Adolescenza interrotta: la parola ai ragazzi

Parla Angela ad un anno dall’inizio della pandemia da COVID-19: solo per chi ha voglia di ascoltarli veramente. Poche parole solo per presentarvi Angela. Lei è una ragazza di 18 anni, ha terminato il liceo e fatto la maturità l’anno scorso. È una ragazza come tante e come tante racconta di sé e dei suoi amici. Un anno di pandemia: cambiamenti per tutti, nuove abitudini, regole da rispettare e occhi che guardano i nostri comportamenti e cercano di giudicare il giusto e l’errato; quest’ultimo che viene rivisto soprattutto in noi adolescenti. Agli occhi dei grandi non prendiamo la situazione sul serio e siamo superficiali: ma è davvero così? Come si sentono gli adolescenti dopo aver fatto i conti con un anno che sembra non essere passato, come se ci trovassimo in una specie di bolla? A mio parere sono stati proprio gli adolescenti e ancora lo sono, quelli a dimostrare più tenacia, più onestà e più coraggio; quelli che hanno saputo mantenere il sorriso il quale non è altro che l’arma migliore per tutto ciò. Non è solo ai giovani che bisogna delegare responsabilità e rivoluzioni, siamo i primi ad essere stanchi, i primi a voler tornare a studiare insieme nelle classi, i primi a voler uscire, a desiderare di fare sport e voler ritornare alla normalità. Eppure proprio i giovani in quest’anno di pandemia hanno dimostrato di sapersi mettere in gioco, hanno avuto la forza di ribaltare se stessi in un mondo chiuso nelle proprio case e ora hanno solo voglia che tutto passi in fretta perché quando saranno catapultati di nuovo nella vita vera, quella a cui erano abituati una volta, avranno tanto da condividere con il mondo esterno e saranno i primi a non essere più le stesse persone di un anno fa. Si sentiranno migliori perché i giovani hanno fatto grandi sforzi ma quasi nessuno è stato riconoscente nei confronti di questi: il nostro riconoscimento lo riavremo con la libertà assoluta e lo ritroveremo negli abbracci mancati, nelle feste saltate, tra i banchi delle scuole, in un campetto da calcio, in una sala di danza, nei nostri sogni che questa pandemia per un po’ ha messo in stand by.
Adolescenza interrotta

I racconti dei ragazzi di un liceo dell’area metropolitana di Napoli. Il virus che ormai da un anno ci tiene in ostaggio è atterrato nelle vite di tutti noi deflagrando e sconvolgendo la nostra quotidianità. Il senso di ‘vita interrotta’ di ‘sospensione’ di ‘costante ripetersi di giorni uguali a se stessi’ è ciò che raccontano i ragazzi di un Liceo dell’area metropolitana a nord di Napoli presso il quale svolgo il mio lavoro di psicologa. I ragazzi si raccontano e confessano la loro sofferenza, taciuta ai più La rabbia e la tristezza sono le emozioni che più li accompagnano nelle loro giornate: loro, i ragazzi, non hanno nessuna ‘scusa’ per uscire un po’, vedere amici, la fidanzata/o, loro non hanno motivi validi per andare in giro, loro, quando ci vanno in giro, sono irresponsabili e menefreghisti. Certo lo sanno che alcuni loro amici non rispettano le regole e che almeno dovrebbero mettere la mascherina, ma almeno però loro escono un po’, perché dopo un anno davvero non se ne può più. Mi raccontano che non hanno voglia di studiare e se lo fanno non è la stessa cosa, qualcuno mi racconta che non vuole alzarsi la mattina perché tanto è inutile. Qualche altro mi dice che non può parlare con nessuno e allora la sofferenza e il disagio aumentano. Il mio lavoro cominciato a Dicembre dello scorso anno in piena seconda ondata continua e terminerà a Maggio e mai come in questo periodo la sensazione è che ascoltare empaticamente è sollievo, contenimento e forza per questi ragazzi della pandemia.
ADOLESCENZA E GAMING ONLINE

di Paola Papini La zaitgaist del momento è sicuramente la compenetrazione del virtuale nel reale e come tutte le culture predominanti porta con sé aspetti vantaggiosi o meno. Gli adolescenti odierni, oltre a usare la tecnologia per relazionarsi con l’esterno, possono inceppare in un uso che per modi e tempi risulta esagerato fino ad arrivare allapossibilità di sviluppare una vera e propria dipendenza. Nella letteratura corrente, i termini “dipendenza da Internet” (IA) e “uso patologico di Internet” (PIU) sono stati comunemente usati per riferirsi a tutti i tipi di attività incluso, ma non limitato a, l’uso di videogiochi. L’attenzione crescente verso i comportamenti di abuso di alcuni utenti versovideogiochi online ha portato la comunità scientifica a chiedersi se ci fossero i presupposti per individuare un nuovo tipo di disordine o se questo fenomeno potesse rientrare come un sottotipo di dipendenza da Internet.Il termine “dipendenza da Internet” è in realtà una definizione piuttosto vasta che copre un’ampia varietà di comportamenti, ai quali sottostanno da un punto di vista psicologico problemi nel controllo degli impulsi e difficoltà nel regolare gli stati emotivi dolorosi (Cantelmi, 2008). In adolescenza definire l’identità è un compito centrale e oggi avviene in rete, dove lo sguardo di ritorno svolge una funzione di rispecchiamento per validare la propria personalità. Quest’ultima caratterizzata, in una società oggi definita della performance, da un vuoto identitario mascherato dall’adattamento al mito del successo e dall’angoscia di perdere il controllo su un futuro meticolosamentecostruito. Per far fronte ai conflitti identitari, che spesso generano un profondo senso di inadeguatezza, capita che i giovani estremizzino parti di sé con le quali si identificano in modo totalizzante. Una simile forma di radicalizzazione può essere funzionale alla sperimentazione identitaria se rimane transitoria e flessibile, ma può diventare un disagio più profondo se impedisce l’integrazione di diversi aspetti del sé. Soffermandosi sul videogioco possiamo dire che è una delle lingue principali della generazione iGens, il quale viene percepito come uno strumento meritocratico. In questo senso, grazie a determinate strategie degli sviluppatori, un videogioco potrebbe essere più giusto della realtà in quanto in esso esiste un’alternanza di soddisfazione e frustrazione, ovvero non si perde mai definitivamente ma non si vince nemmeno completamente e tutto dipende da come ti muovi all’interno del gaming. Spesso caratterizzato dall’utilizzo di avatar, di nickname, dalla modalità multigiocatore dà la possibilità di confrontarsi con gli altri in tempo live. Tutto ciò, nell’adolescente in difficoltà nel mondo reale, potrebbe essere un modo per sottrarsi all’identificazione con un corpo e quindi, di conseguenza, superare il senso di inadeguatezza e vergogna. In questo contesto persino il concetto di morte è più abbordabile, perché si muore con la stessa facilità con cui ci si ricrea.Alcuni studi ci dimostrano quali sono le conseguenze negative di un consumo precoce e massiccio dei videogiochi come la compromissione dell’attenzione, delle capacità di autoregolazione, l’esposizione alla violenza e pregiudizi di genere, oltre alla possibilità di aggravare sentimenti di solitudine o interferire con il ritmo sonno/veglia; altri ci mostrano come l’uso delle tecnologie da parte dei bambini ha per lo più effetti positivi, nello specifico aumenta la sensazione di essere connessi con i coetanei, riduce i sentimenti di isolamento e promuove rapporti di amicizia giàesistenti. Internet e i videogiochi fanno parte del presente quindi è utile comprendere un loro utilizzo più controllato e funzionale al superamento di quelle difficoltà che può incontrare un ragazzo nel percorso della propria vita.Sebbene questo disturbo è oggetto di studi da tempo e nonostante esista una prolifica e fiorente letteratura, si può capire come mai non si siano trovati ancora delle precise definizioni per l’IAD e conseguentemente per il nuovissimo disturbo da gaming online: Internet, il suo utilizzo e le nuove tecnologie in generale si evolvono così rapido che risulta difficile poter fornire criteri diagnostici rigorosi e universali. Bibliografia Garuglieri, S. (2020). Dipendenza da gaming online: introduzione al fenomeno.Profiling. I profili dell’abuso, 11(2).Lancini, M. (2019). Il ritiro sociale negli adolescenti. La solitudine di una generazioneiperconnessa.Lancini, M. (2023). Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell’epoca dellafragilità adulta.Small, G. W., Lee, J., Kaufman, A., Jalil, J., Siddarth, P., Gaddipati, H., Moody, T. D., &Bookheimer, S. Y. (2020). Brain health consequences of digital technology use.Dialogues in clinical neuroscience, 22(2), 179–187.González-Bueso, V., Santamaría, J. J., Fernández, D., Merino, L., Montero, E., & Ribas,J. (2018). Association between Internet Gaming Disorder or Pathological Video-GameUse and Comorbid Psychopathology: A Comprehensive Review. International journalof environmental research and public health, 15(4), 668.
Adolescenza e disturbo borderline. La questione diagnostica e il lavoro clinico

Quando si parla di disturbo borderline in adolescenza, il dibattito si fa immediatamente acceso. A differenza delle letture che collocano il borderline come semplice metafora del confine, qui la questione riguarda la possibilità stessa di una configurazione psicopatologica strutturata che si manifesta già nel tempo adolescenziale. Non si tratta di una sovrapposizione impropria, ma di una domanda clinica reale, che emerge con forza nella pratica quotidiana: cosa accade quando l’instabilità non è più solo transitoria, ma tende a organizzarsi come modalità prevalente di funzionamento? L’adolescenza è certamente un tempo di turbolenza, ma non ogni intensità affettiva può essere ricondotta al processo evolutivo. In alcune situazioni, ciò che si osserva non è soltanto una crisi, ma una difficoltà persistente nella regolazione degli affetti, nell’integrazione dell’identità e nella tenuta del legame. Oscillazioni emotive estreme, vissuti cronici di vuoto, acting out ripetuti, condotte autolesive, relazioni segnate da dipendenza e rotture violente indicano una sofferenza che non si esaurisce nel passaggio adolescenziale. Il riferimento a Sigmund Freud consente di pensare queste configurazioni come espressione di un conflitto che non riesce a essere elaborato sul piano rappresentazionale. L’eccedenza pulsionale non trova vie simboliche sufficienti e tende a scaricarsi attraverso l’agire o il corpo. In questi casi, il sintomo non è un semplice segnale di transizione, ma una soluzione rigida che il soggetto utilizza per mantenere una fragile continuità psichica. Nel disturbo borderline in adolescenza, la questione dell’identità occupa un posto centrale. Il soggetto fatica a costruire un senso stabile di sé e oscilla tra immagini opposte, spesso idealizzate o svalutate. Questa frammentazione si riflette nel rapporto con l’Altro, vissuto ora come indispensabile, ora come minaccioso. La paura dell’abbandono convive con movimenti di rifiuto e di attacco, producendo legami intensi ma difficilmente sostenibili nel tempo. Il contributo di Jacques Lacan permette di leggere queste dinamiche come effetto di una difficoltà strutturale nel rapporto con la mancanza. Nel borderline, la mancanza non riesce a essere simbolizzata e viene vissuta come un vuoto reale, intollerabile. Da qui l’urgenza del legame, l’impossibilità di tollerare l’assenza, la richiesta implicita di una presenza totale che, inevitabilmente, finisce per essere distruttiva. In questa prospettiva, il riferimento teorico a Otto Kernberg ha avuto un ruolo decisivo nel riconoscere l’esistenza di un’organizzazione borderline di personalità, distinguendola sia dalle nevrosi sia dalle psicosi. In adolescenza, questa organizzazione può già manifestarsi attraverso la scissione, l’instabilità dell’immagine di sé e dell’Altro, l’uso massiccio di difese primitive. Non si tratta di etichettare precocemente, ma di riconoscere quando il funzionamento psichico mostra una coerenza patologica che tende a ripetersi. Il lavoro clinico con adolescenti con disturbo borderline pone questioni tecniche ed etiche particolarmente delicate. La relazione terapeutica è spesso attraversata da intensi movimenti transferali, richieste implicite di salvataggio, rotture improvvise del legame. La posizione del clinico è costantemente messa alla prova: ogni distanza può essere vissuta come abbandono, ogni vicinanza come intrusione. In questi casi, la priorità non è l’interpretazione del conflitto inconscio, ma la costruzione di una cornice sufficientemente stabile. La continuità del setting, la chiarezza dei confini, la prevedibilità della presenza clinica svolgono una funzione strutturante. È attraverso questa tenuta che l’agire può lentamente trovare un limite e che l’esperienza affettiva può iniziare a essere mentalizzata. Riconoscere il disturbo borderline in adolescenza non significa rinunciare alla dimensione evolutiva, ma assumere la responsabilità clinica di una sofferenza che rischia di cronicizzarsi. La diagnosi, quando è fondata e maneggiata con prudenza, non chiude il percorso, ma orienta il lavoro, evitando sia minimizzazioni rassicuranti sia interventi impropriamente normalizzanti. Il disturbo borderline in adolescenza rappresenta una sfida centrale per la clinica contemporanea. È un punto in cui il rischio è elevato, ma in cui è ancora possibile intervenire prima che le modalità di funzionamento si irrigidiscano definitivamente. Il compito del lavoro clinico non è quello di anticipare un destino, ma di offrire al soggetto le condizioni perché ciò che oggi appare come instabilità distruttiva possa, nel tempo, trasformarsi in una forma di organizzazione psichica più vivibile.
Adolescenti, questi sconosciuti? Istruzioni per l’uso/2

Figli preadolescenti e adolescenti. Idee per i genitori, per evitare gli errori più comuni. Le priorità dei genitori non sono le stesse priorità degli adolescenti. Può sembrare del tutto ovvio, ma proviamo a ripensarci. Per preadolescenti e adolescenti, la stanza in disordine cronico, i vestiti buttati per terra, le cose dimenticate, non sono affatto importanti: sono materie di cui si occupano i genitori. Le loro priorità sono il compito di matematica, pubblicare una storia su Instagram, costruirsi un’identità, innamorarsi di qualcuno, accettare la propria immagine che cambia; insomma, una stanza ordinata o rispettare gli orari alla lettera non rientra nella loro sfera di attenzione. Stanno lottando per crescere, sono in mezzo a una vera tempesta, in cui gli interlocutori privilegiati non sono più i genitori: per l’adolescente il gruppo dei pari, amici e nemici della stessa età, è il terreno di azione, scontro, realizzazione o delusione. È il suo mondo di riferimento, dove deve sperimentarsi per trovare un posto e riconoscere sé stesso. È compito dei genitori insegnare ai figli la responsabilità. È fondamentale mantenersi fermi su alcuni punti importanti, senza deroghe, ma occorre ammorbidirsi su aspetti meno fondamentali. Assillare, dirigere, gridare e imporre rischia infatti di essere una strategia fallimentare e frustrante. Invece, partire da loro aiuta. Ricordare quali sono le loro priorità, e dar loro spazio, permette di ottenere rispetto e collaborazione in cambio: è una formidabile via di accesso a una convivenza rispettosa e fruttuosa per tutta la famiglia. Gli adolescenti hanno bisogno di sperimentare la propria indipendenza dai genitori. Per questo è importante prendere distanza dai successi e dai fallimenti dei ragazzi. Un brutto voto a scuola di una figlia o di un figlio è sentito spesso come una faccenda personale. Questo non aiuta i ragazzi a sentirsi titolari dei propri successi e fallimenti. In qualche modo, con l’intenzione opposta di responsabilizzarli, gli si toglie responsabilità e motivazione. Lasciarli fallire, facendogli capire che si può fare meglio con l’impegno, ma che un fallimento non è la fine del mondo né un tradimento della fiducia dei genitori (altro argomento che noi adulti utilizziamo in modo troppo disinvolto) è un messaggio fondamentale. “Mi dispiace molto che ti sia andato male il compito di chimica. Se vuoi ripassare con me, dimmelo”. Altro mito da sfatare: l’idea che gli adolescenti non vogliano avere a che fare con i genitori. Durante il passaggio dall’infanzia all’età adulta hanno ancora bisogno di una guida sicura, di un navigatore al loro fianco. Una cosa che funziona è essere disponibili a dare indicazioni, quando lo richiedono, e non dare troppi suggerimenti, quando non richiesti. Questo aiuta gli adolescenti a sperimentare maggiore autonomia e, paradossalmente ma molto utilmente, ad aumentare le richieste di consiglio ai genitori quando ne hanno bisogno. La presenza di adulti che si fidano di loro, li consigliano e stanno a distanza senza sentirsi esclusi è fondamentale per la loro tranquillità. RIassumendo: mai ritirarsi completamente dalla relazione, anche quando il loro atteggiamento può essere offensivo. Lasciate loro uno spiraglio e cogliete le aperture, magari alla sera quando vanno a dormire o nei momenti in cui sono in difficoltà. Offrite una possibilità di accesso a voi, anche se avete avuto una discussione forte. Ogni riconnessione con voi diventa un pezzo fondamentale per la loro storia di adulti in divenire. Chiudiamo con un esercizio. Prendetevi cinque minuti per rispondere a queste domande. Non più di cinque. Eccole: “Cosa mi feriva di più degli atteggiamenti dei genitori? Cosa mi feriva di più nella mia piccola sfera sociale in costruzione? Quale amica o amico mi ha abbandonato? Chi e con quali parole mi ha dato un consiglio o un aiuto quando mi sentivo male?”. Se vi sembra di pensare a secoli fa, è del tutto naturale. Ogni crescita è una discontinuità, anche se manteniamo elementi del nostro sé passato. Eravamo adolescenti, ora siamo adulti: siamo un’altra persona. E lo saranno presto anche i vostri adolescenti. Più gli date un appoggio, più li rendete titolari delle proprie scelte, più li affiancate quando sono in difficoltà, più gli sarà facile crescere. E tornare da giovani adulti, più rilassati e rilassanti, nella vostra vita di genitori.
Adolescenti, questi sconosciuti? Istruzioni per l’uso/1

Figli preadolescenti e adolescenti. Idee per i genitori, per evitare gli errori più comuni. Suggerimento 1. L’insostenibile leggerezza di un “boh” vi accoglie a ogni domanda, possibilmente dietro una porta sbarrata, come se la sua camera da letto fosse un baluardo da difendere a tutti i costi? Siete sottoposti a sbuffate infastidite, silenzi impenetrabili o reazioni esagerate e incomprensibili? Un adolescente in casa è un momento di trasformazione non solo per il teen-ager che abita sotto il vostro tetto, ma per voi e per l’intera famiglia. Spesso i genitori si trovano impreparati di fronte a figli molto diversi da com’erano solo qualche mese prima. Cos’è giusto fare, allora? Ogni situazione ha una risposta unica, a seconda delle caratteristiche di personalità dei membri della famiglia e dello stile familiare; ogni adolescenza è un mondo – e ha un modo – inesplorato e nuovo; ma ecco qualche idea di sopravvivenza per madri e padri attenti, che può migliorare il rapporto e fare bene a tutti, ragazzi e genitori, in questo percorso accidentato verso l’età più difficile del mondo: quella adulta. Troverete, nei prossimi interventi in questa sede, alcune strategie utili (e praticabili!), in una miniserie estiva, da consultare in tutte le stagioni nei momenti di maggiore sconforto: davanti a camere indecenti, disordine di tempi e ritardi di azione, silenzi e umori scostanti. Per agire tempestivamente e ottenere qualche risultato concreto. Suggerimento numero 1: non ostacolare l’autonomia. In un periodo in cui crescono naturalmente sia le responsabilità sia i privilegi legati alla maggiore possibilità di movimento dell’adolescente, le più feroci lotte di potere nascono sui temi dell’autonomia. Indizio importante: ogni braccio di ferro si fa in due. Se vi ricordate di togliere il braccio, riuscirete a evitarlo. Invece di stringere la presa, rispettate il bisogno di autonomia di vostra figlia, o figlio, e lasciatela più libera, man mano che cresce. È fondamentale offrire ai vostri preadolescenti e adolescenti diverse opportunità di avere maggiori responsabilità e lasciare che mettano in pratica le loro capacità decisionali. Ad esempio, incoraggiarli a decidere le attività doposcuola cui partecipare; quale cena vorrebbero aiutare a cucinare, una volta a settimana; quando e come vorrebbe completare i compiti ogni sera. Quando date potere ai nostri figli con scelte appropriate all’età, offrite loro un forte senso di fiducia. Occorre spiegare loro in modo chiaro il tipo di comportamento che vi aspettate e cosa succederà se decidono di mettere alla prova i vostri limiti. Pacatamente, ma fermamente. Applicando quanto avete concordato senza battaglie da parte vostra. Più riescono, tuttavia, a mantenere i patti, più margine di manovra potete offrire. Quando sentono di poter esercitare maggiore controllo sulla propria vita, gli adolescenti si sentiranno meglio con sé stessi e con voi e vedrete crescere la loro fiducia e indipendenza. Nelle prossime settimane, in questo blog troverete altri spunti su argomenti specifici. Intanto, introducete oggi una piccola modifica nel vostro comportamento con il vostro (temibile) adolescente e prendetevi una pausa dal braccio di ferro: sarà un momento di riposo e un vantaggio di crescita per tutti.
Adolescenti tra pressione, responsabilità e paura di sbagliare

«Devo prendere un bel voto.»«Devo allenarmi di più.»«Devo organizzarmi meglio.»«Non posso perdere tempo.» Molti adolescenti crescono accompagnati da una lunga lista di doveri. Alcuni riescono a sostenerla, altri sembrano rinunciare e disinvestire. In entrambi i casi, però, il rischio è lo stesso: perdere il contatto con ciò che desiderano davvero. Negli ultimi anni si è parlato molto della pressione scolastica e delle aspettative elevate che gravano sui ragazzi. Tuttavia, la sensazione di dover continuamente dimostrare qualcosa non riguarda soltanto la scuola. Può estendersi allo sport, alle amicizie, alle attività extrascolastiche e perfino al tempo libero. Ogni esperienza rischia di trasformarsi in una prova da superare. Tra iper-responsabilità e deresponsabilizzazione Nella pratica clinica si osservano spesso due atteggiamenti apparentemente opposti. Da una parte ci sono ragazzi estremamente responsabili, attenti alle prestazioni e preoccupati di non deludere le aspettative. Faticano a concedersi pause, vivono l’errore come un fallimento e tendono a valutare il proprio valore personale attraverso i risultati ottenuti. Dall’altra troviamo adolescenti che sembrano disinteressati, poco motivati e poco coinvolti negli impegni quotidiani. Sebbene questi profili appaiano molto diversi, talvolta condividono la stessa difficoltà: il rapporto con la pressione e con il timore di non essere all’altezza. Quando ogni attività viene vissuta come una verifica, alcuni ragazzi cercano di controllare tutto. Altri, invece, smettono di provarci. Il diritto di fare qualcosa senza uno scopo L’adolescenza non è soltanto il periodo delle responsabilità crescenti. È anche una fase di esplorazione. Per capire chi si è e chi si vuole diventare, occorre poter sperimentare attività nuove, interessi, passioni e relazioni senza che tutto venga immediatamente valutato in termini di successo o fallimento. Molti ragazzi, però, sembrano aver interiorizzato l’idea che ogni esperienza debba produrre un risultato. Anche ciò che nasce come piacere rischia di trasformarsi in prestazione. In queste condizioni diventa difficile ascoltare la curiosità, il desiderio e la soddisfazione personale. Ci si concentra sul traguardo, perdendo di vista il percorso. Il ruolo degli adulti Genitori e insegnanti hanno il compito di trasmettere il senso della responsabilità, ma anche quello di aiutare gli adolescenti a costruire un rapporto equilibrato con le aspettative. Responsabilizzare non significa chiedere risultati continui. Significa accompagnare i ragazzi a confrontarsi con gli impegni senza far coincidere il loro valore con le loro prestazioni. Allo stesso modo, proteggere non significa eliminare ogni richiesta o ogni frustrazione. La crescita passa anche attraverso il confronto con i limiti e con la possibilità di sbagliare. La sfida consiste nel trovare un equilibrio tra sostegno e richiesta, tra libertà e responsabilità. Crescere non è solo riuscire In una società sempre più orientata alla performance, il rischio è che gli adolescenti imparino molto presto a raggiungere obiettivi, ma facciano più fatica a riconoscere ciò che li appassiona davvero. Crescere non significa soltanto diventare più efficienti o più produttivi. Significa anche poter esplorare, sbagliare, cambiare idea e scoprire gradualmente ciò che dà significato alla propria esperienza. Perché non tutto ciò che conta può essere misurato da un voto, una medaglia o un risultato. Bibliografia
Adolescenti oggi tra guerra e pandemia.

L’ adolescenza è l’età del cambiamento. Come l’etimologia della parola indica ‘ adolescere’ significa in latino crescere. Essa segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta, è l’età di mezzo dominata dalla trasformazione fisica, psicologica, sociale. L’adolescente non è più un bambino, non lo è nel corpo, ma lo è ancora un po’ e non è ancora un adulto. Questo duplice movimento tra l’abbandono dello stato di bambino e la ricerca di una propria identità costituisce l’essenza stessa dell’adolescenza. Ma quali strumenti abbiamo per capire l’adolescenza? I genitori degli adolescenti spesso sono chiamati ad affrontare una ‘ristrutturazione? del proprio ruolo genitoriale. Essi devono avere la capacità di pensare i figli non come un prolungamento, ma come individui in cerca della propria identità. Avere il coraggio di lasciare sperimentare ai figli l’autonomia che essi chiedono. Avere comunque ancora quella tensione protettiva in quanto adulti e più consapevoli delle ‘trappole’ dell’adultità. L’adolescente che chiede aiuto di solito lo fa perché si sente perso rispetto ai compiti evolutivi che l’età richiede. Spesso c’è un blocco o un ritardo o un conflitto. Il ruolo della terapia è quello di ‘svelare’ la natura della crisi che spesso si palesa con un sintomo fisico e di lavorare per accompagnare il giovane o la giovane a riprendere il cammino di costruzione del nucleo identitario.
Adolescenti isolati

di Giulia Tarabbo da Psicologinews Scientific Gli adolescenti mostrano un profondo disagio emotivo conseguente l’isolamento e le restrizioni alla loro libertà. Essere adolescenti oggi significa vivere confinati nelle proprie camere e isolati dai coetanei. Tutto ciò ha ripercussioni sulle loro vite emotive e si manifestano in profondi disagi psicologici. Spesso ci troviamo difronte ragazzi che cercano un contenimento alle loro angosce. Il nostro intervento si articola intorno alle storie psichiche che di volta in volta sfilano difronte a noi. Osserviamo la vita con i loro occhi e proviamo ad assumere un atteggiamento empatico e distaccato, cercando di stimolare quel processo di crescita ed autodeterminazione, di separazione ed individuazione che dovrebbe appartenere agli adolescenti. La pandemia e le conseguenti misure per il contenimento hanno costretto noi tutti ad uno stile di vita molto lontano da quello a cui eravamo abituati. Il vivere privati di qualsiasi forma di svago e socializzazione ha portato alla luce ombre di cui avevamo il sentore. Gli adolescenti, a causa anche del periodo di vita che si trovano a vivere, rappresentano la lente d’ingrandimento dei disagi che pian piano emergono. Per limitare i contagi è stato chiesto, soprattutto in Campania, a tutti gli studenti di rinunciare alla scuola, a favore di una didattica definita “a distanza”. In conseguenza di tale decisione i bambini ed i ragazzi si sono adeguati ad uno stile di vita che li vuole arenati sui letti e sui divani davanti ad un piccolo schermo alla ricerca di un contatto con coetanei, e di un sapere scolastico che dovrebbe essere loro tramesso attraverso il web. Lontano dall’idea di dare un pensiero sull’appropriatezza di tali provvedimenti, appare opportuno però osservare le loro conseguenze e provare a prevenire o quantomeno lenire il dolore psichico che emerge dalla storia che i ragazzi ci raccontano. Chiudere la scuola ha significato una forte forma di isolamento dai pari. Le loro relazioni sociali si sono ridotte a quelle veicolate dal web: chat, giochi online, social e gruppi whattapp hanno rappresentato, nell’ultimo anno, l’unica modalità comunicativa e di relazione. Sembra pertanto opportuno domandarsi cosa significa per gli adolescenti perdere il contatto con i coetanei, a cosa hanno dovuto rinunciare durante quest’anno. Le conseguenze legate alla necessità di tenere lontani i ragazzi gli uni dagli altri sono osservabili nella pratica clinica, dove con sempre crescente preoccupazione si osserva il manifestarsi di quadri psicopatologici complessi e diversificati. Forme di autolesionismo, anoressia e più in generale disturbi del comportamento alimentare, disturbi ossessivo compulsivo, depressione, ansia sociale sono solo alcuni tra le sintomatologie osservate ed in forte crescita tra gli adolescenti. Già prima che fossero adottate le misure di prevenzione al Covid si osservava un malessere che si esplicava in atteggiamenti di distanziamento sociale e che aveva come conseguenza l’utilizzo di Internet come unico ponte di socializzazione. Il mondo per molti adolescenti era pericoloso, ed oggi questa pericolosità è ancor più marcata poiché li abbiamo privati dei contatti con i coetanei rendendo così la rete amicale fragile. “I legami d’amicizia sono definiti come relazioni interpersonali stabili nel tempo, di natura intima e privata, frutto di scelte volontarie, i quali si riconoscono nella relazione, con reciproco sostegno e piacere nello stare insieme e nel condividere esperienza. Tali relazioni rivestono nello sviluppo un ruolo maggiormente rilevate rispetto ai rapporti con i coetanei più in generale.” (Rischi in adolescenza. Comportamenti problematici e disturbi emotivi, Acura di Elena Cattaneo. Carocci Ed. pag.91). È stata osservata l’esistenza di una correlazione tra legami amicali e adattamento. Da ciò si desume che privare gli adolescenti della possibilità di istaurare legami d’amicizia aumenta notevolmente la possibilità che si manifesti malessere psicologico. In oltre il gruppo dei pari svolge un ruolo fondamentale nel promuovere lo sviluppo verso l’età adulta e soprattutto promuove l’acquisizione dell’autonomia e della ridefinizione della loro identità. Costringendoli in un ambiente domestico per tanto tempo, il processo di separazione ed individuazione che in questa fase evolutiva rappresenta un’importantissima tappa, ha subito un arresto importate. I ragazzi si sono ritrovati ad essere nuovamente figli piccoli e dipendenti di genitori controllanti e accudenti. Ciò il ha ricollocati ad una fase dello sviluppo evolutivo precedente costringendoli ad una profonda frustrazione dei loro bisogni evolutivi ed emotivi. La loro identità, che nel gruppo dei pari trova possibilità di sperimentarsi e sostegno per le angosce e le paure legate al vivere esperienza di vita nuove, ha perso la possibilità di strutturarsi e fortificarsi nel rispecchiamento con i coetanei. Va fatta in oltre un’ulteriore osservazione, questi adolescenti sono gli stessi a cui da sempre viene rimproverato l’uso eccessivo dei dispositivi elettronici. A causa di utilizzo privo di buon senso e di una mancata educazione in tal direzione, i ragazzi si trovano sprovvisti anche delle più rudimentali capacità di socializzare di persona. L’uso delle chat ha preso il posto, ormai quasi completamente, degli incontri e delle relazioni vis a vis. Supportati e sostenuti dalle norme ora in vigore sembra che non abbiano motivazioni per uscire dalle loro tane casalinghe. Si viene a creare così un circolo vizioso perverso in cui ai ragazzi viene vietato di fare ciò che li consentirebbe di adempiere ai loro compiti evoluti e loro, frustrati da queste privazioni, si ancorano sempre di più a quei comportamenti che li mettono al riparo dal rischio di una relazione autentica e concreta. Ed in questo continuo oscillare tra proibizioni e paure che si instaura il malessere psicologico. Dove il sintomo, nelle sue varie declinazioni diventa il simbolo di una mancata capacità da parte di noi adulti di assolvere al ruolo di “base sicura”, di “madre sufficientemente buona”. Tale mancanza appartiene al periodo precedente la pandemia, l’isolamento sociale e le angosce legate alle paure fisiologiche conseguenti il periodo contestuale. Oggi, purtroppo, raccogliamo i frutti di una mancata capacità di supporto emotivo nei confronti di bambini ed adolescenti, che precede il Covid, le cui cause vanno ricercate nelle modalità relazionali adottate. Bibliografia Rischi in adolescenza. Comportamenti problematici e disturbi emotivi, Acura di Elena Cattaneo. Carocci Ed. Il gioco che guarisce. La psicoterapia della Gestalt con bambini ed adolescenti.
Adolescenti e social networks: l’esposizione prolungata modifica il cervello

Nella società odierna i social networks si sono progressivamente sostituiti ai tradizionali canali di comunicazione, dando vita a nuovi modelli relazionali. Per la prima volta un semplice strumento riesce a modificare abitudini e schemi comportamentali già consolidati. Abbiamo analizzato nei precedenti articoli gli effetti di internet e dei social networks sul comportamento umano; le ripercussioni sulla salute mentale e infine i nuovi disturbi che ne derivano. Gli adolescenti sono i più suggestionabili: l’esposizione continua e prolungata ai social networks incide significativamente sul loro sviluppo cognitivo, modificando il loro cervello. Una recentissima ricerca pubblicata su JAMA Pediatrics, condotta su ragazzi di differenti etnie ed età compresa tra i 12 ed i 15 anni, dimostra come l’utilizzo assiduo dei social networks riesca a manipolare il cervello degli adolescenti, alterandone il funzionamento.Lo studio si focalizza soprattutto sulla componente relazionale dei giovani, indagando la correlazione tra frequenza di utilizzo dei social e bisogno di approvazione sociale. Dai risultati emerge che gli assidui frequentatori dei social networks presentano una maggiore sensibilità al giudizio del gruppo dei pari, fino a sviluppare una dipendenza dalla loro approvazione. Il feedback ricevuto dai propri coetanei innesca un’attenzione sempre maggiore alla ricerca di consensi, all’approvazione sociale, al desiderio di essere non solo accettati, ma ammirati. Da una prospettiva clinica sono stati osservati dei cambiamenti in tre aree cerebrali: la corteccia prefrontale, responsabile del controllo delle proprie azioni; le aree che analizzano gli stimoli più rilevanti provenienti dall’ambiente; e infine i circuiti di ricompensa. Tuttavia non è ancora chiaro se questa estrema reattività sia frutto di un processo adattativo che andrà consolidandosi nel corso degli anni, oppure se rappresenta una minaccia: una fonte di stress che può degenerare in ansia sociale e depressione.