terapeutica è spesso attraversata da intensi movimenti transferali, richieste implicite di salvataggio, rotture improvvise del legame. La posizione del clinico è costantemente messa alla prova: ogni distanza può essere vissuta come abbandono, ogni vicinanza come intrusione. In questi casi, la priorità non è l’interpretazione del conflitto inconscio, ma la costruzione di una cornice sufficientemente stabile. La continuità del setting, la chiarezza dei confini, la prevedibilità della presenza clinica svolgono una funzione strutturante. È attraverso questa tenuta che l’agire può lentamente trovare un limite e che l’esperienza affettiva può iniziare a essere mentalizzata. Riconoscere il disturbo borderline in adolescenza non significa rinunciare alla dimensione evolutiva, ma assumere la responsabilità clinica di una sofferenza che rischia di cronicizzarsi. La diagnosi, quando è fondata e maneggiata con prudenza, non chiude il percorso, ma orienta il lavoro, evitando sia minimizzazioni rassicuranti sia interventi impropriamente normalizzanti. Il disturbo borderline in adolescenza rappresenta una sfida centrale per la clinica contemporanea. È un punto in cui il rischio è elevato, ma in cui è ancora possibile intervenire prima che le modalità di funzionamento si irrigidiscano definitivamente. Il compito del lavoro clinico non è quello di anticipare un destino, ma di offrire al soggetto le condizioni perché ciò che oggi appare come instabilità distruttiva possa, nel tempo, trasformarsi in una forma di organizzazione psichica più vivibile.

Dipendenze: la nostalgia della prima volta

Molte dipendenze non iniziano con la sofferenza. Iniziano con qualcosa che funziona. Nel precedente articolo abbiamo visto come alcune esperienze legate a sostanze o comportamenti problematici riescano ad “agganciarsi” più facilmente quando incontrano un bisogno già presente, anche se difficile da riconoscere. Ma cosa succede dopo? Cosa accade quando quel piacere inizia lentamente a cambiare? Cosa accade quando si continua a cercare qualcosa che ormai non è più raggiungibile? Il problema è che l’effetto cambia Quando qualcosa ci fa stare bene — o semplicemente meno male — il cervello lo registra molto velocemente. È un meccanismo naturale. Impariamo continuamente attraverso ciò che ci dà piacere, sollievo o sicurezza. C’è però un aspetto meno evidente: il cervello si abitua. Quella stessa esperienza che all’inizio sembrava intensa, nuova o potente, con il tempo perde parte del suo effetto. Ed è qui che molte persone iniziano inconsapevolmente a cambiare rapporto con ciò che stanno usando. Non cercano più soltanto piacere. Cercano di tornare a come si sentivano all’inizio. È una differenza sottile, ma importante. Perché a un certo punto non si rincorre più qualcosa di nuovo. Si rincorre un ricordo, un desiderio irrealizzabile. La nostalgia della “prima volta” Le dipendenze continuano anche quando il piacere diminuisce. Da fuori questo può sembrare incomprensibile: “Se non ti fa stare bene, perché continui?” Esiste una sorta di nostalgia che accompagna la condizione di dipendenza patologica. Non necessariamente la nostalgia della sostanza o del comportamento in sé, ma della sensazione associata ai primi momenti: senso di leggerezza, di forza, di distanza dai problemi, o semplicemente di sollievo. Con il tempo, però, quella sensazione originaria tende a non ripresentarsi più nello stesso modo. Ed è forse anche per questo che alcune persone vivono la dipendenza come una rincorsa continua verso qualcosa che sembra allontanarsi sempre di più.  Alcuni riferiscono persino che il piacere finisca per trovarsi nella rincorsa stessa. Altri dicono che la sostanza “non sia più quella di una volta”. Ma spesso non è la sostanza ad essere cambiata: è l’assuefazione ad aver trasformato completamente l’esperienza.  Una ricerca che cambia significato Nel cortometraggio Nuggets, il protagonista torna più volte verso ciò che inizialmente gli aveva dato una sensazione intensa e piacevole. Ma, scena dopo scena, quella ricerca cambia forma. Non sembra più una scoperta. Diventa qualcosa di automatico, quasi necessario. Ed è forse questo uno degli aspetti più insidiosi della dipendenza: il momento in cui non ci si accorge più di stare cercando qualcosa che, nel frattempo, è già cambiato. Cosa stiamo cercando davvero? Forse una delle domande più difficili riguarda proprio questo punto. Quando continuiamo a rincorrere una sensazione che non esiste più davvero, cosa stiamo cercando? Il piacere? Oppure il ricordo di una versione di noi che, almeno per un momento, sembrava stare meglio? E così, lentamente, la nostalgia della prima volta lascia spazio a qualcosa di diverso: non più soltanto il desiderio di ritrovare una sensazione, ma il bisogno crescente ma allo stesso tempo frustrato di evitare la sua assenza. Bibliografia Everitt, B. J., & Robbins, T. W. (2005). Neural systems of reinforcement for drug addiction. Nature Neuroscience, 8(11), 1481–1489. https://doi.org/10.1038/nn1579 Koob, G. F., & Volkow, N. D. (2016). Neurobiology of addiction: A neurocircuitry analysis. The Lancet Psychiatry, 3(8), 760–773. https://doi.org/10.1016/S2215-0366(16)00104-8Schultz, W. (2015). Neuronal reward and decision signals: From theories to data. Physiological Reviews, 95(3), 853–951. https://doi.org/10.1152/physrev.00023.2014

Il bisogno di approvazione: perché abbiamo così paura di non piacere agli altri

Ti è mai capitato di dire “sì” quando in realtà volevi dire “no”? Oppure di rileggere un messaggio dieci volte prima di inviarlo, per paura di sembrare sbagliato? Non è solo insicurezza. È qualcosa di più profondo: il bisogno di approvazione. Un bisogno umano, normale… ma che oggi sembra essere diventato sempre più forte. Da dove nasce il bisogno di approvazione Fin da piccoli impariamo che essere accettati è fondamentale. L’approvazione degli altri — genitori, insegnanti, pari — non è solo piacevole: è legata al senso di sicurezza e appartenenza. Crescendo, questo meccanismo non scompare. Si trasforma. Iniziamo a chiederci: Il punto è che, in molti casi, il valore personale finisce per dipendere troppo dallo sguardo degli altri. Il ruolo dei social: approvazione a portata di click Oggi l’approvazione è diventata visibile, misurabile e immediata. Like, commenti, visualizzazioni: tutto contribuisce a creare una sorta di “termometro sociale”. Questo può portare a: Il rischio è iniziare a vivere in funzione della risposta degli altri, invece che dei propri bisogni. Quando il bisogno diventa un problema Cercare approvazione è umano. Diventa problematico quando: In questi casi, il rischio è perdere il contatto con ciò che vuoi davvero. Perché è così difficile uscirne Il bisogno di approvazione è rinforzato da un meccanismo semplice: funziona. Quando ricevi approvazione: Questo crea una sorta di “dipendenza emotiva”: continui a cercare quella sensazione. Ma il prezzo può essere alto: autenticità ridotta, stress, senso di vuoto. Come iniziare a ridurre la dipendenza dall’approvazione Non si tratta di smettere di voler piacere (impossibile), ma di riequilibrare. 1. Impara a tollerare il disaccordo Non tutti devono essere d’accordo con te. E va bene così. 2. Chiediti: “lo sto facendo per me o per gli altri?” Questa domanda, semplice, cambia molto. 3. Allenati a piccoli “no” Non serve rivoluzionare tutto. Inizia da situazioni semplici. 4. Ridimensiona il giudizio altrui Le persone pensano a noi molto meno di quanto immaginiamo. Una riflessione finale Il bisogno di approvazione non è un difetto. È parte della nostra natura sociale. Ma quando diventa il criterio principale con cui scegliamo chi essere, rischiamo di allontanarci da noi stessi. E paradossalmente, è proprio quando iniziamo a essere più autentici che le relazioni diventano più vere.

Attraversare insieme. L’adolescenza come valico psichico per figli e genitori

L’adolescenza non è soltanto un passaggio per chi la attraversa in prima persona. È un vero e proprio valico psichico che coinvolge simultaneamente figli e genitori, mettendo in crisi assetti relazionali, identificazioni e modalità di legame che fino a quel momento avevano garantito una certa stabilità. Quando un adolescente cambia, anche il genitore è chiamato a riorganizzare la propria posizione: non più garante onnipotente, ma neppure spettatore passivo di un processo che spesso appare disorientante e doloroso. Questo passaggio non avviene senza attriti. Il corpo che cresce, la sessualità che irrompe, la spinta alla separazione rendono necessario un riassetto dei confini psichici. L’adolescente è impegnato nel lavoro di soggettivazione, mentre il genitore è confrontato con una perdita: la perdita del bambino immaginato, della relazione di dipendenza che strutturava il legame, di un posto definito. È in questo scarto che emergono molte delle difficoltà che portano alla consultazione clinica. Nel lavoro con gli adolescenti, la presenza dei genitori non può essere considerata un elemento accessorio. Il sintomo del figlio si iscrive sempre in un campo relazionale e simbolico più ampio. Acting out, ritiro, dipendenze, sintomi somatici o difficoltà scolastiche interrogano non solo il soggetto adolescente, ma anche il modo in cui il legame familiare tollera la trasformazione e la separazione. L’adolescenza diventa così un passaggio di valico per l’intero sistema, un punto di crisi che può aprire a nuove possibilità o irrigidirsi in conflitti ripetitivi. L’intervento clinico con i genitori richiede una teoria della tecnica specifica. Non si tratta di educare o correggere le pratiche genitoriali, né di allearsi con il figlio contro l’autorità. Il lavoro clinico mira piuttosto a offrire uno spazio in cui i genitori possano interrogare la propria posizione, riconoscere le proprie angosce e rimettere in gioco il rapporto con l’Altro incarnato dal figlio che cambia. Il setting con i genitori costituisce un dispositivo particolarmente delicato. Deve essere sufficientemente separato da quello dell’adolescente, pur restando in relazione con esso. Colloqui dedicati, tempi e spazi specifici, una chiara distinzione dei ruoli permettono di evitare confusioni e collusioni. Il setting non è un luogo di restituzione del materiale del figlio, ma uno spazio di elaborazione della posizione genitoriale. Spesso i genitori arrivano portando una domanda urgente: fermare il comportamento problematico, riportare il figlio alla normalità, ristabilire un ordine perduto. Il lavoro clinico consiste nel trasformare questa richiesta in una domanda diversa, che riguarda il legame e non soltanto il sintomo. Ciò implica sostenere l’angoscia senza rispondervi in modo immediatamente adattivo, permettendo che emerga ciò che il cambiamento adolescenziale riattiva nella storia soggettiva del genitore. Dal punto di vista tecnico, è fondamentale che il clinico mantenga una posizione non giudicante e non prescrittiva. Interpretazioni premature o indicazioni normative rischiano di rinforzare sentimenti di colpa o di impotenza, irrigidendo ulteriormente la relazione. Il lavoro procede piuttosto attraverso micro-spostamenti: nominare ciò che è difficile da tollerare, restituire al genitore la possibilità di non sapere, introdurre una distanza tra il comportamento del figlio e l’identità genitoriale. L’adolescenza mette spesso i genitori di fronte al proprio rapporto con il limite, con la perdita e con il desiderio. Alcuni faticano a lasciare andare, altri si ritirano troppo presto; alcuni rispondono con un eccesso di controllo, altri con una delega totale. L’intervento clinico non mira a stabilire quale sia la giusta distanza, ma a permettere che questa distanza possa essere pensata e modulata, invece che agita. Quando il setting con i genitori tiene, esso diventa un sostegno fondamentale anche per il lavoro con l’adolescente. Non perché i genitori debbano collaborare in senso adattivo, ma perché possono occupare una posizione meno angosciata, meno intrusiva, più simbolicamente disponibile. In questo modo, il passaggio adolescenziale può svolgersi senza che il sintomo debba farsi carico di tutto il peso della trasformazione. L’adolescenza, come ogni valico, espone al rischio di smarrimento, ma anche alla possibilità di un cambiamento profondo. Accompagnare figli e genitori in questo attraversamento significa sostenere una doppia trasformazione: quella del soggetto che cresce e quella dell’Altro che deve rinunciare a essere ciò che era. È in questa reciproca riorganizzazione che il lavoro clinico trova il suo senso più autentico.