Conseguenze della pandemia sulle persone con disturbo dello Spettro dell’Autismo e sulle loro famiglie

L’impatto del covid-19 su persone con autismo L’emergenza sanitaria che ogni paese del mondo sta sperimentando a causa della diffusione della pandemia legata al COVID-19  ha avuto un impatto significativo sulla salute fisica e mentale delle persone, interferendo in maniera sostanziale sulla loro qualità di vita. La gestione di questo periodo è stata particolarmente critica per le persone con Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) che, a causa delle loro caratteristiche e del loro specifico stile di funzionamento, possono presentare maggiori difficoltà di adattamento alla condizione attuale (Colizzi et al., 2020). L’autismo è un disturbo del neurosviluppo, con un’incidenza stimata superiore a 1/100 (Narzisi et al., 2018), caratterizzato da compromissioni significative nella comunicazione sociale, da interessi ristretti e comportamenti ripetitivi, da deficit nel funzionamento esecutivo (Panerai et al., 2016). Presenta rigidità e resistenze al cambiamento e difficoltà legate alla mentalizzazione (intesa come una attività mentale immaginativa). Tali caratteristiche costituiscono elementi di vulnerabilità e possono determinare difficoltà nella pianificazione delle attività quotidiane con un incremento dei livelli di ansia. Le restrizioni, il confinamento in casa, la limitazione dei contatti sociali, la riduzione delle possibilità di svago e di socializzazione, in molti casi, hanno causato l’incremento dei comportamenti inadeguati, delle stereotipie verbali e motorie, dell’iperattività e una diminuzione della compliance e di richieste funzionali. Cambiamenti dovuti al lockdown Durante la fase di lockdown, in seguito alla sospensione del modello integrato delle attività di cura e del sostegno socio educativo, le famiglie si sono ritrovate da sole nella gestione dei propri figli, sperimentando una condizione di maggiore stress psico-fisico (Drogomyretska et al., 2020). L’interruzione degli interventi globali e intensivi erogati in presenza dai centri specializzati e la chiusura delle scuole, hanno pesantemente inciso sulle occasioni di inclusione e di socializzazione con i coetanei. In una quotidianità venuta improvvisamente meno è emersa pertanto, sempre più forte l’esigenza da parte dei familiari di impegnare le ore dei propri figli. Si è sperimentata, in molti casi, una condizione di confusione, disorientamento e frustrazione di fronte alle difficoltà incontrate nella loro gestione quotidiana, all’interno di un assetto familiare e domestico sprovvisto di strumenti e strategie per fronteggiare i problemi emersi. Si sono riscontrate importanti difficoltà nel dover riorganizzare tempi e spazi, nel gestire momenti di gioco col proprio figlio, nel condividere e ampliare i suoi interessi e, non ultimo, nell’impegnarlo in attività di autonomia. La sospensione dei servizi riabilitativi ha alimentato nei genitori la preoccupazione di poter perdere i progressi raggiunti o indebolire le competenze acquisite con grande fatica, nonché la conseguente insorgenza di nuovi comportamenti problematici. Strategie messe in atto dagli operatori nel periodo post pandemico Un tempo di incertezza che ha fatto emergere paure, senso di vuoto e di solitudine e vissuti di abbandono, che ha determinato una condizione di fragilità e ansia per il futuro, non solo nelle famiglie, ma anche negli operatori che hanno dovuto adattarsi alle nuove esigenze imposte dal COVID-19 (banalmente anche l’uso della mascherina e di altri DPI che aumentano il “distacco emotivo”). La proposta di nuove modalità di lavoro e di presa in carico per supportare genitori e bambini. La specifica competenza delle figure professionali ha permesso di fornire assistenza all’intero sistema familiare al fine di garantire un’esperienza di vita equilibrata ed adeguata alla situazione eccezionale venutasi a creare in conseguenza della pandemia. Tra le strategie messe in campo ha assunto un ruolo significativo l’attivazione immediata di modalità di intervento da remoto così da garantire continuità assistenziale. Esse hanno permesso di rinforzare l’alleanza terapeutica con la famiglia attraverso la co-progettazione dei percorsi riabilitativi e il lavoro di rete per l’integrazione tra i vari contesti operativi. Insieme alle famiglie, sono state strutturate nuove routine giornaliere volte al mantenimento o all’acquisizione di competenze. Questi incontri hanno anche rappresentato uno spazio di confronto e di supporto con l’équipe di riferimento del bambino, nel quale portare i propri vissuti, elaborare le proprie paure, sostenere e promuovere la resilienza e strategie di coping più adattive. Numerosi sono stati i rimandi positivi da parte delle famiglie che in questo modo, non solo hanno potuto ricevere un supporto concreto nella gestione della quotidianità, ma soprattutto non si sono sentite sole, avvertendo concretamente la vicinanza di un “sistema”, nonostante l’obbligo di isolamento. L’impatto della ripresa post pandemica Nella relazione con gli operatori, anche tutt’ora le famiglie trovano ascolto e contenimento per le proprie ansie, sperimentando pensieri più funzionali al loro benessere. Dalle esperienze dirette con alcuni genitori, è emerso che il lavoro di supporto è stato portato avanti anche a seguito della riapertura dei centri. La ripresa delle attività in presenza ha posto agli operatori nuove sfide, per permettere il riavvio delle attività riabilitative garantendo la distanza fisica necessaria per la prevenzione del contagio. Sono stati, infatti, effettuati training specifici per facilitare l’uso della mascherina, o per preparare bambini e ragazzi a sottoporsi all’esame del tampone molecolare, che viene effettuato con una certa cadenza. L’emergenza sanitaria ha, dunque, amplificato le fragilità delle persone con ASD evidenziando molti dei vincoli e delle carenze esistenti nei sistemi di assistenza e cura e la necessità di rivedere la modalità di presa in carico. Ancora più forte è emersa negli operatori la consapevolezza che l’ambiente è troppo caotico per chi ha una sensibilità differente sia a livello neurofisiologico sia a livello psichico. Al contempo, i cambiamenti imposti dalla pandemia, hanno comportato la necessità di attivare nuove e, spesso, creative strategie di intervento per ascoltare, comprendere e rispondere ai bisogni delle persone con questo disturbo e dei loro familiari. Bibliografia Colizzi, M., Sironi, E., Antonini, F., Ciceri, M. L.,  Bovo, C., Zoccante, L. (2020). Psychosocial and Behavioral Impact of COVID-19 in Autism Spectrum Disorder: An Online Parent Survey. Brain Sciences, 10 (6), 341. doi: 10.3390/brainsci10060341. Drogomyretska, K., Fox, R. & Colbert, D. (2020). Brief Report: Stress and Perceived Social Support in Parents of Children with ASD. Journal of Autism and Developmental Disorders, 21. Lim, T., Tan, M. Y, Aishworiya, R., & Kang, Y. Q. (2020). Autism Spectrum Disorder and COVID-19: Helping Caregivers Navigate the Pandemic. Annals, Academy of Medicine, Singapore, 49 (6), 384-386. Narzisi, A. (2020) Phase 2 and Later

PERFORMANCE MANAGEMENT

Performance Management

Il tema della valutazione delle performance è proprio di tutte le organizzazioni. Nel tempo si sono susseguite diverse prospettive, ma ad oggi l’approccio maggiormente diffuso, o per lo meno quello a cui si tende, è il Performance Management.  Per tanti anni i responsabili HR si sono concentrati sul concetto di Performance Appraisal, focalizzato principalmente sulla valutazione di un collaboratore. In realtà, questo momento è solamente una piccola parte di un Sistema di Gestione della Prestazione più ampio chiamato Performance Management. Il passaggio tra queste due prospettive deriva dallo sforzo delle organizzazioni di collegare gli obiettivi delle singole persone a una strategia generale che esse stesse implementano al loro interno.  Il Performance Management serve, quindi, ad allineare obiettivi, aspettative, contributi individuali alle strategie organizzative. E’ focalizzato sulla gestione del collaboratore sia al fine portare redditività e rendimento all’azienda sia per indirizzarlo verso lo sviluppo professionale e la realizzazione personale. Può essere descritto come un processo continuativo che accompagna la risorsa in tutto il percorso valutativo.  Adottando tale prospettiva, è importante focalizzarsi sul momento di feedback. Durante tutta la nostra vita, può essere capitato di trovarci in situazioni in cui era richiesto di dare dei riscontri positivi/negativi ad altre persone (amici, colleghi, parenti…). Possiamo tutti concordare nel dire che dare un feedback positivo sia molto più facile rispetto a uno negativo. Anche all’interno delle organizzazioni, i momenti di feedback, soprattutto quelli negativi, sono molto delicati e richiedono un’attenzione particolare. Con l’approccio classico, il feedback era discontinuo, relegato al colloquio annuale finale e forniva una valutazione della prestazione in modo molto semplicistico e riduttivo.  Con il Performance Management, invece, il feedback è costante e quotidiano mirato allo sviluppo delle persone. In primis, bisogna aiutare le persone a comprendere bene il motivo per il quale vengono utilizzati determinati strumenti di valutazione piuttosto che altri. In secondo luogo, il grado di accettazione di una valutazione negativa è tanto più elevato quanto più si riescono a spiegare le motivazioni che sottostanno a essa. Facendo un esempio, se si valuta negativamente una persona perché non sa l’inglese, bisogna spiegarle che non è la risorsa più adatta a ricoprire quel determinato ruolo in quanto l’organizzazione vuole espandersi in mercati stranieri.  Inoltre, un feedback negativo viene tanto più accettato quanto più si garantisce equità e quanto più si ancora la valutazione alla strategia che l’organizzazione vuole mettere in atto. La percezione dei dipendenti del modo di valutare, infatti, è strettamente collegata alla percezione di equità; la motivazione del lavoratore dipende da quanto percepisce equo il bilanciamento tra cosa offre e cosa riceve da suo lavoro (equità distributiva). Queste valutazioni sono poi confrontate con i colleghi; se un dipendente percepisce che gli altri ottengono di più lavorando meno, nasce una percezione di mancata equità.  Si possono così individuare quattro pilastri del Performance Management: Comunicazione strategica: fa sì che agli individui sia chiaro cosa ci si aspetta da loro e come interpretare il proprio ruolo Relazioni: mette insieme i manager e i collaboratori per monitorare il raggiungimento dei risultati Valutazione: consente di valutare le prestazioni individuali e prendere decisioni sull’assegnazione di incarichi, promozioni e reward Sviluppo: consente di fornire feedback sulla propria prestazione Il processo di gestione della performance è considerato come elemento cardine di altri processi HR, tra cui soprattutto lo sviluppo, il talent management e le politiche retributive.  Concludendo si può dire che in un’ottica di Performance Management, l’organizzazione assume le sembianze di un alveare. La valutazione individuale per discriminare il contributo delle persone non viene eliminata, ma il prodotto finale è di gruppo. Il valore aggiunto dello psicologo consiste nella sue grandi capacità di ascolto, di comunicazione e di negoziazione che consentono di gestire al meglio tale processo.  BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G. & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Terza Edizione, De Agostini Scuola SpA – Novara

Adolescenti alla ricerca del Reality Shifting

Il Reality Shifting è una nuova moda in voga tra gli adolescenti, che consiste nel creare situazioni ed esperienze immaginarie da vivere in prima persona, utilizzando solamente la forza della propria mente. Questo modo di trasferirsi in un vero sogno ad occhi aperti sta spopolando sui social soprattutto su Tik Tok e sembra che stiano aumentando sempre più i ragazzi che provano a rifugiarsi in diversi mondi di fantasia Il Reality Shifting viene definito come una forma di autoipnosi durante la quale il soggetto che la pratica si astrae dalla realtà per catapultarsi in un mondo immaginario plasmato sui propri desideri e le proprie fantasie. Chi si cimenta in questa specie di meditazione può vivere esperienze alternative, visitare luoghi mai esplorati e persino interagire con personaggi famosi o inventati. Sono moltissimi, ad esempio, i Tik Tok in cui ragazzi e ragazze descrivono con entusiasmo le avventure vissute con attori e/o personaggi del mondo di Harry Potter In psicologia shifting indica la flessibilità cognitiva e la capacità di attivare la mente verso compiti diversi, permettendo il passaggio da un compito all’altro e controllando l’interazione tra i due compiti. Ma in questo caso siamo di fronte ad un fenomeno dove prevale la ricerca dalla disconnessione dalla propria vita reale.  In realtà questo punto rappresenta uno snodo cruciale nell’analisi del fenomeno. Tra le conseguenze della pandemia e la crescente ansia generazionale gli esperti temono infatti che milioni di adolescenti provati dall’isolamento e dall’incertezza del futuro possano assuefarsi a questa uscita d’emergenza dalla realtà. Dobbiamo noi adulti chiederci che cosa succede nella mente di un ragazzo che all’improvviso inizia a isolarsi dal mondo. È difficile da comprendere, ma bisogna cercare di capire cosa lo spinge a farlo senza giudicarlo. In quanto le conseguenze di tale comportamento possono essere devastanti per lui/lei e per la sua famiglia. Si inizia con il non voler frequentare più la scuola, nonostante spesso il rendimento sia buono, poi si inverte il ritmo sonno-veglia e si passa la maggior parte del tempo rintanati in cameretta, con le luci abbassate, per immergersi in un mondo non reale.  Quindi dietro il successo del Reality Shifting può nascondersi il pericolo che i soggetti più fragili finiscano per preferire la fantasia autogestita alla vita vera, estraniandosi dalle normali interazioni di un adolescente (amici, famiglia, scuola) e riducendo il proprio mondo a quello modellato su misura nella propria mente.

Il Disturbo Post-traumatico da Stress (PTSD)

La diagnosi di Disturbo Post-traumatico da Stress è stata introdotta nel tentativo di isolare e definire tutti i casi di patologia psichica che, con caratteristiche comuni, compaiono successivamente ad un evento stressante. L’interesse originario era duplice: di natura scientifica, nel tentativo di studiare le caratteristiche di un disturbo che sembrava poter godere di una propria autonomia nosografica, e di natura sociale e politica, con l’obiettivo di indennizzare i soldati americani reduci dalla guerra del Vietnam (Colombo e Mantua, 2001). La formulazione della categoria diagnostica del Disturbo Post Traumatico Da Stress (Post Traumatic Stress Disorder o PTSD) compare per la prima volta nel 1980 con la pubblicazione della terza edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali (DSM III) come categoria diagnostica autonoma. Era definito come una specifica risposta estrema ad un fattore fortemente stressogeno, accompagnato da un significativo appiattimento della reattività emozionale, da un considerevole aumento dell’ansia e dal constatare evitamento degli stimoli associati al trauma. In seguito a diverse critiche e rettifiche, l’Associazione Psichiatrica Americana, nel 2013 è giunta alla pubblicazione del DSM V nel quale sono stati apportate ulteriori modifiche per quanto riguarda la diagnosi di PTSD, incluso nella categoria dei “disturbi correlati a eventi traumatici o stressanti”. Esso può essere definito come un disturbo che si sviluppa in genere dopo un evento particolarmente traumatico, ovvero un evento che ha messo in pericolo la salute e l’integrità fisica o psichica del soggetto. Si caratterizza per sintomi particolarmente invalidanti, come ansia molto intensa e frequente, calo del tono dell’umore, pensieri, immagini o ricordi intrusivi dell’evento traumatico e spesso un vissuto emotivo molto intenso. Se la sofferenza della vittima si prolunga per oltre un mese dall’esposizione al trauma e interferisce significativamente con la vita lavorativa, sociale o scolastica dell’individuo, va posta la diagnosi di PTSD. Criteri diagnostici I criteri del DSM V per il disturbo da stress post-traumatico, che riguardano sia adulti, sia adolescenti che bambini sopra i 6 anni, sono: Esposizione a un evento traumatico, reale, in maniera diretta o indiretta. Sintomi di risperimentazione: il soggetto si trova a rivivere ripetutamente il momento del trauma in vario modo. Sintomi di evitamento: nel tentativo di evitare la risperimentazione del trauma, la vittima può cominciare a evitare situazioni esterne che ricordano, simboleggiano o sono in qualche modo associate all’evento traumatico. Alterazione negativa dei pensieri e delle emozioni: la persona presenta una riduzione della propria reattività verso il mondo esterno e lamenta una diminuzione dell’interesse o della partecipazione ad attività precedentemente piacevoli, prova sentimenti di distacco e di estraneità, manifesta una diminuita capacità di provare emozioni, sia positive che negative, e si palesa un senso di sfiducia nelle prospettive future. Sintomi di iperattivazione (arousal): la persona sviluppa una sorta di ipersensibilità ai potenziali segnali di pericolo, che la porta ad essere costantemente in allerta, a rispondere in maniera esplosiva e rabbiosa e a vivere in uno stato di ipervigilanza. Durata: tutti i sintomi devono essere presenti da almeno un mese. Il disturbo deve causare un significativo disagio o disabilità in ambito sociale, lavorativo e in altre aree significative per il funzionamento dell’individuo. Il disturbo non è attribuibile all’uso di sostanze o farmaci o altra condizione medica. PTSD: ricerche e critiche Nel tempo, il costrutto di disturbo da stress post-traumatico ha ricevuto sempre maggiore attenzione, guidato dalle preoccupazioni relative agli effetti sulla salute mentale conseguenti a guerre, conflitti e violenze interpersonali. Tale costrutto, inoltre, è stato utilizzato sia per far avanzare la ricerca sia per organizzare interventi psicologici, con l’obiettivo di migliorare la vita delle persone colpite dal trauma. Tuttavia, la categoria diagnostica del PTSD non è esente da critiche e aspetti controversi. Sebbene la categoria diagnostica del PTSD abbia un’utilità fondamentale per coloro che forniscono trattamenti all’interno del sistema di cure, essa potrebbe non conformarsi ai modelli culturali con cui le persone danno un senso agli eventi traumatici e alla successiva sofferenza (Bryant-Davis, 2005). In particolar modo, da un punto di vista psicodinamico e psicoanalitico, il trauma e i suoi effetti, soprattutto se in seguito ai men-made disasters, vanno oltre la categorizzazione diagnostica. Il costrutto diagnostico del PTSD descrive alcune caratteristiche di una risposta universale al trauma, tuttavia ignora altre forme culturalmente più specifiche di esprimere sintomi correlati al trauma. È, quindi, necessario andare oltre la semplice categorizzazione diagnostica, nel tentativo di comprendere per intero gli eventi traumatici, la sofferenza, il rischio esperiti dall’individuo, come anche la possibilità di ripresa e i fattori individuali e comunitari che ne influenzano l’esito. È necessario porre l’attenzione sul più ampio contesto relativo alle cause sociali e alle conseguenze degli eventi traumatici come guerra, migrazione e violenza. I professionisti della salute mentale hanno bisogno di queste informazioni per valutare più accuratamente la presenza della malattia, per comunicare meglio la loro comprensione e preoccupazione, per promuovere l’accettazione del trattamento e ridurre il carico emotivo della malattia. Bibliografia American Psychiatric Association (1980). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 3ᵃ ed. (DSM-III). Tr. it. Milano: Masson, 1983. American Psychiatric Association (2013). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 5ᵃ ed. (DSM-V). Tr. it. Milano: Raffaello Cortina, 2014. Bryant-Davis, T. (2005). The trauma of racism: Implication for counseling, research, and education. The Counseling Psychologist, 33, 574. Colombo, P.P., e Mantua, V. (2001). Il Disturbo Post-traumatico da Stress nella vita quotidiana. Rivista di psichiatria, 36(2), 55-68.

Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione può conoscere

di Jonathan Santi Pace La Pegna “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”. (Blaise Pascal) Sia nella letteratura che nel pensare collettivo troviamo spesso due aspetti della persona contrapposti, quasi apparentemente inconciliabili: “il cuore”, identificato metaforicamente come la sede in cui si originano i sentimenti e le emozioni, e “la mente” in rappresentazione di “ciò che sarebbe giusto”, il pensare razionale. Eppure questi due aspetti non sempre sono realmente così contrapposti come appaiono, in realtà ci sono ragioni psicologiche che ci portano ad optare per alcune scelte sentimentali (Zavattini, 2010), ad essere attratti verso qualcuno, a provare emozioni di piacevolezza nei confronti di certi modi di fare, anche se analizzandoli poi “a mente fredda” ci rendiamo conto che potrebbero essere non molto vantaggiose a lungo termine da un punto di vista razionale. La famosa teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1989) ci spiega che esistono diversi tipi di attaccamento che ogni bambino sviluppa in riferimento alle proprie figure di riferimento genitoriale, questi tipi di attaccamento andranno a costituire degli schemi di accudimento, che poi struttureranno lo stile di attaccamento adulto e la base del suo modo di relazionarsi con il mondo (Platts, 2002). Anche la ricerca del partner è influenzata da questi schemi, che spesso inconsapevolmente direzionano ciò che cerchiamo, in funzione di ciò che desideriamo e ciò che ci manca. Eppure è possibile far “dialogare” cuore e mente, e cioè fare scelte soddisfacenti dal punto di vista dei propri desideri ma razionalmente orientate, guidate da una visione approfondita che identifichi innanzitutto coscientemente quali siano i propri bisogni affettivi ed emotivi. È possibile in virtù di queste cose scegliere un partner appropriato strutturando lucidamente una relazione con presupposti sani, che non cannibalizzi se stessa, che sussista in un sano equilibrio di interscambio, all’interno di un insieme coeso intessuto di un’individualità reciproca ad alta conducibilità.

La formazione dell’identità e della differenziazione del Sé

L’identità e la personalità di un essere umano si costruiscono attraverso le esperienze e le relazioni che ogni persona vive nella sua vita, soprattutto nei primi anni. Sono fondamentali i rapporti significativi, cioè quelli che nascono da una relazione che si costruisce giorno dopo giorno su uno scambio affettivo costante e condiviso. È ampiamente risaputo che per la formazione dell’identità e del sé è necessario un rapporto primario solido ed empatico. Il caregiver il più delle volte è la madre del bambino e per tale motivo si è studiato a fondo negli anni il rapporto che quest’ultima ha con il figlio. La funzione di specchio che la madre svolge nei confronti del bambino fin dai primi istanti di vita, è fondamentale per la formazione del Sé (Winnicott). Dai primi istanti di vita si crea tra la madre ed il bambino un’area di adattamento reciproco: i ritmi materni esprimono una serie di segnali che la madre manda per dare un senso a ciò che dal figlio le arriva. Grazie a questo gioco di rimandi, torneranno al bambino gesti, sguardi e suoni, che genereranno in lui una struttura portante per la percezione di sé e per la formazione di un’immagine di sé. La continuità di questa struttura di base, in continuo sviluppo e adattamento, getterà la base per la continuità e stabilità del sé e degli oggetti che sono in torno a lui. Quanto più questa struttura si baserà sulla capacità di tollerare la frustrazione, più il bambino sentirà favorevolmente il senso della propria esistenza e del mondo che lo circonda. Quando, invece, queste condizioni favorevoli non si verificano, può svilupparsi un’incapacità a gestire le emozioni. Il vuoto d’origine può portare all’incapacità di provare sentimenti dolorosi di perdita poiché da bambini si è attraversato uno stato esistenziale di non esperienza. Questo vuoto d’origine riguarda deprivazioni basilari inflitte dalla madre al figlio che hanno colpito diversi piani: un mancato investimento libidico sul corpo del bambino con gravi ripercussioni sul confine e sul Sé corporeo; un’assenza d’investimento narcisistico, che crea una grossa lacuna sull’immagine di sé come oggetto amato e desiderato, un’impossibilità di tenere nella mente l’altro. Questi bambini che non hanno potuto usufruire di oggetti-sé costanti,sentono di vivere di rifiuti, sentono la mancanza del senso del proprio essere al mondo. (Kohut). Mancando della continuità del sé, il loro sentimento sarà principalmente d’impotenza e di povertà interna, perciò nella loro vita tenderanno a distruggere piuttosto che a costruire.

IMMAGINAZIONE: DAVVERO IL PENSIERO PUÒ CAMBIARE IL FUTURO?

In un momento di totale incertezza come quello presente, può essere molto utile: pensare al futuro è uno strumento potente, alla portata di tutti, che permette di sviluppare resilienza, speranza e ridurre ansia e depressione.E, perché no: creare condizioni di possibile e concreto miglioramento della realtà. Sia nella pratica clinica che nella mia esperienza di coach, questa è una delle strategie che aiutano a dare inizio a una serie di azioni preparatorie che portano a realizzazioni importanti: passo per passo, azione dopo azione. Vedere, “pre-vedere”, un risultato ha effetto sul risultato stesso, come nel caso delle profezie che si auto-avverano. Oggi ci ispiriamo ad alcune idee di Jane McGonigal, nota e geniale designer di giochi di realtà alternativa, progettati per migliorare in modo concreto la vita reale e risolvere problemi reali. McGonigal, che ha pubblicato diversi libri su questi argomenti (tra cui il recentissimo “Imaginable”, è direttrice della divisione ricerca e sviluppo dei giochi presso l’Institute for the Future e insegna presso la Stanford University. L’autrice parla del “pensiero episodico futuro” come di un’autentica possibilità di incidere, con l’immaginazione, su quanto succederà. Le ricerche neuroscientifiche e le evidenze delle risonanze magnetiche confermano che, quando immaginiamo qualcosa, i circuiti neuronali e le emozioni coinvolte hanno la stessa potenza piscologica delle esperienze realmente vissute nel quotidiano. Esercitarci a immaginare situazioni future, arricchirle di particolari, tornare su quanto immaginato e apportare modifiche, migliorie, aggiungere particolari e riempire quello che manca nella nostra esperienza diventa, in sostanza, una possibilità di allargare il campo. In pratica, “lavorare” su uno scenario futuro, immaginato e sistemato nei minimi dettagli, consentirebbe al nostro cervello di rendere immaginabile – e quindi possibile – qualcosa che non abbiamo ancora sperimentato nella vita reale. La parte immaginata, che nasce dalle nostre esperienze reali e si combina con immaginazioni che attingono ai nostri valori e alle nostre conoscenze su ciò che ha già funzionato in passato, consente un passo in più: autorizza in qualche modo il cervello ad agire come se lo scenario futuro fosse realmente possibile. Perché immaginarlo è come costruire una memoria, un ricordo. Da lì, si può partire per attivare una serie di piccole azioni per preparare e facilitare la realizzazione del futuro immaginato. Questo vale anche per gli scenari che spaventano; per diminuire l’ansia, la paura del non-conosciuto e diminuirne l’impatto, con il risultato di essere meglio preparati e più attrezzati davanti a situazioni spiacevoli o difficili: una sorta di de-sensibilizzazione attraverso l’immaginazione. In conclusione, possiamo mettere al lavoro il nostro cervello perché collabori con i nostri desideri, o con il nostro bisogno di sicurezza: in questo saranno coinvolti apprendimento, ricordi, emozioni, circuiti di ricompensa, sistemi di valori, persino i nostri modelli di attaccamento. Quello che è dimostrato, dalle ricerche, è che possiamo concretamente metterci in condizione di facilitare la realizzazione di qualcosa attraverso la sua immaginazione (rispettando, ovviamente, un principio di situazioni verosimili) e costruendo piccole azioni che possono avvicinarci al risultato desiderato. Esercitare un po’ di controllo attivo, e ottimistico, sul futuro, può essere d’aiuto, oggi più che mai. Per trovare nuove direzioni, per muovere passi importanti; e per dare energia alla speranza.

Il ruolo dei social media nei disturbi del comportamento alimentare (DCA)

social media DCA

Social media e pressione sociale Viviamo in una società in cui l’aspetto fisico di una persona rappresenta un parametro di giudizio e discriminazione. Ciò che accade offline si riversa e amplifica attraverso i social media, dando vita ad un vero e proprio fenomeno socio-culturale. Abbiamo già parlato dell’ideale di bellezza patinata e irraggiungibile che spopola sui social network, il costante confronto con questo modello di perfezione provoca insoddisfazione e in alcuni casi dismorfia. L’influenza dei social media La conferma viene da una ricerca australiana pubblicata sull’”International Journal of Eating Disorders“.L’indagine ha studiato la correlazione tra permanenza sui social e DCA. É emerso che gli adolescenti che trascorrono molto tempo sui social hanno maggiore probabilità di sviluppare disturbi del comportamento alimentare.Il 51,7% delle ragazze e il 45% dei ragazzi intervistati ha manifestato comportamenti alimentari disordinati. I social più pericolosi sono quelli che si basano su una comunicazione di tipo prettamente visuale, come Instagram e Snapchat. Il pericolo degli hashtag Il web non costituisce solo un pericolo, ma anche un punto di ritrovo e aggregazione per chi soffre di disturbi alimentari. Infatti nel corso degli anni sono nati hashtag e community che condividono immagini, contenuti e consigli disfunzionali per raggiungere l’ideale condiviso di magrezza e perfezione. Alcuni di questi sono #meanspo, #thinspo, #thighgap, #thininpiration, #ana, che corrispondono ad immagini di corpi esili ed emaciati inneggiati come esempio di forza di volontà e determinazione. L’aiuto dai social Per fortuna i social non sono soltanto un esempio negativo, ma hanno avviato numerose iniziative sia dall’alto che parte degli utenti per contrastare i comportamenti disfunzionali e i DCA. Per prima cosa le piattaforme hanno dichiarato guerra agli hashtag e ai contenuti dannosi censurandoli. Inoltre hanno veicolato attraverso i gruppi e le community che incitano ai DCA messaggi di supporto e informazioni sulla sana alimentazione e sullo stile di vita corretto. Sono nate delle community virtuali positive che combattono i disturbi del comportamento alimentare che funzionano come “terapie di gruppo”. Accolgono e sostengono i nuovi membri accompagnandoli nel loro percorso, dandosi forza l’un l’altro, e divulgando informazioni preziose per uscire da questa problematica. Esistono infine i “Profili recovery” che raccontano la storia di chi ce l’ha fatta a sconfiggere i disturbi alimentari. Questi testimonial spontanei della guerra ai DCA incarnano un esempio positivo di forza e determinazione e di bellezza sana, realistica e autentica. Abbiamo visto quanta importanza rivestono i media e il web nella percezione del mondo e di noi stessi. La tecnologia è tuttavia una trasposizione del nostro tessuto socio-culturale. Appare fondamentale educare i nostri giovani all’amore e al rispetto per sé stessi e per gli altri, nella consapevolezza che il corpo è solo un piccolo tassello della meravigliosa complessità e ricchezza di ogni individuo.

La primavera dentro e fuori di noi

Oggi, 21 marzo, è il primo giorno di primavera. Giusto un anno fa, nasceva il nostro blog, con l’intento quotidiano di aiutare i lettori ad avere fiducia nella psicologia. La primavera, si sa, è un momento di rinascita della natura. Una esplosione di colori e calore comincia a diffondersi intorno a noi, eliminando così il grigiore e il letargo dei lunghi mesi invernali. Questo periodo dell’anno è spesso accolto con gioia ed entusiasmo da tutti noi e diventa foriero di tanti nuovi e buoni propositi da attuare. Diventa, quindi, un po’ un punto di ripartenza, al pari di capodanno o di settembre. La voglia di cambiamento e di rinascita deve essere lo stimolo per poter affrontare ogni giorno la nostra primavera interiore ed esteriore. In questo periodo, ci accingiamo a fare il decluttering, nell’armadio. Lo svuotiamo, con impegno, di cose inutili, pesanti e che non ci stanno più bene, per riempirlo di colori e novità. Lo stesso atteggiamento possiamo tranquillamente applicarlo anche ai nostri pensieri. Una primavera di idee e nuovi propositi positivi, che ci permettono di lasciare andare via le zavorre. Piccoli gesti quotidiani, come una passeggiata, un nuovo vestito, un caffè al bar con gli amici, si trasformano così in piccoli cambiamenti che aumentano il buon umore e riempiono la nostra giornata con sfumature diverse. Pian piano ci accorgeremo che staremo costruendo, mattone dopo mattone, il nostro benessere psicologico, obiettivo primo della nostra vita.