Società egocentrica, il trionfo del narcisismo sui social networks

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Nella società odierna i social networks rivestono un ruolo di primaria importanza: sono canali di comunicazione, strumenti di socializzazione e vetrine per il proprio ego.In un precedente articolo abbiamo visto come i social possono influenzare l’immagine veicolata all’esterno, restituendo agli utenti una versione idealizzata di sé. Negli anni i media digitali sono profondamente cambiati: da strumenti di relazione sono diventati il mezzo preferito per una comunicazione egocentrica, basata sull’autocelebrazione. La tendenza a veicolare contenuti autocelebrativi è molto più forte nei soggetti con elevati livelli di narcisismo, per i quali i social networks diventano uno strumento di autoaffermazione. Cos’è il narcisismo? Il termine si presta a diverse interpretazioni, a seconda che venga utilizzato per descrivere un tratto della personalità, un concetto della teoria psicoanalitica o un problema socioculturale. Nella concezione comune, il narcisista è una persona egocentrica, egoista e vanitosa, accecata dall’amore per se stessa.La psicologia scinde il sano “amor proprio” dalla condotta del narcisista pervaso da grandiosità e necessità di ammirazione.L’individuo con disturbo narcisistico della personalità si sente speciale ed esagera la narrazione delle proprie qualità e traguardi, animato da fantasie di successo e potere. Narcisismo e social networks Nel narcisismo patologico, il narcisista crede fermamente di essere un eletto, una persona superiore. Tutto gira attorno a lui, il rapporto con gli altri si svuota di significato ed è caratterizzato dalla totale assenza di empatia. L’altro è una mera fonte di continue attenzioni e gratificazioni di cui il narcisista si nutre, mai sazio del desiderio di essere amato e ammirato. In quest’ottica i social networks diventano lo strumento ideale in cui dare sfogo alla propria autocelebrazione, in maniera unidirezionale e virale. Ed ecco che selfie, reel e stories diventano lo strumento prescelto per coltivare il proprio ego e raccogliere consensi. Una ricerca ha dimostrato che le persone con narcisismo tendono a ricercare maggiormente feedback relativi ai contenuti postati sui social (Żemojtel-Piotrowska et al., 2018). Questo vale sia per i social media di tipo testuale, che per quelli prettamente visivi, come Instagram. I social per i narcisisti rappresentano un mezzo per catturare l’attenzione degli altri utenti, ricercare consensi e conferme, alimentando la percezione di essere speciali e superiori alla media.

Autismo ad alto funzionamento: caratteristiche e difficoltà

Introduzione al fenomeno Per autismo ad alto funzionamento si intende un disturbo dello spettro autistico che non impedisce di parlare, leggere, scrivere e gestire le azioni quotidiane della vita come mangiare e vestirsi. Tendenzialmente le persone con autismo ad alto funzionamento presentano un quoziente intellettivo di almeno 70 e sono in grado di svolgere diverse attività in modo autonomo. Tale condizione solitamente prevede una diagnosi tardiva sebbene i primi sintomi del Disturbo dello Spettro Autistico insorgono dai primi 3 anni di vita. Le risorse cognitive del bambino con autismo ad alto funzionamento compensano, infatti, le altre difficoltà, rendendo i primi segnali di disagio poco visibili e difficilmente riconducibili alla diagnosi corretta.Infatti, spesso il linguaggio segue uno sviluppo nella norma, ma risulta a volte bizzarro. L’interesse nelle relazioni sociali può essere presente, ma emergono diverse difficoltà nelle interazioni: la scarsa empatia, ossia la fatica a connettersi con le emozioni e i vissuti dell’altro, e la scarsa mentalizzazione, ovvero la difficoltà a rappresentarsi nella mente i pensieri e gli scopi dell’altro. Difficoltà verbali e non verbali nell’autismo Spesso in tali soggetti è presente anche la fatica a riconoscere e rispettare i turni di interazione. La difficoltà a sincronizzare il proprio linguaggio verbale e non verbale a seconda della situazione e delle regole sociali: ad esempio, può esserci la difficoltà ad adattare il registro linguistico, il tono di voce, il contatto visivo, la prossemica (cioè la vicinanza fisica all’interlocutore) e la gestualità a seconda della persona con cui si sta parlando, che può essere uno sconosciuto, il familiare o il migliore amico.A questi aspetti si aggiunge una scarsa consapevolezza emotiva ed una conseguente difficoltà a riconoscere e gestire le proprie emozioni e quelle altrui. Questo può provocare frequenti incomprensioni e reazioni emotive eccessive in diversi contesti relazionali. Caratteristiche e sensibilità Il funzionamento percettivo, cognitivo e di apprendimento di una persona con autismo ad alto funzionamento sono peculiari: oltre alla presenza di risorse cognitive medio-alte, vi è una predilezione per il canale sensoriale visivo, un’attenzione maggiore ai dettagli, una possibile preferenza per i compiti ripetitivi.Possono esserci interessi rigidi e stereotipati, spesso affini al loro sistema di funzionamento (ad esempio interessi legati ai numeri, date, collezionismo, etc.). La loro particolare sensibilità al cambiamento può rendere particolarmente complessa l’organizzazione e la gestione della giornata, in età evolutiva e in età adulta.Tali caratteristiche, unite alla diagnosi spesso molto tardiva, rendono più difficile l’adattamento ad alcuni contesti di vita, sempre caratterizzati da situazioni sociali per loro complesse. Questo comporta un fattore di rischio maggiore di sviluppo di disturbi dell’umore ed altri disturbi psicologici, di dispersione scolastica e di disoccupazione. Sostegno psicologico per soggetti con autismo E’ utile e raccomandato un percorso di sostegno psicologico, individuale e di gruppo, che abbia come obiettivo lo sviluppo delle capacità di consapevolezza e gestione delle proprie emozioni. Ma anche per lo sviluppo delle abilità sociali e di strategie di problem-solving nella gestione della pianificazione e della routine quotidiana.Queste tipologie di intervento, unito ad altri interventi educativi e sociali, possono favorire un adattamento migliore al contesto di vita ed accompagnare l’individuo nelle varie tappe evolutive, nella direzione di una vita soddisfacente e vissuta in autonomia.

Il ruolo della donna nella pubblicità

Il ruolo della donna nella pubblicità

Il ruolo della donna nella pubblicità è cambiato negli anni così come sono cambiati i valori legati al genere e all’essere donna. In questo articolo si fa riferimento al contesto italiano, nonostante tali cambiamenti siano avvenuti anche in altri Paesi. Nel secondo dopoguerra, in Italia si assiste al boom economico e si innesta il mercato di sostituzione dove si cerca di convincere le persone a prendere la nuova versione dei prodotti per sostituire quelle vecchie. La pubblicità è principalmente rivolta alle donne perché sono loro ad occuparsi della casa e quindi degli acquisti. Per i generi alimentari, l’immagine della donna è quella della moglie e casalinga perfetta, concentrata sulla casa e sui consumi, che si dedica alla cura dei figli. I prodotti beauty, invece, promettono il sogno dell’effimera bellezza con l’obiettivo di piacere ai propri uomini. Infine, per quanto riguarda gli elettrodomestici si punta molto sul beneficio funzionale e su come quel prodotto consente di risparmiare tempo. Successivamente, se la rivoluzione del ‘68 ha portato alla conquista di numerosi diritti, a livello pubblicitario c’è stato un effetto opposto. Le donne da casalinghe vengono rappresentate come meri corpi. Il loro unico scopo era quello di attirare l’attenzione attraverso sguardi ammiccanti e slogan rappresentanti doppi sensi a sfondo sessuale. Le donne vengono considerate solo come oggetto del desiderio maschile. Nella seconda metà degli anni 80’ fanno la loro prima comparsa in pubblicità le donne in carriera che sono tendenzialmente belle, eleganti e sicure di sé. Hanno, però, un abbigliamento tipicamente maschile, in quanto si tratta di una trasfigurazione al femminile di un ideale maschile di lavoratore.  All’inizio degli anni ’90 appare in pubblicità per la prima volta la figura di una donna aggressiva, che farebbe di tutto per guadagnarsi il suo posto nella società maschilista. Si cominciano a virilizzare alcuni atteggiamenti femminili che risultavano troppo dolci e gentili. Con gli anni 2000 e con la nascita dei social network, le donne cominciano a confrontarsi sulle rappresentazioni che le connotano in ambito pubblicitario. Non rispecchiandosi più in ruoli stereotipati e ben delineati, interagiscono con i contenuti pubblicati ed esprimono il loro dissenso. Nasce così il Femvertsing, che si propone di presentare modelli femminili forti, positivi e non standardizzati, al fine di superare gli stereotipi di genere. Il Femvertising non è però esente da rischi. Spesso le aziende posso farne un uso strumentalizzato solo per questioni di marketing e con scopi di lucro. È importante che gli spot basati sull’empowerment femminile non vengano solamente promossi, ma è soprattutto fondamentale integrare tali valori nella responsabilità sociale d’impresa. Ad esempio, adottano politiche aziendali che non discriminano per il genere.  Inoltre, è importante fare attenzione a non cristallizzare la donna in un nuovo ruolo. Infatti, il rischio del Femvertising è creare un’idea di donna impeccabile e imbattibile sul fronte lavorativo.  Successivamente un altro rischio è quello di ancorare l’autostima femminile alle forme del proprio corpo. Dunque, il Femvertising non deve affermarsi come una semplice moda perché altrimenti si rischia di banalizzare dei principi femministi molto importanti. Deve essere, infatti, seguito da una serie di politiche aziendali coerenti con tali valori. Questo è un esempio delle trasformazioni che il ruolo della donna ha avuto nella pubblicità in corrispondenza dei cambiamenti valoriali, storici e culturali e delle conseguenze che hanno portato.

La Psicologia Inversa

La psicologia inversa è un meccanismo manipolativo che si verifica quando cerchiamo di indurre nell’altro un atteggiamento opposto a quello che gli stiamo comunicando o che stiamo adottando. Un ambito di utilizzo è nel campo dell’educazione. Quando si vuole insegnare qualcosa o attivare un comportamento più funzionale ad un bambino o un ragazzo, come far mettere a posto la propria camera, mangiare un cibo nuovo, ecc. capita di ricorrere alla psicologia inversa.  Ad esempio, la psicologia inversa è utilizzata dai genitori per rendere alcune cose più attrattive ed interessanti per i bambini, come banalmente gli spinaci raccontando loro che servono a renderci forti come “braccio di ferro”.Un altro ambito di utilizzo di questa tecnica è quello relazionale, in cui si attivano negli altri comportamenti opposti a quello desiderato per condurlo a fare ciò che in realtà si desidera.  È un modo per giocare con la psiche umana. Infatti, la psicologia inversa tra adulti si usa nelle relazioni amicali o sentimentali, ma anche nelle realtà lavorative, dove il comportamento desiderato è ottenuto non solo rendendolo accattivante ma soprattutto puntando sulla perdita del valore che si avrebbe se non ci comporta in tal modo.  La percezione di perdere il valore di qualcosa è una forte spinta all’azione, dando la sensazione di scegliere autonomamente, anche se di fatto si viene guidati da un meccanismo di psicologia inversa. In certi contesti come l’educazione e l’amore è davvero giusto utilizzare la psicologia inversa?Quando si usa la psicologia inversa è importante chiedersi il motivo che spinge ad utilizzarla, quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere e se sia il contesto e la relazione adeguata al suo uso.  Se la psicologia contraria è adottata per far mangiare le verdure ai bambini può andare bene, se invece è usata per raggiungere il successo sul lavoro o in una relazione d’amore, per ingannare il capo, i dipendenti o il partner non è la strategia relazionale più corretta ed efficace. I rischi e gli effetti dell’abuso della psicologia inversa  Sulla persona a cui viene rivolta possono essere la diminuzione della fiducia e della sicurezza in sé, la perdita di autostima e del senso di autonomia nelle proprie decisioni.  Inoltre, nella fase della costruzione dell’identità in adolescenza o nel caso di persone con un forte bisogno di auto-affermazione (situazioni in cui è molto probabile che funzionino le tecniche di psicologia inversa) il risvolto della medaglia è il rischio di influire negativamente sullo sviluppo del senso di responsabilità dell’altra persona e della sua capacità di comprendere cosa sia giusto e corretto e cosa no. La psicologia inversa può quindi essere utile in alcuni contesti ed occasioni per mostrare il valore e l’importanza di alcuni comportamenti che non si vogliono mettere in atto, ma resta una tecnica psicologica manipolatoria che utilizza le debolezze altrui per ottenere qualcosa che si desidera

L’agire inclusivo nei contesti educativi

L’agire inclusivo nei contesti educativi richiede gli sforzi coordinati non solo del team docente, ma dell’intera istituzione scolastica. A tal proposito il Decreto legislatico 96/2019 declina il principio di accomodamento ragionevole, intendendo gli adattamenti di varia natura che bisogna predisporre per le persone con particolari bisogni educativi, affinchè possano godere ed esercitare i diritti umani e le libertà fondamentali.

Disturbo dissociativo dell’identità: il caso Milligan

L’area dei disturbi mentali e delle problematiche psicologiche e psichiatriche ha da sempre riscosso tanto interesse nei non addetti ai lavori e anche nella cultura pop, tanto da ispirare film, libri e serie tv. Il disturbo che ha generato grande interesse e rappresentazioni di ogni genere è il disturbo dissociativo dell’identità o disturbo da personalità multipla, anche grazie alla sua complessità e difficoltà nel comprenderlo. La dissociazione Con il termine dissociazione si intente la disconnessione o dis-integrazione di alcuni processi psichici dell’individuo. Essa causa una mancata connessione e integrazione delle varie funzioni della mente, tra cui pensiero, memoria e senso di identità. La dissociazione è il processo psicopatogeno principale che caratterizza il disturbo dissociativo dell’identità. Il disturbo dissociativo dell’identità In passato chiamato anche disturbo da personalità multipla, il disturbo dissociativo dell’identità è presente all’interno del DSM 5 e i criteri per la sua diagnosi sono i seguenti: presenza di 2 o più stati di personalità o identità, con notevole discontinuità nel loro senso di sé e nel senso di agire; lacune nella memoria per eventi di tutti i giorni, per importanti informazioni personali e per informazioni ed eventi traumatici che non sarebbero normalmente dimenticati; i sintomi causano un enorme disagio o compromettono significativamente il funzionamento sociale o lavorativo; i sintomi non possono essere meglio giustificati da un altro disturbo, dagli effetti da intossicazione da alcol, da parte di pratiche culturali o religiose largamente accettate. Il disturbo dissociativo di solito si verifica in persone che hanno vissuto un grave stress o un trauma durante l’infanzia. Un abuso grave e cronico (fisico, sessuale o emotivo) e un abbandono durante l’infanzia vengono frequentemente riportati e documentati nei pazienti affetti da disturbi dissociativi.   In bambini gravemente maltrattati, molte aree dell’identità che devono fondersi attraverso le esperienze infantili restano invece separate. Nel corso del tempo, i bambini maltrattati possono sviluppare una crescente capacità di sfuggire al maltrattamento “allontanandosi” dal loro ambiente fisico ostile, oppure “ritirandosi” nella propria mente. Ogni fase evolutiva o esperienza traumatica può essere usata per generare un’identità differente. Il caso Milligan Tra i casi più conosciuti e famosi di disturbo dissociativo dell’identità c’è sicuramente quello di William Stanley Milligan, la cui storia è riportata nel libro “Una stanza piena di gente” di Daniel Keyes e nella docu-serie “I 24 volti di Billy Milligan” presente su Netflix. La storia di Milligan ha liberamente ispirato anche il film “Split” (2017). William Stanley Milligan è stato il primo individuo della storia degli Stati Uniti a essere stato dichiarato non colpevole di gravi crimini per ragioni di infermità mentale, in quanto affetto da disturbo dissociativo dell’identità. Billy Milligan, a soli 26 anni, fu condannato dopo essere stato arrestato per rapimento, stupro e rapina di tre studentesse universitarie nel 1977in Ohio. Milligan, tuttavia, sosteneva di non ricordare di aver fatto ciò per cui era accusato, mostrandosi confuso. Nel corso dei vari interrogatori e delle consultazioni con i legali e gli psicologi, emerse che in Milligan erano presenti 24 personalità, che convivevano tra di loro, che avevano specifiche caratteristiche e abilità e che, in base alla situazione e agli eventi, prendevano “il posto”, ovvero prendevano possesso della coscienza e si interfacciavano con il mondo esterno. Per esempio, la personalità Ragen, iugoslavo, guardiano dell’odio, che aveva una forza straordinaria, prendeva il controllo della coscienza nei luoghi pericolosi o in caso di pericolo. Nei luoghi sicuri dominava invece Arthur, inglese, razionale, freddo, colto e brillante, il primo a scoprire l’esistenza degli altri e a decidere chi poteva prendere il controllo della coscienza. Quando invece si doveva trattare con gli esterni, Allen prendeva il posto. Nei momenti di dolore e male fisico e psicologico, David, un bambino di 8 anni, prendeva il posto in quanto guardiano del dolore. E così via. Ognuna delle altre personalità aveva sue caratteristiche personologiche, fisiche e psichiche specifiche e ognuna di loro “prendeva il posto” nel momento in cui poteva essere più utili per garantire la sopravvivenza di Billy. In seguito a numerose perizie psichiatriche, a Milligan venne diagnosticato il disturbo dissociativo dell’identità, all’epoca definito anche come disturbo da personalità multipla, che fino al 1980 era poco conosciuto nell’ambito scientifico. In seguito a tale diagnosi, Milligan venne affidato alle cure dell’Ospedale psichiatrico Harding Hospital. Il lavoro di cura consisteva nel far prendere coscienza a Billy della presenza di numerose personalità al suo interno, con la finalità di mettere in atto una “fusione”, cioè riunire le varie caratteristiche delle personalità all’interno del “Billy originario”. Tale lavoro di fusione permise a Milligan di affrontare in maniera cosciente e presente il processo, durante il quale venne dichiarato non colpevole per infermità mentale. Seppur colpevole di essere il responsabile delle azioni, venne riconosciuto non mentalmente presente nel momento in cui venivano commesse. La conoscenza dei fatti e delle esperienze vissute da Billy nella sua vita si deve all’emergere di un’ultima personalità, uscita allo scoperto durante il lavoro di fusione: “Il Maestro”, il quale non è altro che la somma di tutti i 23 alter ego fusi in uno solo, unico possessore di tutti i ricordi di ciascuna personalità, il vero Billy. Casi come questo mostrano quanto sia affascinante e allo stesso tempo complessa la mente umana, in grado di creare personalità diverse per proteggersi dal pericolo. La visita nella “stanza piena di gente” che è stata la psiche di Billy Milligan lascia “sconvolti e turbati, ma ci induce a riflettere sull’abisso nascosto di ogni uomo”. In conclusione, alcuni consigli cinefili riguardanti la tematica del Disturbo dissociativo dell’identità: Split (2017), Shutter Island (2010), Sybil (2007), Secret Window (2004), Io me e Irene (2000), Fight Club (1999), Schegge di paura (1997), Psycho (1960). Come serie tv alcuni esempi sono: Mr Robot, Moon Knight, Bates Motel, United States of Tara. Fonti – Keyes Daniel (1982). “Una stanza piena di gente. Un uomo, 24 personalità: la storia vera che ha sconvolto l’America”. Casa Editrice Nord. – American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition. Arlington, VA, American Psychiatric Association. – Docu-serie“I 24 volti di Billy Milligan”. Dir.

La motivazione, quella brutta bestia

di Marcella Tantillo Cosa vuol dire essere motivati? Significa avere quella grinta che non fa perdere di vista l’orizzonte, mentre ci si dirige verso una meta. Ecco, in due parole il nocciólo della questione sembrerebbe giusto la meta, ma in verità la faccenda è  ben più complessa. Non solo perché talvolta la meta non è affatto chiara ed anche se lo fosse non è detto che sia una meta che la persona si è scelta autonomamente. E, ammettendo pure ciò, il discorso non finisce tutto qui, poiché non basta fissare un obiettivo per tenere testa alla sfida accolta. Intervengono infatti nel frattempo una serie di variabili legate alla percezione della fattibilità, della sforzo richiesto e una valutazione del tempo da impiegare per raggiungere l’obiettivo. Sicuramente gli esperti direbbero che basterebbe   procedere per piccoli steps fino al raggiungimento della meta, e ciò aiuta, non c’é dubbio, ma anche qui intervengono ulteriori questioni che si frappongono: per cominciare l’energia in ogni singola marcia innestata, cioè.. È vero che non si può partire in quinta e si parte con la prima, ma bisogna anche partire pure se vi va piano… “provare” ad andare non é efficace: o si decide di andare o non si va, non ci sono vie di mezzo in questo, anche se si va a ritmo di lumaca. Il partire non contempla il “ci proveró” piuttosto il prefigurarsi ossia l’mmaginare l’azione. Ma… Non è mica finita qui! Talvolta fra il dire e il fare c’è un tempo breve, lungo, o lunghissimo, e il tempo che gli studiosi chiamano della “precontemplazione”, un momento in cui balena l’idea e poi, gradualmente si arriverebbe ad un bilancio tra vantaggi ma anche svantaggi di una scelta di agire oppure no…senza contare che, una volta che si é partiti, momenti di marcia in “folle”, rallentamenti, retromarcia, arresti e ripartenze sono molto frequenti…. Un percorso irregolare insomma quello che porterebbe alla meta. Una meta che acquista un valore inestimabile per l’impegno, il tempo che ha comportato e la cura di non aver buttato la spugna, mai.

L’attaccamento della personalità borderline

Le caratteristiche del disturbo borderline I disturbi di personalità ed in particolare il disturbo borderline di personalità (DBP) si caratterizzano per pattern stabili di pensiero, di regolazione emotiva e degli impulsi e di funzionamento interpersonale, ambiti collegati all’attaccamento. Persone con DBP presentano un disturbo mentale complesso e grave che implica instabilità dell’umore, delle relazioni interpersonali e dell’immagine di sé. Inoltre disturbi della regolazione affettiva che si manifesta in affetti disforici intensi, spesso caratterizzati da tensione oppositiva, con rabbia e violenza reattiva emotiva ed anche cronici sentimenti di vuoto e di solitudine. I processi cognitivi sono spesso rappresentati da un pensiero dicotomico con immagini contrastanti di sé e degli altri. In molto casi, persiste una paranoia che fa vedere il mondo come pericoloso e cattivo e se stessi invece come vulnerabili e impotenti. Si associano molto frequentemente casi di abuso di sostanze legati alla mancanza di controllo e all’impulsività. Queste persone hanno grandi difficoltà a mantenere un solido rapporto interpersonale poiché è spesso caratterizzato da litigi e rotture ripetute e ricorso a strategie disadattive come risposte imprevedibili oppure emotivamente intense. Il fallimento emotivo di base implica un’incapacità ad affrontare la separatezza dalle proprie figure di accudimento (Modell). L’infanzia dei pazienti borderline, infatti, è gravemente disturbata dalle separazioni da figure genitoriali e da gravi esperienze traumatiche. Secondo Kernberg si verifica una mancata integrazione del concetto di sé e degli altri significativi, sostenuta dalla prevalenza di meccanismi di difesa primitivi incentrati sul meccanismo della scissione. Che attaccamento hanno le personalità borderline? Le personalità borderline hanno molto spesso attaccamenti irrisolti o preoccupati associati ad esperienze traumatiche irrisolte ed importanti riduzioni delle capacità riflessiva (Fonagy). La comprensione ridotta e distorta della propria mente e di quella degli altri potrebbe essere l’esito di esperienze negative traumatiche con le figure di attaccamento durante l’infanzia. Le figure di attaccamento non saranno state in grado di rispecchiare e rispondere al distress del bambino, manifestando un atteggiamento ostile ed impotente, comportamenti dissociati o disorganizzati, terrorizzati o terrorizzanti. Questi bambini sperimentano il loro distress come un segnale di pericolo per l’abbandono in quanto i loro genitori tendono a ritirarsi difronte all’ansia o alla rabbia e di conseguenza rispondono con una risposta dissociativa complementare (Liotti). Le esperienze soggettive del bambino non sono contenute ed organizzate e vengono incorporate nella struttura del Sé, cosi la rappresentazione degli altri assume una qualità non riflessiva, trascurante o abusiva. Questo può creare una disorganizzazione dell’attaccamento che favorisce reazioni negative ai traumi, alle separazioni e alle perdite. Quando un bambino sperimenta situazioni terrificanti e travolgenti si sente terribilmente impotente e perde la capacità di riflessione e di efficacia personale e le memorie traumatiche possono permanere come parte del Sé.  Si possono osservare reazioni automatiche che nascono dalla memoria del passato e dall’identificazione con la figura di attaccamento ostile. Il comportamento della figura abusante viene imitato perché non può essere compreso a causa del deficit della funzione riflessiva.

Arte e Arteterapia

Nella mia formazione come psicoterapeuta ed arteterapeuta ho avuto modo di cogliere sia i punti di contatto tra queste due maniere diverse di occuparsi della cura della persona e della promozione umana, sia anche di coglierne le esclusività e le differenze. Un aspetto su cui stiamo lavorando molto come APIART (Associazione Professionale Italiana Arteterapeuti) è quello di stimolare una riflessione sul come venga usata l’arte in sé per sé, senza il background di arteterapeuti, come mezzo salvifico, in un certo senso, fine a se stesso. Già vari anni fa abbiamo avuto occasione di prendere una posizione critica riguardo una disposizione del Ministero della Salute canadese che, permetteva agli psichiatri di “somministrare” visite guidate ai musei d’arte, esattamente come fossero farmaci o incontri di psicoterapia. Apparentemente una cosa del genere può sembrare interessante, però ,siccome noi lavoriamo molto sulla questione dell’arte come strumento di promozione umana cogliamo in un’iniziativa di questo tipo qualcosa di molto pericoloso. In questo modo, infatti c’è una delega all’arte e non un essere presente nella relazione con l’arte per il benessere della persona. L’arte è un concetto estremamente complesso quanto anche vago ed elastico. Assistiamo soprattutto dal ‘700 in poi, con la crisi dei sistemi più organizzati per la gestione della relazione con la trascendenza, cioè in particolare delle religioni più radicate nella cultura occidentale, a dei fenomeni di idealizzazione sostitutoria ai sistemi di credenze messi in discussione a partire dall’età dei lumi. L’arte se ci riflettiamo è diventata una sorta di sostituto di questa possibilità di relazione con la trascendenza e quasi sempre viene idealizzata. L’arte infatti è come se fosse qualcosa di positivo in sé per sé. Basta recarsi ad una mostra e garantirsi una sorta d’ identità di persona sensibile ed intellettuale. Nella maggior parte dei casi, la preoccupazione più grande di chi va ad una mostra è quella di esprimere un’appartenenza e di garantirsi tale identità e non tanto di godere della bellezza e dell’aspetto relazionale o del poter comprendere qualcosa nel profondo. Questo è un aspetto molto importante. L’arte non è affatto detto che sia qualcosa di assolutamente positivo. Pensiamo alla Sindrome di Stendhal, lo stesso Freud quando andò a visitare l’acropoli ad Atene come lui stesso descrive, racconta di essersi sentito sconvolto. Sappiamo bene quanto l’arte sia qualcosa che può anche turbare. Quindi non è affatto detto che sia positiva in sé per sé. Per non pensare all’arte come strumento manipolativo delle persone. Le canzoni che servivano per mandare in guerra i nostri padri e i nostri nonni per farne poi carne da cannone nei conflitti, erano arte? Sì, erano arte, ma sicuramente si può discutere sul fatto che abbiano rapresentato qualcosa di utile per la promozione umana. Quindi il concetto di arte è qualcosa di estremamente complesso. L’arte è qualcosa di profondamente diverso dall’arteterapia anche se l’arte fa parte dell’arteterapia. L’arte nell’arteterapia ha fondamentalmente due aspetti, quello di permettere una relazione organizzata e gestibile con la trascendenza e con la complessità, senza necessariamente un’interpretazione verbale e quindi ampliando la possibilità di contatto e l’altro aspetto legato alle sue stesse radici, l’etimolgia della parola arte, rimanda ad un fare ordinato, quindi mettere in campo sempre un fare, un agire e quindi una corporeità. Esiste una profonda differenza tra arte e arteterapia. -Nell’attività di arte noi abbiamo come scopo principale la produzione di un oggetto o di una performance che abbia un valore estetico, quindi non tanto la relazione. Molti grandi artisti, uno tra tanti Picasso non è passato alla storia per una particolare attenzione emotiva affettiva con chi gli stava attorno oppure anche come Francis Bacon, grandissimo artista, ma non proprio la persona che più si occupava della promozione umana di chi frequentava. L’arterapia è una cosa completamente diversa perchè, anche se utilizza sistematicamente strumenti artistici, ha come principale scopo non la produzione di oggetti di particolare significatività estetica, ma la promozione umana Infatti, in molte procedure di arteterapia il prodotto non ha alcuna importanza, alle volte viene addirittura gettato via, per non focalizzare l’attenzione sulla produzione di quell’oggetto, ma semplicemente enfatizzare le occasioni di relazione col profondo. Fermo restando che l’arte è una cosa importante e di cui non possiamo fare a meno, altrimenti non mi sarei mai occupata di arteterapia, sicuramente una cosa è l’arte con tutti i suoi pregi e i suoi difetti e una cosa è l’arteterapia con le sue potenzialità, che sarebbe veramente svilente pensare che possano essere semplicemente sostituite con “Facciamo un bel paesaggio insieme” o “Andiamo al museo insieme”. Tanto per chiarire la distanza tra valori estetici più tradizionalmente condivisi e l’importanza di ben altri aspetti nel setting di arteterapia, ho scelto come illustrazione di questo articolo un disegno che, pur non essendo probabilmente molto apprezzabile in altri contesti, lo è stato molto nel corso di questa seduta di arteterapia. Si trattava di uno studente universitario di 22 anni con un ottimo funzionamento cognitivo, ma con una sorta di negazione del suo corpo vivo, espressa con tratti catatonici. È stato straordinario come, quando sia finalmente riuscito a rappresentare un corpo, la sua autopercezione sia iniziata a cambiare. La ragione di quell’uno in alto a destra del disegno è una maniera per fargli numerare i suoi lavori e come questo accorgimento aumenti il livello di consapevolezza delle sue capacità trasformative man mano che, come rituale di inizio della seduta, lo studente ripercorra come i fotogrammi di un film, i suoi disegni precedenti.