Psicologia e Pandemia: la comunicazione digitale al tempo del Covid

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Psicologia e Pandemia: com’è cambiata la comunicazione digitale al tempo del Covid? Il Covid 19 ci ha presi tutti alla sprovvista, cogliendo impreparati soprattutto gli “addetti ai lavori” che si sono dovuti confrontare con un’emergenza di tale portata. La pandemia ci ha costretti a significativi cambiamenti: dall’adozione di misure straordinarie di contenimento e di prevenzione, fino alla gestione della comunicazione istituzionale, specialmente in digitale. Il flusso delle comunicazioni, raramente univoche, è stato caratterizzato da grande caos e incertezza, ciò ha alimentato negli utenti l’insorgere di sentimenti negativi, come paura, ansia, tristezza e impotenza. Il primo fattore rilevante è il cambiamento degli attori coinvolti nel processo comunicativo. Se prima i media tradizionali erano dominati da giornalisti e conduttori, ora nei salotti televisivi così come sui social network, si avvicendano scienziati, medici e virologi, diventati improvvisamente i punti di riferimento al tempo del Covid. Spesso i pareri degli esperti sono discordanti, o magari così paiono a chi non ha strumenti adeguati per comprendere appieno le sfumature del linguaggio scientifico. L’assenza di una fonte di informazione unica, verificata e inconfutabile contribuisce a creare incertezza e preoccupazione. Se pensiamo ad esempio alla comunicazione digitale possiamo osservare come, in mancanza di precise linee guida del Ministero della salute, le singole Regioni si siano attrezzate autonomamente utilizzando il web e i social network come canali ufficiali di informazione. La scelta dell’uso (spesso improprio) per la comunicazione istituzionale di un canale bidirezionale come quello dei social, è particolarmente rischiosa a causa del dibattito che si innesca solitamente sotto ad un post. All’interno delle community si dibatte su quali informazioni siano attendibili e quali no, basandosi su percezioni e convinzioni spesso prive di fondamento. Questo ci porta al problema dell’infodemia: una sovraesposizione alle informazioni, spesso non verificate, che rende difficile orientarsi su un determinato argomento a causa della difficoltà a reperire fonti affidabili.L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto esplicito riferimento al fenomeno dell’infodemia nel suo report sul Covid, evidenziando il rischio di incorrere in fake news. Per sconfiggere queste problematiche occorre lavorare su due fronti: da un lato potenziando la comunicazione istituzionale basandola su principi di trasparenza e autorevolezza; dall’altro educando gli utenti alla ricerca attiva e consapevole di informazioni sicure e attendibili da fonti verificate.

Psicologia dello sharing: perché condividiamo contenuti sui social media?

di Anna Borriello e Francesca Dicé La continua evoluzione dei social n e t w o r k e d e i s e r v i z i d i messaggistica istantanea ha modificato sensibilmente l e caratteristiche delle reti sociali che si sono ultimamente arricchite della dimensione online. Infatti, ad oggi, la rete virtuale, al pari di quella familiare, amicale, di vicinato, di scuola, lavoro e istituzionale (Sanicola, 2009), funge da social support, ovvero da sostegno sociale (Ferrario, 1992). La rete virtuale può rappresentare per noi utenti un sostegno quotidiano naturale perché dispensato da persone che sono collocate nella nostra rete e che sono in grado di fornire supporto e m o t i v o ( r i c e v e r e a s c o l t o , attenzione, affetto), informativo (offerta di consigli e sostegno nella valutazione degli eventi) e affiliativo (sentire di appartenere a un gruppo e di avere la possibilità di trascorrere il tempo libero in attività con altre persone). Ma che cosa intendiamo per “virtuale“? Pierre Lèvy, già nel “lontano“ 1995 definiva il virtuale come la “trasformazione da una modalità dell’essere a un’altra”, ovvero come uno dei possibili modi di essere, contrapponibile non al reale ma a quello attuale. Nel momento in cui entriamo nelle comunità virtuali, infatti, ricostruiamo le nostre identità dall’altra parte dello schermo (Turkle, 1996). Quando parliamo di identità virtuali quindi, ci riferiamo a come una persona rappresenta una parte di sé e si relaziona con gli altri all’interno del mondo di internet, in particolare all’interno delle chat e dei social networks. Ad oggi, risulta sempre più evidente come i social media abbiano cambiato il modo in cui viviamo. Sono ormai diventati pervasivi della nostra r e a l t à quotidiana, l a cosiddetta “vita virtuale”, il luogo in cui le persone ora trascorrono la maggior parte del proprio tempo l i b e r o , n o v e l l e p i a z z e d e l passatempo 2.0. Fateci caso, non appena abbiamo un minuto di pausa dalla frenetica routine del quotidiano ci viene spontaneo accedere ai social network e dare una sbirciata a quel che fanno gli altri, con il pretesto di “vedere” un po’ quel che accade nel mondo. Non importa se siamo a bordo di una metropolitana affollata o in mezzo al traffico cittadino, l’accesso alle app social ci trasferisce automaticamente in un altro mondo: un universo incantato di sorrisi, paesaggi mozzafiato, piatti eccezionali da gran gourmet e felicità a non finire. Un mondo fuori dal mondo nel quale è lecito esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento, e dire “Io penso” anche quando nessuno è in ascolto e nella realtà il pensiero risuona solo nella nostra testa, magari mentre siamo seduti su una banchina in attesa dell’ennesimo treno della giornata. I s o c i a l n e t w o r k h a n n o sicuramente rivoluzionato la comunicazione, ma anche il modo stesso di pensare. Hanno bandito gli attimi di noia: perché nei momenti vuoti, nelle pause, non c’è più tempo di lasciare vagare lo sguardo nel nulla. Si puntano subito gli occhi allo smartphone dove è improvvisamente comparso un like che ci gratifica, oppure ci attende un messaggio o un commento a cui rispondere. Si afferma sempre più questa capacità dei social network di creare una comfort zone, una confortevole bolla virtuale creata a misura d’utente. Siamo davvero così liberi e sorridenti nella vita reale una volta bloccato lo smartphone? Siamo davvero così liberi nelle nostre fil ter bubbles di like, commenti e pagine correlate e suggerite? S e c o n d o i l r e p o r t D i g i t a l 2021 pubblicato da We Are Social in Italia sono oltre 41mila le persone attive ogni giorno sulle piattaforme social, c i r c a i l 6 7 , 9% d e l l a popolazione totale che ogni giorno in media t r a s c o r r e s u i s o c i a l networks 1 or a e 52 minut i condividendo o postando qualcosa (foto, video, tweet, stato) e oltre 6 ore a navigare nel web. Siamo nell’era multimediale, lo smartphone è quasi un’estensione del corpo, soprattutto per i giovani, ma non solo. Ma fermiamoci un attimo a riflettere… Condividere contenuti? Cosa vuol dire oggi condividere qualcosa, postare, fare sharing? Significa dividere-con-altri qualcosa di te, della tua personalità e della tua giornata. “È la mia opinione, e io la condivido – Henri Monnier” “Condivisione” è una parola che nasce da molto lontano e che rimanda etimologicamente all’” avere qualcosa in comune”, allo “scambio consapevole e costruttivo”. La storia e la natura dell’essere umano testimoniano come vi siano e v i siano s t a t i i n fi n i t i t i p i d i condivisione: cibi, idee, lingue, passioni, veicoli, religioni, problemi, scoperte, abitazioni, ideali, giochi, t e r r i t o r i , costumi, tradizioni, comunità, sport e molte altre. Condivisione quindi significa: coinvolgimento, compartecipazione. D o p o t u t t o l ’ i s t i n t o a l l a condivisione non è nuovo nella specie umana, ma esiste dall’inizio dei tempi. Semplicemente, mentre una volta le persone condividevano le proprie esperienze di fronte a un falò o a una tavola imbandita, oggi hanno la possibilità di farlo online e l’accesso alle piattaforme social ha triplicato e velocizzato le modalità di interazione. Oggi, rispetto a qualche decennio fa, p o s s i a m o c o n t a r e s u u n a comunicazione facile e immediata. Abbiamo un maggior numero di contatti – potenzialmente infinito – e un’infinità di contenuti, stimoli, fonti da cui trarre spunto per le nostre “conversazioni” virtuali. Ma non si tratta solo di questo. Fino

PSICOLOGIA DEL VOTO

psicologia del voto

Il prossimo weekend gli italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi su cinque referendum abrogativi, quattro dei quali riguardano il lavoro e uno la cittadinanza. In molti casi, però, la partecipazione al voto non è scontata. Perché alcuni cittadini si sentono coinvolti e altri no?Dietro ogni gesto legato al voto si nascondono meccanismi psicologici profondi. La psicologia del voto ci aiuta a comprendere perché alcuni partecipano con entusiasmo, mentre altri scelgono l’astensione o si lasciano influenzare all’ultimo minuto. Analizziamo insieme i principali fattori che influenzano questo comportamento tanto individuale quanto sociale. Il voto come identità Per molte persone, votare non è solo un atto razionale, ma un modo per esprimere chi si è. Le ricerche in psicologia sociale mostrano che l’identificazione con un gruppo (politico, culturale, territoriale) può rafforzare il desiderio di partecipare. Questo vale anche per chi vota “contro”: esprimere opposizione può rafforzare il senso di sé, specie in tempi di polarizzazione. La psicologia del voto ci ricorda che l’identità personale e collettiva è una forza potente nel determinare le scelte elettorali. Il ruolo dell’emotività Contrariamente alla visione razionale dell’elettore, spesso si vota mossi da emozioni: paura, speranza, rabbia, entusiasmo. Le campagne elettorali sono costruite per suscitare emozioni forti proprio perché la mente umana tende a ricordare e agire più facilmente in base a ciò che sente, piuttosto che a ciò che sa. Questo spiega perché gli slogan emotivi o le narrazioni cariche di pathos abbiano un impatto maggiore di un programma tecnico. L’astensione Non votare non significa necessariamente disinteresse. In alcuni casi è un segnale di protesta, una forma di “silenzio rumoroso”. Per altri, è una scelta dettata da disillusione, stanchezza o sensazione di impotenza. Alcuni studi parlano di cognizione dissonante: quando una persona sente un conflitto tra il proprio senso civico e l’inutilità percepita del voto, può evitare di votare per non dover affrontare quella tensione interna. Influenza sociale e bias cognitivi La pressione sociale gioca un ruolo fondamentale: sapere che amici o familiari voteranno può aumentare la probabilità di recarsi alle urne. Esistono poi numerosi bias cognitivi in gioco: il bias di conferma, che porta a cercare solo informazioni che rafforzano le proprie idee; o l’effetto carrozzone (bandwagon effect), per cui si tende a seguire chi “sembra vincente”. Questi meccanismi rendono la psicologia del voto un terreno affascinante e complesso, spesso lontano da logiche strettamente razionali. Votare – o decidere di non farlo – è un atto che dice molto più di quanto immaginiamo. È il risultato di emozioni, identità, pressioni sociali e percezioni personali. Conoscere la psicologia del voto non solo ci aiuta a comprendere il nostro comportamento, ma ci invita a riflettere su come ci relazioniamo con la società e con noi stessi.

Psicologia del Futuro: la Psicologia nel 2050

Psicologia del Futuro: la psicologia nel 2050 Il mondo sta cambiando a un ritmo incredibile, e con esso anche il nostro modo di comprendere la mente umana. Le scoperte in neuroscienze, biotecnologie, intelligenza artificiale, e psicologia comportamentale stanno rivelando potenzialità straordinarie per il trattamento dei disturbi mentali. Ma come sarà la psicologia nel 2050? Ciò che ho notato, è la tendenza di due strade apparentemente apposte quanto innovative: l’aumento della tecnologia, da un lato, il ritorno al corpo, dall’altro. Psicologia e Intelligenza Artificiale: Terapeuti Virtuali e Assistenza Psicologica L’intelligenza artificiale (AI) è destinata a svolgere un ruolo centrale nel futuro della psicologia. Terapie automatizzate, assistenza psicologica virtuale e diagnosi basate su AI potrebbero diventare realtà quotidiana. I chatbot avanzati e gli assistenti virtuali, alimentati dall’IA, potrebbero essere in grado di fornire supporto psicologico immediato, 24 ore su 24, a chiunque abbia bisogno di un consulto, che si tratti di ansia, stress o solitudine. Questi “terapeuti virtuali” potrebbero essere addestrati a riconoscere emozioni, offrire consulenza e anche monitorare i progressi nel trattamento. Gli algoritmi di IA potrebbero essere in grado di analizzare enormi quantità di dati per identificare segni precoci di disturbi psicologici, come il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) o la schizofrenia, molto prima che i sintomi si manifestino in modo evidente. Inoltre, l’IA potrebbe aiutare a personalizzare i trattamenti psicologici in tempo reale, basandosi sul comportamento e sulle risposte fisiologiche del paziente. Sempre più diffusi sono i visori che permettono di far immergere il paziente in un mondo virtuale che possa far esporre il paziente alle situazioni temute senza uscire dalla stanza del terapeuta, come già ampiamente utilizzati in alcuni trattamenti di stampo cognitivo-comportamentale come l’ERP, per il trattamento dei disturbi d’ansia. Strumentazione simile viene sempre più utilizzata anche in fase diagnostica per la valutazione delle competenze neurocognitive. Psicologia e Salute Integrata: Corpo e Mente come Unità Allo stesso tempo, in futuro, la psicologia si integrerà sempre più con la medicina e altre discipline, come la nutrizione, la genetica e la neuroscienza. La salute mentale non sarà più vista come un’entità separata, ma come parte integrante del benessere generale dell’individuo. Grazie ai dispositivi indossabili, le persone potranno monitorare in tempo reale non solo i loro parametri fisici (come battito cardiaco e pressione sanguigna), ma anche i segnali fisiologici legati alla loro salute mentale (livelli di stress, ansia, qualità del sonno, ecc.). I dati raccolti potrebbero essere analizzati per prevedere e prevenire crisi psicologiche o emotive. I trattamenti psicologici potrebbero essere sempre più orientati verso un approccio integrato che coinvolge la meditazione, la respirazione, la nutrizione, l’attività fisica e l’interazione sociale come metodi complementari per migliorare la salute mentale. La psicoterapia non sarà più solo una questione di “parlare”, ma un processo che coinvolge corpo, mente e spirito. Conclusioni Nel 2050, la psicologia potrebbe sembrare molto diversa da quella che conosciamo oggi. L’integrazione di biotecnologie, IA, neuroscienze e approcci terapeutici innovativi promette di migliorare la qualità della vita e la gestione delle malattie mentali. Tuttavia, questi sviluppi solleveranno anche questioni etiche e filosofiche: come bilanciare il progresso tecnologico con il rispetto per l’autonomia e il benessere psicologico umano? Il futuro della psicologia sarà senza dubbio affascinante, ma anche pieno di sfide, e richiederà una riflessione continua su come utilizzare queste nuove potenzialità per il bene della società.

Psicologia Clinica, Psicoterapia, Riabilitazione neuropsicologica: integrare i saperi per superare il riduzionismo tecnicista

Emanuele del Castello, Psicologo Psicoterapeuta, Specialista in Psicologia Clinica, Didatta Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC). Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Un po’ di storia: la nascita delle professioni psicologiche.  I trenta anni di Neuropsicologia Cinica in Campania, che celebriamo in questa sede, coincidono in gran parte con il trentennio di vita della Professione di Psicologo regolamentata dalla legge 56/89. Come si sa, questa legge era stato il frutto di un faticoso lavoro di mediazione tra interessi diversi. Era chiaro a tutti, infatti, che i nuovi professionisti laureati in Psicologia si sarebbero orientati verso la pratica clinica, sconfinando in un’area, la terapia, fino ad allora di competenza esclusiva della professione medica. Al di là di possibili verosimili interessi corporativi in gioco, diventava necessario tutelare, pertanto, la salute della cittadinanza, creando una chiara distinzione tra l’attività psicoterapeutica e le altre attività che vengono attribuite allo psicologo dalla stessa legge. In qualche modo la psicoterapia veniva individuata come area di pratica professionale comune per medici e psicologi. L’utile compromesso raggiunto con l’art. 3 lasciava allo Psicologo, non specializzato ai sensi dello stesso articolo, un’ampia gamma di attività professionali che se, da una parte, avevano lo scopo di estendere le competenze dello Psicologo ai più svariati settori della convivenza umana con attività come diagnosi, prevenzione, a b i l i t a z i o n e e r i a b i l i t a z i o n e che restavano idealmente ancorate all’ambito sanitario, dall’altra, attività come sostegno, ricerca, insegnamento non apparivano sufficienti a lasciare immaginare una professione psicologica non clinica. A quei tempi, una distinzione sommaria tra le attività dello Psicologo sembrò sufficiente, soprattutto perché la vocazione “clinica” dei giovani psicologi italiani li spingeva, spesso immediatamente dopo la laurea, ad iscriversi ad una s c u o l a d i P s i c o t e r a p i a p e r compensare la scarsa capacità professionalizzante delle Facoltà di Psicologia. Naturalmente, a questa scelta contribuì anche la norma per cui gli Psicologi, così come tutti gli altri professionisti Sanitari, possono accedere ai concorsi nella Sanità p u b b l i c a s o l o c o n l a S p e c i a l i z z a z i o n e . L a specializzazione in Psicoterapia, in carenza di altre specializzazioni in ambito psicologico, consentiva questa possibilità; pertanto, una formazione di questo tipo, nelle sue svariate declinazioni originate dai modelli teorici esistenti nel campo, diventava un valido sostituto per una formazione in Psicologia Clinica che potesse fornire ai professionisti impegnati nei vari ambiti della tutela della salute, nel Sistema Sanitario Nazionale come nell’ambito privato, l e competenze professionali teoriche, ma soprattutto pratiche, necessarie a garantire la tutela della salute delle persone. Il caso della Neuropsicologia Clinica.  La neuropsicologia clinica s e m b r a v a e s s e r e s f u g g i t a completamente all’attenzione del legislatore della 56/89. In teoria, il riferimento ad “abilitazione e riabilitazione” presente nell’art. 1 avrebbe potuto risolvere la questione collocando una disciplina così complessa chiaramente sanitaria, e forse ancor più ancorata alla pratica medica, fuori dell’area terapeutica. Non tutti, però, si sono accorti del pericolo di questa operazione; molti, anzi, hanno visto nella introduzione d e g l i i n s e g n a m e n t i d i neuropsicologia nelle facoltà di Psicologia, la possibilità di rendere autonoma la disciplina rispetto alla Neurologia, aprendo, allo stesso tempo, la possibilità di nuovi spazi occupazionali per i giovani psicologi. Questa aspirazione sembrava ancora più concreta con la riforma dell’Università che ha introdotto il cosiddetto 3+2 nel percorso universitario. Più che in altri settori, il Dottore in Tecniche Psicologiche (in ambito Neuropsicologico) sembrava aprire nuove prospettive lavorative; il problema così diventava: se esistono psicologi cosiddetti “junior” o anche “senior ” addet t i al la riabilitazione neuropsicologica, chi s a r à l o s p e c i a l i s t a che ne programmerà, supervisionerà e verificherà l’applicazione delle tecniche in cui è formato? All’interno del Sistema Sanitario la risposta risultava automatica e cioè che la direzione del processo terapeutico-riabilitativo spettasse al Medico specialista in Neurologia e non a uno Psicologo Clinico. Tuttavia, al di là degli evidenti conflitti di interesse corporativi, la conseguenza non può non essere che la riduzione del processo r i a b i l i t a t i v o i n a m b i t o neuropsicologico a procedura tecnica, paragonabile ad analoghe procedure in ambito ortopedico o urologico, scevra da un progetto terapeutico-riabilitativo che tenesse conto del ruolo fondamentale di funzioni quali la memoria, i l linguaggio ed altre che costituiscono aspetti importanti dell’identità e della vita relazionale di una persona. Tale consapevolezza, per fortuna, sembra cresciuta negli ultimi d e c e n n i . Lo s v i l u p p o d e l l e neuroscienze ha portato, infatti, a un superamento del vecchio dualismo cartesiano di corpo e mente e ormai prevale un’idea di funzionamento psicologico in cui mente e cervello sono strettamente integrati. Inoltre, l’esperienza clinica in ambito riabilitativo ha messo in evidenza la stretta connessione tra recupero delle funzioni cognitive danneggiate e sistema motivazionale del paziente (Del Castello e Lepore, 2002). Lo spazio della Psicologia Clinica.  La definizione della Psicologia come professione sanitaria ha aperto una nuova questione: e cioè quella di delineare il campo della Psicologia C l i n i c a e , d i conseguenza, p r o g e t t a r e i p e r c o r s i d e l l a formazione di uno Psicologo Clinico nei vari settori di applicazione. Se facciamo riferimento alla definizione della Divisione di Psicologia Clinica (Divisione 12) dell’American Psychological Association (APA) leggiamo che: “Il campo della psicologia clinica integra

PSICOLOGIA CLINICA E ROMANZO GIALLO

di Lia Corrieri “Lo studio dei caratteri mi interessa enormemente” replicò serio il mio amico. “Non ci si può occupare del crimine senza tener conto della psicologia. Non è tanto il delitto in sé stesso che interessa, quanto ciò che si nasconde dietro. Mi segue, Hastings?” Agatha Christie, Se morisse mio marito, 1933 Offrire una definizione univoca di “romanzo giallo” non è un’impresa semplice, vista anche la varietà di etichette con le quali ci si riferisce spesso a questo genere di produzioni editoriali, come, ad esempio, le anglosassoni mistery fiction, crime fiction, detective fiction, oppure il “romanzo poliziesco” o il “romanzo giallo”; o, ancora, l’espressione francese “noir”, che attualmente indica un ulteriore tipologia letteraria, sempre più autonoma rispetto al “giallo” originario. Si tratta di nomi derivanti dal colore delle copertine con le quali gli editori, rispettivamente il “giallo Mondadori” in Italia e il nero di Gallimard in Francia, pubblicavano tali prodotti e che, mediante un processo di “volgarizzazione del marchio”, sono giunti ad indicare un insieme variegato di narrazioni con alcuni elementi comuni tra loro (Carta, 2019). Il dibattito, lungi dall’essere risolto, viene ulteriormente complicato dal fatto che, sovente, ci si riferisce a questo t i p o d i p u b b l i c a z i o n i indicandole come “storie di genere”, espressione che, a volte, comporta un’accezione negativa, come se i romanzi ed i racconti di genere fossero unicamente meri prodotti di consumo di basso livello culturale e, in quanto tali, necessariamente di seconda categoria rispetto ai classici della letteratura (Carta, 2019). In linea con Lucchiari (2017) nel presente contributo si utilizzerà il termine “romanzo giallo”, conservando così l’origine storica del genere letterario in Italia. Gli studiosi di letteratura solitamente fanno risalire la nascita del romanzo giallo al 1841, anno di pubblicazione del racconto I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe. L’opera di Poe ha avuto il merito di differenziarsi dai racconti del mistero fino a quel momento pubblicati in quanto capace di focalizzarsi sul pensiero analitico (o logico-scientifico) grazie al quale il protagonista, Auguste Dupin, risolve l’enigma al centro della storia (Sova, 2001; Carta, 2019). Nella seconda metà del XIX secolo si assistette non solo allo sviluppo del romanzo giallo ma anche alla nascita e la diffusione della psicologia e della psicoanalisi, le cui idee e scoperte sono spesso riflesse nelle arti e nella letteratura dell’epoca (Mecacci, 2008; Najar & Salehi Vaziri, 2021). E’ interessante notare come i d u e a m b i t i , q u e l l o dell’indagine psicologica e quello del nuovo genere letterario, condividano non solo il periodo storico in cui hanno iniziato a diffondersi ma a n c h e a l c u n i c o n c e t t i d’interesse comune, come il pensiero analitico/logico-s c i e n t i fi c o adottato dal detective per risolvere un enigma o le motivazioni e le pulsioni inconsce che possono spingere una persona a commettere un crimine (Yang, 2010; Konnikova, 2013). Il rapporto tra psicologia e letteratura gialla, infatti, sembra essersi sviluppato già a fine ‘800 e nelle prime d e c a d i d e l ‘ 9 0 0 , c ome testimoniato dal lavoro di Marie Bonaparte che negli anni ’30 del XX secolo dedicò u n ’ i n t e r a o p e r a a l l a produzione letteraria di Edgard Allan Poe. Nel suo lavoro Bonaparte i n t e r p r e t a , i n u n ’ o t t i c a psicoanalitica, molti dei testi dell’Autore americano, tra i quali proprio I delitti della Rue Morgue, evidenziando la presenza, all’interno della storia, di un parallelismo tra l ’ a g g r e s s i v i t à a g i t a dall’assassino e la sessualità (Bonaparte & Freud, 1976; Yang, 2010; Finzi, 2017). P e r a l t r o l ’ a m b i z i o n e dell’analista laica, in analisi con Freud dall’età di 45 anni, era proprio di redigere la psicobiografia dello scrittore (1933). Il fascino sperimentato dall’originale e creativa allieva di Freud soprattutto per le storie gotiche di Poe, con il ritorno alla vita di persone morte e le svolte inquietanti e inattese degli eventi, può e s s e r e r i c o n d o t t o a l l a somiglianza delle loro prime esperienze di vita traumatiche. Bonaparte infatti aveva perso sua madre un mese dopo la sua nascita, e il padre di Poe abbandonò la famiglia quando Edgar aveva due anni e sua madre morì di tubercolosi quando lui ne aveva tre. Bonaparte perciò condivideva indirettamente la perdita di Poe e le fantasie del ritorno del genitore defunto nelle sue storie: ella era sensibile ed empatica nei confronti del mondo interiore di Poe perché il suo mondo interiore era simile (Warner, 1991). Nel corso delle ultime decadi dell’Ottocento il romanzo giallo si sviluppò ulteriormente grazie al lavoro di diversi Autori, tra i quali Wilkie Collins e, soprattutto, di Sir Arthur Conan Doyle, che ambientò nella Gran Bretagna vittoriana l e a v v e n t u r e d e l s u o personaggio più famoso, il detective Sherlock Holmes (Scaggs, 2005). Secondo Yang (2010) non solo Sigmund Freud s i interessò ai racconti del famoso detective inglese ma è p o s s i b i l e a d d i r i t t u r a individuare dei parallelismi tra i casi di Holmes ed i resoconti c l i n i c i d e l padre d e l l a psicoanalisi. Alcune analogie, infatti, si riscontrano già nei titoli delle loro opere, basti pensare ad esempio al racconto “Un caso d’identità” (A case of identity), raccolto nell’opera dell’Autore “Le Avventure di Sherlock Holmes” (Adventures of Sherlock Holmes,

Psico-Design: dimmi come arredi e ti dirò chi sei.

“Casa” è il luogo che dovrebbe rappresentare sicurezza e tranquillità. Come può contribuire lo psicologo attraverso lo psico-design? Spesso, nell’immaginario collettivo, il ruolo dello psicologo è rilegato allo studio in cui incontra i propri pazienti. In realtà, la professione psicologica si intreccia e interconnette spesso con molteplici discipline che a volte appaiono distanti tra loro. Un buon incontro, ad esempio, è avvenuto tra il mondo della psicologia e quello dell’arte con la nascita dello psico-design Un professionista che si occupa di questo, non aiuta semplicemente ad arredare, ma facilita il modo di abitare quello spazio generando effetti positivi sul benessere psico-fisico del cliente. La casa non rappresenta solo la somma del numero di stanze da cui è composta, ma è strettamente connessa alle persone che la abitano e alle relazioni che intercorrono tra loro e con il mondo esterno. Non sono solo gli individui a dare energia ai luoghi domestici. Estrema importanza è data anche agli oggetti scelti per l’arredamento, alla modalità di posizionarli nello spazio e al ruolo che rivestono nelle relazioni tra i conviventi. Ulteriore fonte di energia è fornita dai colori che possiedono peculiari caratteristiche. Ad esempio nell’alfabeto psicologico il rosso rappresenta vitalità e calore; l’arancione la piena consapevolezza di sé; il giallo la libertà e l’autonomia; il verde l’equilibrio e la stabilità… Oltre a queste peculiari e curiose dritte generali, in realtà la personalizzazione del proprio spazio parte sempre dalla propria storia. Dai legami che si hanno con gli oggetti e dalla loro storia. Dalle emozione che suscitano quei determinati colori. All’interno di una casa possono vivere una o più persone, in ogni caso c’è sempre bisogno di ricavare uno spazio proprio, riservato, che ci permetta di proteggere la nostra privacy dagli altri coinquilini abituali o da eventuali ospiti. Solitamente è lo spazio in cui ci si dedica alle proprie passioni: una stanza per dipingere, un angolo lettura, la camera della musica, un piccolo ambiente che permetta di stare all’aperto o a contatto con la natura. Questo elemento all’interno delle nostre case è definito spazio-bolla e rappresenta un po’ l’ombelico da cui prende vita il resto. Lo Psico-design non riguarda solo le abitazioni private. Un’importante e necessario contributo di questa disciplina si ritrova anche nei luoghi pubblici o all’interno dei contesti lavorativi. Costruire un luogo partendo dalle esigenze di chi lo abiterà, è uno dei punti cardine di questo approccio. Ogni individuo, soprattutto sul luogo di lavoro, dovrebbe sentirsi comodo e al sicuro. Ogni contesto aziendale dovrebbe rispettare le specificità della comunità che lo vive, creando spazi inclusivi che rispondano alle svariate esigenze lavorative e personali. Anche i luoghi pubblici e il modo in cui sono organizzati, spesso sono lo specchio dei valori culturali di chi li abita e a loro volta indirizzano e condizionano le relazioni all’interno della collettività. Quindi, non solo i singoli individui ma tutti i contesti di vita delle persone dovrebbero nutrirsi di questo contributo fornito dalla psicologia dell’abitare.

PRODOTTI FREE FROM E IL LORO CONSUMO

prodotti free from

Al giorno d’oggi, il consumatore è sempre più alla ricerca dei cosiddetti prodotti free from. Egli, infatti, ha sviluppato un’avversione nei confronti di alcune componenti che fino a poco tempo fa venivano usate senza alcuna preoccupazione.   I prodotti free from sono quelli che presentano sul packaging o sulle etichette scritte come “senza olio di palma”, “senza conservanti”, “pochi zuccheri” e così via. L’Osservatorio Immagino Nielsen ha riportato che più di 10.000 prodotti alimentari riportano sulle loro confezioni una scritta che sottolinea l’assenza o la bassa presenza di un determinato ingrediente.  Queste tendenze non riguardano solamente il mondo dei prodotti alimentari, ma quelli dell’igiene e della cura della persona dove si trovano claim come “senza coloranti”, “senza alcool”, “senza profumo” … Gli addetti al marketing si sono adattati a questa nuova tendenza inserendo i claim “senza”, “zero”, e “no” nella parte anteriore o superiore del packaging in modo tale che siano più visibili agli occhi dei consumatori.  Ma perchè il consumatore odierno è più attratto dai prodotti free from? Per esplorare i meccanismi dietro a queste decisioni, bisogna partire dalla crisi economica del 2008. Essa, infatti, ha avuto un forte impatto psicologico sui consumatori in quanto ha richiesto loro un cambio di prospettiva.  Se con la Rivoluzione Industriale si era affermata l’idea di una crescita continua, con la crisi economica il consumatore si trova di fronte a una messa in discussione di queste convinzioni in quanto inizia a interfacciarsi con l’idea del limite e con il tema dell’ecologia. A partire da questo presupposto, alcuni studiosi hanno individuato 3 fattori che possono essere alla base della diffusione dei prodotti free from: 1. Riaffermazione di antichi valori (come l’avversione allo spreco, il risparmio, la moderazione nei consumi…) Si diffonde, infatti, uno stile di vita improntato al fare a meno di tutto ciò che è superfluo. 2. Diffusione dei consumi green Questa nuova tendenza porta un’attenzione estrema alla qualità del prodotto che deve essere il più possibile naturale e rispettoso dell’ambiente. Questa tendenza giustifica l’avversione nei confronti di quelle componenti considerate pericolose per l’ambiente e per la salute delle persone.  3. Meccanismi di difesa messi in atto dal consumatore a seguito della crisi come la scissione. La scissione è un processo psicologico tipico dello sviluppo del neonato in relazione al primo oggetto d’amore (il seno della madre). Esso assume una duplice connotazione: diventa un oggetto buono quando lo nutre; mentre nei momenti di assenza si trasforma in oggetto cattivo. Allo stesso modo, il consumatore ricerca nei prodotti quelle caratteristiche che lo gratificano e respinge ed evita quelle che considera frustranti e dannose.  In conclusione, possiamo dire che la crisi economica ha avuto degli effetti pragmatici sui comportamenti dei consumatori e sull’acquisto di prodotti free from. L’enfasi sul “non contiene un determinato ingrediente” evoca e rafforza l’idea che quel determinato ingrediente sia cattivo. Dunque, non contenendolo più il prodotto si qualifica di per sé come buono.  BIBLIOGRAFIA Klein, M. (1946). Notes on some schizoid mechanism. The International Journal of psycho-analysis, 27, 99 Lozza, E., & Fusari, G. (2019). Psicologia del senza. Nuovi modelli di consumo, nuovi consumatori e prodotti “senza”. Cinisello Balsamo: Edizioni San Paolo srl

Procrastinazione: perchè preferiamo il “poi”

La procrastinazione è un fenomeno che quasi tutti hanno sperimentato almeno una volta nella vita. È quel comportamento che ci porta a rimandare attività importanti a favore di compiti meno urgenti o più piacevoli. Sebbene possa sembrare un atteggiamento innocuo, la procrastinazione può avere conseguenze significative sul benessere personale, sulla produttività e sulle relazioni interpersonali. Possibili cause della procrastinazione Prima di tutto, è importante capire che la procrastinazione non è semplicemente il risultato della pigrizia o della mancanza di forza di volontà. Infatti, le sue radici sono spesso molto più complesse e possono includere fattori psicologici, emotivi e comportamentali. In primo luogo, la paura del fallimento è una delle cause principali della procrastinazione. Le persone, in altre parole, rimandano i compiti perché temono di non essere all’altezza e preferiscono evitare l’ansia associata al possibile fallimento. Il perfezionismo, in secondo luogo, gioca un ruolo significativo. I perfezionisti spesso procrastinano perché temono di non riuscire a realizzare il compito alla perfezione, paralizzandosi di fronte alla necessità di fare tutto in modo impeccabile. Inoltre, la mancanza di motivazione può portare alla procrastinazione. Quando un compito non è percepito come interessante o significativo, la motivazione cala drasticamente, inducendo a rimandare. Allo stesso modo, il sovraccarico di lavoro può contribuire alla procrastinazione. Di fronte a una quantità eccessiva di lavoro, ci si può sentire sopraffatti e non sapere da dove iniziare, il che porta a rimandare tutto. Infine, la bassa autostima può indurre alla procrastinazione. Le persone con bassa autostima dubitano delle proprie capacità di completare un compito con successo e, di conseguenza, tendono a rimandarlo. Gli effetti della procrastinazione La procrastinazione può avere numerosi effetti negativi che vanno oltre il semplice ritardo nel completamento delle attività. Alcuni esempi: Stress e ansia: rimandare continuamente i compiti può portare a un aumento dello stress e dell’ansia, soprattutto quando le scadenze si avvicinano; Ridotta produttività: la procrastinazione cronica può influire negativamente sulla produttività complessiva, rendendo difficile completare progetti importanti; Problemi relazionali: la procrastinazione può causare tensioni nelle relazioni, sia sul lavoro che nella vita personale, poiché gli altri possono percepire questo comportamento come mancanza di rispetto o impegno; Impatto sul benessere: l’ansia e lo stress associati alla procrastinazione possono avere un impatto negativo sul benessere fisico e mentale, contribuendo a problemi di salute come l’insonnia, la depressione e l’aumento della pressione sanguigna. Strategie per superare la procrastinazione Fortunatamente, ci sono diverse strategie che possono aiutare a combattere la procrastinazione e a migliorare la produttività e il benessere generale. Alcune strategie possono essere: Suddividere i compiti: spezzare i compiti più grandi in piccole attività gestibili può rendere il lavoro meno intimidatorio e più affrontabile. Questo approccio può aiutare a costruire un senso di progresso e realizzazione; Stabilire obiettivi chiari e specifici: avere obiettivi chiari e raggiungibili può aumentare la motivazione e fornire una direzione. Gli obiettivi SMART (Specifici, Misurabili, Achievable, Rilevanti e Temporalmente definiti) sono particolarmente efficaci; Creare un piano di lavoro: pianificare in anticipo e creare un programma dettagliato può aiutare a mantenere il focus e a evitare di rimandare i compiti. Questo può includere la definizione di scadenze intermedie e la concessione di piccole ricompense per il completamento delle attività; Ridurre le distrazioni: identificare e minimizzare le distrazioni è fondamentale per mantenere la concentrazione. Questo può includere la gestione del tempo sui social media, la creazione di un ambiente di lavoro privo di distrazioni e l’uso di tecniche che prevedono periodi di lavoro concentrato seguiti da brevi pause; Cercare supporto: Parlare delle proprie difficoltà con amici, familiari o un professionista può fornire il supporto necessario per affrontare la procrastinazione. A volte, semplicemente condividere i propri obiettivi con qualcun altro può aumentare la responsabilità e la motivazione. Conclusione La procrastinazione è un comportamento complesso che può avere un impatto significativo sulla vita quotidiana. Comprendere le cause sottostanti e sviluppare strategie efficaci per affrontarla è essenziale per migliorare la produttività e il benessere generale. Con un approccio consapevole e proattivo, è possibile superare la procrastinazione e raggiungere i propri obiettivi con successo.

PREVENIRE IL TRAUMA DEL FALLIMENTO ADOTTIVO

di Sara Di Nunzio Il termine post-adozione designa il periodo che ha inizio con l’arrivo del bambino nella sua nuova famiglia e individua una serie di interventi finalizzati a garantire la buona integrazione del minore all’interno del nucleo familiare e del contesto sociale.  La necessità di creare una rete di servizi che accompagnino le famiglie oltre il primo anno dall’ingresso del minore adottato è una richiesta pressante in quanto il servizio di post-adozione va indubbiamente potenziato, anzi in molti casi soprattutto in Italia va proprio creato. Secondo una recente ricerca del professor Jesùs Palacios, professore dell’Università di Siviglia, in Spagna, le famiglie che si trovano a fare i conti con un’adozione complessa e che vivono un momento di crisi non sempre chiedono aiuto, nonostante la presenza di servizi di post adozione gratuiti e specializzati, composti da équipe di psicologi e neuropsichiatri. Infatti secondo questa ricerca per Rosa Rosnati docente di psicologia dell’adozione e dell’affido presso l’Università Cattolica di Milano, i dati confermano la necessità di un cambiamento di prospettiva culturale: l’adozione non è esclusivamente un canale per avere un figlio, ma ha in sé una intrinseca dimensione sociale​. Se i genitori hanno fin dall’inizio questa prospettiva, saranno più predisposti a chiedere aiuto: adottare non è un’impresa che può essere condotta in solitaria. Fin dal momento della valutazione delle coppie è importante tenere conto della loro disponibilità a confrontarsi con altri, a mettersi in rete, aiutarli non solo a maturare le competenze genitoriale ma anche ad acquisire delle competenze genitoriali terapeutiche per consentire ai bambini di recuperare dopo le esperienze traumatiche che hanno vissuto. L’indagine del professor Palacios si riferisce agli anni 2003-2012, analizzando soprattutto i fallimenti adottivi che hanno riguardato l’1,32% delle adozioni, numeri molto inferiori rispetto a quel 3% di cui si parla generalmente in Italia. Attraverso questa ricerca il professor Palacios ha evidenziato dei fattori di rischio determinanti, Il 94% dei fallimenti riguardano bambini che sono stati inseriti in famiglia quando avevano più di due anni, ma contrariamente a quanto si pensa, il rischio non aumenta con l’aumentare dell’età e un bambino adottato da grande non è un bambino molto più a rischio. Un altro fattore di rischio è l’adozione di fratelli: il 40% dei fallimenti adottivi coinvolge adozioni di fratelli. in poco più della metà dei casi il fallimento riguarda tutti i fratelli, mentre quando ad essere allontanato è solo uno dei figli, nel 70% dei casi si tratta del figlio maggiore. Dal punto di vista dei professionisti, è stato sottolineato come si tenda a proporre servizi di consulenza e si facciano invece pochi interventi per sviluppare l’attaccamento. Esplorando il panorama giuridico  La Spagna in particolare ha da poco cambiato la sua normativa di riferimento, ponendo un limite di due anni ai tentativi di recupero delle capacità genitoriali delle famiglie di origine e proibendo l’istituzionalizzazione per i minori sotto i 3 anni. Esplorando brevemente il panorama giuridico italiano, è indubbio poter confermare che la svolta decisiva, riguardo la tutela dei diritti dei minori adottati, si è concretizzata negli anni ’60, quando con la riforma del diritto di famiglia il minore venne riconosciuto titolare di diritti fondamentali che devono essere tutelati. Già la nostra Costituzione del 1948, con gli artt. 30 e 31, aveva sancito l’impegno dello Stato italiano nel sostegno della famiglia attraverso l’erogazione di servizi per sostenerla nell’adempimento dei suoi doveri. Nell’ordinamento italiano l’adozione dei minori in stato di abbandono è considerata legittimante, dunque irrevocabile: una volta emessa, la sentenza di adozione non può più essere rimossa e pari trattamento è assicurato ai minori stranieri in stato di abbandono, secondo la normativa prevista per l’adozione internazionale. Secondo la concezione più moderna dell’adozione, il rapporto adottivo è assimilato infatti al rapporto di filiazione legittima e la nuova famiglia adottiva sostituisce la famiglia d’origine con acquisto del cognome dell’adottante, redazione di un nuovo atto di nascita e acquisto della cittadinanza da parte del minore straniero. Come qualsiasi altro rapporto giuridico di filiazione, anche il rapporto nato da un’adozione legittimante potrà essere interrotto in caso di inadeguatezza genitoriale: il minore allontanato dalla famiglia adottiva dopo la pronuncia di adozione, considerato ormai figlio legittimo, sarà come tale allontanato, collocato in una struttura o sottoposto ad affidamento ed eventualmente nuovamente dichiarato adottabile. La restituzione del minore Il fallimento adottivo è un fenomeno le cui conseguenze negative ricadono non solo sul bambino stesso e sulla sua famiglia adottiva ma sul complesso di servizi chiamati ad interessarsi al percorso di un’adozione internazionale.  La ricerca sul fenomeno della restituzione di minori adottati provenienti da Paesi stranieri ha preso in considerazione i minori transitati o presenti nelle diverse strutture residenziali di accoglienza. Dai dati si evince che la maggiore percentuale di minori viene inserita nelle “comunità di accoglienza” e in secondo luogo in “comunità familiare”. Molto residuale, invece, la presenza di minori accolti in “gruppi appartamento”, mentre soprattutto in alcune zone ancora si ricorre al ricovero in istituti di tipo tradizionale. Per comprendere le ragioni che hanno determinato l’inserimento in ciascuna specifica struttura, emerge chiaramente come la scelta della struttura residenziale non segua sempre criteri basati sui bisogni del minore ma, piuttosto, molto più frequentemente il principio dell’immediata disponibilità all’accoglienza e dei costi non troppo elevati. L’allontanamento dal nucleo familiare avviene spesso nella delicata fase della transizione adolescenziale, a seguito di momenti di accesa esasperazione delle relazioni genitore-figlio adottivo, tanto da essere inizialmente attuato come intervento di emergenza. Solo in misura residuale l’allontanamento risulta frutto di una valutazione approfondita e articolata della situazione familiare dalla quale scaturisca un progetto di intervento costruito e programmato a medio-lungo termine. Per questo il sostegno degli operatori nel post-adozione è fondamentale. Secondo Rosa Rosnati, gli operatori non hanno il compito di valutare le capacità e mancanze della coppia, bensì di individuare le risorse presenti in ciascuno dei coniugi, nella coppia, nella famiglia e nel contesto sociale, pertanto l’obiettivo sarebbe quello di creare reti sociali che possano sostenere la famiglia adottiva. Fonti: Vadilonga F., Curare l’adozione. Modelli di sostegno e presa in carico della crisi adottiva. Milano: Raffaello Cortina, 2010. Andolfi M., Chistolini