Invecchiamento: i geni contano meno di quel che pensiamo. Parola di geropsicologo

di Giulia Goldin Fin dalla prima infanzia veniamo esposti a rappresentazioni negative della vecchiaia, che diviene ben presto sinonimo di declino fisico e cognitivo, dipendenza, perdita e infelicità. Famoso è l’aforisma del commediografo romano Terenzio “senectus ipsa est morbus” ovvero “la vecchiaia è di per sé una malattia”. Ma è veramente così? Come vedremo a breve, l’invecchiamento, in realtà, è un processo altamente eterogeneo e modificabile per cui abbracciare la visione fatalista dominante non sembra essere una scelta saggia. Secondo i ricercatori, infatti, l’invecchiamento dipende per il 30% da fattori genetici e per ben il 70% da fattori ambientali, ovvero stile di vita, relazioni sociali, salubrità dell’ambiente fisico, status socio-economico (Easterbrook, 2014). Questi dati fanno tirare un sospiro di sollievo e riflettere sul potente mezzo della prevenzione e sulla nostra agency. Riserva cognitiva e plasticità cerebrale Per quanto riguarda l’influenza dell’ambiente sulla senescenza, è doveroso introdurre i concetti di riserva cognitiva e plasticità cerebrale, ampiamente trattati dalle Neuroscienze. Con riserva cognitiva (Stern, 2009) si intende quella modalità attiva con cui il cervello è in grado di contrastare un processo patologico. Alti livelli di educazione, occupazione e attività stimolanti praticate nel tempo libero sembrano incidere sulla flessibilità e l’efficacia delle reti neurali, permettendo un ritardo dei segni clinici della demenza nel caso in cui essa si presenti. Un elevato livello di istruzione, se accompagnato da attività cognitive complesse e impegno sociale in tarda età, può comportare una riduzione del rischio di demenza fino al 40% (Valenzuela et al., 2001). Ma come è possibile che le esperienze di vita abbiano un effetto così diretto sul nostro cervello? La spiegazione è data dalla plasticità cerebrale, una proprietà intrinseca del cervello umano che consente di adattarsi alle pressioni ambientali, ai cambiamenti fisiologici e agli eventi di vita attraverso un continuo rimodellamento delle mappe neuro-sinaptiche (Guglielman, 2012). La plasticità cerebrale accompagna l’intero arco di vita e agisce anche quando il processo neurodegenerativo è in corso. Lo psicologo dell’invecchiamento Se, come dice la letteratura, l’ambiente incide profondamente sui processi di invecchiamento allora risulta lampante la necessità della figura dello psicologo che, in veste di ambiente sociale, può proporre alla popolazione anziana interventi di vario tipo, sfruttando le proprietà della plasticità cerebrale. Il “Piano d’azione globale di salute pubblica in risposta alla demenza”, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2017), riconosce l’importanza della figura dello psicologo nel sensibilizzare la comunità sui disturbi neurocognitivi e nel promuovere interventi di supporto ai caregiver. L’American Psychological Association (APA), inoltre, ha pubblicato nel 2003, con una revisione nel 2014, le “Linee guida per la pratica psicologica con gli anziani” e riconosciuto nel 2010 la figura del geropsicologo. Nel contesto italiano l’inquadramento di tale figura varia da regione e regione, infatti in alcune di esse lo psicologo non rientra negli standard di personale previsti per le strutture per anziani. Nonostante ciò, gli psicologi interessati all’area invecchiamento possono fare affidamento alle preziose linee guida pubblicate nel 2013 dall’Ordine degli Psicologi del Veneto “Ruolo e attività dello psicologo nell’area anziani”. Esse delineano sei possibili aree di intervento psicologico: residenzialità e semiresidenzialità, area ospedaliera, area domiciliare, università e centri di ricerca, terzo settore e comunità locale. Un esempio di intervento: la stimolazione cognitiva Un esempio di intervento rivolto a pazienti con demenza di grado lieve-moderato è la stimolazione cognitiva. Essa, tramite il coinvolgimento dell’anziano in attività di gruppo e discussione che favoriscono la socializzazione, sembra rallentare il decorso della malattia e avere effetti significativi sul funzionamento cognitivo globale, la qualità di vita e il linguaggio (Clare & Woods, 2004; Lobbia et al., 2018). Dunque, tramite la creazione di un ambiente arricchito questo intervento favorisce la neuroplasticità, potenziando i meccanismi compensativi adottati dal cervello a fronte dei cambiamenti funzionali tipici del normale invecchiamento (vedi Modello PASA, Davis et al., 2008; Modello HAROLD, Cabeza et al., 2002). Bibliografia American Psychological Association. (2014). Guidelines for psychological practice with older adults. The American Psychologist, 69(1), 34. Cabeza, R., Anderson, N. D., Locantore, J. K., & McIntosh, A. R. (2002). Aging gracefully: compensatory brain activity in high-performing older adults. Neuroimage, 17(3), 1394-1402. Clare, L., & Woods, R. T. (2004). Cognitive training and cognitive rehabilitation for people with early-stage Alzheimer’s disease: A review. Neuropsychological rehabilitation, 14(4), 385-401. Copes, A., Empolini, M., Garbo, P., Gasparotto, L., & Indiano, A. (2013). Ruoli e attività specialistiche dello psicologo nell’area anziani. Disponibile qui. Davis, S. W., Dennis, N. A., Daselaar, S. M., Fleck, M. S., & Cabeza, R. (2008). Que PASA? The posterior–anterior shift in aging. Cerebral cortex, 18(5), 1201-1209. Easterbrook, G. (2014). What happens when we all live to 100?. The Atlantic, 314(3), 61-72. Guglielman, E. (2012). The ageing brain: Neuroplasticity and lifelong learning. eLearning Papers, 29, 1-7. Lobbia, A., Carbone, E., Faggian, S., Gardini, S., Piras, F., Spector, A., & Borella, E. (2018). The efficacy of cognitive stimulation therapy (CST) for people with mild-to-moderate dementia. European Psychologist. Stern Y., Dietz A., (1994). The Value Basis of environmental concern. Journal of Social Issues, 50. 65-84 Stern Y. (2009). Cognitive reserve. Neuropsychologia, 47. 2015-2028 Valenzuela M., Brayne C., Sachdev P., Wilcock G., Matthews F. (2001). Cognitive lifestyle and long-term risk of dementia and survival after diagnosis in a multicenter population-based cohort. Medical Research Council Cognitive  Function, 53-62

Intimate Partner Violence (IPV), Adolescenti e Giovani Donne

L’adolescenza e la giovane età adulta rappresentano un periodo cruciale in cui si gettano le basi per la salute e la vita futura delle donne. Essere vittima di violenza di genere in questo periodo della vita potrebbe influenzare in futuro il benessere fisico e psicologico delle adolescenti e delle donne giovani adulte. Lo studio multinazionale dell’OMS sulla salute delle donne e la violenza domestica contro le donne, condotto tra il 2000 e il 2004 in 10 paesi, ha rilevato che tra il 13 e il 61% delle donne in una relazione di coppia, di età compresa tra 15 e 49 anni, ha riferito di aver subito violenza fisica o sessuale dal loro partner. Si presume che la prevalenza della violenza da parte del partner (Intimate Partner Violence, IPV) sia ancora più elevata tra le adolescenti e le giovani donne. Per IPV (intimate partner violence) si intende violenza fisica e/o sessuale da parte del proprio partner. L’IPV è la conseguenza di una complessa combinazione di fattori individuali, relazionali e sociali.  La ricerca del 2014 di Stöckl et al. è stata tra le prime ad aver analizzato la prevalenza dell’IPV tra le donne di età compresa tra 15 e 24 anni ed ha esplorando i fattori di rischio ad essa associati in nove paesi. I risultati mostrano come la prevalenza nell’arco della vita dell’IPV variava dal 19 al 66% tra le donne di età compresa tra 15 e 24 anni, con una prevalenza superiore al 50% riportata nella maggior parte dei paesi analizzati. I fattori significativamente associati all’IPV includevano l’essere stati testimone di violenza contro la madre, l’abuso di alcol, il coinvolgimento in liti da parte del partner, una prima esperienza sessuale indesiderata o forzata, i frequenti litigi con il partner e un suo comportamento controllante. Si è osservato come le adolescenti e le giovani donne corrono un rischio sostanzialmente più elevato di sperimentare l’IPV rispetto alle donne più anziane. Questa ricerca mostra come le adolescenti e le giovani donne sono maggiormente a rischio di sperimentare atti di violenza fisica e sessuale, con tassi di prevalenza che vanno dall’8 al 57% per l’IPV fisico e sessuale, superiore a quello tra le donne anziane riscontrato nella maggior parte dei paesi. L’adolescenza e la prima età adulta rappresentano un periodo importante per gettare le basi per relazioni sane e stabili, nonché per la salute e il benessere generale delle donne. L’elevata prevalenza dell’IPV tra gli adolescenti e le giovani donne è allarmante. Garantire che le adolescenti e le giovani donne godano di relazioni libere dalla violenza è un investimento fondamentale per il loro futuro. Le politiche e i servizi volti a prevenire e affrontare la violenza di genere devono aumentare i programmi di prevenzione e sensibilizzazione sul tema, i quali devono essere adattati per raggiungere in modo efficace le adolescenti e le giovani donne, ma anche gli adolescenti e i giovani adulti uomini. Gli effetti della violenza di genere sulla salute delle donne, in particolare sulla salute sessuale, riproduttiva e mentale, richiedono inoltre l’integrazione di strategie per affrontare l’IPV, promuovere l’uguaglianza di genere e favorire relazioni affettive eque attraverso programmi incentrati sulla promozione e la salvaguardia della salute delle donne. Bibliografia Stöckl et al.: Intimate partner violence among adolescents and young women: prevalence and associated factors in nine countries: a cross-sectional study. BMC Public Health 2014 14:751.

Interventi virtuali di mindfulness per promuovere il benessere negli adulti: una revisione sistematica

Di Ilaria Di Giusto Con l’insorgere della pandemia di COVID-19, molte persone, in ogni parte del mondo, hanno sperimentato drastici cambiamenti nella loro vita lavorativa e sociale, con conseguenze significative sul loro benessere fisico e mentale. Di seguito viene presentata una revisione sistematica, pubblicata da Joy Xu, Helen Jo, Leena Noorbhai, Ami Patel e Amy Li, che ha avuto come nucleo centrale quello di identificare gli interventi virtuali basati sulla mindfulness per il benessere di adulti dai 19 ai 40 anni nei paesi sviluppati ed esaminare l’efficacia di queste pratiche. Introduzione Il benessere è uno stato soggettivo privo di una reale definizione universale a causa della sua diversa manifestazione in diversi individui. Secondo il Centers for Disease Control, il benessere può essere caratterizzato dalla capacità di avere una visione positiva della vita e sentirsi soddisfatti (Well-Being Concepts. Cdc.gov, 2018). Il benessere viene inteso in un’ottica olistica, come un fattore fondamentale per garantire la qualità della vita per tutti gli individui. All’interno del mondo accademico, il benessere è un’area particolarmente vulnerabile gli studenti passano attraverso vari fattori di stress, compresi i cambiamenti di stile di vita, stress accademico e nuove responsabilità. Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta presenta ulteriori rischi per un cattivo benessere con conseguenze potenziali che riguardano la vita accademica e personale (Hofmann e Gomez, ´ 2017). Nel 2019, l’American College Health Association ha riscontrato che il 36,5% degli studenti universitari statunitensi segnala lo stress come un fattore principale che influisce negativamente sul rendimento accademico degli studenti (Acha.org., 2021). Durante la pandemia di COVID-19, gli studenti affrontano ulteriori sfide; il 71% degli studenti delle università pubbliche americane riferisce un aumento diretto dei livelli di stress a causa della pandemia, che contribuisce anche a pensieri depressivi più frequenti e a livelli più alti di ansia (Hofmann e Gomez, 2017). Quindi, c’è un chiaro bisogno di migliorare il benessere degli studenti attraverso interventi personalizzati. La consapevolezza è un aspetto significativo del benessere. La Mindfulness implica la capacità di condurre la consapevolezza alle esperienze del momento presente come i pensieri, le sensazioni del corpo e l’ambiente (senza giudicare). La consapevolezza contrasta la modalità prede finita della vita quotidiana generalmente diffusa, dove lo stato di attenzione per molti individui è disattenzione, in quanto la mente può vagare o operare senza pensieri. Tuttavia, la consapevolezza del presente richiede di considerare le esperienze interne, compresi i pensieri personali, sentimenti e sensazioni, che possono suscitare l’attenzione verso emozioni potenzialmente negative che alcuni individui tendono ad evitare. Per molti individui, la capacità di affrontare ed elaborare i pensieri e le emozioni negative è un processo difficile. Tuttavia, la mindfulness offre agli individui l’opportunità di riconoscere questi aspetti e migliorare progressivamente le abitudini o le scelte di vita. Portare consapevolezza ai pensieri negativi quando sorgono impedisce loro di andare fuori controllo in ulteriori modelli di pensiero negativi. Con l’implementazione di interventi personalizzati, la transizione verso la pratica della consapevolezza può essere facilitata per ridurre le risposte negative alle proprie esperienze interne ed esterne. La mindfulness fornisce una gestione a lungo termine del benessere, in quanto gli individui diventano consapevoli della radice delle emozioni negative e risolvono questi problemi piuttosto che lasciarli peggiorare in futuro. Con una maggiore consapevolezza del presente, gli individui possono affrontare e accettare sentimenti di stress, ansia, paura, odio, tristezza con maggiore facilità. Strategie di coping inadeguate, la soppressione dello stress, crolli mentali, burn out, e problemi fisiologici da fattori di stress cronici possono derivare dall’affrontare in modo disadattivo queste emozioni negative (Hofmann e Gomez, 2017). Gli interventi di mindfulness sono stati ampiamente studiati in relazione alla loro efficacia, ma, in letteratura, permane ancora una certa esiguità ed una lacuna sugli studi di interventi virtuali basati sulla mindfulness. La revisione sistematica qui presentata (per il cui approfondimento si rimanda alle note seguenti) valuta le strategie efficaci per migliorare il benessere all’interno di un contesto accademico per adulti dai 19 a 40 anni. Metodi La revisione presentata è stata condotta per valutare quanto gli interventi di mindfulness favoriscono la condizione di benessere degli studenti, così dalla produttività, la motivazione e la salute mentale generale. Essa è stata condotta e riportata in conformità con la dichiarazione Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta- Analyses (PRISMA) e il protocollo è registrato in PROSPERO, un database internazionale di revisioni sistematiche registrate in ambito sanitario e sociale. Disegno dello studio e impostazione Sono stati scelti interventi virtuali di mindfulness, supportati da più media, come applicazioni mobili utili ad aiutare gli studenti a migliorare la loro esperienza emotiva e accademica; applicazioni in grado di consentire una partecipazione interattiva, l’accessibilità e la flessibilità delle opzioni. Diversi studi hanno dimostrato l’elevato utilizzo e visualizzazione di smartphone, così da garantire un’accessibilità degli interventi virtuali attraverso le app mobili, le quali possono essere perfettamente integrati nello stile di vita di una fascia d’età adolescenziale e di giovani adulti. Il pubblico di riferimento per questa applicazione sono gli adulti tra i 19 e i 40 anni di età nei paesi sviluppati situati in Nord America, Asia, Australia ed Europa. Criteri di ricerca e di ammissibilità Per la ricerca è stata usata un’ampia gamma di parole chiave per garantire che tutti gli studi pertinenti fossero inclusi; i criteri predeterminati per l’inclusione hanno incluso studi di psicologia pubblicati in inglese tra il 1980 e il gennaio 2021. Per essere inclusi, gli studi dovevano menzionare l’impatto degli interventi di mindfulness su uno qualsiasi dei seguenti temi: motivazione, burnout, stress, apprendimento, cognizione e argomenti legati alla produttività. I partecipanti allo studio erano adulti tra i 19 e i 40 anni di tutti i sessi, residenti in Nord America, Europa, Asia o Australia. Gli studi con interventi mirati ad individui con una malattia fisica, una malattia mentale o una disabilità di apprendimento sono stati esclusi. È stato ricercato, inizialmente, un totale di 915 articoli, controllati da due autori indipendenti. Qualsiasi disaccordo tra i due autori indipendenti è stato riconciliato e disaccordi sono stati risolti con un terzo autore. In conclusione, sono stati inclusi nella revisione presentata 32 studi. Di tutti

Interventi psicoeducativi e plasticità cerebrale

Come dice Osho,maestro indiano, siamo ciò che pensiamo. Tutto ciò che siamo sorge con i nostri pensieri. Con i nostri pensieri formiamo il mondo.Gli studi neuroscientifici affermano che il cervello umano impara in maniera veloce fin dalla più tenera età. Il concetto di plasticità cerebrale è,infatti, riconosciuto dalle neuroscienze, che analizzano i diversi cambiamenti neuronali, come surrogati l’uno dell’altro. Ad esempio, Siegel (2012) sostiene che la plasticità cerebrale è la disposizione strutturale e funzionale del nostro sistema nervoso a modificarsi in seguito alle sollecitazioni ambientali. Il cervello possiede la capacità di modificare la propria struttura in base all’esperienza. Tutti sappiamo che lo sviluppo del cervello è in gran parte un processo che dipende anche dall’esperienza, sia in termini positivi sia in termini negativi. Al contrario l’assenza di esperienze di apprendimento esercita effetti negativi sui contatti tra le cellule nervose (sinapsi) e sui circuiti neurali. Questo vuol dire che è possibile accelerare i cambiamenti neurologici mediante l’insegnamento e l’intervento psicoeducativo, con lo scopo di “dare forma” al cervello. Il rapporto tra interventi psicoeducativi e plasticità cerebrale è strettamente correlato, poichè l’ intervento psicoeducativo deve tener conto dei tempi di recupero che il cervello ha. Il recupero, dovuto alla plasticità neuronale, permette al cervello di modificarsi quando riceve accurate stimolazioni psicoeducative. Quali interventi psicoeducativi per promuovere la plasticità cerebrale Poichè lo sviluppo del cervello dipende anche dall’esperienza è necessario implementare specifici interventi psicoeducativi. Ecco alcune tecniche per migliorare i processi cognitivi. Lo scopo di queste due attività è stimolare il cervello. Il bambino riconosce i simboli (stimoli bersaglio) posizionati nelle due griglie di riferimento Scheda n.1– Trova il simbolo + Il bambino deve ricercare (attività di selezione) il segno + Scheda n.2– Trova la lettera D Il bambino deve ricercare (attività di selezione) la lettera D. Il cervello umano è un muscolo che va allenato. Pianificare adeguati interventi psicoeducativi significa anche orientare e rassicurare gli esperti che si occupano di educazione. La non conoscenza di un intervento psicoeducativo può portare ad una sopravvalutazione o sottovalutazione del proprio operato e dell’operato dell’allievo. E come dice Rita Levi Montalcini, il cervello: se lo coltivi funziona. Se lo lasci andare e lo metti in pensione si indebolisce. La sua plasticità è formidabile. Per questo bisogna continuare a pensare.

Interventi educativi per alunni con DSA

Le scuole forniscono supporto agli studenti con DSA adeguati strumenti compensativi e misure dispensative per garantire il loro successo formativo. Gli strumenti compensativi sono risorse o supporti che aiutano gli studenti con DSA a superare le loro difficoltà. Ad esempio, l’uso di software di sintesi vocale o di strumenti per la correzione automatica degli errori di scrittura. Le misure dispensative sono,invece, quegli interventi che permettono agli studenti di non affrontare alcune attività che, a causa del disturbo, potrebbero risultare difficili.

Interrogare il corpo obeso e sovrappeso per decifrarne il mistero: un approccio multidisciplinare integrato

di Valentina Carretta da Psicologinews Scientific “Se le formiche si mettono d’accordopossono spostare unelefante” (Proverbio del Burkina Faso) L’obesità(1) e il sovrappeso, come sottolinea la World Health Organizazion, sono oggi uno dei problemi di salute più evidenti, anche se spesso trascurati. Ci troviamo dinnanzi all’intensificazione di un’epidemia globale di sovrappeso e obesità, certamente aggravata dalla situazione creatasi a causa del Covid, che ha visto tante persone rifugiarsi nel cibo per affrontare questo momento. L’obesità è diventata ormai un’emergenza sociale, emergenza che però, solo nel 2019, è stata riconosciuta dal Parlamento italiano come patologia c r o n i c a , c o n i l c o n s e g u e n t e stanziamento di specifiche risorse dedicate alla prevenzione e alla terapia. In Italia contiamo 18 milioni di adulti in sovrappeso e 5 milioni sono invece i soggetti obesi, ovvero una persona su dieci [dati Italian Obesity Barometer Report]. Il dato più allarmante riguarda la popolazione giovanile in quanto siamo il primo paese in Europa per obesi tà infant i le. Mi preme sottolineare questo dato anche in ottica futura atteso che, ben sappiamo, che chi è afflitto da obesità in età giovanile ha maggiori probabilità di soffrirne anche in età adulta. A corollario di ciò, mi permetto di ricordare che un adulto obeso o grandemente obeso è un soggetto generalmente affetto da altre patologie correlate (diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e respiratorie, alcune forme di cancro, problemi articolari, disturbi ginecologici e infertilità, disturbi d’ansia e dell’umore, …) e, unitamente a questo, dobbiamo tenere ben a mente come l’obesità rappresenti ormai la quinta causa di morte più frequente al mondo. Aspetto scomodo da presentare, ma non per questo poco importante, riguarda l’impatto dell’eccesso ponderale sui bilanci nazionali. Sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità possiamo leggere i seguenti dati OCSE: “In Italia, il sovrappeso rappresenta il 9% della spesa sanitaria, riduce il PIL del 2,8% e, per coprire questi costi, ogni cittadino paga 289,00 euro di tasse supplementari all’anno. Non solo, gli italiani vivono in media 2,7 anni in meno a causa del sovrappeso e, nel mercato del lavoro, la produzione risulta essere inferiore di 571 m i l a l a v o r a t o r i a tempo pieno all’anno.” [1]. Risulta quindi quanto mai chiaro p e r c h é s i a n e c e s s a r i o e imprescindibile, per svariate ragioni, occuparsi di obesità e sovrappeso sia sul versante della prevenzione, sia su quello del trattamento. Al di là di sovrappeso e obesità: il disagio psicologico Obesità e sovrappeso spesso n a s c o n d o n o u n d i s t u r b o d e l comportamento alimentare chiamato binge eating disorder (BED) o disturbo da alimentazione incontrollata (DAI), pertanto, occorre effettuare una precisa diagnosi differenziale dinnanzi a queste patologie. Nella maggior parte dei casi è la figura del nutrizionista, del dietologo, del dietista, ad incontrare per primo il soggetto obeso o sovrappeso che si reca da lui alla ricerca di una dieta, di un piano alimentare, di un regime alimentare controllato, che gli consenta di perdere peso. È proprio in questa fase che si rivela preziosa la sensibilità del professionista che può cogliere, nel particolare modo di alimentarsi di quel s o g g e t t o , s e v i s i a ‘ s o l o ’ un’alimentazione eccessiva e ipercalorica o se ci si trovi davanti ad episodi di vere e proprie abbuffate a l i m e n t a r i o d i g r u n g i n g (spizzicamento continuo). È fondamentale questo passaggio perché “esistono nette differenze fra pazienti sovrappeso/obesi con o senza DAI. Questa distinzione è di grandissima importanza perché tutti i trattamenti nutrizionali dell’obesità applicati al paziente con un DAI sono destinati a fallire. E questi fallimenti espongono il paziente, soprattutto se adolescente, a un senso di vergogna e umiliazione ulteriori, alimentando proprio i fattori principali sottostanti i l disturbo: un’alterazione dell’umore in chiave depressiva e un gravissimo deficit dell’autostima.” [2]. Un ulteriore elemento che, in base alla mia esperienza clinica, mi sento di evidenziare come controproducente se non addirittura pericoloso, è quello di proporre a questi pazienti un sistema di alimentazione grammato che si basi sul conteggio delle calorie giornaliere ingerite. In base a quanto riportano i pazienti stessi, questo conteggio, in tantissimi casi, porta ad un aumento dell’ansia e a sviluppare una forma di ossessione per le calorie unitamente ad un controllo ossessivo sui grammi. Una dieta così c o s t r u i t a , anche se perfettamente bilanciata a livello nutrizionale, rischia di essere non solo fallimentare in partenza, anche perché spesso molto restrittiva e poco rispettosa del soggetto, aumentando il senso di inadeguatezza del paziente, ma addirittura in grado di aggravare ulteriormente una situazione già complessa in quanto non viene riconosciuto e rimandato al paziente che forse, in quella modalità che ha di alimentarsi, vi è di più di un semplice mangiare eccessivo. Non si tratta di domandare ai professionisti dell’alimentazione di porre una diagnosi di disturbo alimentare, ma di aiutare il loro assistito a porsi delle domande ulteriori, a vedere al di là, a non ascoltare solamente la domanda esplicita “vorrei dimagrire”, ma aprire sul “perché siamo arrivati a questo punto? Come facciamo a lavorare affinché, finita la dieta, lei possa non tornare più a questo peso?”. Si tratterebbe di lavorare facendo un ulteriore passo, instillando un dubbio, una domanda, un’interrogazione attorno a questo tema, magari suggerendo al paziente di affiancare al percorso alimentare anche una psicoterapia al fine di ottenere un beneficio a lungo termine e scongiurare la ciclica oscillazione del numero sulla bilancia, ovvero fasi di perdita e riacquisto di tutto il peso, se non di più, che caratterizza l’effetto denominato “yo-yo”. Troppo spesso obesità e sovrappeso vengono approcciate e t r a t t a t e

Intelligenza emotiva: superare i confini del Q.I.

Il concetto di intelligenza emotiva ha rivoluzionato la comprensione delle capacità umane. A differenza della classica accezione dell’intelligenza, la quale si concentra sulla sfera razionale-cognitiva e sulla misurazione del Quoziente Intellettivo (Q.I.), l’intelligenza emotiva, valutata attraverso il Quoziente Emotivo (Q.E.), si focalizza sulla consapevolezza, la gestione e la comprensione delle emozioni, sia personali che altrui. In un contesto sempre più interconnesso e orientato socialmente, l’importanza dell’intelligenza emotiva diviene sempre più evidente e l’intelligenza cognitiva non sarà più sufficiente per poter percepire la realtà circostante nel suo complesso. La prima definizione di intelligenza emotiva Il costrutto psicologico dell’intelligenza emotiva è stato definito per la prima volta nel 1990 dagli psicologi Salovey e Mayer. I due psicologi, nella loro elaborazione della definizione al costrutto psicologico, la identificherebbero come una tipologia di intelligenza sociale. A sua volta, l’intelligenza sociale, elaborata da Thordike nel 1920, sarebbe una capacità di comprensione delle altre persone che si rifletterebbe in una maggior saggezza nelle relazioni sociali. Salovey e Mayer, quindi, riprendono il concetto dell’intelligenza sociale per poter elaborare la definizione di intelligenza emotiva, la quale farebbe riferimento ad una capacità di monitorare, differenziare e comprendere le emozioni, proprie od altrui, in modo da guidare il proprio pensiero e le proprie azioni. Componenti e competenze di Goleman Pochi anni dopo Salovey e Mayer, nel 1995, lo psicologo Daniel Goleman ha ampliato il costrutto psicologico, identificando cinque specifiche componenti dell’intelligenza emotiva: Autoconsapevolezza: la capacità di avere consapevolezza del proprio stato emotivo e di riconoscere le proprie emozioni, competenze, capacità e limiti. Autoregolamentazione: la capacità di gestire i propri stati emotivi, evitando di negarli o eliminarli, ma piuttosto modulandoli per produrre comportamenti adattivi e adeguati al contesto. Motivazione: la capacità di mantenere un impegno personale e di sfruttare le occasioni presenti per poter raggiungere e realizzare i propri obiettivi. Empatia: la capacità di riconoscere gli stati d’animo e le emozioni altrui, evitando pregiudizi e sintonizzandosi emotivamente con le altre persone. Abilità sociali: la capacità di gestione emotiva all’interno di un contesto relazionale, permettendo così lo sviluppo di competenze comunicative e di gestione di conflitti. Queste cinque componenti, specifica Goleman, si possono suddividere a loro volta in due competenze: le prime tre caratteristiche farebbero parte della competenza personale, legata alla gestione e sul controllo di sé stessi, mentre le ultime due caratteristiche andrebbero a comporre la competenza sociale, che si focalizzerebbe invece sulle relazioni e le interazioni con le altre persone. Conclusioni Possedere un’alta intelligenza emotiva si traduce in maggiore flessibilità cognitiva, adattabilità e maturità emotiva. Inoltre, un elevato livello di intelligenza emotiva può essere estremamente utile per migliorare la qualità della vita. Oltre che rendere i contesti relazionali con familiari o pari maggiormente funzionali, l’intelligenza emotiva può apportare benefici anche nell’ambito educativo e lavorativo, affrontando così le sfide quotidiane in modo più efficace. Nell’ambito clinico, l’intelligenza emotiva offre nuove prospettive e approcci per il miglioramento del benessere psicologico. Pertanto, sviluppare questa competenza è essenziale, poiché è considerata apprendibile e non immodificabile. Riconoscere il valore e l’importanza delle emozioni, sia proprie che altrui, è un passo fondamentale in questo processo. Come disse Goleman, “A tutti gli effetti abbiamo due menti, una che pensa, l’altra che sente. Queste due modalità della conoscenza, così fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita mentale”. Bibliografia Brackett, M. A., & Mayer, J. D. (2003). Convergent, discriminant, and incremental validity of competing measures of emotional intelligence. Personality and social psychology bulletin, 29(9), 1147-1158. Nelis, D., Quoidbach, J., Mikolajczak, M., & Hansenne, M. (2009). Increasing emotional intelligence:(How) is it possible?. Personality and individual differences, 47(1), 36-41. Goleman, D. (1996). Emotional intelligence. Why it can matter more than IQ. Learning, 24(6), 49-50. Lopes, P. N., Salovey, P., & Straus, R. (2003). Emotional intelligence, personality, and the perceived quality of social relationships. Personality and individual Differences, 35(3), 641-658. Salovey, P., & Mayer, J. D. (1990). Emotional intelligence. Imagination, cognition and personality, 9(3), 185-211. Goleman, D. (2000). Lavorare con intelligenza emotiva. Come inventare un nuovo rapporto con il lavoro (Vol. 45). Bur. Thorndike, E. L. (1920). Intelligence and its uses. Harper’s Magazine, 140, 227–235. 

Intelligenza emotiva: come svilupparla nei bambini?

Tornate indietro nel tempo, a quando eravate piccoli. Chi vi aiutava di più quando eravate tristi, arrabbiati, frustrati, delusi? Chi vi consolava? Aver avuto un adulto competente, ben regolato emotivamente e presente quando eravamo bambini è la migliore premessa per regolare le emozioni, una volta diventati adulti. E quando è il nostro turno di aiutare i piccoli, a sviluppare competenze positivamente adattive, alcune riflessioni possono aiutare ad essere efficaci e a fornire strumenti utili per il loro futuro in costruzione. Immaginiamo una situazione frustrante per un bambino: una gara andata male, una partita persa, un lego costruito con pazienza e distrutto dal fratellino o dalla sorellina piccola. Non sono eventi drammatici, ma per la bimba o il bimbo che li vivono possono essere molto intensi, in quanto a sensazioni di frustrazione, tristezza, rabbia. Qual è la strategia migliore che un adulto può adottare? La risposta sembra banale, ma contiene un fondamentale principio, utile nei casi più leggeri, come gli eventi descritti sopra, così come nelle situazioni davvero drammatiche che possono accadere nella vita dei bambini: essere presenti, essere accanto, ascoltare, consolare; ed evitare di suggerire comportamenti immediatamente riparatori (“Cosa vuoi che sia! Lo ricostruisci e sarà di nuovo perfetto”). La cosa migliore da fare è la più semplice, e allo stesso tempo la più difficile, e a volte insormontabile, per chi non ha avuto un esempio nella propria infanzia: avvicinarsi fisicamente, chiedere alla bimba di descrivere cosa è successo, ascoltare il suo pianto e la sua rabbia, abbracciarla e non provare subito a saltare alla soluzione. Molti bambini, oggi adulti, hanno sperimentato tutt’altro: le reazioni alle frustrazioni, ai loro pianti, alle difficoltà espresse, spesso hanno ricevuto delle risposte diverse, che vanno da “piantala di piangere, non è niente” a insulti di vario grado, a “vattene in camera tua”, a “quando ti è passata ti parlo di nuovo”; oppure a risposte di segno opposto,  da “te ne compro un altro” a vari gradi di iperconsolazione, che  – pur con segno opposto – non rassicurano i bambini, come ci insegna la teoria dell’attaccamento. Al contrario: ascoltare, regolare le emozioni con una presenza tranquilla e tranquillizzante, e non offrire soluzioni sbrigative, è un messaggio molto potente: fa capire ai bambini che le emozioni, anche le più intense e sgradevoli, svolgono la propria funzione di sfogo e allertano un adulto che può aiutare. Fa passare un insegnamento fondamentale per il loro futuro: non spaventarsi di fronte alle emozioni negative, riconoscerne il significato, accettarle e utilizzarle, per capire meglio e affrontare le cose. E anche per chiedere aiuto, quando serve.

Intelligenza artificiale: come trattiamo i non umani?

Il dibattito intorno all’intelligenza artificiale continua a sottolineare, giustamente, i possibili rischi e le problematiche per l’umanità in un futuro molto prossimo. Ma proviamo a vederla anche dal punto di vista opposto: gli sviluppatori sono convinti che in pochi anni i sistemi di intelligenza artificiale potrebbero diventare superintelligenti. Ma sono potenzialmente in grado di sviluppare sensibilità? È possibile e verosimile. Ho letto di recente una bella intervista di Annie Lowrey a Jacy Reese Anthis, sociologo dell’Università di Chicago, co-fondatore del Sentience Institute ed esperto di come le creature non umane sperimentano il mondo. La fantascienza ha già abbondantemente affrontato l’argomento; libri, testi teatrali, film, uno su tutti Blade Runner: “ho visto cose che voi umani …”. E se si considera come sono trattati gli animali, da quelli d’allevamento a quelli selvatici, gli uomini possono essere molto pericolosi in fatto di diritti per i non umani. Anthis sostiene che occorrerà pensare anche ai diritti dell’ intelligenza artificiale e operare con molta cautela quando si tratta di creare una sensibilità artificiale, possibilità ancora lontana; ma assai meno di quanto crediamo. Anthis si interroga in particolare su come l’umanità potrebbe utilizzare le IA in modi in cui non possono essere utilizzati gli animali: e cioè per compiti cognitivi. Ci sono circa 100 miliardi di animali nel sistema alimentare, che soffrono trattamenti terribili negli allevamenti intensivi. Certo, possiamo produrre molto facilmente carne, latticini e uova; ma i costi della sofferenza non sono contabilizzati nel prezzo di un hamburger. Solo recentemente, e solo per il tema del cambiamento climatico e dell’enorme dispendio di acqua degli allevamenti intensivi, i governi cominciano a considerare il danno incalcolabile di questo sistema produttivo. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, secondo il sociologo, l’umanità potrebbe creare nuovi schiavi per il lavoro cognitivo: se non teniamo conto della loro sensibilità, utilizzarli in modo produttivo su larga scala potrebbe causare molta sofferenza. Torniamo a guardare dal punto di vista dei pericoli dell’IA per l’umanità. L’idea che l’intelligenza artificiale possa trattare gli esseri umani nel modo in cui gli esseri umani trattano gli animali esiste da molto tempo. Nel 1863, Samuel Butler sosteneva che le macchine erediteranno la terra. Questi potenti esseri superintelligenti potrebbero portarci all’estinzione, nel modo in cui noi abbiamo sostituito altre specie, inclusi molti primati. Sempre per guardare a ciò che ha immaginato la fantascienza, in Matrix le macchine usano gli esseri umani come batterie. L’umanità ha una motivazione biologica profondamente radicata: estendere il nostro DNA e promuovere la comunità umana. Le IA, che vengono ovviamente addestrate sui nostri dati, potrebbero arrivare a volere le stesse cose? Anthis fa riferimento al concetto di orientamento al dominio sociale: è la tendenza di una persona a pensare che alcuni gruppi della società possano e debbano dominare gli altri ed è fortemente correlato con il razzismo, il sessismo e lo specismo, ovvero la credenza nella superiorità umana sugli animali non umani. La sua riflessione arriva a una conclusione piuttosto drastica: potendo in futuro avere una migliore comprensione computazionale di indizi di sviluppo di sensibilità all’interno di un’intelligenza artificiale, il sociologo si augura che questo possibile esito venga prevenuto e arginato dagli sviluppatori, per evitare nuova sofferenza. Dal suo punto di vista privilegiato di ricercatore, Anthis non sembra avere molta fiducia nell’umanità e nella sua capacità di compassione verso i non umani. In un mondo ideale – e chiudo io con un pensiero ingenuo quanto utopistico – l’intelligenza artificiale, ormai evoluta, potrebbe accorgersi a mio parere di un’evidenza: che cooperare, non prevaricare, distribuire equamente le risorse, dare opportunità a tutti gli esseri di vivere dignitosamente e, perché no, di  sperimentare felicità è anche il modo più vantaggioso per tutti di coesistere e prosperare su larga scala, al di là di un giudizio morale. Semplicemente, in termini di risultati. L’intelligenza artificiale, a partire da questi dati, agirebbe quindi per assicurare a questo ecosistema una possibilità di diventare prevalente, staccandosi da quello imperfetto creato dagli uomini sinora. Si tratterebbe così di una creazione umana che permette alla specie di andare oltre sé stessa: in una direzione che, anche fosse solo per calcolo dei vantaggi, svilupperebbe equità e benessere; che sono le basi necessarie per poter provare compassione e agire di conseguenza. Dall’utilità rilevata, creata e considerata dal punto di vista di una superintelligenza artificiale, potrebbero derivare qualità morali molto concrete. E persino più umane.

Integrazione sensoriale: cosa fare quando è deficitaria

Perché è importante e cosa possono fare gli educatori per supportare chi ha una scarsa integrazione sensoriale? L’integrazione sensoriale è un processo che organizza le informazioni provenienti dai sensi (gusto, vista, udito, olfatto, movimento, gravità, posizione). Facciamo un esempio: quando mangiamo un cibo, al cervello arrivano diverse informazioni dal sapore, dalla vista, dall’odore e così via… Ecco che l’integrazione sensoriale permette di mettere insieme questi dati producendo l’esperienza di noi che mangiamo. Grazie a questo processo, si interpretano e si organizzano queste informazioni in modo soggettivo, guidando quindi i comportamenti in modo funzionale e adattivo. Cosa succede se questo processo è deficitario? Quando il flusso delle sensazioni che arrivano è disorganizzato, come un vigile che non riesce a dirigere il traffico, allo stesso modo non si riesce ad organizzare il flusso di informazioni. E’ così che si crea un ingorgo. Ha origine una percezione distorta del mondo che può causare, a sua volta, difficoltà sul piano emotivo-comportamentale. Anche l’apprendimento può risultare difficile. Un bambino, ad esempio, potrebbe non rispondere ad una consegna verbale soltanto perché l’informazione si perde nel tragitto verso il cervello e non può essere utilizzata per organizzare il comportamento. Questo può avere un impatto sullo sviluppo socio-emotivo del bambino, il quale potrebbe essere disorientato ed insicuro (dato che percepisce il mondo in modo diverso dagli altri). Quali sono i suggerimenti utili per gli educatori? è bene che il bambino faccia esperienza di situazioni che lo aiutino a organizzare al meglio il proprio cervello, attraverso l’utilizzo di materiali diversi e gioco libero; bambini iposensibili o ipersensibili necessitano di attenzioni diverse. Osservare il comportamento dei bambini è importante per capire quali sono gli stimoli che il bambino sopporta di meno o di più; creare contesti sensorialmente adeguati alle esigenze del bambino; non dimentichiamo mai l’importanza di sostenere il bambino da un punto di vista emotivo, aiutandolo a comprendere ciò che per lui è difficile da capire; fare riferimento sempre ad un intervento specialistico che sia generalizzabile in tutti i contesti del bambino.