LE BRAND COMMUNITIES OGGI

Nonostante esistessero già prima dell’avvento dei social media, oggi le brand communities sono sempre più diffuse e presenti. Le brand communities non sono geograficamente definite, ma sono formate da un gruppo di consumatori (brand adores) che sono seguaci fedelissimi di un certo brand, con il quale condividono una relazione e un committment molto forte.  Esse non nascono sempre per iniziative del brand, ma spesso hanno vita propria e tendono a emergere spontaneamente. Le brand communities sono basate sul concetto di tribù urbane. Secondo alcuni studiosi l’identità delle persone è guidata dal desiderio di appartenere e deriva dalla partecipazione a neo-tribù, cioè community in cui sentimenti, empatia, emozioni rappresentano la base del gruppo.  Estendendo quest’idea alle brand communities, i consumatori creano legami con altre persone sulla base di sentimenti ed emozioni legate all’acquisto di un determinato brand e grazie a queste connessioni rafforzano la loro identità. I membri delle brand communities non solo sentono un’importante connessione con il marchio, ma anche tra loro nonostante magari non si siano mai visti.  Far parte di una community serve sia per creare un senso di comunità e sia per esprimere la propria identità. Le brand communities possono essere identificate da tre caratteristiche: Coscienza condivisa, che si declina in un senso di appartenenza molto forte Riti e tradizioni: i membri sono sentimentalmente legati a tradizioni che hanno un particolare significato per loro e per la marca Responsabilità morale, che si esprime come senso del dovere nei confronti dei membri della stessa community e del brand Perché una persona sceglie di unirsi a una brand community? Esistono tre macro-motivi: Per soddisfare il bisogno innato e basico di socialità: l’uomo per natura ha bisogno di socialità, di connettersi con gli altri e condividere esperienze  Per esprimere la propria identità Perché essere parte di una community guida in alcuni processi di decision making: la condivisione di valori con una community può essere d’aiuto nei processi di decision making rispetto ad alcune scelte di vita, soprattutto quando le informazioni sono scarse e ambigue. Dunque, in conclusione per un’azienda è molto importante capire come rapportarsi alle brand communities.  In passato, tentativi di prendere le redini del gruppo e di influenzare la community in maniera diretta ha avuto scarso successo. Una soluzione potrebbe essere quella di valorizzarle e farle sentire apprezzate, senza volerle influenzare e manipolare. Al contrario, potrebbe essere molto efficace garantire un supporto nelle loro varie iniziative. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological Foundations of Marketing: the keys to consumer behavior. New York: Routledge

Le abilità del terapeuta sul cambiamento del paziente: il metodo FIS

Le abilità del terapeuta sul cambiamento del paziente: il metodo FIS. Riconosciuta l’equivalenza di efficacia tra i vari orientamenti in psicoterapia (American Psychological Association, 2013), una delle linee di ricerca più promettenti riguarda lo studio degli effetti del terapeuta. Essi si riferiscono all’influenza (positiva o negativa) che i terapeuti hanno sui risultati dei loro pazienti. Si è scoperto che l’effetto del terapeuta rappresenta tra il 3% e il 15% della varianza nei risultati di terapia (Baldwin e Imel, 2013; Wampold e Owen, 2021).   In questo panorama teorico, il gruppo di ricerca capitanato da Anderson (2009), crea il compito FIS (Facilitative Interpersonal Skills), per esaminare il grado in cui le abilità interpersonali, indipendentemente dall’orientamento teorico, avrebbero previsto i risultati del paziente. In altre parole, gli autori cercano di determinare se ciò che una persona fa per aiutare un’altra persona in difficoltà (tecniche specifiche) è più o meno importante del modo in cui tenta di aiutare (fattori relazionali comuni) (Anderson et. al, 2013). Il compito FIS Gli autori presumono che le abilità interpersonali che compongono il compito FIS siano importanti facilitatori del cambiamento. Le FIS aiutano i terapeuti a impegnarsi, stabilire e mantenere la relazione terapeutica attraverso la combinazione di otto abilità: fluidità verbale, espressione emotiva, persuasività, speranza/aspettativa positiva, calore/accettazione/comprensione, empatia, capacità di legame di alleanza e capacità di risposta alla riparazione della rottura dell’alleanza (Anderson et al., 2009, 2019). Si presume che queste abilità incoraggino gli individui che soffrono di disagio psicologico ad avviare il cambiamento verso un miglioramento del benessere emotivo. Nel metodo di valutazione FIS, ai partecipanti viene chiesto di immaginare di sottoporsi a uno scambio interpersonale mentre guardano videoclip di sessioni di terapia con pazienti “scomodi”. In un punto strategico della simulazione, il video viene messo in pausa e ai partecipanti viene chiesto di assumere il ruolo del terapeuta e di rispondere al paziente. La risposta viene registrata, e valutata da valutatori formati, attraverso le otto abilità. Le vignette I creatori hanno lavorato per includere una varietà di esperienze interpersonali difficili che emergono in terapia. Hanno pertanto rappresentato: un cliente arrabbiato e conflittuale, un cliente passivo e ritirato, un cliente confuso e arrendevole e un cliente controllante e incolpatore (Anderson et al., 2009). Queste clip sono state scelte per rappresentare liberamente i diversi stili di comunicazione sul circomplesso interpersonale (Anderson, Crowley et al., 2016). Una volta che i partecipanti hanno visualizzato gli stimoli video e hanno risposto al punto strategico, le registrazioni video delle risposte vengono valutate. La valutazione delle risposte viene completata da valutatori addestrati che valutano otto elementi utilizzando una scala a 5 punti che va da 1 (deficit di abilità/non caratteristico) a 5 (presenza ottimale di abilità/estremamente caratteristico). Risultati La letteratura attuale ha fornito promettenti prove dell’affidabilità del sistema di valutazione FIS. I terapeuti con FIS più elevate hanno tassi maggiori di miglioramento nei risultati del cliente, indipendentemente dall’esperienza clinica. Quest’ultima, infatti, influenza i risultati di terapia, nella misura in cui rende più veloce il cambiamento da una sessione e l’altra di terapia. A quanto dice la ricerca, quindi, il modo in cui si sta accanto al paziente, sembrerebbe influenzare il cambiamento più di ciò che si fa in terapia! La risposta è, dunque, nella semplicità dell’essere.

Lavoro: il 2022 è l’anno dei record per le dimissioni volontarie

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Negli ultimi due anni la pandemia e i cambiamenti che ci siamo trovati ad affrontare, hanno portato ad una vera e propria restaurazione del lavoro. Il lavoro agile e la ricerca dell’equilibrio tra vita privata e professionale, hanno innescato dei fenomeni di massa come la Great Resignation, la Yolo Economy e il Quiet Quitting. Gli scenari che hanno caratterizzato il 2019 erano il preludio di una situazione ben più radicata, che ha raggiunto il suo apice nell’anno appena trascorso. Stando ai report sulle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro, infatti, emerge che le dimissioni registrate nei primi nove mesi del 2022 ammontano a oltre 1,6 milioni, il 22% in più rispetto allo scorso anno. Un dato record che ci spinge a riflettere sulle cause di questa tendenza controcorrente che sta diventando sempre più diffusa. Tra le motivazioni indagate nel report dell’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano, spicca una condizione diffusa di malessere psicologico sperimentato nell’ambiente di lavoro. I livelli di ansia e stress lavoro correlato sono due importanti campanelli d’allarme che dicono tanto sullo stato di salute psicologica di un’organizzazione. Una delle paure più diffuse dei lavoratori di oggi è quella di cronicizzare lo stress e cadere nella trappola del burnout. La ragione delle dimissioni di massa è proprio la ricerca di condizioni migliori che possano migliorare la qualità di vita. Nasce la necessità di non accontentarsi più, di reiventarsi per ambire a un ambiente di lavoro più sano in cui crescere e dar sfogo alle proprie ambizioni. Questa ritrovata consapevolezza ci spinge a ricercare un lavoro con un salario più consono; una ripartizione delle ore di lavoro che permetta di coltivare la propria vita privata, i propri affetti e interessi; e che ci faccia sentire realizzati e valorizzati. Questa ennesima Great Resignation è il riflesso di una profonda trasformazione della nostra società. Il Covid 19 ha costretto le persone a rivedere le proprie priorità, spostando il baricentro della propria vita su elementi tanto essenziali quanto trascurati. Il lavoro non può più essere un aspetto totalizzante della vita, ma un tassello in un puzzle molto più ampio, fatto di relazioni e affetti.

Lausanne Trilogue Play: il dietro le quinte del gioco

In passato, la psicologia dello sviluppo concentrava la sua attenzione principalmente sulla relazione diadica madre-bambino. Tuttavia, oggi è evidente che la diade padre-bambino, la relazione triadica tra entrambi i genitori e il figlio, così come il contesto più ampio delle relazioni familiari e delle relative dinamiche, rivestono un’importanza paritaria. Un metodo efficace per esplorare lo stato di salute delle relazioni familiari consiste nell’utilizzare il gioco come indicatore, e a tale scopo si rivela utile il Lausanne Trilogue Play (LTP). Il contesto del Lausanne Trilogue Play L’uso dell’LTP può estendersi a diversi contesti, tra cui quello clinico, integrandolo in terapie familiari e interventi per sostenere la genitorialità. Tuttavia, non è insolito che questo strumento venga adottato in situazioni di conflitto tra genitori, che possono culminare in separazioni o divorzi. In alcune circostanze, infatti, il Giudice può incaricare un Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) per valutare diverse aree legate alle capacità genitoriali. Il percorso del CTU per rispondere alle domande del Giudice è complesso e coinvolge molteplici strumenti e procedure di valutazione. Tuttavia, nell’indagare le interazioni legate alle relazioni familiari, il CTU può anche avvalersi dell’LTP. In questi casi, il gioco può rivelare aspetti significativi sulle capacità delle figure coinvolte di riorganizzarsi in modo funzionale dopo l’evento separativo. In che cosa consiste? Le diverse versioni dell’LTP presentano variazioni, ma condividono tutte l’elemento centrale in cui il bambino interagisce con i genitori, e viceversa, attraverso un’attività piacevole, ossia il gioco. Le modifiche si manifestano in base alla fase di sviluppo del bambino e coinvolgono principalmente la disposizione del mobilio e il compito da svolgere. Ad esempio, si potrebbero utilizzare i Lego per i più piccoli, incoraggiandoli a costruire insieme, mentre per i più grandi potrebbe essere assegnato un compito di narrativa, chiedendo loro di inventare una storia. La famiglia partecipa al gioco seguendo regole specifiche, chiaramente spiegate durante l’introduzione del compito. Questa interazione ludica viene registrata su video e successivamente analizzata. La struttura del Lausanne Trilogue Play L’organizzazione strutturata delle attività familiari si sviluppa attraverso diverse fasi, offrendo un quadro dinamico per la partecipazione di genitori e figli:  Nella fase iniziale, denominata “due + uno”, un genitore coinvolge attivamente il figlio nel gioco, mentre l’altro assume il ruolo di osservatore partecipante. Questo approccio consente al genitore attivo di stabilire un legame diretto con il bambino, mentre l’osservatore partecipante può osservare gli elementi della dinamica familiare in modo più distante ma coinvolto; Successivamente, nella seconda fase, i ruoli dei genitori si invertono, promuovendo una variazione nell’interazione e consentendo ad entrambi di sperimentare il coinvolgimento attivo e l’osservazione partecipante; La terza fase, chiamata “tre insieme”, vede entrambi i genitori collaborare attivamente con il figlio nella costruzione del gioco, sottolineando l’importanza della cooperazione familiare; Infine, nella quarta fase, di nuovo in modalità “due + uno”, entrambi i genitori discutono dell’attività svolta mentre, questa volta, è il figlio a svolgere il ruolo di osservatore. Questa struttura ben definita permette di esplorare varie dinamiche relazionali, offrendo un’opportunità completa per il coinvolgimento attivo e la riflessione all’interno del contesto familiare. Cosa si osserva La valutazione della dinamica familiare durante l’attività ludica è suddivisa in quattro componenti chiave, ciascuna essenziale per comprendere le relazioni all’interno del nucleo familiare: La partecipazione: si concentra sull’inclusione di tutti i membri, enfatizzando il coinvolgimento attivo nell’attività; L’organizzazione: esamina la chiarezza dei ruoli familiari; L’attenzione focale: valuta il grado di concentrazione sul gioco e sugli altri partecipanti;  Il contatto affettivo: esamina il clima emotivo, valutando le connessioni tra i membri. Questi elementi offrono un quadro per analizzare le dinamiche relazionali durante l’attività ludica, considerando inclusività, organizzazione, attenzione e contatto affettivo. Conclusione Il compito proposto, centrato sul gioco, è basato sulla competenza naturale del minore in questa attività. La dimensione ludica assume un significato simbolico, agevolando la transizione tra mondi fantastici e realtà. In questo contesto giocoso, il minore acquisisce un senso di controllo sulla situazione, permettendo la discesa delle barriere difensive e l’emersione dei suoi vissuti. La natura non stressante dell’ambiente sperimentale crea uno spazio sicuro, consentendo al minore di esplorare e comunicare liberamente, senza sentirsi obbligato a esprimere pareri o opinioni. Questo approccio si dimostra altamente efficace nel rivelare le dinamiche delle relazioni familiari attraverso l’osservazione delle interazioni durante il gioco, fornendo un’opportunità unica per comprendere in modo approfondito il modo in cui il minore si relaziona con i genitori. In sintesi, l’utilizzo di questa metodologia ludica si configura come un valido strumento per esplorare e analizzare le dinamiche familiari in modo approfondito. Bibliografia Fivaz-Depeursinge, E., Corboz-Warnery, A., & Riva Crugnola, C. (2000). Il triangolo primario: le prime interazioni triadiche tra padre, madre e bambino. R. Cortina. Malagoli Togliatti, M., & Mazzoni, S. (2006). Osservare, valutare e sostenere la relazione genitori-figli. Margolin, G., Gordis, E. B., & John, R. S. (2001). Coparenting: a link between marital conflict and parenting in two-parent families. Journal of family Psychology, 15(1), 3. McHale, J. P. (2007). When infants grow up in multiperson relationship systems. Infant mental health journal, 28(4), 370-392.

Languishing e Pandemic fatigue: il vuoto lasciato dalla pandemia

Dallo scoppio della pandemia il tempo è passato inesorabile. Le nostre abitudini e il nostro modo di vivere si sono inevitabilmente modificati, rendendo la nostra vita pre-pandemia solo un ricordo lontano. Nonostante un apparente allentamento delle restrizioni e il ritorno ad una vita quasi “normale”, gli effetti e le conseguenze della pandemia incombono su di noi a livello sia fisico che sociale che psicologico. Spesso ci sentiamo stanchi, affaticati, demotivati, abbiamo difficoltà a concentrarci. Insomma, avremmo solo voglia di “tirare i remi in barca” e lasciarci trasportare dal mare in tempesta, senza opporci, e vedere dove ci porta. Perché? Languishing: senso di stagnazione e vuoto Lo psicologo Adam Grant, in un articolo del New York Times, sostiene che “il languishing è l’emozione dominante del 2021”. L’illanguidimento (o languishing) è un senso di stagnazione e vuoto, di immobilità; è come se stessimo confondendo le nostre giornate, guardando la nostra vita attraverso un vetro appannato. È un’emozione che si colloca tra la depressione e il flourishing, è l’assenza di benessere. Non si hanno sintomi di malattia mentale, ma non si funziona nemmeno al proprio meglio. Il languishing attenua la motivazione e rende difficile concentrarsi sui vari aspetti della propria vita. Che cos’è la pandemic fatigue? Questa emozione non deve essere sottovalutata, specialmente se associata a quella che è stata definita come pandemic fatigue. Quest’ultima è un tema sviluppato dall’OMS nel documento “Pandemic fatigue. Reinvigorating the public to prevent Covid-19”, dove viene definita come una crescente demotivazione delle persone nel mettere in atto i comportamenti protettivi raccomandati per la tutela della salute dei singoli e delle comunità. Viene definita anche come stress o stanchezza psico-emotiva dovuti alla pandemia. La pandemic fatigue porta con sé segni di stanchezza e affaticamento causati dal perdurare della pandemia. Secondo l’OMS, il 60% dei cittadini europei soffre di pandemic fatigue. All’inizio della pandemia, infatti, gran parte delle persone ha attivato un sistema di adattamento mentale e fisico da cui attingere nei momenti di forte stress, per fronteggiare la nuova realtà. Con il prolungarsi della situazione di crisi, tuttavia, le persone devono adottare un diverso stile di gestione dello stress, ma la stanchezza e l’affaticamento mentale e fisico rendono sempre più difficile fronteggiare in maniera sana una situazione che continua a protrarsi nel tempo. Subentra infatti un malessere profondo derivante dalla sensazione di perdita di controllo sulla propria vita, di deprivazione e di affaticamento. Si sta sviluppando una letteratura emergente sull’affaticamento mentale e fisico dovuto alle restrizioni relative al Covid-19. Gli effetti psicologici negativi della pandemia sono ben documentati. I ricercatori hanno riferito che gli individui sperimentano maggiori livelli di stress, ansia, depressione, tendenze ossessivo-compulsive, si sentono emotivamente svuotati e incapaci di agire in modo efficiente. Inoltre, sperimentano una diminuzione della motivazione, difficoltà nel dormire, sensazione di impotenza, disperazione e risentimento. Oltre a questi problemi, esiste una letteratura emergente sull’affaticamento fisico e mentale dovuto alle restrizioni legate al COVID-19. Haktanir e colleghi (2021) hanno sviluppato uno studio con l’obiettivo di indagare la misura in cui gli individui sperimentano la pandemic fatigue e la sua relazione con la paura del coronavirus, l’intolleranza dell’incertezza, l’apatia e la cura di sé. I risultati, raccolti dai 516 partecipanti allo studio, hanno mostrato come il 34,40% dei partecipanti ha riferito che il livello di precauzioni relative al COVID-19 è diminuito rispetto alle misure adottate all’inizio della pandemia. Inoltre, è presente una correlazione significativa tra stanchezza pandemica e paura del coronavirus, intolleranza all’incertezza e cura di sé. Infine, il modello sviluppato suggerisce che i partecipanti con punteggi più alti nella paura del coronavirus e nell’intolleranza all’incertezza tendevano a segnalare anche un punteggio di pandemic fatigue più significativo. Il fatto che un individuo su tre prenda meno precauzioni non è solo una minaccia per la salute degli individui, ma anche per la collettività. La sensazione di stanchezza e sfinimento dovuta a uno stato di crisi prolungato, definito pandemic fatigue, costituisce quindi una reazione naturale di fronte ad una situazione di cui non si intravede la fine. Una volta compreso il perché di tali sentimenti di immobilismo, affaticamento e demotivazione, possiamo capire come farvi fronte. A volte è rassicurante lasciarsi trasportare dal mare senza opporre resistenza. Prima o poi, però, sarà necessario riprendere i remi in mano e direzionare la barca, imparando come navigare nella tempesta. Fonti – https://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2021/11/18/illanguidimentofbclid=IwAR28fMjcQVjlr2SxjedKq-Fq_tTgpMJljgjdpjWw6Il1L44oOwW1SQIdkLs – World Health Organization (2020). Pandemic fatigue -Reinvigorating the public to prevent COVID-19. https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/335820/WHO-EURO-2020-1160-40906-55390-eng.pdf – Haktanir A., Can N., Seki T., Kurnaz M.F., Dilmaç B. (2021). Do we experience pandemic fatigue? current state, predictors, and prevention. Current Psychology. https://doi.org/10.1007/s12144-021-02397-w

La violenza domestica nelle CTU

La violenza domestica nelle CTU: la vittimizzazione secondaria. Il tema della violenza di genere è sempre più trattato in letteratura. Siamo sempre più sensibili a forme di violenza differenti da quelle fisiche, subdole e sottili dinamiche di potere che aleggiano nei diversi contesto. Il percorso è però ancora lungo, e valori androcentrici sono ancora profondamente radicati (ne parlo nel mio ultimo articolo) non solo nel contesto familiare, quanto in quello istituzionale. È il caso delle separazioni giudiziarie e le consulenze tecniche per l’affido dei minori. In altri termini, lo step successivo a quando la donna riesce ad emergere dal circolo della violenza (Walker, 1979) e incontra le istituzioni. Il campo di indagine sulla violenza domestica è pieno di pregiudizi.   Quando la donna vittima di violenza pensa che il peggio sia passato, è lì che prosegue una violenza perpetrata dagli stessi servizi. Uno studio (Saccuzzo e Johnson, 2004) ha dimostrato che solo il 35% di donne vittime di violenza ottiene l’affido esclusivo dei figli, contro il 46% di donne che non hanno una storia di violenza domestica alle spalle, nelle cause di affido. Inoltre, il 10% di padri accusati di perpetrare violenza ottengono l’affido esclusivo, contro il 9% dei padri che non è stato accusato di violenza. Le donne che trovano il coraggio di denunciare gli abusi, semplicemente non vengono credute, in ciò che è il fenomeno della vittimizzazione secondaria. Sono inondate di domande poco empatiche: <<Perché non hai denunciato prima? Se avevi paura perché non sei andata via prima?>>, ignorando la dinamica interna che per definizione caratterizza il fenomeno della violenza affettiva. CTP e CTU non adeguatamente formati sottovalutano o minimizzano la violenza nel caso di affido genitoriale, attraverso domande accusatorie, invasive, diffidenti. La donna vittima di violenza non si presenta bene. La vittima non sa dirti le date, le dinamiche dei fatti, sembra poco credibile. Ma questo significa non sapere riconoscere la violenza e i danni di un maltrattamento, di un PTSD e del perdurare degli effetti dello stress e della paura cronica che queste donne hanno. Vuol dire non riconoscere dal punto di vista clinico gli effetti della violenza (Baccaro, 2008), a discapito del diritto alla bi-genitorialità. Quello della bi-genitorialità è un diritto sacrosanto, ma non va applicato in modo asettico, senza tener conto delle dinamiche della coppia. Nei casi di violenza domestica, la bi-genitorialità non ha portato buoni risultati. I CTU chiedono alla donna di superare il “complesso della vittima”, pena l’essere considerata una cattiva madre, rabbiosa, incapace di elaborare i propri conflitti. La richiesta è che la donna superi la violenza subita a favore di una collaborazione attiva con il padre, per il benessere dei figli. E la consulente di parte della donna vittima di violenza? Vive ugualmente il vissuto di impotenza e violenza che l’istituzione impone loro. “Anch’io, come queste donne, vittime di violenza, non sono creduta in un momento così importante. E a volte mi chiedo: ma se fossi un uomo cambierebbe qualcosa? Sarei creduta professionalmente? E mi arrabbio anche perché ci si sente dire “ma non la vedi questa donna? Mandala da un professionista (es. psichiatra) che la segua” e queste frasi sono di una violenza incredibile. E la donna viene medicalizzata, non riconoscendo gli effetti di una violenza agita in modo intenzionale e che persevera e continua durante la CTU, una violenza quindi durante la comunicazione con i vari servizi” (Baccaro, 2008).

La valutazione della condizione di disabilità per l’assegnazione dei benefici previsti dalla L. 68/99. Alcune considerazioni

di Francesca Dicè La “68/99” è la legge dell’ordinamento italiano che regola il collocamento mirato ed ha lo scopo di agevolare l’integrazione delle persone con disabilità sul mondo del lavoro (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Essa si occupa di tre grandi categorie di lavoratori: invalidi civili, invalidi del lavoro, invalidi di guerra e per servizio (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021; Babetto, 2021). La valutazione legata all’assegnazione dei benefici da essa previsti è ad opera delle Commissioni Medico Legali previste dall’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale; in esse, nello specifico, vi è l’importante apporto dell’Operatore Sociale Esperto Ratione Materiae, ruolo che può assunto da uno psicologo o un assistente sociale (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). La commissione ha il compito di valutare le risorse che la persona con disabilità può mettere al servizio del suo operato all’interno del contesto lavorativo, approfondendo il suo potenziale occupazionale e le sue possibilità di utilizzare costruttivamente le misure e le opportunità messe a loro disposizione (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Il criterio sottostante l’applicazione della legge 68/99 riguarda principalmente il concetto che la persona con disabilità è un cittadino che ha diritti e doveri pari a tutti gli altri (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Ha dunque il diritto di lavorare in considerazione sì delle sue difficoltà (siano esse fisiche, cognitive o psichiche, e più o meno invalidanti) ma anche delle sue preferenze, della sua formazione, delle sue competenze e delle sue potenzialità di crescita professionale (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Nonostante tali aspetti normativi, talvolta risulta ancora molto complicato, nel la maggioranza dei casi, accedere al mondo del lavoro (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021); le persone infatti incontrano contenti che non riescono sempre a gestire le loro necessità, la loro collocazione e il loro inserimento, così come anche luoghi in cui non è sempre possibile rimuovere completamente le barriere (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). L’applicazione completa e generalizzata della legge 68/99, dunque, richiederebbe una rivoluzione culturale che determini importanti ricadute sull’intero sistema lavorativo (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Tale rivoluzione credo inizi proprio dal lavoro di valutazione delle risorse delle persone con disabilità operato all’interno delle Commissioni Medico Legali; definirle con precisione ed attenzione, infatti, potrà aiutarle a trovare un contesto lavorativo specificamente adatto a loro, in cui potranno sentirsi completamente accolte e sostenute, e che potranno contribuire attivamente a rendere ancora più inclusivo ed adeguato (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Se fatto con passione e competenza, il lavoro di valutazione può essere l’inizio di un efficiente percorso volto a promuovere l’integrazione di tutte le persone e ridurre ogni tipo di discriminazione, nel mondo del lavoro ed in ogni contesto sociale (Pronello, 2020; Bottà & Seta, 2021; Babetto, 2021). Bibliografia Babetto A. (2021). Inserimento lavorativo disabili: il problema è davvero la Legge 68/99? Retrieved from https://bit.ly/ 3BcL3BQ Bottà M. & Seta E. (2021). Inclusione lavorativa disabili. Una proposta. Retrieved from https://bit.ly/3uFMyXW Pronello M. (2020) L’ inclusione lavorativa delle persone disabili. Retrieved from https://bit.ly/3Jm600g

La tutela psicoeducativa dei minori profughi

La guerra in Ucraina, a cui stiamo assistendo, richiede una lettura a maglie larghe. Spesso i bambini e i ragazzi, che fuggono dalla guerra, arrivano in Italia privi dell’assistenza dei genitori o di chi ne fa le veci. Per questo motivo sono definiti minori stranieri non accompagnati (MSNA). In realtà, per leggere il fenomeno nella sua complessità, occorre l’ analisi dei singoli fili e degli intrecci vari. Intrecci che richiedono di spostare l’attenzione dalla politologia alla psicologia; una psicologia che tutela, dal punto di vista psicoeducativo, i minori nei contesti scolastici. L’ascolto attivo come forma di tutela psicoeducativa La tutela psicoeducativa si sostanzia anche attraverso l”ascolto attivo”, un ascolto che dà senso e significato alle parole di chi parla; dove chi ascolta, riflette e non giudica. Sono tante le scuole che predispongono percorsi di accoglienza per minori stranieri. Alcune istituzioni scolastiche prevedono sia la presenza di mediatori culturali sia di psicologi. Questo lavoro sinergico è fondamentale per la buona riuscita del progetto di tutela psicoeducativa e accoglienza. Il mediatore culturale è in grado di conoscere la cultura e la lingua del paese di provenienza del minore. Lo psicologo è,invece, la figura più adatta a rinoscere i segni e i segnali evocatori di un possibile disagio che vive il minore. Lo scopo di questa alleanza è fare in modo che i minori profughi riescano ad apprendere e a “star bene” nei contesti scolastici, garantendo il loro benessere soggettivo. Il benessere soggettivo è da intendersi come la soddisfazione di vita e l’equilibrio tra le emozioni positive e quelle negative (Diener et al., 1999). La tutela psicoeducativa dei minori profughi diventa l’obiettivo da raggiungere. Un obiettivo che richiede il rispetto per la cultura di appartenenza del minore. Ed è in questa prospettiva attenta alla tutela psicoeducativa e all’ascolto, che “abbracciamo” i minori profughi. In conclusione non dimentichiamo mai che la cosa di cui hanno più bisogno gli esseri umaniè il l desiderio sconfinato di essere ascoltati (Eugenio Borgna, psichiatra).