Dal trauma alla crescita: il costrutto di crescita post-traumatica

Gli eventi traumatici sono estremamente disfunzionali per gli esseri umani, i quali spesso non possono continuare a vivere attraverso il loro precedente stile di vita e devono ricostruire e riorganizzare la loro esistenza. In questo contesto, molte persone dichiarano di essere cresciute psicologicamente dopo aver affrontato eventi traumatici: per esempio, considerano la loro vita in maniera più significativa e la apprezzano maggiormente, si avvicinano ai loro amici e alla loro famiglia e ottengono una maggiore soddisfazione dalla loro fede religiosa. Questi effetti positivi conseguenti a eventi traumatici sono chiamati “Crescita post-traumatica” (Post-traumatic Growth o PTG). Che cos’è la Crescita post-traumatica? Tedeschi e Calhoun (2004)[1] definiscono la crescita post-traumatica come la tendenza, in seguito a un trauma, a riportare cambiamenti in positivo, un significativo cambiamento benefico nella vita cognitiva ed emotiva che può avere anche implicazioni comportamentali. La crescita post-traumatica è quindi un tipo di cambiamento positivo che gli individui possono sperimentare a causa di eventi di vita estremamente impegnativi. La PTG è una trasformazione qualitativa del funzionamento individuale che implica un movimento che va al di là del semplice riadattamento al livello pre-traumatico di funzionamento. Il modello di crescita post-traumatica postula la crescita personale come risultato dell’elaborazione cognitivo-emotivo delle sfide innescate da un evento stressante. Tali sfide includono risposte al disagio emotivo legato al trauma, alle minacce all’idea di base su di sé e sul mondo, e all’interruzione della continuità della storia o narrativa della propria vita. Tali sfide sono influenzate dalle qualità dell’esperienza pre-traumatica dell’individuo e dalle caratteristiche degli eventi stressanti. L’impegno cognitivo relativo ad esse include una “ruminazione” automatica e deliberata, che può comportare la discussione degli eventi e delle sensazioni correlate al trauma[2]. La PTG è un’importante fonte di guadagno di risorse dopo un evento traumatico. Tale crescita è testimonianza di uno sviluppo della personalità e del benessere psicologico del soggetto stesso. Modello teorico della Crescita post-traumatica Tedeschi e Calhoun (2004)[1] hanno utilizzato il termine ruminazione (rumination) per indicare il processo cognitivo-emotivo che porta alla crescita dopo aver lottato con un evento traumatico e i cambiamenti negativi che ha provocato. Essi affermano che il processo cognitivo costruttivo (costructive cognitive process) è un’esperienza intrapersonale all’interno di un contesto interpersonale in risposta a uno specifico evento stressante. Aspetti sia socioculturali distali (macro), come valori, temi, narrazioni e modi di costruire il mondo nella società, che prossimali (micro) dell’ambiente, come famiglia, amici e tutto ciò che costituisce il proprio gruppo di riferimento primario, forniscono il contesto per la ruminazione individuale sulle esperienze legate al trauma e allo sviluppo della crescita post-traumatica. Il grado in cui un individuo è impegnato nella ruminazione costruttiva e riporta, di conseguenza, la crescita post-traumatica è in funzione di: 1 – Caratteristiche degli eventi stressanti, come le percezioni soggettive del livello di minaccia e il disagio emotivo che si accompagna ad essi; il fattore stressante deve essere di una portata tanto ampia da scuotere o oscurare la propria visione di sé e del mondo e innescare, di conseguenza, il processo cognitivo costruttivo che produce la crescita post-traumatica. 2 – Caratteristiche individuali come età evolutiva, genere e tratti di personalità come ottimismo, estroversione e uno stile cognitivo aperto, inclusa la volontà di mettere in discussione le credenze religiose e spirituali; queste sono le caratteristiche che predispongono a impegnarsi in un processo cognitivo costruttivo. 3 – Influenze ambientali, come il livello di supporto emotivo all’interno della rete sociale, l’opportunità di riflettere sul trauma e l’interazione con persone che hanno subìto un trauma simile e hanno raggiunto una crescita in seguito a tale esperienza. L’ambiente può aumentare la probabilità di una crescita post-traumatica riducendo il disagio emotivo, impedendo all’individuo di essere sopraffatto dal trauma e permettendogli di sostenere l’impegno cognitivo riguardante il trauma. Il concetto di crescita post-traumatica ha ricevuto un ampio supporto a livello empirico. Molte persone colpite da traumi che lottano per ricostruire le loro vite, sostengono di essere cresciuti in conseguenza a tali eventi: molti hanno raggiunto livelli maggiori di adattamento, di funzionamento psicologico, di consapevolezza della vita e di connessione spirituale. Aldwin et al. (1996)[3] hanno scoperto che circa l’80% dei sopravvissuti al trauma percepisce almeno alcuni risultati positivi in seguito alla loro esperienza. PTG e PTSD Alcuni studi hanno tentano di trovare una relazione tra crescita post-traumatica e sintomi relativi al disturbo post-traumatico da stress. Nella maggior parte dei lavori sulla PTG, tale costrutto è concepito come un risultato separato e indipendente dai punteggi dei sintomi del PTSD.   Crescita post-traumatica e resilienza Va sottolineato, inoltre, come la crescita post-traumatica non sia la stessa cosa della resilienza. Quest’ultima è la capacità di continuare a vivere una vita con uno scopo anche dopo le difficoltà e le avversità. Nella crescita post-traumatica, l’individuo non solo sopravvive o affronta le difficoltà, ma sperimenta anche cambiamenti considerati importanti che vanno oltre la condizione precedente il trauma. La PTG non è semplicemente un ritorno alla “baseline” precedente; piuttosto, è un’esperienza di miglioramento profondamente significativa[1]. Conclusione Gli studi sulla PTG sono importanti per diverse ragioni: innanzitutto, esistono prove che mostrano cambiamenti significativi nella vita delle persone che affrontano eventi traumatici; in secondo luogo, concentrarsi solo sugli aspetti negativi del trauma può portare a una comprensione parziale delle reazioni post-traumatiche, in quanto per una comprensione completa delle reazioni al trauma dovrebbero essere considerati sia i cambiamenti positivi che quelli negativi; infine, i cambiamenti positivi possono essere usati come basi per ulteriori lavori terapeutici, fornendo speranza che il trauma possa essere superato. Bibliografia [1] Tedeschi, R. G., & Calhoun, L. G. (2004). Posttraumatic growth: Conceptual foundations and empirical evidence. Psychological Inquiry, 15, 1–18. [2] Calhoun, L. G., & Tedeschi, R. G. (Eds.). (2006). Handbook of posttraumatic growth. [3] Aldwin, C. M., Sutton, K., & Lachman, M. (1996). The development of coping resources in adulthood. Journal of Personality, 64, 91-113.

STUPRI DI GUERRA: QUANDO SONO I CORPI AD ESSERE INVASI E CONQUISTATI

di Carola Battistelli La guerra in Ucraina sta provocando conseguenze drammatiche a livello umanitario. Si contano oltre 3 milioni e mezzo di profughi in fuga dal paese e i numeri sono destinati ad aumentare vertiginosamente con la prosecuzione del conflitto.Tra gli orrori commessi in tempo di guerra, c’è la pratica di stuprare o rapire donne e bambine per sfruttarle sessualmente. Parliamo di una pratica, di atti prevaricanti e de-umanizzanti che vengono sferrati ai danni della popolazione femminile e, simbolicamente, dell’intera nazione.Lo stupro è un atto di violenza carnale fondato su una sostanziale asimmetria di potere, che vede la donna in una posizione di subordinazione e sottomissione di fronte alla volontà dell’uomo. Si tratta di una delle forme di violenza più estreme, della punta di un Iceberg che si regge su una base sommersa, non immediatamente visibile e che contribuisce al prosperare degli stereotipi di genere. Parliamo, pertanto, della violenza di genere come un fenomeno strutturale e sistemico, che si origina dalla diseguaglianza negli aspetti più impliciti e quotidiani (pubblicità e linguaggio sessista, invisibilità, annullamento etc.) fino ad arrivare a manifestazioni emergenti più esplicite (aggressioni fisiche, stupri, omicidi etc.).Quando lo stupro avviene durante una guerra assume delle caratteristiche particolari che meritano ulteriori riflessioni. Innanzitutto, è bene esplicitare che si tratta di una violenza che offusca ogni faziosità, trattandosi di una violazione dei diritti umani che avviene trasversalmente a prescindere dal fronte in cui si combatte. È, inoltre, un atto violento che ha caratterizzato ogni conflitto storico conosciuto, a conferma della radicalizzazione della problematica. Vi sono testimonianze raccapriccianti risalenti alla seconda guerra mondiale, al conflitto tra Bangladesh e Pakistan, ai movimenti di resistenza delle donne curde, al conflitto interno guatemalteco, alla repressione subita ai danni delle donne afghane, alla guerra in ex-Jugoslavia, al genocidio ruandese… L’elenco potrebbe continuare a lungo.In quest’ottica, la guerra avrebbe portato alla luce, in forma assoluta ed estrema, lo schema relazionale diseguale tra uomini e donne, modelli asimmetrici già presenti nella società esacerbati dalla brutalità del conflitto e dal diffuso meccanismo del disimpegno morale messo in atto dai combattenti.Per anni lo stupro in guerra è stato considerato un atto deviante del singolo, un’infausta conseguenza dell’astinenza prolungata degli uomini al fronte, interpretazioni che hanno contribuito a ridurre la soggettività della donna a un mero oggetto di gratificazione sessuale in balia dei bisogni biologici dell’uomo. Ad oggi, lo stupro è considerato un’arma di guerra usata per colpire il corpo femminile, che diventa un campo di battaglia (Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018). Lo stupro è un attacco violento alla dignità della persona volto a minarne l’autodeterminazione e il senso di prevedibilità della vita, è un’esperienza soverchiante in cui ci si sente impotenti, senza alcun controllo sul proprio corpo.Parliamo di un corpo invaso, di un’intimità lacerata. Il corpo delle donne diviene simbolo della nazione, territorio che gli uomini sono chiamati a proteggere, pena la perdita del loro onore. Se il nemico passa il confine, invade irreversibilmente un “territorio corporeo” evidenziandone la vulnerabilità, lo conquista come fosse una sua proprietà naturale, lasciando la soggettività che vi abita in balia di un’imprevedibilità traumatica. Lo stupro, così, colpisce la donna e, in misura differente, anche l’uomo, incapace di aver tutelato i “propri” confini e di proteggere lei, donna-nazione, disonorando il suo stesso territorio: una logica patriarcale che calpesta la soggettività, la vita stessa, chiamando in causa dimensioni del potere più ampie e complesse.L’incapacità di dare un senso a questo evento dirompente produce una discontinuità esistenziale, una frattura nel proprio senso identitario che impedisce il riscatto della donna, che rimane paralizzata in un ricordo non verbalizzabile. Molte delle donne che hanno subito uno stupro hanno sviluppato una bassaautostima, una sessualità traumatizzata dall’essere state oggettivate, non si sentono degne e odiano il loro corpo; non di rado presentano ideazioni auto/ etero aggressive e/o tratti impulsivi.Quando da uno stupro si genera una vita le conseguenze psicologiche e sociali sono ancora più drammatiche. In questi casi, spesso le donne sono vittime di un’ulteriore violenza: lo stigma sociale e l’ostracismo da parte della loro comunità. In quest’ottica, partorire un essere umano figlio del nemico vuol dire aver contaminato irreparabilmente la propria etnia, è la manifestazione più tangibile della sconfitta, della distruzione della comunità (Flavia Lattanzi, giudice del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e il Ruanda). Questo aspetto è un’ulteriore ragione che spinge le donne a tacere, impedendogli di fatto alternative esistenziali dignitose e contribuendo a rendere il fenomeno di difficile emersione.Gli stupri di guerra rappresentano, pertanto, un crimine contro l’umanità presente fin dai tempi antichi, caratterizzato da una forte dimensione di genere. Tuttavia, è altrettanto vero che la violenza sessuale è un fenomeno che riguarda tutti. Ci sono, infatti, testimonianze di uomini abusati sessualmente dalle truppe nemiche, colpiti nella loro virilità e resi vulnerabili. Anche questi delitti il più delle volte rimangono impuniti per il tabù che caratterizza l’abuso sessuale sugli uomini, aspetto che rende difficile una reale documentazione sul fenomeno.Per quanto la guerra possa essere percepita come lontana a livello psicologico, la situazione in Ucraina ha scosso inevitabilmente l’Europa ricordandole che, al di là dello schermo televisivo e a pochi chilometri dai suoi confini, ci sono corpi lacerati, de-umanizzati. Riconoscere nello stupro un delitto contro i diritti umani è dare voce al dolore di chi lo ha subito, vuol dire assumersi una responsabilità nei confronti delle vittime, in ogni luogo e tempo in cui avvengano simili soprusi. Bibliografia e SitografiaBianchi, B. (2009). Genere, nazione, militarismo. Gli stupri di massa nella storia del Novecento e nella riflessione femminista. Numero monografico della rivista DEP. vol. 10, pp. I-320.Brownmiller, S. (1975). Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale. Milano: Bompiani.Ivekovic, R., Mostov J. (2003). From Gender to Nation. Ravenna: Longo.Licciardello, O.; Cardella M. G. (2017). Alla base dell’iceberg. La rappresentazione della violenza sessuale tra atteggiamenti di superficie e sfondo. Milano: Angeli ED.Osorio, T. (2022). Ucraina, gli stupri di guerra sugli uomini sono un tabù. https://www.globalist.it/world/2022/03/24/ucraina-gli-stupri-di-guerra-sugli-uomini-sono-un-tabu-lesperto-spiega-il-perche/ Consultato il 31/03/2022

L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE

di Valentina Valenzano La parola Comunicazione deriva dal latino communico = mettere in comune ed indica quel processo responsabile dello scambio di informazioni, di trasmissione di un messaggio o l’espressione delle proprie emozioni e stati d’animo tra due o più interlocutori. L’essere umano utilizza la comunicazione quasi inconsapevolmente: ricorriamo ad essa, ad esempio, per esprimere qualcosa di noi stessi, per acquisire informazioni sull’ambiente che ci circonda e sulle altre persone, per instaurare relazioni interpersonali di ogni genere. La comunicazione, dunque, è un processo basilare nella vita di una persona, eppure, se ci fermiamo per un attimo a riflettere, molti sono i fattori che possono ostacolare la buona comunicazione. Non è sempre facile comunicare a qualcuno i propri sentimenti, le proprie opinioni, soprattutto se controverse, avanzare delle richieste o dire un semplice “No”. Ma perché? Prendiamo, ad esempio, il caso in cui non siamo d’accordo con un’idea espressa dal nostro capo, al pensiero di esprimere il nostro disaccordo e di proporre un’alternativa, potrebbero subentrare sentimenti di ansia e diversi dubbi che improvvisamente mettono in discussione la validità della nostra alternativa. Oppure può capitare di non riuscire a dire ad un/a nostro/a amico/a di essere stati infastiditi da un suo comportamento o da un’affermazione perché non vogliamo ferire i suoi sentimenti, discutere, o nel peggiore dei casi, interrompere il rapporto. E allora, quando una comunicazione può definirsi efficace? Per rispondere alla domanda è necessario specificare l’esistenza di tre stili di comunicazione: Stile passivo: la persona che si esprime in modo passivo tende a non esprimere pensieri e bisogni perché li reputa inferiori rispetto a quelli degli altri. Subisce senza far valere le proprie opinioni. Non prende posizione; Stile aggressivo: la persone che si esprime in modo aggressivo ha la percezione di essere migliore degli altri. Non lascia spazio di espressione, vi è un’imposizione del proprio pensiero e manca della capacità di ascoltare; Stile assertivo: esattamente nel mezzo tra i due precedenti stili, rappresenta la comunicazione efficace. La persona assertiva è in grado di esprimere propri pensieri e bisogni, di farsi ascoltare, ma anche di lasciare spazio all’interlocutore. Riesci ad esprimere pareri contrari e a dire di no senza ferire o sentirsi in colpa. Quindi, in conclusione, una comunicazione efficace necessità di elementi come assertività, rispetto, reciprocità, sincerità e ascolto attivo.

Una storia senza eroi: il mio incontro con G.

 Storie di una Comunità educante In questa storia, ahimè, non ci sono eroi. È la storia di un breve incontro che mi ha messo dinanzi ostacoli e paure, ma anche tante risate. Non a caso ho faticato un bel po’ per collegare le sensazioni e le emozioni legate a questi piccoli frammenti di esperienza, da cui mi sentivo quotidianamente travolta come una violenta tempesta di sabbia.  G. è un ragazzo di 16 anni, veterano della Comunità insieme al fratellino, nella quale vive da ben tre anni. La narrazione sottostante è che deve accompagnare e lasciar andare il fratello minore alla ricerca di una coppia adottiva, mentre per lui il percorso è diverso. <<Ormai nisciun m vol, o no?>>, si presenta spiegando la propria storia ai nuovi operatori e volontari, tra uno sguardo basso e l’attesa di una speranzosa disconferma che, purtroppo, non arriverà. G. è apparentemente il ragazzo delle contraddizioni. Dice di essere il più coraggioso del mondo, ma la notte dorme con la lucina accesa: “è brutto il buio totale”. Di giorno, invece, è infastidito dalla luce e insiste per serrare le finestre, “sto più comodo così”. In casa è il più forte, incute timore ai piccoli con le sue minacce, per essere invece accondiscendente e ingenuo con i pari. G. dice che non piange mai, rompe tutte le stanze quando vuole averla vinta; eppure giuro di averlo beccato in lacrime in silenzio sul divano una volta, nascosto, dispiaciuto dalla stanchezza estrema di un’educatrice alle prese con la terribile P. A G. la scuola non interessa, urla al rientro quando i professori lo rimproverano, non vuole più andarci; eppure gli brillano gli occhi quando agli incontri scuola-famiglia gli insegnanti elogiano le sue capacità: “io raggiungo tutto con poco”, mi spiega fiero. A G. piace lo sport, ma si fa sempre male. È felice quando gli propongono nuove attività, ma lascia subito e si rifiuta di andarci. Nonostante la sua presenza ingombrante, G. spesso passa inosservato nelle giornate in Comunità. Anche nelle riunioni di equipe si parla poco di lui, anzi, quasi mai. Un’altra contraddizione infatti è che G. fa paura, ma si prende cura di tutti. È attento al benessere dei piccoli, certo, nell’accezione in cui conosce il significato di “benessere”. Spende tutte le sue paghette in regali per i membri della grande famiglia, educatori compresi e, quando mi ha visto particolarmente stanca, ha svolto insieme a me le mansioni casalinghe ricordandomi, da nuova e poco pratica di casa, tutto quanto ci fosse da fare. Si è preoccupato di consolare noi educatrici quando, al suo compleanno, i suoi amici non si sono presentati alla festicciola organizzata nel grande salone della Cooperativa. In questi lunghi momenti di accumulo G., silenzioso, affronta sentenze e incontri con assistenti sociali, gestisce il rapporto con familiari scomparsi e nello stesso momento affronta i compiti di sviluppo a cui tutti gli adolescenti sono chiamati: primi amori (che non ha il coraggio di incontrare, portando avanti relazioni di mesi dai soli social), delusioni scolastiche, distanza-vicinanza con il gruppo dei pari e sport. “Sono un vulcano che prima o poi ha bisogno di scoppiare, non si sa quando”, mi dice una volta G., rimasti soli nello studio raccogliendo i cocci, fantasmatici e non, di uno scoppio di ira costata una sedia e un tavolo rovesciati, e una bambina spintonata con violenza. Mi hanno insegnato un protocollo per le sue tempeste emotive: l’operatore più esperto resta a calmarlo mentre l’altro porta i piccoli nelle camere. Eppure anche durante le sue eruzioni, mentre minaccia di farsi del male, trova il tempo di esortare il fratellino a non perdere la chiamata serale con la coppia adottiva, dopo la quale ha la premura di chiedere, tra speranza e preoccupazione, “com’è andata?”. Le mie giornate in Comunità sono sempre state fortemente influenzate dalla sua presenza: è sempre stato lui la causa delle mie più spontanee e durature risate, delle amorevoli prese in giro fonte di allegria anche per i piccoli; c’è lui nei miei ricordi più belli, nella serenità che si creava quando si sedeva accanto a me e, sotto la mia supervisione, mostrava e spiegava i compiti ai piccoli delle elementari. C’è ancora lui nei momenti di spensieratezza di casa quando, assorta, lo osservavo ballare, occhi al cielo, i brevi momenti in cui percepivo si sentisse solo un adolescente come gli altri, con sogni e desideri. Ma lui c’è anche in tutti quei momenti in cui ho avuto profondamente paura, in cui mi sono trovata dinanzi alle grandi barriere dei miei fantasmi di autogiudizio. G. mi ha messa alla prova sin da subito, dal mio primo giorno di lavoro. È stato contento quando ero molto più giovane degli altri educatori… e avevo persino i suoi gusti musicali! Eppure è ben presto pesato il suo sguardo di delusione quando, in cerca di una materna risposta di accudimento, si è ritrovato la goffa presenza di una giovane neolaureata. Anche quando chiedo alla coordinatrice di poterlo accompagnare ad una sua partita di rugby, in compagnia del fratellino e un altro piccolo di casa, zainetti in spalla, fischietti e trombette per il tifo, non sono stata abbastanza: G. non ha sentito la mia voce, il mio tifo, “SOLO le trombette”, dice. Il mio tifo purtroppo ho la sensazione che non lo abbia mai sentito. G sembra pieno di contraddizioni, ma in realtà il quadro è chiaro a tutti noi. G. ha un gran peso sulle spalle, che gli ricorda di non poter essere degno di amore e “quindi”, o probabilmente “perché”, non è capace. La sua lettura della realtà è inevitabilmente mirata alla ricerca di conferme della sua inadeguatezza, per le quali scattano scoppi di ira, ma da cui è anche fortemente dipendente. Anche le relazioni con gli adulti instaurate da G. sono tutte volte alla costante ricerca di una conferma del suo essere sbagliato. E in questo G. è stato bravo ad agganciarsi al mio essere esigente, con me stessa e con gli altri. Prima di una riunione di equipe richiesta urgentemente in

Integrazione sensoriale: cosa fare quando è deficitaria

Perché è importante e cosa possono fare gli educatori per supportare chi ha una scarsa integrazione sensoriale? L’integrazione sensoriale è un processo che organizza le informazioni provenienti dai sensi (gusto, vista, udito, olfatto, movimento, gravità, posizione). Facciamo un esempio: quando mangiamo un cibo, al cervello arrivano diverse informazioni dal sapore, dalla vista, dall’odore e così via… Ecco che l’integrazione sensoriale permette di mettere insieme questi dati producendo l’esperienza di noi che mangiamo. Grazie a questo processo, si interpretano e si organizzano queste informazioni in modo soggettivo, guidando quindi i comportamenti in modo funzionale e adattivo. Cosa succede se questo processo è deficitario? Quando il flusso delle sensazioni che arrivano è disorganizzato, come un vigile che non riesce a dirigere il traffico, allo stesso modo non si riesce ad organizzare il flusso di informazioni. E’ così che si crea un ingorgo. Ha origine una percezione distorta del mondo che può causare, a sua volta, difficoltà sul piano emotivo-comportamentale. Anche l’apprendimento può risultare difficile. Un bambino, ad esempio, potrebbe non rispondere ad una consegna verbale soltanto perché l’informazione si perde nel tragitto verso il cervello e non può essere utilizzata per organizzare il comportamento. Questo può avere un impatto sullo sviluppo socio-emotivo del bambino, il quale potrebbe essere disorientato ed insicuro (dato che percepisce il mondo in modo diverso dagli altri). Quali sono i suggerimenti utili per gli educatori? è bene che il bambino faccia esperienza di situazioni che lo aiutino a organizzare al meglio il proprio cervello, attraverso l’utilizzo di materiali diversi e gioco libero; bambini iposensibili o ipersensibili necessitano di attenzioni diverse. Osservare il comportamento dei bambini è importante per capire quali sono gli stimoli che il bambino sopporta di meno o di più; creare contesti sensorialmente adeguati alle esigenze del bambino; non dimentichiamo mai l’importanza di sostenere il bambino da un punto di vista emotivo, aiutandolo a comprendere ciò che per lui è difficile da capire; fare riferimento sempre ad un intervento specialistico che sia generalizzabile in tutti i contesti del bambino.

L’illusione di comunicare: quello che diciamo viene capito davvero?

George Bernard Shaw la metteva in questi termini: “Il maggiore problema della comunicazione è l’illusione che abbia avuto luogo”. Certo, sembra paradossale: comunicare, mettere in comune, dovrebbe significare poter passare in modo immediato informazioni, sentimenti, opinioni, racconti e intenzioni, da un soggetto emittente a un soggetto ricevente che condividono la stessa lingua. Dovrebbe. Ma sappiamo tutti molto bene che la cosa è assai più complicata. È una questione di filtri in entrata: tutti li abbiamo, di quasi tutti siamo inconsapevoli; e molto spesso non siamo in grado di individuare né di riconoscere minimamente quelli dei nostri interlocutori. Questo è naturalmente un terreno fertile per incomprensioni e, in alcuni casi, per pericolose escalation nella comunicazione. Oggi prendiamo in considerazione gli insegnamenti del dottor Marshall B. Rosenberg (1934-2015), che ha affrontato scientificamente il tema e ha lavorato in tutto il mondo come pacificatore prima di fondare il Centro per la comunicazione non-violenta. Partiamo da una semplice constatazione: quando comunichiamo verbalmente con persone diverse siamo spesso sorpresi dal fatto che, in qualche modo, i nostri interlocutori non abbiano sentito quello che pensavamo di avere detto. Le nostre parole, infatti, arrivano loro attraverso filtri potentissimi di accesso. Per fare un’analogia con la vista, è come se tutti indossassero occhiali da sole con sfumature di colore differente: la nostra camicia bianca verrebbe percepita come rosa, azzurra, verde o marrone, a seconda della lente attraverso cui fosse guardata. A seconda del filtro di chi ascolta, il messaggio più semplice può arrivare in modo radicalmente diverso. “Puoi scrivermi una nuova versione di questo articolo?” potrebbe arrivare, a seconda dell’interlocutore, come “Chiede a me perché non ha voglia di lavorarci”; oppure: “Non è assolutamente in grado di farlo e ha bisogno del mio aiuto”; o ancora “Delega per sottolineare la sua posizione di superiore nell’organigramma”. E potete immaginare numerosi altri modi di interpretare un messaggio all’apparenza così banale, a seconda del filtro e delle attese del ricevente. Quindi: comunicare in modo efficace significa non solo assumersi la responsabilità di ciò che si dice; ma anche di come il nostro messaggio viene ascoltato, tenendo in considerazione molti fattori. Ma come si possono individuare i filtri di ascolto delle altre persone? Rosenberg indica nove bisogni umani fondamentali, da considerare come filtri di base attraverso i quali le nostre parole vengono percepite: Affetto, Creazione, Ricreazione, Libertà, Identità, Comprensione, Partecipazione, Protezione, Sussistenza. Possiamo pensare anche a quanto la Teoria dell’Attaccamento potrebbe contribuire nel comprendere meglio e individuare i filtri: una persona con attaccamento sicuro reagirà allo stesso messaggio in modo differente da qualcuno con attaccamento ansioso-ambivalente. La materia è vasta quanto il bisogno umano di comunicare, ma è anche affascinante e ancora totalmente da approfondire. Intanto, ricordiamoci che i filtri ci sono sempre. Quando conosciamo bene qualcuno è possibile anticipare attraverso quale filtro è più probabile che ci stia ascoltando e adattare il nostro messaggio di conseguenza, per essere più sicuri che arrivi proprio ciò che volevamo dire. Chiedere all’ascoltatore di ripetere ciò che pensa di aver sentito può sembrare inutile e faticoso, ma spesso è il modo migliore per capire se la nostra vera intenzione sia stata comunicata. Le possibilità di essere compresi migliorano anche se spieghiamo chiaramente ed esplicitiamo la nostra motivazione: far sapere all’ascoltatore cosa c’è dietro la nostra richiesta o affermazione renderà meno probabile la stratificazione delle interpretazioni in entrata. In ultima istanza, è importante essere consapevoli del fatto che tutti, e prima di tutto noi stessi, ascoltiamo gli altri attraverso potenti filtri individuali, dovuti alla nostra impostazione, alla nostra esperienza e alla personale visione del mondo. Curiosità, apertura e un freno alle interpretazioni aiutano ad avvicinarci al messaggio di chi parla con noi e alle sue intenzioni.  Coltivare il dubbio, chiedere e offrire spiegazioni è forse il più utile esercizio per evitare distorsioni nella comunicazione, in entrata e in uscita. Per andare un po’ più in là nell’illusione, che rimane in parte tale, di potersi comprendere davvero.

Identità e social: se l’immagine digitale prende il sopravvento

identità digitale social

Il concetto di identità 5.0 ai tempi dei social: quando l’immagine digitale prende il sopravvento.Nel precedente articolo abbiamo visto le evoluzioni dell’immagine femminile sui social, ma quali effetti ha avuto il progresso digitale sull'(auto)percezione della nostra identità? Identità personale, identità sociale e identità in rete Si definisce identità l’insieme delle rappresentazioni di noi stessi e di coloro che sono in relazione con noi.L’identità non è qualcosa di statico ma di estremamente mutabile, perché è il risultato della scelta sociale della quale siamo protagonisti. Lo psicologo William James afferma che: “ciascuno di noi ha tante identità sociali quanti sono i gruppi di persone con cui interagiamo. Ognuno di noi rappresenta una delle sue parti a seconda dell’ambito sociale in cui si trova.” In quest’ottica identità personale e identità sociale non sono due concetti a sé stanti, ma si compenetrano e interagiscono continuamente. Questa “frammentazione” di identità appartenenti a differenti contesti e situazioni, sfocia in una moltitudine di ruoli che ci vedono protagonisti: donna, madre, moglie, manager, amica…e così via. L’effetto dei social e l’identità digitale Nel 2009 Mark Zuckerberg – CEO di Facebook– dichiarò: “i giorni in cui avevate un’immagine per i vostri amici, una per i colleghi e una per le altre persone che conoscete stanno probabilmente per finire molto presto”.Ad oggi si conferma la sua lungimirante visione: innovazione tecnologica, smart working e social network hanno fatto sì che ognuno di noi si costruisse una precisa identità digitale.Ora distaccarsi da quella che potremmo definire la nostra “brand identity” ci crea disagio perché ci sembra di apparire “diversi” da noi stessi. Il rischio più grande è quello di porre un limite alla propria crescita e curiosità per noi contraddire l’identità pubblica. In questo modo la percezione della propria identità, in tutte le sue sfaccettature, rischia di confondersi con l’immagine trasmessa all’esterno, generando stress e ansia. Ognuno di noi è in continua evoluzione. L’interazione con gli altri e con l’ambiente che ci circonda ci rende ogni giorno persone più ricche e complesse. La vita regala esperienze e cambia le prospettive, sarebbe assurdo privarci delle sfaccettature più intime della nostra essenza per aderire ad una sola, piatta immagine.

La motivazione intrinseca e l’effetto Tom Saywer

motivazione

Il raggiungimento di un obiettivo è per ciascuno di noi fonte quotidiana di sforzo fisico e mentale. Ciò che aiuta durante tutto il lavoro è la motivazione che ci spinge a fare sempre un passo in più in vista della meta. Un esempio calzante di quanto la motivazione possa essere un valore aggiunto ai nostri sforzi è dato dalla famosa vicenda della staccionata da dipingere di Tom Saywer, romanzo scritto da Mark Twain. La storia racconta che Tom, per punizione deve dipingere la staccionata della sua casa. All’arrivo dei suoi amici, che si approssimano ad andare al fiume a divertirsi, lui finge un maggiore interesse per il suo lavoro. Tom sostiene con convinzione che gli era stato dato un incarico importante. La sua determinazione stimola la curiosità degli amici e la storia finisce con lui che riposa, riceve regali, mentre gli altri fanno il lavoro. Abbiamo tutti esperienza che un compenso, la passione, il divertimento siano ottime motivazioni che ci aiutano a completare un lavoro. A tutto ciò si aggiunge anche il riverbero positivo sulla nostra autostima. In alcuni casi, però, la vera motivazione per portare a termine un compito, in realtà, non risiede dentro di noi. Essa è frutto di persuasione o di ricatto emotivo. Il Tom Saywer di turno, ci convince che quel determinato lavoro è l’esperienza più gratificante per noi. Sostiene addirittura che la concessione del lavoro a noi, sia un piacere esclusivo, non permesso a nessun altro. Il problema nasce nel momento in cui questo compito diventa per noi, non più motivo di orgoglio e passione, ma sacrificio, rinuncia e stress. In questo caso, ci rendiamo conto che la motivazione non è intrinseca, ma semplicemente “imposta” dall’esterno. Ma a tutto c’è rimedio: bisogna imparare a dire no alle cose e soprattutto alle persone che se ne approfittano della nostra sensibilità e disponibilità.

IL FLOP DELLA COPPIA

di Loredana Luise Quando è necessario un cambio di trama o di regia La vita di coppia non è facile e le sfide quotidiane la mettono continuamente a dura prova. Quando scegliamo di condividere la vita con qualcuno, in cuor nostro speriamo sempre di trovare un nostro sostenitore a vita che, munito di pompom come una cheerleader, faccia sempre il tifo per noi qualsiasi cosa accada, anche se ci piombano addosso all’improvviso delle sfide che pesano come macigni. Quando scegliamo l’altro le dinamiche che ci spingono a prediligere qualcuno sono lontane e insite nella nostra storia familiare ma, in ciascuno di noi, la scelta del partner risponde a profondi bisogni personali di cura o affiliazione ma anche a disponibilità all’accudimento o all’accoglienza dell’altro. Ci affidiamo ad un nostro mito familiare e tendiamo a ricercarlo e a riprodurlo. Ciò che spesso ci fa innamorare è l’immagine di noi che attraverso l’altro ci viene riflessa e che deve in qualche modo corrispondere ad una nostra idealizzazione di quello che vorremmo realmente essere nella nostra vita. L’intreccio delle varie immagini dà vita a quell’insieme di relazioni che viene chiamato “copione” (script). La trama di una storia d’amore coinvolge mille emozioni che vanno dall’esperienza dell’innamoramento, alla scelta e al desiderio di prolungare la frequentazione, fino al bisogno di condividere tempo luoghi e persone, unendo formalmente o meno le proprie vite. In questo evolversi di vissuti l’altro rappresenta sempre più un aggancio dal quale non vogliamo staccarci, e che un po’ alla volta assume concretamente la posizione di parte integrante del vivere quotidiano. Spesso ci ancoriamo al nostro ideale di storia di amore e in qualche modo ci convinciamo che la trama sarà quella, con quel finale lì che tanto ci piace e che sogniamo da un po’. Altre volte invece sappiamo nel profondo, forse perché è un film già visto, che la trama non sarà così avvincente e che le montagne russe saranno sempre dietro l’angolo; di conseguenza ci difendiamo dai rischi emotivi o ci trinceriamo dietro comportamenti ambivalenti e poco chiari che rischiano di non farci vivere appieno l’esperienza emotiva. Ma perché ad un certo punto la trama si blocca, si interrompe o si trascina passivamente? Le motivazioni per le quali una coppia può andare in crisi possono essere molte e le più disparate: alcune coppie vanno in crisi già all’inizio della loro unione, altre invece subito dopo la nascita dei figli o quando i figli sono adolescenti e iniziano a proiettarsi all’esterno lasciando i genitori nuovamente come coppia. In alcuni casi le coppie invece si insabbiano o si bloccano quando avvenimenti imprevisti scuotono in qualche modo la loro vita, e entrambi o uno dei due non riesce a far fronte a queste situazioni in modo lineare e armonico. Al di là del copione personale o delle problematiche che già sul nascere una coppia può presentare, molto spesso le coppie che riescono nei primi tempi a trovare un equilibrio, con l’evolversi della trama non riescono ad adattarsi ai cambiamenti e iniziano a soffrire la relazione agendo dei comportamenti funzionali a sé stessi ma non al sistema coppia. Come reagiscono i soggetti della coppia in crisi Quando la coppia non evolve e il copione non si spiega in maniera equilibrata il disagio può venire espresso in vari modi: Con la conflittualità più o meno forte e un esplicito disaccordo su molti ambiti di vita; con una fuga all’esterno di uno dei due o di tutti e due (tradimenti, investimenti eccessivi nel tempo lavoro o nel tempo libero personale ecc. ecc ); attraverso il disagio personale o la comparsa di alcuni sintomi in uno o in tutti e due i partner; con delle difficoltà nella sfera sessuale (assenza di rapporti intimi o molto saltuari o reali difficoltà nella pratica dell’attività sessuale stessa); se ci sono dei figli può capitare che i figli stessi siano portatori di un problema o di un disagio che corrisponde ad un segnale di sofferenza di tutti.  Cogliere l’opportunità della crisi Nella nostra cultura il termine crisi viene associato sempre a qualcosa di negativo o da evitare. La parola crisi deriva dal termine greco KRISIS che significa scelta o decisione, che contiene una connotazione positiva in quanto, grazie a questa situazione, possiamo fare una scelta o agire un cambiamento che ci permette di far evolvere la situazione. Nel caso in cui la coppia, nonostante il riconoscimento della crisi, non riesca poi a ristabilire la situazione di equilibrio e arrivi alla decisione di separarsi per lo meno la crisi è stata funzionale all’interruzione di un declino continuo che faceva male ad entrambi. Ma quando ci si rende conto che le cose non funzionano, che si va avanti per inerzia, che il rischio è quello di non rispettarsi più o addirittura di subire un’evoluzione negativa o svilente da un punto di vista personale, è necessario fermarsi e decidere che è arrivato il momento di fare qualcosa. Forse è meglio decidere di avere un secondo tempo migliore Non è facile fermarsi e ammettere di aver fallito il progetto di famiglia che consciamente o inconsciamente abbiamo accettato. Prolungare per troppo tempo una situazione di malessere, di conflitto, di apatia o di estraniazione, a lungo andare può rappresentare un rischio sia da un punto di vista personale che da un punto di vista dell’intero sistema familiare. Cogliere l’occasione di aver consapevolezza che qualcosa non va, che le cose devono in qualche modo cambiare, è già un primo passo per attivare un cambiamento. Se la situazioni di crisi si trovasse in una prima fase in cui il rispetto reciproco fosse ancora integro, o perlomeno le emozioni negative non avessero ancora avuto il sopravvento, potrebbe essere sufficiente fermarsi e condividere i propri vissuti; discutendo del malessere provato andando alla ricerca di un nuovo equilibrio e di nuove energie per procedere nella vita assieme in modo appagante per entrambe. Ma non sempre è così semplice e forse farsi aiutare da qualcuno potrebbe essere la soluzione migliore. Il supporto di un nuovo regista Un nuovo regista che arriva è emotivamente

IL PAZIENTE FRAGILE NELLO STUDIO DI PSICOTERAPIA. Image credit to Brian D’Cruz Hypno Plus https://www.briandcruzhypnoplus.com/

di Sandra Pierpaoli Gli eventi legati alla pandemia hanno spinto a parlare sempre più spesso dei pazienti fragili e della loro tutela: in ambito medico, per “paziente fragile” si intende la persona affetta da malattie croniche complesse e a volte con ridotta autosufficienza. La definizione si riferisce quindi soprattutto a una situazione di salute compromessa, che diventa maggiormente delicata in presenza di un evento esterno, che può minacciare ulteriormente condizioni preesistenti già precarie. Il supporto psicologico e la psicoterapia rappresentano certamente strumenti utili in questi casi, poiché possono arrecare un significativo beneficio, nelle diverse fasi della malattia e nell’affrontare i diversi tipi di trattamento, previsti dal percorso di cura. Il paziente che si rivolge allo studio privato dello psicoterapeuta, tuttavia, porta per lo più con sé un altro tipo di fragilità, che possiamo definire emotiva, caratterizzata piuttosto da uno scarso senso di sé e dalla difficoltà di fronteggiare le emozioni, sia positive che negative, che inevitabilmente si presentano come risposta agli eventi della vita, a partire dall’infanzia, fino ad arrivare alla terza età. Ciò comporta che per questo tipo di paziente le situazioni stressanti, gli imprevisti, le sfide, le perdite possono rappresentare una difficile prova, che non riesce a gestire in modo adeguato e alla quale non sa come rispondere. E’ dunque a mio parere fondamentale soffermarsi a riflettere su cosa significhi tutelare un paziente che sta affrontando un percorso di psicoterapia e su quanto sia importante garantirgli le condizioni per una relazione terapeutica stabile e continuativa. All’inizio del percorso terapeutico, la persona emotivamente fragile è spesso molto schermata, perché a volte intuisce senza esserne consapevole o a volte consapevolmente sa, che dietro al suo scudo si nasconde un nucleo fortemente vulnerabile. La richiesta d’aiuto rivolta alla psicoterapia riguarda proprio la necessità di accedere a quello spazio di vulnerabilità, per poterlo condividere con qualcuno, spesso per la prima volta. E una richiesta non priva di ambivalenze, poiché se da una parte la persona sente un grande bisogno di liberare una parte atrofizzata di sé, che è stata a lungo tenuta segreta e compressa, dall’altra deve affrontare paura e terrore nel portarla alla luce e nel gestirne le conseguenze. Molto spesso la richiesta d’aiuto è stimolata da uno stato di disagio, non più governabile, come forte ansia, attacchi di panico, compromissione delle normali attività quotidiane, oppure nasce dalla difficoltà di gestire comportamenti compulsivi o relazioni altamente conflittuali. Il nucleo fragile bussa alla porta della coscienza e lo fa attraverso il sintomo, chiede di essere ascoltato, al di là di qualsiasi decisione volontaria e di qualsiasi sistema difensivo. Solo che dall’altra parte il sistema difensivo si contrappone, resiste, continua a fare la sua parte, convinto di lavorare per il bene della persona, sebbene oramai non corrisponda più ai suoi bisogni attuali. Molto spesso è dunque da questo punto che inizia una psicoterapia: un luogo incerto, dove insicurezza e paura sono strettamente intrecciate con le maglie del sistema difensivo e dove la via di uscita è rappresentata dal riconoscimento da parte della persona del proprio bisogno di accoglienza e di un riferimento sicuro. A partire da qui, lentamente e pazientemente, seduta dopo seduta, si inizia ad intessere la tela del legame terapeutico, quel rapporto stabile di fiducia, che in particolare per il paziente emotivamente fragile, rappresenta l’unica possibilità di rischiare di mettere in discussione un sistema difensivo diventato ormai disfunzionale, oltrechè poco efficace. Con alcuni pazienti la fase del consolidamento dell’alleanza terapeutica è più breve, ma con alcuni richiede molto tempo e molte conferme nella solidità della relazione: metaforicamente è un po’ come potrebbe avvenire per un esploratore che si avventura per la prima volta nell’accesso ad una grotta impervia e che ha bisogno di sentire accanto a sé una guida esperta, attrezzata con tutti gli strumenti necessari per una così difficile esperienza. Più la grotta è dissestata e priva di punti di appoggio, più sarà necessario sentire un sostegno sicuro di cui potersi fidare e dunque imparare a fidarsi, in una situazione percepita come estremamente precaria e pericolosa. In termini bioenergetici, il processo di terapia, aiuterà il paziente a sviluppare nel tempo il proprio “grounding”, e cioè il proprio radicamento, che gli permetterà di autosostenersi e di trovare in sé il punto di riferimento principale, su cui poter fare affidamento. In altri termini, lo doterà degli strumenti necessari per calarsi da solo nella grotta, che sarà divenuta, nel frattempo, un luogo più familiare e non più tanto minaccioso. Il processo che porta a realizzare questo obiettivo non è tuttavia né banale né facile: il paziente deve credere nella presa sicura del terapeuta, che non lo lascerà cadere, né lo lascerà da solo in preda alla paura; il terapeuta da parte sua, deve avere fiducia sia nella propria capacità di sostenere adeguatamente la persona, che nella capacità del paziente di acquisire gradualmente una propria autonomia. Tutti sappiamo che non c’è un tempo standardizzato per un percorso di psicoterapia. L’avventura “speleologica” è diversa non solo per ogni paziente, ma per ogni relazione terapeutica.Certamente, però, con un paziente emotivamente fragile, è necessario andare al suo tempo, sintonizzarsi con le sue paure, pur senza assecondarle: solo così gli si permetterà di costruire un più solido senso di sé e una migliore gestione delle sue emozioni. Lo psicoterapeuta nella sua funzione di “speleologo” conosce bene le fasi dell’esplorazione e le precise responsabilità di cui farsi carico; durante il cammino impara anche a conoscere il paziente, a valutare quando e come potrà lasciarlo e soprattutto quando e come non dovrà lasciarlo.Egli deve perciò tutelare il paziente emotivamente fragile prima di tutto da qualsiasi condizione di instabilità della terapia, poiché la continuità della relazione rappresenta l’elemento fondante del processo di cura. In particolare ci sono fasi del percorso, durante le quali interrompere la terapia sarebbe profondamente deleterio per la salute emotiva della persona: sarebbe come privala di ogni appiglio e lasciarla da sola nella grotta, a penzolare nel vuoto. Se il terapeuta fosse costretto, malgrado sé, a interrompere il trattamento a causa di circostanze esterne, potrebbe proporre alla