Il grembo emotivo: quando l’ambiente materno diventa linguaggio per il bambino

Esiste un’idea che torna spesso nei discorsi sulla gravidanza: che il benessere del bambino inizi molto prima della nascita. Questa verità è sostenuta da diverse evidenze, difatti, il corpo della madre è il primo ambiente relazionale nel quale il bambino si sviluppa. Gli stati emotivi che la donna attraversa durante i nove mesi di gravidanza sono automaticamente trasferiti al feto ed il corpo del bambino, ancora in formazione registra tali variazioni. In poche parole il bambino “impara” qualcosa del mondo che lo aspetta. Un sistema che si forma nella relazione Dal punto di vista sistemico-relazionale non possiamo pensare al bambino come a un individuo isolato. E’ fin da subito parte di un sistema: corporeo, emotivo, relazionale. Il grembo materno non è solo un contenitore biologico, ma uno spazio di comunicazione. Dobbiamo quindi riconoscere che la qualità dell’ambiente emotivo ha un impatto reale sui processi di sviluppo, in particolare sulla regolazione emotiva. Alcuni studi suggeriscono che un’esposizione prolungata ad elevati livelli di stress in gravidanza, possa essere associata, nel tempo ad una maggiore vulnerabilità del bambino, maggiore sensibilità agli stimoli e irritabilità. Nel pensiero sistemico-relazionale, ispirato al lavoro di Gregory Bateson, non esiste un individuo separato dal contesto. Ogni essere umano prende forma all’interno di una rete di relazioni che lo precede e lo sostiene. Prendersi cura della madre è prendersi cura del bambino Se accettiamo l’idea che il grembo sia anche uno spazio emotivo, allora il modo in cui pensiamo alla gravidanza cambia radicalmente. Non è più sufficiente invitare le madri a “stare tranquille”, come se la serenità fosse una scelta individuale o un dovere da adempiere. La tranquillità in realtà è spesso il risultato di condizioni relazionali favorevoli: nasce da contesti che sanno sostenere, contenere, proteggere. Questo significa spostare lo sguardo dalla donna al sistema in cui è immersa. Relazioni rispettose e non violente, la presenza emotiva del partner, la possibilità di avere spazi di ascolto autentico sono elementi che costruiscono un senso di sicurezza. In questa accezione il benessere del bambino è inteso come esito di una rete di cure e legami che iniziano molto prima. e’ qui che assume forza una frase estremamente significativa: “cresciamo genitori gentili, non solo bambini sani“, perché ci ricorda che concentrarci solo sul bambino rischia di farci perdere di vista il contesto che lo genera. La salute infatti, coincide con la possibilità di svilupparsi all’interno di relazioni che sappiano contenere e regolare gli stati interni, offrire protezione e rispondere adeguatamente alle richieste di cura. Bibliografia
Non è troppo lavoro: è il disordine organizzativo

Il disordine organizzativo è un virus silenzioso che trasforma l’impegno quotidiano in logorio psicologico e stress lavoro‑correlato La psicologia organizzativa è concorde nel riconoscere che lo stress nasce spesso da assetti gestionali disfunzionali, più che dall’intensità del lavoro in sé. Il punto critico non è “quanto” si lavora, ma come il lavoro è organizzato, governato e reso “interessante “e “accessibile” per chi lo svolge. Dal punto di vista della psicologia gestionale, il disordine organizzativo non è solo una inefficienza operativa. È una condizione strutturale che si sviluppa quotidinamente e progressivamente,ma che incide sul funzionamento psicologico del lavoratore. Il disordine organizzativo si manifesta attraverso richieste incoerenti e incongruenti e una comunicazione poco chiara. Tali elementi incidono negativamente sul benessere psicofisico del lavoratore, il quale si ritrova dinanzi a scenari che non riesce a gestire,a controllare e molte volte a interpretare. Disordine organizzativo e aspetti psicologici Dal punto di vista psicologico, il disordine organizzativo può portare a stanchezza, stress e perdita di motivazione.Comportamenti come assenze frequenti o presenza senza vero coinvolgimento possono essere reazioni di difesa di fronte a contesti confusi e poco prevedibili. In queste condizioni, il lavoratore non riesce ad avere una visione chiara di ciò che sta facendo e finisce per eseguire compiti senza sentirsi parte attiva. Inolltre quando manca una progettazione organizzativa chiara e condivisa si crea confusione mentale ed emotiva, il lavoro perde senso e questo mette seriamente a rischio il benessere delle persone. Quando un’organizzazione va in affanno, non è mai solo colpa dei singoli. Spesso il problema sta nel sistema: un intreccio di regole poco chiare, ruoli confusi, relazioni fragili e valori non condivisi. Prevenire il disordine organizzativo significa allora cambiare sguardo e osservare l’organizzazione per quello che è davvero: un insieme vivo, dove tutto è collegato. Procedure, ruoli, relazioni e valori non sono ingranaggi invisibili, ma le fondamenta che tengono in piedi l’equilibrio quotidiano. Quando anche uno solo di questi elementi viene trascurato, il sistema perde stabilità e la confusione prende il sopravvento. Un primo passo riguarda la struttura formale. Quando i ruoli sono chiari, le procedure sono comprensibili e le responsabilità ben definite, le persone sanno cosa devono fare e come farlo. Questo riduce le ambiguità, limita i conflitti e permette di lavorare in modo più coordinato. Accanto alla struttura organizzativa, conta – e molto – la dimensione psicologica e relazionale. Il clima interno, il modo in cui si lavora insieme e come si comunica incidono direttamente sul benessere delle persone. Una comunicazione davvero chiara non può essere accentrata in poche mani: tutti devono sapere, almeno in modo essenziale, cosa accade e perché. Quando le informazioni circolano, l’ascolto è reale e le relazioni si basano sul rispetto reciproco, crescono fiducia, collaborazione e senso di appartenenza. Al contrario, l’opacità e l’eccessiva centralizzazione delle decisioni alimentano confusione e passività, fino a far sentire le persone spettatrici più che protagoniste del proprio lavoro. Condividere conoscenze e dare senso alle scelte è quindi una condizione fondamentale per mantenere viva la partecipazione e la responsabilità di ciascuno. Le persone non agiscono solo per dovere, ma sono guidate dal bisogno di sentirsi al sicuro, riconosciute e parte di qualcosa che abbia senso. Quando questi bisogni non vengono considerati, il legame con il lavoro tende ad affievolirsi e aumentano incomprensioni e distanze relazionali. Perché, come insegna la psicologia del profondo e ricorda anche la saggezza zen, ciò che non trova senso dentro di noi non può reggere a lungo fuori di noi.
Apatia adolescenziale: il disagio che non fa rumore

“Non sono triste. Non piango. Non è che sto male… è che non sento niente”“Non so perchè, ma il pomeriggio ho solo voglia di restare chiuso a casa sul letto”Sono frasi che sempre più adolescenti pronunciano con una certa difficoltà, come se fosse strano anche per loro. Non c’è una crisi evidente, non ci sono scenate o rotture improvvise. C’è piuttosto una sensazione di vuoto, una perdita di interesse, una fatica ad attivarsi.Non è sempre depressione nel senso classico del termine. E non è semplicemente pigrizia. È qualcosa di più sottile, e proprio per questo più difficile da riconoscere. Cosa sta succedendo davvero? Durante l’adolescenza il sistema motivazionale ed emotivo attraversa una profonda riorganizzazione. Il cervello è in una fase di riassetto: cambiano le priorità, aumenta la sensibilità al giudizio sociale, si ridefinisce il modo in cui si prova piacere e si cercano stimoli.In questo passaggio delicato, possono verificarsi periodi di anedonia, cioè una riduzione della capacità di provare piacere per attività che prima risultavano coinvolgenti. Non significa che tutto sia perduto o che ci sia un disturbo strutturato. Può essere una fase di transizione, una risposta a stress prolungato o a un sovraccarico emotivo.Molti adolescenti oggi vivono una pressione costante tra rendimento scolastico, aspettative familiari e confronto sociale continuo. Quando il sistema è troppo sollecitato, a volte non reagisce con l’esplosione emotiva ma con lo spegnimento. È una forma di protezione. Non è svogliatezza Dall’esterno l’apatia appare come disinteresse: “non ho voglia di uscire”, “non mi interessa studiare”, “non mi entusiasma niente”. Ma internamente spesso c’è una sensazione diversa: stanchezza mentale, difficoltà a sentire qualcosa di autentico e un senso di distacco. Alcuni ragazzi raccontano di sentirsi “spettatori” della propria vita.Questo stato può essere legato a diversi fattori: stress cronico, difficoltà relazionali, delusioni non elaborate o pressione a dover essere sempre performanti. In alcuni casi può rappresentare un segnale iniziale di un disagio depressivo; in altri è una forma di disconnessione temporanea.Ridurre tutto a “non ha voglia” rischia di aumentare il senso di incomprensione. Un disagio silenzioso A differenza di altre forme di sofferenza adolescenziale, l’apatia non fa rumore. Non allarma immediatamente. Non crea conflitti evidenti.È un ritiro lento, una riduzione dell’energia, una sospensione dell’interesse.E proprio perché silenziosa, può passare inosservata o essere letta come indifferenza. Ma per molti adolescenti è un’esperienza confusa e spaventante: “Se non mi interessa più nulla, cosa c’è che non va in me?” Cosa si può fare La prima cosa da evitare è la pressione motivazionale. Dire a un ragazzo che affronta questa fase “devi impegnarti di più” raramente produce attivazione; più spesso aumenta la distanza.Invece può essere più utile ridurre temporaneamente il sovraccarico di richieste, ricostruire piccole esperienze di attivazione, senza pretendere entusiasmo immediato, favorire attività corporee o relazionali che non richiedano performance, offrire uno spazio di ascolto non giudicante, dove il ragazzo possa descrivere cosa sta vivendo senza sentirsi etichettato. Spesso l’energia non ritorna attraverso l’obbligo, ma attraverso micro-esperienze di senso. Bibliografia Forbes, E. E., & Dahl, R. E. (2012). Altered reward function in adolescent depression: what, when and how? Journal of Child Psychology and Psychiatry, 53(1), 3–15.Watson, R., Harvey, K., McCabe, C., & Reynolds, S. (2020). Understanding anhedonia: a qualitative study exploring loss of interest and pleasure in adolescent depression. European Child & Adolescent Psychiatry, 29, 489–499.Walburg, V. (2014). Burnout among high school students: A literature review. Children and Youth Services Review, 42, 28–33.
Il “Contratto Invisibile”: Cosa sono i Mandati Familiari e come influenzano la nostra vita

Vi è mai capitato di sentire una spinta irrazionale verso una certa carriera, o di provare un senso di colpa inspiegabile quando prendete una decisione che si allontana dalle tradizioni della vostra famiglia? Se la risposta è sì, probabilmente siete entrati in contatto con un mandato familiare. In psicologia, i mandati familiari sono una sorta di “testamento psicologico” che i genitori (e le generazioni precedenti) trasmettono ai figli. Non sono indicazioni scritte su carta, ma risultano scolpite nel profondo della nostra identità. Che cos’è, esattamente, un mandato? Il mandato familiare è un’assegnazione di ruolo o di destino. È l’aspettativa inconscia che il figlio debba riparare un fallimento dei genitori, portare avanti un prestigio familiare o colmare un vuoto affettivo. Possiamo distinguerli in due grandi categorie: Mandati Espliciti: “In questa casa siamo tutti medici”, “Tu sarai quello che si prenderà cura di noi da vecchi”. Sono chiari, diretti, ma non per questo meno pesanti. Mandati Impliciti: Sono più sottili. Si trasmettono attraverso i silenzi, gli sguardi di disapprovazione o i miti familiari. Ad esempio, il mito del “sacrificio” può spingere un figlio a non godersi mai il successo perché, inconsciamente, sente che la felicità è un tradimento verso chi ha sofferto prima di lui. La “Lealtà Invisibile” Perché è così difficile dire di no a questi mandati? Il concetto chiave è quello di lealtà familiare. Per il bambino, aderire al mandato è una questione di sopravvivenza emotiva: “Se faccio ciò che ci si aspetta da me, sarò amato e farò parte del gruppo”. Il problema sorge nell’età adulta, quando il mandato entra in conflitto con il nostro Sé autentico. Qui nasce il disagio: ansia, depressione, senso di blocco o relazioni tossiche. Come iniziare a svincolarsi? Svincolarsi non significa necessariamente rompere i ponti con la famiglia, ma passare da una lealtà cieca a una lealtà consapevole. Ecco alcuni passi fondamentali: E’ fondamentale chiedersi: “Questa scelta la sto facendo per me o per compiacere qualcuno?”. Prova a rintracciare le origini delle tue convinzioni più rigide. Guarda la storia dei tuoi genitori e dei tuoi nonni. Quali sogni hanno abbandonato? Cosa proiettano su di te? Spesso i mandati sono tentativi di riparare traumi passati. “Il Permesso di Tradire”. Sembra una parola forte, ma crescere richiede un piccolo “tradimento” delle aspettative altrui per restare fedeli a sè stessi. “L’eredità, in fin dei conti, non è solo ciò che riceviamo, ma ciò che decidiamo di farne.” Riconoscere un mandato familiare è il primo passo verso la libertà. Non siamo nati per essere la versione corretta dei nostri genitori, ma per scrivere la nostra storia originale.
Il bruciato e la sindrome del burnout

Coloro che si occupano di assistenza possono incorrere in quella che viene definita sindrome definita del “bruciato”. La psicologa americana Maslach coniò il termine Burnout, bruciato, appunto, negli anni 80 per identificare lo stato di malessere psicofisico, vissuto dalle professioni impegnate nelle relazioni di aiuto e nella gestione dei rapporti umani. La sindrome è caratterizzata prevalentemente da stanchezza, astenia, mal di testa frequenti, con risvolti del tono dell’umore sul versante depressivo. Il bruciato vive uno stato di esaurimento emotivo e fisico, una sorta di scoppio che porta uno svuotamento di risorse ed energie e conseguente inadeguatezza al lavoro. Generalmente, si manifesta in seguito ad una prolungata e costante esposizione a fattori di rischio, facendo sì che l’operatore si faccia carico delle responsabilità del proprio lavoro, mettendo da parte i propri bisogni. In un secondo momento, per continuare ad essere all’altezza del proprio ruolo, l’operatore occulta questa debolezza, cercando di mantenere alti gli standard delle proprie prestazioni. Ovviamente, a lungo andare, la soppressione dei propri bisogni determina una lacerazione dello spirito, proprio perchè ormai le risorse si sono esaurite, portando ad un rifiuto delle mansioni. Il bruciato diventa quindi, scostante, ostile, distaccato; ha perso l’entusiasmo e le motivazioni che lo hanno spinto a scegliere quella particolare attività lavorativa. Di conseguenza, il senso di colpa di inadeguatezza al proprio lavoro, lo spinge ad attivare forme compensatorie e riparative, che alimentano ancor di più l’esaurimento fisico e mentale. L’aspetto depressivo si evidenzia soprattutto nella fase in cui quest’ultima costrizione lo mette di fronte ad una crisi personale e lavorativa di cui deve prendere atto. Tipico del burnout è proprio la normalizzazione dei propri pensieri negativi, facendo finta di niente Al contrario, bisogna cercare aiuto per metabolizzare questi stati d’animo, interpretarli alla luce della funzionalità non solo del lavoro, ma soprattutto di se stessi.
Quando la coppia devia: la digressione come risorsa relazionale

Quante volte ci capita di osservare coppie che, apparentemente, “si perdono” in chiacchiere inutili, discussioni laterali o interessi divergenti? In realtà, queste digressioni non sono deviazioni prive di senso: sono forme di comunicazione silenziosa. La coppia, quando il copione abituale diventa stretto o saturo, spesso parla d’altro per proteggere il legame, per prendersi una pausa dall’attesa o dall’obbligo di rispondere a schemi troppo rigidi.La digressione può, dunque, avere molte forme: il silenzio, il racconto di aneddoti apparentemente insignificanti, piccoli sintomi individuali o spostamenti di attenzione. Tutto questo non è casuale: funziona come un messaggio indiretto del sistema, che dice “abbiamo bisogno di spazio per restare insieme”. Riconoscere questo linguaggio significa iniziare a vedere la coppia come un organismo vivo, capace di muoversi in direzioni diverse senza perdersi. La digressione come linguaggio del legame In queste pause si possono cogliere desideri inespressi, tensioni sottili, paure di perdita di sé o dell’altro. La digressione diventa così uno spazio privilegiato per osservare il legame nella sua complessità e per comprendere quali risorse, quali equilibri sottili, stanno proteggendo la coppia. Non si tratta di abbandonare la traiettoria terapeutica, ma di sostenere una forma di intimità più autentica e meno rigidamente predeterminata.Il lavoro clinico non consiste nel cancellare la digressione, ma nel renderla pensabile, trasformandola gradualmente da movimento implicito a possibilità condivisa di significazione. È spesso in questo contesto che la coppia può iniziare a immaginare forme nuove di stare insieme, meno vincolate a definizioni identitarie rigide o a aspettative normative.Nella clinica di coppia la digressione è un fenomeno frequente e spesso sottovalutato. Se osservata da una logica lineare, appare come una resistenza, una fuga o una perdita di tempo. Da una prospettiva sistemica, invece, essa può essere letta come una forma di comunicazione complessa, un messaggio che non passa dal contenuto ma dalla struttura della relazione. In termini batesoniani, la digressione non riguarda ciò di cui la coppia parla, ma ciò che sta accadendo nel sistema mentre parla d’altro. Tale fenomeno diventa così una strategia autoregolativa, in altre parole, non si manifesta come un errore comunicativo, quanto piuttosto come un metodo indiretto con cui il sistema cerca di rimanere vitale e coeso. Abitare la digressione: una posizione clinica possibile Il rischio più comune, in seduta, è tentare di ricondurre subito la coppia al “tema centrale”: la nostra cultura clinica valorizza spesso la linearità e l’efficienza. Ma riportare troppo presto sul percorso rischia di soffocare la vitalità del sistema. “Abitare” la digressione significa sospendere il giudizio, accogliere il movimento, osservare senza forzare. Conclusioni La digressione, lungi dall’essere un errore di percorso, può essere letta come un atto di intelligenza relazionale del sistema coppia. Quando la coppia devia, non sempre sta evitando il focus: talvolta sta cercando un centro più abitabile, capace di sostenere la complessità del legame. Riconoscere questo movimento significa assumere una posizione clinica che privilegia il processo, la relazione e la vita del sistema, più che la coerenza del contenuto.
Malattie rare, non solo diagnosi: a Sorrento, con il convegno RareMenti, la sfida dell’accesso equo alle cure passa anche dalla psicoterapia.

di Nàima Tomaselli Il 28 febbraio 2026, in occasione del Rare Disease Day, Sorrento ospiterà, presso il Teatro Comunale Tasso, la seconda edizione di RareMenti – RDD2026, il convegno nazionale dedicato alle malattie genetiche rare e alla presa in carico bio-psico-sociale, promosso dall’associazione Thélema – Psicoterapia e Riabilitazione APS. In Italia le persone che convivono con una malattia rara sono oltre 2 milioni, con circa 20.000 nuove diagnosi ogni anno: numeri che raccontano una realtà frammentata, segnata da ritardi diagnostici, disuguaglianze territoriali e difficoltà nell’accesso tempestivo alle terapie. Il tema internazionale del Rare Disease Day 2026, promosso da EURORDIS e UNIAMO, richiama con forza la necessità di un accesso equo, tempestivo e omogeneo alle cure farmacologiche e non farmacologiche. RareMenti declina questa sfida mettendo in dialogo clinici, genetisti, psicoterapeuti, rappresentanti istituzionali e associazioni di pazienti, con l’obiettivo di superare una visione esclusivamente sanitaria e affermare un modello integrato che tenga insieme diagnosi, qualità della vita, diritti e salute mentale. La direzione scientifica è affidata alla Dott.ssa Antonella Esposito, presidente di Thélema, che sottolinea il valore umano e culturale dell’iniziativa: «La Giornata Mondiale delle Malattie Rare, istituita da EURORDIS nel 2007, accompagna il mio percorso umano e professionale dal 2008, anche attraverso il mio impegno al fianco di UNIAMO, la Federazione Italiana Malattie Rare, che coordina nel nostro Paese le iniziative su tutto il territorio nazionale, rendendo il mese di febbraio un mese dedicato alla consapevolezza, alla responsabilità e alla partecipazione. In questi anni ho incontrato persone e famiglie che mi hanno insegnato come una malattia rara non riguardi solo la dimensione clinica, ma attraversi l’identità, le relazioni e il progetto di vita. RareMenti nasce da questo ascolto e dal desiderio di creare uno spazio in cui scienza, psicoterapia e comunità possano dialogare, affinché ogni persona possa sentirsi riconosciuta e sostenuta. Portare RareMenti per la seconda volta a Sorrento ha per me un significato particolarmente profondo. La Penisola Sorrentina sta rispondendo con una sensibilità autentica e uno straordinario spirito di solidarietà, dimostrando come un territorio possa diventare parte attiva di un cambiamento culturale fondato sull’accoglienza e sulla responsabilità condivisa. RareMenti è un luogo di incontro e di connessione, ma soprattutto un’occasione per affermare un principio essenziale: ogni persona con una malattia rara ha il diritto di essere sostenuta con competenza, dignità e continuità, attraverso cure appropriate, servizi accessibili e una società capace di prendersene cura senza lasciare indietro nessuno». Accanto ai temi clinici e organizzativi, ampio spazio sarà dedicato alla psicoterapia e alla salute mentale, con un focus sulla comunicazione della diagnosi, sul sostegno alle famiglie e sulla continuità della presa in carico lungo tutto l’arco di vita, perché la rarità non è solo una questione genetica, è una condizione che incide sull’identità, sulle relazioni e sulle prospettive future. Proprio da qui passa la vera sfida culturale, prima ancora che sanitaria.
SANREMO: un fenomeno psicologico collettivo

Ogni anno il Festival di Sanremo riesce in qualcosa di straordinario: fermare il Paese. Per una settimana, milioni di persone guardano le stesse esibizioni, commentano gli stessi momenti, discutono delle stesse polemiche. Ma cosa rende questo evento così potente dal punto di vista psicologico? Sanremo non è solo una gara canora, è un rito collettivo. E i riti, in psicologia sociale, hanno una funzione fondamentale: creano coesione, rafforzano l’identità e danno forma a una narrazione condivisa. Anche chi dice di “non guardarlo” finisce spesso per intercettarne frammenti, meme, discussioni. È quasi impossibile restarne completamente fuori, perché Sanremo non è solo un programma televisivo: è un’esperienza culturale sincronizzata. Sapere che milioni di persone stanno vivendo lo stesso momento nello stesso istante produce un senso di appartenenza. Si crea una comunità simbolica, un “noi” temporaneo che commenta, applaude, critica e si emoziona insieme. A livello individuale, il coinvolgimento passa spesso attraverso l’identificazione. Scegliamo un artista, una canzone, una “parte”. Le nostre preferenze diventano parte della nostra identità. In questo processo entrano in gioco diversi meccanismi cognitivi. L’effetto di mera esposizione ci porta a gradire di più ciò che vediamo e ascoltiamo ripetutamente. Dopo cinque serate, interviste, backstage e clip sui social, anche la canzone che inizialmente ci sembrava anonima può diventare familiare e quindi più piacevole. La familiarità genera una sensazione di vicinanza, quasi di relazione. I social network amplificano tutto. Il bias di conferma ci spinge a cercare contenuti che rafforzino la nostra opinione iniziale, mentre il bandwagon effect ci rende più inclini ad apprezzare ciò che percepiamo come già popolare. Se un artista diventa virale, cresce la probabilità che venga percepito come “oggettivamente” valido. In realtà, stiamo semplicemente assistendo a dinamiche di influenza sociale. Negli ultimi anni, poi, l’esperienza psicologica di Sanremo si è trasformata grazie al Fantasanremo. Con questo gioco parallelo, lo spettatore non è più soltanto osservatore: diventa giocatore. Sceglie la propria squadra, studia strategie, spera nei bonus e teme i malus. Anche eventi imprevedibili, come un outfit eccentrico, una gag sul palco, un gesto spontaneo, possono tradursi in punti. Dal punto di vista psicologico, il Fantasanremo introduce un elemento chiave: l’illusione di controllo. Pur non potendo influenzare realmente ciò che accade sul palco, il partecipante sperimenta una sensazione di partecipazione attiva. Inoltre, il sistema di punteggi legato a eventi spesso imprevedibili attiva un meccanismo di rinforzo intermittente: non sappiamo quando arriverà il “colpo di scena” che farà guadagnare punti, e proprio questa incertezza aumenta l’eccitazione e il coinvolgimento. La competizione tra amici aggiunge un ulteriore livello emotivo. Non si tratta più solo di “mi piace questa canzone”, ma di “spero che il mio artista faccia qualcosa che mi faccia vincere”. Forse il segreto della longevità del Festival di Sanremo sta proprio qui: nella sua capacità di adattarsi, di integrare nuovi linguaggi come il Fantasanremo, e di trasformare uno spettacolo televisivo in un’esperienza psicologica collettiva, partecipata e continuamente rinegoziata. Sanremo non è solo qualcosa che guardiamo. È qualcosa che, per una settimana, viviamo insieme.
News Fatigue: quando anche il cervello dice “basta così”

Apri il telefono “solo un attimo”. Vuoi dare un’occhiata veloce alle notizie. Due minuti, massimo cinque. Poi chiudi. Solo che non succede quasi mai così. Dopo qualche scroll ti senti già più teso. Magari un po’ irritato. Forse perfino svuotato. Non è successo nulla nella tua vita personale, eppure il corpo è contratto, la mente è affollata, l’umore è sceso di qualche gradino. Se ti riconosci in questa scena, potresti aver sperimentato la news fatigue: una forma di affaticamento psicologico legato al consumo continuo di notizie, diffusasi a partire dall’era del Covid. Viviamo immersi in un flusso informativo che non si interrompe mai. Notifiche, aggiornamenti in tempo reale, titoli allarmanti, commenti sui social, analisi, contro-analisi. Non esiste più il “momento del telegiornale”. L’informazione è permanente. Sempre disponibile. Sempre urgente. Il nostro cervello, però, non è progettato per restare in uno stato di allerta costante. Dal punto di vista evolutivo siamo programmati per dare priorità alle minacce. È un meccanismo di sopravvivenza: meglio accorgersi di un pericolo che ignorarlo. Ecco perché le notizie negative catturano più attenzione. Restano più impresse. Ci attivano di più. È il cosiddetto negativity bias. Il problema è che oggi le “minacce” non sono eventi occasionali. Sono contenuti mediatici ripetuti, amplificati, commentati, rilanciati. Ogni notizia drammatica attiva il nostro sistema di allerta. Un po’ di attivazione è normale. Ma quando l’attivazione è continua, il sistema si affatica. È come vivere con un allarme che suona in sottofondo tutto il giorno. A un certo punto non è più informazione: è sovraccarico! Molte persone iniziano allora a evitare volontariamente le notizie. E spesso si giudicano per questo. “Sto diventando superficiale.” “Dovrei essere più informato.” “Non mi importa più di nulla.”In realtà, molto spesso non si tratta di disinteresse. Si tratta di autoregolazione.Quando percepiamo che le informazioni sono troppe, ripetitive e soprattutto fuori dal nostro controllo, il nostro sistema psicologico cerca di proteggersi. Se non posso fare nulla rispetto a ciò che sto leggendo, continuare a espormi aumenta solo il senso di impotenza. L’evitamento, in questi casi, diventa una strategia per ridurre l’attivazione. La news fatigue non nasce dall’indifferenza. Nasce dall’eccesso di coinvolgimento senza possibilità di azione. È una forma di stanchezza emotiva che può manifestarsi con irritabilità, cinismo, senso di vuoto, difficoltà di concentrazione. Oppure con quella frase che sento spesso in studio: “È sempre tutto terribile.” Il punto centrale è proprio questo: il cervello tollera meglio lo stress quando possiamo agire. Quando possiamo solo assistere, l’energia mobilitata dalla minaccia non trova uno sbocco. E si trasforma in fatica. Questo non significa che dobbiamo smettere di informarci. Significa che forse abbiamo bisogno di una nuova forma di igiene mentale: un’igiene informativa. Scegliere quando informarsi invece di reagire a ogni notifica. Limitare il numero di fonti. Chiederci: “Posso fare qualcosa rispetto a questa informazione?” Se la risposta è sì, l’azione riduce l’impotenza. Se la risposta è no, forse possiamo concederci di non restare esposti per ore.Da una professionista attivamente impegnata nel sociale, ne sono convinta: mettere confini non è disimpegno civile. È preservare la propria capacità di restare lucidi, presenti, emotivamente disponibili. Perché quando siamo sopraffatti, non siamo più né consapevoli né efficaci. In un mondo che urla continuamente “urgente!”, forse la competenza emotiva più importante è scegliere quando ascoltare e quando spegnere. Se ogni tanto senti il bisogno di chiudere le app, respirare e tornare al tuo spazio personale, non stai scappando dalla realtà. Stai prendendoti cura del tuo sistema nervoso.E prendersene cura, oggi, è un atto profondamente consapevole. Bibliografia Soroka, S., Fournier, P., & Nir, L. (2019). Cross-national evidence of a negativity bias in psychophysiological reactions to news. PNAS, 116(38), 18888–18892. Ytre-Arne, B., & Moe, H. (2021). Doomscrolling, news avoidance and the emotional experience of news during the COVID-19 pandemic. Journalism Studies. de Bruin, K., de Haan, Y., Vliegenthart, R., Kruikemeier, S., & Boukes, M. (2021). News avoidance during the COVID-19 crisis: Understanding information overload. Digital Journalism.
La modernità liquida della società odierna

Gli ultimi sviluppi degli studi di sociologia parlano di modernità liquida. Il sociologo Bauman ha introdotto questo termine per descrivere il tipo di società che si é strutturato nel l corso degli ultimi decenni. Il concetto di modernitá implica l’adattamento alle nuove tecnologie che definiscono forme e strutture delle relazioni con cose e persone. L’aggettivo liquido fa, invece, riferimento alla caratteristica propria dei liquidi di essere plasmabili, volubili e poco stabili. L’attuale contesto sociale che ci circonda é quindi permeato sí, da modernità , mz anche di continue incertezze e precarietà. Fino al secolo scorso, la famiglia, la scuola, il lavoro e le relazioni erano basate su legami solidi e duraturi. Tutte le istituzioni tradizionali, fungevano da pilastro, da orientamento e riferimento per ke generazioni successive. L’aspetto evidente della societá attuale é quello che Bauman definisce liquiditá. Questa forma di adattamento continuo ai contesti e alle relazioni, rende tutto precario e transitorio. Ecco che la famiglia non si basa più sulla caratteristica dell’indissolubilitá. Le relazioni affettive si stabiliscono sull’oggi, su legami deboli dove ognuno ha la paura dell’impegno sul lungo termine. La dedizione e l’accudimento dell’altro non sono più valori da coltivare. Al contrario, l’altro esiste solo nella misura del soddisfacimento dei propri bisogni di relazione e appartenenza. Quindi, così come in famiglia, primo contesto sociale di riferimento, ognuno diventa un’isola, anche gli altri ambienti assumono le stesse caratteristiche. Il lavoro richiede sempre maggiore flessibilità e si trasforma in precarietà, chiedendo a ciascuno di essere sempre più multitasking. Inoltre, l’ostentazione mediatica della propria vita ci collega a molte più persone e realtà, illudendoci della solidità dei nostri legami. L’adattamento continuo resta comunque una delle strategie per l’inserimento nei vari contesti, ma diventa importante la stabilizzazione di esso per la strutturazione personale.