Algoritmi e persuasione

CHE COS’E’ UN ALGORITMO? La parola algoritmo indica una successione di istruzioni che hanno come fine la risoluzione di un problema, esso permette di ottenere un preciso risultato a partire da uno specifico input. Sono in grado di analizzare enormi quantità di dati e di eseguire calcoli complessi molto rapidamente , consentendo di prendere decisioni più oggettive perché basate sui dati, e quindi potenzialmente migliori.Tradotto nel campo dei social media, ed evidenziando che ogni social ha i propri algoritmi, l’algoritmo analizza i comportamenti dell’utente sul social, per mostrargli con maggiore frequenza contenuti simili a quelli con cui abitualmente interagisce, con lo scopo di creare esperienze positive e individuali che spingano le persone a restare sulla piattaforma per il maggior tempo possibile. Gli algoritmi di piattaforme come quelli di TikTok, ma anche Spotify, Instagram e Facebook, mostrano agli utenti le cose che più li attraggono, che più cliccano, guardano e leggono. In questo modo inoltre, gli utenti hanno modo di rafforzare i loro pensieri e le loro idee, e di collegarsi con persone più affini a loro.Questo ad esempio, spiega perché quando mettiamo “mi piace” ad una foto/video che ha un certo tipo di contenuto ci vengono in continuazione riproposti nella home altre immagini , video o profili attinenti a quello specifico contenuto.Mostrandoci in continuazione contenuti che si allineano alle nostre convinzioni e ai nostri interessi, si rischia di fatto di isolarci da punti di vista diversi e contrastanti. Ciò può contribuire alla polarizzazione della società e ostacolare discussioni significative. Queste personalizzazioni generano le cosiddette “Filter Bubble” (bolle di filtraggio) , in cui contenuti proposti dagli algoritmi delle piattaforme saranno sempre più in linea con gli interessi degli utenti e la loro visione del mondo. Un fenomeno conseguente a quello delle Filter Bubble è quello che viene chiamato “camere dell’eco”, contesti e condizioni che, sui media, portano alla creazione di uno stato di isolamento ideologico degli individui, alla creazione di gruppi con opinioni simili, in cui ci si scambia contenuti che confermano una certa visione del mondo, aumentando questa sensazione di conferma.Le “camere dell’eco” fanno leva su meccanismi psicologici radicati nella mente dell’individuo. Si può fare richiamo alla piramide dei bisogni dell’essere umano di Maslow, che identifica 5 livelli ordinati gerarchicamente, dai bisogni più essenziali alla sopravvivenza a quelli più immateriali. Uno dei bisogni che viene sfruttato dalle piattaforme è il “bisogno di appartenenza”, ovvero la necessità di ogni essere umano di appartenere ad un gruppo con caratteristiche simili, e di esprimere liberamente opinioni e giudizi, realizzando il desiderio di essere un membro di una comunità. LA PERSUASIONE ALGORITMICA è un livello che rimane spesso inavvertito alle persone, che in molti casi non percepiscono l’esistenza di dinamiche processuali di tipo tecnologico al fianco delle loro interazioni e a supporto delle loro decisioni. O meglio, si può riscontrare un atteggiamento sociale ambivalente costituito in maniera discontinua da:momenti di grande allarme pubblico , panico morale, percezione di alienazione , talvolta addirittura, il sentirsi mercificati , in cui gli algoritmi sono additati come potenziali distruttori dell’equilibrio sociale e delle peculiari dinamiche umane, a momenti in cui processi e forze algoritmiche paiono poter agire indisturbati, creando in noi una percezione di supporto, comprensione ed evitamento della solitudine. I processi algoritmici quotidianamente co-modellano scelte, percorsi, consumi fisici e digitali delle persone.Questo è un tema che mette faccia a faccia razionalità ed emotività.Ed è in grado di dispiegare, nella sua complessità, le tante dimensioni che assume oggi il digitale. Bibliografia: Taddeo G., Persuasione digitale. Come persone, interfacce, algoritmi ci influenzano online, Guerini Scientifica, 2023
Agender Pride Day: che cosa vuol dire?

Oggi, 19 Maggio, viene celebrato l’Agender Pride Day. Ma che cosa vuol dire? L’Agender Pride Day è uno degli ultimi giorni di sensibilizzazione istituiti dalla comunità LGBTQ+. Essa ha lo scopo di promuovere la consapevolezza della comunità, e di evidenziare le discriminazioni affrontate quotidianamente dalle persone agender di tutto il mondo. Per parlare di Agender, ci muoviamo all’interno del concetto di identità di genere. Le persone Agender sono individui che si identificano comunemente come privi di genere, con un genere neutrale o indefinito, a prescindere dal loro aspetto fisico. È un termine che rientra nel concetto ombrello di non binario, ma che acquisisce una sfumatura specifica. Mentre infatti nel “non-binary” o “queer” rientrano tutte quelle persone che non si riconoscono in un sesso maschile o femminile, il termine Agender pone l’attenzione sulla mancanza di un sentimento riguardo la definizione stessa di genere. Un’altra differenza è tra il significato di agender e quello di gender fluid, spesso confusi. Quest’ultimo, infatti, si riferisce a quegli individui la cui identità oscilla nel tempo lungo lo spettro di genere. Una persona gender fluid può cioè vivere un cambiamento fluido e costante nella propria identità di genere. Può, in diversi momenti della propria vita, definirsi come maschio, femmina, genere neutro o qualsiasi altra identità non binaria. Il concetto di binarismo di genere è oggi sostituito, infatti, dal concetto più complesso di Spettro di Genere. Numerosi campi scientifici, tra cui biologia, endocrinologia, fisiologia, genetica, neuroscienze e scienze riproduttive, hanno confermato che il genere esiste come uno spettro. Riconoscere che il genere è un insieme di tratti biologici, mentali ed emotivi che esistono lungo un continuum (Hildreth, 2021), significa riaffermare un diritto umano fondamentale e inalienabile: quello di libertà. Ma di quale libertà stiamo parlando? Prendo in prestito le parole pronunciate dal prof. Paolo Valerio, citando una precisazione fondamentale in tal ambito. Non stiamo– cioè – riconoscendo la libertà di essere “ciò che si vuole”, quanto piuttosto la libertà di essere “ciò che si è”. Perchè l’identità non è una scelta. L’Agender Pride Day è, in questa direzione, un ulteriore passo nell’agenda per proseguire quel lavoro verso la libertà che non può che partire dal piccolo, da noi.
Affrontare i Pensieri Intrusivi: Una Guida Pratica

I pensieri intrusivi sono pensieri indesiderati e involontari che si manifestano nella mente in modo persistente e apparentemente senza motivo. Questi pensieri possono essere spiacevoli, angoscianti o inappropriati, causando disagio emotivo. Spesso, le persone si preoccupano di questi pensieri, temendo che riflettano la loro vera natura o che possano avere conseguenze negative. Ciò che caratterizza i pensieri intrusivi è la loro intrusività nella sfera mentale, poiché emergono senza essere invitati o voluti. Possono riguardare vari argomenti, come preoccupazioni, immagini o idee sgradevoli. Ad esempio, pensieri di natura ossessiva, compulsiva, o disturbante possono rientrare nella categoria dei pensieri intrusivi. Affrontare i pensieri intrusivi è un percorso individuale, ma con la giusta consapevolezza e approccio, è possibile mitigarne l’impatto sulla salute mentale. Innanzitutto, riconoscere che i pensieri intrusivi sono comuni e non riflettono necessariamente la realtà è un passo cruciale. Imparare a distanziarsi emotivamente da questi pensieri può ridurne il potere sulla nostra psiche. Tecniche efficaci per gestire i pensieri intrusivi Ecco alcune strategie: 1. Mindfulness: La pratica della mindfulness implica l’osservazione dei pensieri senza giudicarli. Questo aiuta a creare una distanza emotiva, permettendo di non identificarsi completamente con i pensieri intrusivi. 2. Ristrutturazione cognitiva: Questa tecnica coinvolge l’analisi critica dei pensieri negativi. Cerca di sfidare e modificare tali pensieri in modo più realistico e positivo, riducendo il loro impatto emotivo. 3. Accettazione: Accettare che i pensieri intrusivi siano una parte normale dell’esperienza umana può ridurre la loro potenza. Accettare non significa approvare, ma piuttosto riconoscere la loro presenza senza giudizio. 4. Esposizione graduale: Affrontare gradualmente le situazioni o i pensieri che scatenano i pensieri intrusivi può ridurne l’ansia associata nel tempo. Questa tecnica è spesso utilizzata in terapie come la Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC). 5. Distrazione positiva: Concentrarsi su attività piacevoli o impegnative può deviare l’attenzione dai pensieri intrusivi, offrendo un sollievo temporaneo. Bisogna sperimentare diverse tecniche per trovare quelle più adatte alle proprie esigenze. La combinazione di approcci può spesso risultare efficace nel gestire i pensieri intrusivi. Importante è capire che la presenza di pensieri intrusivi non indica necessariamente un problema mentale grave. Tuttavia, se questi pensieri diventano persistenti o causano significativo disagio, può essere utile cercare il supporto di un professionista della salute mentale per esplorare strategie di gestione e comprendere meglio la loro origine. Infine, la gestione dello stress e la cura di sé sono fondamentali. Una buona igiene del sonno, l’esercizio fisico regolare e le attività rilassanti possono contribuire a mantenere la mente in equilibrio, riducendo la frequenza e l’intensità dei pensieri intrusivi.
Affronta lo stress e potenzia l’apprendimento

.Per combattere lo stress, è importante organizzare le proprie attività e affrontare i compiti un passo alla volta. Evitare di rimandare è fondamentale per stare meglio e ottenere buoni risultati a scuola. La procrastinazione indica difficoltà nella gestione delle proprie azioni. Rimandare un compito o un’interrogazione significa perdere tempo prezioso, il che può avere un impatto negativo sullo studio e sui risultati.
Affetti ed effetti della cultura giovanile

Affetti e effetti della cultura giovanile
Aerofobia: Comprendere la Paura di Volare e Come Superarla

Hai mai provato una sensazione di ansia crescente alla sola idea di salire su un aereo? Se sì, non sei solo. L’aerofobia, la paura di volare, è una condizione che colpisce molte persone in tutto il mondo. Nonostante le statistiche ci dicano che l’aereo è uno dei mezzi di trasporto più sicuri, per chi soffre di questa fobia, il volo può sembrare un’impresa insormontabile. Ma cosa c’è dietro questa paura? E soprattutto, come possiamo affrontarla e superarla? Le Radici della Paura Le cause dell’aerofobia sono spesso complesse e multifattoriali, intrecciate con vari aspetti psicologici. Una delle più comuni è l’esperienza traumatica. Secondo la teoria del condizionamento classico di Pavlov, un’esperienza negativa associata a un volo può creare un’associazione duratura tra l’aereo e la paura. Immagina di essere su un volo che improvvisamente entra in una turbolenza intensa. Anche se non succede nulla di grave, l’esperienza può lasciare un’impressione duratura, trasformandosi in una paura persistente di volare. A volte, anche solo vedere notizie di incidenti aerei può innescare questa paura. Poi c’è la paura dell’ignoto. Secondo la psicologia cognitiva, la mancanza di conoscenza e controllo può alimentare l’ansia. Volare implica affidarsi a un macchinario complesso che molti di noi non comprendono appieno. Non poter vedere cosa succede nel cockpit o capire come l’aereo rimane in aria può alimentare l’ansia. E non dimentichiamo la claustrofobia: essere intrappolati in uno spazio ristretto per ore può essere molto stressante per alcuni. Infine, la paura delle altezze (acrofobia) può giocare un ruolo significativo. La consapevolezza di essere a migliaia di metri dal suolo può far venire i brividi. E per chi soffre di ansia generalizzata, il volo può sembrare particolarmente intimidatorio, amplificando le paure esistenti. Sintomi e Manifestazioni I sintomi dell’aerofobia possono variare da lievi a severi e includono sia manifestazioni fisiche che psicologiche. Alcune persone avvertono ansia intensa già settimane prima del volo. Questo fenomeno è legato alla risposta anticipatoria dell’ansia, un concetto ben documentato nella psicologia clinica. La notte prima di partire, potrebbero fare fatica a dormire, preoccupati per quello che li attende. Durante il volo, l’ansia può trasformarsi in veri e propri attacchi di panico, con sudorazione, palpitazioni e una sensazione di soffocamento. Questi episodi possono essere così gravi da far sentire la persona come se stesse per morire o perdere il controllo. Per evitare questi sintomi, molte persone adottano comportamenti di evitamento. Evitano di volare a tutti i costi, trovando scuse per non prendere l’aereo o scegliendo altri mezzi di trasporto, anche se meno convenienti. Questo comportamento, però, può limitare significativamente la loro vita personale e professionale. L’Impatto sulla Vita Quotidiana L’aerofobia può influenzare profondamente la vita quotidiana, limitando le possibilità di viaggio e causando stress e disagio. La teoria dell’evitamento dell’ansia spiega come l’evitamento di situazioni ansiogene, come il volo, possa inizialmente ridurre l’ansia, ma a lungo termine mantiene e rafforza la paura. Immagina di essere invitato al matrimonio di un caro amico che vive all’estero, ma di non poter andare perché la paura di volare è troppo forte. O pensa a un’opportunità di lavoro che richiede viaggi frequenti, che sei costretto a rifiutare. L’aerofobia può isolarti, privandoti di esperienze arricchenti e opportunità di crescita. Le relazioni personali possono soffrire. Amici e familiari potrebbero non capire la tua paura, causando tensioni e sentimenti di isolamento. “Perché non puoi semplicemente superarla?” potrebbero chiederti. Ma come ben sai, non è così semplice. Strategie per Superare la Paura Fortunatamente, esistono diverse strategie per affrontare e superare l’aerofobia, molte delle quali sono ben supportate dalla ricerca psicologica. La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) è uno degli approcci più efficaci. Questa terapia ti aiuta a identificare e modificare i pensieri negativi che alimentano la tua paura. Attraverso esercizi di esposizione graduale e tecniche di rilassamento, la CBT può ridurre significativamente l’ansia legata al volo. Parlando di esposizione graduale, iniziare con piccoli passi può fare una grande differenza. Potresti iniziare guardando video di voli, poi visitando un aeroporto, e infine salendo su un aereo parcheggiato. Ogni passo ti avvicina un po’ di più a sentirti a tuo agio con l’idea di volare. Questo metodo è basato sulla desensibilizzazione sistematica, una tecnica comportamentale che mira a ridurre gradualmente la risposta fobica. Le tecniche di rilassamento come la respirazione profonda, la meditazione e la mindfulness sono strumenti potenti per gestire l’ansia. Queste tecniche aiutano a calmare la mente e il corpo, riducendo la tensione e promuovendo uno stato di rilassamento. La mindfulness, in particolare, insegna a focalizzarsi sul momento presente, riducendo il rimuginare ansioso. Conoscere meglio il funzionamento degli aerei può anche aiutarti. Comprendere come un aereo rimane in aria e sapere che i piloti sono altamente addestrati può ridurre la sensazione di impotenza. Questa conoscenza può agire come un “cuscinetto” contro l’ansia, fornendo una base razionale per contrastare i pensieri catastrofici. In alcuni casi, i medici possono prescrivere farmaci ansiolitici per aiutare a gestire i sintomi acuti dell’aerofobia. Questi farmaci possono essere utili per chi deve affrontare un volo imminente e ha bisogno di un sollievo immediato. Tuttavia, è importante utilizzarli sotto stretta supervisione medica e considerare che sono una soluzione a breve termine. L’aerofobia è una paura comune, ma superabile. Con il giusto approccio e il supporto adeguato, è possibile trasformare questa paura in una sfida superata. Se soffri di aerofobia, considera di consultare un professionista della salute mentale per esplorare le opzioni di trattamento disponibili. Volare può aprire nuove porte e offrire esperienze uniche, e superare questa paura può migliorare significativamente la tua qualità della vita. Superare l’aerofobia può sembrare un’impresa ardua, ma con il giusto approccio e il supporto, è possibile trasformare questa paura in una sfida superata. Affrontare e vincere la paura di volare può aprire nuove possibilità e migliorare notevolmente la tua vita.
Adozioni Speciali: il Caso di Luca Trapanese

La legge italiana sulle adozioni è ferma al 1983 e fa ancora differenze tra cittadini (e bambini) di serie A e di serie B. L’articolo 44 della legge 184/1983 stabilisce infatti per un single la possibilità di adottare un figlio solo in tre casi: qualora fra lui e il bambino esista un legame di parentela o un rapporto prolungato; quando non vengano individuate coppie idonee (caso più unico che raro); quando il bimbo, orfano, è condizioni di disabilità. La riflessione che mi viene da fare è che se una persona singola può prendersi cura di un bimbo disabile, con tutte le problematiche che tale situazione comporta, perché i nostri legislatori non apportano una modifica alla legge attuale dando la possibilità ai single di poter adottare anche bambini senza disabilità? Più di trenta famiglie hanno detto no perché affetta da sindrome di down. Più di trenta coppie ‘tradizionali’ hanno rifiutato Alba perché spaventati all’idea di crescere una figlia con handicap. L’amore e il desiderio di diventare genitori non hanno prevalso di fronte alla consapevolezza che essere genitori di un bambino disabile significa dover affrontare un viaggio lungo una intera vita in totale solitudine perché lo stato è per lo più assente, perché si fatica ancora tanto ad accogliere ‘il diverso’. Tuttavia, la storia di Alba ha avuto un lieto fine. Il suo cammino ha incontrato quello di Luca Trapanese che ,dopo un lungo percorso , è diventato il suo papà adottivo e ha raccontato la loro storia in un libro intitolato NATA PER TE, scritto insieme a Luca Mercadante . Oggi Luca, il papà di Alba, si batte costantemente affinché la legge italiana sull’ adozione possa essere modificata, consentendo anche ai single, indipendentemente dall’ orientamento sessuale, di adottare bambini abili o disabili, valorizzando il loro desiderio di amare e di diventare genitori.
ADOLESCENZA, IMPULSO E PASSIONE

una riflessione su agiti suicidari in adolescenza di Maurizio Tremaroli Sono un genitore prima che un terapeuta, ogni ragazzo che seguo è un po’ anche un figlio. Alla mia età ho maggior consapevolezza, ricordo cosa significa essere adolescenti, e mi accorgo che il mio modo di pensare di oggi è ciò che a quell’età detestavo. Ora comprendo come la distanza comunicativa sia insita nelle cose, perché l’adulto ha ormai modellato i suoi pensieri, dimenticando l’eccesso di un tempo, e l’adolescente non ha ancora imparato a contenere le spinte vitali, per poterle incanalarle in modo proficuo. Meglio accettare l’incomunicabilità per potersi aprirsi alla comprensione. La necessità di comprendere diventa urgenza quando la tragedia, come un improvviso fulmine nella calura estiva, squarcia la quiete di una tranquilla mattina assolata. Non una lontana notizia di cronaca, una passeggera perturbazione presto dimenticata, ma il doloroso bruciore dell’ustione che ferisce e tormenta alungo. Una adolescente di cui avevo intuito speranze e timori incrociandone casualmente l’esistenza, con un gesto irreversibile aveva gettato via ogni speranza di futuro, nel suo momento presente di lacerante disagio. Il fantasma della ragazza è rimasto a lungo nella mia mente. Al dolore, diluito dalla distanza e dal tempo, mescolato a impotenza e ideazione salvifica, è subentrato il bisogno di capire e di perdonare, di piangere per l’esito per comprenderne l’intento. Non credo al nichilismo, né all’istinto di morte; l’adolescente è affamato di vita, di esperienze e di amore. Rincorre la felicità , sfidando anche l’abisso, schiacciato dall’urgenza che le spinte emotive imprimono al suo esplorare. Ogni esistenza è un susseguirsi di fasi invariabili: un inizio, definito dal concepimento o dalla nascita, una fase di trasformazione, nella quale far maturare le potenzialità latenti, una fase di decadimento e fine. La vita è un processo evolutivo, un percorso nella dimensione del tempo, lungo cui si dipana la potenzialità biologica scritta nel codice genetico, alimenta dall’ambiente prossimo. Se il codice genetico che definisce ogni nuova esistenza è scritto nei frammenti univoci di una successione di nucleotidi, la sua essenza concreta sarà progressivamente modellata dalla qualità del nutrimento. Le forme di vita complessa hanno processi di sviluppo lunghi, che necessitano di molte attenzioni; mentre alimentiamo l’apparato biologico, stiamo anche contribuendo a scrivere i codici di programmazione con cui l’individuo modellerà le sue reti neuronali, con le quali elaborare la mole di stimoli originati da sensazioni interne e da segnali che arrivano dall’ambiente circostante. Alla nascita i bisogni di un essere umano sono ben definiti: protezione, nutrimento e calore. Nel corso dello sviluppo e più avanti nell’arco della vita, ognuno si modella all’ambiente nel quale vive, nel contempo lo modifica per renderlo più adeguato alle sue personali esigenze, in un processo di costante aggiustamento e di ricerca di equilibrio; una di maturazione personale che rende ogni individuo un essere unico ed insostitibile. Tanta parte di quell’unicità è frutto di un accudimento che, soddisfacendo i bisogni primari, ha contribuito a modellare nell’immediato e in ogni futura interazione le aspettative dell’individuo rispetto alle figure con cui entrerà in relazione, fornendogli contemporaneamente anche la padronanza per riconoscere e modulare i picchi della sua emotività.La traiettoria e la velocità a cui percorriamo l’esistenza possono variare, potenza del libero arbitrio, ma ladirezione è uguale per tutti. Come per il destino di un oggetto che viene scagliato lontano, il percorso di vita è un movimento curvilineo di cui conosciamo il punto di inizio e di cui riusciamo a stimare il punto di arrivo, sapendo che potrebbe trovare imprevisti ostacoli o fortuiti rimbalzi a modificarne il termine.Il nostro percorso però non è così regolare come quello di un oggetto inanimato a cui imprimiamo un’accelerazione. La vita è caratterizzata da balzi evolutivi a cui non ci possiamo sottrarre, che in alcuni periodi dello sviluppo accellerano le trasformazioni maturative e ci portano rapidamente ad un più alto livello di funzionamento.Il più problematico tra i balzi evolutivi è la transizione dalla fanciullezza all’età adulta: l’adolescenza, l’ultima fase di crescita verso la completa maturazione fisica. Un lungo periodo caratterizzato da profonde trasformazioni somatiche e psichiche, a rendere più complessa la ricerca di equilibrio tra la gestione delle emozioni e la ricerca del proprio spazio sociale. Il raggiungimento della maturità riproduttiva, le capacità della mente di formulare pensieri astratti, rendono il ragazzo un individuo formalmente maturo, con una reattività emotiva intensa. Tuttavia, nel contesto sociale odierno, l’adolescente è confinato in una terra di mezzo, né fanciullo né adulto, a causa del lungo percorso di formazione necessario ad affrontare la complessità odierna e dalla difficoltà ad acquisire autonomia economica.Diventati adulti dimentichiamo le tempeste emotive di quel periodo, facciamo fatica a comprendere le tensioni, gli eccessi e le difficoltà dei nostri figli adolescenti. Siamo consapevoli di non capirli e di non essere capiti. È necessario correggere l’approccio, reimparare a leggere le loro emozioni, cercare una comunicazione possibile, che sappia essere traslata dal piano verticale, adulto-minore, a quella orizzontale, paritetica, individuo-individuo. L’accelerazione nei mutamenti intergenerazionali rispetto ai valori, alle esigenze, ai codici comunicativi, ha creato un muro di incomunicabilità enorme, ma anche, nell’adolescente, uno sconfinato bisogno di comprensione che non sappiamo leggere né assecondare. Le pulsioni giovanili quando emergono trovano un mondo degli adulti disilluso e privo di certezze, non in grado di delimitare gli argini etici e relazionali dell’agire sociale. Purtroppo il mancato contenimento diventa a volte dramma, a causa di agiti sempre più dirompenti, che si manifestano in forma diaggressione o di autolesione. Proviamo a guardare all’adolescenza, valorizzandone le pulsioni vitali, come all’età del cuore, ad indicare come coraggio, audacia, generosità, amore, incoscienza siano gli attributi che spesso emergononei giovani adulti; accettando che a volte possono essere vittime del loro stesso entusiasmo, dell’eccessodi sicurezza o dello sconforto che segue le prime sconfitte. Noi adulti dobbiamo essere ben attenti a difendere e valorizzare questo coraggio, che da sempre è la linfavitale del progresso della Società. Con il pieno ingresso nella maturità purtroppo si entra nell’età dominatadall’egoismo, alla generosità disinteressata si sostituisce il freddo opportunismo.Ma l’età del cuore è anche una corsa nel buio. Le prospettive cambiano improvvisamente, le emozionisono
Adolescenza oggi: ragazzi problematici o adulti più fragili?

di Francesca Vecchione L’adolescenza, si sa, è una fase di crescita delicata e critica. Negli ultimi anni si parla di un aumento delle problematiche tra i ragazzi. Crescono i disturbi d’ansia, aumentano i problemi alimentari, preoccupa l’aumento dei disturbi comportamentali in famiglia e a scuola.C’è stato effettivamente un cambiamento dei ragazzi e una intensificazione dei disturbi o è cambiato qualcosa nel funzionamento familiare?Essere adolescenti comporta dover affrontare nuove sfide evolutive. Significa dover fare i conti con un corpo che cambia, che si fa fatica a riconoscere e, a volte, ad accettare. Significa dover ridefinire il proprio ruolo da bambino a giovane adulto, imparare a gestire e a conquistarsi la propria indipendenza e autonomia. Trovare una definizione di sé stessi nel gruppo dei pari.Tutto questo lavoro di crescita comporta dei momenti di crisi, di sofferenza, di rottura degli equilibri che c’erano prima, per costruire una nuova ridefinizione di ruoli e della propria identità.Gli adulti che ruotano intorno a questi ragazzi come vivono i loro momenti di crisi? Sono in grado di essere d’aiuto nell’affrontare tutto questo?Quello che si osserva oggi è che, spesso, accanto alla sofferenza degli adolescenti ci sono adulti altrettanto in difficoltà. C’è una fatica dei genitori nel sostenere il dolore dei propri figli e ad accompagnarli nell’attraversarlo.Un adulto che si spaventa, tuttavia, non fa altro che aumentare il senso di inadeguatezza di un ragazzo in crescita.Quando il proprio figlio vive un momento difficile o di sofferenza, il genitore entra nel meccanismo del “dover fare”: sente che deve agire, deve fare qualcosa per “tirarlo fuori” da questa situazione. Questo, però, risponde ad un suo bisogno personale, che è quello di riconoscersi come il bravo genitore che risolve il problema. In questo modo, però, non sarà in grado di rispecchiare quelli che sono i reali bisogni del proprio ragazzo, che si sentirà non capito e non ascoltato nella sua sofferenza.L’adolescente non ha bisogno di qualcuno che gli trovi una soluzione per uscire dai suoi momenti di crisi ma di un adulto che non si spaventi davanti a questi, che sia in grado di accettarlo anche nel suo dolore, insegnandogli che nella crescita la crisi è fisiologica.Per affrontare le sfide evolutive dell’adolescenza e i momenti di crisi, anche quelli più gravi, gli adulti devono ritrovare la loro funzione di rispecchiamento. Devono limitare il loro bisogno di agire e imparare a osservare il ragazzo che hanno difronte. Imparare a vedere ciò che di bello e positivo c’è nel proprio figlio e non solo ciò che delude. Insegnare ai propri ragazzi che la crescita passa anche attraverso il fallimento e che il proprio valore sta nell’attraversarlo. Come genitori più che il saper fare è importante il saper esserci.
Adolescenza interrotta: la parola ai ragazzi

Parla Angela ad un anno dall’inizio della pandemia da COVID-19: solo per chi ha voglia di ascoltarli veramente. Poche parole solo per presentarvi Angela. Lei è una ragazza di 18 anni, ha terminato il liceo e fatto la maturità l’anno scorso. E’ una ragazza come tante e come tante racconta di se e dei suoi amici. Un anno di pandemia: cambiamenti per tutti, nuove abitudini, regole da rispettare e occhi che guardano i nostri comportamenti e cercano di giudicare il giusto e l’errato; quest’ultimo che viene rivisto soprattutto in noi adolescenti. Agli occhi dei grandi non prendiamo la situazione sul serio e siamo superficiali: ma è davvero così? Come si sentono gli adolescenti dopo aver fatto i conti con un anno che sembra non essere passato, come se ci trovassimo in una specie di bolla ? A mio parere sono stati proprio gli adolescenti e ancora lo sono, quelli a dimostrare più tenacia, più onestà e più coraggio; quelli che hanno saputo mantenere il sorriso il quale non è altro che l’arma migliore per tutto ciò. Non è solo ai giovani che bisogna delegare responsabilità e rivoluzioni, siamo i primi ad essere stanchi, i primi a voler tornare a studiare insieme nelle classi, i primi a voler uscire, a desiderare di fare sport e voler ritornare alla normalità. Eppure proprio i giovani in quest’anno di pandemia hanno dimostrato di sapersi mettere in gioco, hanno avuto la forza di ribaltare se stessi in un mondo chiuso nelle proprio case e ora hanno solo voglia che tutto passi in fretta perché quando saranno catapultati di nuovo nella vita vera, quella a cui erano abituati una volta, avranno tanto da condividere con il mondo esterno e saranno i primi a non essere più le stesse persone di un anno fa; si sentiranno migliori perché i giovani hanno fatto grandi sforzi ma quasi nessuno è stato riconoscente nei confronti di questi: il nostro riconoscimento lo riavremo con la libertà assoluta e lo ritroveremo negli abbracci mancati, nelle feste saltate, tra i banchi delle scuole, in un campetto da calcio, in una sala di danza, nei nostri sogni che questa pandemia per un po’ ha messo in stand by.