L’attaccamento della personalità borderline

Le caratteristiche del disturbo borderline I disturbi di personalità ed in particolare il disturbo borderline di personalità (DBP) si caratterizzano per pattern stabili di pensiero, di regolazione emotiva e degli impulsi e di funzionamento interpersonale, ambiti collegati all’attaccamento. Persone con DBP presentano un disturbo mentale complesso e grave che implica instabilità dell’umore, delle relazioni interpersonali e dell’immagine di sé. Inoltre disturbi della regolazione affettiva che si manifesta in affetti disforici intensi, spesso caratterizzati da tensione oppositiva, con rabbia e violenza reattiva emotiva ed anche cronici sentimenti di vuoto e di solitudine. I processi cognitivi sono spesso rappresentati da un pensiero dicotomico con immagini contrastanti di sé e degli altri. In molto casi, persiste una paranoia che fa vedere il mondo come pericoloso e cattivo e se stessi invece come vulnerabili e impotenti. Si associano molto frequentemente casi di abuso di sostanze legati alla mancanza di controllo e all’impulsività. Queste persone hanno grandi difficoltà a mantenere un solido rapporto interpersonale poiché è spesso caratterizzato da litigi e rotture ripetute e ricorso a strategie disadattive come risposte imprevedibili oppure emotivamente intense. Il fallimento emotivo di base implica un’incapacità ad affrontare la separatezza dalle proprie figure di accudimento (Modell). L’infanzia dei pazienti borderline, infatti, è gravemente disturbata dalle separazioni da figure genitoriali e da gravi esperienze traumatiche. Secondo Kernberg si verifica una mancata integrazione del concetto di sé e degli altri significativi, sostenuta dalla prevalenza di meccanismi di difesa primitivi incentrati sul meccanismo della scissione. Che attaccamento hanno le personalità borderline? Le personalità borderline hanno molto spesso attaccamenti irrisolti o preoccupati associati ad esperienze traumatiche irrisolte ed importanti riduzioni delle capacità riflessiva (Fonagy). La comprensione ridotta e distorta della propria mente e di quella degli altri potrebbe essere l’esito di esperienze negative traumatiche con le figure di attaccamento durante l’infanzia. Le figure di attaccamento non saranno state in grado di rispecchiare e rispondere al distress del bambino, manifestando un atteggiamento ostile ed impotente, comportamenti dissociati o disorganizzati, terrorizzati o terrorizzanti. Questi bambini sperimentano il loro distress come un segnale di pericolo per l’abbandono in quanto i loro genitori tendono a ritirarsi difronte all’ansia o alla rabbia e di conseguenza rispondono con una risposta dissociativa complementare (Liotti). Le esperienze soggettive del bambino non sono contenute ed organizzate e vengono incorporate nella struttura del Sé, cosi la rappresentazione degli altri assume una qualità non riflessiva, trascurante o abusiva. Questo può creare una disorganizzazione dell’attaccamento che favorisce reazioni negative ai traumi, alle separazioni e alle perdite. Quando un bambino sperimenta situazioni terrificanti e travolgenti si sente terribilmente impotente e perde la capacità di riflessione e di efficacia personale e le memorie traumatiche possono permanere come parte del Sé.  Si possono osservare reazioni automatiche che nascono dalla memoria del passato e dall’identificazione con la figura di attaccamento ostile. Il comportamento della figura abusante viene imitato perché non può essere compreso a causa del deficit della funzione riflessiva.

Arte e Arteterapia

Nella mia formazione come psicoterapeuta ed arteterapeuta ho avuto modo di cogliere sia i punti di contatto tra queste due maniere diverse di occuparsi della cura della persona e della promozione umana, sia anche di coglierne le esclusività e le differenze. Un aspetto su cui stiamo lavorando molto come APIART (Associazione Professionale Italiana Arteterapeuti) è quello di stimolare una riflessione sul come venga usata l’arte in sé per sé, senza il background di arteterapeuti, come mezzo salvifico, in un certo senso, fine a se stesso. Già vari anni fa abbiamo avuto occasione di prendere una posizione critica riguardo una disposizione del Ministero della Salute canadese che, permetteva agli psichiatri di “somministrare” visite guidate ai musei d’arte, esattamente come fossero farmaci o incontri di psicoterapia. Apparentemente una cosa del genere può sembrare interessante, però ,siccome noi lavoriamo molto sulla questione dell’arte come strumento di promozione umana cogliamo in un’iniziativa di questo tipo qualcosa di molto pericoloso. In questo modo, infatti c’è una delega all’arte e non un essere presente nella relazione con l’arte per il benessere della persona. L’arte è un concetto estremamente complesso quanto anche vago ed elastico. Assistiamo soprattutto dal ‘700 in poi, con la crisi dei sistemi più organizzati per la gestione della relazione con la trascendenza, cioè in particolare delle religioni più radicate nella cultura occidentale, a dei fenomeni di idealizzazione sostitutoria ai sistemi di credenze messi in discussione a partire dall’età dei lumi. L’arte se ci riflettiamo è diventata una sorta di sostituto di questa possibilità di relazione con la trascendenza e quasi sempre viene idealizzata. L’arte infatti è come se fosse qualcosa di positivo in sé per sé. Basta recarsi ad una mostra e garantirsi una sorta d’ identità di persona sensibile ed intellettuale. Nella maggior parte dei casi, la preoccupazione più grande di chi va ad una mostra è quella di esprimere un’appartenenza e di garantirsi tale identità e non tanto di godere della bellezza e dell’aspetto relazionale o del poter comprendere qualcosa nel profondo. Questo è un aspetto molto importante. L’arte non è affatto detto che sia qualcosa di assolutamente positivo. Pensiamo alla Sindrome di Stendhal, lo stesso Freud quando andò a visitare l’acropoli ad Atene come lui stesso descrive, racconta di essersi sentito sconvolto. Sappiamo bene quanto l’arte sia qualcosa che può anche turbare. Quindi non è affatto detto che sia positiva in sé per sé. Per non pensare all’arte come strumento manipolativo delle persone. Le canzoni che servivano per mandare in guerra i nostri padri e i nostri nonni per farne poi carne da cannone nei conflitti, erano arte? Sì, erano arte, ma sicuramente si può discutere sul fatto che abbiano rapresentato qualcosa di utile per la promozione umana. Quindi il concetto di arte è qualcosa di estremamente complesso. L’arte è qualcosa di profondamente diverso dall’arteterapia anche se l’arte fa parte dell’arteterapia. L’arte nell’arteterapia ha fondamentalmente due aspetti, quello di permettere una relazione organizzata e gestibile con la trascendenza e con la complessità, senza necessariamente un’interpretazione verbale e quindi ampliando la possibilità di contatto e l’altro aspetto legato alle sue stesse radici, l’etimolgia della parola arte, rimanda ad un fare ordinato, quindi mettere in campo sempre un fare, un agire e quindi una corporeità. Esiste una profonda differenza tra arte e arteterapia. -Nell’attività di arte noi abbiamo come scopo principale la produzione di un oggetto o di una performance che abbia un valore estetico, quindi non tanto la relazione. Molti grandi artisti, uno tra tanti Picasso non è passato alla storia per una particolare attenzione emotiva affettiva con chi gli stava attorno oppure anche come Francis Bacon, grandissimo artista, ma non proprio la persona che più si occupava della promozione umana di chi frequentava. L’arterapia è una cosa completamente diversa perchè, anche se utilizza sistematicamente strumenti artistici, ha come principale scopo non la produzione di oggetti di particolare significatività estetica, ma la promozione umana Infatti, in molte procedure di arteterapia il prodotto non ha alcuna importanza, alle volte viene addirittura gettato via, per non focalizzare l’attenzione sulla produzione di quell’oggetto, ma semplicemente enfatizzare le occasioni di relazione col profondo. Fermo restando che l’arte è una cosa importante e di cui non possiamo fare a meno, altrimenti non mi sarei mai occupata di arteterapia, sicuramente una cosa è l’arte con tutti i suoi pregi e i suoi difetti e una cosa è l’arteterapia con le sue potenzialità, che sarebbe veramente svilente pensare che possano essere semplicemente sostituite con “Facciamo un bel paesaggio insieme” o “Andiamo al museo insieme”. Tanto per chiarire la distanza tra valori estetici più tradizionalmente condivisi e l’importanza di ben altri aspetti nel setting di arteterapia, ho scelto come illustrazione di questo articolo un disegno che, pur non essendo probabilmente molto apprezzabile in altri contesti, lo è stato molto nel corso di questa seduta di arteterapia. Si trattava di uno studente universitario di 22 anni con un ottimo funzionamento cognitivo, ma con una sorta di negazione del suo corpo vivo, espressa con tratti catatonici. È stato straordinario come, quando sia finalmente riuscito a rappresentare un corpo, la sua autopercezione sia iniziata a cambiare. La ragione di quell’uno in alto a destra del disegno è una maniera per fargli numerare i suoi lavori e come questo accorgimento aumenti il livello di consapevolezza delle sue capacità trasformative man mano che, come rituale di inizio della seduta, lo studente ripercorra come i fotogrammi di un film, i suoi disegni precedenti.

Positività nascosta dell’ansia quotidiana

positività

L’ansia rappresenta, attualmente, uno dei disturbi psicologi più frequenti di cui si sottovaluta la sua funzione di positività. Generalmente, l’ansia si caratterizza per la presenza di sentimenti spiacevoli, come il sentirsi soffocare, la sensazione che le cose possano sfuggire di mano. Si percepisce una forte paura e preoccupazione, accompagnate da frustrazione e disperazione. In realtà, l’ansia è, dunque, un meccanismo psicologico del tutto spontaneo, che ha la funzione di anticipare la percezione di un eventuale pericolo prima ancora che quest’ultimo si sia verificato. Tale sistema scatena fondamentalmente 2 risposte: da un lato l’esplorazione per identificare la situazione di pericolo ed affrontarla nella maniera più adeguata e, dall’altro, l’evitamento e la fuga. Vista sotto quest’ottica, la positività intrinseca dell’ansia la fa diventare funzionale al mantenimento dell’equilibrio psicofisico dell’individuo perchè, in effetti, collabora alla nostra sopravvivenza. E’ risaputo, ormai che i sintomi più comuni dell’ansia sono:-tachicardia-iperventilazione-sudorazione-tensione muscolare,-e altre manifestazioni neurovegetative attivate per fronteggiare un pericolo. Tali manifestazioni involontarie sono di conseguenza necessarie per convogliare le energie sull’analisi della situazione e superarla. Esistono, però, situazioni in cui il pericolo anticipato non trova corrispondenza nella realtà. Le nostre reazioni assumono così delle forme ingigantite e sproporzionate che portano l’individuo a perdere il contatto con l’ambiente. Questa modalità comportamentale può innescarsi a causa di diversi motivi, che spesso risultano difficilmente identificabili. Quindi, quando l’attivazione dell’ansia è eccessiva e ingiustificata rispetto alla reale situazione, siamo di fronte ad un disturbo d’ansia, propriamente detto. Esso può complicare notevolmente la vita di una persona e renderla incapace di affrontare anche le più comuni situazioni. In questo caso, l’ansia assume le caratteristiche disfunzionali, compromettendone l’aspetto cognitivo e sociale dell’individuo.

Adolescenza oggi: ragazzi problematici o adulti più fragili?

di Francesca Vecchione L’adolescenza, si sa, è una fase di crescita delicata e critica. Negli ultimi anni si parla di un aumento delle problematiche tra i ragazzi. Crescono i disturbi d’ansia, aumentano i problemi alimentari, preoccupa l’aumento dei disturbi comportamentali in famiglia e a scuola.C’è stato effettivamente un cambiamento dei ragazzi e una intensificazione dei disturbi o è cambiato qualcosa nel funzionamento familiare?Essere adolescenti comporta dover affrontare nuove sfide evolutive. Significa dover fare i conti con un corpo che cambia, che si fa fatica a riconoscere e, a volte, ad accettare. Significa dover ridefinire il proprio ruolo da bambino a giovane adulto, imparare a gestire e a conquistarsi la propria indipendenza e autonomia. Trovare una definizione di sé stessi nel gruppo dei pari.Tutto questo lavoro di crescita comporta dei momenti di crisi, di sofferenza, di rottura degli equilibri che c’erano prima, per costruire una nuova ridefinizione di ruoli e della propria identità.Gli adulti che ruotano intorno a questi ragazzi come vivono i loro momenti di crisi? Sono in grado di essere d’aiuto nell’affrontare tutto questo?Quello che si osserva oggi è che, spesso, accanto alla sofferenza degli adolescenti ci sono adulti altrettanto in difficoltà. C’è una fatica dei genitori nel sostenere il dolore dei propri figli e ad accompagnarli nell’attraversarlo.Un adulto che si spaventa, tuttavia, non fa altro che aumentare il senso di inadeguatezza di un ragazzo in crescita.Quando il proprio figlio vive un momento difficile o di sofferenza, il genitore entra nel meccanismo del “dover fare”: sente che deve agire, deve fare qualcosa per “tirarlo fuori” da questa situazione. Questo, però, risponde ad un suo bisogno personale, che è quello di riconoscersi come il bravo genitore che risolve il problema. In questo modo, però, non sarà in grado di rispecchiare quelli che sono i reali bisogni del proprio ragazzo, che si sentirà non capito e non ascoltato nella sua sofferenza.L’adolescente non ha bisogno di qualcuno che gli trovi una soluzione per uscire dai suoi momenti di crisi ma di un adulto che non si spaventi davanti a questi, che sia in grado di accettarlo anche nel suo dolore, insegnandogli che nella crescita la crisi è fisiologica.Per affrontare le sfide evolutive dell’adolescenza e i momenti di crisi, anche quelli più gravi, gli adulti devono ritrovare la loro funzione di rispecchiamento. Devono limitare il loro bisogno di agire e imparare a osservare il ragazzo che hanno difronte. Imparare a vedere ciò che di bello e positivo c’è nel proprio figlio e non solo ciò che delude. Insegnare ai propri ragazzi che la crescita passa anche attraverso il fallimento e che il proprio valore sta nell’attraversarlo. Come genitori più che il saper fare è importante il saper esserci.

Il ciclo della violenza domestica secondo L.E. Walker

La violenza domestica può interessare indistintamente sia gli uomini che le donne e può essere definita come il rovinoso vortice nel quale uno dei due partner viene inghiottito in una sistematica violenza continuativa e ciclica da parte dell’altro partner. Secondo Leonor Walker esiste un circolo della violenza costituito da fasi che si ripetono nel corso delle settimane e dei mesi e degli anni. L’andamento è ciclico ed è il seguente: Fase della tensione, 2) Fase attiva degli episodi di violenza, 3) Fase della contrizione amorosa. Come tutte le relazioni anche quelle violente hanno un inizio definibile come ‘normale’ caratterizzato da momenti non connotati da violenza dove risultano predominanti momenti felici e di condivisione pacifica. La violenza si stabilisce per gradi in maniera non sempre eclatante, ma in modo subdolo, graduale e progressivo. La prima fase è quella della tensione: domina in questa fase la violenza psicologica attuata attraverso la svalutazione dell’altro, delle sue attività, delle caratteristiche caratteriali o fisiche, attraverso le richieste manipolatorie e il ricatto emotivo. La violenza non avviene ancora sul piano fisico ma ma sul piano del comportamento e del linguaggio non verbale (mimica, espressioni facciali, ridicolizzare, manipolare). In questa fase il partner comincia ad avvertire la tensione e l’escalation di richieste e si mostra solitamente accondiscendente con il conseguente rafforzamento del comportamento violento. Con il tempo i conflitti diventano sempre più frequenti e si assiste ad una vera e propria escalation della violenza. La seconda fase è quella dell’esplosione. Si può iniziare per gradi con ‘spintoni’ calci o schiaffi e pugni o lanciando oggetti fino ad usare armi arrivando all’uxoricidio o allo stupro coniugale (di solito utilizzato dall’uomo per affermare il proprio potere sulla partner). In questa fase il partner tenta di reagire o fuggire, ma è stato osservato che i tentativi di reazione divengono sempre più blandi poiché il partner violento non riesce a seguire il ragionamento e le cose possono solo peggiorare. Una volta che l’episodio di violenza si è concluso inizia l’ultima fase detta della contrizione amorosa, nella quelle inaspettatamente il partner mette in atto comportamenti di ‘riparazione e di scuse’ caratterizzati da un’alta valenza manipolatoria. Questa fase viene definita spesso anche della ‘Luna di Miele’ ed induce nella vittima uno shock ed un disorientamento che non la rendono lucida nella relazione. Spesso proprio a causa di questi comportamenti la vittima tende a giustificare l’aggressore e a difenderlo. Le speranze di un cambiamento tuttavia vengono ogni volta disilluse.

SMARTWORKING: Opportunità e Sfide

Smartworking

Lo smartworking è ormai diventato un tema molto caldo, soprattutto a seguito della pandemia dove le organizzazioni sono state forzate ad adattarsi all’ambiente esterno in pieno lockdown. Lo smartworking può essere inteso come una nuova filosofia manageriale fondata sul dare alle persone flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti a fronte di una responsabilizzazione dei risultati. La sua introduzione richiede un percorso piuttosto articolato se si vogliono evitare fenomeni di rifiuto. Nonostante i giovani siano i nuovi nativi digitali, essi non accolgono favorevolmente lo smartworking perché preferiscono lavorare in presenza. Al contrario, chi ha una carriera già avanzata lo preferisce e lo apprezza di più.  Inoltre, sembra che le resistenze all’introduzione dello smartworking provengano soprattutto dai capi intermedi. Questo accade perché temono la perdita del controllo fisico e non si sentono pronti a un nuovo modello gestionale fondato su uno scambio di fiducia capo-dipendente. Esistono anche una serie di vincoli strutturali da affrontare. Tra questi ci sono quelli informatici e di telecomunicazione in quanto è necessario possedere un device portatile. Si aggiungono anche quelli logistici e quelli comunicativi poiché sono necessari sistemi informatici che permettono di condividere i documenti. Se dall’analisi interna emerge un quadro culturale non ancora pronto, è meglio rimandare e ripartire con il progetto in un secondo momento. Dal punto di vista culturale, infatti, cambia totalmente l’assunto dell’unità tempo-spazio secondo cui è necessario lavorare nello stesso luogo e negli stessi orari per avere un’efficienza aziendale. Lo smartworking permette di riorganizzare gli spazi e il layout degli uffici in modo nuovo. Inoltre, ha degli impatti positivi anche sull’ambiente perché riduce il traffico, il consumo di illuminazione e di emissioni inquinanti. Lo smart working ha sicuramente delle ricadute importanti anche in termini di efficacia organizzativa. La motivazione e il benessere delle persone viene incrementato e allo stesso tempo questo porta delle ricadute positive sulla produttività. In generale, adottare lo smartworking pone al contempo sfide e opportunità per le organizzazioni. Le principali motivazioni che dovrebbero spingere le aziende ad adottarlo sono diverse: è una modalità di lavoro innovativa che garantisce una certa competitività offre ai collaboratori una maggiore flessibilità e la possibilità di valorizzare la propria identità professionale e personale porta a un miglioramento della qualità del lavoro, con l’uso di ambienti di lavoro moderni e di strumenti IT evoluti. Infatti, il lavoro flessibile porta una forte capacità di concentrazione e di organizzazione. La maggior produttività è legata alla possibilità di distribuire il lavoro in base ai momenti della giornata in cui si è fisicamente e mentalmente disponibili.  Questo aspetto può produrre, nel lungo periodo, a una difficoltà di separare il lavoro dal resto della vita. Allo stesso tempo, però, permette di realizzare effettivamente il work-life balance con un effettivo recupero di spazi da dedicare alla vita sociale. BIBLIOGRAFIA Donadio, A. (2017). Hrevolution: HR nell’epoca della social e digital transformation. Franco Angeli

Cos’è il Phubbing?

Il termine Phubbing è una parola inglese che nasce dall’unione di due termini snubbing e phone e indica gli effetti dell’essere snobbato, ignorato nelle situazioni di interazione faccia a faccia, a causa dell’utilizzo del cellulare.  Questo termine è stato creato nel 2013 da Alex Haigh, che all’epoca era uno studente di marketing in Australia. Il phubbing inizia di solito come un atto volontario: si riceve un messaggio al cellulare e si tende quasi subito a rispondere.  Il comportamento diventa problematico quando si trasforma in una sorta di ossessione e la consultazione del cellulare diventa sempre più frequente nelle nostre giornate, impattando ad esempio con la qualità di tempo trascorso con i figli,  Con il passare del tempo, l’atto di guardare il cellulare diventa automatico e involontario e la persona neanche più si accorge di quanto stia mancando di rispetto a chi gli sta vicino, o che sta trascurando intere aree della sua vita pur di mantenersi in contatto con il mondo virtuale.  Alla luce di quanto emerso, è facilmente intuibile quanto il phubbing possa rappresentare un danno per chi lo mette in atto: il voler rimanere costantemente connesso lo porta paradossalmente ad essere scollegato dalla realtà e poco attento ai bisogni dell’altro;  così facendo, risulterà antipatico e sgradevole agli occhi degli altri e faticherà a mantenere legami e relazioni positive. Essere troppo attaccati al telefono, infatti, aumenta il rischio di isolamento e solitudine. Il Phubbing come dipendenza In alcuni casi, inoltre, la tendenza a controllare le notifiche e i social in modo ossessivo non è soltanto una semplice forma di maleducazione, ma una vera e propria addiction. La dipendenza da smartphone, che oggi vanta il nome specifico di “nomofobia”, è infatti un fenomeno crescente, soprattutto fra i giovani, e consiste nella paura di rimanere disconnessi.  Ciò provoca ansia e depressione, mettendo anche a repentaglio la salute fisica del soggetto: l’esposizione alla luce bludello schermo, infatti, è causa di insonnia ed esercita effetti cancerogeni sulla pelle.  Altre conseguenze negative derivanti dall’eccesso di tempo trascorso sul cellulare sono date dalla riduzione dell’attività fisica e dei contatti sociali, nonché dall’esposizione alle onde elettromagnetiche.  Le vittime di Phubbing Se si soffre perché spesso vittime di phubbing, perché questo ostacola le relazioni o perché si sente di non riuscire a controllare il tempo passato sullo smartphone, è consigliabile rivolgersi ad uno psicologo.  Questo, infatti, aiuterà a riflettere su come comunicare in modo efficace per chiedere all’altro di essere considerati; darà inoltre un supporto a livello relazionale per megliogestire le emozioni e le dinamiche interpersonali, effettuando, se necessario, una terapia di coppia;In conclusione, il phubbing è un fenomeno che spesso passa inosservato, ma che in realtà può avere un forte impatto sulle nostre vite; la prevenzione e il ricorso ad un intervento mirato sono però necessarie

DI VIRUS, MUCCHE E MOSCHETTIERI

di Annalisa Perziano Finalmente scorgiamo all’orizzonte i primi vaccini (e le terapie) contro il Coronavirus che nel 2020 ha piegato il mondo economico, sanitario e psicologico. SARS-CoV-2 ha mandato in frantumi la realtà, la zona di comfort di ciascuno nel mondo. In meno di 12 mesi siamo passati dalle canzoni del Festival di Sanremo ai numeri della pandemia al miracolo della scienza concretizzato in vaccini e terapie, attraverso un tempo traumatizzato. Ma un virus, un vaccino sono qualcosa di esterno che, entrando nel nostro corpo, attiva difese immunitarie e psicologiche. “Lo straniero”, “l’altro”, il nuovo, il diverso da sempre alimentano paure e angosce. E se questo può aver salvato la nostra specie in alcune circostanze nella preistoria, oggi ci getta nel baratro di alcuni episodi di cronaca. Le pandemie nella storia, viste con gli occhi della scienza, ci insegnano che si vince solo tutti insieme, perché la salute del singolo dipende dalla salute della comunità e viceversa. La pandemia da Covid in corso invece vista con gli occhi di alcuni dimostra che non tutti abbiamo imparato la lezione, altro che historia magistra vitae! Nel 1798, quando imperversava l’epidemia del vaiolo, nacque il primo vaccino contro questa malattia, e la parola stessa vaccino: etimologicamente “di vacca”, dato che il vaccino del vaiolo veniva preso direttamente dalle mammelle delle mucche. E puntuale una voce urlò al complotto che mirava a trasformare gli uomini in mucche.Ebbene ad oggi non abbiamo evidenze di alcun vaccinato contro il vaiolo diventato mucca, e non ci aspettiamo fantasiose mutazioni genetiche dovute ai vaccini contro SARS-CoV-2, al contrario ci aspettiamo che anche questa volta il virus venga debellato. Paura e ignoranza sono trasformate in paranoia, discriminazione e distruttività rivolte contro non il virus invisibile, bensì chi ne è visibile vittima. Casuali coincidenze spaziali e temporali diventano arbitrari nessi causali: l’epicentro dell’incipit della pandemia in Cina ha scatenato odio e paura contro “i cinesi”; il personale sanitario è passato rapidamente da eroe a untore. Derealizzazione, depersonalizzazione, negazione sono difese psicologiche atte a proteggerci in situazioni traumatiche, intollerabili. Se a queste aggiungiamo pre-giudizi, errori cognitivi e pensiero magico ecco illustrato il cortocircuito di alcune menti. Attenzione, le menti di tutti noi funzionano così, solo che alcuni di noi riescono a reagire: a documentarsi, a comprendere e dunque ad adattarsi. Paura e ignoranza – conoscenza e pensiero critico: 0 – 3. Perché conoscere significa capire. Capire il presente, il passato e in parte anche il futuro. A proposito di futuro, chi è interessato ad approfondire le righe qui sopra, resti sintonizzato: seguiranno altri articoli più specifici. Nel frattempo contro i(l) virus, non certo contro le persone né contro le regole di prevenzione, “uno per tutti, tutti per uno!”