Prenotazioni last minute e i meccanismi psicologici

Prenotazioni last minute: due parole che evocano libertà, improvvisazione, occasioni irripetibili. Ma anche stress, caos e decisioni affrettate. Ogni estate (e non solo), milioni di persone scelgono di organizzare la propria vacanza all’ultimo momento. Alcuni per risparmiare, altri perché “non riescono a decidere”, altri ancora per l’adrenalina del tutto e subito. Ma cosa si nasconde davvero dietro questo comportamento sempre più diffuso? In questo articolo esploreremo i principali meccanismi psicologici che guidano le prenotazioni last minute, tra procrastinazione, ansia da scelta, bisogno di controllo e voglia di fuga. Perché dietro a una decisione impulsiva, spesso, si celano dinamiche molto più profonde. 1. Procrastinazione: rimandare per evitare l’ansia Una delle spiegazioni più comuni è legata alla procrastinazione. Rimandare la prenotazione può sembrare una scelta strategica, ma spesso è una reazione all’ansia generata dal dover decidere. Più opzioni ci sono, più la decisione ci paralizza: è il cosiddetto paradosso della scelta. Così si preferisce non scegliere affatto… almeno finché non si è costretti. 2. Bisogno di controllo (mascherato da flessibilità) Alcune persone evitano di pianificare in anticipo perché percepiscono la pianificazione come una perdita di libertà. In realtà, si tratta spesso di un bisogno profondo di controllare l’incertezza: posticipare la decisione dà l’illusione di essere liberi, ma può nascondere la difficoltà ad affrontare imprevisti o a tollerare l’attesa. 3. FOMO e FOBO: la paura di sbagliare scelta Viviamo in un’epoca dominata dalla FOMO (fear of missing out): la paura di perdere un’occasione migliore. Così, si aspetta l’ultimo secondo, nella speranza di trovare “l’offerta perfetta”. A volte entra in gioco anche la FOBO (fear of better options): e se prenoto ora, ma poi esce qualcosa di meglio? Questi meccanismi alimentano l’ansia e ci portano a un comportamento paradossale: pur desiderando il massimo, finiamo col fare scelte frettolose. 4. Impulsività e desiderio di gratificazione immediata Le prenotazioni last minute attivano anche il circuito della gratificazione immediata. Decidere e partire nel giro di poche ore o giorni può dare una forte scarica di adrenalina: è la soddisfazione del desiderio nel qui e ora. Chi ha una personalità impulsiva, o una bassa tolleranza alla pianificazione, trova in questa modalità una valvola di sfogo. 5. Giustificazioni razionali e narrazioni personali “Mi piace improvvisare”, “Non sopporto i piani rigidi”, “Sono fatto così”. Frasi come queste spesso accompagnano le prenotazioni last minute, e fungono da auto-giustificazioni. Costruiamo narrazioni identitarie per dare senso alle nostre scelte, anche quando sono frutto di ansia o insicurezza. In alcuni casi, però, la spontaneità è reale, e riflette un autentico desiderio di libertà e scoperta. Prenotare all’ultimo può generare stress, soprattutto se si è costretti ad accettare compromessi su prezzo, destinazione o qualità dell’esperienza. Può portare a insoddisfazione e frustrazione. Al contrario, per alcune persone rappresenta un’esperienza entusiasmante, una fuga dalla routine che le fa sentire vive e reattive. Tutto dipende dalla consapevolezza con cui si compie la scelta. Le prenotazioni last minute non sono né buone né cattive in sé: tutto dipende da cosa ci spinge a farle. Se conosciamo i nostri meccanismi interni – ansia, desiderio di controllo, bisogno di libertà – possiamo compiere scelte più consapevoli e viaggiare meglio. Non solo verso una destinazione, ma anche dentro di noi.

Pratiche di cura del sè in psicoterapia

Pratiche di cura del sè in psicoterapia Quando si intraprende un percorso di terapia personale, si hanno alte aspettative sul viaggio che ci aspetterà, su ciò che scopriremo, sulle corde profonde che faremo vibrare. Tali aspettative spesso ci fanno lasciare da parte le cose semplici. Come se il bello di una passeggiata, la sensazione del sole sulla pelle, divenissero consigli scontati di un vecchio zio boomer poco avvezzo al riconoscimento del disagio psicologico. Talvolta mi capita di suggerire dei piccoli rituali quotidiani, ad accompagnare il percorso dei miei pazienti. Tra questi, emerge la cura del sé: brevi ma costanti azioni di cura, come la skin care. Inizialmente, non vengono accettate di buon grado, se non addirittura lette come uno sminuire la loro sofferenza. In questo breve articolo spiego quattro motivi per cui la cura del sé potrebbe accompagnare il percorso di terapia. L’autoconsolazione dei sensi. Azioni come la skin care, aiutano grazie a ciò che chiamiamo autoconsolazione dei sensi. Una crema dalla temperatura fresca, dalla consistenza piacevole, il profumo dei prodotti, la concentrazione sui passaggi necessari, facilitano la stimolazione gradevole dei cinque sensi. Questa pratica, ha un effetto breve ma immediato abbassando gli stati emotivi di sofferenza (M. Lineham 2019). Un’esperienza di autocura. La cura del sé richiede un momento da dedicare all’ascolto, l’osservazione e soprattutto la carezza del proprio corpo. È un’azione spesso in contraddizione con la voce critica e svalutante con cui siamo soliti rivolgerci a noi stessi. Essendo un’azione pratica, e non un’attività mentale, risulta più facile da praticare, da controllare e il messaggio inviato è potente: sono meritevole di cura. Una vera e propria pratica esperenziale immediata. L’azione opposta. La skincare, il trucco, la crema idratante, sono tutte azioni opposte a ciò che ci verrebbe automatico fare quando siamo ansiosi o depressi: trascurarci, lasciarci andare. È un’azione semplice ma potente nella sua esperienza. L’azione opposta rientra tra le skills di regolazione emotiva. 4. È una pratica in solitudine. È una pratica che genera piacere, calma e rilassamento in solitudine. Anche qui il messaggio è penetrante: posso stare bene anche da sola, posso provare piacere in solitaria

Positività nascosta dell’ansia quotidiana

positività

L’ansia rappresenta, attualmente, uno dei disturbi psicologi più frequenti di cui si sottovaluta la sua funzione di positività. Generalmente, l’ansia si caratterizza per la presenza di sentimenti spiacevoli, come il sentirsi soffocare, la sensazione che le cose possano sfuggire di mano. Si percepisce una forte paura e preoccupazione, accompagnate da frustrazione e disperazione. In realtà, l’ansia è, dunque, un meccanismo psicologico del tutto spontaneo, che ha la funzione di anticipare la percezione di un eventuale pericolo prima ancora che quest’ultimo si sia verificato. Tale sistema scatena fondamentalmente 2 risposte: da un lato l’esplorazione per identificare la situazione di pericolo ed affrontarla nella maniera più adeguata e, dall’altro, l’evitamento e la fuga. Vista sotto quest’ottica, la positività intrinseca dell’ansia la fa diventare funzionale al mantenimento dell’equilibrio psicofisico dell’individuo perchè, in effetti, collabora alla nostra sopravvivenza. E’ risaputo, ormai che i sintomi più comuni dell’ansia sono:-tachicardia-iperventilazione-sudorazione-tensione muscolare,-e altre manifestazioni neurovegetative attivate per fronteggiare un pericolo. Tali manifestazioni involontarie sono di conseguenza necessarie per convogliare le energie sull’analisi della situazione e superarla. Esistono, però, situazioni in cui il pericolo anticipato non trova corrispondenza nella realtà. Le nostre reazioni assumono così delle forme ingigantite e sproporzionate che portano l’individuo a perdere il contatto con l’ambiente. Questa modalità comportamentale può innescarsi a causa di diversi motivi, che spesso risultano difficilmente identificabili. Quindi, quando l’attivazione dell’ansia è eccessiva e ingiustificata rispetto alla reale situazione, siamo di fronte ad un disturbo d’ansia, propriamente detto. Esso può complicare notevolmente la vita di una persona e renderla incapace di affrontare anche le più comuni situazioni. In questo caso, l’ansia assume le caratteristiche disfunzionali, compromettendone l’aspetto cognitivo e sociale dell’individuo.

POS: acronimo inglese per indicare genitori alle spalle

POS

L’acronimo inglese POS (Parents over Shoulders, letteralmente genitori alle spalle) è utilizzato dai ragazzi in rete per indicare la presenza dei loro genitori che potrebbero spiare la conversazione. Il termine ha purtroppo assunto la connotazione di segnalazione di un “pericolo”. Per gli psicologi, invece, la presenza di genitori, rappresenta un efficace base per la crescita dei propri figli. Lo sviluppo psicofisico di un bambino è costellato di molteplici e complesse trasformazioni, che interessano diverse sfere: fisica, cognitiva, affettiva e relazionale. Questo processo evolutivo, normalmente, avviene in un ambiente familiare e sotto la guida di genitori attenti alle esigenze dei propri bambini. Innanzitutto, è necessario che i genitori siano consapevoli dell’individualità del proprio figlio, con proprie esigenze e copacità. I bambini vanno accompagnati verso l’autonomia, aiutandoli ad affrontare adeguatamente gli eventi critici, senza sostituirsi ad essi. Devono imparare a vestirsi, ad allacciare le scarpe e così via. Ogni giorno, sia i genitori che i figli, sono impegnati nella modulazione della loro relazione reciproca, in base agli accadimenti quotidiani. Nei rapporti fra adulti e bambini, entrano in gioco continuamente le capacità di adattamento degli uni e degli altri. E’ dall’infanzia, che i POS, i genitori, accompagnano i loro figli nella costruzione di una propria morale, mediante la costruzione di regole e l’interiorizzazione di esse. Senza dimenticare che, in questo processo, partecipano tutti i componenti della famiglia con un ruolo attivo. Il bambino, fin dalla nascita, infatti regola il proprio comportamento attraverso costanti feedback con l’ambiente circostante. Importante compito genitoriale è lo sviluppo del comportamento pro-sociale. I rapporti familiari favoriscono l’attenzione sull’empatia, sulla comprensione dell’altro, del suo pensiero e del suo eventuale disagio. L’importanza dell’adozione di uno stile educativo autorevole, basato proprio sulla comunicazione, sulla spiegazione e sul ragionamento condiviso, determina lo sviluppo di un comportamento altruistico, senza perdere la propria individualità.

Polivet lancia la campagna #loveyourvet. Burnout, i veterinari una della categorie più a rischio

Maggio, mese della salute mentale. Polivet lancia la campagna #loveyourvet Burnout, i veterinari una della categorie più a rischio Almeno la metà dei veterinari vede la sua salute mentale in pericolo. In cima ai fattori di stress il rapporto con i proprietari Roma, 25 maggio- Amiamo gli animali: ma chi ama i veterinari? Si occupano con passione e dedizione dei nostri animali domestici. Ci aspettiamo che siano reperibili, disponibili e infaticabili. Eppure il loro lavoro spesso manca di riconoscimenti, e diventa fonte di uno stress a volte ingestibile. I veterinari sono una delle categorie lavorative a più alto rischio di burnout ed episodi di autolesionismo. Un dato indagato in questi ultimi anni da varie ricerche negli Stati Uniti, in Germania, in Belgio e in Australia. Molto meno in Italia, dove la letteratura scientifica si occupa da tempo di indagare lo stress e il burnout nelle professioni sanitarie, ma non si può dire altrettanto per la professione del medico veterinario.Eppure qualcosa si è mosso, negli ultimi anni, anche se i risultati raramente hanno raggiunto il grande pubblico. In occasione del mese della salute mentale, l’ospedale veterinario Polivet di Roma ha somministrato un questionario online anonimo ai medici veterinari che ruotano intorno alla struttura (collaboratori diretti e medici che hanno aderito ai corsi di formazione, con un campione che va a coprire la totalità delle regioni italiane). “Il veterinario, a differenza delle altre professioni sanitarie, vive un dualismo complicato: da un lato il rapporto medico ed emotivo con il paziente, dall’altro quello con il proprietario dell’animale” spiega il direttore sanitario Polivet Simone Rota. “Con la nostra indagine abbiamo voluto mettere in risalto proprio questo aspetto, che è una delle maggiori fonti di disagio per i colleghi”. Una prima indagine, condotta nel 2013 da Alessandro Schianchi*, ha ipotizzato che circa il 25% dei veterinari si trovi in una condizione di elevato stress. Una seconda indagine del 2015** ha portato al primo posto tra i fattori di stress i rapporti conflittuali con proprietari difficili e lo scarso riconoscimento economico e professionale. Un dato che trova conferma nelle testimonianze anonime raccolte tramite il questionario Polivet. “La nostra professione è molto difficile. I proprietari degli animali pretendono troppo in termini di dedizione al loro animale. Manca il rispetto per la nostra professione. Con la scusa che abbiamo molta passione per gli animali tutto è dovuto. Dovremmo porre dei limiti come per i medici. Limiti sugli orari e sulle pretese assurde da parte di proprietari che perdono il senso della misura e pretendono da noi tantissimo” è lo sfogo di un titolare di ambulatorio di una grande città lombarda. Gli fa eco una collega dipendente di una clinica veterinaria “Serve sensibilizzare le persone sul fatto che non siamo dei, e che quindi non tutto ci è possibile” A rendere più complessa la situazione, continua il dottor Rota “è il fatto che molto spesso le cure veterinarie non vengono viste in ottica di prevenzione, ma come ultima spiaggia. Arrivano spesso animali già molto compromessi e si pretendono miracoli. Per questo una buona fetta del nostro lavoro come clinica si basa sulla sensibilizzazione nella prevenzione”. Un ulteriore studio del 2020*** ha messo in risalto come siano soprattutto le donne a soffrire di stress collegato alla professione veterinaria, con un mix di carico emotivo e lavorativo, e il mancato riconoscimento anche sociale del doversi rapportare quotidianamente con il dolore, la morte e la gestione del lutto. Degli intervistati tramite il questionario Polivet, 1 su 4 ha avuto pensieri autolesionisti o suicidi, quasi la metà conosce colleghi che si sono trovati in situazioni di burnout estremo. La maggior parte sono donne. “In  passato ho sofferto 2-3 volte di burnout, mi sono dovuta affidare a degli psichiatri e da 10 anni sto affrontando un percorso di psicoterapia”, racconta una veterinaria marchigiana, e come lei altre colleghe dichiarano di aver dovuto chiedere aiuto: “Lavoravo in una clinica veterinaria con un turno di notte fisso a settimana e una domenica al mese: ho rischiato il burnout. Non mi sentivo adeguata al lavoro, cominciavo a detestare clienti e pazienti, pensavo di dover cambiare lavoro” scrive una veterinaria dal Veneto, e una collega dalla Lombardia denuncia “Sono in terapia psicologica da 4 mesi per over stress, ansia e sbalzi d’umore. Sempre più clienti ci attaccano malamente accusandoci di voler solo “spillare soldi” vogliono tutto e subito con la salvezza del loro pet benché si dica che la prognosi è riservata, minacce e parolacce oltre a recensioni negative non veritiere sono quasi all’ordine del giorno”. Una soluzione facile non è a portata di mano, ma si può fare molto, specialmente nel migliorare il rapporto e la comunicazione tra medici veterinari e proprietari, facendo cadere il tabù della salute mentale anche tra colleghi. Come riassume una collega veneta: “Parlare di questi problemi. Far capire che siamo tutti, chi più chi meno, sulla stessa barca. Far capire ai titolari di cliniche e ambulatori e ai clienti che il nostro è un lavoro, non una missione, e abbiamo diritto a vivere e a mantenere i nostri spazi”. *A. Schianchi, A. Pelosi, “La dimensione del benessere nella categoria professionale dei medici veterinari”, 2013 **A. Schianchi, A. Pelosi, “Stress, burnout e strategie di coping nei veterinari italiani”, 2015 ***A.Musetti, A.Schianchi et al” Exposure to animal suffering, adult attachment styles, and professional quality of life in a sample of Italian veterinarians” Gli specialisti Polivet sono a disposizione per commenti e interviste su tutto quello che riguarda il mondo degli animali domestici Per informazioni Flaminia Festuccia – ufficio stampa Polivet 3280077916 ufficiostampa@polivet.it

Poliscreativa un sistema, una comunità in movimento

Il Sistema Poliscreativa è un complesso organico e strutturato, fondato su principi filosofici e su un progetto etico e politico che mi ha formata. Prima di tutto Poliscreativa, è una filosofia e una visione dei nostri corpi nel mondo, accompagnata da un insieme di procedure che mirano a favorire una serenità condivisa e a migliorare lo stato fisico, emotivo e relazionale dei partecipanti. Questo sistema si propone di aumentare le nostre capacità di provare piacere nella vita e di minimizzare al massimo gli effetti delle inevitabili esperienze sgradevoli. Il nome “Poliscreativa” ci ricorda che ognuno di noi possiede una propria creatività, la quale è sempre il risultato delle interazioni con l’ambiente che ci circonda, rappresentato dalla molteplicità, che in greco antico era definita appunto “polis”. Attraverso pratiche di meditazione creativa corporea, sia individuali che collettive, il Sistema Poliscreativa è in grado di arricchire ogni esperienza nei campi artistico, terapeutico, riabilitativo, preventivo, socializzante e formativo. Questa pratica meditativa, sempre corporea e condivisa, può modificare il nostro stato emotivo, il nostro stile cognitivo e relazionale, e il nostro livello di coscienza e consapevolezza, in maniera graduale e costante, mantenendo sempre un controllo etico, sia individuale che collettivo, sul processo in atto. Le varie componenti del Sistema Poliscreativa possono essere utilizzate in diversi contesti operativi, trovando collocazione in molte aree nelle quali si possano realizzare progetti per la promozione umana: Area Artistica, Area Psicopedagogica, Area Preventiva e Riabilitativa, Area Psicoterapeutica, Area comunitaria e della socializzazione, Area del Team Building e della prevenzione del Burnout, le varie aree le vedremo nello specifico nel prossimo articolo.

Persuasione e Scarsità

di Veronica Sarno C. H. Cooley (1902) sostiene che la società si organizza mediante il meccanismo della comunicazione, affinché le relazioni umane possano sussistere e svilupparsi, ecco perché si è sviluppata l’esigenza di influenzare o forse pilotare le risposte dell’interlocutore, Cavazza (1997) definisce la persuasione una tecnica volta ad indurre cambiamenti negli interlocutori, per ottenere che si comportino come si preferisca. Palmarini (2012) dice: “Quando alcuni individui hanno capito che la risposta alla propria richiesta di soddisfacimento del bisogno poteva essere in un qualche modo guidata, diretta, indirizzata al soddisfacimento del bisogno stesso è iniziata, nella stria dell’evoluzione umana, la ricerca di quegli elementi che potevano produrre quella influenza così determinante: in altre parole, la persuasione. Quando una volontà, un’intenzione, una credenza, o una decisione, devono trasferirsi da una mente a un’altra, allora si devono innescare, sul momento stesso, moti convergenti nell’una e nell’altra, si tratta di un esercizio lieve, l’autorità subentra come mezzo pesante quando la persuasione non basta.”[1] Un particolare stile comunicativo può rinforzare un’idea oppure correggerla, oppure contribuire a cambiarla completamente. Verrastro (2004) definisce comunicazione persuasiva il fatto che nelle relazioni interpersonali si genera il tentativo di convincere le altre persone ad adottare un punto di vista simile al proprio e spingerli a fare qualsiasi cosa si desideri. Kelman (1961) ha sostenuto che se l’emittente dovesse dichiarare che le sue sono intenzioni di persuasione, il destinatario, allora, assume un comportamento volto ad ostacolare l’atteso cambiamento di atteggiamento, perché il destinatario della comunicazione, in questo caso, si sentirebbe minacciato. Quale tipologia di canale ha scelto l’emittente per il suo messaggio persuasivo? canale fisico sonoro: ogni ambiente in cui è presente l’aria portatrice di vibrazioni acustiche; canale fisico visivo: presenza della luce o di un fascio di luce (sala cinematografica): canale fisico olfattivo: ambiente in cui si avvertono degli odori; canale fisico tattile: materia che trasmette vibrazioni o sensazioni tattili; canale tecnico sonoro: strumenti che trasmettono suono (es. telefono, radio, cinema); canale tecnico visivo: strumenti come la fotografia, il cinema), canale visivo-sonoro – tattile e olfattivo: tecnologie di realtà virtuale. In che modo l’individuo si rappresenta il mondo? In che modo può dunque essere persuaso? Nel 1921, Freud scriveva: “La possibilità di condizionare, attraverso le pratiche discorsive, l’insieme delle interazioni umane ha permesso, nel corso dei secoli, alle classi dominanti ed i ceti emergenti di cercare di detenere o di conquistare il monopolio dello strumento linguistico, sottraendolo a coloro che avrebbero potuto usare la parola per finalità alternative.”[2] La persuasione è costituita da sei fasi, ed è necessario che ciascuna fasi s i espleti completamente, per ottenere la persuasione, ecco le fasi: la presentazione del messaggio, l’attenzione, che il ricevente deve prestare al messaggio, la comprensione dei contenuti, l’accettazione da parte del ricevente della posizione sostenuta dal messaggio, la memorizzazione della nuova opinione, in maniera da farla propria, il conseguente comportamento. Verrastro (2004) ritiene che il canale scelto cambi l’effetto ottenuto sui destinatari. McGuire (1960) ha individuato tre tipologie di destinatario di una comunicazione persuasiva: Quelli che hanno la tendenza a farsi influenzare da ogni comunicazione persuasiva e a cambiare i propri comportamenti; la persuasione avverrebbe, prevalentemente, in mancanza di argomentazioni a difesa della propria opinione; l’efficacia della comunicazione persuasiva sarebbe influenzata dal livello di autostima del fruitore del messaggio. I Mass Media hanno i l vantaggio di trasmettere il messaggio a distanza, contemporaneamente a più persone ed in un breve lasso di tempo, tuttavia nell’epoca contemporanea dominata dalla tecnologia, la persuasione viaggia anche attraverso l’informatica, la persuasione informatica prende il nome di Captologia, è bene interrogarsi su quali effetti persuasivi possano essere messi in atto dalla tecnologia. Si è valutato che i computer sono in grado di modificare idee ed azioni delle persone e modificando il modo si interagire con gli altri. Si parla oggi di tecnologie persuasive riferendosi ai sistemi informatici interattivi (computer, siti web, smartphone, videogames, tablet, ecc.) progettati con lo scopo di modificare opinioni, atteggiamenti e comportamenti delle persone. (Fogg, 2005). Fogg ha constatato che i principi della comunicazione persuasiva, individuati da Cialdini, possono essere applicati anche nelle relazioni uomo-macchina, come se le macchine fossero esseri viventi. Siamo portati a focalizzare l’attenzione su pc e smartphone, e social come Facebook, il cui intento persuasivo risiede nell’intenzione da parte di chi l’ha progettato di ottenere che gli utenti trascorrano molto tempo connessi al social, mediante la possibilità di interagire con gli altri utenti e pubblicare propri contenuti; ma la tecnologia, in quest’epoca è più pervasiva, rientrano negli oggetti persuasivi anche strumenti che possono diffondersi in maniera meno evidente come gli autovelox, che hanno il compito di persuadere gli automobilisti a rispettare il limite di velocità, oppure gli smartwatches, che rivelano all’utente informazioni sulla propria attività fisica, sulla qualità e durata del sonno, sul funzionamento cardiaco, che come i videogiochi possono ingenerare un’elevata dipendenza; un sistema informatico interattivo riveste il ruolo di strumento, modificando l’atteggiamento o il comportamento dell’utente, grazie alla sua capacità di semplificare attività quotidiane, processi o compiti pressoché impossibili da svolgere per l’essere umano. In tal senso è possibile, dunque, parlare di tecnologia facilitante in grado da un lato di ridurre o eliminare ogni tipo di barriera cognitiva, dall’altro lato di motivare l’utilizzatore a raggiungere più velocemente. Secondo la Captologia le macchine hanno il potere di adattare le proprie azioni persuasive a quelle dell’utente, per esempio si potrebbe spingere un’utente ad impregnarsi su un obiettivo come seguire una dieta oppure un certo allenamento fisico, aiutandandolo nella valutazione di eventuali progressi, e poi rimodellare le proprie azioni persuasive in base alle reazioni dell’utente. Fogg (2005) sostiene che le tecnologie informatiche sono più abili nel persuadere rispetto agli esseri umani perché: Non sono “senzienti”. Non provando sentimenti e non avendo bisogno di mangiare, bere e dormire, possono lavorare incessantemente tutto il giorno per raggiungere un determinato obiettivo, senza scoraggiarsi di fronte ad un eventuale fallimento, sono in grado di gestire, analizzare e memorizzare un’ampia mole di dati, fornendo all’utente informazioni e suggerimenti in poco tempo e al momento giusto, sono onnipresenti. Potendosi trovare potenzialmente in

Perseverare in mancanza di risultati: perché si fa?

Perseverare è un’azione che spesso indica costanza e impegno. Tuttavia, a volte, può risultare non utile perseverare. Quante volte è capitato di pensare “faccio sempre lo stesso errore!” e quante volte, nonostante si abbiano chiari gli obiettivi, ci si continua ad impigliare nelle stesse azioni che non producono i risultati sperati? Perché perseveriamo? E cosa comporta farlo? possiamo mettere in atto sempre le stesse azioni perché abbiamo imparato a seguire regole e, questo, ci può far diventare insensibili alle esperienze dirette. Quando il nostro apprendimento si basa su regole (ad esempio: “se studi, diventi bravo”), siamo portati a seguirla a prescindere da ciò che sperimentiamo nella realtà. Qual è il costo? Chi impara a regolare il proprio comportamento attraverso l’esperienza diretta, riesce ad adattarsi più velocemente ai cambiamenti; chi lo fa attraverso regole, avrà più difficoltà ad adeguarsi. La sofferenza psicologica a volte dipende proprio dal processo attraverso cui generiamo regole in cui rimaniamo impigliati. esistono diversi modi di aderire alle regole che possono condurre a perseverare, pur non essendoci i risultati sperati. Alcune regole vengono seguite perché derivano dalla nostra storia di apprendimento. Pensiamo ad esempio che il comportamento di guardare la strada prima di attraversarla deriva da quello che dicevano i nostri genitori e non dalla nostra esperienza diretta. Dunque, in alcuni casi, è un vantaggio tenere in considerazione l’esperienza di un adulto per non incorrere in rischi. Perseverare in mancanza di risultati, quando si segue una regola, può tuttavia mantenere comportamenti evitanti e causare insensibilità al contesto circostante. Pensiamo ai casi in cui tendiamo a ricadere negli stessi comportamenti, anche se l’esperienza ci mostra che probabilmente dovremmo modificare qualcosa. Se penso che “devo essere una persona di successo per essere accettato”, metterò in luce solo i comportamenti che seguono quella regola. Se fallisco, penserò di non valere nulla, senza dare attenzione ad altri elementi presenti nel mio contesto di vita. Qui, spesso, si nasconde il nucleo di comportamenti psicopatologici. Cosa vuol dire? Vuol dire che non siamo più attenti a cogliere gli aspetti della realtà che ci circonda, ma siamo legati ad una regola che ci immobilizza in un circolo vizioso e in abitudini malsane.

PERFORMANCE MANAGEMENT

Performance Management

Il tema della valutazione delle performance è proprio di tutte le organizzazioni. Nel tempo si sono susseguite diverse prospettive, ma ad oggi l’approccio maggiormente diffuso, o per lo meno quello a cui si tende, è il Performance Management.  Per tanti anni i responsabili HR si sono concentrati sul concetto di Performance Appraisal, focalizzato principalmente sulla valutazione di un collaboratore. In realtà, questo momento è solamente una piccola parte di un Sistema di Gestione della Prestazione più ampio chiamato Performance Management. Il passaggio tra queste due prospettive deriva dallo sforzo delle organizzazioni di collegare gli obiettivi delle singole persone a una strategia generale che esse stesse implementano al loro interno.  Il Performance Management serve, quindi, ad allineare obiettivi, aspettative, contributi individuali alle strategie organizzative. E’ focalizzato sulla gestione del collaboratore sia al fine portare redditività e rendimento all’azienda sia per indirizzarlo verso lo sviluppo professionale e la realizzazione personale. Può essere descritto come un processo continuativo che accompagna la risorsa in tutto il percorso valutativo.  Adottando tale prospettiva, è importante focalizzarsi sul momento di feedback. Durante tutta la nostra vita, può essere capitato di trovarci in situazioni in cui era richiesto di dare dei riscontri positivi/negativi ad altre persone (amici, colleghi, parenti…). Possiamo tutti concordare nel dire che dare un feedback positivo sia molto più facile rispetto a uno negativo. Anche all’interno delle organizzazioni, i momenti di feedback, soprattutto quelli negativi, sono molto delicati e richiedono un’attenzione particolare. Con l’approccio classico, il feedback era discontinuo, relegato al colloquio annuale finale e forniva una valutazione della prestazione in modo molto semplicistico e riduttivo.  Con il Performance Management, invece, il feedback è costante e quotidiano mirato allo sviluppo delle persone. In primis, bisogna aiutare le persone a comprendere bene il motivo per il quale vengono utilizzati determinati strumenti di valutazione piuttosto che altri. In secondo luogo, il grado di accettazione di una valutazione negativa è tanto più elevato quanto più si riescono a spiegare le motivazioni che sottostanno a essa. Facendo un esempio, se si valuta negativamente una persona perché non sa l’inglese, bisogna spiegarle che non è la risorsa più adatta a ricoprire quel determinato ruolo in quanto l’organizzazione vuole espandersi in mercati stranieri.  Inoltre, un feedback negativo viene tanto più accettato quanto più si garantisce equità e quanto più si ancora la valutazione alla strategia che l’organizzazione vuole mettere in atto. La percezione dei dipendenti del modo di valutare, infatti, è strettamente collegata alla percezione di equità; la motivazione del lavoratore dipende da quanto percepisce equo il bilanciamento tra cosa offre e cosa riceve da suo lavoro (equità distributiva). Queste valutazioni sono poi confrontate con i colleghi; se un dipendente percepisce che gli altri ottengono di più lavorando meno, nasce una percezione di mancata equità.  Si possono così individuare quattro pilastri del Performance Management: Comunicazione strategica: fa sì che agli individui sia chiaro cosa ci si aspetta da loro e come interpretare il proprio ruolo Relazioni: mette insieme i manager e i collaboratori per monitorare il raggiungimento dei risultati Valutazione: consente di valutare le prestazioni individuali e prendere decisioni sull’assegnazione di incarichi, promozioni e reward Sviluppo: consente di fornire feedback sulla propria prestazione Il processo di gestione della performance è considerato come elemento cardine di altri processi HR, tra cui soprattutto lo sviluppo, il talent management e le politiche retributive.  Concludendo si può dire che in un’ottica di Performance Management, l’organizzazione assume le sembianze di un alveare. La valutazione individuale per discriminare il contributo delle persone non viene eliminata, ma il prodotto finale è di gruppo. Il valore aggiunto dello psicologo consiste nella sue grandi capacità di ascolto, di comunicazione e di negoziazione che consentono di gestire al meglio tale processo.  BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G. & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Terza Edizione, De Agostini Scuola SpA – Novara

Percorso dimagrimento: un processo che porta alla scoperta del vero Se’!

di Carol Pomante Se desideriamo dimagrire dobbiamo rivolgere lo sguardo dentro noi stessi, ascoltare le nostre emozioni e manifestare la nostra vera personalità. Il processo di dimagrimento inizia dalla mente, il nostro corpo riflette ilnostro modo di essere. Per intraprendere questo percorso, oltre a iniziare una corretta dieta alimentare e regolare attività sportiva che sono fondamentali, bisogna modificare lo stile di vita e ricreare un nuovo equilibrio, al fine di ritrovare la nostra vera natura personale. In questo progetto, il dimagrimento deve avvenire gradualmente e di pari passo con una consapevolezza sempre più approfondita di noi stessi. L’obiettivo principale di questo percorso è quello di cercare il nutrimento dai nostri interessi che forse abbiamo messo da parte e dalle attività che svolgiamo durante la giornata che ci piacciono fare e che ci soddisfano, invece che ricercare inconsciamente quella soddisfazione nel cibo, e poi eliminare tutte quelle azioni a cui dedichiamo del tempo che non sono necessarie per la nostra vita e che ci obblighiamo di fare. Inoltre, bisogna eliminare l’ipocrisia verso noi stessi, accettando chi siamo veramente e quello che desideriamo realmente fare nella vita. Dietro le abbuffate c’è qualcosa che non stiamo facendo nella nostra vita che vorremmo fare! La nostra psiche cerca di manifestarsi in ogni momento e ricerca del piacere, che quando viene contrastato cerca una compensazione e in questo caso, il cibo diventa il sostituto del piacere che ci neghiamo nella vita. Il grasso copre le nostre caratteristiche naturali personali, il nostro aspetto fisico e i lineamenti del corpo, nascondendo la nostra vera natura, quindi per iniziare a dimagrire bisogna riscoprire di nuovo sè stessi che il grasso nasconde e domandarsi cosa ci rende felici che non stiamo facendo. Il grasso in eccesso rappresenta una vita non pienamente vissuta, rappresenta le cose inutili a cui stiamo dedicando del tempo, che guidano la nostra vita e che non ci appartengono. Quando iniziamo a essere veramente noi stessi, accettandoci per quello che siamo con i nostri pregi e difetti, accettando il nostro modo di vivere la vita e ad esprimerci senza preoccuparci del giudizio degli altri, allora il cibo inizia a perdere di importanza e sono le attività che svolgiamodurante il giorno affini a quello che sentiamo dentro noi stessi a nutrire la nostra anima e il cibo torna ad essere soltanto un alimento e non un sostituto di qualcos’altro.