L’importanza del percorso Pre-Adottivo

Tutte le coppie che decidono di intraprendere il meraviglioso viaggio dell’adozione, secondo la normativa Italiana, devono partecipare ad un percorso di sostegno e formazione che permette loro di avere tutte le informazioni adeguate per poter diventare genitori adottivi. Durante questo percorso oltre ad avere nuove nozioni in merito l’adozione, saranno anche valutate le coppie, al fine di stilare delle relazioni che verrano poi valutate dal Tribunale per i Minori, per poi quindi rilasciare o meno l’idoneità per poter adottare. Uno dei punti che viene maggiormente sottolineato è il concetto stesso che si ha dell’adozione. Infatti l’adozione va intesa non come il diritto di una coppia di genitori ad avere un figlio, ma ciò che viene riconosciuto è il diritto di un bambino ad avere una famiglia. Tutto quindi il procedimento adottivo tiene conto e salvaguarda il benessere del minore, informando le coppie dei vari tipi di adozioni a cui possono accedere. Durante questo percorso le coppie vengono poste difronte alla loro ferita, ovvero l’elaborazione del lutto di un bambino biologico mai nato, al fine quindi di far comprendere loro che la richiesta adottiva non è una cura dal dolore e quindi non riempie i buchi. L’adozione nasce quindi da un dolore che deve essere elaborato per dare spazio ad una nuova fase di vita, il bambino ideale deve lasciare spazio  all’incontro con il bambino reale, e nessuno più di un bambino adottato necessita di essere accolto e accettato.  Alla base quindi dell’adozione, c’è quindi il Patto adottivo, ovvero una doppia mancanza, la mancanza da parte della coppia della realizzazione del bisogno di maternità – paternità, e la mancanza da parte del bambino di una famiglia. L’adozione ha successo quando entrambe le mancanze sono stata elaborate ed incanalate da un comune impegno a generare legami. Il patto adottivo è il progetto e l’impegno che nasce dall’incastro dei bisogni di due generazioni: dal riconoscimento della differenza genetica si costruisce una comune appartenenza familiare. Questi sono solo alcuni dei punti che vengono affrontati durante il percorso pre-adottivo, ma si evince la grande importanza di tali tematiche al fine di poter evitare i tanti fallimenti adottivi in cui i minori vengono allontanati ancora una volta da famiglie che avrebbero dovuto proteggerli.

Come parlare ai ragazzi senza perdere autorevolezza?

Il linguaggio ha un grande potere sulla mente dei ragazzi. È una vera e propria ginnastica mentale che favorisce Il discorso, le emozioni, la socializzazione di gruppo e lo sviluppo dell’identità personale. Ma come possiamo parlare ai ragazzi senza perdere l’ autorevolezza?

L’IMMAGINARIO COME TECNICA DI ELABORAZIONE DEL PROFONDO NEL SOSTEGNO E CURA INTEGRATA AI METODI COGNITIVO-COMPORTAMENTALI

Di Federico Rossi “L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione,” così disse il fisico tedesco Albert Einstein. Le capacità immaginative rappresentano le modalità tramite cui gli esseri umani registrano ed elaborano i contenuti intollerabili dall’Io. L’assenza di una soluzione ad un quesito crea angoscia, il cervello s’impegna ad applicare la propria curiosità creativa e a completare gli elementi mancanti del quesito grazie all’immaginario. Dagli archetipi e dai primi traumi, fino ai casi più conclamati di sintomatologia psicotica (quali confabulazioni, dissociazioni, e/o distorsioni percettive), l’utilizzo dell’immaginazione e del linguaggio metaforico dell’immaginario ci assiste per elaborare la realtà che ci circonda, contenendo le nostre più forti angosce. Immaginare è una capacità che ha preceduto la cognizione nell’evoluzione filogenetica degli esseri umani. È emersa presto come abilità, consentendo ai primi uomini di formare immagini mentali, simulare scenari ed impegnarsi nella risoluzione creativa dei problemi. L’immaginazione, radicata nel corpo e nelle emozioni, ha svolto un ruolo fondamentale nell’adattamento,per poi evolversi successivamente con il linguaggio ed il pensiero simbolico, rimanendoinfluente negli sforzi creativi dell’uomocome nella poesia e nelle altre arti. Lo psicoanalista Sigmund Freud sosteneva che:“La creatività èun tentativo di risolvere un conflitto generato da pulsioni istintive biologiche non scaricate, perciò i desideriinsoddisfatti sono la forza motrice della fantasia ed alimentano i sogninotturni e quelli ad occhi aperti.” Le fasi evolutive dell’immaginazione riflettono lo sviluppo delle capacità immaginative umane nel corso del tempo. In una prima fase, presumibilmente all’epoca del Pliocene (circa 3-5 milioni di anni fa) ci fu un’immaginazione involontaria, simile alle libere associazioni nei sogni. I nostri antenati potevano ovviamente percepire un leone nella savana, ma potevano anche far affiorare in modo imprevedibile immagini casuali di leoni mentre si trovavano impegnati in lavori quotidiani. Successivamente nell’epoca del Pleistocene (circa tra i 2,58 milioni ed i 11.700 anni fa), si sviluppò un’immaginazione semi-volontaria, che coinvolseuna cognizione a caldo in tempo reale (hot cognition) eduna creatività improvvisata. Possiamo ipotizzaread esempio che i comportamenti ritualizzati, guidati dagli sciamani, avrebbero portato alla coscienzaesseri immaginari (quali ad esempio i leoni) attraverso azioni e gesti abituali. Infine si sviluppò l’immaginazione volontaria, dal Paleolitico Superiore (40.000 – 10.000anni fa) all’Olocene (12000 – 9000 mila anni fa), che incorporò processi cognitivi controllati e deliberati. Se si pensa alle pitture rupestri de “l’uomo leone” a Hohlenstein-Stadel in Germania e “l’uomo bisonte” nella Grotte de Gabillou in Francia, esse potrebbero essere le prime manovre trasgressive e trasformative di logica immaginativa, quali mescolanze tra forme animali ed umane all’interno delle arti visive. Queste fasi evolutive ci portano alla distinzione tra immaginazione ed immaginario, dove l’immaginazione rappresenta una forma di pensieroche non segue regole fisse né legami logici, ma si presenta come elaborazione libera di contenuto di un’esperienza sensoriale, legata a un determinato stato affettivo.D’altra parte l’immaginario è la rappresentazione metaforica del singolo che, tramite la metafora simbolica,elabora i contenuti della psiche a metà tra il conscio e l’inconscio. Per citare lo psicoanalista Carl G. Jung: “La scarpa che sta bene ad una persona sta stretta a un’altra. Non c’è una ricetta di vita che vada bene per tutti.” La progressione evolutiva dell’immaginario, nei singoli e nei gruppi, rappresenta oggi, come nella storia, un valido strumento progressivo e funzionale al superamento dei limiti imposti dalla logica e dalla ragione. Il suo sviluppo nel tempo rappresenta quanto le capacità dell’immaginario si siano ampliate ed affinate, denotando un sempre maggiore sviluppo sociale, culturale ed umano e rappresentando uno degli strumenti atavicamente più efficaci per portar luce ai pensieri “non pensabili” dell’inconscio. Come gli animali utilizzano immagini (ricordi visivi, uditivi, olfattivi) per adattarsi a nuovi territori e problematiche, così l’uomo genera informazioni per poi dipingerne rappresentazioni immaginifiche. E’ nell’assenza di sicurezza, di certezze, che l’uomo crea e riempie tale vuoto con il proprio immaginario. Nel corso degli anni certi simboli e metafore entrano nella memoria semantica dell’uomo, divenendo “certezze” ipotetiche dei misteri della vita e della morte e permettendo, grazie ad una traslazione immaginifica, la trasformazione di pensieri ‘instabili’ in pensieri ‘stabili’. Il lavoro di cura e sostegno, tramite l’immaginario del paziente, permette l’elaborazione attiva del profondo mediato dalla simbologia interiorizzata dell’individuo,favorendone l’evoluzione internae promuovendonela cura. L’introduzione di tecniche cognitivo-comportamentali nasceper identificare e modificare modelli di pensiero e comportamenti disadattivi. Queste tecniche comportano un esame consapevole, una sfidaalle proprie credenze sul mondo, bias e distorsioni, proponendo una loro possibile sostituzione con schemi più adattivi e positivi. Il loro approccio “evidence-based” segue un percorso top-down, un’elaborazione di tipo induttivo, basata su dati comportamentali e sulle loro conseguenze. Nei disturbi di personalità ad esempio, grazie all’approccio cognitivo-comportamentale, si agisce sui pensieri e sulle credenze consce, elaborando verbalmente la propria psiche in maniera lucida e razionale. Questo si contrappone ad un percorso analitico Immaginario, di stampo psicodinamico e di tipo deduttivo-simbolico, che utilizza il materiale inconscio immaginifico, come l’imagérie, i sogni, le associazioni libere ed intuitive, unitamente alla teoria ed alla tecnica psicoanalitica, per favorire l’insight. Come disse il fisico Albert Einstein:”La logica ti porta da A a B. L’immaginazione ti porta ovunque.”Per stabilire un cambiamento radicale e duraturo è necessario che la struttura di significato del paziente venga attivata anche a livello emotivo (Greenberg& Malcolm, 2002; Holmes e Mathew, 2005). Qualora le tecniche di elaborazione verbale CBT non fossero in grado di modificare il nucleo delle patologie (come in alcuni disturbi di personalità), l’integrazione di tecniche esperienziali, specie quelle immaginative, acquisisce un ruolo centrale per l’elaborazione delle emozioni (Lang, 1987).Le immagini rappresentano una via d’accesso diretta alle emozioni ed al loro utilizzo, risultano più efficaci dell’elaborazione verbale ed attivano le stesse aree cerebrali coinvolte nella percezione (Holmes e Matthews, 2006; 2010). Dove l’approccio CBT permette un’elaborazione top-down, il lavoro svolto in parallelo a livello bottom-up da immaginazione ed immaginario, promuove un effetto sinergico e diffuso di varie reti neurali associate alla cognizione, alla memoria, all’emozione, ed al comportamento. Quando elaboriamo i pensieri usiamo il cognitivo e la razionalità, quando interagiamo con le immagini mentaliutilizziamo la nostra intuizione. Quando immaginiamo volutamente mescoliamo immagini, proposte di azione, ricordi, esperienze in tempo reale, nonché suoni, storie e sentimenti. La nostra mente diventa un processore multimediale che si sposta lateralmente tra le connotazioni,

“Perché capita sempre a me?!” La profezia che si auto-avvera

Perché capita “sempre” a me?! La profezia che si auto-avvera. Ti è mai capitato di pensare o pronunciare la frase: <<Perché capita sempre a me>>? E se ti dicessi che, a volte, un motivo c’è davvero? Forse ti sorprenderà sapere che, spesso, ci comportiamo facendo in modo che ciò che temiamo, alla fine, capiti davvero! No, non sei folle, c’è una spiegazione a tutto questo: la profezia che si auto-avvera. La profezia che si auto-avvera, o che si auto-adempie, è uno dei fenomeni più a lungo studiati in psicologia sociale. Introdotto per la prima volta negli anni ’70, questo costrutto ci aiuta a spiegare in che modo le nostre aspettative, le nostre paure e le etichette che diamo a noi stessi e agli altri influenzano i nostri comportamenti e, quindi, ciò che ci circonda. Ad esempio, immagina di essere ad una festa di nuovi amici, e di avere profondamente paura di essere escluso/a. Come ti comporteresti? Probabilmente cominceresti a temere di dire cose che potrebbero essere considerate sciocche dagli altri, per cui potresti scegliere di parlare poco. Magari, per lo stesso timore, ci pensi cinque volte prima di rispondere ad una domanda, risultando poco spontaneo. Magari il timore di fare una brutta figura potrebbe portarti a decidere di non ballare, di non giocare, di restare seduto, in disparte. Cosa succederebbe? Proprio la tua più grande paura: molto probabilmente resteresti escluso dalla festa.  E non finisce qui. Il realizzarsi di ciò che temi porterà, molto probabilmente, a rafforzare quella credenza, quella aspettativa e quello stesso timore: se vengo sempre escluso, allora sarò escluso! Se ciò accade, la volta dopo probabilmente rimetterai in atto gli stessi comportamenti in modo ancora più accentuato e con una maggiore paura. È chiaro che questi comportamenti hanno una logica ben precisa, sono strategie di sopravvivenza che mettiamo in atto per difenderci dalla minaccia, ma che, ahimè, falliscono nel loro intento. Questa catena di comportamenti è inoltre sostenuta da una serie di bias cognitivi, alcuni dei quali sono già stati trattati in altri articoli del blog! La catena, però, può essere spezzata, facendo pian piano attenzione a tutti quei comportamenti che mettiamo in atto in queste circostanze, e che fanno (auto)avverare le nostre paure. Quindi se fossi davvero quella persona, con il timore di essere escluso, avremmo risposto alla domanda: perché capita sempre a me?!

La teoria dell’attaccamento per comprendere i legami di coppia

L’attaccamento è un sistema motivazionale connesso al bisogno di garantirsi la vicinanza di una persona significativa Secondo la teoria di Bowlby, lungo l’intero arco di vita, gli individui stabiliscono quelli che chiama “legami di attaccamento“, ovvero legami preferenziali, che hanno quattro funzioni fondamentali: ricerca e mantenimento della prossimità: si ricerca la vicinanza del partner; rifugio sicuro: si ricerca conforto nei momenti di disagio; protesta alla separazione: nei casi di separazione o di perdita si assiste alla sequenza tipica “protesta-disperazione-distacco” che si osserva nei bambini; base sicura: la fiducia nella disponibilità del partner fa sì che possa esplorare il mondo esterno. Come accade nelle relazioni tra genitore e bambino, anche per gli adulti, si parla di legame d’attaccamento quando la relazione è duratura e non transitoria. In questo caso, le funzioni elencate verranno progressivamente trasferite al partner. Quali sono le tappe fondamentali per creare un legame di attaccamento? Attrazione-corteggiamento-flirt: sono attive le componenti del sistema motivazionale sessuale; innamoramento: aumentano i comportamenti che danno benessere e il partner inizia ad essere preferito come fonte di conforto; amore: si verifica il passaggio dall’eccitamento al conforto, dalla passione all’intimità; fase postromantica: segna l’attribuzione al partner della funzione di base sicura. Le relazioni di attaccamento inoltre costituiscono il contesto in cui si acquisiscono le abilità di regolazione emotiva. Queste esperienze relazionali, nel tempo, vengono interiorizzate in schemi (modelli operativi interni) che influenzano poi le modalità di ingaggio nelle relazioni interpersonali e le strategie di gestione delle emozioni. Appare necessario, dunque, sviluppare un’adeguata capacità di regolazione delle emozioni per ottenere equilibrio tra “distanza e vicinanza” e sviluppare rapporti sani. Sono stati individuati diversi indicatori responsabili della regolazione del sistema di attaccamento nell’individuo. Uno di questi è, ad esempio, la percezione di situazioni di minaccia. In queste situazioni, un individuo potrebbe reagire con ansia e attivare comportamenti tesi a ripristinare la vicinanza oppure individui con attaccamento evitante potrebbero mettere in atto strategie basate su distanziamento e ritiro.

Libero arbitrio e decisioni volontarie

libero arbitrio

Molti sono i filosofi, i teologi e gli scienziati che hanno posto l’attenzione sul libero arbitrio e sulla capacità di prendere autonomamente delle decisioni. Cartesio, infatti sosteneva l’importanza di esso come una forma di scelta volontaria, un impegno attivo e responsabile di ricerca personale delle Verità. Dante Alighieri in alcuni canti del Purgatorio, affronta la tematica sulla libertà delle proprie azioni. Egli rifiuta il concetto di ineluttabilità degli eventi. Egli lo ritiene una vana ed inutile giustificazione dei propri comportamenti, come se il nostro presente o passato non ci appartenesse. Al contrario, il sommo poeta sostiene la libertà e la volontà delle nostre azioni come frutto della ragione e del libero arbitrio. Spostandoci nella sfera artistica, uno degli esempi della libertà delle proprie azioni è visibile nella creazione nella Cappella Sistina. La leggenda narra che a Michelangelo, proprio in quell’affresco, fu imposto di piegare leggermente la falange del dito di Adamo, proteso a Dio. Il messaggio che, di conseguenza, si intende far passare è proprio lo sforzo umano di prendere decisioni in autonomia e libertà di azione. Nella tradizione religiosa cattolica, i nostri comportamenti devono essere protesi a Dio, alla perfezione, alla Scienza e Coscienza. Se ci si allontana dal Cattolicesimo, vediamo che anche le altre religioni sostengono che gli uomini sono responsabili delle proprie azioni, scegliendo tra il bene e il male. Ma il libero arbitrio si applica, quindi, a tutti i settori, anche quelli tecnici e scientifici. Costituisce il motore per nuove scoperte e nuove avventure. Esso, in effetti, offre ulteriori e possibili scenari di novità e opportunità: apre un ventaglio di scelte in cui cimentarsi per crescere. Ogni atto umano è, dunque, frutto di una scelta, dettata sì dagli eventi, ma soprattutto dalla ragione, strumento indispensabile per la nostra vita.

Vincere il gioco!

Così come ufficialmente riconosciuto dall’American Psychiatric Association (APA) fin dal 1980, il gioco d’azzardo può connotarsi come un vero e proprio disturbo sfociando in forme di dipendenza (gioco d’azzardo patologico) o comportamenti a rischio (gioco d’azzardo problematico). Negli anni si sono susseguite varie definizioni di ludopatia, fino ad arrivare alla denominazione di “Disturbo da Gioco d’Azzardo”, che viene ad essere collocato nella categoria delle dipendenze (APA – DSM V 2013). L’ICD-10 (International Classification Disease) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lo ha inserito tra i “disturbi delle abitudini e degli impulsi”. La sua diffusione negli anni è cresciuta a dismisura. I soggetti prevalentemente a rischio sono gli adolescenti. Per quel che riguarda il coinvolgimento degli adolescenti nel gioco d’azzardo, dallo studio ESPAD®2014 risulta che in Italia poco meno della metà (46,7%) degli studenti di 15-19 anni ha giocato almeno una volta somme di denaro e secondo il dipartimento delle Politiche antidroga, nella fascia d’età dai 15 ai 19 anni, circa il 10% delle ragazze e più del 20% dei ragazzi mostra comportamenti problematici nell’ambito della dipendenza da gioco. Una piccola distinzione Una connotazione a livello semantico va a differenziare i termini di “ludopatia” e “Gioco d’Azzardo Patologico”. Ludopatia è un termine inventato dall’industria del gioco, non riconosciuto a livello internazionale perché l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e le organizzazioni internazionali sanitarie che si occupano di questo fenomeno, utilizzano il termine Gioco d’Azzardo Patologico (GAP). Quindi sarebbe bene parlare di GAP perché avremmo lo stesso linguaggio riconosciuto dagli altri Paesi, oltre a poter definire con più chiarezza il fatto che il gioco d’azzardo è quello patologico, non è il gioco in sè. Il gioco, infatti, è libera espressione della creatività e delle emozioni, è un’oasi di gioia, è lo strumento di crescita per eccellenza. Non si smette mai davvero di “giocare”, per tutto l’arco della vita. All’interno del termine ludopatia questa distinzione scompare, a vantaggio delle industrie del gioco perché in qualche modo rende meno stigmatizzabile il disturbo. In linea di massima il contesto scolastico è “spettatore” di tali comportamenti e di conseguenza le figure di riferimento hanno il dovere di contrastare la potenza del fenomeno. Come ridurre questi comportamenti? Agire sulla conoscenza e sulla consapevolezza rispetto al gioco d’azzardo e ai rischi ad esso connessi, è uno degli obiettivi principali da porsi. Come farlo? attraverso l’utilizzo di una metodologia che prevede il coinvolgimento e la partecipazione attiva degli studenti in un apprendimento dall’esperienza che si fa attivatore e veicolo di processi trasformativi. Spesso, infatti, capita che il ludopatico si illuda di cambiare abitudini che ha mantenuto per tutta la vita al fine di convincersi che potrebbe risolvere il proprio problema, attivando quindi un locus of control esterno. In tal senso, dunque, può capitare che lo studente tenda a cambiare spesso scuola, o addirittura classe, di cambiare le sue abitudini sportive, di costringere addirittura la famiglia a trasferirsi altrove. Come non farsi vincere dal gioco L’idea di fondo è quella di portare il “gioco responsabile” nelle scuole promuovendo il messaggio che “la misura è il modo migliore per giocare divertendosi”. Si potrebbe innanzitutto pensare di sensibilizzare i ragazzi non ancora maggiorenni sui rischi del Gioco Patologico, in particolar modo facendo “rete” con le istituzioni scolastiche ed i centri sportivi per generare in ognuno una “coscienza” del gioco legale e responsabile, facendo sì che ciascuno possa diventare un adulto in grado di comprendere che la misura è la migliore soluzione per giocare divertendosi ed evitare pericolose conseguenze. Bibliografia Battistelli F., “Sicurezza, sicurezze”, in Battistelli F., La fabbrica della sicurezza, Angeli, Milano, 2008 Bauman Z., La società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna 1999. Beck U., La società globale del rischio, Asterios Editore, Trieste 2001 Douglas M., Risk Acceptability According to the Social Sciences, New York, Russel Sage Foundation; trad. it. Come percepiamo il pericolo. Antropologia del rischio, Feltrinelli, Milano, 1991 Lavanco G., Varveri L., Psicologia del gioco d’azzardo e della scommessa : prevenzione, diagnosi, metodi di lavoro nei servizi, Carocci Faber, Roma, 2006 Lavanco G. (a cura di), GAP: il Gioco d’Azzardo Patologico. Orientamenti per la prevenzione e la cura, Pacini Editore, Pisa, 2013

LE BRAND COMMUNITIES OGGI

Nonostante esistessero già prima dell’avvento dei social media, oggi le brand communities sono sempre più diffuse e presenti. Le brand communities non sono geograficamente definite, ma sono formate da un gruppo di consumatori (brand adores) che sono seguaci fedelissimi di un certo brand, con il quale condividono una relazione e un committment molto forte.  Esse non nascono sempre per iniziative del brand, ma spesso hanno vita propria e tendono a emergere spontaneamente. Le brand communities sono basate sul concetto di tribù urbane. Secondo alcuni studiosi l’identità delle persone è guidata dal desiderio di appartenere e deriva dalla partecipazione a neo-tribù, cioè community in cui sentimenti, empatia, emozioni rappresentano la base del gruppo.  Estendendo quest’idea alle brand communities, i consumatori creano legami con altre persone sulla base di sentimenti ed emozioni legate all’acquisto di un determinato brand e grazie a queste connessioni rafforzano la loro identità. I membri delle brand communities non solo sentono un’importante connessione con il marchio, ma anche tra loro nonostante magari non si siano mai visti.  Far parte di una community serve sia per creare un senso di comunità e sia per esprimere la propria identità. Le brand communities possono essere identificate da tre caratteristiche: Coscienza condivisa, che si declina in un senso di appartenenza molto forte Riti e tradizioni: i membri sono sentimentalmente legati a tradizioni che hanno un particolare significato per loro e per la marca Responsabilità morale, che si esprime come senso del dovere nei confronti dei membri della stessa community e del brand Perché una persona sceglie di unirsi a una brand community? Esistono tre macro-motivi: Per soddisfare il bisogno innato e basico di socialità: l’uomo per natura ha bisogno di socialità, di connettersi con gli altri e condividere esperienze  Per esprimere la propria identità Perché essere parte di una community guida in alcuni processi di decision making: la condivisione di valori con una community può essere d’aiuto nei processi di decision making rispetto ad alcune scelte di vita, soprattutto quando le informazioni sono scarse e ambigue. Dunque, in conclusione per un’azienda è molto importante capire come rapportarsi alle brand communities.  In passato, tentativi di prendere le redini del gruppo e di influenzare la community in maniera diretta ha avuto scarso successo. Una soluzione potrebbe essere quella di valorizzarle e farle sentire apprezzate, senza volerle influenzare e manipolare. Al contrario, potrebbe essere molto efficace garantire un supporto nelle loro varie iniziative. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological Foundations of Marketing: the keys to consumer behavior. New York: Routledge

Il processo di Coping nella malattia oncologica: le diverse modalità di affrontare il cancro

di Ilenia Gregorio Per “Coping” si intende la capacità –soggettiva ed individuale- del paziente (in questo caso oncologico) di adattarsi alla condizione di malattia e di far fronte ad essa con l’utilizzo di diverse strategiepsico-adattive. La reazione del paziente alla diagnosi di cancro va considerata come una risposta ad uno shock legato alla minaccia esistenziale che il cancro, a livello simbolico, comporta. Sono state evidenziate alcune fasi caratteristiche di reazione psicologica alla malattia neoplastica a cui corrispondono specifici meccanismi di difesa, caratteristiche di personalità, e capacità di adattamento alla malattia e all’iter terapeutico. Il termine “coping”, quindi, indica le strategie cognitive, comportamentali ed emotive adoperate dalla persona per affrontare e gestire una situazione stressante, nello specifico, la malattia oncologica. Le differenti modalità comportamentali con cui una persona affronta la malattia sono definite “stili di coping” e si rivelano essere un fattore predittivo molto importante circa le possibili complicazioni psicopatologiche, la qualità della vita, le conseguenze biologiche – immunitarie e la compliance terapeutica. Tale processo di adattamento o, al contrario, di mancata aderenza agli interventi terapeutici, coinvolgono non solo il paziente e il decorso della sua malattia, ma anche il suo nucleo familiare. La malattia oncologica è infatti da considerarsi una malattia “sistemica” che influisce su tutti i membri di un nucleo familiare alterandone, in un primo momento e modificandone poi, gli equilibri preesistenti. La comunicazione della malattia tumorale rappresenta uno degli eventi più stressanti che alcune persone si trovano a dover affrontare nel corso della loro vita, un cambiamento non solo fisico ma anche mentale: cambia il modo di riconoscere e sentire il proprio corpo, cambia la percezione che si ha del mondo, del tempo, della progettualità, si modificano le relazioni sociali e interpersonali.  Si tratta di una fase molto delicata e difficile sia per il paziente che per i suoi familiari: di fronte alla parola “cancro” la primissima reazione è avvertire un senso di confusione, sbandamento, un vero e proprio shock. Il cancro è una parola che evoca emozioni angoscianti, rimanda a uno scenario altamente catastrofico nell’immaginario collettivo, ma soprattutto rimanda ancora ad una “condanna a morte”. Il modo di reagire al proprio stato di salute o di malattia, così come lo sviluppo, il decorso e la prognosi stessa della malattia oncologica sono influenzati dall’interazione di diversi fattori: di tipo biologico, psicologico e sociale. Ogni paziente vive e affronta la malattia in modo soggettivo e unico: si attiva un processo di adattamento alla nuova condizione fisica, che comporta una trasformazione radicale nella vita del paziente e nella sua famiglia. La capacità di far fronte ad una crisi esistenziale dipende da diversi fattori: dal tipo di patologia (sintomi e decorso), dall’ organo o dagli organi interessati e dalla loro valenza simbolica a livello di percezione corporea e dell’immagine di sè, dal livello di adattamento precedente alle situazioni di malattia, dal significato della minaccia esistenziale, da fattori culturali e religiosi, dall’assetto psicologico e dalla struttura di personalità, dall’istruzione e da eventuali disturbi psichiatrici presenti. Ma vediamo quali sono i diversi stili di coping, quali differenti “atteggiamenti” si possono mettere in atto nei confronti della malattia oncologica: Atteggiamento combattivo C’è chi affronta la diagnosi e l’andamento della malattia con uno spirito da vero e proprio combattente. Si tratta di persone che tendono a vedere la malattia come una sfida e da un lato anche come una sorta di “opportunità”. Tendono a mettere in atto risposte flessibili e differenziate, che favoriscono una visione più positiva dell’evento senza sottovalutare il pericolo potenziale. Questo stile è associato a una minore sofferenza psicologica, una sensazione di controllo personale sul proprio stato di salute, maggior aderenza alle terapie e un decorso più favorevole della malattia. Atteggiamento fatalista Persone con un atteggiamento fatalista considerano la malattia come qualcosa di “programmato” dal destino e quindi percepiscono di avere scarso controllo sugli eventi. Presentano rassegnazione e accettazione e in genere manifestano bassi livelli di ansia e depressione. Solitamente a questo tipo di atteggiamento è associato un pensiero “magico-punitivo” strettamente legato ad una sorta di meccanismo che rimanda a “Premi e Punizioni”: mi è capitata la malattia perchè ho fatto qualcosa di male (punizione), guarirò se mi comporto bene (premio). Atteggiamento ansioso Alcuni invece tendono ad affrontare la malattia oncologica con un atteggiamento che è definito preoccupazione ansiosa. L’elevata quota di ansia e paura fa sì che il tumore divenga il centro della vita della persona e catalizzi tutte le sue energie, mentali e fisiche. Ne deriva una spasmodica richiesta di rassicurazione, anche attraverso continui controlli medici, oppure, al contrario, una fuga dalle cure perché troppo angoscianti. Atteggiamento evitante Altri ancora presentano uno stile di evitamento caratterizzato dalla continua ricerca di distrazione rispetto ai temi legati alla malattia. La persona non sente disagio in quanto pensieri e vissuti spiacevoli sono allontanati, i livelli di ansia e depressione infatti sono bassi o comunque non significativi. Questo atteggiamento si traduce con la percezione di scarso controllo personale, ridotti comportamenti attivi verso la malattia, fino a una possibile riduzione dell’aderenza ai trattamenti. Atteggiamento di disperazione Infine, alcuni reagiscono con un atteggiamento inerme e di disperazione. La malattia è vista come un evento fatale che mette a repentaglio il futuro della persona. Il paziente percepisce scarso controllo rispetto alle sue condizioni di salute e presenta sintomi marcati di ansia e depressione. Tutto questo ostacola la ricerca di aiuto e la compliance terapeutica. Il comportamento è di passività e rinuncia. Concludendo possiamo affermare che il significato attribuito alla malattia influenza lo stile di coping adottato. Questo dipende da fattori individuali quali la storia di vita, le esperienze passate, le caratteristiche di personalità, la presenza di relazioni positive di supporto. Le modalità di interpretare e affrontare la malattia oncologica sono di importanza cruciale: se le strategie attivate sono funzionali ed efficaci sarà possibile un miglior adattamento alla malattia e quest’esperienza, seppur drammatica, si inserirà in un processo di crescita personale. Al contrario, se l’evento è percepito come troppo stressante e le modalità di affrontarlo sono fallimentari e inadeguate emergeranno in seguito problematiche di natura psicopatologica aumentando

Le nostre Anime Pezzentelle

In questo articolo parleremo delle Anime Pezzentelle, culto particolare sviluppatosi a Napoli nel rione Sanità al cimitero delle Fontanelle  e di come possiamo collegarle con la nostra metodologia di arteterapia Poliscreativa. “A morte ‘o ssajecher’è?…è una livella” così Totò ci presenta la morte.Totò visse alla Sanità, zona di Napoli sede del cimitero delle Fontanelle e delle Catacombe di San Gaudioso, ossari comuni da cui pare abbia preso ispirazione per scrivere la sua meravigliosa poesia. Dobbiamo ammettere che non sappiamo nulla della morte, Epicuro d’altronde diceva: “quando c’è non ci siamo noi”, ma di sicuro qualcosa possiamo dire sulle nostre anime pezzentelle, sulle nostre radici senza identità. “Pezzenti” dal latino petere: chiedere per ottenere, anime-ossa che sudano carità. Le Anime pezzentelle chiedono di essere “rinfrescate” perché piene di passioni umane. Refrisc ll’ anime d‘o Priatorio, è infatti la formula che ricorre nelle preghiere per alleviare le pene delle anime del Purgatorio. Sono anime agitate perché non hanno avuto degna sepoltura e “muoiono” dalla voglia di raccontare la propria storia. Sia ben chiaro non siamo in compagnia di paurosi zombie, come la tradizione cinematografica americana ci ha abituato, qui la morte è chiara, certa, ciò che resta vivo è il contatto, la carezza e la trattativa tra vita e morte: cure e ascolto in cambio di numeri del lotto e grazie. La preghiera e le storie che danno sollievo al morto così come al vivo, servono ad entrambi e tutto si svolge secondo un rituale di adozione. Se però la capuzzella scelta non soddisfa le richieste dell’adottante questa viene lasciata andare. Siamo quindi di fronte ad un metafisico contratto tra un vivo e un morto, dove il mondo dei vivi mantiene sempre il monopolio. Il sogno, luogo in cui l’anima pezzentella racconta la sua staria è da intendersi come atto d’amore e di contatto che accarezza e rende familiari quelle ossa che una volta adottate si trasformano da morti a propri antenati. Per il nostro modo di fare Arteterapia le anime pezzentelle sono importanti, nei nostri laboratori utilizziamo il corpo che intendiamo come consegna dei nostri antenati, un corpo che è collage dinamico dei ritmi di coloro che si sono presi cura di noi nelle prime fasi del nostro sviluppo. La traccia di quel movimento, di quel ritmo, perso nel tempo, è arrivata fino a noi e partecipa alla sinfonia di ciò che siamo. Sperimentiamo quindi quanto la memoria sia corpo e come in quest’ultimo ci sia traccia di quei ritmi antichi, ereditati attraverso un passaggio di testimone che continua da circa 250.000.000 di anni. Antenati senza nome, senza più identità, proprio come le anime pezzentelle e proprio come le nostri parti richiedenti cure.