Giovani adulti in pandemia tra solitudine e resilienza

Durante la pandemia nei giovani adulti sono aumentati sentimenti di solitudine e isolamento, ma sono state messe in atto anche strategie di fronteggiamento delle difficoltà. La pandemia COVID-19 ha creato grandi sconvolgimenti nella vita delle persone in tutto il mondo. Abbiamo visto nell’articolo precedente (qui) come la pandemia abbia avuto effetti sull’adattamento psicosociale dei giovani adulti a causa dell’incertezza che pervade le loro vite e il loro futuro. I giovani adulti rappresentano una popolazione con un elevato rischio di problemi di salute mentale, soprattutto depressione e ansia. Una delle priorità è comprendere i meccanismi che spiegano l’aumento delle problematiche di salute mentale nei giovani adulti. Studi suggeriscono come, durante la pandemia, siano aumentati sentimenti di solitudine, con i giovani adulti che hanno riportato i livelli più alti[1]. La solitudine è strettamente collegata con problemi di salute mentale e fattori di rischio psicosociale, come sintomi depressivi, ansia sociale, dipendenze e comportamenti disfunzionali[2]. Tale situazione influenza inevitabilmente lo svolgimento del periodo di transizione che è l’Emerging Adulthood. Marchini e colleghi (2020) hanno infatti riscontrato un aumento della necessità, da parte dei giovani adulti, di avere un aiuto professionale per la loro salute mentale[2]. Tuttavia, quest’ultimo dato potrebbe anche essere considerato come una grande consapevolezza di sé e una buona capacità di resilienza da parte dei giovani adulti. Per resilienza psicologica si intende l’adattamento positivo alle avversità e la capacità di reagire alle sfide e di adattarsi al cambiamento. La resilienza è anche un processo adattivo che collega le singole risorse con eventi che si verificano nel mondo esterno. Gli individui resilienti possono “riprendersi” dalle avversità e ripristinare l’omeostasi poiché riducono efficacemente lo stress. Le persone resilienti imparano anche dalle loro esperienze di coping, sia quando il loro coping è efficace e ottiene risultati favorevoli, sia quando non riesce a produrre i risultati desiderati. Il coping è un processo attivo e intenzionale che l’individuo mette in atto per rispondere ad un evento stressante. Se è funzionale alla situazione, può mitigare e ridurre la portata stressogena dell’evento, ma se è disfunzionale ad essa, può anche amplificarla. La resilienza consente alle persone di perseverare, creando un cambiamento nell’ambiente per mitigare la minaccia e ottenere il risultato desiderato[3]. Ognuno di noi ha dovuto trovare le proprie risorse personali per affrontare le nuove sfide derivanti dalla pandemia e la resilienza è un’abilità fondamentale per fronteggiarle. Anche se soli e smarriti, i giovani adulti risultano essere resilienti e capaci di mettere in atto strategie di coping per fronteggiare le difficoltà. Shigeto e colleghi (2021) hanno esaminato le tipologie di coping messe in atto dai giovani adulti per fronteggiare gli stressor (fattori di stress) correlati alla pandemia. Avendo come punto di partenza la Teoria transazionale dello stress di Lazarus e Folkman (1984), i risultati dello studio suggeriscono come i giovani adulti abbiano utilizzato sei tipologie di coping qualitativamente distinte. Esse si differenziano in base al livello di percezioni degli intervistati della loro resilienza, l’uso di strategie di coping focalizzate sul problema o sulle emozioni e della flessibilità delle proprie strategie quando affrontano un fattore di stress (in questo caso, una pandemia globale). Essere resilienti e avere una buona flessibilità nella messa in atto delle strategie di coping permette ai giovani adulti di fronteggiare meglio l’imprevedibilità degli esiti della pandemia[3]. Il fattore che sembra avere un maggiore ruolo protettivo per la sofferenza psicologica nei giovani adulti è il supporto percepito[2]. Marchini e colleghi confermano, nella loro ricerca, l’importanza di differenti tipi di contatto sociale, sia online che offline, con amici e familiari, durante i momenti più duri della pandemia. Il supporto tra pari è risultato essere il maggiore fattore protettivo per la sofferenza psicologica durante i periodi di lockdown[2]. Il bisogno fondamentale di appartenenza, inteso come desiderio di attaccamenti interpersonali, sembra essere un fattore protettivo contro la solitudine e la potenziale depressione negli adolescenti e nei giovani adulti. In conclusione, le ricerche suggeriscono l’importanza di sviluppare nei giovani adulti resilienza e flessibilità, oltre a specifiche capacità di coping che possano aiutare a compensare gli effetti psicologici dei cambiamenti derivanti dalla pandemia o da altre crisi future. Inoltre, è necessario comprendere i sentimenti di solitudine dei giovani e mettere in atto interventi che permettano di creare connessioni e mitigarne gli effetti sulla salute mentale. I giovani dovrebbero poter fare affidamento sugli altri per alleviare il peso della crisi pandemica sulla loro salute mentale. Pertanto, la comprensione delle conseguenze della pandemia sulla salute mentale individuale e dei fattori protettivi e di rischio correlati può aiutare a fornire aiuto e assistenza mirati alla popolazione più giovane. Fonti [1] Lee C.M., Cadigan J.M. & Rhew I.C. (2020). Increases in loneliness among young adults during the COVID-19 Pandemic and association with increases in mental health problems. Journal of Adolescent Health, 67: 714-717. https://doi.org/10.1016/j.jadohealth.2020.08.009 [2] Marchini S., Zaurino E., Bouziotis J., Brodino N., Delvenne V. & Delhaye M. (2020). Study of resilience and loneliness in youth (18-25 years old) during the COVID-19 pandemic lockdown measures. J Community Psychol, 49: 468-480. DOI: 10.1002/jcop.22473 [3] Shigeto A., Laxman D.J., Landy J.F. & Scheier L.M. (2021). Typologies of coping in young adults in the context of the COVID-19 pandemic. The Journal of General Psychology, DOI: 10.1080/00221309.2021.1874864. Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, appraisal, and coping. New York, NY: Springer.
Giovani 20-30enni e le conseguenze della pandemia

La pandemia ha colpito duramente gli Emerging Adults, i giovani tra 20 e 30 anni, a livello lavorativo, sociale e di salute mentale. L’emergenza sanitaria, economica e sociale causata dalla pandemia COVID-19 ha avuto un forte impatto in ogni aspetto della vita. L’incertezza, l’insicurezza, l’instabilità per il presente e per il futuro sono sentimenti comuni all’intera popolazione. La crisi ha colpito in modo diverso i vari gruppi demografici e sociali. Si è riscontrato come, tra le categorie maggiormente colpite, vi siano i giovani, in particolar modo i giovani tra i 18 e i 30 anni circa. Tale categoria può essere definita dei giovani adulti o degli Emerging Adults. Come sostenuto da Arnett[1], l’Emerging Adulthood (età adulta emergente), è quel periodo di sviluppo tra l’adolescenza e l’età adulta. È caratterizzata da instabilità, dovuta a cambiamenti di residenza, delle relazioni, del lavoro o della carriera accademica. Ulteriore caratteristica è l’essere concentrati su se stessi, in quanto gli Emerging Adults si trovano a dover sviluppare per proprio conto le competenze necessarie alla loro vita e a dover acquisire una migliore comprensione di chi sono e quali sono i loro obiettivi. Questa fase della vita è caratterizzata anche da cambiamenti pervasivi del Sé, cambiamenti dell’identità e cambiamenti nelle relazioni interpersonali. Lo sviluppo dell’autonomia è un aspetto centrale in questa fase della vita. È, quindi, un periodo critico della crescita caratterizzato da molti eventi e cambiamenti che possono contribuire in modo significativo al benessere della persona. Per i giovani tra i 20 e i 30 anni la crisi COVID-19 pone rischi considerevoli nei settori dell’istruzione, dell’occupazione, della salute mentale e del reddito disponibile. Secondo il report dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), basato su sondaggi condotti tra 90 associazioni in 48 Paesi[2], la pandemia avrà conseguenze sull’educazione, sulla ricerca del lavoro, sulla salute mentale e sul reddito disponibile dei più giovani, sia a breve che a lungo termine. Le nuove generazioni versavano già in una situazione svantaggiata nel periodo pre-Covid, in quanto sono le meno occupate, quelle con i redditi più bassi e i più insoddisfatti della propria occupazione. La pandemia non può che aggravare una situazione già critica. Eurofond[3] ha osservato, inoltre, come la categoria ad essere esposta ad un maggiore rischio di depressione post-Covid sia quella dei giovani con meno di 35 anni. Ciò che spaventa maggiormente è il futuro, sia in termini personali che lavorativi. L’incertezza e l’instabilità generano preoccupazioni per il presente e per il futuro e sono fonte di ansia per i giovani. Inoltre, possono avere un forte impatto negativo sul funzionamento personale e interpersonale. In tempi di pandemia, tali sentimenti si acuiscono e potrebbero fermare i giovani nell’attuare aspirazioni e progetti di vita. In più, le restrizioni sociali, l’impossibilità di riunirsi e di incontrare coetanei hanno drasticamente diminuito la possibilità dei giovani di sviluppare reti sociali e di rafforzare il loro capitale sociale. La mancanza di interazioni sociali ha anche danneggiato la loro salute mentale, le cui tracce sono rimaste visibili anche una volta allentate tali restrizioni. Ricerche sul benessere psicologico dei giovani italiani tra i 20 e i 30 anni in pandemia, hanno osservato come essi riportano, rispetto al passato, livelli maggiori di ansia e stress[4,5]. Sembrano riportare anche un’alta percezione dei rischi dovuti al virus che sembra essere associata, in parte, ad alti livelli di ansia[4]. Caratteristiche come l’instabilità e la bassa prevedibilità del periodo hanno aumentato le difficoltà dei giovani a reagire con successo alle criticità. Anche l’improvvisa interruzione di una vita sociale ha aumentato la percezione di solitudine e la conseguente vulnerabilità psichica. Tuttavia, un’alta capacità di resilienza, una forte autostima e un atteggiamento positivo nelle relazioni sembrano essere fattori che proteggono i giovani 20-30enni dal forte carico emotivo scaturito dall’emergenza pandemica[4]. Essere giovani tra 20 e 30 anni nella società post-covid significa essere colpiti meno duramente in termini di salute fisica dal virus ma maggiormente per quanto riguarda la salute mentale e le conseguenze sociali ed economiche. Spesso additati dai media come incoscienti e inconsapevoli degli effetti del virus, al contrario, noi ventenni e trentenni abbiamo un’alta percezione del rischio e stiamo cercando solo, come tutti, di trovare un nostro modo di fronteggiare la nuova realtà. È necessario monitorare gli Emerging Adults e il loro funzionamento psicologico in tutte le fasi dell’emergenza pandemica. Essa ha infatti influenzato in modo critico il lavoro, lo studio, la vita sociale e la salute mentale dei giovani in un periodo della loro vita caratterizzato da una forte instabilità e continui cambiamenti personali e interpersonali. È importante monitorare i livelli di stress e ansia dei giovani anche dopo le fasi acute dell’emergenza sanitaria, poiché un’ansia elevata e alti e prolungati livelli di stress espongono ad alte probabilità di incorrere in severi disturbi mentali e fisici. Infine, sarà necessario implementare interventi psicologici sulla salute mentale e programmi di supporto anche nel post-covid, per monitorare e aiutare i giovani a far fronte alle conseguenze dell’emergenza. Fonti [1] Arnett J.J. (2015). Emerging Adulthood. The winding road from the late teens through the twenties. USA: Oxford University Press. [2] OECD (2020). Youth and Covid-19: response, recovery and resilience. Oecd.org/coronavirus [3] https://www.eurofound.europa.eu/publications/blog/youth-in-a-time-of-covid [4] Germani A., Buratti L., Delvecchio E., Gizzi G. e Mazzeschi C. (2020). Anxiety Severity, Perceived Risk of COVID-19 and Individual Functioning in Emerging Adults Facing the Pandemic. Front. Psychol., 11:567505; doi: 10.3389/fpsyg.2020.567505 [5] Germani A., Buratti L., Delvecchio E. e Mazzeschi C. (2020). Emerging Adults and COVID-19: The Role of Individualism-Collectivism on Perceived Risks and Psychological Maladjustment. Int. J. Environ. Res. Public Health, 17, 3497; doi: 10.3390/ijerph17103497
Ghosting: perché sparire da una relazione fa così male?

Negli ultimi anni il termine ghosting è entrato sempre più spesso nel linguaggio quotidiano. Indica l’interruzione improvvisa e immotivata di una relazione o di una frequentazione: una persona smette di rispondere ai messaggi, sparisce dai contatti e interrompe ogni comunicazione senza spiegazioni. Può accadere in una relazione sentimentale, in un’amicizia, ma anche in contesti lavorativi o familiari. Sebbene il fenomeno non sia nuovo, la comunicazione digitale lo ha reso molto più frequente e socialmente diffuso. Ma perché il ghosting fa soffrire così tanto dal punto di vista psicologico? Il dolore dell’assenza di spiegazioni Quando una relazione finisce, il dolore non dipende solo dalla perdita dell’altro, ma anche dalla possibilità di comprendere cosa sia successo. Nel ghosting, invece, manca una chiusura chiara. La persona che subisce questa esperienza resta spesso sospesa in una condizione di dubbio: Il cervello umano tende naturalmente a cercare spiegazioni e significati. Quando non riesce a trovarli, può entrare in un circolo di pensieri ripetitivi, alimentando ansia, insicurezza e sofferenza emotiva. Il ghosting e il senso di rifiuto Dal punto di vista psicologico, essere ignorati attiva aree cerebrali simili a quelle coinvolte nel dolore fisico. Il rifiuto sociale, infatti, viene percepito dal cervello come una minaccia emotiva importante. Chi subisce ghosting può sentirsi svalutato, invisibile o “non abbastanza”. Questo accade soprattutto quando nella relazione erano presenti aspettative affettive, coinvolgimento emotivo o progettualità. In alcuni casi il ghosting può riattivare ferite relazionali più profonde, legate all’abbandono, alla paura del rifiuto o a esperienze precedenti di instabilità emotiva. Perché alcune persone fanno ghosting? Le motivazioni possono essere diverse e non sempre indicano cattiveria o manipolazione consapevole. Alcune persone evitano il confronto perché temono il conflitto, provano disagio nel gestire le emozioni oppure non possiedono adeguate competenze comunicative. In altri casi il ghosting riflette una difficoltà ad assumersi la responsabilità emotiva delle proprie scelte. La comunicazione digitale, inoltre, può facilitare comportamenti evitanti: sparire dietro uno schermo sembra più semplice che affrontare una conversazione difficile. Tuttavia, comprendere le motivazioni dell’altro non significa minimizzare l’impatto emotivo che questo comportamento può avere. Come affrontare il ghosting La prima reazione è spesso quella di cercare continuamente risposte o tentare di ristabilire il contatto. È una risposta umana e comprensibile. Tuttavia, inseguire spiegazioni a ogni costo rischia di aumentare la sofferenza. Può essere utile: In alcuni casi, soprattutto quando il ghosting riattiva vissuti profondi di abbandono o insicurezza, un percorso psicologico può aiutare a comprendere meglio le proprie dinamiche relazionali e rafforzare l’autostima. Una questione di responsabilità emotiva In una società sempre più veloce e digitale, il rischio è quello di dimenticare che dietro uno schermo esistono emozioni reali. Comunicare una distanza, un cambiamento o la fine di un interesse può essere difficile, ma rappresenta una forma di rispetto verso l’altro. Il ghosting ci ricorda quanto le relazioni umane abbiano bisogno non solo di connessione, ma anche di responsabilità emotiva, chiarezza e consapevolezza.
Gestione del personale in contesti organizzativi

di Daniela Di Martino La gestione del personale comprende processi di organizzazione delle mansioni, ma presuppone modalità di coinvolgimento del personale che possono favorire il miglioramento del clima aziendale. Idealmente l’organizzazione del lavoro dovrebbe tener conto delle persone. Gli studi dimostrano che quanto più l’assegnazione di compiti è commisurata alle competenze, agli studi, alle condizioni psico-fisiche del lavoratore e al livello di carriera raggiunto, tanto più aumentano i livelli di benessere sul lavoro in termini individuali e collettivi. Un altro aspetto poco considerato nella gestione del personale è la definizione delle modalità di svolgimento dei compiti (tempi, modi, strumenti) e del le responsabilità. Spesso è la carente o assente definizione dei carichi di lavoro a determinare forme di sovraccarico lavorativo; aspetto che crea anche problemi all’interno dell’organigramma dei contesti produttivi. Un contesto che punta all’adeguamento delle competenze interne nel tempo dovrebbe investire sulla formazione permanente, un fattore questo che consente quella adattabilità ad un mondo del lavoro in costante evoluzione, che rende necessario attrezzarsi avendo la capacità di inglobare nuove funzioni, allargare o arricchire i compiti in maniera flessibile. Sono molte oramai le aziende che prevedono già sul nascere un piano formativo per la crescita professionale dei lavoratori, coerente con il fabbisogno organizzativo. Ciò accade soprattutto in quelle realtà lavorative in cui le funzioni dirigenziali sono competenti rispetto ad una corretta gestione delle risorse umane. Accanto agli aspetti più puramente gestionali, sono di fondamentale importanza anche quegli elementi più squisitamente relazionali e sociali, che alla stregua degli aspetti organizzativi diventano fondamentali nel rendere un’azienda allo stesso tempo produttiva e accogliente. In tal senso la letteratura nazionale e internazionale concorda nel definire quali elementi essenziali: la partecipazione; la comunicazione; la qualità dei rapporti interpersonali; la presenza di feedback. Il ruolo manageriale assume in quest’ambito una parte privilegiata. Il D.L. ha, infatti, il potere di indirizzare, promuovere e coordinare le attività, curando gli aspetti relazionali sul lavoro. Per partecipazione s ’intende i l mantenimento di spazi di decisionalità dei dipendenti, che possono essere sostenuti da momenti di coinvolgimento nelle scelte del gruppo di lavoro/settore. Incontrare periodicamente il personale o definire modalità di ascolto in team, sono attività che migliorano i livelli di inclusione e la condivisione delle scelte; tali modalità mostrano in generale la loro efficacia nel consolidamento del gruppo di lavoro, ma risultano ancor più efficaci ogni qual volta subentri la necessità di modifiche strutturali, organizzative o gestionali. L’esclusione del lavoratore rispetto ai cambiamenti che possono riguardare ambienti e/o funzioni (cambiamenti gerarchici, riadeguamenti strutturali, ecc), è spesso un elemento che mina il senso di appartenenza all’azienda inducendo disaffezione. In alcune realtà organizzative, a carattere maggiormente gerarchico, non è sempre possibile il coinvolgimento del personale nelle decisioni aziendali, in alternativa potrebbe essere utile potenziare la partecipazione sostenendo quantomeno i momenti d’ informazione rispetto alle scelte organizzative. L’informazione dei dipendenti è un altro punto cardine degli interventi organizzativi che migliorano la qualità di vita sul lavoro: ai lavoratori dev’essere garantito un adeguato accesso a tutte le informazioni che riguardano lo svolgimento del lavoro che interessano l’azienda (nuove assunzione; trasferimenti; segnalazione di pericoli; integrazioni o spostamenti di persone, locali, funzioni, e altro). È utile ricordare che maggiore è il coinvolgimento di un singolo in un gruppo, maggiore diventa la condivisione del le regole che lo disciplinano; viceversa, più l’individuo si sente escluso, più tenderà a mettere in atto dinamiche di contrasto o di rottura. Altro elemento proprio di una buona gestione del personale è la cura della qualità dei rapporti interpersonali, che è una condizione di rilievo nell’arginare conflittualità o violenze sul luogo lavoro. Al fine di garantire una tutela del lavoratore dal rischio che deriva da quest’ambito è necessario stabilire a monte una netta definizione dei ruoli, in grado di creare dei referenti precisi a cui rivolgersi in caso di incertezze o contenziosi. Altri elementi in grado di arginare i contrasti sono: la presenza di una buona comunicazione aziendale e la gestione immediata di comportamenti prevaricatori o illeciti. Al verificarsi di questi ultimi sarebbe opportuno prevedere spazi di confronto tra le parti in conflitto, che siano gestiti da un responsabile neutrale, in grado di acquisire per conto della dirigenza i motivi del contrasto per l’attuazione di strategie risolutive. Molte aziende hanno optato per la creazione di un ufficio per recepimento di casi di disagio lavorativo, al fine di intervenire e contenere il contenzioso interno. Infine, è importante la valorizzazione del lavoro svolto, che ha una funzione di conferma del lavoratore rispetto a prestazioni/competenze. Le conferme, verbali, scritte o sottoforma d’ incentivi o riconoscimenti, svolgono un importante ruolo catalizzante per il lavoratore, motivandone l’attività e il senso di efficacia (ovvero la sensazione di essere “bravo” nel proprio lavoro). Uno strumento efficace per prevenire comportamenti irresponsabili o illeciti da parte di chi opera in nome e per conto dell’azienda/ente pubblico è anche il Codice Etico, una sorta di “Carta costituzionale” del l’azienda che introduce una definizione chiara ed esplicita delle responsabilità etiche e sociali di tutti i soggetti coinvolti direttamente o indirettamente nell’attività dell’azienda/ente pubblico. La strutturazione di un Codice Etico permette inoltre di arginare fenomeni di disequità organizzativa, che possono essere dovuti all’ utilizzo improprio del potere derivante dalla posizione lavorativa occupata per benefici personali. La rispondenza di un’azienda ad un modello organizzativo per la strutturazione del lavoro permette un contenimento di situazioni di disagio individuale o collettivo nei lavoratori, ma ne migliora anche la produttività e i livelli di performance. Pertanto, aver cura dei lavoratori non è solo un costo, ma diventa un investimento per la crescita delle realtà organizzative. Bibliografia Psicologia manageriale. La gestione psicologica delle risorse umane di Maurizio Agnesa Ed. LibreriaUniversitaria. Autonomia e salute sul lavoro di Robert Karasek. Ed. FS
Gestalt play therapy: il lavoro di terapia con i bambini

Sempre più spesso arrivano in terapia bambini che portano disagi di origine psicologica. La pediatria di base è diventata nel tempo più sensibile rispetto alla salute psicologica dei bambini, questo lo dico perché sempre più spesso ad inviare il bambino ad un consulto è proprio il pediatra di libera scelta.Nel tempo la professione e l’opera dello psicologo con gli adulti è stata sdoganata probabilmente anche dalla necessità di sostegno che le persone hanno potuto riconoscere di avere a causa del Covid-19 e dell’isolamento ad esso conseguente. Le conseguenze dell’isolamento sociale hanno richiesto una massiccia opera da parte degli psicologi.Trovo tuttavia ancora delle resistenze e delle perplessità quando si parla della psicoterapia per i bambini.Le perplessità dei genitori rispetto alla psicoterapia rivolta al bambino riguardano il fatto che il bambino non possa essere in grado di trarre benefici dalla psicoterapia perché piccolo o che essa sia semplicemente un momento di gioco fine a se stesso. I sintomi che il bambino porta con sé hanno un significato e quando esso viene ‘letto’ e svelato essi svaniscono. Il bambino che viene in terapia non parla o gioca semplicemente come farebbe in un contesto della sua vita. In terapia il bambino disegna, gioca o parla con le sue ‘paure’ con i suoi ‘mostri’ con i suoi ‘sintomi’ e questa conoscenza ‘accompagnata’ diventa la terapia stessa. Dietro la pratica clinica ci sono le teorie psicoevolutive e le ricerche scientifiche ben chiare e che fanno da guida nella mente del terapeuta. Il terapeuta che lavora con i bambini ha da imparare a volte molto dai suoi piccoli pazienti e deve essere disposto a ‘scendere’ dalle scarpe e abbassarsi fino al pavimento e a giocare. A diventare un po’ bambino con il bambino. In questo modo si stabilisce un ponte tra il corpo, le emozioni e la volontà, come per esempio nel caso dei bambini iperattivi quando lavorando con l’esperienza tattile ci si concentra nel ‘qui ed ora’ dell’esperienza e il bambino diventa più consapevole dell’esperienza interna, nominandola ed esplorandola. Nel mio approccio il sintomo non serve a ‘diagnosticare’ il disturbo, esso diventa un atto creativo per mezzo del quale il bambino sta affrontando un disagio. Il terapeuta diventa come un alchimista alle prese di pozioni ed incantesimi immerso nel mondo un po’ magico del bambino.
Gestalt play therapy: il lavoro con i bambini attraverso la vaschetta di sabbia

Il lavoro dello psicologo con i bambini in un periodo di pandemia e chiusure e riaperture è stato necessariamente molto ridotto a causa del lavoro ad alto contatto con i soggetti della terapia. Tuttavia nel post che non sembra mai un post covid le richieste di aiuto da parte dei genitori sono aumentate. I bambini hanno sofferto e continuano a soffrire le altalene e le incertezze dovute alla situazione generale. I bambini necessitano di basi sicure e di sicuro in questo periodo sembra esserci davvero poco. I disturbi d’ansia e le somatizzazioni così come le paure sono le maggiori cause di disagio. Il lavoro di gestalt play therapy si avvale di vari strumenti tra questi troviamo il lavoro con la vaschetta di sabbia. La sabbia è un mezzo meraviglioso per i bambini di tutte le età dai più piccoli ai più grandi. Il suo utilizzo come mezzo terapeutico non è nuovo. Margaret Lowenfeld descrive il valore del gioco con la sabbia dicendo che sabbia e acqua si prestano per la rappresentazione di un gran numero di fantasie: scavare un tunnel, seppellire o affogare, creare terre e paesaggi marini. La sabbia bagnata è plasmabile, mentre quella asciutta è piacevole da toccare, la sabbia è meravigliosa tra le dita e offre un’esperienza tattile e cinestetica ideale. L’autrice utilizzava la sabbia chiedendo ai bambini di rappresentare oggetti della vita reale. La scena rappresentata attraverso la vaschetta di sabbia e con l’utilizzo di materiali che possano ricoprire significati simbolici sembra essere come la sequenza di un sogno che si dipana davanti agli occhi del terapeuta. I vantaggi che presenta questo tipo di attività sono numerosi, la vaschetta è facile da tenere, puo essere utilizzata molte volte, è uno strumento poco usuale nella quotidianità dei bambini e desta molta curiosità nei bambini. Quando un bambino ‘costruisce’ una scena sta rappresentando parti di se stesso e del suo mondo interiore e lo sta mostrando al terapeuta che può osservare e intervenire sui temi che di volta in volta vengono rappresentati.
GENNAIO: IL FRESH START EFFECT

Chi non ha mai fatto una lista di buoni propositi a Capodanno? Dimagrire, fare più sport, leggere di più… La voglia di un nuovo inizio sembra contagiare tutti all’inizio dell’anno. Ma perché proprio Gennaio ci fa sentire così motivati a cambiare? L’inizio di un nuovo anno e in particolare il mese di Gennaio rappresenta un punto di svolta simbolico. È come una sorta di “tabula rasa” su cui possiamo scrivere una nuova storia. Questa sensazione di rinascita ci spinge a guardare al futuro con ottimismo e a credere che tutto sia possibile. È un po’ come premere il tasto “reset” e ripartire da zero. Ma cosa ci fa sentire così motivati proprio in questo periodo? Tutto questo può essere riassunto nel fresh start effect. Dietro a questo fenomeno si celano una serie di meccanismi psicologici, che vediamo riassunti di seguito. Identità: Gennaio è l’occasione perfetta per reinventarsi. Possiamo decidere di diventare la versione migliore di noi stessi, lasciandoci alle spalle le abitudini negative e abbracciando nuove sfide. Ottimismo: L’inizio di un nuovo anno è carico di speranza. Crediamo che le difficoltà del passato siano finite e che il futuro ci riservi solo cose positive. Rituale: Creare nuovi rituali, come stilare una lista di buoni propositi o pianificare le nostre attività, ci aiuta a consolidare il senso di cambiamento e a renderlo più tangibile. Nonostante le buone intenzioni, molti dei nostri propositi rimangono sulla carta. Perché? Spesso ci poniamo obiettivi troppo elevati, che sono difficili da raggiungere nel breve termine. Non sempre teniamo conto delle nostre risorse e delle nostre limitazioni. L’entusiasmo iniziale tende a svanire nel tempo, e senza una buona dose di disciplina è difficile mantenere le nuove abitudini. Per aumentare le nostre possibilità di successo, possiamo seguire questi consigli: Poniamoci obiettivi SMART: Specifici, Misurabili, Attribuibili, Realistici e Temporizzati. Scomponiamo i grandi obiettivi in piccoli passi: In questo modo, il percorso verso il traguardo sarà meno faticoso. Cerchiamo il sostegno di amici e familiari: Condividere i nostri obiettivi con le persone care può essere di grande aiuto. Sii paziente e gentile con te stesso: Cambiare richiede tempo e impegno. Non scoraggiarti se incontri delle difficoltà. Il “fresh start effect” è un fenomeno affascinante che ci ricorda quanto il nostro comportamento sia influenzato da fattori psicologici e culturali. Se da un lato può essere una potente fonte di motivazione, dall’altro è importante essere consapevoli dei suoi limiti. Per trasformare i nostri buoni propositi in azioni concrete, è necessario affiancare all’entusiasmo iniziale una buona dose di pianificazione, costanza e flessibilità. E tu, hai già fatto la tua lista di buoni propositi per il nuovo anno?
GENITORI ELICOTTERO

Il significato di genitore elicottero deriva da un modo di dire inglese utilizzato per la prima volta nel libro Parenting with Love and Logic: Teaching Children Responsibility, che contiene suggerimenti di vario genere perché i genitori siano in grado di responsabilizzare i propri figli senza esercitare l’helicopter parenting, ovvero non comportarsi come genitori opprimenti e possessivi, controllandoli appunto dall’alto proprio come un elicottero. Lo stile genitoriale iperprotettivo può essere riconosciuto per la presenza di una costante richiesta di informazioni sulla vita quotidiana e scolastica, unita a continue intromissioni che consistono in interventi diretti per risolvere i problemi dei figli, limitandone l’autonomia personale. In maniera simile allo stile autoritario, quello iperprotettivo può portare i figli a sentire di dover rispettare delle regole molto rigide, sotto lo stretto controllo dei genitori. Un livello ancora più intenso di iperprotettività dei genitori si riscontra poi nel “genitore spazzaneve” che, come uno spazzaneve appunto, elimina qualsiasi difficoltà o ostacolo che si presenta nel percorso di vita del bambino. Come principali figure di attaccamento, i genitori possono influenzare la crescita emotiva del proprio figlio che imparerà così a interpretare il mondo circostante e instaurare relazioni. Uno stile iperprotettivo potrebbe avere importanti ripercussioni sull’immagine di sé, portando il bambino a rappresentarsi come individuo bisognoso dell’Altro, incompetente e incapace di cavarsela da solo. Bassa autostima, disturbi d’ansia e depressione, dipendenza affettiva sono solo alcune delle conseguenze che questo stile genitoriale può comportare. Le espressioni di paura dei genitori verso uno stimolo, facilitano l’emergere di una risposta di paura verso il medesimo oggetto da parte dei propri figli . Quindi il figlio, vedendo il genitore spaventato da un certo oggetto, tenderà a sperimentare lo stesso stato emotivo e a replicare lo stesso comportamento, infatti genitori e figli esibiscono livelli di paura molto simili . Nel momento in cui le preoccupazioni per i propri figli diventano difficili da gestire, può essere importante chiedere l’aiuto di un professionista della salute mentale per capire in che modo poter elaborare queste paure. Affidarsi a un terapeuta esperto, permetterà di ricevere il sostegno di cui il genitore iperprotettivo, ma anche i figli di genitori elicottero, possono avere più bisogno, individuando l’approccio più efficace per intervenire sul caso specifico.
Genitori di adolescenti….. tranquilli! E’ tutto normale

di Loredana Luise Condividere la propria vita con un figlio che ti cresce accanto richiede una capacità di adattamento e di riassestamento notevole. Dalla felicità per la comparsa dei primi sorrisi, alla grande preoccupazione per i problemi di salute o per le difficoltà relazionali dei nostri cuccioli, dalle aspettative rispetto al progredire delle abilità e delle acquisizioni, ai successi e gli insuccessi nelle prestazioni sociali sono solo alcune delle mille sfumature che colorano questa meravigliosa condivisione di percorso di vita. I rapporti con i nostri bambini possono essere semplici, divertenti, difficoltosi e faticosi, ma all’arrivo della preadolescenza, ed in particolar modo dell’adolescenza, il vissuto del genitore subisce un enorme scossone che spesso lo destabilizza e gli crea molta preoccupazione. E’ esperienza comune di molti genitori, in particolar modo di quelli di figli unici, provare un grande vuoto di fronte al quasi improvviso allontanamento e rifiuto che manifestano i figli quando, sulla spinta degli impulsi adolescenziali, iniziano a non cercarli, a mentire o a nascondere delle cose e in qualche modo a tradire la loro fiducia che fino ad allora sembrava essere il simbolo di un legame indissolubile. Soprattutto i genitori che, in questo periodo storico hanno investito molto sull’educazione e sulla crescita dei loro figli, si sentono traditi o in qualche modo depauperati del loro ruolo di genitore super attento e aperto a ogni prospettiva possibile. Tra le diverse strategie di sopravvivenza alcuni genitori provano a rientrare nel mondo dei loro figli, bussando piano piano, scivolano coi gomiti come marines, altri invece buttano giù direttamente il muro, ma il contraccolpo del rifiuto e l’urlo del bisogno di privacy e di autonomia suonano spesso come pallottole che arrivano dritte dritte al cuore. I più preparati sanno perfettamente quanto lo sviluppo ormonale incida sull’umore dei ragazzi, ma questo non è sufficiente a giustificare quella strana sensazione di tradimento e di solitudine che i genitori provano spesso quando i loro figli varcano la soglia della preadolescenza ed entrano di petto sulla via dell’adolescenza ed in seguito in quella dell’età adulta. Per giustificare la comparsa di questi destabilizzanti comportamenti messi in atto dai nostri figli nella seconda decade della loro vita, forse è necessario assumere la consapevolezza che in realtà non siamo noi l’oggetto del loro odio e della loro disapprovazione e la scienza viene in nostro soccorso a spiegarci cosa realmente accade nel cervello di un adolescente. Uno studio condotto dalla professoressa Blakemore, della University College of London, ha “fotografato” con la risonanza magnetica i cambiamenti del cervello nelle varie fasi di crescita. Il cervello degli adolescenti è completamente diverso da quello dei bambini e anche da quello degli adulti. Ogni essere umano ha a disposizione nel suo cervello circa 85 miliardi di neuroni e queste cellule, all’interno della scatola cranica, subiscono diverse mutazioni formandosi e disfacendosi continuamente e così anche le strutture che le mettono in connessione fra loro chiamate “sinapsi”. Questi studi recenti quindi hanno evidenziato come, a differenza di quanto si credeva fino a poco tempo fa, soprattutto in alcune fasi della crescita, il cervello sia un continuo fare e disfare. L’adolescenza è uno dei periodi in cui vi è uno sconvolgimento maggiore. E’ proprio in questa fase d’età che avviene il picco massimo dello sviluppo della materia grigia ed è sempre in questo periodo che inizia un fenomeno denominato “potatura delle sinapsi”. Potrebbe in qualche modo sembrare un controsenso che nel periodo in cui il cervello ha più bisogno di sinapsi cerebrali ne perda molte e si riducano le connessioni fra i neuroni, in realtà è un fenomeno necessario al miglioramento dell’efficienza cerebrale e a sfoltire ciò che non serve più, o che non si usa più, lasciando spazio ad una vera e propria rivoluzione. Quindi nell’adolescenza rimangono nel cervello meno sinapsi, ma quelle che rimangono diventano sempre più veloci. Come ha evidenziato il Prof. David Bainbridge, docente di anatomia clinica all’Università di Cambridge e autore di diversi libri divulgativi su temi di neuroscienze, come per esempio “Adolescenti” (Einaudi, 2009), nel momento in cui figli adolescenti iniziano ad affrontare i problemi più complessi, cominciano i tagli a livello della corteccia prefrontale, sede del controllo del comportamento, ed in seguito della corteccia frontale che controlla le decisioni sociali e i rapporti con gli altri. Nello stesso periodo il “sistema limbico”, che controlla le emozioni e gli affetti, diventa sempre più attivo e di conseguenza i giovani iniziano a preoccuparsi dell’opinione degli amici sfuggendo al controllo dei genitori cercando di sperimentare i rischi lontani dall’ambiente familiare. Ciò che avviene quindi a livello cerebrale è un vero e proprio rimodellamento del cervello che abbandona vecchie strategie di adattamento che comprendevano la presenza costante dei genitori come elementi guida, con una forte spinta alla ricerca dell’esterno e alla sperimentazione di nuovi comportamenti in autonomia. Quindi dopo l’età infantile, caratterizzata dalla protezione familiare è proprio necessario questo scossone che proviene dall’interno e che spinge i ragazzi verso il nuovo, il passionale e l’imprudente. Ed è proprio questo bisogno estremo di trovare uno spazio, di desiderare di sperimentare da soli che destabilizza spesso i genitori, ma essere consapevoli che non è un atto rivolto intenzionalmente a porsi in contrapposizione personale, ma una necessità di sviluppo, è importante per un genitore che deve comunque continuare ad accompagnare la crescita dei propri figli cercando di tutelarli dai possibili pericoli e di guidarli in un modo completamente nuovo. In tutto questo marasma di cambiamenti ed evoluzioni per l’adolescenza, lo sviluppo cerebrale non è comunque ancora completo e soprattutto la comunicazione tra le diverse regioni cerebrali non è così efficace dal consentirgli di prendere decisioni ponderando emozione e ragione. Ecco perché spesso le emozioni emergono in maniera veloce ed intensa; il fatto che lo sviluppo della corteccia prefrontale non sia terminato corrisponde ad un’incapacità del ragazzo di regolare le reazioni e di autocontrollarsi. Quello che un genitore dovrebbe continuare a fare è soffermarsi con i propri figli a riflettere sulle modalità di reazione da loro messe in atto, cercando assieme di ragionare sulle possibili alternative di risoluzione future
GENITORE AUTOREVOLE vs GENITORE AUTORITARIO

Nell’educare i propri figli, oggi i genitori si trovano in un mare d’incertezza, e la domanda che si pongono più frequentemente è: Qual è la giusta dose di autorità che bisogna adottare? Questa domanda divide da sempre padri e madri, genitori e nonni, educatori e insegnanti. E di conseguenza si estende alla società, la cui opinione oscilla nella maggior parte dei casi tra tolleranza e repressione. È evidente che gli esperti hanno contribuito a confondere in maniera decisiva questo terreno già così complesso e pieno di sfaccettature. Andiamo quindi ad approfondire due stili genitoriali messi a confronto ovvero quello Autorevole e quello Autoritario. Vedremo come tra questi ci sia un abisso, che è bene comprendere per scegliere fin da subito che tipo di genitore si vuole essere per i propri figli. Quando si parla di genitori Autorevoli si intende quel modello di genitorialità in cui il bambino cresce con un attaccamento sicuro, vedendo nella mamma e nel papà una figura di riferimento cordiale, amorevole, sempre pronta a sostenerlo, ma mettendo regole e paletti che tutta la famiglia deve seguire. Infatti, l’approccio Autorevole è basato, sullo stabilire regole e linee guida che il figlio è tenuto a seguire, ma allo stesso tempo è democratico poiché il genitore può adattare, attraverso il dialogo, le regole alle esigenze e richieste del figlio. Un genitore Autorevole si impegna a valorizzare l’indipendenza e l’autonomia, ma sa anche far valere l’autorità, è un genitore aperto alla negoziazione e disponibile a mettere in discussione il proprio punto di vista. Il ruolo genitoriale Autoritario invece, è basato sul controllo esterno piuttosto che sull’insegnamento dell’autocontrollo e dell’autoregolazione; si tratta di un genitore che non suggerisce al bambino come gestire i propri comportamenti, non lo aiuta a identificare alternative e valutare le conseguenze delle sue azioni. Il genitore Autoritario ha elevate aspettative nei confronti del figlio, è rigido e inflessibile, molto esigente, non riesce a sentire i bisogni dei figli e ad ascoltarli, non fornisce spiegazioni alle punizioni. Il figlio deve rispettare delle regole rigide ed imposte, il cui mancato rispetto comporta punizioni di tipo fisico o verbale. I bambini cresciuti da genitori autoritari non vengono stimolati ad essere autonomi e indipendenti, ma viene loro insegnato ad aderire passivamente alle richieste e alle aspettative della società. Detto ciò, perché si ritiene così importante puntare alla ricerca di un accordo fra i genitori, nell’educazione dei figli? Perché è essenziale ricordarsi che la famiglia come nucleo affettivo resta, ad oggi e sempre, il fulcro, il centro stabile, la guida e un porto sicuro. Rappresenta per un bambino il luogo più importante per la sua sicurezza e serenità, il fondamento su cui andrà a costituire la propria personalità. È nell’ambiente domestico, infatti, che i figli sperimentano i primi contatti con l’altro, fanno esperienza del diverso da sé, comprendendo di essere soggetti unici e irripetibili; ma, ancor prima di tutto, è proprio qui che i figli proveranno la prima significativa esperienza di amore.