San-Pa: la doc-serie Netflix conquista e fa discutere

di Pierluigi Triulzio Fa discutere e conquista la figura di Vincenzo Muccioli e la creazione di un luogo chiamato “comunità”, ma la tossicodipendenza rimane una questione sospesa. Muccioli, malgrado non avesse nessuna competenza tecnica e tanto meno nessun attestato che comprovasse una qualche legittimità ad operare in quel campo, ha dato inizio ad un’impresa che non ha pari in Europa. Imprenditore lo era già e ha proseguito su quella strada, investendo con tutta la forza che disponeva per strappare quei giovani dalle loro dipendenze distruttive, costruendo anche attività economiche di successo con loro. Tutto ciò potrebbe essere già di per sé il successo di Muccioli e della sua impresa, che vive e prospera tutt’ora. Le contraddizioni, i metodi discutibili, gli eccessi usati per il trattamento dei tossicodipendenti, ben raccontati nel documentario “San-Pa”, sono il derivato di una certa esaltazione salvifica dei tossicodipendenti, tipica della cultura di quegli anni. La volontà di riuscita superava la complessità della realtà delle tossicodipendenze. Non escludo che il soggetto tossicomane parta dalla pretesa di essere salvato dall’altro, proprio perché egli stesso si è già esautorato nella propria competenza individuale, cioè nella possibilità di pensare una qualche forma di riuscita. Questo soggetto coscientemente ha scelto di “inserire nel suo organismo una sostanza chimica al fine di modificare le sue condizioni psichiche” (cfr. Giovanni Jervis). L’introduzione di tale sostanza, di per sé un’operazione meccanica e banale che rapidamente modifica uno stato psicologico, è tuttavia un atto autolesivo, che il tossicodipendente sceglie di ripetere in modo coatto. Questa operazione narcotizza le facoltà psichiche degli individui e la sedazione è il potere delle sostanze, che toglie ogni altro potere effettivo. Sorge spontanea la domanda: “Perché questa esigenza di anestesia?”, “Perché questo bisogno di obnubilamento del pensiero?”. La risposta va rintracciata nella deriva patologica cui soggetti di questo genere vanno incontro. L’operazione di esautorazione della propria facoltà psicologica produce inevitabilmente uno stato mentale di angoscia, che si coglie solo nel suo segno spiacevole (che certamente esiste) e non come risultato di un atto psichico contraddittorio.  L’aspirante tossico, è intenzionato o meglio determinato nel tempo ad invalidare le sue facoltà, al fine di eliminare la sua angoscia, tuttavia ciò diventa il suo sistema di “non vita”. È di questa natura la contraddittorietà che si genera e per assurdo la sostanza diviene il falso rimedio contro l’angoscia generata dal rifiuto del proprio pensiero. Si origina così un circolo vizioso, perché se mi rifiuto di capire sono già nell’angoscia, ma non essendo nella condizione di ravvedermi, poiché come detto mi nego il potere di pensare, mi rifuggo nelle sostanze per evitare tutto e per ricercare quell’estasi catatonica, che ho eletto a mio massimo godimento. La stessa operazione di cui sopra genererà logicamente e perciò inevitabilmente l’insoddisfazione come unico orientamento di vita personale e, costi quel che costi (purtroppo sappiamo costare moltissimo), lo si difenderà a costo della vita e perdurerà nel tempo, almeno sin quando il soggetto vorrà ravvedersi veramente.   Questa cultura dell’insoddisfazione, appare sotto le mentite spoglie di un coatto piacere, il cui unico intento è d’azzerare le proprie facoltà intellettuali, per perseverare una mortifera illusione.   L’eroina in un modo la cocaina in un altro, vengono usate per non pensare, per non fare i conti con la realtà e più si sedimenta questa pratica, più si abbraccia una reale incapacità che coinvolge ogni aspetto della propria vita. La funzione sedativa dell’eroina e confusamente eccitante della cocaina, sono un potenziale illusorio e delirante, il cui principale scopo è di rimuovere l’angoscia, che invece aumenta, fissando il soggetto in uno stato di angoscia permanente.  È certamente possibile smettere d’assumere sostanze e soprattutto uscire da uno stile di vita dissennato che rischia di permanere anche dopo la tossicodipendenza.  Sicuramente ci vuole del coraggio per riprendere possesso del potere del proprio pensiero e con esso l’accesso alla propria soddisfazione.

San Valentino: Aspettative, Emozioni e il Vero Significato dell’Amore

San Valentino è una di quelle ricorrenze che evocano emozioni contrastanti. Per alcuni è un’occasione per celebrare l’amore, per altri è una data carica di aspettative e pressioni. C’è chi la vive con entusiasmo e chi, al contrario, prova disagio, solitudine o malinconia. Ma cosa rappresenta davvero questa giornata? E quale può essere il suo impatto sul nostro benessere psicologico? San Valentino possa essere una preziosa occasione di riflessione, non solo sull’amore romantico, ma sul modo in cui viviamo i rapporti, le emozioni e il nostro stesso valore. L’Amore e il Peso delle Aspettative San Valentino è fortemente influenzato dalla società e dalla cultura popolare. Film, pubblicità e social media ci mostrano scenari perfetti: cene a lume di candela, regali lussuosi, dichiarazioni d’amore spettacolari. È facile, quindi, cadere nella trappola delle aspettative irrealistiche, misurando il valore della propria relazione in base a ciò che viene mostrato all’esterno. Molte coppie sentono la pressione di dover dimostrare il proprio amore in modo straordinario, come se un gesto romantico in un solo giorno potesse compensare la qualità della relazione durante tutto l’anno. In realtà, l’amore autentico non si misura in regali o sorprese eclatanti, ma nella presenza, nella comprensione reciproca e nel supporto quotidiano. Un aspetto importante da considerare è la comunicazione. Spesso, dietro la frustrazione che emerge in questa giornata, si nasconde un bisogno insoddisfatto di attenzione, affetto o conferma. Se il partner si aspetta un determinato gesto e non lo riceve, può sentirsi deluso, ma la delusione potrebbe derivare più da una mancata comunicazione dei propri bisogni che da una reale mancanza di amore. Per questo, più che concentrarsi su un regalo o su una serata speciale, sarebbe utile chiedersi: come ci stiamo prendendo cura della nostra relazione nei giorni “normali”? C’è dialogo, ascolto, complicità? La felicità di coppia non dipende da una sola giornata, ma dalla qualità della connessione quotidiana. San Valentino e il Ruolo della Solitudine Per chi è single, San Valentino può essere un momento particolarmente difficile. In una società che spesso esalta l’amore di coppia come obiettivo primario della felicità, essere soli in questa data può far emergere insicurezze o senso di esclusione. Ma è davvero l’assenza di un partner a rendere una persona infelice? O è piuttosto la narrazione che ci circonda a farci sentire “mancanti” di qualcosa? L’amore non si manifesta solo in una relazione romantica. L’amore è presente nelle amicizie, nei legami familiari, nelle passioni personali e, soprattutto, nel rapporto che abbiamo con noi stessi. San Valentino potrebbe diventare, allora, un’occasione per riscoprire l’amore in tutte le sue forme e per imparare a valorizzare ciò che abbiamo, invece di focalizzarci su ciò che ci manca. Dedicare questa giornata a se stessi, facendo qualcosa che ci fa stare bene – che sia una cena con amici, una passeggiata rilassante o semplicemente un momento di auto-cura – può trasformare un potenziale giorno di tristezza in una celebrazione del proprio benessere. Il Vero Significato dell’Amore: Autenticità e Cura Sia che si sia in coppia, sia che si sia single, l’amore non è qualcosa che si esprime solo con gesti eclatanti in una giornata specifica. L’amore autentico si costruisce giorno per giorno, attraverso l’ascolto, il rispetto e la presenza emotiva. In una relazione, i piccoli gesti quotidiani – un abbraccio spontaneo, una parola gentile, un momento di attenzione sincera – sono più significativi di qualsiasi regalo costoso. Un “ti amo” detto con il cuore, una carezza nel momento giusto o un sostegno nei momenti difficili valgono molto di più di una cena romantica organizzata per obbligo. Per chi è single, invece, San Valentino può diventare un’opportunità per riflettere sull’importanza dell’amore verso se stessi. Spesso tendiamo a cercare la felicità all’esterno, in un’altra persona, dimenticando che il primo amore da coltivare è quello verso noi stessi. Avere una relazione non dovrebbe essere il punto di arrivo per sentirsi completi, ma una scelta che nasce da un equilibrio interiore. Conclusione: Riscoprire il Senso di San Valentino Forse il vero significato di questa giornata non è legato ai fiori o ai regali, ma alla possibilità di riflettere su come viviamo l’amore, in tutte le sue forme. Possiamo chiederci: siamo in grado di amare in modo autentico? Comunichiamo i nostri sentimenti in modo aperto e sincero? Ci prendiamo cura delle persone a cui vogliamo bene, inclusi noi stessi? San Valentino non dovrebbe essere una fonte di stress o pressione, ma un’occasione per riscoprire il valore delle relazioni umane, che siano romantiche, amicali o familiari. E soprattutto, dovrebbe ricordarci che l’amore non ha bisogno di una data sul calendario per essere celebrato. Perché l’amore vero non è qualcosa che si dimostra una volta all’anno, ma qualcosa che si vive ogni giorno. Bibliografia Aron, A., Fisher, H., Mashek, D. J., Strong, G., Li, H., & Brown, L. L. (2005). Reward, motivation, and emotion systems associated with early-stage intense romantic love. Journal of Neurophysiology, 94(1), 327-337. Uno studio neuroscientifico che esplora le basi biologiche dell’amore romantico e il suo impatto sul cervello. Baumeister, R. F., & Leary, M. R. (1995). The need to belong: Desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation. Psychological Bulletin, 117(3), 497-529. Un’analisi dell’importanza delle relazioni affettive per il benessere psicologico e la salute mentale. Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development. Basic Books.

SALUTOGENESI E BENESSERE. L’APPORTO DELLA PSICOLOGIA DELLO SPORT

di Mirko Proietti Stiamo attraversando un periodo in cui la nostra salute è messa in pericolo da un’importante pandemia mondiale ed ha totalmente cambiato le nostre abitudini tra cui quelle legate al benessere. Aaron Antonovsky nel 1996 ha coniato il termine di Salutogenesi incentrandosi sui processi che generano la salute. Uno dei processi è l’attività fisica, in particolare di tipo aerobico, che svolge un ruolo fondamentale in tutte le età. L’attività fisica agevola il processo di maturazione e mantenimento del sistema immunitario e garantisce effetti positivi sulla salute del nostro cervello. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un livello minimo di attività fisica per ogni fascia d’età per guadagnare lo stato di salute stilando delle linee giuda nel 2016 – 2020: nei bambini e nei giovani sarebbe opportuno che praticassero 60 minuti al giorno di attività fisica di moderata intensità, mentre adulti ed anziani dovrebbero svolgere un’attività fisica di moderata intensità per 150 minuti a settimana. Non si può escludere, dal concetto di salute, anche il benessere psicologico che è possibile racchiudere in 4 aree: Riduzione ansia e depressione; Miglioramento del tono dell’umore; Aumento dell’autostima; Miglioramento della qualità della vita. Dopo un buon allenamento, infatti, è facilmente riscontrabile una diminuzione di ansia somatica correlata ad una riduzione della tensione neuromuscolare. Un esercizio di tipo aerobico produce uno stato di benessere psicologico. Praticare un’attività fisica permette l’attivazione di fenomeni plastici di alterazione neurotrasmettitoriale e ormonali a cui sono correlati i cambiamenti fisiologici.  Si riscontrano, cioè, aumenti di livelli di serotonina (neurotrasmettitore del buon umore), Beta endorfine che giocano un ruolo importante per il benessere psicologico (FUSS et al. 2015). Ananalamide che influenzano indirettamente i livelli di dopamina (neurotrasmettitore del piacere). Nel praticare una corretta attività fisica si registra nel sangue anche un miglioramento dei livelli di ossigeno, tutte queste componenti garantiscono al nostro corpo una pronta risposta alle esigenze che si presentano esternamente ossia la prontezza nel reagire a stimoli esterni ed attacchi al nostro sistema immunitario. In un’ottica bio.-psico sociale è importante mantenere un corretto stile di vita per mantenere al meglio il nostro sistema immunitario aggiungendo una costante attività fisica nonché un corretto regime alimentare. Attraverso questi passaggi si diminuiscono le possibilità di contrarre malattie cardiovascolari e metaboliche e quelle afferenti all’area psicologica.  Bibliografia L. Mandolesi Manuale di Psicologia generale dello sport. Ed. il Mulino 2017

Salute mentale: a chi mi rivolgo?

Quando si parla di salute mentale spesso ci si trova nella situazione di scegliere il professionista presso cui avviare la cura. Solitamente per la ricerca ci si serve del medico di famiglia, del passaparola di parenti amici o conoscenti o di internet. Ebbene si anche internet viene in aiuto attraverso i social o siti specializzati. Nonostante sia stata fatta già molta informazione sulle professionalità che possono essere di aiuto per il benessere ‘mentale’, oggi non di rado ci si trova a dover chiarire al ‘cliente’ di turno il proprio ruolo. Per capire meglio è bene definire le competenze dello psichiatra, dello psicologo psicoterapeuta e dello psicologo non psicoterapeuta. Lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria la cui competenza permette un inquadramento diagnostico da un punto di vista comportamentale. Lo psichiatra avendo una formazione medica può procedere a fare una diagnosi anche valutando aspetti biologici, strettamente medici, prescrivendo esami clinico diagnostici e all’occorrenza anche farmaci. Il medico specializzato in psichiatria è anche psicoterapeuta, per cui può fare sedute di psicoterapia oltre a poter somministrare farmaci. Lo psicologo è un dottore in psicologia che ha completato il ciclo quinquennale ed ha svolto un tirocinio formativo, ha sostenuto l’esame di iscrizione all’albo regionale degli psicologi. Egli non è ancora uno psicoterapeuta poiché tale titolo si ottiene solo dopo aver portato a termine un ciclo quadriennale presso l’Università o Istituti accreditati presso il MIUR. Lo psicologo è abilitato alle seguenti funzioni: prevenzione: intesa come attività finalizzata ad informare educare e anticipare comportamenti e condotte a rischio; diagnosi: l’atto tipico di indagine e valutazione dei processi mentali e della personalità; abilitazione e riabilitazione: attività tese a promuovere il benessere e la salute mentale dell’individuo, del gruppo; sostegno: è una funzione di tipo supportivo volta al mantenimento delle condizioni di benessere al rinforzo di esse; consulenza psicologica: comprende tutte le attività volte alla valutazione e alla definizione del problema di salute e all’elaborazione di un percorso. Tutte le attività sopra elencate possono essere svolte dallo psicologo iscritto all’albo tranne la psicoterapia che è un’attività ascrivibile esclusivamente allo psicologo specializzato in psicoterapia. La psicoterapia è rivolta alla risoluzione dei sintomi e delle loro cause, conseguenti alla psicopatologia a disadattamenti e sofferenze. E’ molto importante prendersi la responsabilità di verificare il professionista che si sta scegliendo quali competenze abbia e cominciare a scegliere in base al nostro effettivo bisogno.

SALUTE MENTALE E PANDEMIA COVID-19 IN ITALIA

La pandemia ha avuto forti ripercussioni sulla salute mentale. Diverse ricerche svolte sul territorio italiano hanno riscontrato significativi esiti di salute psicologica. La pandemia da Covid-19 ha cambiato radicalmente le nostre abitudini e il nostro stile di vita. L’Italia è stato tra i primi paesi ad essere travolto, in maniera rapida e improvvisa, dal virus, registrando un forte impatto sul benessere psicologico.  Gli studi riguardanti la salute mentale sviluppati sul territorio italiano, riguardano le prime settimane di lockdown nazionale In questo periodo, la popolazione ha dovuto affrontare una nuova realtà, fatta di isolamento, incertezza e distanziamento sociale. Tutto ciò ha avuto effetti significativi sull’equilibrio psico-emotivo delle persone. I principali esiti di salute mentale riscontrati in questi studi sono sintomi depressivi e ansiosi [2,4,5,6,7,10], stress psicologico [1,2,4,5,7,8] e sintomi da stress post-traumatico [2,10]. Tali sintomi, inoltre, sono peggiorati durante le ultime settimane del lockdown [4,5]. Donne, giovani [2,3,4,7,9,10] e persone con preesistenti problemi di salute fisica o mentale presentano una maggiore incidenza di tali problematiche [4]. Inoltre, avere conoscenti o familiari che hanno contratto il virus [2,7] o averlo contratto in prima persona [4], risultano essere ulteriori fattori di rischio. Allo stesso modo, lo sono dovere lasciare casa per lavoro [7] e trascorrere molto tempo su internet [5]. Di contro, un alto livello di soddisfazione per la propria vita, vivere con membri della famiglia o conviventi [4,5] e ricevere supporto familiare [6], sono fattori protettivi rispetto alla possibilità di riscontrare esiti negativi di salute psicologica.  In conclusione, la situazione emergenziale ha avuto un forte impatto sulla salute mentale della popolazione italiana. Questo soprattutto in termini di stress percepito e presenza di sintomi depressivi e ansiosi . È quindi urgente e necessario pensare interventi psicologici funzionali a livello nazionale. Questi devono avere il compito di aiutare le persone a fronteggiare gli effetti dell’emergenza pandemica sul benessere psicologico. La bibliografia è al seguente link /wp-content/uploads/2021/03/scientific-febbraio-2.pdf

SALDI E PSICOLOGIA: COSA LI LEGA?

saldi

Gennaio è il mese dei saldi! A tutti noi piacciono i saldi, amiamo pagare di meno e siamo felici quando pensiamo di “fare degli affari”. Finiamo per spendere di più durante i saldi rispetto a qualsiasi altro periodo. Come mai? La psicologia economica ha cercato di rispondere a questo quesito. Per capire cosa succede nella mente dell’uomo durante i saldi, è necessario partire dagli assunti cardine della psicologia economica. Tale disciplina propone una strada alternativa al paradigma economico dominante. Secondo la teoria economica neoclassica, l’essere umano è un egoista razionale in quanto: è un massimizzatore di utilità personale è in grado di elaborare tutte le informazioni disponibili mantiene preferenze definite e stabili in ogni diverso contesto Questi assunti, però, non sono stati confermati da numerosi studi della psicologia economica.  In primo luogo, è emerso che l’uomo non è un essere perfettamente egoista, ma è interessato anche al benessere altrui.  Successivamente è stato dimostrato che l’uomo compie sistematicamente degli errori poiché affronta dei limiti nella raccolta e nell’elaborazione delle informazioni in termini di tempo, memoria, intelligenza e percezione. Infine, è emerso che le decisioni prese risentono di numerosi fattori contestuali e, dunque, non sono stabili. Alla luce di questa breve premessa, è importante citare la Teoria del Prospetto di Kanheman e Tversky (1979). I due studiosi mostrano che il modo in cui viene incorniciata una determinata opzione influisce sul processo decisionali degli esseri umani. Facciamo un esempio… Avete comprato un biglietto per l’Opera e state andando a teatro. All’ingresso vi accorgete che avete perso il biglietto, costato 100€. Cosa fate? Lo ricomprate? Ora provate a immaginare questa seconda scena: siete sempre a teatro, arrivate all’ingresso e vi accorgete di aver perso 100€ che avevate nella borsa. Comprereste comunque il biglietto per assistere allo spettacolo?  Da un punto di vista economico, la cifra è la stessa in tutti e due gli scenari (100€), ma i risultati di questo esperimento dimostrano che la maggior parte delle persone non ricompra il biglietto nel primo caso, ma lo fanno nel secondo. Questo dimostra che gli individui posti di fronte a una scelta si comportano in maniera differente in base a come le opzioni di scelta vengono loro presentate. Grazie a questo esperimento, la psicologia economica ci dice che non esiste solamente un valore economico, ma anche uno psicologico. Un biglietto per un teatro del valore di 100€ e una banconota di 100€ non ancora spesa possono essere valutati in modo diverso.  Ed è proprio questo che avviene durante i saldi! I consumatori tendono ad acquistare di più durante i saldi quando sul cartellino del prezzo corrente viene riportato anche il prezzo applicato in passato e la percentuale di sconto, piuttosto che solo ed esclusivamente il prezzo corrente. È come se il fatto di sapere che il bene venisse venduto “in passato” a un prezzo più alto, faccia aumentare la soddisfazione derivante dal suo consumo e faccia innalzare il prezzo soglia che si è disposti a pagare “oggi”. Anche il modo in cui “suddividiamo” mentalmente il nostro denaro incide drasticamente sulle scelte di consumo che facciamo. Ognuno di noi, infatti, si crea delle categorie mentali con i propri valori soggettivi e in base a questi sono più o meno disposti a spendere una certa quantità di soldi. I soldi per il biglietto del teatro potrebbero essere considerati nella categoria “già spesi”, mentre la banconota è stata persa prima che le fosse assegnata una categoria, dunque, può sembrare che sia ancora “in attesa di essere spesa”. Lo stesso meccanismo avviene quando ci propongono di comprare qualcosa a rate: la somma di tanti piccoli costi viene percepita come minore rispetto allo stesso prezzo presentato in soluzione unica. In conclusione, si può affermare che durante i saldi il nostro comportamento è tendenzialmente dettato da una valutazione soggettiva, molto diversa da quella oggettiva e razionale. BIBLIOGRAFIA Kahneman, D., & Tversky, A. (1979). Prospect theory: an analysis of decision under risk. Journal of Econometric Society, 47(2), 263-291

Rupofobia

Quando si parla di rupofobia o paura dello sporco, si intende una fobia specifica che nasce in relazione alla possibilità, di entrare in contatto con qualcosa di sporco, non igienico o con una qualunque fonte di contaminazione. É una paura patologica e irrazionale, che va a scatenare in chi ne soffre una serie di comportamenti e rituali di pulizia di sé e dell’ambiente circostante in modo ripetitivo.  Non a caso, infatti, chi soffre di rupofobia tenderà a essere anche una persona ossessionata dall’igiene. C’è tutta una serie di sintomi fisici legati agli attacchi di panico che possono subentrare come reazione alla fobia e che vanno a minare e limitare la qualità della vita di chi ne soffre.  Questa è una fobia specifica che nasce al contatto o al pensiero dello stesso con persone, animali, cose e ambienti ritenuti sporchi, non puliti e in generale poco igienici.  In alcune persone si può manifestare anche come una paura dei germi e dei batteri, o anche come un timore verso ciò che si considera potenzialmente inquinante. Questa paura porta chi ne soffre ad adottare comportamenti compulsivi legati alla propria pulizia e a quelle degli ambienti che vivono, oltre a evitare di trovarsi in luoghi e situazioni ritenute potenzialmente “pericolose”. Le cause della rupofobia sono diverse e non sempre facilmente identificabili. Come per molte altre fobie, però, è chiaro che anche la paura dello sporco può essere legata a una componente ereditaria. Per riuscire a superarla bisogna iniziare un percorso di psicoterapia mirato e con l’aiuto di una persona esperta specializzata in paura dello sporco.

Robot al posto dei terapeuti? Un’occhiata all’intelligenza artificiale

Sono sempre più numerose le app per la salute e il benessere mentale e mentre alcune sono semplicemente una trasposizione digitale di interventi che prima potevano avvenire solo in presenza, cioè sono un tramite per contattare persone reali, psicologi e psicoterapeuti da consultare online, altre sono completamente affidate ai robot, i cosiddetti bot. Ne ho viste diverse, mi hanno incuriosita per come sono costruite e ingegnerizzate, e ne ho scaricata una che mi sembrava ben concepita, per utilizzarla e provarla in prima persona: ne ho scelta una basata sui principi e sulle teorie della  terapia cognitivo- comportamentale, perché mi sembrava adatta allo scopo e perché numerose ricerche sembrano concludere che la terapia cognitivo comportamentale sia efficace anche quando non viene somministrata da una persona. Siamo ormai tutti abituati alla velocità di accesso ad ogni fruizione: internet è un luogo disponibile e accessibile sempre. L’esplosione di app basate sull’intelligenza artificiale e altri strumenti digitali consentono alle persone di accedere alla terapia ovunque si trovano e ogni volta che possono.  Questi prodotti consentono un accesso immediato a un sostegno online, sono ben concepiti sia come design che come testi, e forniscono molti interessanti spunti di riflessione e di informazione. Ma uno dei grandi ostacoli di questi prodotti è che tendono ad avere un basso valore di persistenza nel tempo: le persone spesso abbandonano i programmi digitalizzati prima di aver ottenuto un reale beneficio. L’ingrediente mancante è la connessione umana: i pazienti cercano qualcuno con cui sviluppare un legame emotivo. Il bot è incoraggiante, supportivo, presente sempre, ma non è un essere umano. Molti consorzi di salute mentale, in particolare nei paesi anglofoni, a partire da Stati Uniti e Canada, hanno cercato di risolvere questo problema introducendo la terapia cognitivo comportamentale computerizzata sul posto di lavoro. Ci sono buone ragioni per cui le organizzazioni investono nella salute mentale dei propri dipendenti: i dipendenti che non si sentono al meglio sono ovviamente anche meno coinvolti e produttivi sul lavoro. Il punto di partenza di queste iniziative era un quesito: se la terapia cognitivo comportamentale digitalizzata facesse parte di iniziative di benessere aziendale, con i datori di lavoro che finanziano l’accesso alla piattaforma e danno ai dipendenti tempo e spazio per impegnarsi con essa, questo potrebbe risolvere il problema della scarsa persistenza e aiutare le persone a sentirsi meglio al lavoro? La risposta, in breve, è positiva. Come nel caso di Hikai: un robot, anzi precisamente una chatbot, basato sull’intelligenza artificiale e progettato per il posto di lavoro, pensato e sperimentato per la realtà canadese, in collaborazione con aziende e imprenditori e con The Decision Lab. Il bot funziona fornendo assistenza personalizzata: gli utenti (cioè i dipendenti dell’azienda coinvolta) ricevono moduli di contenuto personalizzati in base ai loro obiettivi, punti di forza e di debolezza e completano i questionari giornalieri di dieci secondi via e-mail, per informare Hikai di come si sentono. Il programma fornisce anche report aggregati alla direzione aziendale (per preservare ovviamente la privacy dei singoli dipendenti) in modo che i dirigenti possano avere un’idea del benessere del proprio team e capire dove possono apportare modifiche. Parlare con una chatbot può essere meno intimidatorio rispetto a forme di trattamento più tradizionali: i bot possono “ascoltare” gli utenti e facilitare la riflessione, senza imporre alcun giudizio. Nel complesso, gli strumenti automatizzati come Hikai sono ottime opzioni per le persone che cercano aiuto a un’intensità inferiore e ad un livello di impegno inferiore rispetto a quelli di una terapia classica. In tutti gli altri casi, quando si tratta di situazioni complesse (cioè quasi sempre, quando si tratta di essere umani che chiedono un intervento psicologico, mi sento di aggiungere) le app possono fornire un interessante momento di formazione psicopedagogica e stimolare riflessioni, ma allo stato attuale non sono in grado di offrire a un paziente ciò che un terapeuta in carne ed ossa, e cervello, può offrire, nell’esplorazione profonda dei meccanismi che ci governano e nel sostegno al cambiamento e all’accettazione delle nostre parti più fragili. Tornando a Hikai, il programma è stato testato come pilota in tre luoghi di lavoro nel corso di due settimane e ha portato l’82% dei dipendenti a riferire che il chatbot li ha aiutati a gestire meglio lo stress. È probabile che strumenti come questo svolgeranno un ruolo nel futuro panorama della salute mentale. L’attenzione a questi argomenti, che nasce in questo caso per un miglioramento delle condizioni psicologiche dei lavoratori per evidente interesse anche all’ottimizzazione delle prestazioni e per una ricaduta economica positiva, è tuttavia in continua crescita. Questa è una trasformazione abbastanza recente, un segno dei tempi: e può costituire un passo importante per fondare le basi di una maggiore cultura del benessere, in cui l’intelligenza artificiale può coadiuvare gli operatori della salute psicologica e consentire l’accesso ad elementi psicoeducativi anche a categorie che hanno minori possibilità economiche e maggiore stigma nell’affrontare alcuni argomenti. Senza sostituire il fattore umano, che resta centrale e non surrogabile: nemmeno con gli ausili del bot più brillante del mondo. E forse nemmeno in un futuro remoto.

Ritmi di Salute: L’Impatto Positivo della Musica sul Benessere Mentale

La musica è una componente universale dell’esperienza umana, presente in ogni cultura e epoca storica. Ma perché la musica ha un impatto così potente sul nostro benessere psicologico? La risposta si trova in una combinazione di fattori biologici, psicologici e sociali che insieme spiegano il suo effetto benefico sulla nostra mente. Effetti Biologici A livello biologico, l’ascolto della musica stimola il rilascio di neurotrasmettitori come la dopamina, conosciuta come “l’ormone della felicità”. Questo neurotrasmettitore è associato alle sensazioni di piacere e ricompensa, il che spiega perché ascoltare una canzone che amiamo può farci sentire così bene. Oltre alla dopamina, anche l’ossitocina, l’ormone legato ai sentimenti di amore e connessione sociale, può essere rilasciata durante l’ascolto musicale, specialmente se condividiamo questa esperienza con altre persone. Inoltre, la musica può ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, aiutandoci a rilassarci e a ridurre l’ansia. Questo effetto è particolarmente evidente nella musica lenta e melodica, che può avere un effetto calmante sul nostro sistema nervoso. Uno studio pubblicato nel “Journal of Music Therapy” ha dimostrato che i pazienti che ascoltavano musica prima di un intervento chirurgico mostravano livelli di ansia significativamente inferiori rispetto a quelli che non lo facevano. Effetti Psicologici La musica ha anche profondi effetti psicologici. Può influenzare il nostro stato emotivo, aiutandoci a regolare le emozioni. Ad esempio, ascoltare musica allegra può migliorare il nostro umore, mentre la musica triste può offrirci un modo per elaborare emozioni negative. Questo processo di regolazione emotiva può essere terapeutico, fornendoci uno strumento per affrontare momenti difficili o per celebrare momenti di gioia. La musicoterapia è una pratica consolidata che utilizza la musica per aiutare i pazienti a migliorare la loro salute mentale. Questa terapia può trattare una varietà di condizioni, dalla depressione e ansia ai disturbi dello spettro autistico e ai traumi. In una sessione di musicoterapia, i pazienti possono partecipare attivamente creando musica o ascoltandola passivamente, in entrambi i casi beneficiando degli effetti terapeutici della musica. Effetti Cognitivi A livello cognitivo, la musica può migliorare la nostra memoria e concentrazione. Studi hanno dimostrato che ascoltare musica di sottofondo può migliorare la performance in compiti che richiedono attenzione e memoria, come studiare o lavorare. Questo effetto, noto come “effetto Mozart”, suggerisce che l’ascolto di musica può temporaneamente migliorare le capacità di ragionamento spaziale e di problem-solving. Inoltre, la musica può favorire la neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di formare nuove connessioni neurali, il che è essenziale per l’apprendimento e l’adattamento. La pratica musicale, in particolare, può migliorare le capacità cognitive in modo duraturo. I musicisti mostrano spesso una maggiore densità di materia grigia in aree del cervello legate alla memoria, all’udito e al controllo motorio, indicando che l’allenamento musicale può avere effetti benefici a lungo termine sulla struttura cerebrale. Effetti Sociali La musica ha un potente ruolo sociale. Può creare connessioni tra le persone, favorendo il senso di appartenenza e comunità. Partecipare a eventi musicali, come concerti o cori, può rafforzare i legami sociali e migliorare il nostro senso di identità collettiva. La musica è spesso utilizzata nei rituali e nelle celebrazioni, evidenziando il suo ruolo nel consolidare le relazioni sociali. La musica può anche essere un linguaggio universale che trascende le barriere linguistiche e culturali. Può unire persone di diverse provenienze e creare un senso di comunità e comprensione reciproca. In situazioni di conflitto o tensione, la musica può servire come ponte, facilitando il dialogo e la riconciliazione. Riduzione dello Stress e del Dolore La musica è stata utilizzata come strumento per ridurre lo stress e il dolore. Nella terapia del dolore, la musica può distrarre i pazienti, riducendo la percezione del dolore e migliorando il loro comfort generale. Questo è particolarmente utile in contesti clinici, come durante interventi chirurgici o trattamenti oncologici, dove la musica può abbassare l’ansia e migliorare l’esperienza del paziente. Uno studio pubblicato nel “Journal of Advanced Nursing” ha rilevato che i pazienti che ascoltavano musica durante la riabilitazione dopo un intervento chirurgico riportavano meno dolore e un recupero più rapido rispetto a quelli che non ascoltavano musica. Questo effetto analgesico della musica è stato attribuito alla sua capacità di attivare sistemi neurochimici nel cervello che sono coinvolti nella modulazione del dolore. Conclusione In sintesi, la musica ci fa bene psicologicamente per una serie di ragioni biologiche, psicologiche, cognitive e sociali. Stimola il rilascio di neurotrasmettitori benefici, regola le emozioni, migliora la memoria e la concentrazione, e crea legami sociali. Il suo potere di ridurre lo stress e il dolore la rende uno strumento terapeutico prezioso. La prossima volta che ascolti una delle tue canzoni preferite, ricorda che stai facendo un favore alla tua mente e al tuo corpo. Che tu stia cercando di rilassarti, di concentrarti o semplicemente di goderti un momento di gioia, la musica è un alleato potente nel promuovere il tuo benessere psicologico.

Ritiro sociale tra gli adolescenti: un fenomeno sempre più diffuso

L’adolescenza è un periodo di grandi cambiamenti e sfide. I ragazzi si trovano a dover affrontare trasformazioni fisiche, emotive e sociali, mentre cercano di costruire la propria identità e trovare il loro posto nel mondo. In questo contesto, il ritiro sociale può emergere come una risposta a difficoltà e disagi. Questo fenomeno, che si manifesta attraverso l’isolamento volontario dalla famiglia, dagli amici e dalla scuola, può avere conseguenze significative sullo sviluppo psicologico e sociale dei ragazzi. Negli ultimi anni, si è assistito a un aumento preoccupante di casi di ritiro sociale tra gli adolescenti. Nello specifico, il ritiro sociale tra gli adolescenti italiani è un fenomeno in crescita, con numeri quasi raddoppiati in seguito alla pandemia di Covid-19. Ad esaminare tale fenomeno è il recente studio condotto dal gruppo di ricerca Musa ( “Mutamenti sociali, valutazione e metodi”) del dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Irpps) e pubblicato sulla rivista Scientific Reports. La ricerca ha indagato, attraverso un approccio di ricerca di tipo socio-psicologico, l’eziologia del ritiro sociale identificando i fattori scatenanti tale comportamento tra gli adolescenti. Lo studio rivela come è in netta crescita il numero di adolescenti che non incontrano più i loro amici nel mondo extrascolastico: le cifre sono quasi raddoppiate dopo la pandemia da Covid-19. La ricerca si è basata sui dati di due indagini trasversali condotte dal gruppo nel 2019 e nel 2022 su studenti di scuole pubbliche secondarie di secondo grado su campioni rappresentativi a livello nazionale composti rispettivamente da 3.273 e 4.288 adolescenti con un’età compresa tra 14 e 19 anni. Sono stati identificati tre profili di adolescenti: le “farfalle sociali”, “gli amico-centrici” e i “lupi solitari“: proprio all’interno di quest’ultimo profilo, è stato individuato un sottogruppo composto da adolescenti che non incontrano più i loro amici nel mondo extrascolastico, il cui numero è quasi raddoppiato dopo la pandemia, passando dal 5,6% del 2019 al 9,7% del 2022. Si tratta dei ritirati sociali. Si è visto in particolare che l’iperconnessione, ossia la sovraesposizione ai social media, ha un ruolo primario in questo processo corrosivo dell’interazione e dell’identità adolescenziale e successivamente del benessere psicologico individuale. L’iperconnessione è tra i principali responsabili tanto dell’autoisolamento quanto dell’esplosione delle ideazioni suicidarie giovanili. Lo studio mostra che non solo dal 2019 al 2022 sono drasticamente aumentati i giovani che si limitano alla sola frequentazione della scuola nella loro vita, ma anche nel mondo adolescenziale è significativamente diminuita l’abitudine a trascorrere il tempo libero faccia a faccia con gli amici. Il problema riguarda tutte le fasce di popolazione; i principali fattori associati al ritiro sociale sono una scarsa qualità delle relazioni familiari, la scarsa fiducia nei confronti di familiari e insegnanti, le esperienze di bullismo e cyberbullismo, l’uso eccessivo dei social media, la scarsa partecipazione alle attività sportive extrascolastiche e l’insoddisfazione per la propria immagine corporea. Il fenomeno, assimilabile a quello degli hikikomori, potrebbe generare una vera e propria emergenza sociale. È fondamentale sottolineare che il ritiro sociale non è una condizione statica. Può variare in intensità e durata, e può essere accompagnato da altri disturbi, come depressione, ansia e dipendenza da internet. Per questo motivo, è essenziale non sottovalutare i segnali di allarme e intervenire precocemente. L’intervento più efficace è quello integrato, che coinvolge la famiglia, la scuola, i servizi sociali e sanitari, e lo stesso adolescente. È importante creare un ambiente di supporto e comprensione, in cui il ragazzo si senta accettato e incoraggiato a superare le proprie difficoltà. Tale studio evidenzia l’urgenza di interventi educativi e formativi da rivolgere a genitori e docenti scolastici, nonché di sostegno per i giovani, ovvero un supporto specifico verso gli adolescenti che versano nelle condizioni più critiche. Fonte https://www.irpps.cnr.it/rischio-hikikomori-tra-gli-adolescenti-italiani-articolo-su-scientific-report/