“Perché capita sempre a me?!” La profezia che si auto-avvera

Perché capita “sempre” a me?! La profezia che si auto-avvera. Ti è mai capitato di pensare o pronunciare la frase: <<Perché capita sempre a me>>? E se ti dicessi che, a volte, un motivo c’è davvero? Forse ti sorprenderà sapere che, spesso, ci comportiamo facendo in modo che ciò che temiamo, alla fine, capiti davvero! No, non sei folle, c’è una spiegazione a tutto questo: la profezia che si auto-avvera. La profezia che si auto-avvera, o che si auto-adempie, è uno dei fenomeni più a lungo studiati in psicologia sociale. Introdotto per la prima volta negli anni ’70, questo costrutto ci aiuta a spiegare in che modo le nostre aspettative, le nostre paure e le etichette che diamo a noi stessi e agli altri influenzano i nostri comportamenti e, quindi, ciò che ci circonda. Ad esempio, immagina di essere ad una festa di nuovi amici, e di avere profondamente paura di essere escluso/a. Come ti comporteresti? Probabilmente cominceresti a temere di dire cose che potrebbero essere considerate sciocche dagli altri, per cui potresti scegliere di parlare poco. Magari, per lo stesso timore, ci pensi cinque volte prima di rispondere ad una domanda, risultando poco spontaneo. Magari il timore di fare una brutta figura potrebbe portarti a decidere di non ballare, di non giocare, di restare seduto, in disparte. Cosa succederebbe? Proprio la tua più grande paura: molto probabilmente resteresti escluso dalla festa.  E non finisce qui. Il realizzarsi di ciò che temi porterà, molto probabilmente, a rafforzare quella credenza, quella aspettativa e quello stesso timore: se vengo sempre escluso, allora sarò escluso! Se ciò accade, la volta dopo probabilmente rimetterai in atto gli stessi comportamenti in modo ancora più accentuato e con una maggiore paura. È chiaro che questi comportamenti hanno una logica ben precisa, sono strategie di sopravvivenza che mettiamo in atto per difenderci dalla minaccia, ma che, ahimè, falliscono nel loro intento. Questa catena di comportamenti è inoltre sostenuta da una serie di bias cognitivi, alcuni dei quali sono già stati trattati in altri articoli del blog! La catena, però, può essere spezzata, facendo pian piano attenzione a tutti quei comportamenti che mettiamo in atto in queste circostanze, e che fanno (auto)avverare le nostre paure. Quindi se fossi davvero quella persona, con il timore di essere escluso, avremmo risposto alla domanda: perché capita sempre a me?!

“L’Importanza dell’Autostima nella Tua Vita”

di Viviana Loffredo L’autostima è un aspetto fondamentale della nostra salute mentale e del nostro benessere emotivo. Rappresenta il modo in cui ci percepiamo e il valore che attribuiamo a noi stessi. Un’adeguata autostima è essenziale per affrontare le sfide della vita, costruire relazioni sane e realizzare i nostri obiettivi. Cos’è l’autostima? L’autostima è la fiducia e il rispetto che nutriamo per noi stessi. Si basa sulle nostre percezioni e valutazioni personali, influenzate dall’esperienza di vita, dall’educazione, dalle relazioni e dalle realizzazioni personali. Un’alta autostima è spesso associata a un senso di sicurezza, capacità di prendere decisioni consapevoli e affrontare le sfide con resilienza. Importanza dell’autostima: 1. Relazioni Salutari: Un’adeguata autostima è cruciale per costruire relazioni sane. Quando ci amiamo e rispettiamo, siamo più propensi a stabilire relazioni basate sul rispetto reciproco e sulla comunicazione aperta. 2. Successo Personale: Un’autostima sana è un catalizzatore per il successo personale. Le persone con una buona autostima sono più propense a fissare obiettivi ambiziosi e a lavorare per raggiungerli. 3. Salute Mentale: Una bassa autostima è spesso correlata a problemi di salute mentale come l’ansia e la depressione. Al contrario, una sana autostima può contribuire a una migliore salute mentale. 4. Resilienza: L’autostima è un fattore chiave nella resilienza. Le persone con una buona autostima affrontano meglio le avversità e si riprendono più rapidamente dalle delusioni. Come sviluppare l’autostima: 1. Autocoscienza: Comincia con l’autocoscienza. Riconosci i tuoi punti di forza e le aree in cui desideri migliorare. 2. Accetta i Fallimenti: Accetta che i fallimenti fanno parte della vita. Impara dalle tue esperienze senza giudicarti duramente. 3. Comunicazione Positiva: Sii gentile con te stesso nella tua conversazione interna. Sostituisci pensieri negativi con affermazioni positive. 4. Imparare a Dire No: Impara a stabilire confini sani e dire “no” quando è necessario. Rispettare i tuoi bisogni è un segno di autostima. 5. Cura di Te Stesso: Fisicamente ed emotivamente. Mangia sano, fai esercizio fisico e dedica del tempo alle tue passioni. 6. Cerca Supporto: Non esitare a cercare il supporto di amici, familiari o professionisti se hai bisogno di aiuto nell’aumentare la tua autostima. L’autostima è un elemento chiave per una vita soddisfacente e appagante. Investire nel tuo sviluppo personale, nella tua autostima e nella tua fiducia in te stesso può fare una differenza significativa nelle tue relazioni, nel tuo successo e nel tuo benessere generale. Ricorda, sei un individuo unico e prezioso, e meritare il rispetto e l’amore, in primo luogo da te stesso.

“Costruire” il Pensiero: adolescenza e crisi di simbolizzazione

L’adolescenza rappresenta un passaggio cruciale non solo sul piano corporeo e relazionale, ma anche sul piano del funzionamento mentale. È un tempo in cui il pensiero è chiamato a trasformarsi, a perdere le forme infantili per aprirsi a modalità più astratte e simboliche. Questo processo non avviene senza difficoltà: la costruzione del pensiero attraversa una fase di instabilità, in cui la capacità di simbolizzare può vacillare, frammentarsi o irrigidirsi. Il pensiero infantile si fonda su riferimenti relativamente stabili: le figure genitoriali, le identificazioni primarie, una continuità tra mondo interno e mondo esterno che rende l’esperienza più facilmente organizzabile. In adolescenza, queste coordinate vengono rimesse in discussione. Il soggetto è chiamato a confrontarsi con la perdita delle certezze infantili e con l’emergere di una realtà più complessa, ambigua, contraddittoria. Il pensiero astratto, che consente di tollerare l’assenza, il dubbio e la mancanza, non è ancora pienamente disponibile, ma è proprio ciò che si sta costruendo. L’irruzione della sessualità e le trasformazioni del corpo producono un aumento dell’eccitazione interna che mette sotto pressione le capacità di pensiero. Emozioni intense, affetti contrastanti e vissuti non ancora rappresentabili rischiano di eccedere le possibilità di simbolizzazione. In questo contesto, il pensiero può diventare invasivo, confuso o, al contrario, arrestarsi. Non è raro che l’adolescente alterni momenti di iper-riflessione a fasi di vuoto mentale, silenzio o agire. La crisi della simbolizzazione rappresenta uno dei nodi centrali di questo passaggio. Simbolizzare significa poter trasformare l’esperienza in rappresentazione, dare forma e senso a ciò che accade nel corpo e negli affetti. Quando questa funzione è in difficoltà, l’esperienza resta grezza, non pensata, e tende a essere evacuata attraverso il corpo o l’azione. Passaggi all’atto, condotte di rischio, ritiro o sintomi somatici possono essere letti come tentativi di gestione di ciò che il pensiero non riesce ancora a contenere. In alcuni casi, il pensiero appare frammentato. Il discorso è disorganizzato, privo di continuità narrativa; le emozioni si succedono senza nessi; il tempo perde coerenza e il futuro diventa impensabile. Questa frammentazione non indica necessariamente una patologia strutturata, ma segnala una difficoltà momentanea nel tenere insieme le diverse dimensioni dell’esperienza in una fase di profonda riorganizzazione. In altri casi, il pensiero tende a irrigidirsi. Di fronte all’angoscia dell’incertezza, l’adolescente può rifugiarsi in modalità di pensiero rigide, dicotomiche, assolute. Tutto viene organizzato in termini di giusto o sbagliato, possibile o impossibile, amico o nemico. Questa rigidità offre un senso di controllo e sicurezza, ma al prezzo di una chiusura del pensiero e di una riduzione della possibilità di trasformazione. Tra frammentazione e rigidità, il pensiero adolescenziale si muove in un equilibrio instabile. La difficoltà a pensare non va letta come un deficit cognitivo, ma come l’effetto di un lavoro psichico in corso. Il soggetto è impegnato a costruire nuove rappresentazioni di sé, dell’Altro e del mondo, in un momento in cui le vecchie non funzionano più e le nuove non sono ancora disponibili. Il lavoro clinico si colloca proprio in questo spazio. Non si tratta di insegnare a pensare o di correggere le forme del pensiero, ma di offrire un tempo e un luogo in cui il pensiero possa riprendere lentamente la sua funzione. La continuità del setting, la possibilità della parola e del silenzio, permettono all’esperienza di diventare dicibile, trasformando l’eccedenza in qualcosa che può essere pensato. Costruire il pensiero in adolescenza significa accettare che pensare comporti una perdita: la perdita delle certezze infantili, l’incontro con il limite, la scoperta della mancanza. È attraversando questa crisi che il soggetto può accedere a forme di pensiero più proprie, capaci di sostenere il desiderio, il conflitto e il cambiamento. L’adolescenza appare così come un tempo fragile ma decisivo: un passaggio in cui il pensiero può smarrirsi o irrigidirsi, ma anche trovare nuove modalità di esistenza. È in questo lavoro, spesso silenzioso e faticoso, che si gioca la possibilità di una soggettivazione più articolata e vitale.

‘Toccare’ il paziente: l’uso del contatto fisico in psicoterapia

L’uso del contatto fisico in psicoterapia segue l’idea che lo sviluppo del lavoro e della consapevolezza dei propri processi e della propria salute mentale passi anche attraverso la conoscenza del corpo. Essa si fonda sui concetti di unità tra corpo e Sé di origine fenomenologica intrinseci nella psicoterapia della Gestalt. Il contatto corporeo è usato nella forma di ‘esperimento’ per aiutare e sostenere i pazienti nell’esplorare alcuni aspetti della loro natura corporea. Il lavoro con il corpo e l’atto del toccare devono essere concordati ed avere chiaro il fine del lavoro e l’obiettivo terapeutico. Ci sono differenti modalità di intervento corporeo: ‘tocco molto leggero’ che aiuta a mantenere l’attenzione in un punto del corpo; ‘appoggiare le mani’ serve a mettersi in contatto percepire ed influenzare il ‘campo’ di energia; ‘tocco mobile’ che serve a comunicare sostegno e presenza e a confortare; ‘dondolare’ serve a sciogliere le unità scheletriche e muscolari e riconnettersi con il fluire. Ogni tipologia ha un senso nel lavoro di quel paziente in quel momento. Il lavoro con il corpo aiuta a lavorare sui blocchi che si manifestano nel corpo e che sottendono blocchi emotivi. Esistono molti pazienti coni quali non è necessario lavorare con il corpo poiché gli obiettivi terapeutici e i temi che trattano non lo richiedono.