Il silenzio grande

di Antonella Buonerba “Il silenzio grande” è il titolo di un bellissimo film di Alessandro Gassman ambientato in una prestigiosa dimora napoletana, villa Primic. Più che ad un film, mi è sembrato di assistere ad una rappresentazione teatrale, sia per la profondità dei dialoghi dei protagonisti, sia perché  le scene si svolgevano  in pochi ambienti, le stanze della casa, e in particolare nello studio del padre. Questi, importante scrittore di romanzi, si trincea per una vita proprio lì, nel suo studio e lavora ai suoi libri. Ad un certo punto, la vendita della casa diventa una inevitabile necessità per risanare le finanze della famiglia e quindi un importante motivo di discussione nonché il punto cruciale dove si annodano le relazioni familiari aggrovigliate da lunghi anni di faticosi silenzi. La moglie e i due figli del protagonista, Valerio, si avvicendano, davanti alla porta dello studio  e, richiamati dalla musica, bussano, entrano, cercando di farsi spazio tra le numerose occupazioni di colui che, pur nelle sue tante mancanze, ha costituito un punto di riferimento per l’intera famiglia. Solo alla fine del film lo spettatore si accorge che quelli che potevano sembrare dei dialoghi tra Valerio e sua moglie Rose prima, e con ognuno dei suoi figli poi, sono in realtà dei monologhi : nessuno è in grado di sentire l’altro perché ormai Valerio è morto. Come è potuto succedere? “I piccoli silenzi fanno un grande silenzio” dice la saggia cameriera Cettina “la vera anima della casa” che, con la scusa di spolverare e dare un ordine alle centinaia di libri accatastati sulle mensole delle librerie, si insinua nello studio, aiuta Valerio a riflettere, a capire, origlia, ammicca, sdrammatizza con la saggezza e l’ironia di chi è stato in mezzo alla gente e che di libri non ne ha letto manco uno. Il primo principio de “La Pragmatica della comunicazione umana ” di Watzlawick recita che ” non si può non comunicare”. Pertanto anche il silenzio è pregno di significato e assume valore comunicativo a seconda del contesto e delle situazioni che viviamo. Che valore attribuiamo al silenzio? C’è una differenza enorme tra chi il silenzio lo crea e da chi lo subisce. Esso pone comunque una distanza che dà adito alle interpretazioni più svariate: i dubbi, i pensieri e le parole si stemperano o si ingigantiscono nei non detti, in quelle emozioni legate ai ricordi, nelle domande a cui non abbiamo potuto avere una risposta. Il silenzio mette le persone interessate in una situazione di attesa, nel tentativo disperato di bussare a delle porte che non si aprono, perché, forse, dall’altra parte, c’è qualcun altro che si sente bloccato da un vissuto che appartiene esso stesso a un passato di silenzi, indifferenza e abbandoni, proprio come il nostro protagonista.  Ad un certo punto Valerio vuole rompere il silenzio perché allarmato dalle difficoltà della vita dei suoi cari, vorrebbe consigliarli, stare loro vicino, accompagnarli nelle scelte, nelle decisioni. Ma gli altri, ormai, sono già al di là del silenzio, delle porte e della casa.La richiesta del perdono diventa un atto obsoleto, una nota stonata che si frappone nel racconto di chi ha dovuto ritrovare da solo le strade della vita, con la forza della sua volontà. Che cosa rimane? Valerio e Rose si concedono un ultimo ballo. In quei pochi attimi di luce riprendono vita i ricordi di una vita e l’amore vissuto nell’assolutezza dei sentimenti da una parte, e nella concretezza dei giorni dall’altra. Rose va via e non  si sente più sopraffatta dalla pesantezza della vita. Si chiude la porta di casa alle spalle, la sua casa, lasciando il passato dissolversi nella polvere che non ha nemmeno più i mobili dove posarsi. Bibliografia: Paul Watzlawick “Pragmatica della comunicazione umana” 

Le teorie dell’apprendimento nella pubblicità

le teorie dell'apprendimento

Le teorie dell’apprendimento sono quasi sempre presenti nel marketing e nella comunicazione pubblicitaria. L’apprendimento è il processo mediante il quale un consumatore acquisisce una conoscenza legata a possibili forme di consumo ed esperienze d’acquisto che metterà in atto per i suoi comportamenti d’acquisto futuri. Uno degli obiettivi delle aziende è creare consapevolezza circa l’esistenza di un prodotto ed educare i consumatori, facendogli capire gli specifici attributi, benefici, vantaggi che questo può portare. Esistono diverse teorie dell’apprendimento, che possono essere sfruttate nella comunicazione pubblicitaria.  Il condizionamento classico rappresenta un esempio di apprendimento per associazione. Queste teorie vengono spesso applicate nell’ambito pubblicitario. Lo scopo è proprio quello di generare una risposta emotiva positiva al messaggio che il brand vuole trasmettere attraverso musica, immagini e testimonial.  Vediamo alcuni esempi: Tramite l’uso dei testimonial si sfrutta l’apprendimento classico per trasferire le caratteristiche positive del testimonial al prodotto che sta sponsorizzando. Ad esempio, la famosa pubblicità della Nespresso con Chiara Ferragni. Con la tecnica della brand extension ci si ancora alle caratteristiche del prodotto originale e le si va ad attribuire alla nuova linea di prodotti. Un esempio è quello di Pan di Stelle che ha introdotto negli ultimi anni la crema spalmabile al cacao. A volte il condizionamento classico può essere pericoloso in quanto se si sceglie un testimonial sbagliato, si creano associazioni in negativo sul proprio prodotto. Le campagne di marketing sociale sfruttano spesso questo processo in cui si cerca di scoraggiare le persone a mettere in atto comportamenti pericolosi e dannosi. Un esempio sono tutte quelle campagne in cui si associa il bere alcool e mettersi alla guida con immagini negative che rappresentano incidenti stradali. Proseguendo, troviamo il condizionamento operante di Skinner. Esso è basato sull’uso di rinforzi positivi e negativi, che possono rafforzare o indebolire una risposta comportamentale dell’individuo.  Nel marketing, il rinforzo positivo si vede nei casi delle carte fedeltà, che permettono di accumulare buoni sconto e punti che agiscono da rinforzo positivo in quanto si ottengono premi. Inoltre, dal punto di vista dei servizi, alcuni benefici possono essere ottenuti attraverso l’eliminazione di rinforzi negativi, come ad esempio l’azzeramento delle spese di consegna e la riduzione degli stessi tempi. Infine, c’è l’apprendimento vicario, secondo il quale si possono apprendere dei comportamenti per imitazione. Secondo questa prospettiva, l’apprendimento si verifica anche se il comportamento appreso non viene subito messo in pratica. Anche qui ci possono essere dei risvolti negativi perché ciò che elicita emozioni negative tende a essere evitato e non imitato.  In questo articolo viene mostrato il grande apporto della psicologia all’interno del mondo della comunicazione pubblicitaria e più in generale del marketing. Buona parte del comportamento dei consumatori e delle strategie di marketing, infatti, sono apprese. Per questo motivo, il processo di apprendimento è di interesse fondamentale per chi lavora in questo campo. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological Foundations of Marketing. New York: Routledge

Gaslighting: Una forma di Manipolazione Mentale

Il termine deriva dal film Gas light del 1938 e dai suoi rifacimenti successivi, tra cui vale la pena ricordare Rebecca – la prima moglie di Alfred Hitchock (1940). In questi film è descritto bene il contesto in cui avviene la violenza psicologica. Un marito occupato a frugare casa per trovare le ricchezze della moglie abbassa, come effetto collaterale delle sue ricerche, l’intensità di alcune luci a gas.  La moglie se ne accorge e manifesta disappunto e disagio, ma il marito riesce a convincerla che tutto quello che sta avvenendo sia in realtà solo frutto della sua immaginazione, sostenendo che l’intensità delle luci è rimasta la stessa di sempre, facendola così impazzire. Così funziona il Gaslighting: la vittima viene gradualmente indebolita e resa malleabile, un disegno spietato che viene portato a compimento utilizzando una strategia subdola in cui si persegue il preciso obiettivo di deprimere totalmente il bersaglio. Il Gaslighter, così viene definito colui che mette in atto una manipolazione mentale, fa credere alla vittima di stare vivendo in una realtà che non corrisponde alla realtà oggettiva, la fa sentire sbagliata, mina alla base ogni sua certezza e sicurezza, in sostanza agisce su di lei un vero e proprio lavaggio del cervello.  La ricerca dimostra che nella stragrande maggioranza dei casi la vittima e il gaslighter sono vicini, quasi sempre partner o parenti stretti. Si tratta di una grave forma di perversione relazionale che rende le vittime talmente assuefatte e dipendenti da essere nella maggior parte dei casi inconsapevoli rispetto a ciò che sta loro accadendo.  La violenza si cronicizza non appena la vittima entra nella fase depressiva, quella in cui si convince della ragione e anche della bontà del manipolatore (che si prende cura di lei, la capisce, la sostiene) che non a caso è spesso addirittura idealizzato. Ecco che si crea così il paradosso, in cui la vittima idealizza il proprio carnefice. Proprio per quanto detto finora è difficile che chi è vittima del gaslighter si renda conto della situazione perversa in cui vive e chieda aiuto, cosa ancor più vera se si pensa che essa diventa così dipendente da isolarsi anche a livello sociale per la paura di essere inadeguata o giudicata pazza.  Spesso la richiesta di aiuto o la capacità di far “aprire gli occhi” alla vittima arriva da chi le sta intorno, familiari, amici o colleghi. È allora che può e deve iniziare il percorso di ricostruzione della propria identità, della fiducia e del senso di sé che porti la donna a liberarsi da una relazione perversa e dolorosa. L’obiettivo principale del gaslighting, infatti, è proprio quello di minare l’autonomia e la capacità valutativa dell’altro; per acquisire il pieno controllo sulla sua vita.Per raggiungere l’obiettivo di svalutare progressivamente la propria vittima, inizialmente il Gasligther utilizza una leggera ironia (ad es., sulla forma fisica o sul modo di vestire, di parlare, ecc.). Infine, si dedica accuratamente e impietosamente all’insinuare dubbi sulla moralità dell’altro, sulla sua lealtà, intelligenza, onestà. Colpisce uno a uno, tutti i suoi punti di riferimento affettivi per condurla progressivamente all’isolamento, talvolta totale. Nonostante il gaslighting sia considerato una forma di violenza psicologica, in Italia esso non viene di per sé identificato come reato o come crimine espressamente previsto dal Codice penale. Tuttavia, di fronte ad abusi psicologici è possibile riconoscere la presenza di differenti tipologie di reato come: maltrattamenti; violazione degli obblighi di assistenza familiare; minaccia e stalking. È pertanto importante che la vittima che ha subito un danno da gaslighting denunci l’abusatore per ricevere l’aiuto necessario. 

Vivere gli ambienti naturali: quali effetti sulla salute dell’uomo?

Durante situazioni di vita stressanti, le persone hanno bisogno di recuperare energie e far fronte alle difficoltà. Spesso ci riescono rivolgendosi a risorse individuali, sociali e comunitarie per trovare speranza, significato e prospettiva nelle loro vite. Anche i fattori di stress della vita quotidiana influiscono sulla salute mentale e fisica delle persone che hanno bisogno di strategie benefiche e soluzioni efficaci. La percezione della natura, degli spazi verdi urbani, delle foreste e dei giardini, ma anche dei momenti di relax e riflessioni, può essere utile e apportare benefici alla salute. Numerose ricerche sottolineano l’importanza della connessione tra esseri umani e natura per la creazione e il mantenimento del benessere e dei benefici per la salute, fisica e mentale. In diversi studi è stato riscontrato come le immagini della natura, l’interazione con essa, l’attività fisica e l’immersione nella natura e persino il sentimento legato ad essa sono tutti benefici per la salute dell’uomo. Nonostante l’ampio lavoro pratico e la ricerca empirica che dimostrano la relazione positiva tra le esperienze con la natura e il miglioramento della salute e del benessere, le basi concettuali e teoriche di come le relazioni persona-ambiente naturale possono supportare la salute e il benessere sono limitate (Brymer, Araújo, Davids e Pepping, 2020). Tuttavia, la relazione uomo-natura è complessa. Ecological Dynamics Brymer e colleghi (2020) hanno analizzato la relazione uomo-natura e come la natura stessa possa migliorare la salute e il benessere della persona attraverso la prospettiva teorica della Ecological Dynamics. Tale prospettiva è un framework che integra le idee chiave derivanti dalla psicologia ecologica e dalla teoria dei sistemi dinamici e le applica per approfondire la comprensione della salute e del benessere. Secondo l’approccio dell’Ecological Dynamics, l’individuo fa parte del più ampio sistema ecologico. L’Ecological Dynamics considera il sistema persona-ambiente come la scala principale di analisi e rifiuta l’assunzione dualistica e separata tra corpo e mente, tra ambiente e animale, promuovendo l’accettazione olistica dell’unione di una persona e dell’ambiente, della mente e del corpo. L’approccio Ecological Dynamics richiede inoltre una rivalutazione del bias intrinseco nella ricerca di spiegazioni del comportamento umano e delle esperienze basate su meccanismi interni e referenti. Di contro, viene considerata la mutualità del sistema persona-ambiente. Piuttosto che promuovere una comprensione del comportamento come derivante dalla mente, nell’approccio Ecological Dynamics il comportamento emerge dalla relazione uomo-ambiente, dall’essere radicato dell’uomo in un ambiente. La prospettiva Ecological Dynamics assume come primaria scala di analisi il rapporto individuo-ambiente. Tale approccio inoltre sottolinea l’osservazione che gli individui esistono negli ambienti e sono vincolati dalle caratteristiche interagenti di entrambi. Ci sono tre idee concettuali chiave all’interno del quadro dell’Ecological Dynamics: affordances, form of life e niche construction. Affordances: La nozione di affordances ha origine nella psicologia ecologica (Gibson, 1979) e si riferisce a come l’ambiente è percepito in termini comportamentali (non in termini neutri come tempo e spazio), cioè ciò che l’ambiente offre, combinando la natura dell’ambiente con la natura di un individuo. Nei sistemi ambientali individuali, il comportamento che risulta dal collegamento individuo-ambiente è complesso e dinamico: non è un’interpretazione dell’individuo o una risposta a uno stimolo ma una proprietà emergente di questo sistema persona-ambiente naturale. Un ambiente descritto in termini di affordances cambia l’enfasi da una descrizione di forma strutturale, neutra per l’individuo, a una descrizione attiva e funzionale, in termini comportamentali. Form of life: Il concetto di “forma di vita” ha origine da Wittgenstein (1953) e descrive come un gruppo specifico di esseri umani o altri animali interagisce nel e con il mondo che lo circonda. Cioè, la forma di vita descrive sia il potenziale che le possibilità comuni disponibili nei sistemi dell’ambiente individuale. Ciò potrebbe manifestarsi, ad esempio, come una tendenza sociale o culturale o modelli di comportamento. È più probabile che la forma di vita umana prosperi in presenza di condizioni di salute e benessere umane. Niche construction: sia l’individuo che l’ambiente sono responsabili della co-costruzione e della progettazione delle affordances. L’azione e l’influenza dell’individuo (o gruppo di individui) sono coinvolti nella costruzione dell’ambiente quotidiano. Questa nozione di co-progettazione estende l’idea evolutiva che gli ambienti hanno un impatto sull’uomo, dotando la persona di capacità di azione rilevanti per abitare un particolare ambiente. In questo modo, la costruzione di nicchia (niche construction) supporta l’agency dell’uomo e il suo impatto sulla percezione, l’utilizzo, la creazione e la distruzione dell‘affordances. Quali implicazioni? Una delle implicazioni dell’approccio Ecological Dynamics è la consapevolezza che i sistemi persona-ambiente sono interdipendenti. Questo significa che gli esiti di salute sperimentati da un individuo derivano dalla relazione tra abilità e caratteristiche individuali (storia, cultura, emozioni, fisiologia) e caratteristiche ambientali funzionali o affordances. Da questa prima interdipendenza animale-ambiente deriva l’implicazione che gli interventi e gli ambienti di salute e benessere devono essere progettati per fornire un’ampia gamma di possibilità di arricchimento comportamentale per la salute e il benessere. In sintesi, tale quadro ecologico enfatizza la relazione persona-ambiente come scala appropriata per l’analisi e la concettualizza come esplicativa dei benefici per la salute delle relazioni uomo-natura. Le implicazioni di questo approccio, dal punto di vista della salute e del benessere, suggeriscono come siano necessari progetti ambientali che supportino e tengano conto di salute e benessere e che sfruttino la ricchezza degli ambienti naturali. Bibliografia Brymer E, Araújo D, Davids K and Pepping G-J (2020) Conceptualizing the Human Health Outcomes of Acting in Natural Environments: An Ecological Perspective. Front. Psychol. 11:1362. doi: 10.3389/fpsyg.2020.01362 Gibson, J. J. (1979). The Ecological Approach To Visual Perception. Houghton: Mifflin and Company. Wittgenstein, L. (1953). The Philosophical Investigations. Oxford: Oxford Blackwell.

LA RESILIENZA E I SUOI FALSI MITI

di Muriel Frascella Cosa non è la resilienza? Io e i miei colleghi (Dell’Erba G.L., Leo M., Mariano E., Mascellino R., 2021) abbiamo deciso di parlare ancora una volta di questo costrutto, forse uno dei più citati di sempre (in tempi di pandemia ancora di più) per rivedere e smontare i falsi miti ad esso associati.E’ comune, per esempio, accostare la parola resilienza a quella di stress solitamente con la seguente accezione: ‘’sono resiliente se gestisco bene gli stress della mia vita’’. Quindi una risposta resiliente in questa senso non sarebbe altro che un tipo di risposta che noi esseri umani possiamo avere di fronte ad eventi considerati stressanti.Ma cosa sono gli eventi stressanti? Che caratteristiche hanno? Esistono eventi oggettivamente stressanti?La risposta a queste domande arriva già negli anni ’80 da Lazarus e Folkman, i quali si sono focalizzati non tanto sul concetto di ‘’stress’’ inteso come sforzo o fatica, ma sul significato (interpretazione) che ogni individuo può conferirgli sulla base di due variabili:la valutazione delle proprie capacità e delle proprie risorse personali per far fronte ad un evento; e l’interpretazione che l’individuo fa rispetto alla probabilità e alla gravità percepita della dannosità dell’effetto temuto.In questo modo, finalmente, è possibile spostare la nostra attenzione dagli eventi/fatti che ci capitano, ai significati e alle valutazioni che elaboriamo rispetto ad un evento specifico.In una psicoterapia (ad approccio cognitivo-comportamentale), condividiamo con i nostri pazienti il così detto modello A-B-C, per accompagnarli nella comprensione del proprio funzionamento psicologico e della propria sofferenza. Le “B” consistono in una sorta di dialogo interno fatto di verbalizzazioni e/o pensieri automatici relativi ad “A” (i fatti/gli eventi). I passaggi più complessi del nostro intervento con i pazienti, a questo livello, sono solitamente due: far comprendere la differenza che c’è tra il concetto di realtà, evento/ dato di fatto e quello di rappresentazione, ovvero la sua valutazione, pensiero o opinione relativi a quell’evento/dato di fatto promuovendone un primo cambio di prospettiva; introdurre il concetto di problema secondario: non soffro perché sono esposto a un evento stressante, ma perché valuto negativamente il fatto di esserlo. Mi giudico e mi critico perché provo determinati stati emotivi negativi (C).Inoltre, spesso, molti eventi valutati come stressanti o frustranti non sono in nostro potere: non li abbiamo cercati né voluti, né lontanamente desiderati.Riconoscersi come persone in grado di risolvere dei problemi, avere la capacità di accettare e regolare i propri stati emotivi, evitare l’isolamento e sapere di poter contare su una rete sociale, sono tutte variabili sulle quali si può lavorare in psicoterapia con l’obiettivo di favorire una maggiore flessibilità psicologica e la conseguente adozione di strategie di coping (da to cope = fronteggiare) più funzionali.Per dirla con le parole di Steven Hayes <>.Riassumendo, combattere strenuamente contro eventi non graditi e non previsti – e qui ci riferiamo non solo ad eventi esterni ma anche ad aspetti tipici del nostro funzionamento interno come provare determinate emozioni e sensazioni fisiche – può rappresentare il vero ostacolo al perseguimento dei nostri scopi, facendoci perdere di vista ciò che conta.Mettere da parte le pretese, e accettare eventi che non si possono modificare perché non in nostro potere ci aiuta, invece, a essere più flessibili investendo, nuovamente, su ciò che per noi è davvero importante.Resilienza, dunque, è tutto questo.Provo ora a rispondere alla domanda con la quale ho aperto questo breve articolo: cosa non è resilienza?Sicuramente non è un tratto stabile e costituzionale. E’ più corretto, invece, pensare che ci siano dei fattori di rischio (e di protezione) che espongono gli individui a sviluppare (o meno) Disturbi dell’Adattamento, Disturbi Post-Traumatici da Stress e altre condizioni psicopatologiche. Nonostante ciò la resilienza va considerata come un’abilità psicologica appresa che richiede un allenamento costante.Non è una dote straordinaria tipica di persone favolose o estremamente coraggiose. Anche in questo caso va considerata come un’abilità strettamente psicologica che tutti noi possiamo esercitare, al meglio che possiamo, quotidianamente.Essere resiliente non significa essere ‘’immune’’ dalle forti emozioni. Al contrario, un individuo resiliente accetta e accoglie le emozioni negative e non si giudica o si autocritica per esse. Anche la letteratura recente (si veda Barlow, Sauer-Zavala, Carl, Bullis, Ellard, 2014) ha evidenziato come le persone che hanno una propensione a provare frequenti emozioni negative intense (nevroticismo) tenderebbero a valutare le proprie esperienze emotive in modo negativo (ad esempio, <>; <<è terribile quest’ansia, non la sopporto>>). Questa modalità auto-giudicante spinge l’individuo a mettere in atto una serie di sforzi al fine di sopprimere tali stati emotivi peggiorando la sua situazione (Purdon, 1999).Ecco perché si inizia finalmente a parlare di interventi trans-diagnostici che possano prendere di mira tutti gli evitamenti e gli sforzi che l’individuo mette in atto contro i propri stati interni negativi (emozioni e sensazioni fisiche), andando in una direzione diametralmente opposta a quello che possiamo definire il ‘’mito dell’immunità emotiva’’.E, infine, essere resiliente non significa poter modificare l’immodificabile. Un atteggiamento resiliente include, al contrario, la capacità di saper riconoscere ciò che non è in nostro potere/controllo e saper accettarlo.BibliografiaBarlow, D. H., Sauer-Zavala, S., Carl, J. R., Bullis, J. R., Ellard, K.K. (2014). The nature, diagnosis, and treatment of neuroticism: Back to the future. Clinical Psychological Science, 2 (3), 344-365.Beck A.T. (1976) Principi di Terapia Cognitiva. Un approccio nuovo alla cura dei disturbi affettivi. Astrolabio, Roma, 1988.Dell’Erba G.L., Nuzzo E., Torsello V., Notaristefano A., Frascella M., Leo M., Mascellino R., Mariano E. (2020) Interventi e idee-chiave per psicologi per l’emergenza Covid-19 Psicoterapeuti In-Formazione, APRILE 2020, NUMERO SPECIALE COVID-19.Ellis A. (1962) Ragione ed emozione in psicoterapia, Astrolabio, Roma, 1989.Hayes S.C., Strosahl K., Wilson K.G. (2014). Acceptance and commitment therapy: Understanding and treating human suffering. New York: Guilford.Purdon, C. (1999). Thought suppression and psychopathology. Behaviour research and Therapy, 37, 1029-1054. doi: 10.1016/ S0005-7967(98)00200-9.

La gelosia dei bambini

La gelosia nasce dal fatto che i bambini amano. Se non fossero capaci di amare, non dimostrerebbero la loro gelosia.  I bambini sani imparano a dire che sono gelosi e questo permette loro di parlare della fonte della loro gelosia (Winnicott). Le prime gelosie riguardano, ovviamente, il primo oggetto d’amore: la madre e successivamente il padre. Quando arriva un fratellino o una sorellina, il primo figlio esprime subito gelosia. Ma anche i figli unici manifestano la gelosia verso i genitori: qualsiasi attività, infatti, che occupi la madre o il padre per un certo tempo, può scatenare la gelosia proprio come l’arrivo di un neonato. Queste gelosie fanno parte di una sana vita familiare e non vanno negate né sminuite. La gelosia e l’invidia L’invidia e la gelosia sono strettamente collegate, in quanto un bambino che è geloso del fratello, gli invidia il possesso delle attenzioni della madre. Alla base della gelosia è il rapporto con la madre e con il tempo, include anche il rapporto con il padre. Le gelosie spesso riguardano l’allattamento poiché per il bambino la nutrizione è molto importante. Un nuovo nato può apparire come un fantasma di un Sé passato che si nutre al seno della madre o dorme tranquillamente nella carrozzina. Alle prime manifestazioni di gelosia, infatti, è frequente vedere bambini che cercano di regredire alla prima infanzia, anche se solo parzialmente o temporaneamente. Quello che vogliono è essere trattati come quando godevano pienamente del possesso materno. Qualsiasi minaccia di perdere una proprietà comporta sofferenza ed un violento attaccamento all’oggetto. La madre in particolare, è vissuta dal figlio come una sua esclusiva proprietà. Come scompare la gelosia L’amore della madre per il nuovo arrivato, fa nascere nel primo genito la rabbia verso il fratello, la madre e verso ogni cosa. La rabbia sarà espressa attraverso urla, capricci e pianti. Il sopravvivere degli altri alla sua rabbia, farà capire al bambino, che poi la sua rabbia non è così distruttiva come immaginava. La rabbia resta mischiata all’amore e si trasforma a volte in tristezza poiché è triste amare qualcuno che a volte si sogna di distruggere. La gelosia provata per il nuovo arrivato può essere diversa da bambino a bambino. Ci sono fratelli meno gelosi che hanno maggiore capacità di empatia e mettersi “al posto” del neonato, identificandosi con lui e con le cure che riceve dai genitori. Quando la gelosia scompare avviene grazie allo sviluppo del bambino che è stato reso possibile da una cura attenta e costante. È importante che i genitori possano spiegare ciò che sta per accadere quando arriva un nuovo neonato e possano far partecipare il primo genito alla vita e alle cure che daranno al fratello/sorella. In condizioni sane la gelosia si trasformerà con il tempo in rivalità ed ambizione.

Il bullismo: cambiare cultura parte da noi

Nel secolo scorso, goliardia e bullismo erano parte, tollerata e a volte addirittura incoraggiata, di riti di iniziazione vari: alla vita scolastica, sociale o militare. Il bullismo, come sappiamo oggi, rappresenta al contrario un serio rischio per la salute mentale dei bambini e porta a manifestazioni di ansia elevata, depressione e pensiero persecutorio. Alcuni di questi sintomi possono scomparire in modo naturale qualche tempo dopo il termine dei comportamenti di bullismo; ma, secondo numerose ricerche, molte vittime continuano a soffrire di un rischio maggiore di malattie mentali, con un’incidenza di sviluppo di sintomi psichiatrici da 20 a 30 volte superiore durante la vita adulta rispetto a persone che non hanno subito bullismo da piccoli. Questi dati impressionanti evidenziano come il bullismo subito in età evolutiva provochi importanti modificazioni a livello sia psicologico sia fisico. Recenti meta-analisi, come riportato da David Robson per la BBC, dimostrano che le campagne anti-bullismo non solo riducono la vittimizzazione, ma migliorano anche la salute mentale generale della popolazione degli studenti e, di conseguenza, degli adulti che presto diventeranno. Secondo Louise Arseneault, psichiatra che studia da anni questa problematica, i bambini vittima di bullismo tendono a considerare le relazioni sociali come possibili minacce, a caricarle di significati e aspettative che in qualche modo modificano sia il loro comportamento sia il comportamento degli interlocutori verso di loro; e questo ha un effetto prolungato nella vita di relazione da adulti, sia sulla difficoltà a vivere con un partner a lungo termine sia sulla possibilità di instaurare nuove amicizie in età avanzata. L’effetto non è solo psicologico; o meglio, l’effetto psicologico e quello di infiammazione fisica vanno di pari passo, potenziandosi a vicenda con aumento e correlazione di manifestazioni problematiche o francamente patologiche dal punto di vista della salute mentale. La ricerca di Arseneault suggerisce che lo stress provocato dal bullismo può avere un impatto sul corpo per molti anni, anche diversi decenni dopo l’evento: uno studio longitudinale durato 50 anni ha dimostrato che il bullismo frequentemente subito tra i 7 e gli 11 anni  era collegato a livelli di infiammazione notevolmente più elevati all’età di 45 anni. Uno dei più interessanti e applicati programmi di prevenzione del bullismo, sviluppato dallo psicologo scandinavo Dan Olweus, si basa sull’idea che i singoli casi di bullismo sono spesso il prodotto di una cultura che tollera la vittimizzazione. Oggi ogni adulto è chiamato a cambiare questa cultura: che sia genitore o insegnante o operatore sanitario, gli adulti devono agire nei luoghi – scuole, sport, tempo libero – in cui il bullismo si esprime e controllarli su base regolare, interrogando i bambini, osservando le interazioni, organizzando riunioni di classe o di squadra in cui i bambini vengono educati e informati sul bullismo. Ma cosa può fare un genitore per contribuire a questa cultura dell’attenzione? Prendere sul serio le preoccupazioni del bambino, non suggerire affrettate risposte o comportamenti da adottare, ma ascoltare, ragionare con lui ad alta voce e coinvolgere altri adulti che possano vigilare. E, soprattutto, farsi promotore attivo di una conversazione sull’argomento, anche se non ha nessun sospetto che la cosa possa riguardare il proprio bambino: se il genitore ne parla come di un fenomeno che può accadere a tutti e che non è colpa del bambino che lo subisce, l’argomento diventa affrontabile e risolvibile. Per una figlia, un figlio; o per un’amica o un amico loro in difficoltà. Spesso molti problemi partono dal fatto che il bambino non ne può parlare: anche per il bullismo, affrontare il tema da parte di adulti motivati e attenti, è il modo migliore per autorizzare una discussione, un pensiero. E per permettere a una piccola vittima di venire allo scoperto, senza vergogna e con l’aspettativa che una soluzione possa esistere. Perché anche la speranza è alimentata dalla cultura circostante. I programmi antibullismo stanno contribuendo a creare un ambiente scolastico più favorevole per i bambini e ci sono varie modalità di aiutare gli studenti vittime di comportamenti scorretti. Ma l’obiettivo più importante è garantire che il messaggio anti-bullismo sia radicato nella cultura dell’istituzione: che non venga minimizzato, ignorato, rimandato. Dalle ricerche più recenti emerge infatti che informare i bambini e tutti gli adulti coinvolti  – ad esempio, nell’istituzione scuola – anche quelli che hanno meno interazione con i bambini rispetto agli insegnanti, dall’autista di scuolabus all’operatore di mensa, consente di ridurre in modo altamente significativo il numero di casi di bullismo. L’attenzione al singolo caso, il coinvolgimento di tutti e una cultura che rifiuta in modo deciso, chiaro e senza compromessi la vittimizzazione dei bambini, consente rapidi e duraturi cambiamenti nell’atteggiamento generale della popolazione scolastica nei confronti del bullismo, inclusa una maggiore empatia per le vittime. Affrontare e risolvere il problema del bullismo non dovrebbe interessare solo insegnanti, psicologi e genitori, con l’intento ovviamente prioritario di limitare o porre fine alla sofferenza immediata dei bambini; ma dovrebbero interessare anche il legislatore, perché incidono a lungo termine sulla salute della popolazione. Gli adulti possono fungere da modello per aiutare a creare un ambiente in cui i bambini si sentano al sicuro e possano dare il meglio di sé: agire tempestivamente per mettere al sicuro il bambino vittima di bullismo e insegnare a tutti i bambini che certi comportamenti non sono mai accettabili, per nessun motivo, è il primo passo per un impatto duraturo sul benessere e sulla loro felicità da grandi.

La rappresentazione delle malattie mentali sui social networks

malattie mentali social

Le malattie mentali sono diventate un vero e proprio trend di discussione sui social networks.Dalle star che rompono il silenzio per sdoganare lo stigma sociale sui disturbi mentali, agli influencer che documentano in real time il proprio disagio, il web è pieno di canali che parlano di salute mentale. Da un lato questo fenomeno ha degli effetti positivi, perché contribuisce a rompere il tabù della malattia mentale e a normalizzare il disagio psichico. Dall’altro però stiamo assistendo a una spettacolarizzazione dei disturbi mentali, talvolta strumentalizzata per avere maggiore attenzione e visibilità. Romanticizzare i disturbi La conferma arriva dai giovanissimi: cercando “depressione” sui social, appaiono tantissimi post raffiguranti ragazze e ragazzi bellissimi e trasgressivi con frasi che parlano di sofferenza, disagio e malessere. La tendenza a raffigurare le malattie mentali in chiave glamour e romanticizzata prende il nome di “sofferenza estetizzata”. Questo rebranding patinato e instagrammabile è pericoloso perché propone un’immagine di adolescenti “problematici” e fascinosi, sminuendo l’importanza del disagio e soprattutto del percorso di cura.Ma risulta addirittura deleteria per chi soffre di malattie mentali e non si rispecchia affatto nel ritratto romanzato e artefatto del web.Il risultato è una spaccatura tra il “disagiocool” tanto di moda e i “matti” tradizionali, che si allontanano sempre di più dall’ideale di normalizzazione e inclusione nella società. Influencer e disturbi mentali C’è bisogno di parlare di malattie mentali in modo autentico, genuino, equilibrato: senza indorare la realtà ma nemmeno dipingendo i malati come mostri. Parlare di salute mentale in rete è importante e può avere degli effetti positivi potentissimi. Sono molti gli influencer che mostrando la loro vita, con le proprie fragilità e debolezze ma anche con successi e conquiste danno forza e speranza a chi soffre dello stesso disturbo.Anche la testimonianza di personaggi famosi che “ce l’hanno fatta” si rivela preziosa per portare alla normalità il tema della salute mentale. Ma anche per acquisire la consapevolezza che un disturbo non ci impedisce di crescere e di avere successo, raggiungendo i nostri obiettivi. Non è affatto sbagliato utilizzare i social per parlare di disturbi mentali. È sbagliato dare un’immagine distorta della realtà o parlare solo degli aspetti negativi, che contribuiscono ad aggravare la concezione comune. Bisogna trovare la giusta misura per parlare degli aspetti positivi e negativi delle malattie mentali, promuovendo l’informazione, la consapevolezza e l’inclusione.

Millennials: generazione a cavallo del millennio

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I giovani nati tra il 1980 e il 1995 sono definiti Millennials o generazione del millennio. Essi si interpongono tra i Boomers e gli Zoomers. Rispetto alle generazioni precedenti, i Millennials hanno un livello di istruzione più elevato, formato prevalentemente dalla laurea e da diversi master. Il lungo percorso universitario, che dovrebbe essere finalizzato ad un proficuo inserimento nel mondo del lavoro, ha reso, molti di questi giovani, dipendenti economicamente dalla famiglia. Il contesto storico di riferimento dei Millennials è la cosiddetta crisi economica, che dal punto di vista lavorativo, li ha resi precari e flessibili, nonostante abbiano all’attivo tante specializzazioni ed esperienze. Spesso questi giovani, non riescono a trovare un lavoro stabile. Il punto nodale della loro ricerca è basato sulla meritocrazia e la serenità dell’ambiente lavorativo. Nonostante siano considerati eterni bamboccioni, i Millennials cercano di manifestare le loro potenzialità, mettendo in gioco il loro talento. Sono alla ricerca del successo personale, frutto di sacrificio e dedizione, senza dover scendere a compromessi. L’ambiente di lavoro ideale è quello che li stimola a dare sempre il meglio di sè attraverso anche una comunicazione efficace. Anche gli insuccessi sono letti come opportunità di miglioramento e crescita personale, anzichè come sconfitta. Una delle caratteristiche positive di questa generazione è la resilienza. I Millennials hanno una maggiore fruizione dei dispositivi digitali, dal computer ai telefoni cellulari. La nascita di internet e dei social network, ha, di fatto, facilitato l’accesso ad un utilizzo quotidiano della tecnologia, migliorando anche le loro competenze linguistiche. Internet ha agevolato anche la possibilità di imparare nuove lingue straniere o di progredire con quelle apprese nel percorso scolastico. Grazie alla rete, questi giovani hanno sviluppato una migliore apertura mentale. Il loro percorso di crescita personale si è arricchito in ambito della socializzazione, creando così le basi per una generazione multiculturale.