Realtà virtuale e salute mentale

La salute mentale può essere considerata come un continuum, che ha come estremità da una parte il benessere, inteso come un equilibrio tra la presenza o meno di sintomi psicopatologici, un livello adeguato di autonomia funzionale, occupazionale e nella gestione del tempo libero e all’altra estremità il malessere inteso come sindrome psicopatologica. Secondo molti autori ed esperti, la tecnologia ha elevato la nostra evoluzione, ampliando a dismisura la nostra capacità di sfruttare le affordances, cioè gli stimoli salienti per il nostro sistema fisiologico e neurofisiologico, e del nostro Umwelt, ovvero l’ambiente e lo spazio in cui avvengono le continue relazioni di sistema tra noi e i “nostri” stimoli-affordances. Le tecnologie allora possono essere considerate dei nuovi stimoli salienti di questo sistema, in grado di essere al servizio dei nostri bisogni e motivazioni, rendendo sicuramente diversa, auspicabilmente migliore, la nostra user experience nella realtà che ci circonda e a cui apparteniamo. L’uso della Realtà Virtuale nell’ambito della salute I principali campi di applicazione della realtà virtuale sono la medicina (in particolare per l riabilitazione motoria e cognitiva) e la psicologia (specie per il trattamento dei disturbi d’ansia e del comportamento alimentare). Attraverso la realtà virtuale, grazie a una strumentazione apposita come un visore, l’utente viene “spostato” dal suo mondo fisico e viene inserito in una percezione di un ambiente virtuale; maggiore è la stimolazione dei sensi nella persona, quindi non solo vista ma anche udito, tatto, e olfatto, e maggiore sarà il senso di presenza, immersività e verosimiglianza dell’esperienza reale-virtuale. La persona all’interno dell’ambiente virtuale sarà libera di interagire e agire con oggetti e con altre persone in formato virtuale-avatar e, cosa da non sottovalutare, potrà farlo in tempo reale. La presenza comporta la sensazione di essere lì, nel luogo virtuale e non in quello fisico dove l’utente si trova realmente (Lallart, 2009), a tal punto che il Sistema Nervoso Autonomo reagisce come se avesse davanti la situazione reale corrispondente. Tale approccio è particolarmente utile anche nell’ambito dei disturbi del neurosviluppo in quanto le suddette tecniche sembrano essere particolarmente utili se finalizzate ai processi di integrazione funzionale, ma soprattutto per l’incremento della comunicazione. Bibliografia Chen, J. L., Leader, G., Sung, C., & Leahy, M. (2015). Trends in employment for individuals with Autism Spectrum Disorder: A review of the research literature. Review Journal of Autism and Developmental Disorders, 2(2), 115-127. Chung, E. Y.-h. (2020). Robot-mediated social skill intervention programme for children with Autism Spectrum Disorder: An ABA time-series study. International Journal of Social Robotics. Hill, D. A., Belcher, L., Brigman, H. E., Renner, S., & Stephens, B. (2013). The apple ipad(TM) as an innovative employment support for young adults with Autism Spectrum Disorder and other developmental disabilities. Journal of Applied Rehabilitation Counseling, 44(1), 28-37. Hillier, A., Campbell, H., Mastriani, K., Izzo, M. V., Kool-Tucker, A. K., Cherry, L., & Beversdorf, D. Q. (2007). Two-year evaluation of a vocational support program for adults on the autism spectrum. Career Development for Exceptional Individuals, 30(1), 35-47. Huijnen, C. A. G. J., Lexis, M. A. S., Jansens, R., & de Witte, L. P. (2016). Mapping robots to therapy and educational objectives for children with Autism Spectrum Disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders, 46(6), 2100-2114.

Reale-Virtuale-Reale-Virtuale-Reale-Virtuale

Quando affrontiamo il tema di cosa sia reale e cosa sia virtuale, fermo restando che reale e virtuale sono due cose ben diverse, in realtà dal punto di vista concettuale ci troviamo davanti ad una differenziazione non così semplice. Se facciamo una breve riflessione infatti, nella nostra attività di pensiero e di utilizzazione di qualunque forma di linguaggio, noi facciamo un’esperienza virtuale. Facciamo un semplice esempio: nel momento in cui io dico “penna” e voi capite “penna”, ho evocato qualcosa di virtuale, qualcosa non nuova alla storia dell’arte se pensiamo ai pittori surrealisti con Renè Magritte con la sua famosa Ceci n’est pas une pipe. Qualunque tipo di linguaggio è una forma di esperienza virtuale. La differenza tra reale e virtuale dicevamo non è così netta, soprattutto dal punto di vista percettivo, quello che cambia è il fatto che le informazioni ci giungono da più canali percettivi: canale olfattivo, canale tattile, canale visivo, canale uditivo ed è tutto questo insieme che rende la comunicazione qualcosa di molto complesso. L’altra considerazione da fare tra reale e virtuale è che il corpo reale possiede tutta una serie di meravigliosi sistemi di consapevolezza riguardante la comunicazione non verbale tra i corpi.  Quando ad esempio in un branco di mammiferi ci sono scontri per mettere in discussione la gerarchia all’interno del branco non ci scappa mai il morto. Se due cervi si scontrano, uno dei due manda dei segnali non verbali di accettazione di resa l’altro accetta la resa e lo scontro termina.  Però per far sì che ciò avvenga occorrono dei contatti corporei che nella realtà virtuale mancano ed è anche per questo che essa diventa sempre più aggressiva.  Quando la realtà è solo virtuale non c’è un coinvolgimento del corpo quindi non ti puoi basare su tutta una serie di segnali inibitori, soprattutto dell’aggressività, che provengono dal linguaggio non verbale. Cosa c’entra questo con l’arteterapia?  Nel momento in cui io disegno con una persona, ma non solo, tengo conto anche del corpo di chi mi sta nei paraggi, visto che il nostro schema corporeo è sempre relazionale. Il nostro corpo frutto delle interazioni arcaiche di chi e con chi si è preso cura di noi nelle prime fasi della nostra vita, è in continua relazione con quello degli altri, così anche il nostro funzionamento cognitivo. Per noi la questione dell’arteterapia è importante in questo contesto perché vuol dire ampliare la percezione, cioè armonizzarla con tutto quello che ci riguarda, considerando che la cosa virtuale è anche reale così come la cosa reale ha una componente virtuale.   Affrontando il tema del reale e del virtuale in riferimento alle nuove tecnologie, dobbiamo stare attenti a non farci travolgere dall’assurdità che queste ultime possano essere eliminate o peggio ancora, farsi prendere dalla nostalgia per il passato. Tutte le volte che è stata introdotta una nuova tecnologia è chiaro che si perde qualche cosa, ma si guadagna qualcos’ altro. Possiamo concludere questa riflessione su reale e virtuale dicendo che il linguaggio s’ invera e si conferma attraverso la relazione e l’appartenenza alle radici.

RareMenti: persone e ricerca in connessione

di Antonella Esposito Il 28 febbraio 2025, in occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare, Sorrento ha ospitato l’evento “RareMenti: Persone e Ricerca in Connessione”, organizzato dal Centro Thélema – Psicoterapia e Riabilitazione APS. Sotto la direzione scientifica della Dott.ssa Antonella Esposito, psicoterapeuta esperta in malattie rare, l’incontro si è tenuto presso la Sala Consiliare del Comune di Sorrento dalle 9:00 alle 18:00. L’evento ha avuto l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle malattie rare, promuovere la formazione dei professionisti sanitari e creare una rete di confronto tra esperti, associazioni e pazienti. Il programma ha incluso sessioni plenarie con interventi di esperti internazionali, una tavola rotonda delle associazioni di pazienti e la presentazione di una ricerca psicosociale su pazienti e caregiver. Inoltre, è stato assegnato il Premio RareMenti 2025, dedicato a giovani psicoterapeuti che hanno presentato le loro ricerche o esperienze cliniche sulle sindromi genetiche rare. Un momento significativo è stato la presentazione del libro della Dott.ssa Esposito, “La Consegna della Diagnosi nelle Malattie Rare – Il Modello della Comunicazione Integrata e Trasformativa del Sé” – Edizioni Themis, che ha introdotto un approccio innovativo per supportare pazienti e famiglie nel delicato processo di comunicazione della diagnosi. L’importanza della psicologia e della psicoterapia nella gestione delle malattie rare è stata sottolineata durante l’evento. La presa in carico della persona con malattia rara non riguarda solo l’aspetto medico, ma coinvolge l’intero ecosistema relazionale: famiglia, caregiver, insegnanti, partner e medici. La psicoterapia promuove consapevolezza e accettazione, trasformando l’esperienza della malattia in un’opportunità di crescita e adattamento. La formazione di nuovi specialisti in questo campo è stata riconosciuta come cruciale per garantire un supporto psicologico integrato in ogni fase della presa in carico. L’evento ha ottenuto il patrocinio oneroso della SITCC – Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva, che ha permesso l’accreditamento per gli ECM (Educazione Continua in Medicina) per tutte le professioni sanitarie. Questo riconoscimento ha sottolineato l’importanza della formazione continua e dell’approccio multidisciplinare nella gestione delle malattie rare. La partecipazione all’evento è stata gratuita, ma era necessaria l’iscrizione, disponibile sia per la modalità in presenza (fino ad esaurimento posti) che online. Questo evento ha rappresentato un’occasione unica per sensibilizzare il pubblico, promuovere la collaborazione tra esperti e comunità locali e valorizzare il ruolo delle istituzioni e delle associazioni nel supporto alle persone con malattie rare.

Rappresentazioni grafiche e interferenze psicodinamiche

La rappresentazione grafica permette di esplorare profondamente la personalità, i conflitti e le relazioni di una persona. Si possono evidenziare conflitti ed eventuali ostacoli interiori. Ecco, dunque, le interferenze psicodinamiche. Nell’atto del disegnare, infatti, si può sperimentare una liberazione emotiva e una forma di terapia espressiva, che consente di mettere in luce pensieri repressi o sentimenti nascosti. Nei disegni si possono rivelare pensieri repressi e sentimenti nascosti, offrendo una liberazione emotiva e una forma di terapia espressiva. Questo include le interferenze psicodinamiche che possono emergere durante il processo creativo.

Rapporto tra social network e psicologia: i nuovi disturbi psicologici

Nei precedenti articoli abbiamo sviscerato da differenti prospettive il rapporto tra la psicologia e la tecnologia: abbiamo visto gli effetti sul comportamento e sul pensiero critico, le ricadute sociali, comunicative e relazionali connesse all’utilizzo dei social network e l’impatto dei nuovi modelli del “villaggio globale” nella costruzione della propria identità e dei rapporti interpersonali. Oggi approfondiremo la sezione più scomoda dell’intricato rapporto tra psicologia e strumenti digitali, ovvero i nuovi disturbi psicologici derivanti dall’uso improprio o compulsivo di internet e dei social. L’information overload addiction è una forma di dipendenza comportamentale che presenta caratteristiche ossessivo-compulsive e costringe l‘utente a navigare continuamente sul web e a ricercare una mole ingente di informazioni allo scopo di essere costantemente aggiornato. La Social Addiction consiste nella necessità di consultare in social in maniera ossessiva e compulsiva e provoca assuefazione, rendendo gli utenti incapaci di disconnettersi. La Nomofobia può essere definita come la paura irrazionale di rimanere disconnessi dal proprio smartphone ed è accompagnata dalla costante sensazione di perdersi qualcosa. Rende gli utenti ossessivi e incapaci di distaccarsi dal proprio cellulare. Un nuovo fenomeno che sta spopolando tra i giovani è il Vamping: l’abitudine di restare svegli fino all’alba, condividendo dei post, messaggiando, giocando, guardando dei video o scrollando tra i feed delle reti sociali. Oltre a delineare una dipendenza nell’uso degli strumenti digitali crea forti scompensi del ritmo sonno-veglia. Infine, la Sindrome di Hikikomori che nasce in Giappone ma si sta espandendo progressivamente in America e in Europa e consiste nel ritirarsi fisicamente dalla vita sociale. Un isolamento volontario totale che colpisce gli individui più introversi e sensibili e presenta una forte correlazione con la dipendenza da internet. Per contrastare l’insorgenza di questi disturbi sarebbe opportuno investire nell’educazione digitale a partire dall’età scolare, affichè i ragazzi apprendano sia dalla famiglia che dalla scuola gli strumenti di base per vivere serenamente e consapevolmente il rapporto con la tecnologia.

Racconto: Ragione e sentimento

di Ida Esposito da Psicologinews Scientific Non ne faccio una buona! Ha ragione Michele, non sono capace di tenere in ordine neanche in casa… eppure vorrei che fosse più gentile con me, invece mi rinfaccia tutte le mie mancanze. Ieri sera, ad esempio, è tornato a casa dopo essere stato tutto il giorno in cerca di lavoro, mi ha trovata davanti alla TV, è successo un putiferio……. ma lo capisco, lui cerca lavoro nonostante nessuno abbia ancora compreso il suo valore ed io invece me ne sto comodamente a casa. Ma non importa, la prossima volta starò più attenta, farò un respiro profondo e quando tornerà a casa, di nuovo nervoso, come sempre ormai, mi controllerò e non risponderò a nessuna delle sue accuse così dopo un po’ gli passerà e verrà a scusarsi con me e sarà di nuovo tutto come prima…….sì, come prima.. all’inizio che stavamo insieme. Non dimenticherò mai la prima volta che ci siamo baciati, io ero scoppiata a piangere mentre prendevamo il caffè al bar, lui mi ha chiesto. “Perchè?” Io, senza quasi conoscerlo, istintivamente gli ho risposto: ” Ho litigato con i miei !” Lui mi ha chiesto : “Perché?” “Mi credono un’incapace, criticano ogni mia scelta. Sai cosa penso? Non credo mi abbiano mai amato, in realtà non so neanche se mi abbiano veramente voluto o se sono capitata per caso…” Lui mi ha sorriso, mi ha accarezzato la faccia e guardandomi dritta negli occhi mi ha detto: ” Non piangere, i tuoi sono degli stupidi e non meritano le tue lacrime. Da oggi in poi non permetterò più a nessuno di farti piangere!”. Poi mi ha baciata e mi ha portato via con se….. Da allora quante cose sono cambiate… ho lasciato il lavoro per seguirlo a Milano, facevo l’operaia in una fabbrica di gelati, mi trovavo bene, mi pagavano per quello che mi serviva, ma non mi è dispiaciuto mollare tutto. In fondo non me ne fregava niente dei colleghi, sembravano anche dispiaciuti, alcuni, ma si sa – la gente finge!-. e poi Michele mi diceva che avrebbe pensato a tutto lui. Avrebbe pensato lui a me, ed io gli ho creduto. Finalmente non avevo più bisogno di badare a me stessa, di mostrare ai miei che sono capace di mantenere uno schifo di lavoro. Bastava che mi occupassi solo di noi due, io e Michele, insieme per sempre… Eppure ora che ci penso, Ormai non ricordo neanche più il tempo in cui assomigliava al mio cavaliere in armatura scintillante. Può sembrare strano ma oggi di scintillante ricordo solo il riflesso della lampada operatoria che mi hanno puntato in faccia l’ultima volta che sono stata in ospedale. Mi hanno ricucito in anestesia locale, sei punti sulla guancia destra. Al pronto soccorso ho raccontato che sono inciampata in cucina e che sono rovinata sul ceppo dei coltelli lasciati fuori posto. Ed effettivamente potrebbe essere successo realmente così data la mia sbadataggine . A volte me la racconto proprio così …… Michele mi ha portato in ospedale, aveva tutta l’aria di un fidanzato premuroso e spaventato, ma quando sono tornata a casa gliel’ho rinfacciata la questione del coltello e lui di risposta, con la solita area da cane bastonato mi ha giurato che è stato solo un momento di rabbia . Mi ha precisato, come spesso avviene, che di certo io sono l’unica donna che e’ stata capace di fargli perdere la testa. Il giorno dopo e tutti i giorni per un mese intero mi ha regalato rose rosse …. Non mi sono mai vista come una capace di far perdere la testa agli uomini, anzi mi sono sempre considerata il brutto anatroccolo della compagnia, ogni mia compagna è sempre stata più bella, attraente e capace di me. Nonostante ciò, stranamente, c’è ne sono stati di uomini che mi hanno guardato e spesse volte con intenzioni poco romantiche, ma si sa, gli uomini non si fanno problemi. Adesso, però, non è più tempo di perdermi in pensieri negativi! I cinque minuti che dice il bugiardino sono abbondantemente passati… faccio un respiro profondo e dopo con decisione aprirò la porta del bagno. Meglio farla da sola questa cosa… d’altra parte non c’è un’amica di cui mi fidi e Michele è l’ultimo a cui potrei dirlo. Io sono un tipo regolare, ogni 28 giorni, come un orologio, è sempre stata l’unica cosa stabile della mia vita! Perciò, ieri, dopo sette giorni di ritardo, mi sono fatta coraggio e ho chiesto alla commessa della farmacia un test di gravidanza. Mi sono fatta di mille colori, come una tredicenne beccata in peccato, ma oggi in realtà di anni ne compio trenta! Eppure non riesco a pensare a me come ad una trentenne… come hanno fatto a passarmi tutti questi anni addosso senza che me ne accorgessi?! Oggi compio trent’anni e dietro la porta di questo bagno potrebbe esserci una bella sorpresa, un regalo tutto per me, solo per me, un figlio mio! Non sarei mai più sola…. Ma se non mi andasse bene neanche questa cosa farò? Che alternativa avrei, con Michele non ci resto se non mi dà almeno un figlio, potrebbe essere l’unico modo per risarcirmi di tutte le cose brutte che ho dovuto sopportare! Dai miei non ci torno di certo, la soddisfazione di sentirmi dire “Te l’avevamo detto! Sbagli sempre”, non gliela do. Senza un figlio, senza un uomo, senza un lavoro, senza una famiglia, cosa mi resterebbe? Solo quella faccia di plastica della dottoressa che mi ha incastrato al consultorio famigliare, dove mi ha portata Camilla, la nostra vicina, quella volta che mi ha vista piangere di rabbia fuori all’uscio della porta perchè Michele mi aveva punita chiudendomi fuori casa. Dottoressa poi…. Forse una psicologa? Mi pare. Ha finto di interessarsi a me come di certo farà con tutte le disgraziate che le capitano ogni giorno. Mi ha detto che se ho bisogno di lasciare casa lì possono aiutarmi. Ho sorriso, finta come lei, ho ringraziato ma le ho detto che

Questo articolo contiene un omicidio

Non è vero, naturalmente, ma avete iniziato a leggerlo e questo ci aiuta aintrodurre l’argomento di oggi. In un recente articolo sulla rivista Nature Human Behaviour, dal titolo “La negatività guida il consumo di notizie online”, si fa luce su quello che un po’ tutti avevamo già intuito, in qualità di consumatori di notizie sul web: la negatività attira i click e questo spiega l’abbondanza di articoli e notizie di una certa tonalità che affollano ogni giorno la rete. Ma qual è il motivo di tanto successo della negatività e del male?I ricercatori hanno analizzato oltre centomila articoli di un sito di notizie spesso banali e di curiosità, Upworthy, che vanta un bacino enorme di lettori, e sono giunti alla conclusione che ogni parola negativa aumenta la percentuale di click di oltre il 2%, che sui grandissimi numeri significa un dato assai rilevante e appetibile per chi pubblica. Secondo lo studio, è vero addirittura il contrario: “La presenza di parole positive nel titolo di una notizia riduce significativamente la probabilità che un titolo venga cliccato”. Claire E. Robertson, della New York University, coautrice dell’articolo citato, afferma che questo risultato non è una novità. Le cattive notizie ottengono naturalmente più attenzione: questo è sensato, aggiungo, perché la prima attenzione della nostra specie è quella di proteggersi dai pericoli; di conseguenza, siamo ovviamente più sollecitati e attivati dagli stimoli di allarme, anche nel caso in cui si tratti di notizie che non ci riguardano direttamente. Ma anche le storie banali e senza importanza, se vengono tinte di nero ad arte, attirano più interesse? Secondo la dottoressa Robertson è proprio così: anche nel caso della stessa identica notizia, “inquadrare in modo più negativo aumenta il coinvolgimento” Ma attenzione: questo non vale per tutto quello che viene pubblicato sul web: si tratta di una caratteristica tipica nel caso delle notizie (che sono peraltro una minima parte della dieta digitale quotidiana del consumatore). Un’analisi del 2021, di ben 126.301 post su Twitter, ha rilevato, ad esempio, che i post personali con emozioni positive avevano molte più probabilità di diventare virali. Invece, nel caso delle notizie, cioè delle informazioni su ciò che accade nel mondo reale, la negatività garantisce, in modo inequivocabile e significativo, un maggiore aumento del traffico. La ricerca citata ha convalidato numerosi altri studi che dimostrano che le persone sono particolarmente propense a consumare notizie politiche ed economiche “quando sono negative” e che le emozioni ad alto grado di eccitazione – come l’indignazione – hanno maggiori probabilità di essere condivise dagli utenti. È ovvio che ci sono molti eventi negativi nella realtà quotidiana e chi fa cronaca deve giustamente comunicarli, senza ipocrite edulcorazioni; ma è interessante riportare il pensiero di Derek Thompson, giornalista e opinionista statunitense, che mette in guardia su questo punto, perché: “sensazionalizzare le notizie negative, ignorando le storie positive, può gradualmente desensibilizzare il pubblico verso problemi veramente gravi, sopraffare le persone con un senso di rovina globale, disinformare il pubblico sulle opportunità per migliorare il mondo”. Ecco: credo che valga la pena di riflettere su questo aspetto.I social amplificano la negatività, la rabbia, il disfattismo per aumentare il coinvolgimento e in questo modo utilizzano la nostra naturale attenzione al pericolo. Ma, come scrive Thompson, le istituzioni giornalistiche e mediatiche rischiano di seguire questa tendenza per incontrare il maggior interesse dei lettori, in un ecosistema affollatissimo e in cui è facile passare inosservati, data l’abbondanza dell’offerta. Il rischio, in questa situazione, è di aumentare in modo talmente esponenziale la dose di negatività diffusa da paralizzare in qualche modo le persone: se non c’è materiale per la speranza, si arriva progressivamente a sospendere ogni attività che si proponga di incidere sul futuro. E forse questo è il vero delitto, che meriterebbe tutta la nostra attenzione. Oltre a qualche risposta adulta.

Quel pomeriggio particolare…

Prof. Alberto Grasso, Docente E m e r i t o i n R i a b i l i t a z i o n e Neurologica – Università degli Studi Napoli “Federico II”; Specialista in Malattie Nervose e Mentali; Specialista in Fisiatria; Specialista in Medicina dello Sport Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania E’ con grande piacere che ho raccolto l’invito del Dr. Michele Lepore di rievocare quel tempo pionieristico della riabilitazione neuro-motoria che intravidi potesse necessariamente transitare da “Scienza empirica” “ a Scienza basata sulla evidenza della efficacia terapeutica. Siamo agli inizi degli anni novanta e d i n C l i n i c a N e u r o l o g i c a dell’Università degli Studi di Napoli al Policlinico Federico II – edificio dove lavoravamo io e Dario Grossi, io al quarto Piano in Riabilitazione Neurologica e Dario nel “ corpo b a s s o ” a p i a n o t e r r a i n Neuropsicologia. La Riabilitazione Neurologica stava e v o l v e n d o s i i n t e r m i n i d i metodologie applicative sofisticate: utilizzavamo infatti, tra i primi in I t a l i a , l ’ E s e r c i z i o Cognitivo Terapeut ico (Per fet t i ) , vincol i muscolo-cutanei (Grasso) per utilizzare la sensibilità cutanea propriocettiva ed esterocettiva quale elemento integrato di innesco “del l ’at to motor io defici tar io” seguendo la Teoria del “Caos Sensoriale” (Kelso). Lavoravamo a compartimenti stagni ma, essendo amici da anni, spesso ci scambiavamo pareri sulle nostre attività di ricerca clinica in campo neurologico. Un pomeriggio scesi giù e Dario mi parlò della pubblicazione della TERADIC (con Renato Angelini), una batteria per la riabilitazione della Aprassia Costruttiva che seguiva un approccio strategico innovativo. Trovai la cosa molto interessante ed il modello illustrato nel lavoro mi stuzzicò a proporgli un’applicazione pratica nel recupero funzionale del n e u r o l e s o , c h e r i t e n e v o fondamentale sia come diagnostica c h e c o m e i n d i s p e n s a b i l e implementazione del progetto r iabi l i tat ivo neuromotor io. Far evolvere quindi la Neuropsicologia da speculativa ad applicativa. Organizzai così un protocollo attuativo presso una clinica riabilitativa ove gli feci trovare una equipe di Psicologi che già lavoravano nel gruppo, che plasmò trasformandoli in Neuropsicologi Riabilitativi. Con riluttanza prima e, man mano, con sempre più entusiasmo scese dalla “torre eburnea”, come egli ebbe a dire una volta, ed iniziammo a d u p l i c a r e i l p r o t o c o l l o Neuropsicologico cognitivo come parte integrante del Progetto di Recupero Funzionale Neurologico. Quel pomeriggio particolare fu una b e l l a o c c a s i o n e p e r c r e a r e un’evoluzione della Neuropsicologia, un arricchimento personale ed anche della Neuro-riabilitazione. Dieci anni dopo circa sarebbe stato pubblicato il libro “Amnesia e disturbi della cognizione spaziale” con i r i s u l t a t i d i q u e l p e r i o d o d i s p e c u l a z i o n e t e o r i c a e sperimentazione clinica. Rievocare è bello quando si tratta di amicizia e ricerca come in questo caso. Grazie

Quanto siamo influenzabili nelle decisioni?

Tra psicologia, sociologia e studio dei comportamenti economici. Il Covid ha sospeso il futuro, ci ha forzati in un presente ripetuto; una bolla di tempo lungo, che ha tolto energie e capacità di desiderio e di programmazione. Con la prospettiva che la pandemia stia regredendo, si aprono nuovi orizzonti: di riprendere a viaggiare, uscire, progettare. Ed è il tempo delle decisioni: su cosa acquistare, cosa lasciare e su cosa investire. David Robson, nei suoi libri, articoli e ricerche per la BBC, esplora come operiamo nel decidere e come le nostre decisioni possano essere influenzate. Avviene in moltissimi campi e a molti livelli: per vendere, per convincere, per affiliare, per spostare le opinioni dei cittadini. L’argomento è vastissimo, ma qui vediamo cos’è l’”effetto esca”, che possiamo trovare e osservare presto sul nostro cammino, in questi momenti di ripresa di attività a lungo sospese. Sappiamo tutti che, quando siamo ad esempio in un’area di servizio, le bibite in vendita al banco hanno spesso tre opzioni di dimensioni – piccola, media e grande – e che la porzione grande costa solo poco di più di quella media. Visto l’apparente affare, vi è già capitato di scegliere l’opzione più grande e costosa? Si tratta di questo: nell’”effetto esca”, con la presentazione deliberata di un’opzione aggiuntiva, leggermente meno attraente – in questo caso, la bibita di medie dimensioni relativamente costosa – siamo invogliati a pagare più soldi di quanti avremmo scelto razionalmente di spendere. Linda Chang, psicologa dell’Università di Harvard, sostiene appunto che è possibile spingere le persone a scegliere prodotti più costosi, se le opzioni vengono inquadrate in un modo preciso e quanto facilmente il nostro giudizio sia influenzato dal contesto in cui i fatti sono presentati. Ma torniamo alla nostra voglia di viaggiare, dopo questo lungo periodo di spostamenti difficili, e immaginiamo di voler acquistare un volo aereo. È uno dei più classici esempi dell’”effetto esca”. Immaginiamo di scegliere il nostro volo tra le seguenti opzioni: Il volo A costa 400 euro, con uno scalo di 1 ora. Il volo B costa 330 euro, con uno scalo di 2 ore e 1/2. Il volo C costa  435 euro con uno scalo di 1 ora. In questo caso, i ricercatori hanno dimostrato che la maggior parte delle persone sceglierebbe il volo A, che è più economico del volo C, ma con un tempo di attesa più breve, anche se è notevolmente più costoso del volo B. Ora immaginiamo un’altra scelta di voli: Il volo A costa 400 euro con uno scalo di 1 ora. Il volo B costa 330 euro con uno scalo di 2 ore e 1/2. Il volo C costa 330 euro con uno scalo di 3 ore e  ¼. In questo caso, la preferenza della maggior parte delle persone è stata per l’acquisto del volo B. Dal punto di vista logico, questo non ha senso: B non dovrebbe essere più attraente ora, rispetto al primo esempio; perché il tempo di attesa e il prezzo sono sempre esattamente gli stessi. Ma il cambiamento del Volo C – che comporta uno scalo ancora più lungo – ha alterato il modo in cui i partecipanti hanno percepito le altre possibilità e in questo contesto hanno preferito scegliere un tempo di attesa più lungo per un prezzo più conveniente. Ricapitolando, ecco come funziona: il volo C  è “l’esca” ed è progettato per apparire simile, ma un po’ meno attraente, rispetto a una delle altre opzioni, che è quella su cui il venditore vuole orientare la nostra scelta. È proprio  il confronto ad aumentare la desiderabilità della scelta “bersaglio” e a portarci ad operarla. Se pensate che l’uso di un’esca ben progettata può spostare l’opinione tra le altre due opzioni fino al 40%, come dimostrano numerose ricerche, capite quanto facilmente le nostre decisioni possano essere influenzate dal modo in cui sono inquadrate le alternative. Non si conoscono ancora le ragioni esatte di questo particolare effetto, anche se si conosce bene come costruirlo e farlo funzionare. Una delle possibili ipotesi dei ricercatori è che il confronto con l’esca ci offra una giustificazione, e quindi ci rafforzi in una direzione, per operare la nostra scelta. Se dovessimo confrontare solo A e B, sarebbe difficile valutare il compromesso tra costo e tempo di attesa: quanti soldi valgono davvero 1 ora e ½ di attesa in più? Ma se un’opzione è ovviamente migliore – il volo C – per attesa o prezzo, abbiamo un buon motivo  per spiegare a noi stessi la scelta operata. Questo ci fa sentire più rassicurati e motivati e ci semplifica- cosa che piace sempre molto al nostro cervello! – il compito. Insomma, una terza opzione poco attraente cambia le preferenze delle persone tra altre due possibilità date. In conclusione: ricordiamoci che l’effetto esca ci attende un po’ dovunque. Ma forse vale la pena, con qualche accortezza anche verso le trappole mentali, di tornare a progettare e a immaginare. Per riaprire ai desideri.

Quanto influisce la depressione genitoriale su i figli?

I figli di genitori depressi hanno la probabilità di sviluppare disturbi depressivi, o altre forme di psicopatologia, di gran lunga superiore ai figli di genitori normali. Quanto più precoce è l’esposizione del bambino alla depressione, tanto maggiore è la gravità dei sintomi, la durata del disturbo ed il numero di recidive, tanto più aumentano le conseguenze sul successivo sviluppo psicologico del bambino. Le carenze psicosociali ed affettive cui sono sottoposti i figli dei genitori depressi costituiscono un significativo veicolo della trasmissione intergenerazionale della patologia. Le madri depresse, sul piano emotivo, presentano maggiore irritabilità e un insufficiente investimento affettivo nel rapporto con il figlio, una minore capacità di riconoscere le sue manifestazioni di disagio ed un’adeguata sensibilità a rispondere ai segnali e alle richieste del bambino. Durante i primi anni di vita, queste madri tendono a stimolare meno i propri figli e ad essere poco empatiche. Il modo disfunzionale in cui le madri depresse svolgono il loro ruolo genitoriale, può essere considerato il principale predittore dello sviluppo di legami di attaccamento di tipo insicuro. Secondo Bowlby i modelli relazionali interiorizzati dal bambino nella relazione con i propri genitori, verranno a loro volta riproposti nelle sue relazioni affettivamente significative, prima fra tutte quella con i propri figli. Il costrutto di modelli operativi interni indica la capacità dell’individuo d’interiorizzare e perpetuare modelli di relazione e quindi di rappresentarli all’interno di quello che è stato definito modello relazionale della mente (Ammaniti, Stern). La presenza d’inadeguati modelli operativi interni del Sé determina l’assenza di una risposta empatica appropriata alla richiesta del bambino, portando quest’ultimo ad interiorizzare, a sua volta, modelli operativi interni del Sé inadeguati. Così, tratti inadeguati o psicopatologici delle caratteristiche di personalità dei genitori, saranno trasmessi ai figli in modo inconsapevole. Anche le caratteristiche depressive della figura paterna hanno un’influenza diretta nel processo di crescita del figlio. Se il padre, invece, è sano ed ha un buon coinvolgimento nella vita del bambino, per il figlio aumenta la possibilità di stabilire in futuro relazioni più positive visto che complessivamente le cure genitoriali migliorano. Le famiglie in cui entrambi i genitori presentano disturbi depressivi creano maggiori difficoltà evolutive nei figli ed aumentano in modo esponenziale la possibilità di familiarità al disturbo depressivo. Le disfunzionali modalità affettive, cognite e relazionali tipiche di genitori depressi, anche laddove non portino allo sviluppo nel figlio di una vera e propria patologia depressiva, possono comunque influenzare aree diverse del suo sviluppo.