Perché non riesco a fare richieste? Alcuni consigli pratici

Perchè non riesco a fare richieste? Alcuni consigli pratici Quanti di voi si sentono in difficoltà a chiedere, ad esempio, un passaggio al proprio partner, ad un amico o ai propri familiari? L’incapacità di fare delle richieste, dalle più semplici alle più complesse, è da sempre il tallone d’Achille mio e di molte persone che mi circondano. Anche nella stanza di terapia, esplorare la possibilità di fare richieste chiare e semplici all’altro risulta spaventosa e inimmaginabile! Gli scenari anticipati sono catastrofici e terrifici. Alla mia domanda <<Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere, chiedendo a Carlo di darti un passaggio?>>, queste sono solo alcune delle risposte più gettonate: <<Se Carlo mi dice di no allora mi sento umiliata>>; <<Se chiedo a Carlo un passaggio penserà che non posso cavarmela da sola>>; <<Penserà di me che sono debole e vulnerabile>>; <<Non ho il diritto di chiederlo perché non mi merito niente>>; <<Se Carlo mi dice no, mi sentirei rifiutata da lui>>. Spesso ciò che accade in queste circostanze, è che la nostra richiesta racchiude in sé una molteplicità di domande silenti riguardo il nostro valore e/o il bene che l’altro ci vuole. La semplice richiesta di un passaggio cela, per chi non riesce ad avanzare richieste, una domanda molto più importante del tipo: che posto occupo nella tua vita? Un ipotetico “no” diventa in questo modo la conferma che, evidentemente, non sono poi così importante, così amato, così meritevole. In realtà fare richieste è un diritto e una libertà che va protetta a tutti i costi. È un mio diritto chiedere, ed è diritto dell’altro dire di no. Allora cosa posso fare per rendere quel “no” meno rischioso? Avere ben chiaro l’obiettivo della richiesta. Distacca la tua richiesta da interrogativi inespressi. Qual è il tuo reale obiettivo? Se è quello di ottenere un passaggio, allora Carlo potrebbe dire di no ad un passaggio, non alla tua persona! Se invece vuoi sapere che posto occupi nella vita di Carlo stai sbagliando domanda… potresti provarne una più chiara ed efficace, come “mi vuoi bene? Che posto occupo nella tua vita?”. Solo una domanda coerente con il mio obiettivo, permette di non incorrere in disguidi comunicativi. Assicurati di essere ascoltato. Sei sicuro che il tuo interlocutore possa prestarti attenzione in quel momento? Evita di fare richieste in momenti in cui è visibilmente impegnato o emotivamente molto attivato, ad esempio se è arrabbiato o preoccupato. Vai dritto al punto. Prova a porre una richiesta chiara e coincisa, ad esempio: “potresti darmi un passaggio?” è molto più efficace di “sai, non so come raggiungere casa…” e aspettarti che l’altro si proponga! Ricorda: è tuo dovere richiedere, non è dovere dell’altro interpretare. Se hai difficoltà a fare richieste chiare, esplicitalo. Rendere esplicita la propria difficoltà aiuta l’altro a capire il tuo stato emotivo, attivando una maggiore empatia ed ascolto. Prova a cominciare la frase con: “sai, mi sento in colpa/in difficoltà a chiedertelo, ma…” Ascolta l’altro. Ora che hai posto la tua richiesta, ascolta attivamente l’altro senza giungere ad interpretazioni o conclusioni affrettate! Il suo “no” può evidenziare dei bisogni che sono per lui altrettanto importanti quanto i tuoi! Il fatto che in quel momento non voglia darti un passaggio, potrebbe celare delle ragioni che vanno ben aldilà dell’affetto che prova per te! Mostra apprezzamento se l’altro accoglie la richiesta, o cerca un compromesso accettabile per entrambi. Ricorda che il tuo obiettivo è richiedere un passaggio, non avere una prova d’amore! Puoi quindi provare a chiedere di accompagnarti più vicino alla tua meta, in un posto che sia più comodo anche all’altro.

Isteria e Arteterapia .2

Con questo nuovo articolo portiamo avanti il discorso su questo grande tema : “l’isteria”, iniziato nello scorso articolo Isteria e Arteterapia .1 approfondiremo ora la suddivisione tra soma e psiche, tra corpo e anima. Questa suddivisione per gli antichi greci non aveva molto senso, non era così strutturante, certamente esisteva pneuma, il respiro vitale, ma non c’era la dicotomia forte che abbiamo noi oggi, nata nel Seicento con Cartesio. Va fatto un approfondimento: quella che chiamiamo psiche, non è altro che una serie di rappresentazioni mentali ossia degli impulsi cerebrali e fisici. Sottolineamo quindi che la suddivisione tra corpo e anima non ha senso. Quando infatti abbiamo un problema di ansia, questo è legato alle nostre rappresentazioni mentali e queste rappresentazioni mentali sono corpo, non sono cioè un’invenzione successiva o un aspetto a latere. L’attacco di panico è corpo, spesso descritto come un tentativo strategico del paziente di non farsi abbandonare. Anche il desiderio di non farsi abbandonare è corpo e anche le nostre rappresentazioni mentali sono impulsi cerebrali, a prescindere dalle credenze di ciascuno. Nel momento in cui il paziente disegna delle cose, vengono messe in campo delle rappresentazioni mentali. Ancora attuale è la definizione di isteria dello psichiatra Arieti che risale agli anni Settanta e la definisce come la tendenza da parte di certe persone di mettere in scena nel teatro del corpo,certe loro contraddizioni e certe loro problematiche emotive. Se ci riflettiamo anche la parola emozione è corpo, deriva infatti dal latino ex movere, che significa qualcosa che si muove. Allo stesso modo anche la psiche è corpo. Nel momento in cui disegniamo, quando compiamo un atto arteterapeutico, stiamo mettendo in scena il nostro corpo. Per fare un segno grafico occorre ripassare tutta l’esperienza corporea. Il punto centrale dell’Arteterapia è mettere in scena tutte le stratificazioni e le complessità corporee, compresa la magia che, come la fede, ha una sua fisicità perché è un potere del corpo. La Dott.ssa Erica F. Poli parla giustamente di unità psiche-soma. Occorre però evidenziare che quando si parla di mente sarebbe meglio definirla come quella funzione dei nostri corpi che chiamiamo la mente. La mente è una funzione dei nostri corpi, esattamente come l’anima. Il problema è riuscire a dialogare anche con noi stessi a prescindere dalle nostre convinzioni. Il fatto che certe esperienze possano essere descritte come anima, non deve stupirci. Quello che occorre è un modello generale descrittivo che ci permetta di far coesistere le opinioni, non è possibile infatti né un assoluto materialismo e né un assoluto spiritualismo. Abbiamo tutta una serie di esigenze nella relazione con la trascendenza che sono ineliminabili.

L’influenza della madre nella relazione padre-bambino: Maternal Gatekeeping

La relazione che un padre può instaurare con i propri figli può essere facilitata o ostacolata da più fattori, uno di questi è il comportamento della madre. Dalla letteratura scientifica si evince che i padri sono maggiormente coinvolti nello sviluppo dei loro bambini quando i cogenitori si sostengono a vicenda nei loro ruoli genitoriali (Hohmann-Marriott 2011). Sarah M. Allen e Alan J. Hawkins hanno utilizzato il termine “maternal gatekeeping” per indicare «un insieme di credenze e comportamenti che inibiscono uno sforzo collaborativo tra uomini e donne nel lavoro familiare limitando le opportunità degli uomini nel prendersi cura della casa e dei bambini». Le madri possono svolgere il ruolo di gatekeeper (custode), ostacolando ma anche incoraggiando e sostenendo il coinvolgimento dei padri (DeLuccie, 1995; Fagan & Barnett, 2003). Le prime ricerche sul gatekeeping materno si sono concentrate esclusivamente sui comportamenti scoraggianti delle madri che influenzavano il coinvolgimento paterno nella relazione con i figli in famiglie sposate e in coppie con padri residenti (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018). Tuttavia, i ricercatori hanno sottolineato che un’attenzione esclusiva dei comportamenti scoraggianti è troppo ristretta per catturare l’intera gamma dei comportamenti che le madri potrebbero mostrare nei confronti dei padri. In aggiunta, gli stessi evidenziano che le madri sono capaci anche di impegnarsi in comportamenti incoraggianti e di sostegno che potevano migliorare la qualità delle relazioni padre-bambino (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018; Puhlman & Pasley, 2013; Schoppe-Sullivan, et al., 2008; Van Egeren & Hawkins, 2004). Da una ricerca di Fagan e Barnett (2003) si evidenzia come le madri che attribuivano maggiore valore al ruolo dei padri riferivano che i padri erano più coinvolti. Inoltre, le madri che consideravano i padri come genitori competenti avevano meno probabilità di attuare comportamenti di gatekeeping. Le ricerche in questo campo, però, hanno utilizzato principalmente – se non esclusivamente – i resoconti delle madri sul coinvolgimento del padre. Le valutazioni future dovrebbero misurare il gatekeeping materno mediante osservazioni, ciò potrebbe fornire una valutazione più pura del costrutto (Altenburger, Schoppe-Sullivan & Kamp Dush, 2018).  Inoltre, la ricerca si è concentrata maggiormente sulla quantità del coinvolgimento del padre – tramite self-report – piuttosto che sulla qualità della genitorialità dei padri – tramite osservazioni – che è maggiormente determinante per lo sviluppo socio-emotivo dei bambini (Pleck, 2010). Bibliografia Allen, S. M., & Hawkins, A. J. (1999). Maternal gatekeeping: Mothers’ beliefs and behaviors that inhibit greater father involvement in family work. Journal of Marriage and the Family, 61, 199–212. Altenburger, L. E., Schoppe-Sullivan, S. J., & Kamp Dush, C. M. (2018). Associations between maternal gatekeeping and fathers’ parenting quality. Journal of Child and Family Studies, 27(8), 2678–2689. Hohmann-Marriott, B. (2011). Coparenting and father involvement in married and unmarried coresident couples. Journal of Marriage and Family, 73, 296–309. Pleck, J. H. (2010). Paternal involvement: Revised conceptualization and theoretical linkages with child outcomes. In E. M. Lamb (Ed.). The role of the father in child development, (58-93). Wiley. Schoppe-Sullivan, S. J., Brown, G. L., Cannon, E. A., Mangelsdorf, S. C. & Sokolowski, M. S. (2008). Maternal gatekeeping, coparenting quality, and fathering behavior in families with infants. Journal of Family Psychology, 22, 389–398. Van Egeren, L. A. & Hawkins, D. P. (2004). Coming to terms with coparenting: Implications of definition and measurement. Journal of Adult Development, 11, 65–178.

La Giornata Mondiale della Salute Mentale: l’importanza del 10 ottobre

Storia della Giornata Mondiale della Salute Mentale Ogni anno, durante la giornata del 10 ottobre, l’attenzione del mondo intero si focalizza sulla sensibilizzazione di temi inerenti alla salute mentale, festeggiando la Giornata Mondiale ad essa dedicata. Istituita nel 1992 dalla World Federation for Mental Health con l’obiettivo di promuovere la prevenzione, la diagnosi e il trattamento dei disturbi mentali, la Giornata Mondiale della Salute Mentale ha come scopo proprio quello di stimolare la comprensione e l’empatia verso le persone che si trovano ad affrontare tali problematiche. Il 10 ottobre, attraverso varie iniziative, offre la possibilità di esplorare il significato della salute mentale e di riflettere su come migliorare il benessere psicologico in tutto il mondo. L’importanza della salute mentale La salute mentale è una componente essenziale del benessere di un individuo e della società nel suo complesso. Va sottolineato che per promuovere la salute mentale non è sufficiente la mera assenza di disturbi psichici ma è necessario mantenere un equilibrio globale. Tale bilanciamento deve coinvolgere anche la capacità di gestire lo stress derivante da differenti contesti e l’intensità delle emozioni che ne derivano. Ciò che è importante, è prestare attenzione a come ogni piccolo cambiamento possa avere un impatto significativo nella qualità di vita di un individuo. Attività dedicate al 10 ottobre Attualmente, questa giornata si compone di attività di sensibilizzazione promosse da organizzazioni, associazioni e istituzioni pubbliche e private. Tra tali iniziative, che possono essere di diverso tipo, possiamo citare: Conferenze e seminari su temi di rilevanza psicologica; Proiezioni di documentari, film o mostre fotografiche; Laboratori creativi; Campagne di sensibilizzazione mediante l’utilizzo di social media; Attività di volontariato per supportare persone con disturbi mentali e la loro famiglia; Raccolte fondi per fornire un sostegno alle organizzazioni che si occupano di salute mentale; Attività di prevenzione. Temi della giornata Ogni anno i vari eventi che si distribuiscono in tutto il mondo durante il 10 ottobre sono accumunati da un tema condiviso. Negli ultimi anni possiamo citare il tema “Mental health in an unequal world” (“Salute mentale in un mondo disuguale”) del 2021 o il tema dello scorso anno “Make mental health and well-being for all a global priority” (“Rendi la salute mentale e il benessere per tutti una priorità globale”). Quest’anno la giornata si focalizzerà sull’universalità del diritto alla salute mentale con il tema ““Mental Health is an Universal Human Right”. Combattere lo Stigma e l’Isolamento Sociale Ancora oggi i disturbi mentali non sono esenti da stigma; uno degli obiettivi principali della Giornata Mondiale è proprio diffondere informazioni e consapevolezza sulla salute mentale in modo da eliminare i pregiudizi e le discriminazioni ad esso correlate. Spesso, infatti, accade che le persone, pur di evitare giudizi stigmatizzanti e l’isolamento sociale che deriva da essi, evitino di cercare aiuto sebbene ne percepiscano la necessità. Il 10 ottobre vuole contribuire ad una maggiore inclusività, proponendo riflessioni sull’importanza del chiedere aiuto quando necessario e di un clima basato sul supporto per il proprio benessere. Promuovere il Benessere La Giornata Mondiale della Salute Mentale vuole anche ricordare come sia fondamentale porre una costante attenzione al benessere psicologico attraverso piccole azioni quotidiane, prestando attenzione ai segnali della nostra mente ma anche del nostro corpo. Va ricordato, infatti, che per una buona salute psicologica è sì necessario imparare a gestire lo stress, ma è anche fondamentale prendersi cura del proprio corpo adottando uno stile di vita sano composto da alimentazione equilibrata ed esercizio fisico regolare. Conclusioni In conclusione, la Giornata Mondiale della Salute Mentale rappresenta l’opportunità di riflettere sull’importanza della salute mentale per la qualità di vita di tutti noi. L’occasione che il 10 ottobre fornisce è quella di promuovere il benessere psicologico attraverso un sostegno di chi si trova a combattere con disturbi mentali ed educando la comunità per diminuire i pregiudizi, ricordando che la salute mentale non dev’essere considerata inferiore a quella fisica. Sitografia https://promisalute.it/conferenza-giornata-mondiale-salute-mentale/ https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/neuroscienze/la-giornata-della-salute-mentale-ci-riguarda-tutti https://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?id=6019&menu=notizie https://www.salute.gov.it/portale/saluteMentale/dettaglioNotizieSaluteMentale.jsp?id=6019&lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero https://www.who.int/campaigns/world-mental-health-day/2023

Il Paziente Designato in terapia: da capro espiatorio a risorsa nell’ ottica Sistemico-Relazionale.

Di Ilenia Gregorio Il Paziente designato o Paziente identificato (identified patient – “PI”), è la persona che, in una famiglia disfunzionale, viene scelta inconsciamente per esplicitare e rendere visibili i conflitti intrafamiliari. E’un concetto che rimanda all’ipotesi che il funzionamento problematico di un membro (il più delle volte si tratta di un figlio) rappresenta, in realtà, un sintomo di una problematica generale del sistema familiare di cui egli fa parte. Il figlio sintomatico, dunque, è il portavoce della sofferenza che affligge l’intero Sistema famiglia. Il paziente designato e i suoi comportamenti alterati hanno una duplice e ambivalente funzione: l’espressione dei sintomi psicopatologici è una richiesta di aiuto per sé e per la propria famiglia. Come effetto secondario, infatti, l’espressione del sintomo di uno, porta alla luce il problema più generale del gruppo di cui fa parte. l’espressione del sintomo in un solo membro del gruppo permette allo stesso tempo di nascondere conflitti relazionali presenti tra gli altri membri. Le relazioni familiari nelle famiglie disfunzionali risultano il più delle volte simbiotiche e, di conseguenza, lo stato emotivo di ciascun membro è fortemente influenzato da quello degli altri. Questo fa sì che ciascuno impieghi gran parte delle proprie energie per contenere e gestire i livelli emotivi dei familiari, trascurando i bisogni individuali e le proprie necessità emotivo/affettive. Quando in queste famiglie si verifica un aumento di tensione, soprattutto tra i coniugi, l’intero sistema si attiva per scongiurare che la tensione culmini nella rottura del rapporto. All’interno del sistema familiare le tensioni vengono gestite attraverso alleanze, coalizioni e triangolazioni tra due o più membri del gruppo ed è proprio a queste dinamiche che bisogna prestare costante attenzione. Il primo studioso a parlare di paziente designato fu Bateson. Lo definì come la persona sintomatica, all’interno di un Sistema-Famiglia, che viene identificata come la causa di tutti i problemi della famiglia stessa (capro espiatorio): il membro scelto in modo subconscio per manifestare i conflitti interni della famiglia; colui che è il portatore scisso del disturbo (molto probabilmente transgenerazionale) della famiglia. Il paziente identificato è di solito colui che cerca per primo un aiuto psicoterapeutico in quanto percepisce profonda sofferenza ed importanti tensioni; talvolta è la famiglia stessa che manda il PI in terapia nella speranza che “guarisca” e che si risolvano così tutte le tensioni intrafamiliari che non vengono caratterizzate da un aspetto di “corresponsabilità”. Il paziente designato, dunque, non è altro che colui che assume su di sé l’intera sofferenza della sua famiglia, con un tentativo estremo di mantenerne l’unità e l’omeostasi anche se non funzionale al benessere del Sistema stesso. È importante sottolineare che in questa dinamica non è possibile individuare delle vittime e dei colpevoli. Il processo relazionale che conduce all’emergere di sintomi psicopatologici in un figlio si caratterizza, infatti, per essere un processo circolare: da una parte i genitori cercano di risolvere le proprie difficoltà coniugali coinvolgendo il figlio. dall’altra, il figlio stesso, attraverso un atto sacrificale, sceglie di assumere su di sé la responsabilità di risolvere le difficoltà della sua famiglia. Paradossalmente, via via che il paziente designato sta meglio, la famiglia o il gruppo tendono a resistere o a ripristinare lo status quo. La guarigione o il miglioramento del PI, infatti, spostano l’equilibrio mettendo in crisi tutto il gruppo che si ritroverebbe costretto a mettere in discussione le proprie dinamiche interne. Quando il terapeuta capisce che la persona che ha davanti è un paziente designato dovrebbe considerare di inglobare nella terapia tutta la famiglia dato che il germe patologico non è personale bensì, sistemico. E’ il sistema famiglia che non funziona e non l’individuo (anche se è quest’ultimo a manifestare i sintomi). L’importante è considerare il paziente designato come “porta d’entrata” nel sistema familiare, in quanto finisce per rappresentare l’occasione per l’evoluzione del processo terapeutico. Pertanto risulta produttivo stringere fin dall’inizio un patto fiduciario con il “PI” anche implicito o non verbalizzato. Tale “complicità” è realizzabile attraverso due fondamentali operazioni del terapeuta: 1) la prima consiste nel neutralizzare precocemente i vantaggi secondari che ogni paziente tende ad assicurarsi più o meno apertamente come rivalsa per il suo ruolo problematico e di “diverso”, ad esempio esercitando centralità assoluta a casa e in seduta; la strada migliore per il terapeuta sembra quella di entrare il meno possibile nella sfera delle connotazioni di patologia, evitando di riconoscere e di etichettare come patologici comportamenti presentati e ostentati come tali. A tal proposito il terapeuta spinge il paziente e la famiglia a spostarsi su altri livelli, più complessi e meno circoscrivibili: ad esempio dal livello del disturbo psichiatrico ci si sposta su quello della crisi evolutiva della famiglia.     2) la seconda consiste nel cercare di sollecitare le parti sane e le risorse, senza confrontarsi con la sola identità negativa presentata dal paziente: in questo modo, quest’ultimo, sarà maggiormente disponibile a collaborare, scorgendo la possibilità di liberarsi da pesi funzionali e da tensioni che gravano su di lui, ma che appartengono anche ad altri interlocutori e ad altre generazioni.     L’obiettivo, quindi, non è affatto quello di negare i sintomi, ma semplicemente di spostarli di livello, dando loro un valore diverso: da immagine cristallizzata del fallimento di molti, gli stessi sintomi vengono usati come segnali capaci di indicare percorsi alternativi a una famiglia altrimenti bloccata.     Il terapeuta può così formulare le sue prime ipotesi sul funzionamento del gruppo familiare e sulle sue risorse interne, mentre il paziente sollecita l’intero assetto funzionale della famiglia, fornendo informazioni utili su come procedere verso quel cambiamento da tutti apparentemente più temuto che desiderato.     Il terapeuta, stringendo una tale complicità con il paziente, lo investe della funzione di vero e proprio coterapeuta: il paziente invia i segnali; il terapeuta li raccoglie, li organizza e li traduce per il gruppo.     Considerare il paziente designato come regolatore del processo terapeutico ci libera dalla preoccupazione di valutare il progresso della terapia sulla base del semplice miglioramento sintomatologico. Si tratta di segnali diversi che richiedono decodifiche differenti e ipotesi e strategie adeguati, essi scandiscono

L’uso degli psichedelici in terapia

L’uso degli psichedelici per uso ricreativo si è diffuso negli anni 60 con un movimento di liberazione giovanile e come modalità di rottura verso una generazione. Esiste tuttavia da qualche tempo un’attenzione verso l’uso di queste sostanze anche da un punto di vista ‘terapeutico’ e potremmo guardare con una certa curiosità come si sta muovendo una certa ricerca in merito al loro utilizzo. Infatti gli psichedelici sono agenti psicoattivi utilizzati da migliaia di anni per generare cambiamenti percettivi e stati alterati di coscienza (Hoffmann, 1980). A partire dal 2010, si stima che più di 30 milioni di individui abbiano ingerito psichedelici negli Stati Uniti (Krebs & Johansen, 2013). Nelle prime ricerche sulla salute mentale legata a psicoterapia con psichedelici, i ricercatori hanno condotto molte ricerche che hanno ottenuto risultati favorevoli (Grinspoon & Bakalar, 1979; Krebs & Johansen, 2012; Rucker, Iliff, & Nutt, 2018). Negli anni ’60 esisteva una ‘psicoterapia psichedelica’ che era arrivata alle porte della medicina tradizionale. Ciononostante, molte delle prime ricerche erano inficiate da difetti metodologici e le preoccupazioni riguardavano questioni etiche, poiché i regolamenti per la conduzione di ricerche con soggetti umani non erano così severi come quelli imposti oggi. Questa prima ondata di ricerca psichedelica fu quindi accolta con un contraccolpo politico, la ricerca e le applicazioni cliniche furono fermate e soppresse, per la maggior parte, interrompendo ulteriori indagini e valutazioni fino agli anni ’90. A partire da dagli anni ‘90 molti studi ben progettati, eticamente responsabili e rigorosi hanno contribuito al rinnovato interesse per gli psichedelici e alla rivitalizzazione della terapia psichedelica (Carhart-Harris & Goodwin, 2017). Ancora, per decenni, sono state espresse preoccupazioni riguardo alla potenziale associazione tra l’uso di psichedelici e l’aumento dei tassi di malattia mentale. In risposta a ciò, due studi su larga scala di oltre 130.000 partecipanti hanno affrontato queste preoccupazioni e non hanno rivelato relazioni significative tra l’uso di psichedelici nel corso della vita e l’aumento dei problemi di salute mentale. In alcuni casi, l’uso di psichedelici è stato associato a meno problemi di salute mentale (Johansen & Krebs, 2015; Krebs & Johansen, 2013). Studi recenti di psicoterapia assistita da psichedelici hanno documentato l’alleviamento di sintomi, tra cui l’ansia (dos Santos, Osório, Crippa, Bouso, & Hallak, 2018), la depressione (Reiche et al., 2018), il disturbo da stress post-traumatico (PTSD; Sessa, Higbed, & Nutt, 2019) e la dipendenza (Winkelman, 2014). Gli psichedelici agirebbero in modo tale da alterare potenzialmente la coscienza in modo tale da fornire un’esperienza di guarigione più profonda durante le sessioni di psicoterapia rispetto agli interventi attuati durante gli stati ordinari di coscienza (Belser et al, 2017; Bogenschutz et al., 2018; Mithoefer et al., 2018; Mithoefer, Wagner, Mithoefer, Jerome, & Doblin, 2011; Nielson, May, Forcehimes, & Bogenschutz, 2018; Noorani, Garcia-Romeu, Swift, Griffiths, & Johnson, 2018; Swift et al., 2017; Wagner et al., 2017). In particolare questo accadrebbe perché gli psichedelici sono spesso associati a un’esperienza soggettiva di dissoluzione dell’ego, segnata da una disintegrazione del senso dell’identità o del sé (Letheby & Gerrans, 2017). Questo può facilitare una prospettiva più oggettiva e quindi modificare modelli disadattivi di comportamento, pensieri ed emozioni (Swanson, 2018). Pertanto, la dissoluzione dell’ego sembrerebbe migliorare i pensieri e i comportamenti disadattivi Gli strumenti di neuroimaging, che sono entrati in ampio uso durante la recente ondata di ricerca psichedelica, hanno contribuito e facilitato l’indagine dei meccanismi neurobiologici degli psichedelici in un modo non raggiungibile nelle epoche precedenti della ricerca psichedelica. Le droghe psichedeliche perturbano le reti e i processi cerebrali che normalmente vincolano i sistemi neurali centrali per la percezione, l’emozione, la cognizione e il senso di sé o ego (Swanson, 2018), e i dati di neuroimaging sostengono la tesi che la dissoluzione dell’ego agisce come un passaggio per o precede il beneficio terapeutico di alcune esperienze psichedeliche. Le ricerche sono ancora in corso e altri sviluppi si prospettano in tal senso.

IL PENSIERO DI GRUPPO E LE SUE CONSEGUENZE

Cosa comporta prendere una decisione di gruppo? Lo psicologo Janis ha elaborato la teoria del pensiero di gruppo, analizzando alcuni eventi in cui si possono cogliere le conseguenze negative del pensiero di gruppo. Ad esempio l’invasione della Baia dei Porci e il lancio del Challenger del 1986. Nel 1961, il Presidente Kennedy e i suoi consiglieri cercarono di rovesciare il governo di Fidel Castro invadendo Cuba con 1400 cubani esiliati addestrati dalla CIA. La decisione di attaccare venne presa anche in seguito alla dichiarazione di appoggio da parte della guerriglia anti-castrista nascosta sulle montagne. Se, però, Kennedy e i suoi consiglieri avessero guardato una mappa del territorio cubano, si sarebbero accorti che le montagne dove si rifugiavano gli anti-castristi distavano 8 miglia dalla Baia dei Porci e che nel mezzo si estendeva una palude. Il risultato di questa invasione sono stati quasi 2000 prigionieri americani. Il 29 Gennaio 1986, la NASA decise di procedere con il lancio del Challenger nonostante alcuni segnali di rischio. Alcuni ingegneri avevano avvertito che temperature rigide avrebbero prodotto dei guasti alla guarnizione posta tra le parti del razzo e che questo avrebbe portato all’esplosione della navetta spaziale. La mattina stabilita le temperature erano molto rigide, ma i vertici della NASA, pressati dall’opinione pubblica, decisero di proseguire comunque. 73 secondi dopo il lancio, il Challenger esplose e tutti i 7 membri a bordo morirono. Partendo da questi due eventi, Janis elabora il concetto di pensiero di gruppo. Si tratta un processo di presa di decisione reso inefficace e fallace dal fatto che chi prende la decisione è più motivato a mantenere il consenso dell’opinione pubblica e dei suoi sostenitori piuttosto che di prendere la decisione giusta. Perché il pensiero di gruppo si sviluppi, devono presentarsi degli antecedenti: alta coesione del gruppo (non sono accettati dissidenti) presenza di un leader direttivo, forte e carismatico presenza di una situazione stressante Quando pianificò l’invasione della Baia dei Porci, il Presidente Kennedy potè contare su un gruppo di consiglieri compatto. Le informazioni critiche non vennero considerate e venne espresso consenso alle volontà di Kennedy. Dall’analisi di altri eventi storici, Janis ha individuato 8 sintomi del pensiero di gruppo. 1. La presenza di un’ILLUSIONE DI INVULNERABILITÀ che porta il gruppo a pensare di aver preso sempre decisioni efficaci2. Credere nella MORALITÀ INTRINSECA del gruppo che porta a dimenticarsi dei principi etici e morali socialmente condivisi. Questi due sintomi portano il gruppo a sopravvalutarsi. 3. La presenza di un VISIONE STEREOTIPICA DEI GRUPPI ESTERNI che porta a considerare in modo negativo i gruppi diversi dal proprio. 4. Considerare le alternative rileggendole in funzione della decisione presa, cioè convincerci collettivamente che l’alternativa presa è la migliore Questi due sintomi sono indicatori di ristrettezza mentale. 5. I membri del gruppo non vogliono romperne la coesione, perciò evitano di esporre pareri contrastanti alla decisione del gruppo.6. Ai membri che hanno obiezioni viene spiegato che, o tornano ad essere in accordo con il gruppo oppure dovranno abbandonarlo7. La presenza di un’ILLUSIONE DI UNANIMITÀ CONDIVISA in quanto possono esserci persone che non sono d’accordo con la decisione del gruppo ma nessuno osa dirlo. Questo fa percepire un’unanimità anche quando essa non c’è.8. La presenza di un’AUTO-SORVEGLIANZA messa in atto da alcuni membri del gruppo. Se qualcuno porta una contro argomentazione verso la decisione presa, c’è qualcuno del gruppo che gli fa notare che sta sbagliando (il censore non è mai il leader, è qualcuno al pari di chi obietta). Le conseguenze nefaste del pensiero di gruppo sono legate al fatto che c’è un esame incompleto delle alternative. Il gruppo non riesce a considerare tutte le alternative, perciò, di fronte ad una scelta, le persone non riescono a vedere i rischi. Il risultato di questo processo è una presa di decisione deficitaria, unita all’alta probabilità che la decisione presa sia scorretta Per concludere, esistono diversi modi per prevenire il pensiero di gruppo e le sue conseguenze. Tra queste evitare l’isolamento del gruppo, ridurre la pressione alla conformità, incoraggiare un atteggiamento mentale critico e favorire il dissenso. Ad esempio, potrebbe essere utile istituire la figura dell’avvocato del diavolo al fine di cercare alternative alla decisione principale. BIBLIOGRAFIA Meyers, D.G. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw-Hill Education

Adozioni Speciali: il Caso di Luca Trapanese

La legge italiana sulle adozioni è ferma al 1983 e fa ancora differenze tra cittadini (e bambini) di serie A e di serie B.  L’articolo 44 della legge 184/1983 stabilisce infatti per un single la possibilità di adottare un figlio solo in tre casi: qualora fra lui e il bambino esista un legame di parentela o un rapporto prolungato; quando non vengano individuate coppie idonee (caso più unico che raro); quando il bimbo, orfano, è condizioni di disabilità.  La riflessione che mi viene da fare è che se una persona singola può prendersi cura di un bimbo disabile, con tutte le problematiche che tale situazione comporta, perché i nostri legislatori non apportano una modifica alla legge attuale dando la possibilità ai single di poter adottare anche bambini senza disabilità? Più di trenta famiglie hanno detto no perché affetta da sindrome di down. Più di trenta coppie ‘tradizionali’ hanno rifiutato Alba perché spaventati all’idea di crescere una figlia con handicap.  L’amore e il desiderio di diventare genitori non hanno prevalso di fronte alla consapevolezza che essere genitori di un bambino disabile significa dover affrontare un viaggio lungo una intera vita in totale solitudine perché lo stato è per lo più assente, perché si fatica ancora tanto ad accogliere ‘il diverso’. Tuttavia, la storia di Alba ha avuto un lieto fine. Il suo cammino ha incontrato quello di Luca Trapanese che ,dopo un lungo percorso , è diventato il suo papà adottivo e ha raccontato la loro  storia in un libro intitolato NATA PER TE, scritto insieme a Luca Mercadante .   Oggi Luca, il papà di Alba, si batte costantemente affinché la legge italiana sull’ adozione possa essere modificata, consentendo anche ai single, indipendentemente dall’ orientamento sessuale, di adottare bambini abili o disabili, valorizzando il loro desiderio di amare e di diventare genitori.

Come promuovere l’intelligenza situazionale

Al fine di promuovere l’intelligenza situazionale è fondamentale favorire la partecipazione del bambino alla gestione della conoscenza. Cosa vuol dire? Ricordiamo sempre che lo sviluppo è l’interazione tra i fattori genetici e i fattori ambientali, che “amalgamandosi” generano un individuo unico e irripetibile.

Migrazione e nostalgia di casa: quali effetti sulla salute mentale dei rifugiati?

Esseri umani in cerca di una vita migliore. Questa è l’essenza del fenomeno migratorio.  Come sottolineato da Renos Papadopoulos (2007), essere un migrante o un rifugiato non è una condizione psicologica di per sé, bensì una condizione politico-sociale che può avere implicazioni psicologiche. Alcune persone diventano migranti perché sono forzate, in maniera diretta o indiretta, ad abbandonare la propria casa a causa di politiche estreme o azioni militari messe in atto da gruppi di persone o dallo stesso Stato; per tali ragioni, sono costrette a spostarsi in un altro posto nel mondo. Alcune persone diventano, quindi, migranti o rifugiati come conseguenza di avverse circostanze socio-politiche, nel tentativo di iniziare una nuova vita. La vita del migrante è spesso caratterizzata da perdita, sofferenza, rottura dei legami con la famiglia ed il luogo d’origine, violenza, disorganizzazione dell’identità, potenziali esperienze traumatiche che comportano la perdita di parti sane del Sé e, con esse, la speranza e la fiducia nel futuro. Diverse meta-analisi attestano il carico di salute mentale vissuto dai rifugiati legato alle esperienze traumatiche prima e durante la migrazione forzata, moderato da fattori di stress post-migrazione. Uno di questi fattori di stress è il semplice fatto di aver lasciato la propria casa, in caso di sfollamento forzato o persecuzione politica, spesso senza sapere quando o se mai sarà possibile un ritorno. Bhugra et al. (2011) descrivono come la migrazione porti universalmente alla “perdita di ciò che è familiare” e che il lutto per questa perdita può causare un disagio significativo, un fenomeno che Eisenbruch (1991) chiamava “lutto culturale”. Nostalgia di casa, salute mentale e rifugiati La nostalgia di casa nei rifugiati dovrebbe essere considerata come un fattore di rischio che aggrava problematiche relative alla salute mentale e/o come conseguenza di uno scarso adattamento psicologico. La nostalgia di casa sembra essere un’esperienza piuttosto universale che si manifesta su diversi livelli: emotivo (ad esempio, desiderio di casa, sensazione di solitudine, umore abbattuto), cognitivo (ad esempio, pensieri preoccupanti su ciò che è mancato), comportamentale (ad esempio, comportamento introverso o aggressivo) e somatici (ad esempio perdita di peso, disturbi del sonno). Esiste una sostanziale sovrapposizione con i sintomi depressivi e, inoltre, è stato riscontrato che la nostalgia di casa è correlata all’ansia e alla rabbia. Un desiderio eccessivo di casa potrebbe interferire con l’adattamento a un nuovo posto e, viceversa, i problemi di adattamento potrebbero esacerbare la nostalgia di per sé. La separazione dalla famiglia e lo stress generato dall’entrare in contatto con nuovi posti e nuove culture sono stati identificati nei rifugiati come importanti fattori che contribuiscono allo scarso adattamento post-migrazione e a problematiche di salute mentale (Rosner et al, 2022). La ricerca di Rosner et al. (2022) Rosner et al. (2022) hanno esplorato l’associazione tra nostalgia di casa e salute mentale in una popolazione di rifugiati. Individui provenienti da diversi paesi (N = 99) richiedenti asilo in Germania sono stati valutati per la nostalgia di casa, le variabili legate alla migrazione (ad esempio, numero di perdite e fase della procedura di asilo) e i sintomi di salute mentale (sintomi di depressione, stress post-traumatico e dolore prolungato). Il campione era formato da 99 individui che avevano presentato domanda di asilo in Germania. I tassi di una probabile diagnosi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) erano alti (45%) così come di depressione (42%). Inoltre, quasi tutti i partecipanti (92%) hanno riferito la perdita di almeno una persona cara e il 20% ha soddisfatto la diagnosi di disturbo da lutto prolungato (PGD). I partecipanti hanno mostrato livelli sostanziali di nostalgia di casa. Nel complesso, la segnalazione di una maggiore nostalgia di casa è stata associata a problemi di salute mentale più gravi, in particolare a sintomi depressivi e a sintomi di stress post-traumatico. Tuttavia, nel campione, l’associazione con i sintomi di salute mentale era principalmente guidata da quegli elementi che facevano emergere problemi di adattamento rispetto alla nuova situazione o da quelli che facevano leva su sentimenti di isolamento. Sono stati individuati tre fattori che influivano sulla salute mentale dei rifugiati: (1) difficoltà di adattamento e solitudine, (2) ruminazioni sulla casa e (3) famiglia e/o amici scomparsi. Mentre le difficoltà di adattamento e la solitudine – oltre al tempo trascorso dall’arrivo in Germania – erano associate a problemi di salute mentale (sintomi depressivi e di stress post-traumatico), il rimuginare sulla casa era correlato a variabili legate alla migrazione (numero di perdite e status di asilo). I problemi di adattamento alla nuova situazione sembrano promuovere l’associazione con più gravi problemi di salute mentale nei rifugiati (Rosner et al, 2022). Il campione ha mostrato una forte nostalgia di casa, che potrebbe essere spiegata da diverse ragioni: di regola, non hanno scelto di essere separati dalla propria casa, ma circostanze terribili li hanno costretti a lasciare casa e i propri cari. Inoltre, la separazione momentanea spesso si trasforma in perdita definitiva, sia essa la perdita della casa o dei propri cari. Infine, i rifugiati si trovano spesso ad affrontare fattori di stress legati al “nuovo posto” molto impegnativi, ad esempio un reddito molto basso o nullo, restrizioni riguardanti l’alloggio o l’occupazione e uno status di asilo incerto; questi sono tutti determinanti sociali della salute mentale, di cui si dovrebbe essere consapevoli (Rosner et al, 2022).  In conclusione La valutazione della nostalgia di casa nelle popolazioni di rifugiati ha anche una grande importanza clinica. La nostalgia di casa è un tema ricorrente che viene spesso sollevato durante il trattamento da pazienti costretti a lasciare il proprio paese e che sono in cura per disturbo da stress post-traumatico e/o altri problemi di salute mentale. Ad esempio, Stroebe et al. (20) hanno proposto un modello a doppio processo per affrontare la nostalgia di casa (DPM-HS) che potrebbe informare anche i professionisti della salute mentale che lavorano con i rifugiati: soffrendo di nostalgia, gli individui oscillano tra l’intrusione e l’evitamento riguardo sia ai sintomi legati alla perdita che ai problemi di adattamento; hanno bisogno di acquisire strategie di regolazione delle emozioni più funzionali che consentano loro di affrontare il dolore e il desiderio,