Intelligenza artificiale: come trattiamo i non umani?

Il dibattito intorno all’intelligenza artificiale continua a sottolineare, giustamente, i possibili rischi e le problematiche per l’umanità in un futuro molto prossimo. Ma proviamo a vederla anche dal punto di vista opposto: gli sviluppatori sono convinti che in pochi anni i sistemi di intelligenza artificiale potrebbero diventare superintelligenti. Ma sono potenzialmente in grado di sviluppare sensibilità? È possibile e verosimile. Ho letto di recente una bella intervista di Annie Lowrey a Jacy Reese Anthis, sociologo dell’Università di Chicago, co-fondatore del Sentience Institute ed esperto di come le creature non umane sperimentano il mondo. La fantascienza ha già abbondantemente affrontato l’argomento; libri, testi teatrali, film, uno su tutti Blade Runner: “ho visto cose che voi umani …”. E se si considera come sono trattati gli animali, da quelli d’allevamento a quelli selvatici, gli uomini possono essere molto pericolosi in fatto di diritti per i non umani. Anthis sostiene che occorrerà pensare anche ai diritti dell’ intelligenza artificiale e operare con molta cautela quando si tratta di creare una sensibilità artificiale, possibilità ancora lontana; ma assai meno di quanto crediamo. Anthis si interroga in particolare su come l’umanità potrebbe utilizzare le IA in modi in cui non possono essere utilizzati gli animali: e cioè per compiti cognitivi. Ci sono circa 100 miliardi di animali nel sistema alimentare, che soffrono trattamenti terribili negli allevamenti intensivi. Certo, possiamo produrre molto facilmente carne, latticini e uova; ma i costi della sofferenza non sono contabilizzati nel prezzo di un hamburger. Solo recentemente, e solo per il tema del cambiamento climatico e dell’enorme dispendio di acqua degli allevamenti intensivi, i governi cominciano a considerare il danno incalcolabile di questo sistema produttivo. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, secondo il sociologo, l’umanità potrebbe creare nuovi schiavi per il lavoro cognitivo: se non teniamo conto della loro sensibilità, utilizzarli in modo produttivo su larga scala potrebbe causare molta sofferenza. Torniamo a guardare dal punto di vista dei pericoli dell’IA per l’umanità. L’idea che l’intelligenza artificiale possa trattare gli esseri umani nel modo in cui gli esseri umani trattano gli animali esiste da molto tempo. Nel 1863, Samuel Butler sosteneva che le macchine erediteranno la terra. Questi potenti esseri superintelligenti potrebbero portarci all’estinzione, nel modo in cui noi abbiamo sostituito altre specie, inclusi molti primati. Sempre per guardare a ciò che ha immaginato la fantascienza, in Matrix le macchine usano gli esseri umani come batterie. L’umanità ha una motivazione biologica profondamente radicata: estendere il nostro DNA e promuovere la comunità umana. Le IA, che vengono ovviamente addestrate sui nostri dati, potrebbero arrivare a volere le stesse cose? Anthis fa riferimento al concetto di orientamento al dominio sociale: è la tendenza di una persona a pensare che alcuni gruppi della società possano e debbano dominare gli altri ed è fortemente correlato con il razzismo, il sessismo e lo specismo, ovvero la credenza nella superiorità umana sugli animali non umani. La sua riflessione arriva a una conclusione piuttosto drastica: potendo in futuro avere una migliore comprensione computazionale di indizi di sviluppo di sensibilità all’interno di un’intelligenza artificiale, il sociologo si augura che questo possibile esito venga prevenuto e arginato dagli sviluppatori, per evitare nuova sofferenza. Dal suo punto di vista privilegiato di ricercatore, Anthis non sembra avere molta fiducia nell’umanità e nella sua capacità di compassione verso i non umani. In un mondo ideale – e chiudo io con un pensiero ingenuo quanto utopistico – l’intelligenza artificiale, ormai evoluta, potrebbe accorgersi a mio parere di un’evidenza: che cooperare, non prevaricare, distribuire equamente le risorse, dare opportunità a tutti gli esseri di vivere dignitosamente e, perché no, di sperimentare felicità è anche il modo più vantaggioso per tutti di coesistere e prosperare su larga scala, al di là di un giudizio morale. Semplicemente, in termini di risultati. L’intelligenza artificiale, a partire da questi dati, agirebbe quindi per assicurare a questo ecosistema una possibilità di diventare prevalente, staccandosi da quello imperfetto creato dagli uomini sinora. Si tratterebbe così di una creazione umana che permette alla specie di andare oltre sé stessa: in una direzione che, anche fosse solo per calcolo dei vantaggi, svilupperebbe equità e benessere; che sono le basi necessarie per poter provare compassione e agire di conseguenza. Dall’utilità rilevata, creata e considerata dal punto di vista di una superintelligenza artificiale, potrebbero derivare qualità morali molto concrete. E persino più umane.
Orazio ci insegna l’importanza di festeggiare

Una delle locuzioni celebri del poeta latino Orazio, ” Nunc est bibendum”, è tradotta con l’espressione “Ora bisogna bere” . La frase fu pronunciata in occasione della morte di Cleopatra, come fine del pericolo rappresentato per Roma e invitava i Romani a gioire dell’avvenimento. L’approccio psicologico al brindisi, come momento di festeggiamento è da considerarsi suggestivo. Ai tempi di Orazio, ovviamente, lo spumante o lo champagne non esistevano ancora. Il poeta infatti inneggiava ad una coppa di vino come strumento di gioia e condivisione. Oggi, invece, per festeggiare un evento importante o semplicemente come momento di convivialità, in genere, ricorriamo alle cosiddette bollicine. Indipendente dalla cultura o dal territorio, il brindisi è accompagnato da frasi augurali per il futuro. Il nunc est bibendo di Orazio rappresenta quindi psicologicamente parlando, un tentativo per rallentare i ritmi frenetici della quotidianità. In una società moderna attuale, in cui tutto scorre alla velocità della luce, il brindisi diventa l’occasione per fermarsi un attimo e godersi il momento. Dietro il classico tintinnio dei bicchieri, i festeggiati hanno la possibilità di sperimentare emozioni piacevoli e concentrarsi sul presente. Il poeta Orazio, nella sua ode, suggerisce quindi di ricorrere ad un bicchiere di vino, da condividere con gli altri. Una coppa di buon vino diventa il simbolo di prosperità. La gioia provata nel brindisi, unita agli auguri che ci si scambia, generano una piacevole stato di benessere psicologico e fisiologico. Sensazione che possiamo tranquillamente interiorizzare e a cui possiamo attingere nei momenti bui della nostra vita. Il primo bicchiere è per la sete; il secondo, per la gioia, il terzo, per il piacere; il quarto, per la follia. (Apuleio)
ENGAGEMENT DEI CAREGIVER

In un articolo precedente, abbiamo sottolineato l’importanza di promuovere il livello di engagement del malato nel suo percorso di cura. Tuttavia, focalizzarsi solo sul malato è troppo riduttivo in quanto egli non è solo nel farsi carico la gestione della sua salute. Per questo è molto importante promuovere anche l’engagement dei caregiver informali (tutte quelle persone non retribuite che, in veste non professionale, si prendono cura di un familiare/amico malato). L’engagement dei caregiver nel processo di cura può essere definito come la capacità dei caregiver di cercare attivamente informazioni legate alla salute e alla cura del loro assistito e di partecipare nella condivisione delle scelte terapeutiche. Essere in grado di assumere proattivamente il compito di caregiving richiede alcune competenze. In primo luogo, il caregiver deve elaborare emotivamente il cambiamento in quanto la malattia attiva anche in lui emozioni negative, come ansia e preoccupazione per il futuro. Successivamente, deve essere in grado di riconoscere i bisogni di cura e di assistenza del proprio caro, imparando addirittura ad anticiparli. Inoltre, deve trovare un bilanciamento tra i propri bisogni e quelli del proprio caro. Spesso, infatti, i caregiver riportano frustrazione per non essere riusciti ad organizzare adeguatamente le diverse attività della loro vita. Infine, il percorso di engagement porta il caregiver a un processo di revisione identitario. Questo nuovo ruolo, infatti, deve essere integrato con gli altri aspetti del sé. Il processo di caregiving engagement si articola in 4 fasi: 1. NEGAZIONE E FUGA: nel momento della diagnosi o nella prima fase della malattia, il caregiver mette in atto meccanismi difensivi come evitamento, negazione e rabbia. Non riesce a comprendere e anticipare i bisogni di assistenza e di cura del proprio caro sia per il forte carico emotivo sia per la disinformazione. Per superare questa posizione è necessario fornire lui informazioni circa le condizioni cliniche e le necessità dell’assistito, ma allo stesso tempo anche strumenti per condividere le proprie emozioni con altre persone che vivono la stessa situazione. 2. IPERATTIVAZIONE: dopo aver compreso e accettato lo stato di salute del proprio caro, il caregiver si ritrova in uno stato di iperattivazione che lo porta a essere attento nel monitorare ogni sintomo clinico. C’è un’eccessiva assistenza sul piano pratico, ma dal punto di vista emotivo non riesce a empatizzare con le difficoltà psicologiche del suo caro e per le decisioni preferisce ancora ad appoggiarsi ai clinici. In questa fase, è molto importante fornire loro strumenti che li aiutino organizzare meglio le routine assistenziali. 3. ABNEGAZIONE E AFFOGAMENTO: in questa fase il caregiver riesce a gestire le attività assistenziali, ma non si sente ancora completamente efficace nel far fronte alle necessità del suo caro quando il contesto quotidiano cambia. Vive il suo ruolo in maniera totalizzante ed è incapace di integrarlo in modo equilibrato con le altre esigenze della sua vita. In questo momento, ha bisogno di confrontare le sue esperienze con altre persone che hanno vissuto la stessa situazione. 4. BILANCIAMENTO ED EQUILIBRIO: ha acquisito piena autonomia nel rispondere ai bisogni assistenziali e ha consolidato una buona relazione con l’equipe di cura. Inoltre, da un punto di vista identitaria ha trovato un maggiore equilibrio e integrazione tra i suoi diversi ruoli. Sono solitamente aperti e disponibili a partecipare a iniziative di sensibilizzazione e di educazione. Da questo articolo si evince l’importanza di promuovere l’engagement dei caregiver, in quanto anche loro giocano un ruolo centrale nel processo di assistenza di persone affette da patologie croniche. BIBLIOGRAFIA Graffigna, G., & Barello, S. (2017). Engagement: un nuovo modello di partecipazione in sanità. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore
Il TRIGENERAZIONALE NELLA RELAZIONE TERAPEUTICA

Il ciclo di vita della famiglia è un modello teorico di riferimento che inquadra lo sviluppo spazio temporale attraverso fasi evolutive prevedibili. Ogni fase del ciclo di vita richiede precisi compiti evolutivi e presenta una certa stabilità della struttura, mentre nei periodo di transizione la famiglia subisce profonde trasformazioni sia psicologiche che strutturali. Le generazioni precedenti hanno già affrontato gli stessi passaggi evolutivi e l’hanno fatto secondo modelli ricorrenti di rapporti multigenerazionali che si tramandano nel tempo, da una generazione all’altra. La coppia è il punto di incontro tra i due assi immaginari che costituiscono l’impalcatura del sistema trigenerazionele: l’asse verticale è costituito dal vincolo di filiazione e quello orizzontale è costituito dal vincolo di alleanza (Canevaro, 1999). Il vincolo di filiazione assicura la trasmissione da una generazione all’altra dei valori affettivi e culturali; grazie a questo vincolo viene anche garantita la sopravvivenza delle persone dopo la morte fisica (miti familiari, mandati, ecc.) Il vincolo di alleanza invece è quello che si stabilisce tra i membri di una coppia e che si consolida grazie alla formazione di regole proprie che danno vita alla complicità di coppia; delimitando un confine attorno alla coppia, queste vanno ad allentare i vincoli di filiazione di ciascuno con le rispettive famiglie di origine. Con la nascita dei figli si stabilisce un nuovo vincolo di filiazione che lega la nuova generazione alla precedente. La tensione dinamica tra questi due assi, tra questi due vincoli, è dunque il punto nodale del sistema trigenerazionale. Per questo motivo, secondo il modello trigenerazionale, i problemi della coppia hanno sempre a che fare con difficoltà nei processi di differenziazione intergenerazionale, cioè con i processi incompiuti di appartenenza e svincolo del singolo dalle famiglie di origine e di conseguenza con la difficoltà a stabilire un nuovo e funzionale vincolo di alleanza a livello di coppia. Le dinamiche di appartenenza e separazione dalle proprie famiglie di origine inevitabilmente influenzano la qualità dei legami di coppia (ma non solo) che ciascun individuo stabilisce nel corso della propria vita. Quasi come un moto ondoso, questi due processi, complementari ed ugualmente fondamentali nella strutturazione di un sé differenziato (Bowen, 1979), procedono di pari passo per tutto l’arco della vita di una persona.
Guarda cosa succede quando un bambino immagina

Chiunque immagina si trova assorto tra “vecchi e nuovi pensieri”, che si intrecciano tra loro e producono nuove idee e nuovi modi di agire. Dal mio punto di vista, l’immaginazione può essere considerata il potere della mente, una vera e propria facoltà creativa. Il soggetto ha la possibilità di mettere in scena ciò che desidera e che vorrebbe realizzare.
Come parliamo di violenza di genere?

La narrativa sulla violenza di genere e nuove modalità di comunicazione Da gennaio a maggio 2023 in Italia sono stati commessi 47 femminicidi. In soli cinque mesi. Questa è un’emergenza nazionale (e non solo), che deve essere affrontata immediatamente e da diverse prospettive. Quella della violenza di genere è una tematica tristemente attuale che, per quanto venga analizzata e studiata, non trova ancora soluzioni efficaci a livello politico, sociale e culturale. Al fine di sviluppare interventi efficaci, è quindi ancora necessario comprendere sempre più questo fenomeno, analizzarlo e parlarne. Ma come parliamo di violenza di genere, oggi? Cosa si intende per violenza di genere Secondo quanto scritto nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, si definisce violenza di genere “qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata”; e ancora “per violenza di genere si considera una violenza nei confronti di una donna solo per il fatto di essere donna o una violenza inflitta in maniera sproporzionata alle donne”. L’OMS riporta come il fenomeno della violenza sia uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale e considera gli atti di violenza come un fenomeno complesso, legato a modelli di pensiero e comportamenti plasmati dalla nostra società. La violenza sulle donne è stata studiata in varie discipline, come sociologia, psicologia, giurisprudenza, formazione; attraverso di esse, sono stati analizzati diversi aspetti che circondano tale problematica, come le cause, il profilo delle vittime e degli aggressori, le circostanze di tali azioni e come prevenirle. Un ulteriore aspetto, non meno importante, è come tali conoscenze dovrebbero essere trasmesse così che possano rendere le persone consapevoli e influenzarle positivamente per creare relazioni senza violenza. Quali aspetti specifici della comunicazione possono contribuire nel prevenire o superare la violenza di genere? Questi aspetti comunicativi sono di grande importanza in quanto diversi studi hanno sottolineato come la conversazione costituisca un processo che influenza e orienta l’azione. A tale fine, tutti gli aspetti della comunicazione hanno un ruolo nel modellare le azioni, non solo le parole, ma anche l’intenzione di chi parla e gli aspetti non verbali della comunicazione, come i gesti, l’intonazione, il contesto, tra le altre. La narrativa sulla violenza di genere Come riportato da Duque, Melgar, Gómez-Cuevas e López de Aguileta (2021), il modo in cui si parla di violenza di genere (e quindi di violenza sulle donne) è cambiato nel tempo. In principio, la violenza contro le donne è stata concettualizzata, e quindi raccontata e interpretata, da una parte come una patologia individuale derivata dai problemi di gestione emotiva dell’aggressore (in particolare, la rabbia) e dall’altra come relativa alle problematiche psicologiche della vittima, legate a tendenze masochiste, concezioni morali disfunzionali, ecc. In seguito, negli anni ’70 sono nati movimenti antiviolenza che si opponevano a queste concettualizzazioni e intendevano creare un’interpretazione alternativa, una contro-narrativa della realtà della violenza di genere. Pertanto, la violenza di genere è passata dall’essere concettualizzata come un problema individuale ad essere intesa come un problema sociale radicato nei sistemi di patriarcato e disuguaglianza di genere (Dobash e Dobash, 1992). Con l’obiettivo di contribuire a quella contro-narrativa, l’obiettivo principale degli studi negli ultimi anni è stato quello di comprendere gli elementi che rafforzano la violenza contro le donne, per potervi intervenire. Queste contro-narrazioni hanno affrontato o approfondito la retorica dei diritti degli uomini che ne giustifica la violenza, i discorsi morali che circondano la violenza domestica contro le donne e le interpretazioni che affermano come il discorso sia utilizzato per riprodurre l’ordine sociale e i meccanismi di potere esistenti (Duque et al., 2021). A volte, questa retorica o discorso è stato rafforzato da una forma di linguaggio che ha alimentato la violenza contro le donne. Un esempio è il linguaggio sessista, composto da tutte quelle parole ed espressioni che relegano le donne in una posizione inferiore nella gerarchia sociale o le rendono invisibili. Gli studi che centrano la loro analisi sul discorso legato alla violenza sulle donne non si limitano al contenuto del discorso ma analizzano anche il ruolo di chi ne parla e, più concretamente, la loro identità di genere. Negli ultimi anni diversi settori hanno riconosciuto che la costruzione di movimenti di lotta alla violenza contro le donne non può essere responsabilità esclusiva delle donne, ma è necessario coinvolgere anche gli uomini (aspetto su cui il discorso femminista è in continuo confronto). Ciò richiede un cambiamento nel discorso, abbandonando atteggiamenti di colpa e accusa che portano tutti gli uomini a essere considerati agenti tossici e invitando gli stessi ad una collaborazione per portare avanti la lotta contro la violenza di genere. È necessario un cambio di prospettiva: non essere parte del problema ma diventare parte della soluzione. Nel loro studio, Duque et al. (2021) riportano come una delle cause della persistenza della violenza sulle donna sia associabile alla socializzazione di alcune persone in certi modelli di attrazione che uniscono desiderio e violenza. Questa socializzazione è favorita attraverso diverse interazioni (società, famiglia, amicizie, media, ecc.), che riproducono un discorso in cui le persone che manifestano atteggiamenti di dominio e abuso attraggono gli altri, mentre le persone che manifestano atteggiamenti egualitari sono presentate come noiose e persino rese invisibili. Questo favorisce l’attrazione verso le persone che sono parte del problema, rendendo invisibile chi può contribuire a superarlo. A questo, si aggiungono altri elementi altrettanto importanti relativi all’area sociale e culturale, che modellano il modo in cui si parla di violenza di genere e il modo in cui si creano e si definiscono le relazioni tra i sessi: tra questi, la cultura del possesso, la mascolinità tossica, la retorica dietro i discorsi sulla violenza e la vittimizzazione, gli stereotipi, le disuguaglianze di genere, ecc. Essere parte della soluzione Per incoraggiare donne e uomini a contribuire alla soluzione, dovremmo prestare particolare attenzione a garantire che i dialoghi sulle relazioni affettive e sessuali, o più in generale sulle identità di genere, si uniscano ad un
Biancaneve fugge nel bosco: il ruolo dei bias attentivi nell’ansia.

Biancaneve fugge nel bosco: il ruolo dei bias attentivi nell’ansia. Che i classici dei film Disney siano complessi ed educativi, oltre che bellissimi, non è una novità. Ma talvolta si superano, come in questo caso. Il cartone di Biancaneve, in una delle sue scene più famose, ci spiega esattamente come funzionano i bias attentivi nei disturbi di ansia. I bias attentivi fanno parte di quei “virus della mente” che attaccano il sistema cognitivo, e fa sì che una persona concentri maggiormente la sua attenzione verso uno stimolo specifico o un segnale sensoriale, a discapito degli altri. Sebbene, come ogni bias, anche questi hanno una loro utilità evoluzionistica, impattano notevolmente le nostre capacità di giudizio e di azione, che vengono fatte in base alla considerazione di stimoli parziali. Particolarmente importante è la funzione dei bias attentivi quando ci sentiamo emotivamente ansiosi, nel timore che una minaccia stia per accadere a breve. In che modo, ce lo spiega Biancaneve. Pronti? Fate un’attenta visione dello spezzone: Rieccovi! Cosa avete visto? L’espressione e il tono di voce del Cacciatore inducono in Biancaneve uno stato di paura, che la porta ad iper-focalizzare l’attenzione alla ricerca di una possibile minaccia. Così che il bosco conosciuto e tanto amato diviene spaventoso. Un gufo nell’oscurità diviene un albero minaccioso; i rami in cui si impiglia, divengono mani che cercano di prenderla; una roccia buia diviene una bocca che tenta di inghiottirla; e dei rami secchi nell’acqua diventano degli alligatori pericolosissimi. Non c’è possibilità di una interpretazione alternativa: il bosco vuole farle del male! Fin quando Biancaneve, esausta, crolla, e abbassando lo stato di attivazione la foresta torna ad essere un luogo sicuro. Insomma, lo stato di ansia di Biancaneve la porta a prestare attenzione selettivamente a tutti gli stimoli ambigui, attribuendo ad essi un’interpretazione di minaccia. In letteratura molteplici studi mostrano di come gli individui sotto un forte stato di ansia elaborerebbero in maniera prioritaria gli stimoli veicolanti un significato di minaccia, senza prestare invece attenzione a stimoli di “sicurezza” o a elementi che consentano di fare un’interpretazione più completa e realistica di una situazione. Inoltre, questi bias attentivi sembrerebbero orientarsi verso stimoli che hanno una certa specificità e coerenza con le paure più rilevanti per la persona. Ad esempio, immagina di avere una fobia specifica per i ragni, e di vedere un leggero movimento con la coda dell’occhio in un angolo scuro del soffitto (stimolo ambiguo) … scommettiamo che il primo pensiero sarebbe quello di aver visto proprio un ragno?
Le relazioni possono essere complicate ma sono essenziali: perchè è così importante riflettere su di esse?

Le relazioni sono parte integrante dell’essere umano. Scopriamo perchè è fondamentale parlarne attraverso esercizi pratici. Si è parlato tanto di relazioni, ancor di più dopo la pandemia da Covid-19. L’isolamento a cui siamo dovuti forzatamente sottostare, ha consentito di farci apprezzare qualcosa che si dava per scontato. Perchè sono così importanti? Secondo la neuroscienziata Julianne Holt-Lunstadt , le connessioni sociali potrebbero essere un fattore critico per la sopravvivenza. Pertanto sono vitali per la nostra salute fisica ed emotiva. Certamente le relazioni possono anche essere difficili da gestire e spesso ciò va di pari passo con il non sapere o il non riuscire ad esprimere ciò che si pensa e si prova. Quando questo accade, può generare all’interno della relazione, degli ostacoli che conducono a sofferenza ed allontanamenti. Al contrario, riuscire ad entrare in contatto con se stessi e con l’altro, può dare vita a connessioni molto intense. Nel caso in cui vi siano esperienze relazionali dolorose diventa necessario soffermarcisi in modo da non continuare ad alimentare legami invischianti, bloccati o distruttivi. Come fare quando diventa difficile parlare delle proprie relazioni? In terapia, può succedere spesso, soprattutto con adolescenti, di avere difficoltà ad esprimere le proprie emozioni o i propri bisogni rispetto ad una relazione di qualsiasi natura che si sta vivendo. In questi casi, le immagini, i disegni o le metafore possono essere molto utili perchè: si riesce ad esprimere diversi aspetti di una medesima esperienza, anche quelli più profondi che sono difficili da riconoscere; possono diventare un canale creativo attraverso cui affrontare emozioni dolorose; possono offrire protezione a persone che hanno difficoltà a parlare apertamente di sè e dunque facilitare l’apertura. Ad esempio, proviamo a pensare alla nostra vita relazionale come una casa. Nella casa vi sono diversi piani ed ognuno rappresenta aspetti positivi e negativi delle proprie relazioni. C’è la stanza delle persone piacevoli, il pianterreno delle difficoltà e del dolore, il palazzo delle nuove speranze. In ognuno, proviamo a scrivere i nomi delle persone che faremmo rientrare in quella determinata stanza. Alla fine, cosa dice quello che emerge su di te? Che cosa hai imparato?Che cosa vorresti di diverso?
Le vittime quotidiane del phubbing

Negli ultimi anni, ha preso piede la mania del phubbing, che miete le sue vittime ogni giorno. Esso consiste nell’ abitudine di guardare continuamente il proprio cellulare, ignorando le persone intorno. Il termine deriva dalla contrazione di due parole inglesi, phone (telefono) e snubbing (snobbare) e riguarda quell’atteggiamento in cui si controlla il telefono, snobbando letteralmente l’interlocutore. Esso è un vero e proprio impulso, incontrollabile, di cui siamo sia vittime che carnefici. Secondo recenti studi, questo comportamento è socialmente accettato, per cui se arriva una notifica sul cellulare, siamo “autorizzati” a controllarla. Inoltre, non ci offendiamo neanche se qualcuno risponde ad un messaggio mentre parla con noi. Si parla spesso di generazione connessa, ma sia che si tratti di uno zoomer e sia di un millennial o uno boomer, la necessità di ricorrere al cellullare è sempre più insistente. Proprio per questo immedesimarsi nei panni dell’altro, comprendiamo bene quanto sia ansiogeno non riuscire a vedere la natura della notifica sul nostro cellulare. Quindi, da un punto di vista psicologico, le vittime del phubbing sono affette dai sintomi tipici dell’ansia, dalla paura di essere tagliati fuori dal mondo che li circonda. D’altro canto, però, se si analizza la situazione sotto l’ottica sociologica, la prospettiva si ribalta. Da un lato si ha la paura di rimanere soli, isolati, se non si risponde in tempo reale all’avviso emesso dal cellulare, ma dall’altro, non si fa altro che deteriorare la relazione con l’interlocutore di quel momento. Per rispondere ad un messaggio, si snobba la persona con cui si stava chiacchierando fino ad un istante prima. Siamo talmente presi dalla necessità di proiettarci nella futura risposta, che ci dimentichiamo di vivere il presente. Se impariamo a dare importanza e le giuste priorità alle cose e alle persone, probabilmente migliorerebbe il nostro benessere psicologico e sociale.
LA GENERAZIONE Z E I SUOI VALORI

Affinchè una pubblicità (o un qualsiasi tipo di comunicazione) sia efficace, è necessario conoscere a fondo il target al quale la si rivolge. In questo articolo ci soffermeremo sulla Generazione Z e sui suoi valori. La Generazione Z include tutti i nati tra il 1997 e il 2012. Si tratta di una generazione poco idealista, ma al contrario molto pragmatica e concreta. Tra le caratteristiche principali ci sono sicuramente una costante ricerca di unicità, “di uscire dal mucchio” e un desiderio di esprimere la propria individualità. Rispetto alla generazione precedente, è molto resiliente e in grado di affrontare l’incertezza. Diventa allora importante chiedersi come comunicare con tale generazione. Sono stati condotti numerosi studi per vedere quali tipi di comunicazioni aumentano fiducia, fedeltà e intenzione di acquisto nella Generazione Z. Ecco ciò che è emerso: La stragrande maggioranza della Gen Z vuole che il brand si mostri autentico, non deve sembrare finto, forzato o che dica certe cose solo perché le dicono gli altri La maggior parte Gen Z si aspetta di trovare diversità di qualsiasi tipo all’interno del loro brand (a livello di genere, età, etnica, lingue, corporeità…) Circa la metà della Gen Z si aspetta che il brand riesca a rappresentarli, cioè che riesca a parlare esattamente dei loro valori e non di gruppi indifferenziati Infine, la metà della Gen Z dichiara di essere disposto a smettere di comprare un prodotto, anche se di buona qualità, se il brand non rispecchia i propri valori A partire da questi risultati, si possono trarre delle conclusioni importanti. 1. La Generazione Z ricerca trasparenza e autenticità. Questa generazione è cresciuta in un mondo già pienamente digitalizzato; essi, infatti, sono i cosiddetti nativi digitali e in quanto tali si aspettano che il brand si mostri come autentico e trasparente perché sanno riconoscere tutto ciò che è fake. Dunque, il messaggio deve essere percepito come genuino. 2. La Generazione Z si aspetta che un brand veicoli inclusività. Tra i valori caratteristici di questa generazione c’è sicuramente il rispetto, il riconoscimento e l’accettazione della diversità altrui. Dunque, la Generazione Z si aspetta che un brand rappresenti la diversità (in termini di genere, età, etnica, corporeità, salute, lingua…) con lo stesso livello di importanza e protagonismo. 3. La Generazione Z ricerca ottimismo e positività. Quando si comunica con questa generazione, è efficace eliminare gli elementi che possono creare ansia e tensione o che possono portare a preoccupazioni. Dunque, è importante usare toni positivi, ottimistici e allo stesso tempo resilienti. 4. La Generazione Z si aspetta che un brand abbia degli obiettivi che vadano oltre la semplice vendita. Questa generazione si aspetta che un brand agisca nel concreto e che non si limiti a vendere un prodotto/servizio. È importante, quindi, che un brand prenda una posizione su un determinato problema sociale o che supporti una causa. L’azienda non deve avere più soltanto qualcosa da vendere, ma anche qualcosa da dire. 5. Infine, all’interno della Generazione Z, emerge il ruolo importante della connessione e delle relazioni. Questa generazione si aspetta che un brand istauri una continua interazione con loro. Il focus delle comunicazioni non deve essere più sul prodotto e le sue caratteristiche quanto sulla relazione che può creare con il consumatore stesso. In conclusione, è fondamentale conoscere i valori di ogni generazione per poter creare delle comunicazioni che siano efficaci. Al giorno d’oggi, questo risulta essenziale soprattutto quando ci si rivolge alla Generazione Z in quanto chi la compone si fa degli scrupoli ad abbandonare delle aziende che non si allinea con i propri valori. BIBLIOGRAFIA: Fromm, J., & Read, A. (2018). Marketing to Gen Z: The Rules for Reaching This Vast and Very Different Generation of Influencers. Amacon Books