DIVERSI MODI DI ESSERE FAMIGLIA: TRA EREDITÀ E CAMBIAMENTO

di Carola Battistelli Nel 1993 è stata istituita la Giornata Internazionale della Famiglia, che si celebra ogni anno il 15 maggio.La famiglia ha da sempre rivestito un ruolo centrale per la psicologia, uno degli ambiti più esplorati essendo la prima realtà con cui l’individuo entra in contatto e in cui inizia a sviluppare le proprie competenze relazionali ed affettive.La famiglia si caratterizza per essere un sistema in costante interazione con ciò che la circonda, ragione per cui è fortemente influenzata dai cambiamenti sociali. Ad esempio, le difficoltà che i giovani riscontrano nel trovare un lavoro stabile influiscono sulla scelta di avere figli, comportando un calo delle nascite e/o una tendenza a diventare genitori più tardi. Allo stesso modo, rispetto alle generazioni precedenti si possono notare dei cambiamenti rispetto all’aspettativa della donna circa il suo futuro professionale. Questo aspetto incide sulle dinamiche familiari, comportando compiti genitoriali che gradualmente stanno diventando meno distanti tra i due generi.A fronte dei molteplici cambiamenti del nostro tempo, è ragionevole pensare che il concetto stesso di famiglia meriti di essere ripensato in quanto affronta delle sfide ed opportunità prima inesistenti. Siamo spettatori del passaggio da un unico modello di famiglia a una pluralità di modi di essere famiglia, modalità che vengono scelte non più subite, segnale inequivocabile di una volontà sempre più forte di vivere da protagonisti la propria biografia.Fino a qualche decennio fa le famiglie monogenitoriali rappresentavano una rara circostanza “dovuta” per lo più a circostanze esterne, per esempio alla morte del coniuge. Oggi il legame coniugale appare più fragile in quanto si è più consapevoli che si tratta di un progetto condiviso per scelta e che, in quanto tale, può essere rinegoziato in qualsiasi momento. Da qui, la decisione di separarsi sempre più frequente.Collegato a questo aspetto, vi è l’incremento delle famiglie ricostituite, nate dalla scelta di investire su una seconda unione dopo aver sperimentato una separazione. Queste forme familiari possono rappresentare un’importante risorsa per gli individui che la compongono, seppur richiedano un importante sforzo da parte dei membri per arrivare ad un nuovo equilibrio. In questi casi, infatti, è probabile che ogni membro metta in campo modalità relazionali già acquisite e che possono rilevarsi inadatte al nuovo sistema Famiglia che si è venuto a creare, a volte ripetendo gli stessi meccanismi disfunzionali che hanno portato alla precedente separazione. Se ci sono minori il raggiungimento di un equilibrio potrebbe richiedere uno sforzo aggiuntivo, soprattutto nel caso ci fosse un trauma derivato dall’uscita di scena di uno dei genitori. Pertanto, appare fondamentale la ridefinizione dei ruoli e dei confini familiari.Anche le famiglie adottive sono caratterizzate da dinamiche peculiari che rendono ogni esperienza adottiva unica. I vissuti e le fantasie che accompagnano le fasi dell’adozione incideranno sulla qualità relazionale che si instaurerà con il nuovo arrivato, aspetti che per tale ragione vengono esplorati con cura nel corso del processo. L’obiettivo, infatti, è favorire un buon vincolo tra i membri, un’integrazione funzionale che tenga conto del passato e della soggettività del figlio adottivo, evitando che venga investito di aspettative che non gli appartengono.Parlando di integrazione, non si può non pensare alle famiglie immigrate, che sovente si ritrovano di fronte all’arduo compito di consolidare i propri legami in un contesto estraneo, evento che gli provoca un senso di sradicamento, un ossimoro rispetto al concetto stesso di “legame”. Tenere insieme il proprio passato e guardare verso il futuro diviene un compito centrale per le famiglie immigrate, una negoziazione necessaria che può comportare esiti anche molto diversi per persone della stessa famiglia.Una forma familiare che tutt’ora provoca molte resistenze, talvolta fino ad arrivare ad atti discriminatori, è la famiglia omosessuale, spesso relegata a contesti di marginalità sociale. La lettura psicopatologica che ha caratterizzato l’omosessualità per molti anni non ha sicuramente favorito un’adeguata sensibilizzazione dellasocietà, provocando disapprovazioni e rifiuti anche molto duri di genitori di fronte ai coming out dei figli. Nonostante il diritto all’identità e alla libertà siano riconosciuti per la loro inalienabilità e universalità, continuano ad esserci ostacoli ad una piena accettazione di questa famiglia che, di fatto, rappresenta una modalità ulteriore di essere famiglia al pari delle altre.L’elenco dei diversi tipi di famiglia ovviamente non si esaurisce qui, le sfumature sono tante e tutte sono accomunate dalla scelta di costruire legami affettivi autentici. L’essere umano, così, ci appare in divenire, in una costante dialettica tra cambiamento e continuità.Promuovere una narrativa che legittimi l’esistenza di diversi modi di essere famiglia alleggerisce il senso di colpa che spesso accompagna il cambiamento, riportando alla luce il principio di autodeterminazione che caratterizza ogni essere umano. Ci spinge, inoltre, a conoscere meglio queste forme familiari esplorando come si declina per ciascuna la ricerca dell’equilibrio individuale tra appartenenza e separazione, ricerca che spesso dura tutta la vita e che assume connotazioni diverse in ogni famiglia. L’invischiamento, ad esempio, implica un’assenza di confini tra i membri, un eccesso di appartenenza che non contempla una separazione ed è uno degli esiti disfunzionali a cui può portare questa ricerca. All’estremo opposto c’è il cosiddetto taglio emotivo, messo in atto da chi si separa bruscamente dai legami familiari con l’illusione di aver raggiunto una separazione, questo bisogno inappagato di appartenenza produce un vuoto affettivo, che l’individuo cercherà di colmare in maniera disfunzionale nelle relazioni future.Conoscere le dinamiche che possono caratterizzare le diverse famiglie ci permette di comprendere e di contemplare il concetto di famiglia come un’evoluzione continua che, per quanto potenzialmente diverso, è frutto di una progettualità, di una scelta.“La stragrande maggioranza degli esseri umani sceglie di seguire non la propria strada ma le convenzioni; essi di conseguenza non sviluppano se stessi, bensì un metodo, e quindi una dimensione collettiva, a spese della propria interezza” C.G. Jung 1934 Bibliografia Andolfi, M. (2003). Manuale di psicologia relazionale. La dimensione familiare. Accademia di psicoterapia della famiglia.Barbagli, M., Saraceno, C. (1997). Lo stato delle famiglie in Italia. Bologna: Il Mulino.Bowen, M. (1979). Dalla famiglia all’individuo. Roma: Astrolabio.

Perché non c’è più? Come spiegare la morte ai bambini

di Cinzia Iole Gemma Il termine lutto indica un insieme di reazioni emotive alla morte di una persona cara. Si tratta di un processo comune a tutti gli esseri umani, tanto che pur avendone un senso soggettivo doloroso, viene solitamene vissuto come un’esperienza triste ma anche fisiologica. Ognuno di noi è portato ad instaurare intense relazioni affettive con le persone di riferimento. L’interruzione di una relazione di questo tipo provoca una serie di risposte intense ma prevedibili e finalizzate al recupero del legame spezzato. J.Bowlby, uno degli studiosi più autorevoli riguardo i processi di attaccamento e separazione, identifica un cammino suddiviso in quattro fasi che l’individuo percorre per giungere a ridefinire la relazione con il defunto e a potersi legare emotivamente con altre persone. Le fasi identificate sono protesta, nostalgia, disperazione ed infine rielaborazione. È proprio in quest’ultima fase che si sviluppa una nuova identità che non si disperde più in quella antica. L’elaborazione del lutto è perciò un processo graduale e complesso attraverso il quale chi resta progredisce al fine di ricercare un nuovo equilibrio personale ed esperienziale. Se per l’adulto il lutto è un’esperienza dolorosa, per i bambini la morte di una persona cara è davvero molto difficile sia da capire che da esprimere. Eppure ancora oggi nella nostra società esistono dei tabù rispetto all’esperienza del lutto e della malattia, tanto più se si tratta di introdurre tale tematica ad un bambino. Il forte istinto di protezione verso i bambini, porta spesso l’adulto ad allontanarli dal tema della morte, attraverso il silenzio, l’evitamento o il tentativo di mascherare la verità. Di fronte ad un evento come la morte di un caro, il bambino può reagire nei modi più disparati. Possono, per esempio, non reagire, ascoltare senza commentare nulla, o allontanarsi e riprendere a giocare. Questo atteggiamento può riflettere la non comprensione di quello che è successo, ma può essere anche indice di un rifiuto ad accettare quanto accaduto. Qualche bambino può sintonizzarsi con l’adulto di riferimento e modellare il proprio comportamento in modo simile. Altri invece possono piangere, perché il ricordo del defunto stimola in loro il desiderio di averlo accanto. Quest’ultimo atteggiamento è forse più frequente per bambini in età scolare. I bambini in età prescolare, infatti, non comprendono la permanenza della morte e il significato del distacco definitivo, è portato a pensare che l’adulto può tornare in vita come ad esempio nei cartoni animati, come “willy il coyote” in cui il bambino non percepisce l’irreversibilità del concetto di morte. La logica alla base della scarsa comunicazione su questo tema dipende dal fatto che spesso gli adulti sottovalutino l’esperienza traumatica della perdita da parte del bambino, convinti che parlarne li esporrebbe troppo alla sofferenza. Tuttavia ciò che accade è che, evitando l’argomento, i bambini non vengono preparati a comprendere cosa può avvenire fuori e dentro di sé, gli s’impedisce di pensare all’esperienza di perdita che sta vivendo e alla possibilità di attivare le risorse personali e relazionali a sua disposizione per affrontarla e gestirla. Al contrario di ciò che si pensa, i bambini, sono in grado di gestire realtà tristi, sconvolgenti, a modo loro. Non devono perciò essere tenute nascoste informazioni importanti, ma al contrario guidare il bambino nell’elaborazione del lutto, utilizzando un linguaggio appropriato all’età, rispondendo a tutte le domande con franchezza e chiarezza. Potrebbe essere utile in questo caso introdurre delle letture che trattino l’argomento in modo da rafforzare l’idea che la morte è una parte naturale della vita. Bisogna lasciargli lo spazio per capire, per esprimere ogni emozione (stupore, curiosità, dolore, angoscia, paura, rabbia, senso di colpa), per ogni domanda o pensiero sull’accaduto e sulle sue prospettive future, correggendo le idee errate e confermando la sensatezza delle emozioni. Per aiutare il bambino ad esprimere i propri sentimenti, e le proprie emozioni potrebbe essere utile coinvolgerlo in attività come il disegno, la narrazione, creazioni con materiali plastici, attività fisiche, narrazioni. Uno degli effetti più profondi del lutto in età infantile è la necessità per il bambino di avere vicino a sé un adulto significativo che possa essere in grado di accogliere il suo dolore e che sia in grado di ascoltarlo. Il sentirsi ascoltato e il sentirsi visto contribuiscono a dare al bambino un senso di realtà e di fiducia in sé stesso, nelle proprie capacità e nelle proprie risorse. BibliografiaA.F. Lieberman-N.C. Compton-P.Van Horn- C. Ghosh Ippen (2007), Il lutto infantile, Bologna, Il Mulino. Agnès Bretron (2001), Una mamma come il vento, Milano, Motta Junior collana I melograni Jhon Bowlby (1979), Costruzione e rottura dei legami affettivi, Milano (traduzione it. 1982), Cortina. Alberto Pellai e Barbara Tamborini (2011), Perché non ci sei più? Accompagnare i bambini nell’esperienza del lutto, Trento, RAI Erikson Daniel Oppenheim (2004), Dialoghi con i bambini sulla morte, Trento, Erickson. Earl A.Grollman (2002), Perché si muore?, Como, RED edizioni Maria Varano (2005), Tornerà? Come parlare ai bambini della morte, Torino, EGA.Mario Mapelli (2012), Il dolore che trasforma. Attraversare l’esperienza della perdita e del lutto, Milano, Franco Angeli.

Il ruolo dello psicologo nella cura dell’ansia e della depressione

Parlare di ansia e depressione sembra quasi ridondante nella nostra società perché in entrambi i casi le parole rimandano a situazioni che attivano nell’immaginario di ciascuno situazioni vissute o direttamente o da qualcuno che conosciamo. Solitamente questi vengono definiti come disturbi emotivo comuni, a causa della diffusione nella popolazione, sono disturbi che interessano bambini, giovani e adulti in forme diverse e con differente grado di intensità Per definire meglio questi fenomeni possiamo parlare per quanto riguarda l’ansia di preoccupazione eccessiva per le attività della vita quotidiana, questa preoccupazione crea un disagio nella persona che la sperimenta e lo limita nelle sue attività; per la depressione parliamo di una perdita di interesse per le attività di vita che prima nella stessa persona provocavano piacere o in un umore sotto tono per la maggior parte del giorno e tutti i giorni per almeno quindici giorni. Per fare una vera e propria diagnosi il professionista deve pero conoscere ed indagare altri aspetti che qui non tratteremo, quello che invece preme rappresentare è il fatto che spesso alcuni sintomi vengono sottostimati dalle persone fino a quando essi non diventano invalidanti. Il medico di medicina generale è solitamente il primo passaggio che le persone fanno, egli valuta lo stato di salute e le eventuali possibilità di cura. Cosi come per la maggior parte delle malattie, l’intervento precoce risulta fondamentale per migliorare la prognosi. Lo psicologo psicoterapeuta ha il compito di sostenere il paziente nella difficoltà che vive e di elaborare i pensieri, le emozioni ed i comportamenti disfunzionali, fornendo al paziente supporto accettazione e gli strumenti per potere superare la difficoltà che vive. Nello specifico le tecniche di psicoterapia permettono di acquisire le competenze e l’autosostegno necessari, di esplorare la sintomatologia, di creare collegamenti di senso per la definizione della difficoltà, di sviluppare e rafforzare le risorse interne utili al superamento del disagio emotivo.

IL CONSUMO DI ABBIGLIAMENTO USATO

Il consumo di abbigliamento usato

Il consumo di abbigliamento usato ormai è una tendenza sempre più diffusa nella società odierna. Esistono innumerevoli piattaforme che consentono di vendere i propri abiti e comprare quelli di qualcun altro. Per citarne alcune ci sono Vinted, Depop, Rebelle, Vestiaire Collective… Ma perché i consumatori sono sempre più propensi ad acquistare abbigliamento usato rispetto al passato? A livello psicologico entrano in gioco diversi fattori.  Alcuni di questi sono sicuramente economici in quanto comprare second hand consente sia di risparmiare sia di sperimentare una soddisfazione maggiore grazie alla possibilità di ottenere un articolo di valore a un prezzo minore.  Un altro driver che ha incrementato contribuito il diffondere questa tendenza è il bisogno di unicità. Infatti, secondo la teoria del sé esteso di Belk, l’abbigliamento è un modo per esprimere parti del proprio sé e della propria identità. Inoltre, il mercato second hand è spesso caratterizzato da pezzi unici per modello e taglia e molto raramente se ne trovano di simili.  Esiste anche un aspetto ludico-creativo che porta il consumatore ad essere più soddisfatto nel vendere e nel comprare abiti di seconda mano. È il cosiddetto fenomeno della “scoperta della chicca”, che si riesce a trovare nelle confusionarie bancarelle di mercatini usati oppure sulle piattaforme online.  Infine, si trovano anche dei fattori più etici basati su preoccupazioni di carattere ecologico e sull’interesse alla sostenibilità, altro trend sempre più diffuso nelle giovani generazioni. Tuttavia, tutti questi fattori psicologici spiegano solamente in parte il fenomeno dell’abbigliamento second hand. Per comprenderlo più a fondo è necessario considerare le sue origini storiche. La storia dell’abbigliamento può essere suddivisa in tre grandi periodi.  Dall’epoca premoderna alla fine del Settecento, in tutti i ceti sociali era molto diffusa una mentalità improntata al recupero degli oggetti al fine di tramandarli alle generazioni successive. In particolare, i vestiti venivano custoditi perché considerati investimenti importanti così da poterli donare di generazione in generazione. Per le classi più povere erano una vera riserva di valore, cosa che ora sarebbe assurdo pensare. Dalla fine del Settecento alla prima metà del Novecento si rovescia la mentalità precedente a seguito di cambiamenti culturali causati dalla filosofia illuminista (che considerava tutto il vecchiume da buttare) e a seguito dei progressi in ambito tecnico-scientifico che hanno accelerato i tempi di produzione delle merci. Inoltre, la Rivoluzione Industriale ha portato un arricchimento del ceto medio che li ha sempre più spinti ad acquistare beni nuovi, come simbolo del nuovo status sociale raggiunto. Dunque, il consumo di abbigliamento di seconda mano diminuisce rispetto al periodo precedente. A fine Ottocento, però, a seguito delle enormi produzioni di massa si è consolidato il legame tra abbigliamento usato e carità.  Dalla seconda metà del Novecento fino ad oggi si è assistito a un ulteriore cambio. In particolare, nel Novecento indossare vestiti usati era diventato un modo per esprimere la propria distanza rispetto alla cultura dominante. Questo apparteneva molto al mondo hippie, nel quale si può vedere una forte spinta anticonformistica. Invece, per altri è diventato sempre più segno di ricercatezza e distinzione come nel caso del vintage. Negli ultimi decenni, infine, la seconda mano è diventato sinonimo di consumo etico e sostenibile. Oggi tutti questi fattori sono molto più in linea con i valori emergenti nel periodo post-crisi, dove i consumatori sono sempre più disposti a riconsiderare la propria relazione con i beni di consumo abbracciando una maggiore frugalità. È sbagliato pensare che la frugalità sia una decisione legata al risparmio, ma in realtà è una scelta di stile e buon gusto. Alla base degli orientamenti frugali, si assiste a un vero e proprio ripensamento della relazione con gli oggetti di consumo. Se nella prima metà del Novecento, l’oggetto di consumo si configurava come marcatore identitario, ad oggi non è più tanto così. La ripresa del consumo di abbigliamento usato ne è un esempio cardine. BIBLIOGRAFIA Lozza, E. &, Fusari, G. (2019). Psicologia del senza: nuovi modelli di consumo, nuovi consumatori e prodotti “senza”. Cinisello Balsamo: Edizioni San Paolo s.r.l.

La Pas: Sindrome da Alienazione Parentale

La Sindrome da Alienazione Parentale è una grave forma di abuso contro i bambini coinvolti in separazioni conflittuali, inizialmente descritta come sindrome (PAS è l’acronimo di Parental Alienation Syndrome) dallo psichiatra americano Richard A. Gardner. Il concetto di PAS compare per la prima volta nel 1985, quando il medico statunitense Richard Gardner ne parlò in riferimento alla dinamica psicologica disfunzionale che si attiva sui figli minori coinvolti in processi di separazioni e divorzi conflittuali, durante i quali uno dei genitori, denominato “Alienante”, avvia nei riguardi dell’altro coniuge, denominato “Alienato”, un’autentica campagna di denigrazione finalizzata a definire come nociva e pericolosa la frequentazione del figlio da parte dell’ex coniuge e della famiglia di quest’ultimo.  “Il figlio, dal canto suo, mostra una posizione totalmente adesiva con quella del genitore Alienante, colludendo in toto con la pratica di programmazione psichica a mezzo della quale il genitore Alienante lo spinge a disprezzare ed evitare il genitore Alienato” (Gardner, 1987). L’alienazione è prodotta da una “programmazione” dei figli: una specie di lavaggio del cervello che porta i figli a perdere il contatto con la realtà degli affetti, e ad esibire astio e disprezzo ingiustificato verso l’altro genitore. La “programmazione” arriva a distruggere la relazione fra figli e genitore alienato: nei casi gravi i bambini arrivano a rifiutare qualunque contatto, anche solamente telefonico, con il genitore alienato. Le conseguenze di tutto questo sono molto gravi, anche sul lungo termine, in quanto la PAS viene definita come una vera e propria forma di violenza psicologica che tende a direzionare la mente del bambino verso scenari di giudizio precostituiti, con gravi danni non solo all’elaborazione cognitiva ma anche alla regolazione emotiva, alla capacità di giudizio, all’esame della realtà, da cui possono generarsi deficit di empatia, narcisismo e mancato rispetto per l’autorità.  Il bambino, infatti, per rispettare le volontà tendenziose del genitore alienante, non esita a ridicolizzare il genitore alienato con atteggiamenti denigratori, oppositivi e irrispettosi che in altre circostanze non verrebbero mai consentiti, ma sarebbero al contrario segnalati e stigmatizzati. L’esistenza della Sindrome da Alienazione Parentale è stata ed è tuttora oggetto di numerose controversie all’interno della comunità scientifica internazionale, data la confusione concettuale che caratterizza la diagnosi e l’assenza di strumenti validi e affidabili per accertarne l’esistenza, sono stati condotti pochissimi studi empirici per investigare la sua validità scientifica.  Proprio per queste ragioni la PAS non è inclusa nell’attuale manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM IV). Il costrutto stesso di PAS come “sindrome” psicologica sta evolvendo maggiormente verso quello di “disturbo” della relazione parentale in un’ottica quindi meno psicopatologica e più familiare-sociale. È evidente che la strategia migliore per gestire situazioni come questa risiede in un intervento globale che abbia per oggetto le relazioni familiari più che la consultazione con un solo membro della famiglia. In questo è determinante l’esistenza di una chiara consapevolezza circa l’esistenza di un doppio ruolo ovvero quello genitoriale e quello coniugale. Ognuno di questi ruoli implica diritti, doveri e responsabilità differenti.  La responsabilità morale, psicologica e educativa dei figli è e deve essere dei genitori, quindi il conflitto coniugale non può e non deve trasformarsi anche in conflitto genitoriale.  Quando ciò accade è bene considerare l’intervento di figure esterne alla famiglia che possano aiutare nella comprensione e nella modificazione di queste dinamiche disfunzionali.

Come promuovere il benessere educativo

Chi di noi non è mai tornato da scuola insoddisfatto e sofferente? Quanti studenti tornano a casa piangendo e disperandosi perchè non stanno bene a scuola. Star male a scuola significa provare emozioni sgradevoli, che determinano poi stati d’animo negativi. Noi tutti sappiamo quanto sia impossibile costruire nulla se prevalgono frustrazione, amarezza e uno stato d’animo di impotenza (Walesa). Per la maggior parte delle persone, la parola “benessere” richiama alla mente uno stato armonico di salute. Come possiamo promuovere il benessere educativo? Il benessere educativo indica “star bene in classe” e si costruisce giorno dopo giorno, con un pensiero positivo e con interazioni significative, che fanno bene allo studente e che gli permettono di emergere come “persona”. Occorre favorire il pensiero “utile”,quello basato su dati e fatti reali. Bisogna scacciare via i pensieri inutili, che generano rabbia e preoccupazione negli studenti. Fra i pensieri inutili compare spesso la frase:non sono capace di dire quello che ho imparato. Huppert (2009) sostiene che il benessere psicologico riguarda la vita che va bene ed è una combinazione di sentirsi bene e funzionare in modo efficace. Bisogna coinvolgere gli studenti in attività interessanti e piacevoli, affinchè essi possano funzionare in modo efficace. Si riportano alcuni esempi: Nominare uno studente referente. Promuovere il lavoro in piccoli gruppi per la consegna delle attività. Permettere la socializzazione dei lavori svolti. Lo studente referente si fa portavoce di bisogni educativo-didattici dei suoi compagni, mentre la promozione del lavoro in piccoli gruppi permette la condivisione delle esperienze. Dare agli allievi la possibilità di socializzare i lavori significa credere nelle loro possibilità, aumentando la loro autostima. Il benessere è la condizione necessaria all’apprendimento quanto all’insegnamento. Ed è agli insegnanti che spetta il compito di costruire un clima sereno,all’interno di una relazione educativa efficace. La scuola è oggi ricca di tante iniziative finalizzate al conseguimento del benessere dei ragazzi, ma la scuola deve essere anche – ed essenzialmente essa stessa palestra di ricerca e di impegno intellettuale sullo stesso tema del benessere (Guido,2008).

Genitori di adolescenti….. tranquilli! E’ tutto normale

di Loredana Luise Condividere la propria vita con un figlio che ti cresce accanto richiede una capacità di adattamento e di riassestamento notevole. Dalla felicità per la comparsa dei primi sorrisi, alla grande preoccupazione per i problemi di salute o per le difficoltà relazionali dei nostri cuccioli, dalle aspettative rispetto al progredire delle abilità e delle acquisizioni, ai successi e gli insuccessi nelle prestazioni sociali sono solo alcune delle mille sfumature che colorano questa meravigliosa condivisione di percorso di vita. I rapporti con i nostri bambini possono essere semplici, divertenti,  difficoltosi e faticosi, ma all’arrivo della preadolescenza, ed in particolar modo dell’adolescenza, il vissuto del genitore subisce un enorme scossone che spesso lo destabilizza e gli crea molta preoccupazione. E’ esperienza comune di molti genitori, in particolar modo di quelli di figli unici, provare un grande vuoto di fronte al quasi improvviso allontanamento e rifiuto che manifestano i figli quando, sulla spinta degli impulsi adolescenziali, iniziano a non cercarli, a mentire o a nascondere delle cose e in qualche modo a tradire la loro fiducia che fino ad allora sembrava essere il simbolo di un legame indissolubile. Soprattutto i genitori che, in questo periodo storico hanno investito molto sull’educazione e sulla crescita dei loro figli, si sentono traditi o in qualche modo depauperati del loro ruolo di genitore super attento e aperto a ogni prospettiva possibile. Tra le diverse  strategie di sopravvivenza alcuni genitori provano a rientrare nel mondo dei loro figli, bussando piano piano, scivolano coi gomiti come marines, altri invece buttano giù direttamente il muro, ma il contraccolpo del rifiuto e l’urlo del bisogno di privacy e di autonomia suonano spesso come pallottole che arrivano dritte dritte al cuore. I più preparati sanno perfettamente quanto lo sviluppo ormonale incida sull’umore dei ragazzi, ma questo non è sufficiente a giustificare quella strana sensazione di tradimento e di solitudine che i genitori provano spesso quando i loro figli varcano la soglia della preadolescenza ed entrano di petto sulla via dell’adolescenza ed in seguito in quella dell’età adulta.  Per giustificare la comparsa di questi destabilizzanti comportamenti  messi in atto dai nostri figli nella seconda decade della loro vita, forse è necessario assumere la consapevolezza che in realtà non siamo noi l’oggetto del loro odio e della loro disapprovazione e la scienza viene in nostro soccorso a spiegarci cosa realmente accade nel cervello di un adolescente. Uno studio condotto dalla  professoressa Blakemore, della University College of London, ha “fotografato” con la risonanza magnetica i cambiamenti del cervello nelle varie fasi di crescita. Il cervello degli adolescenti è completamente diverso da quello dei bambini e anche da quello degli adulti. Ogni essere umano ha a disposizione nel suo cervello circa 85 miliardi di neuroni e queste cellule, all’interno della scatola cranica, subiscono diverse mutazioni formandosi e disfacendosi continuamente e così anche le strutture che le mettono in connessione fra loro chiamate “sinapsi”. Questi studi recenti quindi hanno evidenziato come, a differenza di quanto si credeva fino a poco tempo fa, soprattutto in alcune fasi della crescita, il cervello sia un continuo fare e disfare. L’adolescenza è uno dei periodi in cui vi è uno sconvolgimento maggiore. E’ proprio in questa fase d’età che avviene il picco massimo dello sviluppo della materia grigia ed è sempre in questo periodo che inizia un fenomeno denominato “potatura delle sinapsi”. Potrebbe in qualche modo sembrare un controsenso che nel periodo in cui il cervello ha più bisogno di sinapsi cerebrali ne perda molte e si riducano le connessioni fra i neuroni, in realtà è un fenomeno necessario al miglioramento dell’efficienza cerebrale e a sfoltire ciò che non serve più, o che non si usa più, lasciando  spazio ad una vera e propria rivoluzione. Quindi nell’adolescenza rimangono nel cervello meno sinapsi, ma quelle che rimangono diventano sempre più veloci. Come ha evidenziato il Prof. David Bainbridge, docente di anatomia clinica all’Università di Cambridge e autore di diversi libri divulgativi su temi di neuroscienze, come per esempio “Adolescenti” (Einaudi, 2009), nel momento in cui figli adolescenti iniziano ad affrontare i problemi più complessi, cominciano i tagli a livello della corteccia prefrontale, sede del controllo del comportamento, ed in seguito della corteccia frontale che controlla le decisioni sociali e i rapporti con gli altri. Nello stesso periodo il “sistema limbico”, che controlla le emozioni e gli affetti, diventa sempre più attivo e di conseguenza i giovani iniziano a preoccuparsi  dell’opinione degli amici sfuggendo al controllo dei genitori cercando di sperimentare i rischi lontani dall’ambiente familiare. Ciò che avviene quindi a livello cerebrale è un vero e proprio rimodellamento del cervello che abbandona vecchie strategie di adattamento che comprendevano la presenza costante dei genitori come elementi guida, con una forte spinta alla ricerca dell’esterno e alla sperimentazione di nuovi comportamenti in autonomia. Quindi dopo l’età infantile, caratterizzata dalla protezione familiare è proprio necessario questo scossone che proviene dall’interno e che spinge i ragazzi verso il nuovo, il passionale e l’imprudente. Ed è proprio questo bisogno estremo di trovare uno spazio, di desiderare di sperimentare da soli che destabilizza spesso i genitori, ma essere consapevoli che non è un atto rivolto intenzionalmente a porsi in contrapposizione personale, ma una necessità di sviluppo, è importante per un genitore che deve comunque continuare ad accompagnare la crescita dei propri figli cercando di tutelarli dai possibili pericoli e di guidarli in un modo completamente nuovo. In tutto questo marasma di cambiamenti ed evoluzioni per l’adolescenza, lo sviluppo cerebrale non è comunque ancora completo e soprattutto la comunicazione tra le diverse regioni cerebrali non è così efficace dal consentirgli di prendere decisioni ponderando emozione e ragione. Ecco perché spesso le emozioni emergono in maniera veloce ed intensa; il fatto che lo sviluppo della corteccia prefrontale non sia terminato corrisponde ad un’incapacità del ragazzo di regolare le reazioni e di autocontrollarsi. Quello che un genitore dovrebbe continuare a fare è soffermarsi con i propri figli a riflettere  sulle modalità di reazione da loro messe in atto, cercando assieme di ragionare sulle possibili alternative di risoluzione future

Un primo vero incontro

Quanto è difficile incontrare una persona per davvero? M. è una ragazza di 17 anni che si reca al Ser.d., sotto direzione dei genitori, per uso cronico di cannabis da circa due anni. Padre dipendente e violento, madre controllante e distruttiva, M. aggiunge ricordi rimossi di traumi su traumi ad ogni incontro. È confusa, non sa se siano essi fantasia o realtà. La prima volta che l’ho vista è stata già una grande sorpresa, quando mi ritrovo davanti una ragazzina piccola, intraprendente, dai lunghi capelli dorati e dai felponi decisamente fuori taglia. Le storie di ribellione raccontate dalla madre cozzano con l’immagine di un corpo tanto aggrazziato quanto calmo e silenzioso sulla sedia difronte a me. Con M. c’è fin da subito una meravigliosa affinità intellettuale. Passiamo le sedute perdendoci in spiegazioni biologiche e discorsi sui meccanismi cognitivi da cui risulta estremamente intimorita. <<Sono pazza?>> è la domanda di apertura di ogni incontro. Ed io, fiera e pronta, mi fiondo in chiacchiere e slides che, a suon di ironia e risate, ripercorrono e ricostruiscono la storia di una bambina che non è stata sempre presa per mano. È facile tessere le fila della narrazione di M., è semplice ricostruirgliela addosso incontro dopo incontro. Ad una seduta M. descrive entusiasta di come, provando a mettere in pratica gli esercizi di respirazione consapevole, si sia accorta di quanto molto spesso non sia presente alla realtà. Dice di provare sollievo ogni volta che si accorge di star fissando una persona, di avere una mano, un braccio, di camminare. Aggiunge che è al tempo stesso terrificante prendere coscienza di non aver vissuto, e vivere tutt’ora, a pieno la sua vita. Nella chiara e rigida tabella di marcia che ho disegnato per lei, sui suoi traumi e sulla brillante immagine che ho, non c’è spazio per l’emergere di nuovi sintomi e parti patologiche. Mi rilancio quindi contenta nell’ennesima spiegazione di come sia normale e bello questo percorso insieme. Quando M. va via, il mio supervisore mi rimprovera prontamente per la mia eccessiva razionalità: << Non lasci spazio alle emozioni degli altri!>>. Non mi sono accorta subito che avevo il bisogno di sentire solo ciò che mi serviva sentire. Ciò che serviva alla prosecuzione della terapia, sia chiaro. E incontrare M. per davvero è troppo difficile e poco funzionale. Quello che intendo dire è che, quando non riusciamo a vedere l’altro, lo facciamo anche a fin di bene. Lo facciamo per non provare il dolore che stanno provando, perché vedere l’altro soffrire, spesso, è una pena troppo forte. La mia rigidità, in quel momento, veniva dalla speranza e dalla necessità di andare, anzi di correre, verso la guarigione. Non penso di aver sbagliato a ricostruire del tutto la sua storia e il percorso terapeutico, questo no. Penso solo di averlo fatto da sola, senza il suo aiuto, con la presunzione e la giovane ingenuità di chi cerca di scoprire cosa è meglio per l’altro. Alla seduta successiva mi ritrovo davanti una perfetta sconosciuta. Ascolto attentamente la valanga di paure che descrive come un treno in corsa. Mi parla del timore che le persone possano leggerle nel pensiero, che riesca a prevedere il futuro, che il suo inconscio l’abbia portata ad agire e a cercare il trauma per poter finalmente raggiungere il cambiamento. Il punto di frattura di ogni storia che si rispetti, che ci porta naturalmente nella direzione di un lieto-fine, che giustifichi le tre ore di film appena subito. Dopo un’abbondante mezz’ora di narrazione ininterrotta, M. si zittisce, aspettando che mi getti ancora una volta nella mia solita opera di tranquillizzazione e normalizzazione. Quando questo non accade, guarda impaurita e sbalordita la mia immagine mite, silente, pensierosa. Oggi decido di non imporre la mia ipotesi, oggi esploro le sue. Decido di non dare una risposta alternativa, rinforzo il mondo del possibile, del sospeso. Proponiamo insieme di fermarci più incontri nell’esplorazione di questi aspetti, di scoprire e costruire insieme, semplicemente di cercare di capirci di più. Al termine della seduta, le dico di non avere fretta di trovare delle risposte, per ora limitiamoci a fare domande. E a lei, che è attratta dal mettere alla prova le proprie abilità cognitive, aggiungo che è più divertente: le risposte chiudono, le domande aprono… ad un infinito mondo di possibilità! Oggi torno a casa sorpresa, ho incontrato una M. nuova, sconosciuta. Una ragazza che riesce ad essere brillante ma ad avere anche tanta paura, che riesce a leggere l’altro in modo nitido ma anche la realtà in modo confuso, ma soprattutto ho scoperto una relazione che può proseguire e fare anche passi indietro. Per la prossima settimana mi aspetto di farmi sorprendere da una M. ancora diversa, e da una relazione che ha ancora la forza di mettersi in gioco. Mi aspetto poi di costruire dei punti di riferimento mutevoli e pronti a lasciarsi sorprendere. Sperando che un punto definitivo alla meraviglia non arrivi mai, che il mio sguardo possa diventare tanto nitido da non giungere mai a dire <<io ti conosco>>.

Il comportamento alimentare nei bambini: strategie di intervento

Il comportamento alimentare dei bambini è spesso costellato da difficoltà. Cosa può fare l’adulto per aiutare il bambino? Nel DSM-5 vengono raggruppati nello stesso capitolo i disturbi del comportamento alimentare dell’infanzia e età adulta, ovvero “Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione”. Le categorie diagnostiche sono: pica (persistente ingestione di sostanze non commestibili) disturbo di ruminazione (ripetuto rigurgito del cibo dopo la nutrizione) disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo (evitamento o restrizione dell’assunzione di cibo) anoressia nervosa (paura di aumentare di peso e comportamenti che interferiscono con l’aumento di peso) bulimia nervosa (condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso) disturbo da alimentazione incontrollata o binge-eating (ricorrenti episodi di abbuffate). Tra questi, uno dei più frequenti tra i disturbi del comportamento alimentare nei bambini, è il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo. Non alimentandosi adeguatamente, i bambini possono incorrere in un deficit nutrizionale e questo può impattare sulla salute fisica. L’insieme di questi aspetti può naturalmente generare ansia nel genitore che potrebbe iniziare a mettere in atto comportamenti controproducenti. Ad esempio, nel tentativo di far mangiare il bambino, potrebbe distrarlo o “obbligarlo” rendendo ostile il momento del pranzo. Quali sono le strategie utili da mettere in campo? Per prima cosa, il genitore va istruito ad osservare chiaramente il comportamento del bambino durante il pasto. In che modo? Uno specialista potrebbe aiutare l’adulto a discriminare tra Antecedenti, Comportamenti, Conseguenze (ABC). In questo modo, si avrà una visione più completa di quello che accade per capire cosa mantiene nel tempo il comportamento problematico (cioè qual è la conseguenza che comporta un aumento di frequenza del comportamento problema). Intervenendo su queste conseguenze, si può modificare il comportamento in oggetto. Il genitore è il modello più importante per il bambino: durante i pasti, l’adulto potrebbe stimolarne la curiosità, proporre in maniera simpatica i cibi, mostrare soddisfazione per il cibo. E’ di estrema importanza anche che ci sia coerenza e sistematicità tra gli altri componenti della famiglia. E’ importante individuare quali sono gli alimenti preferiti dai bambini e cosa li rende tanto piacevoli: aiutiamoli ad individuarne gusto, colore, forma, consistenza, odore. Una volta fatto, attraverso un processo di pairing, andremo a favorire la familiarizzazione del bambino con un nuovo alimento. Per pianificare un intervento efficace, sarà fondamentale individuare anche una lista di rinforzatori salienti che aumenteranno la probabilità di successo. Una procedura molto utile è la token economy, un programma che consente di incrementare l’emissione di comportamenti desiderabili. Nei disturbi del comportamento alimentare può servire il parent training? Un intervento di parent training, in questi casi, può essere utile per sostenere il genitore sia da un punto di vista pratico, definendo i vari step, ma soprattutto da un punto di vista emotivo. A volte è inevitabile che il genitore si senta in colpa per quanto accade al figlio, ma è importante sottolineare che le azioni, anche quelle che a lungo termine possono risultare controproducenti, sono sempre mosse da tanto amore. L’importante è fermarsi di tanto in tanto per individuare quali potrebbero essere i nuovi comportamenti da mettere in atto, per agire in un modo diverso e più funzionale.

Innovazione e idee: c’è differenza tra riunioni virtuali e in presenza?

Premetto che l’espressione in presenza – non bella, concordo con voi – è per contrapporre le due modalità di riunione che il Covid 19 ha reso ormai largamente normali nelle nostre vite lavorative. È appena uscito un interessante articolo su Nature, di Brucks, M.S., Levav, J. (Virtual communication curbs creative idea generation) che parla estesamente degli effetti delle riunioni online sulla creatività e sulla produzione di idee originali. L’innovazione si basa sulla generazione di idee collaborative che si pongono a fondamento del progresso, sia commerciale sia scientifico: gli autori si sono interrogati su come l’allontanamento dall’interazione di persona possa influire sulla creatività. La ricerca ha compreso uno studio di laboratorio e un esperimento sul campo in cinque paesi (in Europa, Medio Oriente e Asia meridionale). Il risultato sembra piuttosto univoco: i ricercatori affermano che tutti i dati indicano come la videoconferenza inibisca la produzione di idee creative. L’articolo è lungo, circostanziato e confortato da una serie di misurazioni oggettive complicate e inutili da riportare in questa sede. Ma le conclusioni sono piuttosto radicali: siamo tutti meno creativi, meno innovativi e le nostre interazioni sono più povere, quando ci riuniamo online. Vediamo esattamente perché e che cosa succede di diverso, in una riunione virtuale. Fino a poco tempo fa, qualsiasi collaborazione avveniva in gran parte con interlocutori che condividevano lo stesso spazio fisico, perché le tecnologie di comunicazione esistenti – telefonate, messaggi, lettere, email – limitavano la portata delle informazioni a disposizione degli interlocutori e riducevano la sincronicità nello scambio di informazioni; gli autori fanno esplicito riferimento alla teoria della ricchezza dei media, alla teoria della presenza, e alla teoria della sincronicità dei media. I recenti progressi nella qualità della rete e l’alta risoluzione degli schermi hanno inaugurato una tecnologia audiovisiva sincrona che trasmette molti degli stessi segnali di informazione sonori e non verbali dell’interazione faccia a faccia. La videoconferenza per molti aspetti consente un’interazione identica a quella in presenza, a livello di scambio di informazioni. Ma l’esperienza di collaborazione è davvero equivalente? Gli autori dimostrano che c’è una differenza sostanziale. Mentre i  team in presenza operano in uno spazio fisico completamente condiviso, i team virtuali abitano lo spazio delimitato dallo schermo davanti a ciascun partecipante e questo costringe i partecipanti virtuali a restringere il proprio campo visivo. Secondo i ricercatori, il fatto di concentrarsi interamente sullo schermo comporta che i partecipanti alla riunione filtrino gli stimoli visivi periferici, cioè tutto ciò che avviene nella stanza dove si trovano, che non sono ovviamente visibili o rilevanti per i loro interlocutori. Restringere la propria portata visiva all’ambiente condiviso di uno schermo, comporta un conseguente restringimento del focus cognitivo, poiché è dimostrata da ricerche precedenti una correlazione precisa tra l’attenzione visiva e quella cognitiva. Gli autori hanno quindi dimostrato come ci sia un impoverimento della creatività, determinato dalla diminuzione del focus cognitivo dei partecipanti, dovuto alla concentrazione di ognuno sul proprio schermo: nonostante il livello conservato di scambio di informazioni, rimane questa differenza fisica intrinseca nella comunicazione attraverso il video. Questa focalizzazione ristretta riduce il processo associativo alla base della generazione di idee, in cui i pensieri si ramificano e combinano informazioni provenienti da elementi disparati per formare idee nuove. A mio parere, va anche considerato come tutta una serie di informazioni olfattive, materiche, di osservazioni dei movimenti degli altri, di sguardi e di altre piccole interazioni tra partecipanti a una riunione in presenza vadano completamente perdute in una riunione virtuale. Questo elimina per gli interlocutori una serie di stimoli che contengono informazioni importanti, alcune con diretto accesso alla coscienza e altre che restano sotto livello, che verosimilmente contribuiscono alla ricchezza dell’esperienza e a generare connessioni preziose che si traducono in pensiero maggiormente creativo. La ricerca ha dimostrato, tuttavia, che il ristretto focus cognitivo indotto dall’uso degli schermi non ostacola tutte le attività collaborative. In particolare, la generazione dell’idea è tipicamente seguita dalla selezione dell’idea da perseguire, una tappa dell’incontro che richiede focus cognitivo e ragionamento analitico. In questa fase di collaborazione, per la selezione e decisione condivisa, la riunione online non mostra debolezze o minore prestazione dei partecipanti: gli autori non hanno trovato prove che i gruppi di videoconferenza siano meno efficaci quando si tratta di selezione delle idee. È ormai opinione diffusa, e gli studi negli Stati Uniti lo confermano, che il 20% delle giornate lavorative si svolgerà a casa anche dopo la fine della pandemia. In Italia, le stime sono più o meno le stesse, anche se ovviamente si tratta di proiezioni in uno scenario mai documentato prima d’ora nell’esperienza umana, a livello globale. Alla luce di questi risultati, si potrebbe avanzare una modesta proposta: dedicare le riunioni in presenza all’esplorazione e alla generazione di idee e utilizzare le riunioni virtuali per attività collaborative più focalizzate sulle decisioni, sulle scelte e sulle argomentazioni a favore o contrarie alle idee emerse nell’interazione più ricca e creativa già avvenuta in presenza. Siamo in una fase davvero sperimentale dell’esperienza lavorativa umana: utilizzare bene i dati di ricerche approfondite sul campo, permette di realizzare piccoli campi sperimentali nella propria attività lavorativa quotidiana. Per diventare pionieri di nuove, più utili modalità di incontro collaborativo. E per tenerci il buono che questa tragica pandemia ha consentito di generare: la possibilità per molti di lavorare da casa.