Il bisogno di essere sempre produttivi: quando il “fare” prende il posto dell’essere

Viviamo in una società che spesso misura il valore delle persone attraverso ciò che fanno: il lavoro, i risultati raggiunti, gli obiettivi completati, la capacità di essere sempre impegnati. Essere occupati è diventato quasi un simbolo di successo. Frasi come “non ho mai tempo”, “ho troppe cose da fare” o “non posso fermarmi” vengono spesso pronunciate con orgoglio, come se la stanchezza fosse una prova del proprio valore. Ma cosa succede quando la produttività smette di essere uno strumento utile e diventa un criterio attraverso cui giudichiamo noi stessi? Quando il riposo viene vissuto come colpa Per molte persone fermarsi non è semplice. Un momento libero può generare pensieri come: Il riposo viene così associato alla pigrizia, mentre il continuo impegno diventa sinonimo di responsabilità e valore personale. In realtà, dal punto di vista psicologico, il recupero non è l’opposto della produttività: è una sua condizione necessaria. Un cervello costantemente sotto pressione perde capacità di concentrazione, creatività e regolazione emotiva. La cultura della performance Negli ultimi anni si è diffusa sempre di più una mentalità basata sulla prestazione continua. Non basta lavorare: bisogna migliorarsi continuamente. Non basta avere un interesse: bisogna trasformarlo in un risultato. Non basta vivere un’esperienza: bisogna documentarla e condividerla. Questa pressione può creare la sensazione di essere sempre in ritardo rispetto a un ideale di successo difficile da raggiungere. La persona non si chiede più: “Sto bene?” ma: “Sto facendo abbastanza?” Il valore personale non coincide con ciò che produciamo Uno dei rischi più frequenti è costruire la propria identità esclusivamente intorno ai risultati. In questo modo, quando raggiungiamo un obiettivo proviamo soddisfazione solo temporanea, perché subito dopo compare una nuova aspettativa da soddisfare. Si crea così un ciclo: Obiettivo → raggiungimento → breve soddisfazione → nuovo obiettivo → nuova pressione La sensazione di essere finalmente “abbastanza” continua a spostarsi più avanti. La differenza tra motivazione sana e pressione interna Avere obiettivi e desiderare di migliorarsi è positivo. La motivazione sana nasce però da: La pressione interna, invece, è spesso accompagnata da: La stessa azione può quindi nascere da due condizioni psicologiche molto diverse. Il fenomeno del “burnout silenzioso” Non sempre il disagio arriva sotto forma di un crollo improvviso. A volte compare lentamente: È una condizione che invita a fermarsi e chiedersi se il proprio ritmo sia realmente sostenibile. Imparare a fare spazio anche al “non fare” Recuperare un rapporto più equilibrato con il tempo richiede piccoli cambiamenti. Riconoscere il valore delle pause.Una pausa non è un vuoto da riempire, ma un momento in cui il cervello recupera energie. Separare il valore personale dai risultati.Essere una persona valida non dipende dalla quantità di cose completate. Fare attività senza obiettivo.Leggere, passeggiare, ascoltare musica o dedicarsi a un hobby senza trasformarlo in una prestazione permette di ritrovare piacere e spontaneità. Accettare i propri limiti.Non avere sempre la massima energia è una caratteristica umana, non un difetto. Un pensiero finale La nostra società ci ha insegnato ad accumulare risultati, ma meno spesso ci insegna ad ascoltare noi stessi. Fare, costruire e raggiungere obiettivi sono aspetti importanti della vita, ma non possono essere gli unici. Una persona non vale perché produce continuamente. Vale anche nei momenti in cui si ferma, riflette, recupera e semplicemente esiste. Perché il benessere psicologico nasce dall’equilibrio tra ciò che realizziamo nel mondo e il modo in cui impariamo ad abitare noi stessi.
Dallo sviluppo neuronale al lavoro del desiderio in adolescenza: uno sguardo d’insieme

L’adolescenza e l’età di transizione rappresentano oggi un territorio clinico particolarmente complesso, attraversato da trasformazioni che coinvolgono simultaneamente il corpo, il cervello e la vita psichica. Le neuroscienze hanno messo in evidenza come lo sviluppo neuronale prosegua ben oltre la pubertà, delineando una fase di intensa plasticità e riorganizzazione delle funzioni di regolazione emotiva e decisionale. Parallelamente, la psicoanalisi considera questo tempo come un passaggio cruciale del lavoro del desiderio, in cui il soggetto è chiamato a ridefinire la propria posizione rispetto all’Altro, al corpo che cambia e alla mancanza che lo struttura. Tenere insieme questi due piani – quello neurobiologico e quello soggettivo – richiede uno sguardo clinico capace di evitare semplificazioni riduttive. L’adolescenza non può essere letta né come un semplice “ritardo di maturazione” né come un insieme di quadri psicopatologici già definiti. È piuttosto un tempo di instabilità necessaria, in cui il funzionamento psichico è ancora in movimento. In questo senso, parlare di agilità psicopatologica significa riconoscere il carattere processuale di questa fase e sostenere il divenire del soggetto senza fissarlo prematuramente in categorie diagnostiche rigide. Le neuroscienze hanno offerto contributi fondamentali alla comprensione dell’adolescenza, mostrando come il cervello in questa fase sia caratterizzato da una profonda riorganizzazione. Le aree prefrontali, coinvolte nella pianificazione, nel controllo degli impulsi e nella valutazione delle conseguenze, completano la loro maturazione solo nella prima età adulta. Questo dato consente di leggere molte manifestazioni tipiche dell’adolescenza – l’intensità emotiva, l’agire impulsivo, la difficoltà a tollerare la frustrazione – come espressioni di un assetto neurobiologico ancora in via di definizione. Tuttavia, una lettura esclusivamente neuroscientifica rischia di appiattire la complessità dell’esperienza adolescenziale. Ridurre il disagio a un cervello “immaturo” significa perdere di vista il modo in cui il soggetto vive e dà senso a questa instabilità. La psicoanalisi introduce qui uno scarto essenziale: ciò che conta non è soltanto ciò che non è ancora strutturato, ma il modo in cui il soggetto si confronta con ciò che gli accade. Il sintomo, in questa prospettiva, non è un semplice deficit, ma una risposta soggettiva a una trasformazione che eccede le possibilità di simbolizzazione. In adolescenza, il corpo occupa una posizione centrale. La pubertà introduce un corpo sessuato che impone nuove sensazioni, nuovi affetti, una presenza a sé spesso vissuta come estranea. Questa eccedenza pulsionale non sempre trova parole, e può tradursi in acting out, ritiro, sintomi somatici o oscillazioni emotive intense. Allo stesso tempo, il rapporto con l’Altro si modifica: le figure genitoriali perdono la funzione di garanzia assoluta, mentre lo sguardo dei pari e dell’ambiente sociale diventa decisivo nella costruzione dell’immagine di sé. È in questo intreccio tra trasformazioni corporee, riorganizzazione neuronale e ridefinizione del legame con l’Altro che emerge la necessità di un’agilità psicopatologica. Molti funzionamenti clinici dell’adolescenza e dell’età di transizione presentano tratti che possono richiamare quadri ansiosi, depressivi o borderline, senza tuttavia configurarsi come strutture stabilizzate. Diagnosticare troppo presto rischia di fissare il soggetto in un’identità patologica, interrompendo un processo che è ancora aperto. L’età di transizione, che oggi tende a prolungarsi, rende questa lettura ancora più necessaria. Giovani adulti possono presentare fragilità identitarie, difficoltà decisionali, oscillazioni tra dipendenza e autonomia, senza che ciò indichi necessariamente una patologia conclamata. In questi casi, il compito della clinica non è accelerare una stabilizzazione forzata, ma offrire uno spazio in cui il soggetto possa attraversare la propria instabilità senza esserne travolto. La convergenza tra neuroscienze e psicoanalisi consente allora una lettura più articolata e rispettosa del tempo soggettivo. Le neuroscienze ricordano che il cervello ha bisogno di tempo per organizzarsi; la psicoanalisi aggiunge che anche il desiderio ha bisogno di tempo per trovare una forma. L’agilità psicopatologica non rappresenta una rinuncia al rigore clinico, ma una posizione etica: quella di accompagnare il soggetto nel passaggio dal divenire neuronale al lavoro del desiderio, senza chiudere troppo presto ciò che è ancora in movimento.
Adolescenza: in equilibrio tra rischio e pericolo

«Lo sapeva che era pericoloso.» «Glielo avevamo detto mille volte.» «Possibile che non abbia pensato alle conseguenze?» Sono frasi che molti genitori pronunciano quando un adolescente mette in atto un comportamento rischioso. E spesso la domanda che segue è sempre la stessa: perché lo ha fatto, se sapeva che poteva andare male? La risposta non è semplicemente che gli adolescenti “non hanno paura” o che non comprendono le conseguenze delle proprie azioni. Il rapporto tra adolescenza e rischio è più complesso. Sapere non significa necessariamente fermarsi Un adolescente può sapere perfettamente che qualcosa è rischioso. Può conoscere le conseguenze dell’uso di una sostanza, sapere che guidare in un certo modo è pericoloso, comprendere che una determinata situazione potrebbe creare problemi e, nonostante questo, scegliere di farlo. Questo perché conoscere un rischio e lasciarsi guidare da quella conoscenza sono due cose diverse. Durante l’adolescenza diventano particolarmente importanti la ricerca di nuove esperienze, la curiosità, la ricompensa immediata e il riconoscimento sociale. La presenza degli altri può inoltre rendere alcune esperienze più coinvolgenti e più difficili da valutare soltanto attraverso le loro possibili conseguenze. Non significa che il ragazzo non sappia distinguere ciò che è sicuro da ciò che non lo è. Significa che, in quel momento, altre cose possono avere un peso maggiore. Il rischio non è sempre il contrario della paura Siamo abituati a pensare che per evitare un comportamento pericoloso sia sufficiente avere paura delle sue conseguenze. Ma l’adolescenza ci mostra che non è sempre così. Una persona può avere paura e, contemporaneamente, essere molto attratta da ciò che sta per fare. Può esserci la paura di essere giudicati, ma anche il desiderio di essere accettati dal gruppo. La paura di fallire, ma anche la curiosità di vedere cosa succede. La paura di perdere il controllo, ma anche il desiderio di sentirsi liberi. Per questo il comportamento rischioso non nasce necessariamente dall’assenza di paura. A volte nasce proprio dalla convivenza di emozioni diverse, alcune delle quali spingono in direzioni opposte. Crescere significa anche provare L’adolescenza è una fase in cui molte esperienze vengono fatte per la prima volta. Il ragazzo comincia a sperimentare relazioni diverse, nuovi gruppi, nuove autonomie, nuove forme di trasgressione e nuovi modi di stare nel mondo. In questo senso, una certa quota di rischio fa parte anche del processo di crescita. Per diventare autonomi bisogna poter scegliere. E per scegliere bisogna anche poter sperimentare. Il problema nasce quando la ricerca dell’esperienza supera la capacità di riconoscere ciò che può mettere realmente in pericolo sé stessi o gli altri. Qui diventa importante non confondere rischio e pericolo. Provare qualcosa di nuovo può contenere un rischio senza essere necessariamente distruttivo. Al contrario, alcuni comportamenti possono avere conseguenze molto gravi anche quando vengono vissuti dal ragazzo come un gioco o una semplice esperienza. Cosa possono fare gli adulti? Di fronte a un comportamento rischioso la reazione più immediata è spesso aumentare gli avvertimenti. Spiegare ancora una volta cosa potrebbe succedere. Mostrare esempi. Imporre divieti. Tutto questo può essere necessario, soprattutto quando esiste un pericolo concreto. Ma non sempre permette di comprendere cosa abbia reso quella esperienza così importante per il ragazzo. Chiedersi “perché l’ha fatto?” non significa giustificare il comportamento. Significa provare a capire cosa stava cercando in quell’esperienza. Adrenalina? Appartenenza? Curiosità? Riconoscimento? Autonomia? La possibilità di sentirsi finalmente grande? Comprendere queste dimensioni permette di intervenire non soltanto sul comportamento, ma anche sul bisogno che lo ha accompagnato. Perché crescere significa inevitabilmente incontrare il rischio. Il compito dell’adulto non può essere eliminare ogni rischio dalla vita di un adolescente. Può essere, piuttosto, aiutarlo a imparare quali rischi vale la pena correre e quali invece possono avere un costo troppo alto. E forse è proprio questo uno dei passaggi più delicati dell’adolescenza: imparare a scegliere, mentre si sta ancora imparando chi si è. Bibliografia
Perché rimandiamo sempre? La psicologia della procrastinazione

“Lo faccio domani.” Quante volte abbiamo pronunciato questa frase? Che si tratti di iniziare una dieta, studiare per un esame, rispondere a un’email importante o prenotare una visita medica, tutti, almeno una volta, abbiamo rimandato qualcosa che sapevamo essere importante. Spesso pensiamo che la procrastinazione sia sinonimo di pigrizia o mancanza di volontà. In realtà, la psicologia ci racconta una storia diversa: procrastinare è, nella maggior parte dei casi, un modo per gestire emozioni spiacevoli, non un problema di organizzazione del tempo. La procrastinazione è una strategia di fuga Quando rimandiamo un’attività, raramente lo facciamo perché non abbiamo tempo. Più spesso, stiamo cercando di evitare le emozioni che quella attività ci provoca. Ansia, paura di sbagliare, insicurezza, senso di inadeguatezza o timore del giudizio possono rendere un compito emotivamente pesante. Così il nostro cervello sceglie la soluzione più semplice e immediata: evitarlo. Il problema è che il sollievo che proviamo è solo temporaneo. Il piacere immediato vince sul beneficio futuro Il nostro cervello tende a privilegiare le ricompense immediate rispetto ai vantaggi che arriveranno nel tempo. È per questo che, invece di completare una relazione di lavoro, finiamo per guardare un video, controllare i social o sistemare un cassetto. Sono attività che offrono una gratificazione immediata e richiedono uno sforzo mentale minore. Nel frattempo, però, il compito rimasto in sospeso continua a occupare uno spazio nella nostra mente. Il circolo vizioso della procrastinazione La procrastinazione segue spesso uno schema ricorrente. Ogni rinvio rafforza il comportamento, rendendo più difficile interrompere questo ciclo. Il perfezionismo: un alleato della procrastinazione Molte persone procrastinatrici non sono disorganizzate. Al contrario, spesso sono molto esigenti con sé stesse. Pensano: Il risultato? L’attività non viene mai iniziata. La ricerca mostra che il perfezionismo può alimentare la procrastinazione, perché l’idea di non raggiungere standard elevati genera ansia e porta all’evitamento. Come interrompere il meccanismo La buona notizia è che non serve aspettare di sentirsi motivati. La motivazione, infatti, spesso arriva dopo aver iniziato, non prima. Alcune strategie possono aiutare. 1. Inizia per cinque minuti Promettiti di lavorare sul compito solo per cinque minuti. Spesso la parte più difficile è iniziare. Una volta superata l’inerzia iniziale, continuare diventa molto più semplice. 2. Riduci il compito “Scrivere una relazione” può sembrare enorme. “Scrivere il titolo” è molto più gestibile. Dividere un obiettivo in piccoli passi riduce il senso di sopraffazione. 3. Accetta che non sarà perfetto Aspettare il momento ideale o l’ispirazione perfetta significa spesso non partire mai. Meglio un lavoro completato che un progetto perfetto rimasto solo nella nostra mente. 4. Sii curioso delle tue emozioni Quando ti accorgi che stai rimandando, prova a chiederti: Queste domande aiutano a spostare l’attenzione dal comportamento alle emozioni che lo alimentano. Essere gentili con sé stessi funziona più dell’autocritica Molte persone credono che rimproverarsi sia il modo migliore per reagire alla procrastinazione. In realtà accade spesso il contrario. Frasi come “Sono incapace”, “Non combino mai niente” o “Come al solito rimando tutto” aumentano lo stress e il senso di fallimento, rendendo ancora più difficile iniziare. La ricerca suggerisce che l’autocompassione, cioè la capacità di trattarsi con comprensione invece che con durezza, favorisce una maggiore perseveranza e una migliore gestione degli obiettivi. Un ultimo pensiero Procrastinare non significa essere pigri, poco intelligenti o privi di forza di volontà. Molto spesso significa che il nostro cervello sta cercando di proteggerci da un’emozione percepita come spiacevole. La vera domanda, quindi, non è: “Perché continuo a rimandare?“, ma “Che cosa sto cercando di evitare?” Rispondere con sincerità a questa domanda può essere il primo passo per interrompere un’abitudine che, nel tempo, può limitare il nostro benessere e le nostre possibilità di crescita. Perché, a volte, il modo migliore per smettere di rimandare non è aspettare di sentirsi pronti, ma fare il primo piccolo passo, anche quando la motivazione sembra ancora lontana.
Adolescenza e psicosi: terra di confine dell’organizzazione soggettiva

L’adolescenza è un tempo di passaggio in cui l’organizzazione soggettiva viene profondamente sollecitata. Il corpo cambia, le coordinate simboliche dell’infanzia perdono stabilità, il legame con l’Altro è messo alla prova. In questo attraversamento, alcune manifestazioni cliniche assumono una particolare intensità, rendendo necessario interrogarsi sulla tenuta della struttura psichica. È in questo spazio di instabilità che l’adolescenza può configurarsi come una vera e propria terra di confine, soprattutto quando emergono fenomeni riconducibili all’area psicotica. L’esordio psicotico in adolescenza raramente si presenta in forma conclamata. Più spesso assume configurazioni sfumate, progressive, talvolta mascherate da ritiro, da comportamenti eccentrici, da improvvisi mutamenti dell’esperienza corporea o da un progressivo distacco dal legame sociale. Ciò che colpisce non è solo la presenza di singoli sintomi, ma il modo in cui il soggetto fatica a dare una coerenza simbolica alla propria esperienza. Il linguaggio può farsi frammentato, il tempo perdere continuità, il corpo diventare luogo di vissuti estranei o invasivi. In questa terra di confine, la distinzione tra crisi adolescenziale e organizzazione psicotica non può essere pensata come una linea netta. L’adolescenza, per sua natura, comporta una destabilizzazione delle identificazioni e un riassetto del rapporto con il reale. Tuttavia, quando la disorganizzazione supera una certa soglia, il soggetto si trova esposto a un reale non mediato, che invade senza possibilità di simbolizzazione sufficiente. È qui che l’organizzazione soggettiva mostra i suoi punti di fragilità. Il lavoro clinico richiede allora un’attenzione particolare alla qualità del legame, alla struttura del discorso e al rapporto con il corpo. Segnali come l’isolamento radicale, la perdita di continuità narrativa, la comparsa di vissuti persecutori o di fenomeni di derealizzazione e depersonalizzazione non vanno letti come semplici variazioni del disagio adolescenziale, ma come indicatori di un rischio evolutivo che necessita di un dispositivo di cura adeguato. Nel trattamento, la priorità non è l’interpretazione del sintomo, ma la costruzione di condizioni di tenuta. La regolarità del setting, la prevedibilità degli incontri, la stabilità della presenza clinica costituiscono elementi fondamentali per limitare l’irruzione del reale. Il lavoro mira a offrire al soggetto punti di ancoraggio simbolici, capaci di rendere l’esperienza più abitabile. In questo senso, il trattamento non punta alla normalizzazione, ma alla possibilità di una stabilizzazione soggettiva sufficiente. Il coinvolgimento del contesto familiare e istituzionale può rivelarsi necessario, non come sostituzione del lavoro del soggetto, ma come parte integrante del dispositivo di cura. La terra di confine non riguarda solo l’adolescente, ma il campo relazionale in cui è immerso. La chiarezza dei confini, la coerenza degli interventi e la continuità della presa in carico contribuiscono a sostenere un’organizzazione che rischierebbe altrimenti di frammentarsi. Pensare l’adolescenza e la psicosi come una terra di confine dell’organizzazione soggettiva significa rinunciare a diagnosi definitive e premature, senza tuttavia negare la gravità di alcuni segnali clinici. Il lavoro terapeutico si colloca in questo spazio intermedio: non forza un esito, ma accompagna il soggetto nella costruzione di soluzioni singolari che rendano possibile il legame e la continuità dell’esperienza. È in questa delicatezza del tempo e dell’ascolto che il trattamento trova la sua funzione. Non colmare la frattura, ma abitarla; non cancellare il sintomo, ma permettere che svolga la sua funzione senza diventare l’unica risposta possibile. La terra di confine, così intesa, non è solo un luogo di rischio, ma anche uno spazio in cui può emergere una forma inedita di organizzazione soggettiva.
Lo spazio occupato dal vuoto é chiamato Yutori

Il Giappone, si sa, ha dei termini o ideogrammi specifici per identificare emozioni, sensazioni o comportamenti. Con la parola Yutori si intende la creazione di uno spazio vuoto, di una pausa tra un’attività ed un’altra. Il concetto quindi indica proprio quello spazio, che, presi dalla frenesia e dall’iperconnessione della vita quotidiana, tendiamo a rimpicciolire e a far scomparire del tutto. Il continuo rincorrere il tempo e le cose da fare spesso porta ciascuno di noi ad avere la percezione del riposo, della pausa o del rallentamento come qualcosa di negativo. Per cui si associa la vitalità esclusivamente ai mille impegni calendarizzati, come se il tempo senza far nulla non solo fosse sprecato, ma addirittura sfiancante dal punto di vista emotivo e mentale. Quindi, risulta inconcepibile, l’idea di concedersi un intervallo, perché non se ne attribuisce la funzione rigenerante, ma soltanto invalidante. Lo Yutori si inserisce proprio come spazio di vita che non necessariamente deve essere riempito da qualcosa. Al contrario, quel vuoto da impegni, efficienza può essere il valore aggiunto da attribuire alle nostre azioni, perché producono maggiore consapevolezza di ciò che siamo, abbiamo e possiamo fare. Spesso, la difficoltà maggiore quando si comincia a dedicare “del tempo al proprio tempo ” sta nel respirare, e più precisamente, nel percepire la respirazione in modo regolare, svincolarsi dalla sensazione di essere continuamente in affanno. Raggiunta la consapevolezza di poter abbassare volontariamente la frequenza del nostro respiro, l’alleggerimento anche dei pensieri e delle attività nasce da sé, migliorando così il tempo e gli spazi successivi. Un decluttering di cose e sensazioni che appesantiscono corpo e anima per ritrovare così equilibrio e motivazione, fondamentali per lo stato di benessere psicologico e generale.
Dipendenze: Ricadere non significa tornare indietro

Quando una persona che sta affrontando un percorso di uscita dalla dipendenza ricade, la prima sensazione è spesso quella di essere tornata al punto di partenza. “Dopo tutto quello che ho fatto, sono di nuovo qui.” La ricaduta sembra cancellare il percorso fatto fino a quel momento. Gli sforzi, le rinunce, le consapevolezze acquisite sembrano perdere improvvisamente valore. E insieme alla ricaduta arriva spesso il senso di colpa, che può alimentare proprio quel circolo vizioso di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente: ricado, mi sento in colpa, cerco di nascondere o anestetizzare quel sentimento attraverso la sostanza o il comportamento, e così la situazione peggiora. Ma c’è un altro modo di guardare alla ricaduta. La ricaduta non arriva dal nulla Una ricaduta difficilmente “capita” semplicemente. Questo non significa negare l’importanza delle circostanze. Un determinato luogo, incontrare alcune persone, vivere una situazione particolarmente stressante o ritrovarsi in un contesto associato al comportamento di dipendenza possono aumentare il rischio. Ma questi elementi, da soli, non spiegano tutto. La ricaduta viene spesso costruita attraverso una sequenza di piccoli passaggi. Un litigio che si alimenta, una situazione che viene cercata o provocata. In alcuni casi la persona finisce persino per creare inconsapevolmente le condizioni che renderanno più probabile l’uso. È qui che la dipendenza mostra una delle sue caratteristiche più sottili: non è necessario decidere consapevolmente “voglio ricadere”. È sufficiente iniziare a muoversi, passo dopo passo, nella direzione che porta alla ricaduta. Cosa può insegnarci una ricaduta? Se la ricaduta viene considerata soltanto come un fallimento, la domanda diventa: “Perché l’ho fatto di nuovo?” Se invece viene osservata, può diventare una domanda molto più utile: “Come ci sono arrivato?” Quali emozioni ho provato nelle ore o nei giorni precedenti? Quali situazioni ho cercato o evitato? Quali segnali non ho riconosciuto? E soprattutto: cosa mi ha dato davvero quell’esperienza? Molto spesso, una volta superata l’immediatezza del momento, emerge un dato importante: il problema che la persona sperava di risolvere attraverso la sostanza o il comportamento non è stato risolto. Al contrario, si è spesso aggiunto un nuovo problema a quello precedente. La ricaduta, allora, può diventare una fonte di informazioni preziose sul funzionamento della propria dipendenza. Diventare più bravi a riconoscere i segnali Valorizzare una ricaduta non significa considerarla positiva, né minimizzarne le conseguenze. Significa non sprecare ciò che può insegnare. La persona può imparare a riconoscere prima la rabbia che la porta a cercare uno scontro, il bisogno di isolarsi, il pensiero che comincia a giustificare l’uso, la ricerca di determinate situazioni o persone. La volta successiva potrebbe accorgersene prima. Non si tratta semplicemente di imparare a dire “no” alla sostanza. Si tratta di diventare progressivamente più capaci di riconoscere tutto ciò che, dentro e fuori di noi, può condurre verso quel “sì”. Cadere non significa tornare al punto di partenza Uscire da una dipendenza non è necessariamente un percorso lineare. Il punto non è fare in modo che la ricaduta non sia mai possibile. Il punto è diventare progressivamente più capaci di riconoscere ciò che la precede, di interrompere prima la sequenza e di costruire strumenti nuovi. Una persona che ricade non è necessariamente la stessa persona che aveva iniziato il percorso. Ha fatto esperienza. Ha acquisito consapevolezze. E, se riesce a guardare anche quella caduta senza trasformarla in una condanna, può tornare al percorso con qualcosa in più. Per questo ricadere non significa necessariamente tornare indietro. A volte significa fermarsi, guardare attentamente dove si è caduti e imparare a riconoscere, la prossima volta, quel tratto di strada qualche passo prima.
La solitudine invisibile: perché ci sentiamo soli anche quando siamo sempre connessi

Siamo la generazione più connessa della storia. In pochi secondi possiamo inviare un messaggio, fare una videochiamata, condividere una foto o sapere cosa stanno facendo decine di persone. Eppure, sempre più individui descrivono una sensazione difficile da spiegare: sentirsi profondamente soli, anche circondati dagli altri. Questa apparente contraddizione rappresenta uno dei temi più rilevanti della psicologia contemporanea. La solitudine, infatti, non dipende tanto dal numero di persone che abbiamo intorno, quanto dalla qualità delle relazioni che viviamo. Essere soli non è la stessa cosa che sentirsi soli La psicologia distingue chiaramente due concetti. La solitudine oggettiva riguarda l’assenza di contatti sociali: vivere da soli, avere poche occasioni di incontro o una rete sociale limitata. La solitudine soggettiva, invece, è la percezione di non sentirsi compresi, accolti o emotivamente vicini agli altri. È possibile provarla anche all’interno di una relazione di coppia, in una famiglia numerosa o durante una cena tra amici. Molte persone raccontano proprio questa esperienza: essere presenti fisicamente, ma sentirsi emotivamente distanti. La connessione digitale non sempre soddisfa i bisogni emotivi I social network hanno trasformato il nostro modo di comunicare. Ci permettono di mantenere contatti, recuperare vecchie amicizie e condividere momenti della nostra vita. Tuttavia, la comunicazione online non sempre riesce a sostituire ciò di cui il nostro cervello ha realmente bisogno. Uno sguardo, il tono della voce, una risata condivisa, un silenzio vissuto insieme o un abbraccio attivano processi emotivi e neurobiologici che uno schermo difficilmente può replicare. Questo non significa che la tecnologia sia negativa, ma che la quantità di interazioni non equivale automaticamente alla qualità delle relazioni. Perché oggi è così difficile sentirsi davvero vicini? Esistono diversi fattori che contribuiscono a questa sensazione. Viviamo giornate sempre più piene, in cui il tempo dedicato alle relazioni profonde viene spesso sostituito da comunicazioni rapide e funzionali. A questo si aggiunge la pressione di mostrare una versione positiva di sé, soprattutto online. Molte persone finiscono così per condividere ciò che fanno, ma non ciò che provano. La vulnerabilità, invece, è proprio uno degli elementi che costruisce l’intimità emotiva. Sentirsi ascoltati senza il timore di essere giudicati crea legami molto più profondi di qualsiasi conversazione superficiale. La solitudine non riguarda solo gli anziani Per molto tempo si è pensato che la solitudine fosse un problema principalmente della terza età. Oggi sappiamo che non è così. Anche adolescenti e giovani adulti riportano livelli elevati di isolamento emotivo. L’ingresso nel mondo del lavoro, i cambiamenti di città, le relazioni sempre più fluide e la riduzione delle occasioni di socializzazione spontanea possono aumentare questa esperienza. Non è raro che una persona con centinaia di contatti sul telefono abbia difficoltà a individuare qualcuno da chiamare in un momento di reale bisogno. I segnali da non sottovalutare La solitudine prolungata può influenzare il benessere psicologico e fisico. Tra i segnali più frequenti troviamo: Quando questa condizione si prolunga nel tempo può aumentare il rischio di ansia, depressione e stress cronico. Come ricostruire relazioni autentiche Non esistono formule magiche, ma alcuni piccoli cambiamenti possono fare la differenza. Dare più spazio agli incontri dal vivo. Anche un caffè con un amico può avere un impatto emotivo maggiore di decine di messaggi. Allenarsi all’ascolto reciproco. Le conversazioni più significative non sono quelle in cui si parla di più, ma quelle in cui ci si sente davvero ascoltati. Mostrarsi autentici. Condividere anche dubbi, paure o fragilità permette agli altri di conoscerci realmente e favorisce relazioni più profonde. Ridurre il confronto continuo. I social mostrano spesso una realtà selezionata e idealizzata. Ricordarlo aiuta a ridimensionare la sensazione di essere gli unici ad affrontare difficoltà. La relazione più importante resta quella con noi stessi Parlare di solitudine significa anche riflettere sul rapporto che abbiamo con noi stessi. Chi riesce a stare bene nei momenti di solitudine non evita le relazioni, ma le vive in modo più libero, senza dipendere costantemente dalla conferma degli altri. La solitudine scelta può diventare uno spazio di creatività, riflessione e crescita personale. La solitudine subita, invece, è quella che fa soffrire e che merita di essere riconosciuta e affrontata. Un pensiero finale In un mondo che ci invita continuamente a essere connessi, forse la vera sfida è imparare a creare connessioni autentiche. Non servono centinaia di contatti o conversazioni incessanti: spesso basta una relazione in cui ci sentiamo visti, ascoltati e accolti per trasformare profondamente il nostro benessere. Perché, in fondo, ciò che ci fa sentire meno soli non è il numero delle persone che ci circondano, ma la qualità del legame che riusciamo a costruire con loro.
Adolescenza e disturbo borderline. Organizzazione psichica, corpo e rischio di fissazione

Quando il disturbo borderline si manifesta in adolescenza, la questione clinica non riguarda soltanto l’intensità del disagio, ma il modo in cui tale intensità tende a organizzarsi. Non si tratta di una crisi transitoria né di una semplice accentuazione dei tratti adolescenziali, ma di un funzionamento che mostra una certa coerenza interna, pur nella sua instabilità. Affetti, rappresentazioni e relazioni faticano a integrarsi, dando luogo a un’esperienza soggettiva frammentata, discontinua, spesso vissuta come minacciosa. L’instabilità affettiva non consiste solo in bruschi cambiamenti emotivi, ma nell’impossibilità di modulare ciò che si prova. Gli affetti arrivano senza mediazioni, travolgono il soggetto e lo espongono a vissuti di perdita di controllo. L’identità ne risente profondamente: il senso di sé appare fragile, mutevole, dipendente dallo sguardo e dalla presenza dell’Altro. Ciò che oggi viene vissuto come vitale può essere domani radicalmente rifiutato, senza che il soggetto riesca a riconoscere una continuità tra le diverse esperienze. In questo quadro, l’autolesività assume una funzione centrale. Il corpo diventa il luogo privilegiato di regolazione di ciò che la mente non riesce a contenere. Il gesto autolesivo introduce un limite concreto là dove il limite psichico manca. Il dolore fisico interrompe l’eccedenza affettiva, restituisce una sensazione di controllo, rende localizzabile un’angoscia altrimenti diffusa e senza forma. Non è la morte a essere cercata, ma una prova dell’esistenza, una traccia tangibile che sostituisce una rappresentazione interna fragile o assente. Dal punto di vista clinico, è essenziale riconoscere che l’autolesività non è un semplice comportamento da eliminare, ma una soluzione soggettiva che svolge una funzione di tenuta. Intervenire esclusivamente sul sintomo rischia di esporre il soggetto a un’angoscia ancora più massiccia. Il lavoro terapeutico mira piuttosto a creare le condizioni affinché il corpo non resti l’unico luogo possibile di iscrizione del disagio, aprendo lentamente lo spazio a una simbolizzazione possibile. Il rischio maggiore, in questi funzionamenti, è la fissazione. Quando l’instabilità affettiva, l’agire e la dipendenza dal legame diventano modalità ripetitive e rigide, il funzionamento borderline tende a cronicizzarsi. Questo rischio aumenta quando l’adolescente sperimenta risposte incoerenti, rotture terapeutiche non elaborate, interventi frammentati o eccessivamente normativi. Ogni discontinuità rafforza l’idea che il legame non tenga e che non esistano alternative all’agire. La diagnosi, in adolescenza, non dovrebbe mai assumere il valore di un’identità. È piuttosto uno strumento clinico che orienta il lavoro, permettendo di calibrare il ritmo degli interventi, la posizione del terapeuta, la tenuta del setting. Riconoscere il funzionamento borderline non significa anticipare un destino, ma assumersi la responsabilità di intervenire prima che le modalità difensive diventino l’unica forma possibile di organizzazione psichica. Il lavoro clinico si colloca allora in un tempo delicato: non quello dell’urgenza di normalizzare, né quello dell’attesa passiva. È un tempo di costruzione, in cui la continuità dell’incontro, la prevedibilità del legame e la possibilità di tollerare l’instabilità senza reagire in modo difensivo offrono al soggetto un’esperienza diversa da quella già conosciuta. È in questo spazio che il rischio di cronicizzazione può essere contenuto, non come certezza, ma come possibilità di trasformazione.
La strategia della mamma mandorla

La definizione di mamma mandorla si attribuisce a quella madre, o più in generale al genitore, che occupandosi di alimentazione dei propri figli, si limita a diete restrittive. Il termine é divenuto noto dopo la modella Yolanda Hadid concesse alla propria figlia, modella anche lei, di poter mangiare poche mandorle, da masticare lentamente e molto bene. L’attenzione sul corpo e più nello specifico nel peso, che con l’avvento dei social media, ha preso vigore, ha portato ad una visione distorta del concetto di dieta. In effetti, l’origine della parola dieta, indica uno stile di vita, le abitudini quotidiane, incluse quelle alimentari, che contribuiscono ad un benessere generale. Il termine, d’altro canto, ha assunto la sfaccettatura negativa di restrizione, alimentando la cultura della magrezza e della perfezione estetica, raggiungibile con i deficit calorici. Così come la maggior parte dei comportamenti vengono appresi nel contesto familiare, anche il regime alimentare comincia fin da piccoli e la presenza di una mamma mandorla può avere ripercussioni anche gravi sui figli. Un genitore mandorla, quindi, inculca la distorta informazione sui nutrienti e sulle quantità, nascondendosi dietro l’idea di un’alimentazione sana e naturale. Quindi oltre a trasmettere un atteggiamento restrittivo circa gli alimenti, si orienta il comportamento ad un estremo controllo del cibo e del proprio peso. L’idea trasmessa, quindi, non è un’educazione all’alimentazione sana, con attenzione ai macronutrienti e al bilanciamento di essi. Al contrario, si passa l’informazione che sia necessario solo il minimo apporto calorico, indipendentemente dagli alimenti che vengono ingeriti. Ovvio che abituare fin da piccoli a nutrirsi con mono-alimenti, porta con sé, squilibri fisiologici e di conseguenza rapporti del tutto deleteri con il cibo e con il proprio corpo. Risulta quindi necessaria, la sinergia tra genitori, medici, personale sanitario e scuola affinché ciascun bambino possa vivere serenamente il momento del pasto ed educarsi ad una sana alimentazione con ricadute positive sul proprio benessere.