Polivet lancia la campagna #loveyourvet. Burnout, i veterinari una della categorie più a rischio

Maggio, mese della salute mentale. Polivet lancia la campagna #loveyourvet Burnout, i veterinari una della categorie più a rischio Almeno la metà dei veterinari vede la sua salute mentale in pericolo. In cima ai fattori di stress il rapporto con i proprietari Roma, 25 maggio- Amiamo gli animali: ma chi ama i veterinari? Si occupano con passione e dedizione dei nostri animali domestici. Ci aspettiamo che siano reperibili, disponibili e infaticabili. Eppure il loro lavoro spesso manca di riconoscimenti, e diventa fonte di uno stress a volte ingestibile. I veterinari sono una delle categorie lavorative a più alto rischio di burnout ed episodi di autolesionismo. Un dato indagato in questi ultimi anni da varie ricerche negli Stati Uniti, in Germania, in Belgio e in Australia. Molto meno in Italia, dove la letteratura scientifica si occupa da tempo di indagare lo stress e il burnout nelle professioni sanitarie, ma non si può dire altrettanto per la professione del medico veterinario.Eppure qualcosa si è mosso, negli ultimi anni, anche se i risultati raramente hanno raggiunto il grande pubblico. In occasione del mese della salute mentale, l’ospedale veterinario Polivet di Roma ha somministrato un questionario online anonimo ai medici veterinari che ruotano intorno alla struttura (collaboratori diretti e medici che hanno aderito ai corsi di formazione, con un campione che va a coprire la totalità delle regioni italiane). “Il veterinario, a differenza delle altre professioni sanitarie, vive un dualismo complicato: da un lato il rapporto medico ed emotivo con il paziente, dall’altro quello con il proprietario dell’animale” spiega il direttore sanitario Polivet Simone Rota. “Con la nostra indagine abbiamo voluto mettere in risalto proprio questo aspetto, che è una delle maggiori fonti di disagio per i colleghi”. Una prima indagine, condotta nel 2013 da Alessandro Schianchi*, ha ipotizzato che circa il 25% dei veterinari si trovi in una condizione di elevato stress. Una seconda indagine del 2015** ha portato al primo posto tra i fattori di stress i rapporti conflittuali con proprietari difficili e lo scarso riconoscimento economico e professionale. Un dato che trova conferma nelle testimonianze anonime raccolte tramite il questionario Polivet. “La nostra professione è molto difficile. I proprietari degli animali pretendono troppo in termini di dedizione al loro animale. Manca il rispetto per la nostra professione. Con la scusa che abbiamo molta passione per gli animali tutto è dovuto. Dovremmo porre dei limiti come per i medici. Limiti sugli orari e sulle pretese assurde da parte di proprietari che perdono il senso della misura e pretendono da noi tantissimo” è lo sfogo di un titolare di ambulatorio di una grande città lombarda. Gli fa eco una collega dipendente di una clinica veterinaria “Serve sensibilizzare le persone sul fatto che non siamo dei, e che quindi non tutto ci è possibile” A rendere più complessa la situazione, continua il dottor Rota “è il fatto che molto spesso le cure veterinarie non vengono viste in ottica di prevenzione, ma come ultima spiaggia. Arrivano spesso animali già molto compromessi e si pretendono miracoli. Per questo una buona fetta del nostro lavoro come clinica si basa sulla sensibilizzazione nella prevenzione”. Un ulteriore studio del 2020*** ha messo in risalto come siano soprattutto le donne a soffrire di stress collegato alla professione veterinaria, con un mix di carico emotivo e lavorativo, e il mancato riconoscimento anche sociale del doversi rapportare quotidianamente con il dolore, la morte e la gestione del lutto. Degli intervistati tramite il questionario Polivet, 1 su 4 ha avuto pensieri autolesionisti o suicidi, quasi la metà conosce colleghi che si sono trovati in situazioni di burnout estremo. La maggior parte sono donne. “In  passato ho sofferto 2-3 volte di burnout, mi sono dovuta affidare a degli psichiatri e da 10 anni sto affrontando un percorso di psicoterapia”, racconta una veterinaria marchigiana, e come lei altre colleghe dichiarano di aver dovuto chiedere aiuto: “Lavoravo in una clinica veterinaria con un turno di notte fisso a settimana e una domenica al mese: ho rischiato il burnout. Non mi sentivo adeguata al lavoro, cominciavo a detestare clienti e pazienti, pensavo di dover cambiare lavoro” scrive una veterinaria dal Veneto, e una collega dalla Lombardia denuncia “Sono in terapia psicologica da 4 mesi per over stress, ansia e sbalzi d’umore. Sempre più clienti ci attaccano malamente accusandoci di voler solo “spillare soldi” vogliono tutto e subito con la salvezza del loro pet benché si dica che la prognosi è riservata, minacce e parolacce oltre a recensioni negative non veritiere sono quasi all’ordine del giorno”. Una soluzione facile non è a portata di mano, ma si può fare molto, specialmente nel migliorare il rapporto e la comunicazione tra medici veterinari e proprietari, facendo cadere il tabù della salute mentale anche tra colleghi. Come riassume una collega veneta: “Parlare di questi problemi. Far capire che siamo tutti, chi più chi meno, sulla stessa barca. Far capire ai titolari di cliniche e ambulatori e ai clienti che il nostro è un lavoro, non una missione, e abbiamo diritto a vivere e a mantenere i nostri spazi”. *A. Schianchi, A. Pelosi, “La dimensione del benessere nella categoria professionale dei medici veterinari”, 2013 **A. Schianchi, A. Pelosi, “Stress, burnout e strategie di coping nei veterinari italiani”, 2015 ***A.Musetti, A.Schianchi et al” Exposure to animal suffering, adult attachment styles, and professional quality of life in a sample of Italian veterinarians” Gli specialisti Polivet sono a disposizione per commenti e interviste su tutto quello che riguarda il mondo degli animali domestici Per informazioni Flaminia Festuccia – ufficio stampa Polivet 3280077916 ufficiostampa@polivet.it

Poliscreativa un sistema, una comunità in movimento

Il Sistema Poliscreativa è un complesso organico e strutturato, fondato su principi filosofici e su un progetto etico e politico che mi ha formata. Prima di tutto Poliscreativa, è una filosofia e una visione dei nostri corpi nel mondo, accompagnata da un insieme di procedure che mirano a favorire una serenità condivisa e a migliorare lo stato fisico, emotivo e relazionale dei partecipanti. Questo sistema si propone di aumentare le nostre capacità di provare piacere nella vita e di minimizzare al massimo gli effetti delle inevitabili esperienze sgradevoli. Il nome “Poliscreativa” ci ricorda che ognuno di noi possiede una propria creatività, la quale è sempre il risultato delle interazioni con l’ambiente che ci circonda, rappresentato dalla molteplicità, che in greco antico era definita appunto “polis”. Attraverso pratiche di meditazione creativa corporea, sia individuali che collettive, il Sistema Poliscreativa è in grado di arricchire ogni esperienza nei campi artistico, terapeutico, riabilitativo, preventivo, socializzante e formativo. Questa pratica meditativa, sempre corporea e condivisa, può modificare il nostro stato emotivo, il nostro stile cognitivo e relazionale, e il nostro livello di coscienza e consapevolezza, in maniera graduale e costante, mantenendo sempre un controllo etico, sia individuale che collettivo, sul processo in atto. Le varie componenti del Sistema Poliscreativa possono essere utilizzate in diversi contesti operativi, trovando collocazione in molte aree nelle quali si possano realizzare progetti per la promozione umana: Area Artistica, Area Psicopedagogica, Area Preventiva e Riabilitativa, Area Psicoterapeutica, Area comunitaria e della socializzazione, Area del Team Building e della prevenzione del Burnout, le varie aree le vedremo nello specifico nel prossimo articolo.

Persuasione e Scarsità

di Veronica Sarno C. H. Cooley (1902) sostiene che la società si organizza mediante il meccanismo della comunicazione, affinché le relazioni umane possano sussistere e svilupparsi, ecco perché si è sviluppata l’esigenza di influenzare o forse pilotare le risposte dell’interlocutore, Cavazza (1997) definisce la persuasione una tecnica volta ad indurre cambiamenti negli interlocutori, per ottenere che si comportino come si preferisca. Palmarini (2012) dice: “Quando alcuni individui hanno capito che la risposta alla propria richiesta di soddisfacimento del bisogno poteva essere in un qualche modo guidata, diretta, indirizzata al soddisfacimento del bisogno stesso è iniziata, nella stria dell’evoluzione umana, la ricerca di quegli elementi che potevano produrre quella influenza così determinante: in altre parole, la persuasione. Quando una volontà, un’intenzione, una credenza, o una decisione, devono trasferirsi da una mente a un’altra, allora si devono innescare, sul momento stesso, moti convergenti nell’una e nell’altra, si tratta di un esercizio lieve, l’autorità subentra come mezzo pesante quando la persuasione non basta.”[1] Un particolare stile comunicativo può rinforzare un’idea oppure correggerla, oppure contribuire a cambiarla completamente. Verrastro (2004) definisce comunicazione persuasiva il fatto che nelle relazioni interpersonali si genera il tentativo di convincere le altre persone ad adottare un punto di vista simile al proprio e spingerli a fare qualsiasi cosa si desideri. Kelman (1961) ha sostenuto che se l’emittente dovesse dichiarare che le sue sono intenzioni di persuasione, il destinatario, allora, assume un comportamento volto ad ostacolare l’atteso cambiamento di atteggiamento, perché il destinatario della comunicazione, in questo caso, si sentirebbe minacciato. Quale tipologia di canale ha scelto l’emittente per il suo messaggio persuasivo? canale fisico sonoro: ogni ambiente in cui è presente l’aria portatrice di vibrazioni acustiche; canale fisico visivo: presenza della luce o di un fascio di luce (sala cinematografica): canale fisico olfattivo: ambiente in cui si avvertono degli odori; canale fisico tattile: materia che trasmette vibrazioni o sensazioni tattili; canale tecnico sonoro: strumenti che trasmettono suono (es. telefono, radio, cinema); canale tecnico visivo: strumenti come la fotografia, il cinema), canale visivo-sonoro – tattile e olfattivo: tecnologie di realtà virtuale. In che modo l’individuo si rappresenta il mondo? In che modo può dunque essere persuaso? Nel 1921, Freud scriveva: “La possibilità di condizionare, attraverso le pratiche discorsive, l’insieme delle interazioni umane ha permesso, nel corso dei secoli, alle classi dominanti ed i ceti emergenti di cercare di detenere o di conquistare il monopolio dello strumento linguistico, sottraendolo a coloro che avrebbero potuto usare la parola per finalità alternative.”[2] La persuasione è costituita da sei fasi, ed è necessario che ciascuna fasi s i espleti completamente, per ottenere la persuasione, ecco le fasi: la presentazione del messaggio, l’attenzione, che il ricevente deve prestare al messaggio, la comprensione dei contenuti, l’accettazione da parte del ricevente della posizione sostenuta dal messaggio, la memorizzazione della nuova opinione, in maniera da farla propria, il conseguente comportamento. Verrastro (2004) ritiene che il canale scelto cambi l’effetto ottenuto sui destinatari. McGuire (1960) ha individuato tre tipologie di destinatario di una comunicazione persuasiva: Quelli che hanno la tendenza a farsi influenzare da ogni comunicazione persuasiva e a cambiare i propri comportamenti; la persuasione avverrebbe, prevalentemente, in mancanza di argomentazioni a difesa della propria opinione; l’efficacia della comunicazione persuasiva sarebbe influenzata dal livello di autostima del fruitore del messaggio. I Mass Media hanno i l vantaggio di trasmettere il messaggio a distanza, contemporaneamente a più persone ed in un breve lasso di tempo, tuttavia nell’epoca contemporanea dominata dalla tecnologia, la persuasione viaggia anche attraverso l’informatica, la persuasione informatica prende il nome di Captologia, è bene interrogarsi su quali effetti persuasivi possano essere messi in atto dalla tecnologia. Si è valutato che i computer sono in grado di modificare idee ed azioni delle persone e modificando il modo si interagire con gli altri. Si parla oggi di tecnologie persuasive riferendosi ai sistemi informatici interattivi (computer, siti web, smartphone, videogames, tablet, ecc.) progettati con lo scopo di modificare opinioni, atteggiamenti e comportamenti delle persone. (Fogg, 2005). Fogg ha constatato che i principi della comunicazione persuasiva, individuati da Cialdini, possono essere applicati anche nelle relazioni uomo-macchina, come se le macchine fossero esseri viventi. Siamo portati a focalizzare l’attenzione su pc e smartphone, e social come Facebook, il cui intento persuasivo risiede nell’intenzione da parte di chi l’ha progettato di ottenere che gli utenti trascorrano molto tempo connessi al social, mediante la possibilità di interagire con gli altri utenti e pubblicare propri contenuti; ma la tecnologia, in quest’epoca è più pervasiva, rientrano negli oggetti persuasivi anche strumenti che possono diffondersi in maniera meno evidente come gli autovelox, che hanno il compito di persuadere gli automobilisti a rispettare il limite di velocità, oppure gli smartwatches, che rivelano all’utente informazioni sulla propria attività fisica, sulla qualità e durata del sonno, sul funzionamento cardiaco, che come i videogiochi possono ingenerare un’elevata dipendenza; un sistema informatico interattivo riveste il ruolo di strumento, modificando l’atteggiamento o il comportamento dell’utente, grazie alla sua capacità di semplificare attività quotidiane, processi o compiti pressoché impossibili da svolgere per l’essere umano. In tal senso è possibile, dunque, parlare di tecnologia facilitante in grado da un lato di ridurre o eliminare ogni tipo di barriera cognitiva, dall’altro lato di motivare l’utilizzatore a raggiungere più velocemente. Secondo la Captologia le macchine hanno il potere di adattare le proprie azioni persuasive a quelle dell’utente, per esempio si potrebbe spingere un’utente ad impregnarsi su un obiettivo come seguire una dieta oppure un certo allenamento fisico, aiutandandolo nella valutazione di eventuali progressi, e poi rimodellare le proprie azioni persuasive in base alle reazioni dell’utente. Fogg (2005) sostiene che le tecnologie informatiche sono più abili nel persuadere rispetto agli esseri umani perché: Non sono “senzienti”. Non provando sentimenti e non avendo bisogno di mangiare, bere e dormire, possono lavorare incessantemente tutto il giorno per raggiungere un determinato obiettivo, senza scoraggiarsi di fronte ad un eventuale fallimento, sono in grado di gestire, analizzare e memorizzare un’ampia mole di dati, fornendo all’utente informazioni e suggerimenti in poco tempo e al momento giusto, sono onnipresenti. Potendosi trovare potenzialmente in

Perseverare in mancanza di risultati: perché si fa?

Perseverare è un’azione che spesso indica costanza e impegno. Tuttavia, a volte, può risultare non utile perseverare. Quante volte è capitato di pensare “faccio sempre lo stesso errore!” e quante volte, nonostante si abbiano chiari gli obiettivi, ci si continua ad impigliare nelle stesse azioni che non producono i risultati sperati? Perché perseveriamo? E cosa comporta farlo? possiamo mettere in atto sempre le stesse azioni perché abbiamo imparato a seguire regole e, questo, ci può far diventare insensibili alle esperienze dirette. Quando il nostro apprendimento si basa su regole (ad esempio: “se studi, diventi bravo”), siamo portati a seguirla a prescindere da ciò che sperimentiamo nella realtà. Qual è il costo? Chi impara a regolare il proprio comportamento attraverso l’esperienza diretta, riesce ad adattarsi più velocemente ai cambiamenti; chi lo fa attraverso regole, avrà più difficoltà ad adeguarsi. La sofferenza psicologica a volte dipende proprio dal processo attraverso cui generiamo regole in cui rimaniamo impigliati. esistono diversi modi di aderire alle regole che possono condurre a perseverare, pur non essendoci i risultati sperati. Alcune regole vengono seguite perché derivano dalla nostra storia di apprendimento. Pensiamo ad esempio che il comportamento di guardare la strada prima di attraversarla deriva da quello che dicevano i nostri genitori e non dalla nostra esperienza diretta. Dunque, in alcuni casi, è un vantaggio tenere in considerazione l’esperienza di un adulto per non incorrere in rischi. Perseverare in mancanza di risultati, quando si segue una regola, può tuttavia mantenere comportamenti evitanti e causare insensibilità al contesto circostante. Pensiamo ai casi in cui tendiamo a ricadere negli stessi comportamenti, anche se l’esperienza ci mostra che probabilmente dovremmo modificare qualcosa. Se penso che “devo essere una persona di successo per essere accettato”, metterò in luce solo i comportamenti che seguono quella regola. Se fallisco, penserò di non valere nulla, senza dare attenzione ad altri elementi presenti nel mio contesto di vita. Qui, spesso, si nasconde il nucleo di comportamenti psicopatologici. Cosa vuol dire? Vuol dire che non siamo più attenti a cogliere gli aspetti della realtà che ci circonda, ma siamo legati ad una regola che ci immobilizza in un circolo vizioso e in abitudini malsane.

PERFORMANCE MANAGEMENT

Performance Management

Il tema della valutazione delle performance è proprio di tutte le organizzazioni. Nel tempo si sono susseguite diverse prospettive, ma ad oggi l’approccio maggiormente diffuso, o per lo meno quello a cui si tende, è il Performance Management.  Per tanti anni i responsabili HR si sono concentrati sul concetto di Performance Appraisal, focalizzato principalmente sulla valutazione di un collaboratore. In realtà, questo momento è solamente una piccola parte di un Sistema di Gestione della Prestazione più ampio chiamato Performance Management. Il passaggio tra queste due prospettive deriva dallo sforzo delle organizzazioni di collegare gli obiettivi delle singole persone a una strategia generale che esse stesse implementano al loro interno.  Il Performance Management serve, quindi, ad allineare obiettivi, aspettative, contributi individuali alle strategie organizzative. E’ focalizzato sulla gestione del collaboratore sia al fine portare redditività e rendimento all’azienda sia per indirizzarlo verso lo sviluppo professionale e la realizzazione personale. Può essere descritto come un processo continuativo che accompagna la risorsa in tutto il percorso valutativo.  Adottando tale prospettiva, è importante focalizzarsi sul momento di feedback. Durante tutta la nostra vita, può essere capitato di trovarci in situazioni in cui era richiesto di dare dei riscontri positivi/negativi ad altre persone (amici, colleghi, parenti…). Possiamo tutti concordare nel dire che dare un feedback positivo sia molto più facile rispetto a uno negativo. Anche all’interno delle organizzazioni, i momenti di feedback, soprattutto quelli negativi, sono molto delicati e richiedono un’attenzione particolare. Con l’approccio classico, il feedback era discontinuo, relegato al colloquio annuale finale e forniva una valutazione della prestazione in modo molto semplicistico e riduttivo.  Con il Performance Management, invece, il feedback è costante e quotidiano mirato allo sviluppo delle persone. In primis, bisogna aiutare le persone a comprendere bene il motivo per il quale vengono utilizzati determinati strumenti di valutazione piuttosto che altri. In secondo luogo, il grado di accettazione di una valutazione negativa è tanto più elevato quanto più si riescono a spiegare le motivazioni che sottostanno a essa. Facendo un esempio, se si valuta negativamente una persona perché non sa l’inglese, bisogna spiegarle che non è la risorsa più adatta a ricoprire quel determinato ruolo in quanto l’organizzazione vuole espandersi in mercati stranieri.  Inoltre, un feedback negativo viene tanto più accettato quanto più si garantisce equità e quanto più si ancora la valutazione alla strategia che l’organizzazione vuole mettere in atto. La percezione dei dipendenti del modo di valutare, infatti, è strettamente collegata alla percezione di equità; la motivazione del lavoratore dipende da quanto percepisce equo il bilanciamento tra cosa offre e cosa riceve da suo lavoro (equità distributiva). Queste valutazioni sono poi confrontate con i colleghi; se un dipendente percepisce che gli altri ottengono di più lavorando meno, nasce una percezione di mancata equità.  Si possono così individuare quattro pilastri del Performance Management: Comunicazione strategica: fa sì che agli individui sia chiaro cosa ci si aspetta da loro e come interpretare il proprio ruolo Relazioni: mette insieme i manager e i collaboratori per monitorare il raggiungimento dei risultati Valutazione: consente di valutare le prestazioni individuali e prendere decisioni sull’assegnazione di incarichi, promozioni e reward Sviluppo: consente di fornire feedback sulla propria prestazione Il processo di gestione della performance è considerato come elemento cardine di altri processi HR, tra cui soprattutto lo sviluppo, il talent management e le politiche retributive.  Concludendo si può dire che in un’ottica di Performance Management, l’organizzazione assume le sembianze di un alveare. La valutazione individuale per discriminare il contributo delle persone non viene eliminata, ma il prodotto finale è di gruppo. Il valore aggiunto dello psicologo consiste nella sue grandi capacità di ascolto, di comunicazione e di negoziazione che consentono di gestire al meglio tale processo.  BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G. & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Terza Edizione, De Agostini Scuola SpA – Novara

Percorso dimagrimento: un processo che porta alla scoperta del vero Se’!

di Carol Pomante Se desideriamo dimagrire dobbiamo rivolgere lo sguardo dentro noi stessi, ascoltare le nostre emozioni e manifestare la nostra vera personalità. Il processo di dimagrimento inizia dalla mente, il nostro corpo riflette ilnostro modo di essere. Per intraprendere questo percorso, oltre a iniziare una corretta dieta alimentare e regolare attività sportiva che sono fondamentali, bisogna modificare lo stile di vita e ricreare un nuovo equilibrio, al fine di ritrovare la nostra vera natura personale. In questo progetto, il dimagrimento deve avvenire gradualmente e di pari passo con una consapevolezza sempre più approfondita di noi stessi. L’obiettivo principale di questo percorso è quello di cercare il nutrimento dai nostri interessi che forse abbiamo messo da parte e dalle attività che svolgiamo durante la giornata che ci piacciono fare e che ci soddisfano, invece che ricercare inconsciamente quella soddisfazione nel cibo, e poi eliminare tutte quelle azioni a cui dedichiamo del tempo che non sono necessarie per la nostra vita e che ci obblighiamo di fare. Inoltre, bisogna eliminare l’ipocrisia verso noi stessi, accettando chi siamo veramente e quello che desideriamo realmente fare nella vita. Dietro le abbuffate c’è qualcosa che non stiamo facendo nella nostra vita che vorremmo fare! La nostra psiche cerca di manifestarsi in ogni momento e ricerca del piacere, che quando viene contrastato cerca una compensazione e in questo caso, il cibo diventa il sostituto del piacere che ci neghiamo nella vita. Il grasso copre le nostre caratteristiche naturali personali, il nostro aspetto fisico e i lineamenti del corpo, nascondendo la nostra vera natura, quindi per iniziare a dimagrire bisogna riscoprire di nuovo sè stessi che il grasso nasconde e domandarsi cosa ci rende felici che non stiamo facendo. Il grasso in eccesso rappresenta una vita non pienamente vissuta, rappresenta le cose inutili a cui stiamo dedicando del tempo, che guidano la nostra vita e che non ci appartengono. Quando iniziamo a essere veramente noi stessi, accettandoci per quello che siamo con i nostri pregi e difetti, accettando il nostro modo di vivere la vita e ad esprimerci senza preoccuparci del giudizio degli altri, allora il cibo inizia a perdere di importanza e sono le attività che svolgiamodurante il giorno affini a quello che sentiamo dentro noi stessi a nutrire la nostra anima e il cibo torna ad essere soltanto un alimento e non un sostituto di qualcos’altro.

Perché tendiamo a essere così severi con noi stessi? Il ruolo dell’autocritica e come sviluppare l’auto-compassione

Quante volte ci è capitato di commettere un errore e di rivolgerci parole che non diremmo mai a una persona a cui vogliamo bene? Frasi come “Non ne combino mai una giusta”, “Non sono abbastanza capace” oppure “Dovevo fare meglio” sono esempi di autocritica, un dialogo interiore che può influenzare profondamente il nostro benessere psicologico. L’autocritica non è sempre negativa. In alcuni casi rappresenta uno strumento utile per riconoscere gli errori, imparare dall’esperienza e migliorare. Il problema nasce quando diventa costante, rigida e sproporzionata, trasformandosi in una lente attraverso cui valutiamo ogni aspetto di noi stessi. Da dove nasce l’autocritica? Le origini possono essere molteplici. Le esperienze vissute durante l’infanzia, l’educazione ricevuta, le aspettative familiari, il confronto con gli altri e la pressione sociale possono contribuire alla costruzione di un dialogo interiore particolarmente esigente. Anche i social media possono amplificare questo fenomeno. Essere continuamente esposti a immagini di successo, perfezione e felicità può favorire confronti poco realistici e alimentare la sensazione di non essere mai abbastanza. Gli effetti sul benessere psicologico Quando l’autocritica diventa uno stile abituale di pensiero, può contribuire ad aumentare stress, ansia e senso di inadeguatezza. Le persone molto autocritiche tendono spesso a minimizzare i propri successi e ad attribuire grande importanza agli errori, creando un circolo vizioso in cui ogni difficoltà sembra confermare un’immagine negativa di sé. Questo atteggiamento può anche influenzare le relazioni, il lavoro e la capacità di affrontare nuove sfide, perché la paura di sbagliare porta talvolta a evitare situazioni che potrebbero invece rappresentare opportunità di crescita. Che cos’è l’auto-compassione? Negli ultimi anni la ricerca psicologica ha dedicato crescente attenzione al concetto di auto-compassione. Essere auto-compassionevoli non significa giustificare ogni comportamento o rinunciare a migliorarsi. Significa, piuttosto, imparare a trattarsi con la stessa comprensione che riserveremmo a un amico in difficoltà. L’auto-compassione comprende tre elementi fondamentali: Questa prospettiva non elimina i problemi, ma aiuta ad affrontarli con maggiore equilibrio emotivo. Alcune strategie utili Esistono piccoli esercizi che possono aiutare a modificare gradualmente il dialogo interiore. Il primo consiste nell’osservare i propri pensieri senza considerarli automaticamente veri. Chiedersi: “Parlerei così a una persona a cui tengo?” può aiutare a riconoscere quanto spesso siamo più severi con noi stessi che con gli altri. Un secondo esercizio consiste nel sostituire i giudizi assoluti con valutazioni più realistiche. Invece di pensare “Ho fallito”, si può provare a dire: “Questa volta le cose non sono andate come speravo, ma posso capire cosa migliorare.” Infine, è utile ricordare che il valore personale non coincide con le prestazioni. Un errore descrive un comportamento, non definisce l’identità di una persona. Quando chiedere un supporto Se l’autocritica è così intensa da compromettere la qualità della vita, le relazioni o il benessere emotivo, confrontarsi con uno psicologo può rappresentare un’importante occasione di crescita. Attraverso un percorso psicologico è possibile comprendere l’origine di questi schemi di pensiero e sviluppare modalità più equilibrate di rapportarsi a sé stessi. Essere gentili con sé stessi non significa accontentarsi o rinunciare agli obiettivi. Significa creare le condizioni psicologiche migliori per affrontare le difficoltà, imparare dagli errori e continuare a crescere. Coltivare un dialogo interiore più equilibrato è un processo che richiede tempo, ma può avere un impatto significativo sulla salute mentale e sulla qualità della vita.

Perché siamo sempre stanchi? La stanchezza mentale nell’era dell’iperconnessione

Viviamo in un’epoca in cui tutto è più veloce. Le informazioni arrivano senza sosta, le notifiche interrompono continuamente ciò che stiamo facendo e la sensazione di dover essere sempre reperibili è diventata la normalità. Eppure, molte persone raccontano la stessa esperienza: “Non faccio lavori pesanti, ma mi sento continuamente esausto.” Quella che spesso definiamo “stanchezza” non è soltanto fisica. Sempre più frequentemente si tratta di affaticamento mentale, una condizione che nasce quando il cervello rimane costantemente impegnato nell’elaborare informazioni, prendere decisioni e gestire stimoli continui. Il cervello non è progettato per il multitasking continuo Molti credono di essere multitasking, ma le neuroscienze raccontano una storia diversa. Il nostro cervello, infatti, non svolge realmente più attività cognitive complesse nello stesso momento. Piuttosto, passa rapidamente da un compito all’altro. Questo continuo cambio di attenzione, chiamato task switching, richiede energia e riduce l’efficienza. Pensiamo a una giornata tipo: Ogni interruzione lascia una parte della nostra attenzione “agganciata” al compito precedente. Alla fine della giornata abbiamo la sensazione di aver fatto tantissimo… ma senza sentirci realmente soddisfatti. Il fenomeno della “fatica decisionale” Ogni giorno prendiamo centinaia di decisioni. Alcune sono importanti, altre apparentemente banali: Ogni decisione utilizza una piccola quota delle nostre risorse cognitive. Quando queste risorse diminuiscono, iniziamo a sperimentare quella che gli psicologi chiamano fatica decisionale (decision fatigue). Le conseguenze possono essere: Non è un caso se molte persone, la sera, non riescono neppure a decidere quale film guardare. L’iperconnessione ci impedisce di recuperare Un tempo esistevano momenti di pausa “obbligati”: il viaggio in autobus, l’attesa dal medico, la fila al supermercato. Oggi ogni spazio vuoto viene immediatamente riempito dallo smartphone. Il problema non è utilizzare la tecnologia, ma non concedere mai al cervello il tempo necessario per recuperare. Le ricerche mostrano che anche brevi momenti di inattività favoriscono processi fondamentali come: Paradossalmente, annoiarsi ogni tanto fa bene. Quando la stanchezza mentale diventa cronica Se ignorata a lungo, la fatica mentale può trasformarsi in qualcosa di più serio. Tra i segnali più frequenti troviamo: Non significa necessariamente essere in burnout, ma rappresenta un campanello d’allarme da non sottovalutare. Come proteggere la nostra energia mentale La buona notizia è che non servono cambiamenti radicali. Piccole abitudini possono fare una grande differenza. 1. Fare una cosa alla volta Concentrarsi su un unico compito permette di lavorare meglio e con meno dispendio di energia. 2. Creare momenti senza notifiche Anche solo 30-60 minuti di lavoro senza interruzioni aumentano significativamente la produttività. 3. Limitare le decisioni inutili Programmare i pasti, preparare i vestiti la sera prima o organizzare la settimana riduce il carico cognitivo quotidiano. 4. Recuperare il diritto alla noia Lasciare qualche minuto senza telefono, musica o social permette alla mente di “respirare”. 5. Curare il sonno Il sonno rimane il più potente strumento di recupero cognitivo. Dormire poco significa iniziare ogni giornata con una riserva energetica già ridotta. La vera produttività non consiste nel fare di più Spesso associamo il valore personale alla quantità di cose che riusciamo a fare. In realtà, la produttività sostenibile non nasce dal riempire ogni minuto della giornata, ma dal saper gestire la propria energia. Concedersi pause, rallentare quando necessario e proteggere la propria attenzione non sono segni di pigrizia. Sono strategie che permettono al cervello di funzionare meglio nel lungo periodo. In una società che ci spinge continuamente ad accelerare, forse il gesto più rivoluzionario è imparare a fermarsi qualche minuto. Non per perdere tempo, ma per ritrovare lucidità, equilibrio e benessere psicologico.

Perché non riesco a fare richieste? Alcuni consigli pratici

Perchè non riesco a fare richieste? Alcuni consigli pratici Quanti di voi si sentono in difficoltà a chiedere, ad esempio, un passaggio al proprio partner, ad un amico o ai propri familiari? L’incapacità di fare delle richieste, dalle più semplici alle più complesse, è da sempre il tallone d’Achille mio e di molte persone che mi circondano. Anche nella stanza di terapia, esplorare la possibilità di fare richieste chiare e semplici all’altro risulta spaventosa e inimmaginabile! Gli scenari anticipati sono catastrofici e terrifici. Alla mia domanda <<Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere, chiedendo a Carlo di darti un passaggio?>>, queste sono solo alcune delle risposte più gettonate: <<Se Carlo mi dice di no allora mi sento umiliata>>; <<Se chiedo a Carlo un passaggio penserà che non posso cavarmela da sola>>; <<Penserà di me che sono debole e vulnerabile>>; <<Non ho il diritto di chiederlo perché non mi merito niente>>; <<Se Carlo mi dice no, mi sentirei rifiutata da lui>>. Spesso ciò che accade in queste circostanze, è che la nostra richiesta racchiude in sé una molteplicità di domande silenti riguardo il nostro valore e/o il bene che l’altro ci vuole. La semplice richiesta di un passaggio cela, per chi non riesce ad avanzare richieste, una domanda molto più importante del tipo: che posto occupo nella tua vita? Un ipotetico “no” diventa in questo modo la conferma che, evidentemente, non sono poi così importante, così amato, così meritevole. In realtà fare richieste è un diritto e una libertà che va protetta a tutti i costi. È un mio diritto chiedere, ed è diritto dell’altro dire di no. Allora cosa posso fare per rendere quel “no” meno rischioso? Avere ben chiaro l’obiettivo della richiesta. Distacca la tua richiesta da interrogativi inespressi. Qual è il tuo reale obiettivo? Se è quello di ottenere un passaggio, allora Carlo potrebbe dire di no ad un passaggio, non alla tua persona! Se invece vuoi sapere che posto occupi nella vita di Carlo stai sbagliando domanda… potresti provarne una più chiara ed efficace, come “mi vuoi bene? Che posto occupo nella tua vita?”. Solo una domanda coerente con il mio obiettivo, permette di non incorrere in disguidi comunicativi. Assicurati di essere ascoltato. Sei sicuro che il tuo interlocutore possa prestarti attenzione in quel momento? Evita di fare richieste in momenti in cui è visibilmente impegnato o emotivamente molto attivato, ad esempio se è arrabbiato o preoccupato. Vai dritto al punto. Prova a porre una richiesta chiara e coincisa, ad esempio: “potresti darmi un passaggio?” è molto più efficace di “sai, non so come raggiungere casa…” e aspettarti che l’altro si proponga! Ricorda: è tuo dovere richiedere, non è dovere dell’altro interpretare. Se hai difficoltà a fare richieste chiare, esplicitalo. Rendere esplicita la propria difficoltà aiuta l’altro a capire il tuo stato emotivo, attivando una maggiore empatia ed ascolto. Prova a cominciare la frase con: “sai, mi sento in colpa/in difficoltà a chiedertelo, ma…” Ascolta l’altro. Ora che hai posto la tua richiesta, ascolta attivamente l’altro senza giungere ad interpretazioni o conclusioni affrettate! Il suo “no” può evidenziare dei bisogni che sono per lui altrettanto importanti quanto i tuoi! Il fatto che in quel momento non voglia darti un passaggio, potrebbe celare delle ragioni che vanno ben aldilà dell’affetto che prova per te! Mostra apprezzamento se l’altro accoglie la richiesta, o cerca un compromesso accettabile per entrambi. Ricorda che il tuo obiettivo è richiedere un passaggio, non avere una prova d’amore! Puoi quindi provare a chiedere di accompagnarti più vicino alla tua meta, in un posto che sia più comodo anche all’altro.

Perché non c’è più? Come spiegare la morte ai bambini

di Cinzia Iole Gemma Il termine lutto indica un insieme di reazioni emotive alla morte di una persona cara. Si tratta di un processo comune a tutti gli esseri umani, tanto che pur avendone un senso soggettivo doloroso, viene solitamene vissuto come un’esperienza triste ma anche fisiologica. Ognuno di noi è portato ad instaurare intense relazioni affettive con le persone di riferimento. L’interruzione di una relazione di questo tipo provoca una serie di risposte intense ma prevedibili e finalizzate al recupero del legame spezzato. J.Bowlby, uno degli studiosi più autorevoli riguardo i processi di attaccamento e separazione, identifica un cammino suddiviso in quattro fasi che l’individuo percorre per giungere a ridefinire la relazione con il defunto e a potersi legare emotivamente con altre persone. Le fasi identificate sono protesta, nostalgia, disperazione ed infine rielaborazione. È proprio in quest’ultima fase che si sviluppa una nuova identità che non si disperde più in quella antica. L’elaborazione del lutto è perciò un processo graduale e complesso attraverso il quale chi resta progredisce al fine di ricercare un nuovo equilibrio personale ed esperienziale. Se per l’adulto il lutto è un’esperienza dolorosa, per i bambini la morte di una persona cara è davvero molto difficile sia da capire che da esprimere. Eppure ancora oggi nella nostra società esistono dei tabù rispetto all’esperienza del lutto e della malattia, tanto più se si tratta di introdurre tale tematica ad un bambino. Il forte istinto di protezione verso i bambini, porta spesso l’adulto ad allontanarli dal tema della morte, attraverso il silenzio, l’evitamento o il tentativo di mascherare la verità. Di fronte ad un evento come la morte di un caro, il bambino può reagire nei modi più disparati. Possono, per esempio, non reagire, ascoltare senza commentare nulla, o allontanarsi e riprendere a giocare. Questo atteggiamento può riflettere la non comprensione di quello che è successo, ma può essere anche indice di un rifiuto ad accettare quanto accaduto. Qualche bambino può sintonizzarsi con l’adulto di riferimento e modellare il proprio comportamento in modo simile. Altri invece possono piangere, perché il ricordo del defunto stimola in loro il desiderio di averlo accanto. Quest’ultimo atteggiamento è forse più frequente per bambini in età scolare. I bambini in età prescolare, infatti, non comprendono la permanenza della morte e il significato del distacco definitivo, è portato a pensare che l’adulto può tornare in vita come ad esempio nei cartoni animati, come “willy il coyote” in cui il bambino non percepisce l’irreversibilità del concetto di morte. La logica alla base della scarsa comunicazione su questo tema dipende dal fatto che spesso gli adulti sottovalutino l’esperienza traumatica della perdita da parte del bambino, convinti che parlarne li esporrebbe troppo alla sofferenza. Tuttavia ciò che accade è che, evitando l’argomento, i bambini non vengono preparati a comprendere cosa può avvenire fuori e dentro di sé, gli s’impedisce di pensare all’esperienza di perdita che sta vivendo e alla possibilità di attivare le risorse personali e relazionali a sua disposizione per affrontarla e gestirla. Al contrario di ciò che si pensa, i bambini, sono in grado di gestire realtà tristi, sconvolgenti, a modo loro. Non devono perciò essere tenute nascoste informazioni importanti, ma al contrario guidare il bambino nell’elaborazione del lutto, utilizzando un linguaggio appropriato all’età, rispondendo a tutte le domande con franchezza e chiarezza. Potrebbe essere utile in questo caso introdurre delle letture che trattino l’argomento in modo da rafforzare l’idea che la morte è una parte naturale della vita. Bisogna lasciargli lo spazio per capire, per esprimere ogni emozione (stupore, curiosità, dolore, angoscia, paura, rabbia, senso di colpa), per ogni domanda o pensiero sull’accaduto e sulle sue prospettive future, correggendo le idee errate e confermando la sensatezza delle emozioni. Per aiutare il bambino ad esprimere i propri sentimenti, e le proprie emozioni potrebbe essere utile coinvolgerlo in attività come il disegno, la narrazione, creazioni con materiali plastici, attività fisiche, narrazioni. Uno degli effetti più profondi del lutto in età infantile è la necessità per il bambino di avere vicino a sé un adulto significativo che possa essere in grado di accogliere il suo dolore e che sia in grado di ascoltarlo. Il sentirsi ascoltato e il sentirsi visto contribuiscono a dare al bambino un senso di realtà e di fiducia in sé stesso, nelle proprie capacità e nelle proprie risorse. BibliografiaA.F. Lieberman-N.C. Compton-P.Van Horn- C. Ghosh Ippen (2007), Il lutto infantile, Bologna, Il Mulino. Agnès Bretron (2001), Una mamma come il vento, Milano, Motta Junior collana I melograni Jhon Bowlby (1979), Costruzione e rottura dei legami affettivi, Milano (traduzione it. 1982), Cortina. Alberto Pellai e Barbara Tamborini (2011), Perché non ci sei più? Accompagnare i bambini nell’esperienza del lutto, Trento, RAI Erikson Daniel Oppenheim (2004), Dialoghi con i bambini sulla morte, Trento, Erickson. Earl A.Grollman (2002), Perché si muore?, Como, RED edizioni Maria Varano (2005), Tornerà? Come parlare ai bambini della morte, Torino, EGA.Mario Mapelli (2012), Il dolore che trasforma. Attraversare l’esperienza della perdita e del lutto, Milano, Franco Angeli.