Rispetto per gli animali e riflessioni psicologiche

Il rispetto per gli animali suscita riflessioni psicologiche profonde e ci invita ad esplorare il nostro mondo emotivo, per comprenderlo e gestirlo. Purtroppo, ogni giorno assistiamo a scene di violenza sugli animali domestici, un chiaro segno che stiamo perdendo amore e umanità. Questa tolleranza verso la crudeltà animale ci allontana dal senso di compassione, rendendoci quotidianamente apatici e indifferenti. In questo contesto, purtroppo, gli adolescenti sono i veri protagonisti. In una società, caratterizzata da tristezza e violenza, educare al rispetto per gli animali è di fondamentale importanza. Questo principio è necessario e va insegnato già ai bambini, con attenzione e delicatezza, contribuendo alla formazione della loro personalità. Come disse Darwin, uomini e animali provano emozioni simili. Molte delle emozioni più complesse sono comuni agli animali più evoluti. Chiunque possa osservare un cane noterà la gelosia che esso dimostra quando il padrone rivolge affetto a un’altra creatura; ho osservato lo stesso comportamento anche nelle scimmie. Questo dimostra che non solo gli animali amano, ma sentono anche il desiderio di essere amati (Charles Darwin). Comprendere le radici della violenza Sono gli adolescenti nefasti che mostrano emozioni e comportamenti complessi degni di attenzione. Sono ragazzi che sembrano forti, ma spesso nascondono fragilità. La rabbia e l’infelicità possono coesistere, portandoli a comportamenti distruttivi oppure a una ribellione silenziosa. Inoltre, la mancanza di esempi positivi per gestire le emozioni li fa cadere in schemi di comportamento disfunzionali, in cui l’aggressività diventa l’unico modo per comunicare. In alcuni casi l’ aggressività è un grido di aiuto, un tentativo per affermare la propria esistenza in un mondo indifferente. È fondamentale analizzare e comprendere queste dinamiche per poter aiutare gli adolescenti ad esprimere le loro emozioni in modi più positivo e coerente. In primo luogo occorre fornire ai ragazzi nuovi strumenti per una nuova simbolizzazione. Ad esempio, in psicologia, la simbolizzazione può essere utilizzata per aiutare a esprimere emozioni o esperienze complesse attraverso l’uso di simboli, immagini o metafore. In questo modo apriremo le porte ad un mondo fatto di silenzi senza simboli.

Rilassarsi: quando fermarsi è più difficile del fare

A volte ci troviamo in una situazione paradossale: il corpo è fermo, ma la testa continua a correre.Ci siamo ritagliati una serata libera, ci siamo concessi un weekend senza impegni, oppure ci siamo semplicemente seduti sul divano per qualche minuto. Eppure, quella sensazione di tregua che speravamo di provare non arriva.Restiamo lì, con la mente piena di pensieri, con la sensazione che dovremmo fare altro. E se per caso riusciamo davvero a non fare nulla, magari arriva il senso di colpa a rovinarci il momento. In una società che ci spinge costantemente a essere attivi, produttivi e sempre connessi, prendersi una pausa appare quasi un privilegio. Ma rilassarsi non dovrebbe essere qualcosa da guadagnarsi: dovrebbe essere un diritto, una necessità, una forma di cura verso di sé. Il valore che diamo al fare Una delle prime cose che ci colpisce, se ci fermiamo a osservare, è il modo in cui il “fare” è diventato centrale nella nostra identità. Fare bene, fare in fretta, fare tanto. La nostra autostima è spesso legata alla capacità di essere efficienti, di portare a termine compiti, di essere “presenti” (al lavoro, in famiglia, tra gli amici), anche quando dentro di noi sentiamo il bisogno di una pausa. Non è raro che in questi momenti emergano pensieri come “sto perdendo tempo”, “potrei sfruttare meglio questo momento” o “non ho fatto abbastanza per oggi”. È come se, anche quando siamo fermi, ci fosse una parte interna che ci spinge a continuare a muoverci, a giustificare il nostro tempo. Questo meccanismo si costruisce nel tempo, spesso in modo sottile. Può derivare da un’educazione centrata sull’impegno e sulla responsabilità, da esperienze in cui il valore personale era legato all’utilità, o semplicemente dall’ambiente culturale in cui siamo immersi, dove il tempo è risorsa, investimento, occasione da non sprecare. Ma il rischio è che tutto questo si trasformi in un circuito senza pause, in cui fermarsi diventa difficile, se non addirittura minaccioso. Il corpo si ferma, la mente no Un altro aspetto da considerare riguarda il corpo e il sistema nervoso. Molte persone riferiscono che, anche quando si impongono di rilassarsi, non ci riescono. Provano a guardare una serie tv, a leggere un libro, a stare in silenzio senza fare nulla, ma si sentono a disagio. Alcuni avvertono un’irrequietezza interna, altri una tensione muscolare costante, altri ancora raccontano che “stare fermi” fa emergere pensieri ed emozioni difficili da sostenere. Questo avviene poiché il sistema nervoso, a seguito di periodi prolungati di stress, tende a mantenersi in uno stato di attivazione continua. È come se, anche in assenza di un pericolo concreto, il corpo e la mente continuassero a prepararsi a reagire, a restare all’erta. In questi casi, rilassarsi non è semplicemente una scelta razionale. È qualcosa che va gradualmente riappreso: ascoltando i segnali del corpo, rispettando i propri tempi, e concedendosi momenti di rallentamento senza forzature. Rilassarsi non va guadagnato Spesso sentiamo dire (o diciamo a noi stessi): “Quando avrò finito tutto, allora mi rilasserò”. Come se il riposo fosse qualcosa che dobbiamo meritare. Come se potessimo permettercelo solo dopo aver dimostrato di essere abbastanza competenti, produttivi o sempre all’altezza. Ma questa logica rischia di rimandarci continuamente il diritto di prenderci cura di noi. Il riposo non è un premio. È un bisogno. Proprio come dormire, mangiare o respirare. Se continuiamo a ignorarlo, il corpo ce lo segnala: attraverso una stanchezza persistente, l’irritabilità, la difficoltà nel mantenere la concentrazione o quel senso di vuoto e insofferenza che talvolta emerge senza una ragione apparente. Quando il silenzio fa paura Per alcune persone, il momento del riposo coincide con il silenzio. E in quel silenzio possono emergere pensieri, ricordi, sensazioni che erano stati messi da parte durante la frenesia del quotidiano. In questo senso, il fare continuo può diventare una forma di evitamento. Più siamo attivi, meno spazio c’è per ascoltare ciò che sentiamo davvero.Così, quando arriva il momento di fermarsi, non siamo abituati a stare con noi stessi. E il silenzio può sembrare troppo. Non è facile imparare a stare in quello spazio. Ma è proprio lì che, spesso, possiamo iniziare a conoscerci davvero.Fermarsi non significa solo ricaricare le energie. Significa anche dare spazio a ciò che ci abita dentro, anche quando non è immediatamente piacevole. Passi per iniziare a rilassarsi Questa difficoltà a rilassarsi, è qualcosa che molte persone vivono, spesso senza raccontarlo. Non esiste una soluzione miracolosa che ci permetta di acquisire la capacità di riposarsi in maniera efficace all’improvviso, ma ci sono diverse strategie per cominciare a lavorarci, ad allenarsi in questo: Ascolta il tuo corpo, senza giudizio. Osserva attentamente dove si accumula la tensione, presta attenzione al tuo respiro e nota come ti senti nel momento in cui ti fermi. A volte basta partire da lì; Rallenta gradualmente, senza forzarti a “rilassarti per forza”. Non serve meditare per un’ora: anche dieci minuti di silenzio, una passeggiata senza meta, un caffè bevuto lentamente possono essere un buon inizio; Sospendi il giudizio su te stesso. Se ti senti in colpa nel non fare, prova a notare quel senso di colpa, senza dargli per forza ragione. È un’emozione, non una verità assoluta; Cambia il dialogo interno. Invece di chiederti “cosa potrei fare adesso?”, ogni tanto fermati a chiederti di cosa hai davvero bisogno in questo momento; Ricorda che il tuo valore non si misura da quanto fai. Non sei definito dal tuo rendimento, ma anche, o forse soprattutto, dalla tua capacità di stare con te stesso, di ascoltarti, di vivere con gentilezza le tue pause. Conclusione Imparare a rilassarsi non è semplice, soprattutto in un contesto che ci abitua a correre. Ma proprio per questo, prendersi il tempo di rallentare può trasformarsi in un gesto fondamentale per noi stessi. Fermarsi non è perdere tempo. È riconnettersi a sé stessi. È respirare, sentire, ascoltare. E a volte, è proprio quando ci concediamo il permesso di non fare nulla che accade qualcosa di importante: torniamo a sentirci vivi.

Riflessione sul concetto di spettro autistico: il ruolo George Frankl e Grunya Sukhareva

di Roberto Ghiaccio Gli studiosi hanno a lungo speculato su come le descrizioni di Kanner e Asperger circa a descrizione del disturbo autistico siano apparse solo con un anno di differenza in America e Austria in un tempo “lento”, non connesso e non digitalizzato, affranto e messo inginocchio dalla Seconda guerra mondiale che aveva oltretutto interrotto le comunicazioni tra i due paesi. Per anni si è creduto ad una eccessiva sincrona serendipità, ad una magia condivisa, ad una intuizione unisona. Ora sta emergendo una spiegazione più semplice e più razionale. Conoscenze autistiche incrociate hanno navigato e volato sull’Atlantico con Georg Frankl, un “uomo nel mezzo”, che ha contaminato con le sue intuizioni o ha “copia e incollato” ante litteram le intuizioni di altri. Frankl per anni è stato invisibile perché ha lasciato ben poco in termini di articoli pubblicati. Al fine della loro vita, Kanner e Asperger descrissero le loro condizioni come separate e distinte. Georg Frankl ha aiutato entrambi i nomi noti a vedere l’autismo come lo conosciamo oggi e per la prima volta ha visto l ‘ampiezza di quel continuum di quel che oggi chiamiamo spettro. La visione di Frankl era ed è tuttora innovativa, ha proposto che l’autismo potrebbe coprire uno spettro di condizioni a partire dalle difficoltà nel “linguaggio affettivo” come stato mentale non necessariamente anormale trattandosi di una condizione neurobiologica, che ha bisogno principalmente di essere compresa dagli altri. Per quasi 70 anni, le origini dell’autismo come categoria diagnostica distinta sono state legate a due nomi: Hans Asperger, un pediatra che ha lavorato a Vienna e Leo Kanner, uno psichiatra che ha lavorato a Baltimora, nel Maryland ma la pubblicazione ormai non recente di due articoli Silberman’s NeuroTribes (2015) Donvan e Zucker’s (2016) pongono attenzione ad una “delle grandi coincidenze della medicina del XX secolo”, in quanto i due autori famosi non si conoscevano. Frankl era un anziano membro della facoltà della Lazar Clinic quando Asperger si unì come residente nel 1932. Quando Frankl lasciò Vienna nel 1937, portò con se le idee di Asperger sul comportamento autistico in America. Come insegnante di Asperger, ha portato le sue idee che in seguito ha condiviso con Kanner. “L’etichetta” autistica è apparsa a solo 1 anno di distanza nel Maryland e in Austria, questa coincidenza ha sconcertato i ricercatori per decenni. Nel 1943, lo psichiatra di Baltimora Leo Kanner ha pubblicato “Autistic Disturbances Affective Contact” sulla rivista americana Nervous Child. A. Pochi mesi dopo, nel 1944, il pediatra viennese Hans Asperger ha pubblicato la sua tesi “Die ‘Autistischen Psychopathen’ im Kindesalter” – le psicosi autistiche nell’infanzia – Archiv fur Psychiatrie un Nervenkrankheiten. Ci sono somiglianze nelle loro descrizioni, ovviamente la più pregnante è l’apparente distacco dei soggetti dalle altre persone. La maggior parte dei soggetti descritti emetteva rituali e routine, con un certo grado di inconsapevolezza dei segnali sociali espressi ma non detti dagli altri. Questi tratti sono elementi importanti oggi nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (5a ed.; DSM-5) per descrivere il disturbo dello spettro autistico. C’erano anche differenze significative, come già noto, in primo luogo il funzionamento apparente dei soggetti. I soggetti di Asperger possedevano linguaggio chiaro, preciso e buone capacità cognitive. Molti dei soggetti di Kanner non parlavano affatto o erano minimamente verbali, la maggior parte aveva deficit cognitivi. Ma da una recente pubblicazione a cura di Muratori (2021) al nome di Frankl, che riteneva alla base delle problematiche autistiche una scarsa comprensione del contenuto emotivo, si aggiunge il nome di Annie Weiss che si concentrò sull’intelligenza nascosta, le fissazioni e le difficoltà di comunicazione. Le storie dei due “dimenticati” si intrecciano alla Vienna degli anni 30, al clima antisemita, alla scesa degli ideali nazisti, al prolifera della forza della banalità del male. Quel clima di avversità e di intolleranza costrinse Weiss, nel 1934, e poi Frankl, nel 1937, a lasciare Vienna, prima ancora dell’inizio dell’abominio dell’Olocausto. Fuggendo le loro opere sono state abbandonate non citate e dimenticate. Ma ancora un nome si affaccia tra Asperger e Kanner, lo psichiatra Russo Grunya Sukhareva che aveva pubblicato un articolo sui bambini con disturbi della personalità schizoide nel 1926. Ma nonostante la pubblicazione ben 20 anni prima rispetto ad Asperger, questa non fu mai citata, per motivi a noi ignoti, ma per molti studiosi attuali perché, semplicemente, di origine ebraica. All’oscurantismo semita si aggiunge la discriminazione maschilista dell’accademia del tempo, molte donne avevano descritto l’autismo ed i suoi sintomi con intuizioni e ricerche ancora oggi attuali e d’impatto, tuttavia, il loro ruolo non stato riconosciuto, ma peggio è stato dimenticato e non per anni neppure citato. Lo sforzo del nostro Frankl non è stato un mero sforzo di sistematizzazione, di categorizzazione, non si è avvicinato ai bambini con fini nosografie ma pensi d i comprensione, di esplorazione di un mondo, di mondi e di modi apparentemente così lontani, così anormali. Il dimenticato Frankl ha offerto un’analisi del linguaggio autistico e la sua indagine è stata guidata dalla domanda: in che modo i l bambino autistico comunica o non comunica con le persone che lo circondano? Prende forma l’ipotesi che una persona possa essere in una condizione o in una diversa e forse complementare. Frankl sottolinea l’importanza dell’osservazione, partecipata e naturalista, nel cogliere i temi dell’intersoggettività e dell’interpersonale, soffermandosi sul principio che nelle persone autistiche l’interazione sociale e la comunicazione non sono assenti, ma qualitativamente diverse. Nell’ultima parte della sua ricerca si focalizza sugli aspetti linguistici – comunicativi. Nell’ evoluzione del concetto dello spettro dell’autismo, il ruolo di Frankl non può essere relegato a quello di portatore di “copia e incolla” o veicolo inconsapevole di informazione tra Kanner ere Asperger, ma le sue intuizioni, le sue osservazioni le sue riflessioni sui bambini che attenzioava con strutturazione ancora oggi attuali hanno permesso tra Vienna e Baltimora, ad Asperger e a Kanner di sviluppare le proprie idee sui bambini a sviluppo atipico atipici. La posizione del dimentico Frankl è attuale tutt’oggi in quanto ha proposto che l’autismo potrebbe coprire uno spettro di condizioni; che è uno

RIENTRO DALLE VACANZE: SFIDE E OPPORTUNITA’

Il rientro al lavoro dopo le vacanze è un’esperienza che molti affrontano con un misto di emozioni contrastanti. Da un lato, c’è la malinconia per la fine del periodo di riposo; dall’altro, ci sono opportunità di crescita e sviluppo personale che possono rendere questa transizione un momento positivo e stimolante. Esploriamole insieme! Esiste una sindrome del rientro, spesso chiamata “post-vacatio blues”. Essa si manifesta con una sensazione di tristezza e malessere che può durare diversi giorni. Tra i sintomi comuni ci sono la mancanza di motivazione, irritabilità e difficoltà a concentrarsi. Tornare alla routine lavorativa può generare stress e ansia, specialmente se si affrontano scadenza imminenti o carichi di lavoro accumulati. Questo stress può essere amplificato dalla pressione di dover dimostrare produttività immediata. Infine, durante le vacanze molte persone alterano i loro orari di sonno e veglia rendendo difficile il ritorno a ritmi regolari. Questo disallineamento può causare affaticamento e influenzare negativamente l’umore e la capacità di concentrazione. Esistono anche una serie di opportunità che bisogna saper sfruttare al meglio. Le vacanze offrono un periodo di riposto e rigenerazione, permettendo di rientrare al lavoro con una mente fresca. Inoltre, durante questi periodi di stop molte persone trovano il tempo per riflettere sui propri obiettivi e priorità. Dunque, quali sono le strategie per un rientro sereno? Pianificazione graduale: iniziare con compiti meno impegnativi può aiutare a riacquistare il ritmo senza sentirsi sopraffatti Gestione del tempo: organizzare il proprio tempo in modo efficace, suddividendo le attività in piccoli blocchi e stabilendo priorità, può ridurre lo stress e aumentare la produttività. Self-care e benessere: mantenere alcune abitudini salutari appresi durante le vacanze come fare attività fisica o dedicare tempo agli hobby può contribuire a mantener un equilibrio tra vita lavorativa e personale Comunicazione: parlare delle proprie sensazioni con i colleghi può creare un ambiente di lavoro più supporto e comprensivo In conclusione, il rientro al lavoro dopo le vacanze rappresenta un momento di transizione che, sebbene possa presentare difficoltà, offre anche numerose opportunità per il miglioramento personale e professionale.

Ricordare per vivere: il potere della memoria nella costruzione del sé e della comunità

Ricordare non è un atto del passato, ma un gesto del presente In un’epoca dominata dalla velocità, dal presente continuo, e dalla sovrabbondanza di stimoli, il ricordo sembra quasi un lusso. Fermarsi a ricordare richiede tempo, intenzione, apertura emotiva. Eppure, in psicologia sappiamo bene che la memoria non è un archivio statico, ma una funzione viva e dinamica, che ci permette non solo di conservare il passato, ma di dare senso al presente e orientare il futuro.Ricordare è un atto di costruzione: di noi stessi, delle nostre relazioni, della nostra identità. Sia sul piano individuale che su quello collettivo. È attraverso la memoria che ci riconosciamo, che comprendiamo da dove veniamo e che cosa ci ha plasmato. Le esperienze – anche quelle dolorose – quando vengono ricordate e integrate, diventano risorse. Se, invece, restano nell’ombra, rischiano di trasformarsi in nodi irrisolti, in traumi silenziosi. La memoria collettiva: una bussola per le comunità Anche le società hanno bisogno di ricordare. I riti civili, le commemorazioni pubbliche, le giornate della memoria non sono formalità. Sono strumenti simbolici fondamentali per l’elaborazione collettiva. Come un individuo che affronta un lutto o un trauma, anche una nazione può ammalarsi se non elabora il proprio passato.Eventi come il 25 aprile, la Giornata della Memoria, o le ricorrenze legate alla storia dei diritti civili servono proprio a questo: a tenere viva la coscienza storica, a non normalizzare la violenza, a coltivare gli anticorpi culturali contro l’indifferenza. Il 25 aprile, in particolare, è uno dei simboli più forti della “memoria attiva” italiana: non solo il ricordo della Liberazione, ma un’occasione per riaffermare valori come la libertà, la dignità, la responsabilità. La memoria come ponte tra generazioni Molti studi, anche nell’ambito della psicologia transgenerazionale, dimostrano che ciò che non viene detto tende a ripetersi. Il silenzio, nella trasmissione familiare e culturale, può essere più pesante della parola. La memoria – intesa come narrazione, dialogo, testimonianza – ha il potere di interrompere questi silenzi. Di trasformare ciò che è stato in qualcosa che può insegnare, ispirare, proteggere.Raccontare ai giovani la storia – e non solo quella ufficiale, ma anche quella vissuta, quella familiare – è un atto di cura. È dare strumenti per orientarsi nel presente, modelli per affrontare l’incertezza, spunti per costruire la propria identità. Ricordare, in questo senso, è anche un atto di amore verso le nuove generazioni. Le patologie dell’oblio L’oblio, se deliberato, può diventare una forma di difesa. Ma quando si cronicizza, rischia di trasformarsi in negazione. Una società che dimentica può sviluppare forme di “rimozione culturale”, che portano alla ripetizione di errori, all’indifferenza verso il dolore altrui, alla banalizzazione del male.Così come in terapia si lavora per far emergere e integrare ciò che è stato rimosso, anche nel lavoro culturale è fondamentale restituire visibilità a ciò che è stato escluso, dimenticato, marginalizzato. Non per restare ancorati al passato, ma per trasformarlo in consapevolezza. Ricordare per essere liberi C’è un legame profondo tra memoria e libertà. Chi non conosce la propria storia è più vulnerabile alla manipolazione, più esposto alla paura, meno capace di scegliere. Per questo, ricordare è anche un atto di liberazione. Non è un caso che le date legate alla memoria siano spesso anche feste della libertà.Il 25 aprile, ad esempio, celebra una liberazione storica, ma anche simbolica. È un invito a liberarsi dai conformismi, dall’apatia, dalla rassegnazione. Ed è per questo che, anche a distanza di decenni, quella memoria continua a parlarci, a scuoterci, a renderci più vivi. Ricordare per guarire Ogni atto di memoria è, in fondo, un gesto di cura. Cura verso noi stessi, verso la nostra comunità, verso la possibilità di costruire un mondo più consapevole. Ricordare è un modo per dire: “So da dove vengo, e per questo so dove voglio andare”. È anche un modo per dire: “Non sei solo, questa storia l’abbiamo vissuta insieme”.In un tempo che ci spinge a dimenticare in fretta, ricordare diventa un atto rivoluzionario. Un atto psicologico, culturale, umano. Una resistenza dolce contro il vuoto, contro la superficialità, contro la disumanizzazione. Bibliografia Assmann, A. (2011). Cultural Memory and Western Civilization: Functions, Media, Archives. Cambridge University Press. Caruth, C. (1996). Unclaimed Experience: Trauma, Narrative, and History. Johns Hopkins University Press. Kaës, R. (2005). Il lavoro psichico della trasmissione. Borla Editore. Jodelet, D. (2005). Le rappresentazioni sociali. Il Mulino. van der Kolk, B. (2015). Il corpo accusa il colpo: mente, corpo e guarigione del trauma. Cortina Editore. Ricoeur, P. (2000). La memoria, la storia, l’oblio. Raffaello Cortina Editore.

Revenge Porn: spazi nuovi, violenza antica

Il fenomeno del Revenge Porn rientra tra le forme emergenti di violenza di genere che bisogna contrastare. Di cosa si tratta? Diffusione di immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate. La legge 19 luglio 2019 n. 69, modifica il codice penale sulla tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. È composta da 21 articoli che indicano una serie di reati attraverso i quali si esercita la violenza domestica e di genere. Grazie all’articolo 10, il Revenge Porn è diventato un reato a tutti gli effetti sotto la dicitura di “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”. Proprio in questi casi il linguaggio è veicolo potente di messaggi importanti.  L’espressione “Revenge Porn” non rappresenta nel modo più corretto il fenomeno di cui stiamo parlando. Revenge significa “vendetta” e presuppone quindi un comportamento antecedente che giustifichi tale reazione. Accettare questo significa colpevolizzare la vittima e legittimare quella che è a tutti gli effetti violenza di genere. Allo stesso tempo anche il termine Porn risulta non essere appropriato, perché nella pornografia, sia professionale che amatoriale, sussiste un consenso alla diffusione. Il primo passo necessario per affrontare questo fenomeno sempre più diffuso è stato compiuto. Ad oggi, però, le vittime di questo tipo di violenza rischiano il posto di lavoro, vivono sentimenti di vergogna e vengono additate come “donne dai facili costumi”. Queste reazioni sono frutto di logiche maschiliste e sessiste che caratterizzano i rapporti interindividuali, anche quelli che si creano nei nuovi spazi virtuali. Non a caso destinatari privilegiati di questi reati sono principalmente le donne, ed in misura sempre più ampia anche gli uomini omosessuali. Nel Revenge Porn, a differenza della Sextortion, è assente il ricatto esplicito e l’estorsione di denaro come fine ultimo, ma è presente nella maggior parte dei casi un legame affettivo tra vittima e carnefice. Lo scopo di questo atto violento è quello di umiliare e vendicarsi, diffondendo materiale intimo che non è stato ottenuto illegalmente, ma prodotto e condiviso spontaneamente dalla vittima. Questo delicatissimo aspetto del fenomeno apre una profonda riflessione sul tema del consenso. Il consenso a filmare non corrisponde al consenso a diffondere, e la condivisione consapevole e volontaria, non legittima la ri-condivisione dello stesso materiale in altre sedi da parte di terzi. Altro specifico aspetto del fenomeno è la reiterazione. Questo tipo di violenza non si verifica una sola volta ma all’infinito, perché il materiale in questione può diffondersi in modo esponenziale. Indipendentemente dalla volontà delle persone coinvolte, la violenza si perpetra nel tempo e la donna che inizia un percorso di uscita dalla dinamica violenta, non ha il potere di emergerne realmente. Ciò avviene perché il controllo e le conseguenze di questo tipo di azioni vanno oltre la relazione con l’autore della violenza. Tutti i destinatari diventano potenziali autori violenti. Come si può intervenire? In questi casi l’azione legislativa è necessaria e propedeutica all’intervento trasformativo, ma spesso non è sufficiente. Un lavoro di supporto alle survivors non deve mai distaccarsi da un lavoro costante di sensibilizzazione collettiva rispetto alla tematica, che coinvolga sia le potenziali vittime ma soprattutto i potenziali autori.

RESILIENZA: COME SVILUPPARLA FIN DA PICCOLI

La resilienza è una capacità che si può implementare durante la vita. Vediamo insieme su quali variabili bisogna porre attenzione. Che cos’è esattamente la resilienza? In psicologia sta a indicare la capacità di adattarsi in modo positivo dinanzi ad eventi stressanti. Alcuni studi degli ultimi decenni hanno mostrato come, grazie alla plasticità neuronale, tutti gli esseri umani possono esserepotenzialmente resilienti. Per questo motivo diventa fondamentale creare le condizioni contestuali necessarie allo sviluppo di tale capacità fin da piccoli. Alcune variabili individuali e ambientali che, se coltivate, consentirebbero una riorganizzazione positiva a seguito di eventi stressanti sono:-la pazienza: imparare a stare con l’attesa e a tollerare la frustrazione;-l‘attenzione al positivo: riuscire a notare in tutte le cose il rovescio della medaglia;-la stima di sé: riconoscere le proprie caratteristiche personali ed imparare ad apprezzarle;-la flessibilità psicologica: inquadrare l’evento stressante come opportunità di crescita/sfida;-le relazioni affettive e sociali: quelle familiari ma anche quelle esterne, nei casi in cui si viva in contesti disfunzionali. Come sviluppare la resilienza nei più piccoli? Può essere fondamentale avere un modello resiliente in un adulto o in una figura eroica. L’adulto potrebbe esplorare, con i bambini, percorsi alternativi per sostenerli nel raggiungimento degli obiettivi desiderati o per far sì che possano appassionarsi ad attività gratificanti. Nello stesso momento, diventa importante che imparino ad accettare tutte le esperienze emotive, anche quelle più frustranti. Infatti, spesso è proprio l’emozione della paura o la sfiducia nelle proprie capacità a bloccare il riconoscimento delle risorse individuali più utili a fronteggiare l’evento stressante. Ma il problema non è la paura o il dolore, piuttosto è cosa decidiamo di fare con quell’emozione. È proprio durante le crisi che ci sentiamo più fragili poiché viene messo in discussione il nostro equilibro. Tuttavia, quello rappresenta anche il momento più fertile, che ci dà l’opportunità di recuperare la dimensione della creatività e riorganizzare la nostra vita in un modo diverso. Nei momenti di difficoltà provate a chiedervi: “Ci sono stati dei momenti nella gestione di questoevento o nelle fasi successive, in cui mi sono sentito efficace?”, “Ho imparato qualcosa di nuovo sudi me dopo questa esperienza?” Pensiamo, ad esempio, al momento attuale di pandemia: probabilmente non ce ne siamo resi conto, ma anche in un periodo tanto difficile, ognuno, con le proprie risorse, ha tentato di fronteggiare l’evento pandemico, e tutto ciò che ha comportato, per sopravvivere in qualche modo! Questo perché?Grazie all’adattamento! Un’altra caratteristica di noi esseri umani.Viviamo in un contesto in continua evoluzione, ove la specie umana ha trovato il modo di affinare sempre più il proprio cervello. Siamo in grado di pensare in modo creativo a nuove soluzioni per sopravvivere alle minacce circostanti. E’ esattamente quello che abbiamo sempre fatto e che continuiamo a fare, anche ora. Bisogna continuare a vivere il presente guardando al futuro, immaginandolo, sognandolo! Lo dobbiamo a noi stessi e alle generazioni future che, grazie all’aiuto degli adulti, potranno già da oggi implementare la loro capacità di resilienza.

Relazioni positive tra genitori e figli

Alcune riflessioni legate al mondo della genitorialità: come si può creare una relazione positiva fin da piccoli Come si può creare una relazione positiva con i propri figli? Diciamolo: fare il genitore è davvero il mestiere più difficile del mondo! Mette a dura prova l’adulto che, presumibilmente, si ritrova talvolta ad agire attraverso comportamenti, legati ad automatismi, che poi creano sensi di colpa! Proviamo a pensare innanzitutto che ciascun bambino prova sentimenti ed emozioni con la nostra stessa intensità! La differenza è che non hanno alcun filtro comportamentale ed intellettuale, non avendo avuto esperienze che gli possano aver fatto apprendere come vivere in modo socialmente accettabile. Proviamo a pensare che il nostro bimbo sia come un extraterrestre, appena giunto sul nostro pianeta e che non conosce tutte le regole! Sta dunque all’ambiente che lo circonda insegnargli come vivere. E proviamo a mantenere questa immagine dentro di noi, ogni qualvolta siamo presi dalla rabbia. Che succederebbe? Prima di continuare la lettura, proviamo a soffermarci su questo… Controllore o guida? Che tipo di genitore vorrei essere? Un genitore che, in maniera strategica, controlla il proprio figlio per raggiungere i propri obiettivi o vorrei essere una guida presente, amorevole, serena, consapevole del proprio compito educativo? Dopo i due anni, il bambino cerca di costruire la propria identità, ma non possiede tutti gli strumenti di un adulto: non ha ancora un linguaggio articolato; non ha capacità metacognitiva; utilizza il corpo per relazionarsi ed esplorare; vive in una fase egocentrica. Inizia così a richiedere all’adulto di poter essere attore e non solo spettatore del suo percorso di crescita. Vuole essere visto, chiede maggiori attenzioni non solo relative ai suoi bisogni primari. Diventa fondamentale dunque non solo dare regole, ma anche riflettere sul modo in cui vengono date, non dimenticandosi mai che una buona educazione parte anche da una buona relazione. Ricordiamoci che l’adulto è con il bambino e non al di sopra o al di sotto!

Regole e adolescenza: insofferenza o bisogno?

Le regole e l’adolescenza: insofferenza o bisogno? Entro in una classe, una prima di una scuola secondaria con circa 16 alunni di 14 anni. È febbraio, l’anno è cominciato da 6 mesi. Tuttavia, ognuno di loro sembra già essere stato profilato dalla maggior parte degli insegnanti, e il loro destino accademico sembra già esser stato scritto. Entro in classe come psicologa all’interno di un progetto di mentoring e orientamento. È una bella classe di ragazzi vivaci, piccoli e pieni di vita, anche se non passa molto tempo prima di rendermi conto della presenza di due alunni internalizzanti. Se ne stanno in silenzio in ultimo banco, il loro sguardo è assente, la voce flebile dal tono basso. È difficile coinvolgerli nelle attività. Non sembrano incuriositi dalla nuova presenza, o dalle proposte di giochi interattivi di presentazione. Sembrano sfiduciati, diffidenti. La mia attenzione ricade su di loro con non poca angoscia. Quella dei professori con cui mi confronto, invece, ricade su un’altra alunna. B. è descritta come l’unico elemento “difficile” della classe. Non ci sono altri problemi. B mette in difficoltà i professori, con i suoi modi spavaldi e la sua reticenza al rispetto delle regole. È l’unica che si rifiuta di depositare il cellulare, minacciando reazioni di sfida e appellativi dispregiativi agli insegnanti. <<Avanti alla classe, diventa umiliante!>>, afferma un professore in difficoltà. Il prof decide di ridare il telefono a tutti, invece di richiamare B. al rispetto della regola. Durante le mie ore di osservazione in classe, B. decide di addormentarsi al primo banco, il cappotto a coprire la testa dalla luce del sole. I professori decidono di sorvolare, <<almeno non da fastidio>>, mi dicono. I ragazzi comunicano con il comportamento ciò che non sono in grado di articolare in parole. Possiamo provare a chiederci: cosa sta provando a dirci? Accettando che B. si comporti diversamente dai compagni, inviamo il doppio messaggio di inadeguatezza, incapacità, diversità rispetto al resto della classe. Partecipiamo, da figure educative adulte, alla costruzione di un già fragile senso dell’io. <<è solo una ragazza prepotente!>>, mi viene risposto. Sta di fatto che, all’ultima ora, entra la professoressa di inglese. Serena, sicura. Si appoggia sulla cattedra svelta chiedendo ai ragazzi di ripetere per l’interrogazione. Chiama ogni alunno per qualche domanda. Anche B. B. non ha fatto i compiti, ma quello di inglese è l’unico quaderno che le ho visto cacciare dallo zaino in tutto il giorno. L’insegnante le chiede dolcemente di recuperare la traduzione in classe <<tanto non dovresti avere difficoltà a farlo>>. Lo ripete più volte, ma nessun segno di impazienza è rilevabile nella sua voce. La interroga tra un alunno e l’altro. La prof non si scompone quando B. sbaglia, aspetta, rispiega. Qualche domanda che non viene risposta da altri alunni viene rivolta a B., con la fiducia che B. possa conoscere ciò che sfugge ad altri. Non senza fatica, B. riesce a seguire per l’intera ora. Infine si avvicina a far correggere la traduzione all’insegnante. B. ha rispettato le regole per tutto il tempo. Il bisogno delle regole è un bisogno fondamentale in adolescenza, nella misura in cui, oltre ad un limite frustrante, comunica la presenza di un adulto attento, interessato e tutelante. Non esistono ragazzi asetticamente prepotenti, esistono ragazzi che non sanno parlare ad adulti che non sanno ascoltare.

Regolare le emozioni dei bambini

Regolare le emozioni dei bambini è un compito che l’adulto deve svolgere. Quali sono le strategie da attuare? La regolazione emotiva indica la capacità di modulare l’intensità e la durata delle emozioni, valutando l’ambiente e adattandosi in modo flessibile a seconda del contesto in cui ci si trova. Nei bambini, tra 0 e 3 anni, quando si sperimenta un’emozione, ad essa, usualmente, corrisponde un’azione, senza che ci sia la mediazione del pensiero (come avviene per gli adulti). Per questo motivo, il bambino non è in grado di gestire le sue emozioni e quindi le azioni e, in questo, è necessario l’intervento dell’adulto. In cosa può consistere? E’ importante che i bambini vengano contenuti da un adulto capace di sorreggere le loro emozioni, regolarle e mostrare quali possono essere i comportamenti più funzionali. In questo modo, col passare del tempo, impareranno da soli a gestire i propri stati emotivi. All’età di circa 7, 8 anni i bambini sviluppano la metacognizione, grazie alla quale possono riflettere sui propri stati mentali ed auto-osservarsi. Così, imparano a gestire da soli le proprie emozioni, anche quelle più intense. Il bambino, dunque, necessita di un adulto che sia emotivamente disponibile e sufficientemente in sintonia con lui, in modo da fornirgli aiuto quando, in preda alle proprie emozioni, può mettere in atto reazioni intense. Tuttavia, il passaggio all’autoregolazione emotiva è un processo soggettivo. Le differenze dipendono sostanzialmente sia da fattori di natura biologica e temperamentale sia possono essere legati agli stili di attaccamento e ai contesti educativi. Non dimentichiamo, dunque, che quelli che definiamo “capricci“, a volte sono espressione di un bambino che sta comunicando, con i mezzi che ha a disposizione, ciò che vive in quel momento. Più il bambino è piccolo, più comunica attraverso i propri comportamenti. E’ utile dunque che l’adulto in questi momenti si chieda: come si sente? che bisogni ha? Siamo noi adulti che, avendo una maturità diversa, abbiamo la capacità di fermarci a riflettere per gestire in modo adeguato le diverse situazioni, in un modo che sia utile per la crescita dei nostri bimbi. Ma vediamo insieme qualche strategia che l’adulto potrebbe utilizzare: fornire al bambino un contatto fisico rassicurante (holding). Il contenimento può essere utile sia in casi di rabbia che di agitazione o tristezza. In questo modo il bambino comprende che l’adulto è più forte delle loro emozioni e questo li può rassicurare. Nominare il più possibile ciò che sta succedendo e offrirgli alternative di comportamento lo aiuta a comprendere e poi a padroneggiare quello che vive. Ricordiamoci che tutte le emozioni sono legittime, ma non tutti i comportamenti! Anche l’adulto può esprimere i propri sentimenti al bambino, valutando bene il momento. Se ciò che l’adulto sta provando è disorganizzante, sarebbe meglio allontanarsi e riavvicinarsi quando si è calmi, spiegando ciò che è successo. “L’adulto deve fare bene l’adulto se si vuole che il bambino impari a fare bene il bambino” G. Nicolodi